L’articolo di Angelo Palmieri, “Vecchiaia, oltre la legge Paglia: la sfida che il Centro non può eludere”, pone una questione decisiva: costruire un sistema di assistenza agli anziani non autosufficienti che metta realmente al centro la persona, la famiglia e la comunità. Ma proprio per questo occorre evitare la contrapposizione tra domiciliarità e residenzialità, come se la prima rappresentasse necessariamente il bene e la seconda un modello da superare.
ANASTE ha condiviso fin dal 2022 l’impianto della riforma elaborata dalla Commissione presieduta da monsignor Paglia, nella quale le RSA venivano considerate un patrimonio del territorio, destinate a evolvere in centri multiservizi capaci di offrire risposte residenziali, domiciliari e diurne. Il problema, dunque, non è difendere l’esistente, ma verificare come quella riforma sia stata concretamente attuata.
La Prestazione Universale, misura simbolo del nuovo corso, mostra limiti evidenti. Destinata agli ultraottantenni con bisogno assistenziale gravissimo e inizialmente con ISEE sociosanitario non superiore a 6.000 euro, ha raggiunto una quota molto ridotta della platea prevista. È la dimostrazione che proclamare il primato della domiciliarità senza garantirgli risorse adeguate rischia di trasformare un principio condivisibile in una soluzione difficilmente praticabile.
Soprattutto, la non autosufficienza non è una condizione uniforme. Molti anziani possono e devono essere assistiti a casa; altri presentano deterioramento cognitivo, pluripatologie e bisogni assistenziali tali da richiedere una presa in carico continuativa. I dati nazionali sulle strutture residenziali mostrano una popolazione con età media prossima agli 85 anni, altissima compromissione dell’autonomia, forte incidenza della demenza e diffusa polifarmacoterapia. In questi casi la RSA non è un luogo di semplice “istituzionalizzazione”, ma può rappresentare la risposta assistenziale più appropriata e sicura.
Anche il problema delle rette va ricondotto alla sua vera origine. Se una famiglia non riesce a sostenere il costo della struttura necessaria al proprio congiunto, la questione riguarda l’insufficiente finanziamento pubblico della non autosufficienza, non l’utilità della prestazione residenziale. La scelta tra casa, servizi semiresidenziali e RSA dovrebbe dipendere dal bisogno della persona, non dalle possibilità economiche della famiglia.
Persino esperienze spesso presentate come alternative, come quella di Deventer nei Paesi Bassi, confermano questa impostazione: gli studenti convivono con gli anziani all’interno di una struttura residenziale, contribuendo alla socialità senza sostituirsi ai caregiver professionali. È semmai l’esempio di una RSA aperta alla comunità.
La vera sfida è dunque costruire una rete integrata e flessibile, nella quale domicilio, servizi territoriali, semiresidenzialità e RSA siano complementari e accompagnino l’anziano nel mutare dei suoi bisogni. Occorre superare tanto la vecchia istituzionalizzazione indiscriminata quanto una nuova domiciliarità a tutti i costi.
La civiltà dell’assistenza non consiste nello stabilire a priori dove debba vivere una persona anziana, ma nel garantirle la soluzione più appropriata, sicura, dignitosa e professionalmente qualificata. Un diritto che deve valere a casa come in RSA e sul quale anche la cultura popolare e democratico-cristiana è chiamata a misurare concretamente la propria capacità di solidarietà e di vicinanza alle persone più fragili.
Sebastiano Capurso
Presidente nazionale ANASTE
(Associazione Nazionale Strutture Territoriali)
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