Home GiornaleL’Europa davanti alla svolta americana: unità politica o irrilevanza strategica

L’Europa davanti alla svolta americana: unità politica o irrilevanza strategica

La crisi transatlantica aperta dal trumpismo non appare episodica. Per l’Europa è arrivato il momento di rafforzare integrazione politica, autonomia strategica e coscienza geopolitica.

Una frattura destinata a durare

La crisi nei rapporti transatlantici provocata dalla politica neo-imperiale degli Stati Uniti guidati dall’attuale presidente, un guastatore di prima grandezza dell’ordine internazionale, dovrebbe essere affrontata dall’Europa nella piena consapevolezza della sua gravità. E della non assoluta certezza di una sua possibile conclusione con l’avvento di un nuovo inquilino alla Casa Bianca, che comunque non avverrà prima del gennaio 2029.

Anzi, dovesse trattarsi di JD Vance la situazione potrebbe facilmente anche peggiorare. Forse pure con Marco Rubio le cose non migliorerebbero molto, se non nella civiltà verbale — del resto impresa assai facile, a fronte della cafoneria di Trump. Un esponente del Partito Democratico adotterebbe indubbiamente un approccio più amichevole e senz’altro lavorerebbe a un rafforzamento delle relazioni, ma non è affatto detto che queste ultime, pure in questa eventualità, ritornerebbero uguali a prima. Le scorie lasciate dall’attuale amministrazione nella società e nella politica americana faranno sentire per lungo tempo i loro effetti negativi.

Il trumpismo e il ritorno della politica di potenza

In questo quadro sarebbe un errore immaginare che la sconfitta elettorale del sovranista Viktor Orbán, esplicitamente supportato da Washington, nella piccola Ungheria abbia risolto ogni problema. Non è così, ed è bene tenerlo presente. E non solo per l’inquietante ascesa della destra più radicale e nazionalista in paesi di primario rilievo, secondo i sondaggi e gli esiti elettorali amministrativi.

Ma soprattutto perché il nazionalismo esasperato del trumpismo, per quanto confusionario e pure contraddittorio, intriso di volontà imperiali tali da impenare considerevolmente il budget federale riducendo il già limitatissimo welfare a tutto svantaggio dei ceti popolari che pure in buona misura hanno votato il tycoon nemmeno due anni fa, rimuove l’Europa dal proprio orizzonte strategico, riducendola a un coacervo di singoli stati con i quali mantenere una relazione commerciale condotta da una posizione di totale preminenza.

Questo è del resto il pensiero che orienta il famoso documento dello scorso dicembre sulla National Security Strategy, esplicitando la convinzione che “il mondo funziona meglio quando le nazioni pensano ai loro interessi”. Più grande è la nazione, maggiori sono gli interessi: è il sottotesto non scritto, ma evidente. La logica della forza, e soltanto quella. Interessi, dunque: non alleanze.

Bruxelles oltre Trump

L’Unione deve pertanto assumere piena consapevolezza di questa nuova condizione, praticamente contraria a quella che gli Stati Uniti nel dopoguerra promossero a suo sostegno — dal Piano Marshall al sostegno all’integrazione europea. Al tempo stesso, Bruxelles deve operare con determinazione e forza, confidando che proprio questa postura possa indurre l’alleato americano — l’alleato, non il padrone — a comprendere che il predominio mondiale esercitato negli ultimi decenni è stato tale solo in quanto “occidentale” e quindi condiviso con l’Europa.

È così che Washington ha dominato l’Atlantico, cosa che non potrà più fare pienamente nel Pacifico, stante la crescita cinese, anche militare. Ed è così che ha mantenuto un ruolo preminente nel Mediterraneo, luogo la cui rilevanza strategica tutti gli eventi di queste due decadi del nuovo secolo hanno drammaticamente confermato.

C’è dunque molto lavoro da fare, a Bruxelles. Durante gli anni di Trump, guardando oltre Trump.