Le buone rivoluzioni, quelle ben riuscite, andrebbero soprattutto conservate. Le si dovrebbe consolidare, perpetuandole senza che ci sia troppo bisogno di celebrarle, sottraendole alla disputa dei posteri e alla controversia dei reduci. Non si tratterebbe di fare una rivoluzione senza tregua. Semmai di normalizzare i suoi esiti. Magari sfrondando anche una certa sua retorica.
E invece la nostra Costituzione finisce per diventare quasi il luogo cruciale dove avviene la disputa. Poiché la destra non la ama, dato che all’epoca si trovava all’angolo e non ha piacere di ricordarlo – e neppure l’onestà di ripensare più a fondo se stessa. Mentre la sinistra, o almeno una sua parte, la celebra con troppi intenti e sottintesi. Quasi che il proclamarsi figli preferiti di quella legge suprema potesse conferire un vantaggio politico ed elettorale.
Vorremmo evitare che la destra, sentendosi figlia di un dio minore, fosse così avara verso l’opera dei nostri padri fondatori. E del pari vorremmo che la sinistra, ancora alla ricerca di un nome per se stessa, evitasse di chiamarsi “costituzionale” come a rivendicare una sua esclusiva in materia.
La radice della nostra carta sta nascosta altrove. La si ritrova tra quei democristiani che convinsero La Pira a non insistere nel chiedere che la promulgazione della Carta avvenisse “in nome di Dio”. E in quel Togliatti che contro i suoi cari decise di votare per il riconoscimento dei patti lateranensi.
È quasi sempre l’eccezione infatti che dà valore alla regola. Ed è una certa (comune) sobrietà che andrebbe apprezzata più delle troppe parole di parte.
Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 9 luglio 2026
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]
