Nessun vento è favorevole per chi non sa dove vuole approdare. A quanti, invece, sta a cuore una maggiore giustizia fiscale, l’annuncio del governo dell’abolizione del bollo auto dovrebbe suonare primariamente come un’occasione da non perdere per rilanciare il dibattito sulla tassazione dei patrimoni.
La patrimoniale c’è già
Credo che innanzitutto si debba porre una volta per tutte la questione nei suoi giusti termini. Il tema non è, come comunemente si sente dire nel dibattito pubblico: patrimoniale sì, patrimoniale no. Non si sta parlando dell’introduzione di una nuova imposta patrimoniale, accanto a quelle già esistenti, bensì di una riforma complessiva della tassazione sulla ricchezza, che tenga conto dei cambiamenti intercorsi. In Italia la patrimoniale non solo esiste già ma è costituita da una galassia di imposte frammentate. Una miriade di prelievi che colpiscono singole componenti della ricchezza in modo scoordinato: l’Imu sugli immobili, il bollo sui veicoli, l’imposta di bollo sui conti, l’Ivafe sulle attività finanziarie detenute all’estero, l’Ivie sugli immobili esteri, la tassa di possesso su imbarcazioni e altri beni di lusso. Ogni tributo ha regole proprie, aliquote proprie, soglie proprie. Il risultato è un sistema che tassa gli oggetti della ricchezza — la casa, l’auto, il conto in banca, ecc. — invece della ricchezza nella sua interezza.
Questa frammentazione produce disuguaglianze. Due famiglie con lo stesso patrimonio complessivo possono pagare importi molto diversi a seconda di come quel patrimonio è distribuito tra immobili, veicoli e strumenti finanziari. Ma soprattutto una stessa imposta fissa (ad esempio quella sul conto corrente) ha una diversa incidenza perché non tiene conto delle condizioni complessive del contribuente.
Una riforma organica a parità di gettito
Per questo ordine di ragioni serve andare oltre la logica che indulge al populismo e ai ritorni elettorali a breve scadenza, insita negli interventi particolari, pensando a una riforma complessiva dell’imposizione patrimoniale. Una riforma organica, equa, che — a parità di gettito — sia sostitutiva di tutta la galassia delle patrimoniali settoriali oggi esistenti (bollo auto, Imu, imposta di bollo sui conti correnti, ecc.). Questo per realizzare una maggiore equità in una fase di crisi profonda.
Un’unica imposta patrimoniale, che comprenda patrimonio mobiliare e immobiliare in un solo conteggio (accanto alla tassazione dei redditi da lavoro, che costituisce un discorso a parte) permetterebbe di modulare questo tipo di carico fiscale in relazione alla effettiva capacità contributiva.
Non mancano le proposte su come realizzarla, e, come sempre, il diavolo sta nei dettagli, che possono trasformare un intervento giustificato dallo scopo di ottenere una più adeguata compartecipazione dai contribuenti che occupano i gradi più alti della scala della ricchezza, in una stangata per la nota casalinga di Voghera.
Una franchigia per proteggere i ceti popolari
Si dovrà determinare con saggezza la soglia di esenzione: una franchigia ampia, non inferiore a qualche milione di euro, se si vuole evitare di aumentare il carico fiscale, anziché alleviarlo, sui ceti popolari, per lasciare fuori dal prelievo le famiglie proprietarie della prima casa, di un’auto e di qualche risparmio. Solo oltre quella soglia di esenzione, di cui beneficerebbero tutti, scatterebbero aliquote progressive, articolate per scaglioni crescenti in base all’entità del patrimonio complessivo: pagherebbe un’aliquota contenuta sulla quota eccedente chi si trova nel primo scaglione, con aliquote che crescono sugli scaglioni superiori.
La ricchezza italiana vista dalla Banca d’Italia
Una simile impostazione dell’imposizione patrimoniale appare più equa di quella attuale anche guardando a cosa dicono alcuni dati della Banca d’Italia.
I Conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie, mostrano, infatti, una composizione del patrimonio radicalmente diversa lungo la scala della ricchezza: per il 50% più povero delle famiglie italiane, casa e depositi bancari costituiscono quasi la totalità di ciò che si possiede — nel 2022 le abitazioni pesavano per oltre tre quarti del loro patrimonio. Per il 10% più ricco, invece, la composizione è tutt’altra: appena un terzo del patrimonio è rappresentato dalla casa, mentre quasi un terzo è costituito da azioni, partecipazioni e capitale di rischio legato ad attività produttive, e un ulteriore quinto da fondi comuni e polizze assicurative.
Questa differenza non è statica: tra il 2010 e il 2022 il peso delle azioni e delle partecipazioni non quotate nel patrimonio del decimo più ricco è quasi triplicato, mentre per la fascia più povera è rimasto sostanzialmente fermo. Lo studio nota inoltre che oscillazioni recenti della concentrazione della ricchezza — una crescita nel 2021 seguita da un calo nel 2022 — riflettono in larga parte l’andamento dei prezzi delle attività finanziarie detenute dalle famiglie più abbienti: quando le borse salgono, chi ha una quota maggiore di ricchezza in strumenti finanziari si arricchisce più che proporzionalmente rispetto a chi possiede quasi solo mattone e depositi.
In sintesi: alla fine del 2022 il 5% più ricco delle famiglie italiane deteneva il 46% della ricchezza netta complessiva, mentre il 50% più povero ne possedeva meno dell’8%. Sono numeri che raccontano una realtà in cui la ricchezza finanziaria — concentrata quasi per intero nelle fasce più alte — si è mossa in modo sempre più autonomo rispetto al resto del patrimonio nazionale, fatto di case e risparmi delle famiglie.
Il bollo non basta
Se il patrimonio dei più abbienti è ormai fatto in buona parte di strumenti finanziari che si muovono insieme e si accumulano più rapidamente della casa di famiglia, ha poco senso continuare a tassarli con strumenti separati e disallineati. Beninteso: spesso la componente immobiliare in questa alta fascia comprende immobili di pregio, ma in percentuale rappresenta una quota minore nella composizione della ricchezza. Una patrimoniale unica, con soglia ragionevole di esenzione e aliquote progressive, andrebbe verso la ricchezza dove effettivamente si concentra.
In questa prospettiva l’abrogazione del bollo auto costituisce un piccolo sollievo per gli automobilisti non certo la riforma patrimoniale di cui si avverte la necessità.

