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Alle radici cristiane della Costituzione italiana

Una visione della democrazia fondata sulla persona, la solidarietà e la responsabilità. L’articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del giornale vaticano è uscito il 23 maggio a firma di Riccardo Saccenti.

Una cultura costituzionale dalle radici profonde

La storiografia che si è occupata delle radici di cultura politica della Costituzione italiana ne ha spesso messo in luce il carattere plurale. Accanto a questo gli studi hanno anche fatto luce su come i principi e i valori che informano di sé il dettato della Carta non siano stati dettati dalla sola contingenza della situazione italiana del 1946-47, ma abbiano radici più profonde. Essi condensano percorsi di riflessione ed elaborazione che fanno tesoro della storia lunga della vita politica del Paese. Le opzioni politiche di matrice liberale o socialista o social-liberale o repubblicana, che trovano spazio negli articoli della Costituzione, sono il frutto di una vicenda che si intreccia con la storia stessa dello Stato unitario e questo vale anche per l’apporto di parte cattolica.

Gli anni della guerra e la crisi della civiltà europea

Accanto a una diacronia così ampia vi è però un tempo più stretto, che è quello degli anni di guerra, nei quali, di fronte alla progressiva consapevolezza del disastro a cui il Paese andava incontro, si iniziò a pensare l’Italia di domani. Presero forma in quel momento numerose occasioni di confronto e sforzi di elaborazione condivisa, che cercarono di radunare donne, uomini e idee per interrogarsi sulle ragioni profonde di una crisi che aveva il suo tragico specchio nei campi di battaglia, nelle città bombardate, nelle deportazioni e negli stermini di massa.

L’impegno di pensiero politico che in quel frangente vide protagonisti i cattolici, portando alla stesura di documenti come le Idee ricostruttive o il Codice di Camaldoli, restituisce una pluralità di voci, tutte però animate dall’urgenza di prendere una posizione. La guerra, il crollo del fascismo, la lotta di liberazione rappresentarono, in un certo senso, la strettoia storica che obbligò anche i cattolici ad assumere una responsabilità diretta nella politica italiana e tuttavia questo avvenne interrogandosi sulle ragioni di quella che era intesa come una crisi di civiltà.

Così, mentre il fronte risaliva la penisola, portando con sé anche la dinamica della guerra civile, emergevano una serie di proposte sull’economia, sulla società, sulle istituzioni, che alimentarono il dibattito pubblico e politico di un Paese che era chiamato a decidere quale assetto dare alla propria vita civile.

Firenze 1945 e il laboratorio costituente dei cattolici

La Settimana sociale dei cattolici che si tenne a Firenze dal 22 al 28 ottobre 1945 fu uno dei primi momenti in cui queste diverse elaborazioni trovarono uno spazio di confronto e di ulteriore approfondimento. La scelta di dedicare quelle giornate al tema Costituente e Costituzione rispondeva infatti alla volontà di mettere al centro della riflessione la questione di come porsi di fronte al passaggio dell’elezione dell’Assemblea Costituente e della stesura di una nuova Carta costituzionale.

Quel tema operò come una cornice politica, nella quale dare ordine a tutta una serie di nodi problematici: dalla riflessione sulla natura dello Stato alla definizione dei rapporti sociali ed economici, dall’elaborazione di una prospettiva cristiana sui diritti al tema della libertà religiosa.

La persona al centro della nuova democrazia

Tutto questo emerse dal coinvolgimento di figure che, pur avendo spesso il profilo accademico di chi padroneggia il sapere economico, sociale e giuridico, declinarono la loro riflessione nelle reti associative, in volumi e scritti, sulle pagine delle riviste. Si trattò di una riflessione che rispondeva all’esigenza di pensare al passaggio costituente che si avvicinava come fatto di popolo.

Di fronte a quella sfida, le diverse anime del cattolicesimo italiano percepirono l’urgenza di tenere assieme due istanze diverse: la costruzione di un regime di compiuta libertà politica doveva saldarsi alla definizione di relazioni sociali ed economiche imperniate sulla solidarietà, sulla giustizia e sull’equità.

La relazione che Guido Gonella tenne in occasione del primo congresso della Democrazia Cristiana a fine aprile 1945 è un documento evidente di questo sforzo di sintesi. Quel testo, che presentò la proposta del partito dei cattolici in vista del referendum e dell’elezione della Costituente, fissava sì nella libertà il punto di riferimento politico. E tuttavia declinava il regime di libertà alla luce di quella centralità della persona che, pochi mesi dopo, sarebbe divenuta il principio su cui imperniare l’intero impianto concettuale della nuova Repubblica.

Pio XII e il regime politico democratico

I contenuti dell’elaborazione culturale di ispirazione cattolica entrarono dunque come contributi di rilievo in quel dibattito. Ed è da questo processo che è emersa la peculiare declinazione della democrazia nel contesto italiano e il modo in cui i cattolici italiani impararono a praticarla.

È noto che i discorsi natalizi di Pio XII in tempo di guerra segnarono l’apertura, sul piano magisteriale, a una compiuta accettazione del regime politico democratico. L’importanza del lavoro di elaborazione degli anni di guerra e poi dei mesi che precedettero il referendum del 2 giugno risiede nello sforzo di costruzione di una proposta di democrazia che assume la persona umana come misura dell’agire politico.

In essa, infatti, si afferma una concezione del potere che viene ripensato come realtà “diffusa”, che si struttura non come monopolio di alcune istituzioni, ma come strumento presente nei diversi ambiti nei quali la persona svolge la propria esistenza.La democrazia personalista come eredità storica

La scelta della democrazia “personalista”

In ragione di queste caratteristiche, quella stagione di elaborazione politica non esaurì il proprio ruolo nel solo passaggio storico dei lavori dell’Assemblea Costituente. Il contributo di pensiero che emerse dall’apporto di Aldo Moro, Giorgio La Pira, Guido Gonella, Amintore Fanfani e Giuseppe Dossetti fissò, oltre ai contenuti, un modo di concepire la democrazia come via alla costruzione del consenso, come metodo di elaborazione di sintesi condivise, capaci di governare una realtà plurale che contiene in sé istanze anche contraddittorie e che però possono essere ordinate in ragione del valore della persona umana.

È questa la democrazia “personalista” che, dopo il referendum costituzionale del 2 giugno 1946, ha operato come via alla costruzione della cittadinanza democratica in Italia e come contributo italiano alla storia politica dell’Europa del secondo dopoguerra.

 

Titolo originale

La persona come misura dell’agire politico