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Navalny, il lupo polare e l’orso di Putin.

In un tempo di guerre la morte diventa un’abitudine, perde il suo carattere di tragedia per diventare anonima al pari di un qualunque altro fatto. Essa stessa è smarrita. Desidererebbe non essere più chiamata in causa quotidianamente, così da riprendersi la scena perduta. Difficile accettare di essere una stella non più cadente ma decaduta, senza l’attenzione di chi l’osserva non esprimendo alcun desiderio.

Ci ha pensato il dissidente Navalny a muovere le acque del firmamento morendo nella prigione in cui lo aveva sbattuto Putin dalle parti del circolo polare artico, dove il freddo fa sentire la sua e congela non solo le carni ma anche il pensiero.

Il rischio è che possa sbrinarsi ma anche questo è stato calcolato. Occorrerebbe un tempo che porterebbe alla luce una idea di rivoluzione ormai fiacca e priva di pericoli.

Stare in circolo significa ripetere ossessivamente un proprio cammino fino a rimbecillirti, un po’ come il giro dell’otto di un lupo in gabbia. Navalny è stato suo malgrado iscritto al circolo esclusivo del Polo, non quello dei cavalli, ma a Nord, all’Artico del mondo.  Tutto torna nel disegno della storia. A scavare nella etimologia, Artico significa “Orsa”, per combinazione proprio il simbolo della grande patria russa.

Callisto, ancella di Artemide, ebbe effusioni proibite con Zeus e per punizione fu trasformata in Orsa rischiando di essere uccisa in una battuta di caccia dal figlio Arcade. Per evitare la tragedia, tutti furono congelati in cielo a comporre stelle. Nel caso di Putin non potrebbe che trattarsi dell’Orsa Maggiore, posizioni di secondo piano non le avrebbe mai accettate.

Il circolo è una circonferenza che costringe a tornare a se stessi e in se stessi, forse è questo quello che il potere sperava accadesse nel suo recluso, che faceva fatica a rinsavire non dismettendo le armi della protesta, impietrito in un circolo vizioso da cui non voleva redimersi, parte di un club esclusivo di quelli che hanno la testa dura e che si portano appresso le idee anche dopo la morte.

“Tutte le stelle già dell’altro polo vedea la notte” diceva il sommo poeta, sarà stata questa la preoccupazione che ha attanagliato Putin e compagni, impauriti della capacità del loro contestatore di sapere vedere oltre il contingente, il solo in grado di mandare avanti la storia che loro vorrebbero fermare ad ogni costo. Loro appartengono al Polo opposto, quello che non riconosce altro, se non il loro predominio.

Per oltre 27 volte per punizione è stato messo in condizioni di “splendido” isolamento in modo che avesse tempo per ricredersi sulle sue corbellerie e non contagiasse altri con la sua causa, un molesto battere, producendo idee rumorose all’ascolto del popolo, un colpire dando ospitalità a grilli per la testa.

Di insetti non ‘è posto nella testa del regime, per questo hanno messo Navalny nel carcere dalla fredda sigla IK-3, chiamato più confidenzialmente il “Lupo polare”.

In generale è una faccenda di violenze e di animali senza scrupoli. Dall’aquila bicipite dello stemma della Russia zarista, l’orso viene adottato dal partito Russia Unita di Putin, peraltro in perfetto accordo con felice sintonia con l’ex presidente russo Medvedev il cui cognome, se tradotto, significa singolarmente “dell’orso”.

Navalny è stato messo nel freddo asfissiante di quella terra, rendendo frigide le sue idee, con le intenzioni di sterilizzarle. E’ possibile che Putin abbia colto nel segno, confidando nella prossima dimenticanza di un delitto annacquato nel tanto sangue delle guerre in corso. Possibile anche che abbia sbagliato i conti.

Non importa che l’abbiano ucciso o che sia morto di stenti, si tratta comunque di omicidio. Putin ed i suoi fedelissimi devono stare attenti. Navalny aveva 47 anni, il morto che parla.  Se non tormenterà le coscienze dei suoi aguzzini, continuerà ad incitare alla libertà.

Navalny il contestatore ha rischiato di cadere nell’oblio e come tutti gli eroi, vittime di ingiustizia, è resuscitato di nuovo alle cronache che sarà per un tempo più lungo della esistenza di Putin e delle sue schiere.

C’è qualcosa di goffo, di orribile e di mistico nella vicenda. La madre di Navalny ne ha chiesto all’obitorio la restituzione del corpo. Le è stato risposto che “non è qui dove lo cercate”. Altre donne, duemila anni fa, nei pressi di un sepolcro, ebbero risposte simile.

Putin e consimili, per tempo ancora, venderanno cara la pelle dell’orso, ma idee di fuoco prima o poi bruceranno i governanti di oggi, trascurando il gelo di quel carcere che, per contrasto, ha mantenuto, bene in fresco, idee di libertà senza che possano mai corrompersi, pronte a fare di nuovo la loro parte in barba allo zoo a cui vorrebbero abituare non poca umanità.

La cornice storica del convegno sui Mali di Roma

Lupa, inv. Mob 361

[…] Per quel che riguarda l’immediata prospettiva del convegno è da notare come Giuseppe De Rita abbia segnalato che gli esiti non corrisposero alle attese80 . Per dare continuità a quello sforzo venne creato un comitato che doveva dargli seguito. La sua composizione, però, raccolse anche altre sensibilità e si discostò da quella del gruppo che aveva curato l’organizzazione del convegno. Questo portò ad una diversificazione di posizioni all’interno del gruppo originario. Alcuni, tra i quali De Rita, avrebbero voluto continuare il lavoro di mobilitazione collettiva che aveva caratterizzato la preparazione e lo svolgimento dei lavori. Altri, tra i quali lo storico Pietro Scoppola, erano orientati maggiormente per un lavoro di carattere culturale. Tra i maggiori animatori del convegno, don Clemente Riva fu nominato vescovo ausiliare di Roma per la zona sud, e prese a svolgere con passione la sua nuova missione. Don Luigi Di Liegro, nel suo spirito di servizio ai poveri, iniziò la sua avventura di organizzatore di risposte efficaci con la creazione di luoghi di accoglienza con sensibilità pe le nuove povertà emergenti. Creò la mensa di Colle Oppio ed una rete di servizi utili anche alla luce della presenza in città di quell’avanguardia del fenomeno migratorio che crebbe di anno in anno. 

Il Convegno ebbe una sua interpretazione politica. I suoi esiti apparvero nefasti a gran parte della DC che imputò anche all’onda lunga del convegno le sconfitte alle elezioni regionali del Lazio del 1975 e al Campidoglio nelle amministrative del 1976. Impropriamente, invece, il PCI vide nell’azione di Poletti elementi di convergenza con la propria azione per il cambiamento nella capitale a livello politico. Lo stesso cardinale, in una intervista, ha affermato che il convegno era stato “strumentalizzato dai comunisti che si sono affrettati a proclamare “Poletti è con noi!”, a cercare di fare di me un simbolo del compromesso, dell’accordo con loro”. 

Dal punto di vista ecclesiale quel convegno ha rappresentato un momento di svolta per diversi motivi. Pietro Scoppola – che nel convegno del 1974 aveva presieduto l’assemblea della zona est di Roma – ha sostenuto, rievocando l’evento al momento della scomparsa del cardinale: “Non è che Poletti avesse in testa un disegno, un progetto da realizzare, che volesse imporre qualcosa. Voleva dare alla città la possibilità di esprimersi”. 

Innanzitutto, va detto che con quell’occasione di espressione di tante e diversificate realtà romane, Poletti intese privare l’area della contestazione ecclesiale del monopolio del dibattito sui temi delle povertà e delle disuguaglianze crescenti a Roma. In tal modo fece rientrare quei temi tra i campi di impegno nei quali la Chiesa voleva interpretare un ruolo attivo. 

Se mi fosse possibile utilizzare immagini affermatesi col pontificato di Papa Francesco, riterrei di definire il convegno sui “mali di Roma” del febbraio 1974 un momento di forte estroflessione della comunità cattolica di Roma, espressione di una Chiesa in “uscita” e “incidentata”. Essa andò incontro a tante incomprensioni – quelle della politica, quelle di un certo mondo ecclesiale – ma aprì ad una rinnovata missione nei confronti della città e delle sue periferie. 

Un ulteriore aspetto va segnalato: la preparazione e la celebrazione del convegno permisero al cardinal Poletti di tessere rapporti con alcune delle realtà post-conciliari nate anche ai margini della realtà istituzionale della Chiesa, all’interno di controversi processi di autonomizzazione dalla gerarchia. L’azione pastorale del Vicario si mosse per accompagnare queste realtà e ricondurle progressivamente nel perimetro di una comunione ecclesiale marcata dal nuovo spirito conciliare. Fu l’inizio di una sorta di azione di recupero, perché nelle assemblee del convegno Poletti stabilì un rapporto con numerosi gruppi e realtà del cattolicesimo romano, e per questi mondi egli sarebbe poi diventato un interlocutore imprescindibile. D’altronde il cardinale aveva fatto della sua accessibilità un punto qualificante dell’azione pastorale. Al convegno aveva visitato le assemblee e aveva mostrato attenzione nell’incontrare i partecipanti con cordialità. Questa sua attitudine personale si fece poi elemento costitutivo della sua presenza nella città. Egli la rammentò quando scrisse di quegli anni: “ben presto videro il nuovo cardinale arrivare solo, con la sua auto, senza apparati e senza formalità; primo a tendere la mano nel saluto; sempre lieto di fermarsi e parlare in mezzo alla gente, sorridendo, parlando, stringendo le mani. Credo che questo abbia giovato molto a presentare la Chiesa come popolo e famiglia di Dio…”

Ed in questa immagine di Chiesa c’è la risultante della volontà di Paolo VI che voleva la chiesa romana cambiata in profondità, capace di assumere un profilo diocesano, di superare le dinamiche anchilosate che vedevano nel Vicariato un ufficio distaccato della Curia, senza una propria soggettività. Poletti riuscì a riavvicinare i cattolici romani, all’epoca coinvolti in realtà articolate e a tratti autoreferenziali, per convogliarne le energie in una missione di riscatto della città. 

La battaglia, dunque fu quella di guidare Roma nella ricezione del Concilio, ed in questa chiave la mobilitazione del convegno contribuì alla edificazione della Chiesa locale di Roma come soggetto ecclesiale con un proprio profilo popolare, capace di interloquire con la città, di prendersi cura del mondo delle periferie e delle povertà vecchie e nuove. 

All’idea di “città sacra” si andava sostituendo una nuova immagine, un grande cantiere in costruzione, con innumerevoli problemi da risolvere, ma al quale non mancava la compagnia ed il sostegno di una Chiesa “esperta di umanità”.

 

Per leggere il testo originale

https://iris.uniroma1.it/retrieve/89b4e8dd-e625-461b-8713-23655415f1bc/D’Angelo_50-anni_2023.pdf

Dibattito | L’invidia sociale come crisi della sinistra

In un contesto politico turbolento come quello italiano, una malattia insidiosa si è diffusa all’interno della Sinistra italiana: l’invidia sociale. Questa tendenza a criticare qualsiasi decisione del governo, senza distinzioni, sta mettendo a dura prova la coesione e l’efficacia dell’opposizione. È un fenomeno che va oltre la semplice dialettica politica e che mina la fiducia nell’intero sistema democratico.

La sinistra italiana, storicamente associata a valori di solidarietà, equità e progresso sociale, sembra essere caduta vittima di un vizio che mina la sua credibilità e il suo ruolo nella politica nazionale. L’invidia sociale si manifesta attraverso una costante critica delle azioni del governo, senza una reale valutazione dei fatti o delle circostanze. Qualunque sia la decisione presa, sembra essere automaticamente etichettata come sbagliata, alimentando un clima di sospetto e disaffezione nei confronti delle istituzioni.

Un recente esempio di questa deriva è emerso nel comportamento del Presidente della Campania De Luca (Pd), che ha organizzato una manifestazione di sindaci intorno al Parlamento senza autorizzazione, arrivando quasi allo scontro fisico con la Polizia. Questo atto di sfida istituzionale, oltre a essere palesemente contrario alle regole democratiche, ha aggiunto un ulteriore livello di tensione al già complesso panorama politico italiano.

Ancora più preoccupante è stato il comportamento del presidente regionale durante un confronto con la stampa, dove ha insultato pesantemente la Presidente del Consiglio dei Ministri. Questo non solo ha dimostrato un totale disprezzo per le istituzioni e per il ruolo della più alta carica politica del paese, ma ha anche contribuito a inasprire gli animi e ad alimentare un clima di ostilità che non fa che danneggiare l’interesse pubblico.

È importante sottolineare che la politica italiana ha urgente bisogno di un governo forte e di un’opposizione costruttiva. Tuttavia, l’invidia sociale che sembra aver preso piede all’interno della sinistra non fa che ostacolare questo processo. Invece di concentrarsi su un dialogo costruttivo e sulla ricerca di soluzioni ai problemi reali del paese, si preferisce alimentare una spirale di conflitto e di polemiche sterili.

Il risultato di questa deriva è una politica italiana sempre più delegittimata agli occhi dei cittadini, che vedono i propri rappresentanti impegnati in liti personali anziché nella difesa degli interessi collettivi. Questo non solo danneggia la reputazione delle istituzioni democratiche, ma mina anche la fiducia dei cittadini nel sistema politico nel suo complesso.

Per invertire questa pericolosa tendenza, è necessario un cambio di mentalità all’interno della sinistra italiana. È fondamentale abbandonare l’invidia sociale e abbracciare un approccio più costruttivo e responsabile alla politica. Solo così sarà possibile ricostruire un clima di fiducia e di collaborazione che sia veramente al servizio del bene comune.

In conclusione, l’invidia sociale rappresenta una minaccia seria per la stabilità e l’efficacia della politica italiana. È urgente combattere questo fenomeno attraverso un impegno comune a favore del dialogo, della collaborazione e del rispetto delle istituzioni democratiche. Solo così sarà possibile costruire un futuro migliore per il nostro paese.

Morte di Navalny, Putin s’illumina…d’immenso disonore.

Dalla finestra della sua cella nella colonia penale n. 3 – chiamata ‘lupo polare’ – a Kharp della regione di Jamalo-Nenets, nel Nord degli Urali, a più di 2 mila km da Mosca, oltre i confini del Circolo polare artico, Alexey Navalny poteva forse vedere filtrare la luce per due o tre ore al giorno. In regime di isolamento (15 gg), per la ventisettesima volta in tre anni, aveva ironizzato su quella reclusione ai confini più estremi del mondo, dove era giunto il 23 dicembre scorso: “Sono il vostro nuovo Ded Moroz”, il Babbo Natale russo a regime speciale”, descrivendo il proprio abbigliamento e i regali che avrebbe portato. Ma nessuno avrebbe anche solo immaginato che potesse sopravvivere ad un regime di detenzione durissimo: se qualcuno dei prigionieri avesse varcato l’alta rete di recinzione del penitenziario sarebbe stata sbranato dagli animali selvaggi che infestano quel territorio immenso e lontano da ogni possibile rifugio umano. 

Ripercorrere gli ultimi anni della sua vicenda giudiziaria significa immaginare, senza forse nemmeno possibilmente descrivere, la sua salita al Calvario che si è conclusa con una morte che resterà avvolta nel mistero, nonostante le relazioni delle autorità sanitarie che accerteranno con meticolosa burocrazia criminale le cause del decesso.  Arrestato nel 2001, al rientro a Mosca da Berlino dove era stato ospitato e curato per l’avvelenamento da gas nervino Novichok, Alexei sapeva di andare incontro ad un destino breve: condannato in un primo tempo a nove anni di reclusione nella colonia penale di Melekhovo, aveva subito un successivo grado di giudizio a porte chiuse, praticamente senza difesa legale, al termine del quale gli erano stati inflitti 19 anni per “estremismo” secondo un marchingegno giudiziario studiato a tavolino dal regime cleptocratico sotto la guida del FSB, erede del KGB. 

Forse nemmeno Kafka avrebbe potuto descrivere in tutti i suoi risvolti impenetrabili un teorema così spietato e determinato da un lato, quanto incomprensibile, assurdo e grottesco dall’altro. Già in quella sede si erano scritte le ultime pagine della vita di Navalny, fiero e coraggioso oppositore del regime: la sua immagine, il suo volto scavato dalla sofferenza e dall’isolamento erano insieme l’icona della spietatezza a cui può giungere l’animo umano e dall’altro il segno di una lenta espiazione del ‘nulla’, poiché ogni imputazione era semplicemente la rappresentazione di ciò che la filiera della dittatura andava costruendo in modo del tutto falso, anche se restituiva ai suoi sostenitori il coraggio e la volontà di opporsi al male, di resistere fino alla fine, per lasciare una traccia, un percorso che prima o poi qualcuno potrà riprendere. 

L’eroismo di Navalny non consisteva tanto in gesti eclatanti di resistenza quanto nell’evidenza delle parole ferme e pacate che riusciva a far filtrare e trasmettere in tutto il loro significato simbolico ed evocativo. La giustizia e il suo opposto, l’ingiustizia, hanno diverse forme di rappresentazione nel mondo: la vicenda umana di Navalny ha messo in luce gli impliciti e le contraddizioni insostenibili di un regime che non ammette opposizione politica e revisionismo ideologico. Penso – per un confronto che mi è necessario per capire fin dove arriva la polarizzazione giudiziaria – alle diatribe di piccolo cabotaggio e alle procedure discutibili sui tempi dei processi, gli sconti di pena, l’avvalersi della facoltà di non rispondere, le congetture sulla flagranza di reato o sulle attenuanti generiche: cito a caso per rimarcare quanto in democrazia contino i dettagli e le sfumature, cosa non pensabile dove politica e magistratura sono un tutt’uno per costruire un solido e inscalfibile apparato processuale, dove l’imputato è già condannato dall’ideologia dominante prima ancora di entrare in un’aula di giustizia. 

Il carcere dove ha concluso il suo transito terreno l’eroe Alexey Nalvalny, di fronte al quale dobbiamo inchinarci per riconoscere il valore della coerenza e ricordare certe pagine della nostra storia, narra la presenza di un eroe  che lascia un esempio che va oltre la sua personale esistenza, così fu per le vicende umane degli ospiti dei lager, così è oggi per quest’ uomo che rientrando in Patria senza sottrarsi ai pericoli di un regime che lo aspettava al varco, decise di andare avanti senza remore, sotto gli occhi del mondo. Il processo sommario subito e la carcerazione più dura che si possa immaginare, senza contare il regime di isolamento, l’ambiente, le restrizioni delle pur minime libertà personali sono la rappresentazione di un martirio: ci vogliono gli eroi e pure i martiri per comprendere quanto possa essere spietato, crudele ingiusto l’animo umano. 

Come può essere credibile la trama e la ricostruzione dei fatti nell’aggressione all’Ucraina di cui ricorrono tra pochi giorni due anni di distruzione e di morte? È nelle corde della tirannia la scelta tattica dell’annientamento, radendo al suolo città e villaggi, facendo vilipendio dell’amor di Patria di un popolo, umiliando la dignità e le idee di una singola persona. Navalny conclude in modo silente ma drammatico la sua vita terrena ma forse la sua fine può dare coraggio a quella parte del suo popolo che ha compreso che Putin porterà il Paese allo sfacelo e – nello stesso tempo – rinsaldare i legami e i disegni del mondo libero che ha capito, non è mai troppo tardi, che un despota non ha remore morali perché spinto solo dall’odio e dalla volontà di distruzione. Navalny ha resistito stoicamente al massacro fisico e alla disperazione della solitudine: dobbiamo raccogliere il testimone che ci consegna perché non c’è nulla di più prezioso da imparare che la coerenza di una vita.

La deformazione del giornalismo militante

Il giornalismo militante è sempre esistito. O meglio, il giornalismo politico militante è sempre esistito nel nostro paese. Anche perchè, tema molto antico ma sempre attuale, non esiste un giornalismo asettico e senza opinioni. Ma, al di là di questa considerazione sufficientemente scontata, quando il giornalismo – soprattutto quello televisivo – assume i tratti strutturali e consolidati della militanza politica si sconfina inesorabilmente nel settarismo e nella faziosità che non giovano neanche alla qualità e alla autorevolezza del giornalismo stesso. Come ovvio, non si sfiora neanche il tema della imparzialità e della oggettività della notizia perchè, nel caso specifico, il “pregiudizio” precede e annulla qualsiasi altra riflessione. Se nella carta stampata, di norma e salvo rarissime eccezioni, si risponde unicamente agli interessi e ai voleri dell’editore, cioè del “padrone” della testata, è nell’attuale giornalismo televisivo che questa faziosità settaria emerge in modo persin troppo sfacciato. 

Un esempio tra i molti? Semplicemente basta sfogliare la margherita. Vuoi ascoltare l’attacco frontale quotidiano e senza scrupoli al centro destra e soprattutto alla premier Meloni? È sufficiente sintonizzarsi sulla trasmissione della Gruber e il piatto è servito. Ti vuoi divertire con gli approfondimenti a senso unico indirizzati contro tutto ciò che non profuma di sinistra o di populismo grillino? Ti ascolti i programmi di Floris e di Formigli. E gli esempi potrebbero proseguire sulle reti Mediaset dove alcune trasmissioni sono persin imbarazzanti perchè semplici bollettini di propaganda.

Dopodiché esiste un giornalismo di qualità e realmente imparziale, almeno nella conduzione dei programmi di approfondimento e di dibattito. Un esempio fra tutti? La rubrica quotidiana di Bianca Berlinguer e lo stesso suo programma di approfondimento serale come, per fare un altro esempio, l’appuntamento quotidiano di Andrea Pancani o la stessa Tagadà condotta da Tiziana Panella. Appunto, non centra l’emittente televisiva ma la modalità concreta che caratterizza la conduzione e la guida della singola trasmissione di approfondimento politico e giornalistico.

Perché, e lo ripeto, quando sai con largo anticipo che guardando quella trasmissione assisti ad un attacco frontale ad una parte politica e ad una difesa sperticata della controparte, si creano anche le condizioni per un pubblico di tifosi o da curva sud. Certo, la fidelizzazione di un pezzo di opinione pubblica è un aspetto da non trascurare affatto ai fini della tenuta dello share da un lato e, di conseguenza, degli incassi pubblicitari dall’altro di quella singola trasmissione. Ma il tutto, purtroppo, avviene anche a detrimento della qualità dell’informazione. Perché, e molto semplicemente, si sostituisce l’appartenenza politica netta e definita a qualsiasi altra considerazione e valutazione.

Ecco perché, e nel pieno rispetto del giornalismo militante e politicamente schierato e netto come ad esempio Report o altre trasmissioni, un sano e trasparente giornalismo di inchiesta e un buon giornalismo di informazione continuano ad essere fari decisivi che contribuiscono ad illuminare ciò che capita nel paese e nel mondo e, dall’altro, a ridare qualità e credibilità alla stessa democrazia italiana.

La politica è costruzione, non ricerca di consensi facili.

Una grave emergenza è la lesione della democrazia con un astensionismo elettorale che sembra non preoccupare troppo le forze politiche. Anche in questo ambito si sa cosa poter fare ma non se ne vedono le avvisaglie. In occasione delle elezioni europee potremo votare col sistema proporzionale e con le preferenze. Temo che nonostante questo, il disamore indotto dai comportami consolidati per le l’elezioni nazionali, non ci offrirà una inversione dì tendenza. Tuttavia mi soffermo su questa emergenza che porta con sé l’emergenza sanitaria, l’emergenza educativa, l’emergenza rappresentativa.

L’attuale maggioranza parlamentare è percentualmente la minoranza degli aventi diritto al voto. La responsabilità è dei cittadini che rinunciano a un diritto fondamentale e dei partiti che non li motivano e non esortano a sufficienza.

Come vengono stimolati gli elettori?

Il linguaggio e il metodo social propongono una comunicazione sloganistica. Invece della spiegazione di un programma con la precisazione delle singole parti da attuare, con che mezzi, in quanto tempo, ecc. Gli elettori dovrebbero decifrare metafore e richiami a vicende non allineate con i loro problemi: aumento prezzi, aumento tasse (basta pensare alla benzina e all’IVA su generi di prima necessità igienica,ecc.).

E chi si ricorda di Vanna Marchi tra spettatori che da anni guardano meno la TV? Anche la precedente campagna elettorale aveva troppo sintetizzato in slogan i messaggi essenziali. Soprattutto l’opposizione deve farsi capire con la precisione delle proposte alternative e che mostrino chiarezza di visione e coerenza. L’elettorato si confonde. È accaduto, per esempio, che il Pd sia scivolato su due leggi costituzionali: nel 2001 ha modificato le competenze delle Regioni di fatto avendo preparato la base per la autonomia differenziata; ancora più grave, se possibile, la svolta a U per la legge costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari e non bastasse ora seguirebbe ancora il M5S nel mutamento di impostazione, addirittura in politica estera, con riguardo all’invio di armi in aiuto alla Ucraina. 

Nell’attuale sistema bipolare, un po’ sghembo, si impongono alleanze ma se queste snaturano il profilo della

propria parte di appartenenza, sarà difficile farsi capire dai propri elettori. È interesse delle opposizioni contrastare e far emergere le incongruenze e le mancate promesse della maggioranza regnante, ma anche contribuire alle eventuali scelte del governo utili al Paese, collaborando in Parlamento per riempire le ‘scatole vuote’, intestandosi il successo del proprio intervento (servizi pubblici come RAI, Sanità, fisco, natalità, ILVA, ITA, ecc).

La politica è costruzione non demolizione per contingenti interessi; se la democrazia è alternanza, non giova a chi succederà alla provvisoria maggioranza, trovare un Paese in difficoltà. Né si addice alle opposizioni imitare i flashmob che infastidiscono i cittadini laboriosi. Che dire invece della poca affezione a vigilare perché gli eletti interpretino la loro alta funzione “con disciplina e onore”? La spartizione dei posti con l’aumento delle poltrone grida vendetta: si sprecano soldi pubblici in cellulari, segreterie, auto di servizio aggiuntivi, frutto di mediazioni vergognose.

Invece mancano i fondi per le leggi sulla disabilità e per gli anziani non autosufficienti. Digitalizzazione e decentramento di servizi riducono le collocazioni di amici e parenti? La politica è costruzione anche di educazione civile.

Una Nazione ‘aizzata contro’ poi non perderà le abitudini… Moro esortava a riflettere “sulle conseguenze delle conseguenze”. La politica è prevedere e prevenire il futuro. Sarà sempre più attraversata da problematiche etiche, ambito in cui le ideologie devono ritirarsi e lasciar spazio alle coscienze. La disciplina di partito in ambito della libertà più alta, quella della coscienza, in materie non negoziabili, uccide la politica, perché annulla le appartenenze.

Nonostante i social, le relazioni personali, l’incontro con i cittadini, l’ascolto degli enti intermedi crea cultura e appartenenza. Senza fidelizzare gli elettori, i sondaggi hanno poco senso, perché interpretano semmai la volubilità emotiva del momento.

1974, i Mali di Roma e la risposta politica della Dc.

Un’analisi storica e attuale della condizione della città di Roma

Noi confermiamo la nostra vocazione e la nostra fede di cristiani e siamo consapevoli che l’impegno politico per ogni cattolico costituisce uno sbocco dell’aspirazione alla partecipazione agli avvenimenti della comunità locale nella quale operiamo con l’ansia di cogliere nelle vicende degli uomini i segni di cambiamento e le esigenze diffuse di un rinnovamento civile, sociale ed economico.
Ma la riaffermazione della nostra vocazione di cristiani impegnati si precisa con delle scelte che ogni giorno dobbiamo fare come cittadini, di fronte ad una città ed una comunità i cui problemi – nei suoi primati negativi e nella globalità delle carenze – trovano origine in una realtà storica lenta a modificarsi, travagliata da sussulti sempre più incidenti, soffocata da aspirazioni umane crescenti e per le quali i gruppi organizzati ai vari livelli di impegno politico (di quartiere, di zona, di città) non hanno sempre saputo offrire adeguate strutture amministrative, di assistenza e di lavoro capaci di sollecitare la trasformazione auspicata della città in una vera comunità operante.
La nostra vocazione si qualifica, quindi, attraverso delle scelte e delle opzioni che, se traggono origine nella nostra fede di cattolici, trovano tuttavia occasione di misurarsi nell’impegno sociale e politico, dove sovente i comportamenti tendono più a differenziarsi che a coincidere, in uno scontro dialettico con altri comportamenti originati da differenti vocazioni, idee, logiche.
La città ed i suoi problemi divengono, quindi, luoghi di scontri e di tensioni, ed affrontarli vuoi dire confrontarsi e paragonarsi. Per questo motivo i problemi di giustizia diventano problemi stimolanti d’impegno sociale in una dimensione di drammaticità che non è sufficiente fotografare in un immaginario bilancio le cui poste sono le cose fatte e quelle mancate, ma che occorre approfondire con un’azione penetrante che tenga conto, oltre che delle deficienze e delle carenze, anche delle evoluzioni e delle trasformazioni avviate O promosse, delle tensioni sollecitate o suscitate, perché convinti come siamo anche noi che la società stessa è motore e guida del suo sviluppo, dalla società riteniamo che i cristiani politicamente impegnati devono ricevere indicazioni e sollecitazioni. Ma la società a cui guardiamo non è la terra da trasformare in cielo, non è la città del peccato da tramutare in regno di Dio, ma è la terra che vogliamo terra, è la città che vogliamo comunità da costruire ed edificare con l’uomo e per l’uomo.
Da allora la speranza di cristiani diventa un impegno per il politico, la fede diventa dinamicamente azione sociale.
Noi partecipiamo alla vita politica ed alle sue contraddizioni di ogni giorno; come gruppo politico organizzato tendiamo ad esercitare la responsabilità che ci viene in un’azione alla base della quale ci sforziamo di porre le nostre idee e le nostre aspirazioni di cristiani, con i limiti però che incontriamo come cittadini. In realtà cerchiamo e ci sforziamo, non sempre riuscendoci, di dare efficacia sociale alla nostra ansia di vivere la nostra fede.
Ma quali sono le nostre opzioni e le nostre scelte fatte nel mondo e nella società in cui viviamo ed operiamo?
A questo è necessario dare un senso di riscoperta se vogliamo evitare quel distacco dalla realtà sociale che ci circonda perché le condizioni della comunità in generale e della città di Roma in particolare impongono non un’azione ispirata a saldi principi che rendono feconda e costruttiva la presa di coscienza sociale comunitaria e civica ed efficaci le scelte storiche (politiche ed amministrative) che nella comunità romana si rendono necessarie per avviare a soluzione i problemi più urgenti.

Di seguito il link con il testo

La DC sui Mali di Roma

I cattolici e il riarmo

L’attuale dibattito in materia di difesa e sicurezza in Europa è caratterizzato dal riemergere del tema del riarmo. In parte questo avviene, come da tempo avverte Mario Draghi, per il venir meno della certezza che l’Europa possa sempre e comunque contare sullo scudo difensivo americano. E in parte avviene per un fisiologico avanzamento dell’ integrazione europea che induce a discutere di un maggior coordinamento, se non di una vera e propria messa in comune, delle forze armate dei Paesi UE, nella prospettiva di rafforzare il pilastro europeo della Nato. Un impegno riconosciuto anche dalla Nato che nel proprio Concetto Strategico del vertice di Madrid del 2022, definisce l’Unione Europea “un partner unico ed essenziale”.

A questi due fattori che spingono a riconsiderare l’aumento delle spese militari, che in tempi normali verrebbero visti con la dovuta attenzione, senza isterismi e infondati allarmismi, se ne aggiunge un terzo, costituito dal far fronte alla guerra in corso in Europa, sul quale emergono significative differenze di impostazione e di finalità nel dibattito.

Stiamo assistendo a una campagna di stampa internazionale in grande stile, condotta anche dalle principali centrali neocons nel nostro Paese, per inscrivere l’aumento delle spese militari, in sé non necessariamente un male, in una più vasta riconversione bellica dell’economia europea in vista di tempi di guerra che si intendono lunghi e strutturali, ovvero rilegittimando pienamente la guerra come strumento della politica, “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ripudiato dalla Costituzione. Alla base di una tale impostazione vi sono, a mio parere, alcune discutibili convinzioni. La prima è che in questi ultimi anni non siano maturate alternative a quello che Charles Krauthammer definì nel 1990 il “momento unipolare” americano. E, di conseguenza, ogni oggettivo cambiamento degli equilibri globali, dovuto anche solo al fatto che gli extra-occidentali esistono, si riproducono a ritmi maggiori di quelli occidentali e le loro economie si stanno sviluppando più velocemente del previsto, viene visto più come una minaccia che come un’opportunità.

La seconda convinzione che ormai viene ripetuta insistentemente, è quella che incita l’Ue a sostituirsi agli Stati Uniti nel teatro bellico europeo, nel caso di un disimpegno americano dovuto all’esito delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. E a questo fine viene volto quel riarmo europeo che invece non manca di altre valide giustificazioni. Senza dimenticare, peraltro, che un tale riarmo riguarda anche la Germania, attualmente retta da una coalizione di sinistra, ma con un’estrema destra crescente e sempre meno lontana dalle stanze del potere. E senza dimenticare che un grande (rispetto ai membri UE) Paese come l’Italia, annoverato fra quelli che dovrebbero aumentare la spesa militare, dà ogni anno già un contributo di circa trenta miliardi alla Nato. E senza dimenticare , infine, che la Nato è retta da un organo politico, il.Consiglio del Nord Atlantico che riflette le posizioni dei Paesi membri, cui spetta la determinazione delle strategie. Non si capisce per quale ragione tale organismo dovrebbe necessariamente riflettere gli auspici di determinati circoli privati di potere anziché le indicazioni dei governi democraticamente eletti.

Ora, dovrebbe apparire evidente che una tale interpretazione del tema del riarmo europeo possa suscitare più di una perplessità fra i cattolici italiani, anche alla luce delle posizioni espresse dalla Cei e dal Papa Francesco. Soprattutto la dottrina della guerra espressa dal Pontefice, “un crimine contro l’umanità”, ne delegittima il ricorso disinvolto pur riconoscendo il diritto alla legittima difesa, che è sancito anche dall’articolo 51 dello Statuto dell’ONU.

A mio avviso, a questo livello si pone la sfida per i cattolici impegnati in politica. Mettere bene in chiaro che il ricorso al riarmo (che pure porta sempre con sé un segno di contraddizione alla luce delle molte necessità non soddisfatte dei cittadini) in Europa attiene al rafforzamento della capacità di deterrenza dell’Ue e non costituisce una implicita ammissione di aver scelto l’opzione bellica per la costruzione di un nuovo sistema di sicurezza europeo e globale. Il quale, in ultima analisi dipende, per quel che riguarda l’Ue, dalla capacità di porsi sulla scena globale come uno dei protagonisti, distinto e autonomo. E dalla volontà di riconoscere gli altri attori globali, vecchi e nuovi, come interlocutori con pari dignità. Un salto di qualità molto più necessario del riarmo e di un confronto bellico “decades-long” per ricreare un quadro di stabilità e di sicurezza in Europa.

Democrazia e trattori, ovvero la mediazione dimenticata.

I trattori che attraversano l’Italia dimostrano almeno in parte cosa accade quando la politica abbandona la strada della mediazione e del confronto con i corpi intermedi.

Le realtà che si organizzano per rappresentare gli interessi (più o meno) legittimi di categorie e gruppi sociali sono a tutti gli effetti un valore aggiunto per una comunità e il confronto sulle loro istanze, svolgendosi in modo collegiale all’interno della categoria, si arricchisce di elementi di valutazione e di ponderazione che aiutano a maturare delle idee che trasformano le richieste in proposte da avanzare alle istituzioni o alle controparti chiamate a fare delle scelte. I corpi intermedi della società hanno – o sarebbe meglio dire avevano – proprio questa funzione, ovvero essere quel primo banco dove i problemi trovavano un momento di valutazione che superi la semplice visione individuale – e magari avvolte anche egoistica – per approdare ad un’idea più equilibrata che tenga insieme le ragioni di chi protesta e gli interessi della collettività in un quadro di contesto generale.

La mediazione è la ragione che giustifica l’esistenza della politica e soprattutto l’azione che ne deriva per contemperare e comporre interessi tra loro diversi e talvolta addirittura fortemente contrapposti. In questo senso la mediazione ha un valore politico sia in termini formali che sostanziali; in senso formale è un metodo di confronto per la ricerca di soluzioni largamente condivise, ma in termini sostanziali favorisce la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

Nel caso specifico, la scelta di rinviare e ritardare il confronto con gli agricoltori che stanno protestando da qualche settimana va nella direzione opposta rispetto a quella del confronto e della mediazione. Confrontarsi non significa assolutamente condividere – meno che mai assecondare o accettare – le richieste della controparte di turno, ma è un gesto di attenzione e di rispetto verso una sofferenza che viene sottolineata con la protesta in piazza. Molto probabilmente non tutte le istanze degli agricoltori in agitazione sono condivisibili ed accoglibili, ma chi ha una responsabilità di governo non può trattare come premessa ciò che dovrebbe invece essere la conclusione di un confronto con le parti interessate.

La vicenda della protesta agricola sta dimostrando che la crisi di partecipazione e di rappresentatività non risparmia nessun ambito politico o sociale; la protesta dei trattori ha infatti come obiettivo anche le associazioni di categoria più organizzate e blasonate. Anche questa protesta si collega quindi al tema più generale della crisi del sistema di democrazia rappresentativa. Per questo va recuperato in fretta il valore della mediazione politica con la funzione centrale dei corpi intermedi, altrimenti l’eccessiva frammentazione della società metterà in discussione il concetto stesso di comunità organizzata con un aumento incontrollato della conflittualità sociale.

Ma il Centro…dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va.

Cresce la voglia di Centro e, al contempo, cresce la frammentazione del Centro. Apparentemente un paradosso ma, in effetti, non lo è. Per la semplice ragione che quando un progetto politico non è sufficientemente chiaro nelle sue finalità rischia di essere esposto al vento della frammentazione e della casualità. Un processo simile a quello che ormai da anni caratterizza l’area del cattolicesimo politico italiano dove il dogma dell’autoreferenzialità e della divisione ha soppiantato quello dell’unità e della stessa responsabilità.

Ora, per non fare di tutta l’erba un fascio, è appena il caso di ricordare che alle ormai prossime elezioni europee il Centro si presenterà ma, purtroppo e quasi sicuramente, in mille prezzi. Il modo migliore non per riaffermare un progetto politico e una prospettiva a lungo termine ma solo per contendersi il fatidico 4%. Quando, invece, del Centro e della “politica di centro” ce n’è bisogno perché non può essere la deriva degli “opposti estremismi” la regola aurea che disciplina il buon funzionamento del sistema politico italiano. 

Quando manca l’efficacia e il richiamo di un progetto politico chiaro, trasparente e immediatamente percepibile, è giocoforza che prevalga il virus della divisione e della polverizzazione. Al riguardo, è indubbiamente importante lo sforzo di Emma Bonino di convocare il prossimo 24 febbraio a Roma tutti coloro che si riconoscono nel medesimo gruppo europeo a presentarsi sotto un’unica sigla anche in Italia. È quasi un richiamo al buonsenso prima di qualsiasi valutazione politica o progettuale. Ed è proprio su questo versante che si percepisce il deficit di politica, vale a dire la mancanza di una visione strategica del Centro nella politica italiana. A partire, certamente, anche dalla prossima consultazione europea.

E non può essere la lodevole iniziativa di Bonino a colmare questa carenza e questo vuoto. E, di fronte a questo quadro, è sempre più evidente che l’unico progetto politico da perseguire su questo versante è quello di una nuova e rinnovata Margherita. Non per replicare nostalgicamente il passato ma, al contrario, per riproporre un progetto politico riformista, centrista, liberale e di governo nel nostro paese. Un modello organizzativo e un progetto politico che nel passato sono riusciti a condizionare la visione riformista e di governo nel nostro paese e, al contempo, a rilanciare una proposta che nel tempo è poi stata, purtroppo, sacrificata sull’altare di un crescente e sempre più nefasto “bipolarismo selvaggio”. E oggi abbiamo semplicemente bisogno di un partito plurale, democratico al suo interno, non personale e, soprattutto, autenticamente riformista. Appunto, abbiamo bisogno di una nuova Margherita. E per far decollare questo progetto – seppur in assenza di quei leader e statisti che lanciarono quella proposta all’inizio degli anni duemila – saranno ancora una volta decisivi il pensiero e la cultura del cattolicesimo popolare italiano. Che, storicamente, sono alternativi, esterni ed estranei a qualsiasi deriva leaderistica, populista, demagogica e anti politica. Questo è il progetto, se non l’unico progetto, per rilanciare il Centro e “la politica di centro” senza inseguire slogan sterili o perseguendo sfide autoreferenziali e del tutto divisive.

Dibattito | Sul terzo mandato piovono veti inammissibili.

Ammesso che la battaglia di Salvini per il terzo mandato sia motivata dalla necessità di bloccare Zaia nella sua regione altrimenti c’è disponibile il candidato a succedergli a capo della Lega, è altrettanto vero che l’operazione sta a cuore alla Meloni per liberarsi di uno scomodo Salvini e tentare di addomesticare la Lega. A questo punto il problema è di sopravvivenza e nessuna ritorsione può essere esclusa da Salvini. 

Primo classificato nello stupidario è il capogruppo Pd a Montecitorio l’on. Boccia. Che dire della sua infelice espressione: “No a sindaci satrapi”, che tali sarebbero se superano i due mandati? Viene spontanea ed appropriata la risposta: “Boccia-to!”. Spiace che a parlare in questo modo sia uno dei massimi esponenti di un partito che, unico nel panorama politico, a livello statutario preveda le primarie aperte a tutti per la scelta del segretario. Ciò ricorda molto bene che il mandato democratico viene dagli elettori in omaggio al concetto del “Cittadino arbitro” di Roberto Ruffilli, ovvero di un cattolico democratico che con Moro e Bachelet ha pagato con la vita. 

In coscienza, un parlamentare non scelto dal popolo si rende conto che i rapporti quotidiani con l’elettorato, il più diretto e personale, è di chi sta in trincea nei comuni? Sa, l’on. Boccia, quale valore formativo abbia fare il Sindaco per il ricambio di classe dirigente, dal basso verso l’alto, e i tempi che occorrono per portare a successo un programma ambizioso per la propria comunità? e il logoramento che comporta, come pure i tanti abbandoni per chi sta in trincea contro ogni sorta di pericoli? I fautori del no sanno di andare contro il valore formativo e di testimonianza della più grande scuola democratica rapprentata dallo Stato delle autonomie, vero gioiello della Costituzione grazie all’apporto determinante dei cattolici democratici e salvaguardia della vita democratica durante tutta la guerra fredda? Possibile che non si percepisca un fenomeno come quello della  longevità e connessa crescita di esperienza e saggezza? Ed è un puro caso il doppio mandato di 7 anni conferito a Mattarella, quasi equivalente ad un terzo mandato? E’ questo il modo migliore di stare in Europa dove nessuno si sogna di mettere limiti al mandato popolare? 

La Merkel ha accumulato ben 4 mandati consecutivi – bisogna che ce ne ricordiamo – con un peso determinante per tutta l’Europa e non senza riflessi sul mondo intero. Spetta agli elettori decidere. O è meglio ricondurre le decisioni al chiuso di oligarchi di un potere politico sempre più personale, con la logica umiliante e forzata dell’uomo solo al comando? Serve una riflessione ponderata e, soprattutto, un bagno di realismo. Certe polemiche non aiutano a individuare quale sia la questione più urgente e delicata, posta in realtà, per chi non abbia i paraocchi, esattamente all’incrocio del rilancio o del declino della democrazia.

La Voce del Popolo | Il Paese ha bisogno di sentirsi unito

C’è sempre un attimo in cui il Paese si raduna e celebra la sua unità attraverso la moltiplicazione delle sue differenze: l’attimo del festival di Sanremo.

Ogni anno ce lo ripetiamo con stucchevole monotonia, celebrando gli indici di ascolto più alti di tutta la stagione televisiva, dando fiato alle trombe delle polemiche tra di noi e ritrovando il nostro significato dentro il flusso di tutte quelle differenze, quelle sfide, quelle polemiche, quei litigi che dal palco dell’Ariston entrano di prepotenza nei nostri salotti.

La figlia d’arte che trionfa in nome del padre, la veterana che non si rassegna al passare degli anni, l’emarginato che si conquista le luci della ribalta, il trasgressivo che gioca a fare scandalo. E poi gli applausi, i fischi, le lacrime. E il giorno dopo le polemiche, le riflessioni, i commenti alati e quelli più terra terra. La banalità e l’originalità che si tengono per mano, difficili da distinguere. E la ritualità delle sentenze che poi se ne traggono, e lo scontato bla bla bla che ne segue (compreso questo mio, ovviamente).

C’è tutto, nel festival e nel dopo festival. Compreso il fatto che quel successo che si ripete di anno in anno ci racconta una cosa che la politica trascura. E cioè che il nostro Paese ha un gran bisogno di trovare un attimo, anche solo un attimo, per sentirsi ragionevolmente unito. Con tutte le differenze, le polemiche, i litigi, s’intende. Ma anche con la consapevolezza che il senso di tutte queste dispute è il loro svolgersi sotto la volta di uno stesso destino sia pure un destino conteso. In una parola, quello che la politica non riesce più a fare per suo conto.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 14 febbraio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Franco Salvi, un ‘sacerdote’ della vita democratica.

Franco Salvi moriva la sera del 28 ottobre 1994. La malattia fisica lo aveva aggredito da tempo. La malattia dello spirito, il declino delle energie morali, il morire, erano cominciati con l’assassinio di Aldo Moro ed erano precipitati con l’uccisione di Bachelet nell’atrio della Sapienza. Lo avevano trovato, Franco, accasciato ad un angolo dell’università, perso nella disperazione.

Bachelet era l’amico intimo rimasto dopo la morte di Moro. Moro, era stato la ragione di vita e di impegno di Franco. Quel leader e le idee che incarnava non erano solo teorie, principi etici, ragioni politiche, progetti illuminati, ma prassi di una gestione dello Stato che si andava inverando pur fra mille difficoltà e feroci avversioni interne e internazionali.

[… ] E capiva Franco che, con la morte di Moro l’Italia sarebbe entrata in una regressione di idee, in una confusione progettuale, in un disorientamento politico da cui non sarebbe stato facile uscire.

Dopo molti decenni, ancora oggi all’Italia non è riuscito di ritrovare il percorso, una traiettoria di progresso morale, un sentiero di futuro. Perché il Paese non ha avuto il coraggio di rivisitare i suoi anni Settanta e di sistemarne, ordinatamente, gli avvenimenti che li hanno attraversati. Nel male ed anche nel bene.

Si è chiusa la stagione dei partiti, perno della vita democratica sancita dalla Carta Costituzionale. Si è archiviata, per colpe proprie e dell’episcopato italiano, la storia dei cattolici impegnati in politica. La sinistra, con la morte di Moro, e lo spaesamento di Berlinguer, si è sciolta nel mare delle proprie contraddizioni storiche. La stagione delle stragi, da piazza Fontana a piazza Loggia alla stazione di Bologna, insieme alla irruzione drammatica del brigatismo rosso, determinarono le ragioni del riflusso.

Vent’anni di egemonia berlusconiana hanno sfarinato la democrazia partecipativa, dando vita al populismo politico, all’individualismo di una società malata di solitudine, curata adesso con il narcisismo social. Non estraneo alla deriva dei no vax che impedisce la sconfitta definitiva del virus che ha stravolto la nostra vita collettiva nel biennio 2020-2022.

Franco Salvi fu fra gli ultimi cavalieri, uno degli ultimi sacerdoti della vita democratica dei cattolici impegnati. Uso termini sacrali perché così lui pensava la democrazia, un rito che esigeva costi personali, sacrifici individuali, fedeltà non discutibili. Visse come un samurai, una vita dedicata alla moralità dei fini. Morì come i soccombenti per eccesso di virtù. In letteratura sono modelli, i don Chisciotte, i Cyrano de Bergerac.

In politica sono i molti leader sconfitti dal potere ma testimoni di una idea, di una utopia, di una aspirazione più alta delle nostre mediocrità. È la storia del Risorgimento, della lotta di liberazione, dei Costituenti per la democrazia in Italia e in ogni parte del mondo. Così fu la vita di Franco Salvi, dalla militanza nella Resistenza, dal carcere nazista di Verona, dalla leadership nelle fiamme verdi, da una saga familiare ancora tutta da scrivere.

Il suo carisma bresciano lo esercitava con incontri settimanali nella grande sala della dismessa farmacia paterna nel quartiere popolare del Carmine. Una sala rimasta sempre arredata dai grandi vasi medicinali della farmacia di Emilio Salvi che per decenni aveva servito i poveri della città e che, per tutto il periodo della Resistenza, è stata la sede della clandestinità, dei comitati di liberazione, degli incontri segreti, degli approdi rischiosi.

Dentro, crebbe una famiglia di leaders sociali e politici e culturali. Una palestra riconosciuta di educazione all’esercizio esemplare della cittadinanza.

[…] I Salvi, come i Trebeschi, i Montini, i Bazoli, i Minelli sono la storia di Brescia e del suo cattolicesimo sociale e liberale.

Sono non solo l’ossatura, la trama della tenuta civile della città, ma l’identità culturale, la leadership politica per lunghi anni, fino a quando la politica rimase portatrice del ruolo essenziale della tenuta e della crescita sociali. Ma lo furono perché l’egemonia del cattolicesimo che quelle famiglie interpretavano era universalmente riconosciuta.

Il loro era un impegno che si generava nei capisaldi della responsabilità individuale, nell’universalismo cristiano, nel progetto capace di coinvolgere l’intera società, non una parte di essa. Sono famiglie che hanno pagato prezzi alti, fedeli ad un comportamento divenuto concezione di vita, emblematico di una storia del cattolicesimo democratico.

Dopo la guerra Franco Salvi si impegnò immediatamente nella ricostruzione. Fu presidente nazionale della FUCI per volere di Montini, poi Paolo VI. E in breve, iscritto alla D.C., divenne responsabile della Camilluccia, la scuola quadri del partito. Passò da lì l’intera classe dirigente democristiana, metà del giornalismo italiano, tutta la dirigenza dell’industria pubblica.

Fu a lungo parlamentare, primo collaboratore di Aldo Moro, con i leader della sinistra, e le figure d’oltre Tevere, le teste pensanti del Vaticano. Incarnò in prima persona la linea politica del cattolicesimo democratico.

Gettò a lungo lo sguardo sui problemi internazionali con collaborazioni dirette e indirette, promosse movimenti, fu presidente di associazioni per l’Africa e per l’Est Europa. Alla fine accettò ruoli secondari, incarichi di modeste identità. Non chiese mai nulla per sé, la sua carriera, il suo prestigio. Ho incontrato due anni fa, poco prima che morisse, Nicola Rana, l’intellettuale di Moro. Abbiamo parlato a lungo di Franco. Mi ha confermato che Franco Salvi è stata una delle personalità più rigorose e cristalline della D.C. italiana e che non ebbe ciò che meritava.

Molte volte il suo nome figurava nella lista dei ministri da nominare, ma lo stesso Moro ne chiedeva la rinuncia.

Franco, diceva, doveva stare al partito, doveva dirigere il gruppo, essere il riferimento delle mille controversie che nascevano in ogni parte d’Italia.

La fedeltà, il coraggio, la testimonianza, lo sguardo al futuro, la passione per il rigore e la verità, l’assunzione del rischio personale, sono tutte qualità che si trovano intatte nel discorso storico che Franco pronuncia dalla tribuna del XIV congresso D.C. del febbraio 1980. Lo ricorda in una bella pagina Corrado Belci nella biografia dedicata a Franco. Fu deriso, insultato, fischiato dai dorotei e da quanti stavano aderendo ad una linea che era un insulto alla memoria di Moro.

Denunciò l’ipocrisia, il potere fine a sé stesso, il trasformismo imperante, le congiure, il capovolgimento e il tradimento della linea di Moro e Zaccagnini. Faticò a terminare l’intervento. Le sue parole erano sommerse da urla e minacce. In tribuna stampa, dove io sedevo, arrivavano solo echi e stralci del discorso. Ma Salvi, un piccolo punto grigio, isolato e solitario sulla tribuna al centro di una assemblea babelica, non si intimidì. “Amicus Plato, concluse, sed magis amica veritas. Per questo, amici, ho parlato, ho creduto doveroso dire quello che vi ho detto”.

Ed era come un addio, un congedo limpido in una stagione in cui sarebbe cominciato il declino finale di una lunga storia.

 

 

Il capitolo dedicato a Salvi, qui pubblicato con due piccoli tagli per gentile concessione dell’autore, rientra in un volume contenente una bella raccolta di ritratti biografici (T. Bino, Persone, La Quadra Editrice, 2023).

La via italiana all’eutanasia

Il 9 Febbraio del 2009 moriva a Udine Eluana. Sono passati 15 anni, ma sembra un secolo. Il terreno di gioco è profondamente mutato e non certo nel senso del rispetto della vita.

Eluana morì quando fu accolta la richiesta del padre/tutore di sospendere ogni cura, fino a provocare la morte della paziente, sulla base di una presunta affermazione precedente di volontà. Di questa volontà non fu possibile verificare fino in fondo la consistenza, dato che il giudizio si svolgeva in sede civile e senza reale contraddittorio, nell’impossibilità dunque di portare prove diverse, per quanto fossero state notoriamente individuate.

Eluana fu consegnata a una associazione costituita il giorno prima che aveva come unico scopo statutario quello di por fine alla vita della paziente. Il dramma, che allora lacerò l’Italia, si consumò appaltando alla stessa associazione alcune stanze di una struttura sanitaria udinese, temporaneamente cedute per evitare i divieti del Ministro della Sanità. Fu così resa disponibile struttura di degenza al di fuori del SSN, malgrado fosse stata aperta senza le dovute autorizzazioni.

Eluana purtroppo si rivelò presto essere solo uno strumento per coloro che avevano progettato già da allora la via italiana all’eutanasia.

Dopo di allora, infatti, è incominciato il turismo della morte verso la Svizzera, organizzato da Marco Cappato, fino alla svolta impressa dalla morte il 27 febbraio 2017 di Fabiano Antonioni (noto come DJ Fabo). Al ritorno da Zurigo, Cappato si autodenunciava per l’aiuto al suicidio.

Alla fine di dicembre dello stesso anno, la Camera, relatore il cattolico Marazziti, approvava la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) e la sedazione terminale profonda. La possibilità di rifiutare i sostegni vitali, ottenuta per Eluana solo al termine di una battaglia giudiziaria durata per anni, diveniva con la 219 un diritto esigibile da chiunque all’interno delle strutture del SSN, con la garanzia della sedazione profonda perché la scelta suicidaria non fosse scoraggiata dalla paura di sofferenze a causa della procedura.

Il 14 febbraio del 2018 la Corte d’Assise di Milano invece di condannare il reo confesso assecondava l’intenzione che stava dietro all’autodenuncia di Cappato, chiedendo alla Corte Costituzionale la valutazione della legittimità del reato di aiuto al suicidio.

Il 27/11/2019 è stata pubblicata la sentenza della Consulta che, proprio facendo leva sulla legge 219/2017, equipara la morte per rinuncia ai sostegni vitali ad un suicidio autorizzato, estendendo la possibilità di realizzarlo anche attraverso l’autosomministrazione di farmaci letali. La Consulta non ha cancellato il reato, ma lo ha reso non punibile quando esso avvenga su richiesta di persona dipendente da sostegni vitali. La Consulta peraltro non ha posto alcun obbligo in capo al SSN, proprio perché il suicidio non rientra tra i compiti dello stato, il cui dovere, secondo la Corte, è invece quello di tutelare la vita e promuovere la salute.

Il resto è cronaca di questi giorni, con la rincorsa dei Consigli regionali a cercare di approvare le proposte di legge di iniziativa popolare promosse dalla Associazione Coscioni di Marco Cappato.

Ultima strampalata iniziativa è quella di Stefano Bonaccini. Il Presidente della Giunta regionale dell’Emilia Romagna, nell’impossibilità di far passare la proposta di legge Cappato senza spaccare il Pd, ne traduce i contenuti in una delibera amministrativa che di fatto introduce il suicidio assistito tra le prestazioni del Servizio sanitario regionale.

La scelta di Bonaccini di intervenire per via burocratica e non già legislativa serve anche a risparmiare al Pd emiliano interventi censori, come quelli adottati in Veneto contro la Consigliera Bigon, rea di aver fatto prevalere la coscienza sulla disciplina di partito. Pur di evitare interventi punitivi che avrebbero inevitabilmente fatto risaltare la mentalità illiberale ancora prevalente nel Pd, Bonaccini si inventa dunque un atto amministrativo che non discende, come dovrebbe, da una norma legislativa, ma che si colloca autonomamente e arbitrariamente.

Occorre a questo punto rilevare che in teoria, stando alla Corte Costituzionale, il suicidio di stato dovrebbe essere assicurato solo a chi lo richieda mentre è tenuto in vita da sostegni vitali. Nei fatti, tuttavia, la giurisprudenza è già all’opera per equiparare la l’assistenza ordinaria a un sostegno vitale. È quanto accaduto per esempio alla paziente triestina nota col nome di Anna, che non dipendeva da alcun sostegno tecnologico.

Malgrado qualche inceppo, come accaduto di recente in Veneto, è indubbio che in soli 15 anni dalla morte di Eluana, grazie a una sapiente regia, l’uso indotto e strumentale di casi limite, il gioco di sponda di alcune procure, gli interventi della Corte Costituzionale e la giurisprudenza abbiano fatto compiere grandi passi in avanti alla cultura individualistica del “diritto” alla morte anticipata. In Italia l’opinione dominante sembra avviarsi allegramente verso la richiesta di una legalizzazione generalizzata dell’aiuto al suicidio. Quando ciò si tradurrà in leggi e in prassi ne risulterà inevitabilmente stravolto il significato stesso delle professioni e delle istituzioni sanitarie, mentre la posizione dei più fragili ne uscirà psicologicamente e materialmente indebolita, indotti, se non moralmente obbligati, ad uscire di scena per non essere di peso. La loro vita non avrà senso, infatti, rispetto ai costi che comporta il tenerli in vita. Sarà il trionfo della visione efficientistica dell’uomo e la morte, in tutti i sensi, della società solidaristica. In una società di vecchi sempre più vecchi, ma biologicamente tenaci, suicidio assistito ed eutanasia possono costituire una importante valvola di scarico per la lievitazione dei costi per la sanità e l’assistenza.

Sarebbe opportuno che almeno quanti affermano di riferirsi in politica al popolarismo e alla tradizione dei cattolici popolari si rendessero conto della deriva che ci attende con l’enfasi sui diritti individuali. Che Zaja e Toti abbiano sposato la linea Cappato dovrebbe aprire loro gli occhi. Del resto, Eluana poté morire a Udine 15 anni fa solo grazie all’impegno dell’allora Presidente della Regione Renzo Tondo, notoriamente non di sinistra.

 

GIan Luigi Gigli

Deputato nella XVII Legislatura

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di Udine

Solo la politica è leva di cambiamento

Sicuramente non è più tempo di false illusioni rispetto alle vicende di un mondo che va incontro al pericolo della sua autodissoluzione. Ormai quello che conta è il potere forte che ha varie ramificazioni nell’attuale società mondiale e globale. Tutto è finalizzato al denaro e quest’ultimo rappresenta anche il metro di misura per scalate personali di carriera che lasciano il tempo che trovano.

Da dove proviene questo degrado che non esito a definire sociale e ideale? La perdita dei valori di questa società inizia sin dagli anni Settanta con la scristianizzazione e con l’avvento di quel radicalismo che, nella sua versione classica, riduceva questa vita terrena a semplice materialismo, per cui tutto era in funzione del piacere e dell’interesse personale.

Sicché oggi ci troviamo a dover affrontare una crisi di valori, di motivi umani, di comportamenti che risultano essere la conseguenza del degrado individualistico ed edonistico di questa società.

Probabilmente la cultura americana (ma non di meno quella russa e cinese) hanno fatto scuola nelle menti e negli stili di vita di una parte preminente del popolo italiano (e non solo).

Se, infatti, volgiamo lo sguardo a quello che avviene all’interno dell’Europa, non si può non constatare una situazione tale che conio con il nuovo termine “denarocrazia”.

Il governo del denaro (affari) rappresenta il motore di questa politica che varca gli stessi confini europei per abbracciare i corsi politici realizzatisi in Russia (dopo la fine dell’URSS), nella Cina cosiddetta comunista, negli USA, ma anche in quei Paesi che non hanno conosciuto l’economia del benessere e che oggi guardano solo ed esclusivamente al denaro.

Si dirà, questo è il progresso di questa società! Ma quale progresso? Non è forse il segno di un degrado umano e politico allo stesso tempo che segna il passaggio dalla società solidale a quella individuale, secondo i canoni del radicalismo anticristiano e funereo?

Un semplice articolo, certo, non basta per portare a conclusione un pensiero che dovrebbe spaziare nei vari campi della vita sociale. Ma almeno una sincera riflessione, credo aiuti quanti credono che ci siano ancora margini di manovra ideali per ostacolare questa deriva autoritaria e monetaria in atto che passa sotto il termine abusato di nuovo progresso.

In realtà, si tratta soltanto di una finzione che risponde a quella piccolissima élite che detiene più dell’ottanta per cento della ricchezza mondiale e che, sulla base di questa forza, determina i corsi della politica mondiale, anche all’interno dei vari Stati.

Il problema è, allo stesso tempo, antico e moderno. Antico per essere stati incapaci a contrastare la cosiddetta democrazia liberale con la democrazia solidale (o comunitaria). Moderno perché le varie formazioni progressiste hanno rinunciato (per comodità anche elettorale) a svolgere il proprio ruolo pedagogico nel saper formare e costruire una società ed una realtà politica capace di sapersi opporre alle oppressioni del denaro e degli interessi spiccioli di alcuni Stati che ritengono ancora oggi essere protagonisti e condottieri rispetto ai risultati della seconda guerra mondiale.

Enrico Mattei ed Aldo Moro ci hanno insegnato (pagando con la vita) che uno Stato è sovrano se può determinare autonomamente il proprio futuro ed il progresso dei suoi cittadini. A questa lezione bisogna fare riferimento se davvero la politica ha ancora un senso.

Gli errori americani e il rafforzamento iraniano

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

Dopo l’errore compiuto abbattendo il regime iracheno di Saddam Hussein senza aver preparato un “dopo” che potesse realisticamente reggere a livello popolare e politico in quel contesto, troppo diverso da quello occidentale e non pronto nell’immediato per una democrazia di tipo tradizionale, gli americani hanno pensato di poter progressivamente ridurre il proprio impegno nell’area mediorientale. Così, a cominciare dalla presidenza Obama e proseguendo con quella Trump (certo, con modalità di approccio alla questione e toni assai diversi fra le due) hanno diminuito non tanto la “presenza militare” nell’area quanto quello che potremmo definire il loro “interesse” all’area medesima, un elemento di natura psicologica che sempre anticipa le scelte che si attueranno e che un attento osservatore esterno è in grado alla lunga di cogliere. Gli ayatollah iraniani lo colsero prima di altri.

Il grande errore di Obama fu in Siria, quando non attaccò il regime di Assad dopo averlo minacciato di severa punizione se avesse utilizzato il gas nervino contro la sua popolazione nel corso della guerra civile combattuta in quegli anni. Cosa che il dittatore fece. Fu quello il segnale che gli Stati Uniti avevano optato per una presenza minore, consapevoli dello sbaglio commesso a Bagdad anni prima e animati ora da una visione più consapevole delle differenze esistenti, e con ciò da rispettare, fra cultura laica occidentale e mondo islamico, come era emerso dal grande discorso tenuto al Cairo proprio da Obama agli albori della sua presidenza.

Trump per parte sua era arrivato al potere garantendo agli elettori un minor dispendio di risorse economiche nella politica estera per dirottarle su quella domestica, e già questo era un messaggio al mondo che in molti avversari degli USA compresero bene. A cominciare da Putin. Ma anche a Teheran capirono. Il ritiro dall’accordo sul nucleare a suo tempo firmato da Obama poteva all’apparenza sembrare un irrigidimento americano, e così in effetti era (anche perché accompagnato dalla forzatura pro-israeliana che portava a Gerusalemme la capitale dello stato ebraico) ma rivolto solo all’Iran, per focalizzare gli sforzi e ridurre gli impegni nella regione, una volta che si fosse sconfitto lo “stato islamico” sorto nel frattempo nei territori fra Iraq e Siria insinuandosi fra le macerie delle abortite “primavere arabe” del 2011.

La elaborazione degli “Accordi di Abramo” e il rafforzamento delle relazioni d’affari col regime saudita erano un ulteriore conferma, per gli ayatollah, che la crescente attenzione di Washington per un altro e lontano quadrante geopolitico – quello del Mar Cinese meridionale – avrebbe distolto, appunto, “interesse” strategico dall’area nel suo insieme, concentrandolo prevalentemente sul nemico iraniano, ovvero su di essi. In un qualche modo anche la prima decisione adottata dal nuovo presidente, Joe Biden, l’abbandono dell’Afghanistan a sé stesso, confermava la teoria del disimpegno americano.

L’idea di colpire Israele (e dunque indirettamente anche Washington) non direttamente bensì “per procura” a mezzo di altri attori operanti sul territorio venne dunque sviluppata negli anni anche a fronte di queste osservazioni sul nuovo comportamento statunitense e si definì in parallelo alla “costruzione” di quella cosiddetta “Mezzaluna sciita” che dovrebbe unire Teheran con il Mediterraneo attraverso una sorta di autostrada che transitando dall’Iraq collega l’oriente persiano con il confine israeliano sulle alture del Golan e oltre sino alle spiagge libanesi e siriane. L’ideologo di questo ambizioso obiettivo fu il generale Qasem Soleiman e furono infatti le sue brigate al-Qods composte dai pasdaran “Guardiani della Rivoluzione”, l’ala militare più radicale del regime, distinta dalle Forze Armate ufficiali, a prenderselo in carico, sostenendo allo scopo vari gruppi islamici di matrice terrorista attivi nella regione.

Vennero così finanziate, addestrate, armate le comunità sciite presenti in altri stati, venne sostenuto Assad e il suo regime alawita-sciita, vennero combattuti i sunniti radicali dell’ISIS con milizie locali e anche provenienti dall’Iraq e pure dal Pakistan. Venne rafforzata la dotazione missilistica di Hezbollah, operativo da lustri in Libano in funzione anti-israeliana e di fatto in grado di influenzare pesantemente i governi libanesi via via succedutesi nel Paese dei Cedri, oltre che larghi strati della sua popolazione. A Teheran si comprese altresì la possibile forza di un lontano e oscuro movimento sciita yemenita, Houthi, e lo si finanziò allo scopo di renderlo un incursore assai insidioso per i sauditi e per gli interessi commerciali americani, europei, israeliani, arabi nel Mar Rosso, via marittima fra le più importanti a livello mondiale. Si giunse inoltre a sostenere Hamas, pur non sciita, in quanto utile strumento per tenere sotto pressione Israele a sud-est ma anche per il suo potenziale dirompente all’interno di un mondo sunnita ormai propenso ad accordarsi con l’odiato stato ebraico. Si finanziarono inoltre pure altri gruppi minori intrisi di fanatismo e radicalismo anti-israeiano e anti-occidentale – dalla Jihad islamica palestinese della West Bank alla Resistenza islamica irachena – che tornavano utili in questo progettato assedio sciita al nemico sionista, al suo alleato americano e ai musulmani sunniti.

È a mezzo di questa galassia delineata e costruita nel tempo che oggi l’Iran degli ayatollah attacca gli avversari, minacciando la distruzione di Israele, competendo con l’Arabia sunnita per il dominio regionale, rendendo pericolose le vie commerciali sul Mar Rosso e nel Golfo di Oman. Questa rete di alleanze gli consente inoltre di “proteggersi”, sia evitando un confronto diretto con Israele (che non vuole rischiare) sia creando profondità territoriale strategica a occidente dei suoi confini.

In questo quadro, la Russia ha rafforzato i suoi legami con l’Iran; la Cina osserva con interesse le nuove difficoltà americane; gli Stati Uniti si rendono conto, forse, degli errori commessi ma nel frattempo si ritrovano in mezzo ad una competizione presidenziale che minaccia di far tornare alla Casa Bianca un soggetto che ipotizza lo scioglimento della NATO; l’Unione Europea, al solito, valuta il da farsi. E intanto Teheran è sempre più vicina a possedere l’arma nucleare, pare.

L’allarme di Padre Greiche per l’escalation di Rafah

Prima a nord, Gaza, poi Khan Younis e oggi Rafah. L’attenzione, e la preoccupazione della comunità internazionale, è oggi concentrata nell’area più a sud della Striscia. Nell’enclave palestinese il governo israeliano di estrema destra da oltre quattro mesi ha lanciato una guerra sanguinosa (oltre 28mila le vittime, in larga maggiorana civili fra cui donne e bambini), in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre che ha causato 1200 morti in Israele. Laddove sorge la porta meridionale di ingresso nella Striscia, al confine con l’Egitto, sono ammassati fino a 1,4 milioni di rifugiati che hanno abbandonato le loro case in seguito all’avanzata dei militari dello Stato ebraico. Ora, però, non è rimasta alcuna via di fuga e l’annunciata offensiva di terra, preceduta nei giorni scorsi da pesanti bombardamenti dei caccia con la stella di David che hanno lambito i campi profughi e distrutto una moschea, potrebbe avere conseguenze “disastrose” secondo l’Onu.

 

LEgitto congela Camp David?

Spostandosi sempre più a sud, il fronte della guerra di Israele ad Hamas rischia di coinvolgere anche l’Egitto, che osserva da vicino quanto sta avvenendo a pochi metri dal proprio territorio. Il governo del Cairo rilancia gli sforzi per un cessate il fuoco e il raggiungimento di una “soluzione radicale” alla crisi, esplorando ogni via diplomatica – per ora – nel tentativo di avviare “seri negoziati” di pace. Il Paese dei faraoni ha più volte ribadito in queste ore la propria opposizione a una operazione di terra, dalle conseguenze più che mai incerte e che rischia di avviare un esodo di massa di disperati che non hanno più altro luogo per sfuggire alle bombe. Colpire Rafah e, in parallelo, continuare a impedire l’ingresso di aiuti nella Striscia secondo il Cairo rischia di peggiorare una catastrofe umanitaria già in atto, per questo non esclude la possibilità di sospendere i trattati di pace di Camp David con Israele. E aprire un ulteriore fronte di crisi internazionale in un’area mediorientale in cui si moltiplicano i focolai di guerra e di tensione.

“L’escalation di Rafah – spiega ad AsiaNews p. Rafic Greiche, già presidente del Comitato dei media del Consiglio delle Chiese d’Egitto e portavoce della Chiesa cattolica egiziana – è molto pericolosa. Israele vuole prendere i confini, bombarda anche il muro che separa la Striscia di Gaza dall’Egitto e che permette il transito dei palestinesi verso il Sinai”. Per il sacerdote quanto sta avvenendo negli ultimi giorni “rappresenta una grave escalation”, perché “gli israeliani si stanno imbarcando in un’avventura davvero molto, molto grande. Spero non accada nulla di irreparabile – avverte – e, soprattutto, che non ci sia una nuova guerra fra Israele ed Egitto perché il rischio è reale e concreto”.

Vi è poi un secondo elemento, prosegue, che è l’intenso lavoro diplomatico che sta svolgendo il Cairo da dietro le quinte e coinvolge Israele, Hamas, Stati Uniti e il Qatar “per arrivare a un cessate il fuoco” e che l’escalation ai confini può compromettere. “Se Israele volesse davvero la pace – afferma p. Rafic – non avrebbe senso alimentare la guerra al sud, a Rafah, ai confini. Questa – avverte – è davvero un’avventura dai risultati imprevedibili” anche perché “sebbene l’esercito egiziano non sia forte e numeroso come quello di Israele, il pericolo è grande per tutti”.

 

Rafah: Israele blocca gli aiuti

“Noi egiziani – racconta il sacerdote – vogliamo la pace” mentre oltre-frontiera lo Stato ebraico sembra disposto a procedere incurante delle conseguenze, anche perché “chi pagherà il prezzo non sarà Hamas, ma gli abitanti di Gaza: anziani, donne, bambini che muoiono ogni giorno” e già oggi i risultati sono visibili anche in territorio egiziano. “L’Egitto sta cercando di aiutare le persone nella Striscia, prova a fare in modo che beni e aiuti entrino a Rafah – racconta p. Rafic – ma gli israeliani lo impediscono mettendo ultra-ortodossi ai confini che bloccano il passaggio dei convogli umanitari”. Dal Paese dei faraoni l’opinione comune è che “gli israeliani stiano cercando di provocare un esodo di massa della popolazione verso l’Egitto” sottolinea p. Rafic, evocando la (temuta) seconda Nakba già ricordata a più riprese in questi ultimi giorni da analisti e operatori umanitari sul campo. “Israele – conclude – sembra voler svuotare la Striscia per poi poterla occupare, questa sembra essere l’impressione di noi egiziani. Anche per questo il governo sta minacciando di congelare tutti gli Accordi di Camp David [che hanno portato al trattato di pace israelo-egiziano del 1979] e questo è molto pericoloso”.

Preoccupazioni, quelle del sacerdote egiziano, condivise sul fronte israelo-palestinese da p. Ibrahim Faltas, Vicario della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme. “Una situazione che si fa sempre più grave – racconta – come emerge dal numero elevatissimo dei morti nelle ultime ore. Dalla vittime al milione e 400mila profughi ammassati, sino alla minaccia di congelare Camp David – prosegue il religioso – siamo di fronte a una pericolosa escalation”. La Striscia rischia di trasformarsi “in un cimitero a cielo aperto”, per questo “come Chiesa di Terra Santa rinnoviamo l’appello a un cessate il fuoco, unica via per la pace. No alla violenza, no alla guerra e ritorno ai negoziati dopo 130 giorni di conflitto e un numero fra morti e feriti che ha superato i 100mila”. E in questa prospettiva, una invasione di terra a Rafah “sarebbe un disastro, il dramma finale per questo oggi più che mai – conclude p. Ibrahim – la comunità internazionale è chiamata a intervenire”.

 

Un popolo in trappola

Le testimonianze che giungono da Rafah sono sempre più drammatiche, con immagini di famiglie che dormono per strada o, le più “fortunate” in tende al gelo, tutti accumunati dalla ricerca vana di cibo, acqua, medicinali o coperte. Ai residenti originari si è andato ad aggiungere l’esodo massiccio e progressivo da nord, per una densità abitativa oggi pari a 22mila abitanti per km quadrato, un numero insostenibile già nel breve periodo. Tuttavia anche a nord, a Gaza, la realtà resta di estrema emergenza come sottolinea ad AsiaNews il parroco della Sacra Famiglia p. Gabriel Romanelli, dall’inizio del conflitto impossibilitato e rientrare fra la sua gente per la chiusura dei confini imposta da Israele. E che dall’esterno, in collegamento costante con papa Francesco “che sento quasi ogni giorno” e col patriarca latino di Gerusalemme card. Pierbattista Pizzaballa cerca di coordinare i (pochi) aiuti e mostrare il volto della solidarietà e della vicinanza a un popolo in trappola. “I cristiani di Gaza – sottolinea il sacerdote argentino del Verbo Incarnato – vivono una condizione di continua ansia e preoccupazione. Da un lato sperano in una tregua, che arrivi presto e permanente, nonostante la realtà dall’altro sia molto grave”.

L’attacco a Rafah, prosegue p. Romanelli, “fa molta paura, perché è l’unico contatto rimasto con il mondo esteriore, e la prigione a cielo aperto si è ormai trasformata in una gabbia. In parrocchia ospitiamo 600 persone, nella chiesa greco-ortodossa ve ne sono altre 200, mentre 200 cristiani si trovano al sud dove si erano recate nelle scorse settimane con la prospettiva di uscire, qualcuno emigrare in Australia, ma sono rimasti bloccati anche loro. Nessuno può uscire e tutti, da Gaza a Khan Younis, fino a Rafah sono stati bombardati” ma quello che più preoccupa ora è “come fare a gestire un milione e 400mila persone” [secondo alcuni gli sfollati sono fino a 1,8 milioni] che si trovano ammassate alla frontiera. Il parroco di Gaza sottolinea infine le drammatiche condizioni umanitarie della popolazione, in cui si muore come avvenuto per Hani Abu Daoud anche per malattie facilmente curabili all’esterno. “Aveva quattro figli, l’ultimo di pochi mesi – conclude – ma è morto da solo. Questa tragedia va fermata, perché ogni giorno, ogni ora significano altre vittime, altri feriti in una tragedia che si fa sempre più grande”.

 

 

Fonte: https://www.asianews.it/notizie-it/P.-Rafic-Greice:-l’incursione-a-Rafah-sarebbe-disastrosa-anche-per-l’Egitto-60136.html

Assemblea costituente, Ceccanti: si tratta di una soluzione sproporzionata.

Una Assemblea costituente per le riforme istituzionali? “Capisco lo spirito costruttivo ma per diversi motivi considero sbagliata questa proposta del caro amico Giuseppe Tognon ( su La Repubblica – ndr). La prima è che se c’è da rinnovare un patto, va fatto fra le forze politiche che sono presenti in Parlamento. La seconda è che lo strumento è sproporzionato rispetto a quello che c’è da fare”.

Così all’Adnkronos Stefano Ceccanti, professore ordinario di Diritto pubblico comparato presso l’Università “La Sapienza” di Roma, che aggiunge: “Caso mai si sarebbe dovuta costituire una bicamerale dentro questo Parlamento. Sarebbe stato lo strumento più congruo a favorire accordi. Lavorare invece in Commissione affari costituzionali, dove già maggioranza e opposizione si dividono sulle altre materie, si è infatti rilevato molto più polarizzante”.

Secondo il costituzionalista, che con Libertà Eguale insieme a Fondazione Magna Carta e Io Cambio ha lanciato un’iniziativa bipartisan per una riforma condivisa e quindi per evitare il referendum confermativo sul premierato con l’approvazione a maggioranza di due terzi delle Camere, “non bisogna creare un canale parallelo (al Parlamento – ndr) perché crea problemi. Lo ha dimostrato l’esperienza del Cile che ha eletto due Assemblee costituenti in parallelo al Parlamento e poi alla fine ha perso i referendum. Quindi il patto – sottolinea – lo devono e possono fare le forze politiche presenti in Parlamento cercando in tutti i modi di arrivare ai due terzi, cosa che è tecnicamente possibile. E’ solo una questione di volontà politica”.

In secondo luogo, “lo strumento (Assemblea Costituente – ndr) è sproporzionato rispetto a quello che c’è da fare: una importante ma limitata revisione della seconda parte della Costituzione relativamente a una forma ragionevole di premierato con equilibri rinnovati; e, a completamento del Titolo Quinto, la trasformazione del Senato in Camera delle Regioni, che è il vero buco nero del rapporto centro-periferia e senza il quale anche l’Autonomia differenziata crea più problemi che soluzioni”.

Riforme per cui “è del tutto sproporzionato lo strumento Assemblea costituente. Non serve. Va considerato che nello spirito della Costituzione le due ipotesi dell’articolo 138 pari non sono, come ha ricordato recentemente anche il presidente della Corte costituzionale Barbera. Le riforme condivise a due terzi dovrebbero essere la prima scelta, mentre quelle a maggioranza assoluta come il referendum – conclude Ceccanti – dovrebbe essere vista solo come una subordinata”. (Testo di Roberta Lanzara) (Rol/Adnkronos)

Cattolici senza partito, ancora presto per gettarsi nella mischia.

Mancano meno di quattro mesi alle elezioni europee e dalla nostra area ancora nulla di concreto. In un’intervista pubblicata su Avvenire dell’11 febbraio, Pagnoncelli evidenzia come i cattolici al voto si presentino “un po’ egoisti e senza nostalgia di un partito”.

Non è, dunque, la nostalgia il sentimento su cui poter far leva, considerando che se la nostalgia può essere ancora presente nelle generazioni più anziane, essa è del tutto assente nelle nuove generazioni che della Dc non hanno alcuna idea, se non quelle deformate da una pubblicistica che ha sostenuto la damnatio memoriae del partito per tutto il tempo della diaspora suicida, e anche oltre.

È essenziale ripartire dai fondamentali, come da diverso tempo è impegnato l’amico prof. Antonino Giannone, con i suoi corsi di etica politica rivolti ai giovani imperniati sui sei pilastri della cultura per ricostruire la polis e ridare un amalgama al popolo italiano. Sono quelli dell’Umanesimo integrale, della Dottrina sociale cristiana, del Popolarismo e Personalismo, dell’Ecologia integrale ed etica ecologica, della Costituzione della Repubblica italiana e della Carta dei Diritti Umani (CEDU).

Iniziativa altrettanto meritoria quella programmata da “Il Popolo” (www.ilpopolo.cloud) di corsi di formazione politica per i giovani. Sono attività prepolitiche indispensabili per far emergere una nuova classe dirigente di giovani dotati di passione civile, ispirati dai valori fondanti della nostra migliore tradizione storico politica sturziana e degasperiana. Va da sé, però, che sono progetti a media e lunga scadenza non traducibili nei tempi brevi che la politica reclama, specie nella condizione attuale e rispetto ai quali sono molti i tentativi avviati, inevitabilmente portati avanti da protagonisti di stagioni politiche passate e, in quanto tali, difficilmente appetibili, non solo alle nuove generazioni, ma frammentati tra i diversi supporters delle antiche esperienze.

In questi giorni si è sentita la voce di Maria Elena Boschi che, con Italia Viva del suo collega Renzi, punta a dar vita alle elezioni europee a una lista unica anti-sovranista con Emma Bonino di +Europa, in alternativa al veto di Calenda, il cui comportamento è stigmatizzato: “Lotta nel fango”, dice l’ex ministra..

Anche nel fronte dei sedicenti liberal-democratici, dunque, permangono divisioni, accentuate dal protagonismo dell’”azionista de noantri romano”, pronto a saltare da un fronte all’altro con la presunzione velleitaria di catalizzare da solo l’alternativa.

A sinistra, servirà più coraggio dagli ex Popolari del Pd, i quali dovrebbero uscire dalla condizione di comoda convivenza e insieme di costante frustrazione vissuta nel “partito radicale vasto” della Schlein, favorendo il progetto avviato da Giuseppe Fioroni, così come più ampia disponibilità dovrebbe esserci dagli amici del Centro Democratico di Tabacci, rafforzando quanto positivamente stanno svolgendo Tempi Nuovi e gli amici di Base Popolare.

Anche dalla Dc e dagli altri amici che, come il sottoscritto, si riconoscono nei valori del PPE, dovrebbe essere favorito lo sforzo unitario avviato da Iniziativa Popolare per la ricomposizione politica dell’area cattolica (democratica, liberale e cristiano sociale). Mi riferisco agli amici di Insieme e di Piattaforma Popolare 2024, avendo tutti come obiettivo le elezioni politiche nazionali.

Credo, infatti, che a pochi mesi dalle elezioni europee non ci sia più il tempo per la costruzione del centro nuovo della politica italiana, per il quale ci si dovrà impegnare per la prossima scadenza delle politiche nazionali. Si tratterà di partire con quanti sono interessati a dar vita all’alternativa politica alla destra nazionalista e sovranista oggi dominata da Fratelli d’Italia, consapevoli che servirà un’alleanza ampia e plurale delle componenti di cultura popolare, democratico cristiana, liberale, repubblicana e socialista. Un’alleanza da far partire dalla base, ricostruendo questa unità di intenti sin dalle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali. Alle europee si andrà inevitabilmente divisi, tra quanti resteranno collegati al Pse, altri a Renew Europe e al Ppe.

Nel frattempo servirà sperimentare alla base, con grande impegno, positivi processi di ricomposizione fra tutte le diverse presenze popolari, indispensabili anche per far emergere la nuova classe dirigente dei liberi e forti.

 

La Bonino può fallire, Calenda può vincere.

Il 24 febbraio potrebbe essere un flop. La proposta di Emma Bonino per una lista (Stati Uniti d’Europa) che veda unite le forze aderenti a Renew Europe registra tuttora il rifiuto di Carlo Calenda. Non si vede come la data prevista per il varo dell’intesa autorizzi a sperare in una qualche soluzione, magari in extremis. Le distanze restano grandi, per non dire incolmabili.

“La risposta più logica – riferiscono alcuni ambienti renziani sondati dall’Ansa – è che al netto della posizione assunta da Azione, Più Europa, Libdem ed Italia Viva possano procedere alla messa in campo della lista di scopo. Il partito di Matteo Renzi ha dato da subito parere positivo alla proposta sulla lista di scopo, in modo inequivocabile con l’intervista di Maria Elena Boschi. D’altra parte nei giorni scorsi, Emma Bonino, era stata chiara: no a veti”.

Che senso ha questa uscita? Si tratta più che altro di un pressante invito ad andare avanti, anche se la debolezza dell’iniziativa è al momento l’unica constatazione valida. La Bonino si appresta a camminare sui carboni ardenti e non è detto che superi la prova da fachiro. È più facile immaginare che posssa uscire malconcia da un’operazione che in cuor suo dovrebbe amalgamare i liberal-riformisti, lasciando  intravedere la nota abilità degli “ex radicali” (Più Europa) nel prêt-à-porter delle formule elettorali.

Bisogna guardare a un orizzonte più ampio. Certamente dalle parti di Calenda si deve ancora chiarire quanto pesi nella scelta dell’isolamento la manifesta avversione per Renzi e quanto invece la preoccupazione per un risucchio nel vortice della confusione, a tutto danno di quella “Nuova Margherita” (o cosa simile, possibilmente migliore) che sta in sofferta incubazione nell’esperienza di Azione. In un certo senso, pagando il prezzo dell’ambivalenza, la tenacia di Calenda rafforza questa seconda prospettiva. D’altronde i percorsi della politica non sono sempre lineari, anzi talvolta rivelano nella fatica del percorso una latente virtuosità.

L’analisi porta ad una conclusione inoppugnabile. Bonino e Calenda presidiano ormai i poli opposti dell’alternativa. Accordarsi è per entrambi complicato, uno dei due perderebbe definitivamente di credibilità. Può essere uno scontro miserevole o una disputa illuminante, con al centro la politica. E l’ultima parola spetta proprio a Calenda.

 

Il ricordo di Beppe Matulli, politico generoso e intelligente.

È un grande, profondo dolore per me la perdita di Beppe Matulli, cui mi legava un’amicizia durata 40 anni e con il quale ho condiviso l‘impegno politico nella Democrazia Cristiana dal 1983, con la segreteria De Mita, lui giovane e brillante segretario regionale della Toscana e io Dirigente nazionale della SPES. E abbiamo entrambi attraversato i passaggi complessi e problematici, dalla fine della Dc al PPI, alla Margherita e poi al Pd spesso scambiandoci riflessioni, amarezze e convinzioni.

Beppe era un uomo integro, profondamente credente, politico di grande finezza, con una sincera vocazione pedagogica. E infatti in quegli anni fonda a Firenze il  Centro di documentazione democratica, fucina di una incessante e generosa opera di formazione politica di giovani e molti futuri leader della Dc toscana, affiancata dalla pubblicazione di Quaderni monografici che hanno arricchito il patrimonio culturale di tanti di noi.

Tra il 1987 e il 1994 abbiamo condiviso l’esperienza parlamentare alla camera, occupandoci in particolare della riforma della legge sul Cinema (che sarà approvata nel  1994) nella Commissione istruzione e cultura e poi entrambi  siamo stati nominati Sottosegretari nel Governo Ciampi, lui alla Pubblica Istruzione e io all’Università e Ricerca. Vorrei ricordare la sua intelligente e innovativa proposta di riforma della Scuola secondaria superiore, sulla quale ottenne al Senato il 90% dei voti, ma bloccata per l’interruzione anticipata della legislatura e purtroppo mai più approvata.

Beppe ha svolto con onore anche ruoli di amministratore locale: dal 1970 consigliere regionale per due legislature, nel 1995 Sindaco di Marradi, sua città natale, fino alla carica nel 2002 di vice Sindaco di Lorenzo Domenici a Firenze. Beppe Matulli è stato un politico visionario ma con grande capacità di realizzare progetti per il bene della comunità come la “sua” tranvia a Firenze, superando veti e polemiche con passione civile e dedizione.

Per me è stato soprattutto un grande amico, generoso e solidale, un interlocutore sempre stimolante, rigoroso e coinvolgente, un maestro di vita e di buona politica ispirata al cattolicesimo democratico di cui rivendicava la laicità e la responsabilità verso le istituzioni e il bene comune nel dialogo con tutti ma nella  forza argomentativa delle sue posizioni.

Ricordo la passione con cui, dopo l’esperienza nelle assemblee elettive si è dedicato alla ricerca storica, diventando Presidente dell’istituto storico toscano della Resistenza e nel 2018 viene eletto Presidente dell’Associazione nazionale Partigiani Cristiani (ANPC), dove ha dato un forte impulso alla valorizzazione del contributo dei cattolici alla Resistenza, lasciando un grande insegnamento a noi che gli siamo subentrati per sua espressa volontà.

Scrisse cose importanti. Interessante e documentatissimo il suo libro su “De Gasperi. Quando la politica credeva nell’Europa e nella democrazia” (Edizioni Clichy, 1918). Un titolo esplicativo delle sue due preoccupazioni dell’ultimo periodo della sua vita, quello per i crescenti nazionalismi e autoritarismi e quella per il troppo tiepido impegno per rilanciare il progetto politico europeo. Quel progetto per cui De Gasperi si è battuto fino a morirne (quando fu respinta la sua CED) in una appassionata vicenda e testimonianza umana e politica che Beppe ci ha restituito, anche attraverso documenti poco noti o inediti, nella sua lungimiranza e grandezza, cui attingere anche e soprattutto oggi.

Beppe è stato per me e per tanti anche un maestro di vita e di impegno sociale, come quello che lui fino alla fine ha svolto da volontario nel carcere di Sollicciano.

Voglio ricordarlo con le parole di Max Weber che lui ha scelto a prefazione del suo libro: “Solamente chi è sicuro di non cedere anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista è troppo stupido e volgare per ciò che egli vuole offrirgli, solamente chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto questo ‘non importa, andiamo avanti’, solamente quest’uomo ha la ‘vocazione’ per la politica”.

Oggi, caro Beppe, ti sei ricongiunto con la tua adorata Maria Grazie e sei nella Luce che non finisce. Prego per te e i tuoi cari.

Ora una vera riforma delle Province siciliane

Con uno spettacolare ‘colpo di reni’, l’Assemblea Regionale Siciliana, saggiamente, ha bocciato il disegno di legge presentato dal governo Schifani che reintroduceva in Sicilia le Province, l’elezione diretta dei loro organi e quella degli organi delle Città metropolitane. Si è trattato di un voto che ha squassato la maggioranza di governo, avendo fatto registrare almeno dagli 11 ai 14 franchi tiratori su una disponibilità di 39 deputati, ma che consente ora all’Assemblea regionale, con il ritorno del ddl in Commissione “Affari Istituzionali”, la possibilità di rivedere tutte le principali scelte che in esso erano contenute e venivano contestate oltre che dall’opposizione anche da larghi strati dell’opinione pubblica. A partire dalla configurazione delle Province e delle Città metropolitane quali “enti di area vasta” ma dai territori identici a quelli della riforma mussoliniana del 1927 e dalla sostituzione dei Liberi Consorzi comunali con le Province (e le Città metropolitane), per arrivare, soprattutto, al ripristino dell’elezione diretta a suffragio popolare degli organi delle Province e delle Città metropolitane prevista all’interno di un rinnovato progetto di governance locale. E, naturalmente, riconsiderando anche tutte le quistioni di legittimità costituzionale legate alla immodificata legge “Delrio” che, ponendosi come “grande riforma economico-sociale” (art.1, comma 5), continua ad essere per la potestà legislativa esclusiva della Regione siciliana parametro invalicabile in ordine ad alcuni principi in essa stabiliti. Non solo. Ma stante questa nuova situazione parlamentare, non sarebbe inopportuno che si bandissero da questa vicenda anche tutte le intenzioni strumentali che la becera politica di questi tempi usa per darsi battaglia e che ormai hanno ampiamente stancato la gente, concentrandosi invece sui contenuti di rilievo istituzionale che caratterizzano questa importante riforma non certo priva di riflessi sull’organizzazione ed il funzionamento della stessa Regione.

In questa prospettiva, allora, conviene farsi subito una ragione della circostanza che, continuando ad essere in vigore (anche per mancanza di ogni impugnativa da parte della Regione siciliana) la legge “Delrio”, non c’è assicurazione alcuna, ricevuta dal governo nazionale, che possa preservare dalla possibilità che la legge della Regione venga impugnata qualora si discostasse dai principi dettati dalla legislazione nazionale. Soprattutto, considerato il fatto che la Corte costituzionale ha già censurato per illegittimità costituzionale con la sentenza 20 luglio 2018 n. 168 la legge regionale 1 agosto 2017 n. 17 istitutiva proprio dell’elezione diretta degli organi dei Liberi Consorzi e delle Città metropolitane.

In secondo luogo, bisognerebbe prendere atto che le vecchie circoscrizioni provinciali non sono più funzionali alle esigenze di uno sviluppo tecnologicamente avanzato e dovrebbero essere riconsiderate per riunirle ed accorparle in dimensioni più ampie in modo da consentire di esercitare le attività di gestione con efficienza, efficacia ed economicità. Circostanza, questa, che ormai è sistematicamente indicata dalle più significative esperienze di pianificazione strategica e di programmazione territoriale oltre che dalle più avanzate riorganizzazioni di istituzioni pubbliche come le Camere di Commercio, le Autorità di sistema portuale, la rete degli Aeroporti di interesse nazionale. Come già accennato, il vecchio testo del ddl, dopo aver proclamato di voler istituire “enti di area vasta”, di questa riconsiderazione dei confini amministrativi delle province e delle città metropolitane non ne parla assolutamente, così negando alla fine qualsiasi adeguamento dei nuovi enti alle esigenze tecnico-funzionali dei servizi da fornire alle comunità e delle esigenze dello sviluppo socio-economico e, quindi, in ultimo anche le stesse ragioni del cambiamento della governance.

Altra quistione della massima importanza è il ritorno, nel testo del ddl bocciato dall’Assemblea, dai “Liberi Consorzi comunali” alle “Province”, né meno più regionali come le definiva la legge siciliana del 6 marzo 1986 n. 9. Qui la faccenda è molto delicata perché espone la legge che si dovesse eventualmente approvare ad altra e più penetrante censura costituzionale per violazione dell’art. 15 dello Statuto speciale della Regione. E non per una vicenda meramente formale quale sarebbe quella della denominazione (di “Province” invece che di “Liberi Consorzi comunali”) dell’ente di area vasta. Quanto, piuttosto, per una ragione sostanziale dalle implicazioni della massima importanza. Infatti, l’uso dell’una invece che dell’altra definizione dell’ente sovracomunale evoca modelli organizzativi totalmente diversi fra di loro ed anzi alternativi. In estrema sintesi, significando con l’espressione “Libero Consorzio comunale” che l’ente intermedio tra Comuni e Regione è costituito dall’associazione di Comuni che perseguono l’interesse proprio dei loro territori e quindi non danno vita ad un ente altro rispetto alla loro organizzazione unitaria sancita da un patto federativo. Mentre, con il termine “Provincia” indicando che l’organizzazione di area vasta costituisce un nuovo ente con personalità giuridica diversa ed autonoma dai Comuni che ne fanno parte e spesso che finisce con il contrapporsi ad essi in funzione di ente ausiliario dello Stato di cui fin dalla sua origine è stato organo territoriale periferico.

E qui emerge in tutta la sua dimensione politica il problema del modo di eleggere gli organi di questo ente di area vasta che a motivo della sua natura consortile (o, meglio, federativa) non può essere per entrambi (Presidente e Consiglio) dello stesso tipo indiretto-di secondo grado o popolare-diretto. Perché così, mentre nella prima ipotesi l’ente intermedio finirebbe per esercitare una semplice funzione di coordinamento degli interessi comunali senza poter imprimere un proprio indirizzo autonomo al governo delle politiche provinciali, nella seconda evenienza di elezione di primo grado vedrebbe riprodotti al proprio interno gli stessi equilibri politici dello Stato o della Regione di appartenenza e quindi asservite le sue funzioni di governo all’indirizzo politico di quest’ultima o dello Stato. Mortificando l’autonomia dei Comuni e contrapponendosi al loro presidio del territorio ed alla loro rappresentanza delle Comunità che vi sono insediate. Per evitare un esito di tal genere, in entrambe le ipotesi sbagliato, è necessario allora che uno dei due organi venga eletto non direttamente dal corpo elettorale provinciale (o metropolitano) ma piuttosto dai rappresentanti dei Comuni (sindaci e/o consiglieri). Senza una tale diversificazione, infatti, la nuova governance provinciale o metropolitana non potrebbe che risultare sbilanciata ed, in ultima istanza, priva di equilibrio territoriale.

Per realizzare questo modello istituzionale, però, le scelte non sono libere, poiché devono essere funzionali a garantire la partecipazione dei Comuni all’organizzazione delle Province o delle Città metropolitane. E il modo per rendere effettiva e permanente questa opzione è assicurare la loro presenza, attraverso i propri rappresentanti, nell’unico organo delle Province o Città in cui ciò è possibile per la sua natura collegiale. Vale a dire: il consiglio provinciale o metropolitano. Situazione, questa, che imporrebbe allora la sua formazione per mezzo dell’elezione indiretta di secondo grado ad opera dei sindaci e/o dei consiglieri comunali che realizzerebbe così la rappresentazione territoriale degli interessi dei Comuni che è l’unica modalità in grado di valorizzare la loro autonomia, secondo quanto previsto dalla Costituzione e dallo Statuto siciliano. Con la logica conseguenza, per quanto sopra detto, che il presidente delle Province o Città metropolitane dovrà, a sua volta, essere eletto direttamente dal corpo elettorale popolare garantendo così la rappresentanza politica della comunità provinciale o metropolitana e l’autonomia della sua funzione di governo. In un inedito equilibrio rappresentativo che farebbe fare un balzo in avanti non solo alla democrazia comunitaria ma anche alla capacità di governo delle istituzioni locali.

Non sarebbe per nulla un risultato trascurabile. Soprattutto, tenuto conto che potrebbe costituire un modello anche per la stessa riforma “Delrio”!

La ripresa di un progetto di sviluppo democratico

Il passato non va mai riproposto perché altrimenti si sconfina nella sola nostalgia, ma lo stesso passato non si può trascurare e né dimenticare. E questo per la semplice ragione che non si può costruire alcuna prospettiva politica seria e credibile se si cancella tutto ciò che ci ha preceduto.

Al netto delle dittature, come ovvio. Solo lo stile populista, anti politico e demagogico dei 5 Stelle ha percorso quella strada con risultati devastanti per la credibilità della politica e la qualità della stessa democrazia.

Ora, c’è un tassello di questo passato che può e deve essere riletto anche nella stagione politica contemporanea. Partendo proprio da una formula della prima repubblica che ha caratterizzato la politica italiana dall’inizio degli anni ‘80 sino alla liquidazione del sistema politico tradizionale per opera di ‘Mani pulite’. Parlo della coalizione di “pentapartito”. E, come ovvio e scontato, non si tratta di riproporre quella formula politica e, men che meno, i partiti che hanno interpretato quella coalizione nel corso della prima repubblica. Al contrario, semmai, in discussione c’è la necessità di recuperare e rilanciare il ruolo, l’originalità e la modernità di quelle culture politiche riformiste e di governo che hanno giustificato e legittimato quella alleanza di governo. E, di conseguenza, il tassello mancante oggi è quello di un partito, o meglio di un luogo politico, che interpreti e si faccia carico di quelle culture e di ciò che rappresentavano concretamente quei partiti. Seppur in una stagione politica, culturale e sociale profondamente diversa da quella contemporanea.

Si tratta, in effetti, di un luogo politico che misteriosamente continua ad essere assente nello scacchiere politico italiano. E purtroppo da molto tempo. Almeno da quando si è imposto quel bipolarismo, sempre più selvaggio e bislacco, che caratterizza il confronto politico nel nostro paese. Un bipolarismo selvaggio che non va confuso con quella democrazia dell’alternanza che era, e resta, la cifra distintiva di un sistema politico sano e funzionante. Ma questo bipolarismo, che purtroppo alimenta anche un preoccupante e crescente astensionismo elettorale, non può diventare la regola aurea che disciplina la politica italiana nei prossimi anni. E, al riguardo, le elezioni europee possono rappresentare davvero lo spartiacque decisivo che segna la netta discontinuità rispetto alla fase che abbiamo vissuto sino ad oggi. Una discontinuità, ed una scommessa, che si sostanziano di un solo progetto. Ovvero, un partito che potremmo definire “costituzionale” che coltiva l’ambizione di rappresentare quei riformismi di governo che nel passato erano rappresentati dalle forze politiche del cosiddetto pentapartito. Che, è bene non dimenticarlo, si tratta in larga parte delle culture politiche che hanno contribuito in modo decisivo a scrivere e a costruire la nostra Costituzione repubblicana.

Ed è partendo da queste riflessioni che, forse, a partire dalle elezioni europee si può finalmente aprire una nuova stagione per la politica italiana. Alcuni lo definiscono un nuovo “Centro”; altri una forza costituzionale, altri ancora un luogo politico con il compito specifico di ricomporre tutte le culture riformiste del nostro paese. E, questo, porrebbe essere un luogo politico che inevitabilmente mette in discussione l’attuale impalcatura bipolare che, com’è ormai evidente a quasi tutti, si tratta sempre più di una sorta di “opposti estremismi”. Ed è proprio questo progetto che potrà risultare decisivo non solo per costruire un luogo sino ad oggi clamorosamente assente dalla politica italiana ma anche, e soprattutto, per dar vita ad un partito autenticamente plurale e pubblicamente riformista e di governo.

Tajani non può limitarsi ai distinguo dalla destra sovranista

Non basta che Antonio Tajani si schieri, almeno nelle intenzioni ricavabili dai sussulti “liberali”, tra chi nel Partito Popolare Europeo è contrario all’alleanza con l’estrema destra. Quel che più conta è l’impegno a cogliere l’occasione storica per la quale Forza Italia potrebbe concorrere in maniera seria e concreta a far virare nella direzione giusta la politica italiana prima dell’europee. Quindi, prima che sia troppo tardi.

L’occasione è quella offerta dall’ultimo cedimento opportunistico della Meloni, la quale si accinge a competere con Savini sul terreno della commistione con la destra estrema, avendo come obiettivo l’alternativa in Europa al sodalizio tra popolari, socialisti e liberali. Si tratta di una dimostrazione di vera e propria megalomania perché, nella prospettiva di una minore copertura americana sullo scacchiere militare euroatlantico, un’Europa obbligata ad essere più solidale e più autonoma non può prescindere dalla Union sacrée delle grandi famiglie democratiche, quelle che in passato ci hanno salvato dai pericoli della guerra fredda e nel presente ci salvano, con la loro fermezza politica, dall’offensiva neo-imperiale della Russia putiniana.

La Meloni appare confusa al punto che in Europa è diventata un’osservata speciale anche per l’allarme provocato dal suo premierato, unico sistema di governo che in Europa prefiguri l’accentramento del potere nella mani di una persona sola. Inevitabilmente, una siffatta riforma istituzionale è pane per tutti i sovranisti, a cominciare dal suo sodale Orbán, incarnazione di una una democrazia impregnata di autoritarismo.

Tajani deve essere chiaro anche su questo punto, perché non sfugge a nessuno che proprio il ripudio del “premierato assoluto” – così lo definiva Leopoldo Elia all’epoca della pur meno grave riforma che, fortunatamente senza riuscirci, Berlusconi provò a imporre – è la pietra miliare di una politica intransigente verso le suggestioni del sovranismo antidemocratico.

Altro è l’elezione diretta del Capo dello Stato sul modello francese, con la previsione di un effettivo contropotere del Parlamento, da cui discende persino la possibilità di eleggere un Presidente del Consiglio con una maggioranza politicamente diversa rispetto a quella espressa nelle elezioni presidenziali. Parliamo di un modello rispettabile al quale, per altro, sembrava rivolgersi l’attenzione della Meloni all’atto del suo insediamento, sicché ora, alla luce dei fatti compiuti, tutto lascia arguire che si trattasse una plateale menzogna.

Siamo a un passaggio che obbliga a rendere ragione delle proprie scelte politiche. Un passaggio decisivo, non eludibile, che non attiene al normale disbrigo degli affari correnti. Ecco perché sarebbe grave se Tajani si acconciasse a un semplice distinguo, pensando di cavarsela con una battuta sulla inaccettabilità delle ricette dell’ultra destra europea. A Roma e a Bruxelles bisogna chiarire cosa significa la chiusura all’estremismo sovranista. La coerenza è un bene prezioso, certamente indispensabile per essere credibili.

Mali di Roma, il Vicariato ripropone l’attenzione alla città.

Cinquant’anni dopo il convegno “La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e giustizia nella città di Roma” – meglio noto come convegno sui “Mali di Roma”, che si svolse dal 12 al 15 febbraio 1974 –, per fare memoria di quell’incontro, interpellare la città e rinnovare l’impegno alla responsabilità, si terrà l’evento “(Dis)uguaglianze”, in programma il 19 febbraio nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Apostolico Lateranense alle ore 16.

Il prossimo venerdì 16 febbraio, nella Sala degli Imperatori del Palazzo Apostolico Lateranense, alle ore 12.15, si terrà la conferenza stampa di presentazione dell’appuntamento, durante la quale verrà diffusa una lettera alla città affinché sia “sale e lievito” in vista del convegno del 19 febbraio e di altri quattro appuntamenti, che nei prossimi mesi – da marzo a giugno – si svolgeranno in diversi luoghi della Capitale su temi specifici: scuola, salute, lavoro, casa.

Moderati da padre Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali della diocesi di Roma, interverranno il vescovo Baldo Reina, vicegerente della diocesi di Roma; monsignor Giuseppe Lorizio, teologo e direttore dell’Ufficio per la Cultura della diocesi di Roma; Luigina Di Liegro, segretario generale della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro; Augusto D’Angelo, professore di Storia contemporanea a La Sapienza Università di Roma; Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma.

Il convegno del 19 febbraio nell’Aula della Conciliazione sarà invece aperto dai saluti del cardinale vicario Angelo De Donatis; del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e da un rappresentante del Comune di Roma. Seguiranno gli interventi di Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio; Giuseppe De Rita, sociologo e fondatore del Censis; Luigina Di Liegro, segretario generale della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro; Pierciro Galeone, vice presidente Fondazione Don Luigi Di Liegro; Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma. A ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti, l’appuntamento verrà inoltre trasmesso in diretta streaming sul canale YouTube della diocesi di Roma.

 

Il cardinale De Donatis dichiara: «Ricordare il Convegno e riproporne l’approccio è un’occasione per la comunità cristiana di riconsiderare e rinnovare la propria vocazione alla carità. Ma è anche un’offerta di collaborazione e un richiamo alla corresponsabilità rivolto all’insieme della comunità urbana. Roma condivide con tutte le altre grandi città un ruolo ambivalente. Esse sono i luoghi dove si concentrano le risorse finanziarie, le competenze, le imprese, il lavoro. Ma sono anche gli spazi dove sono più forti diseguaglianze e marginalità, tensioni e conflitti sociali. Le diseguaglianze sono i mali del nostro tempo».

La nostra Costituzione, le nostre libertà.

Sono tre le parole chiave che vorrei porre in evidenza: Italia, libertà e Parlamento.

La prima parola della Costituzione, che è anche la prima dei 12 Principi Fondamentali è l’Italia (l’Italia è una Repubblica democratica etc.). Una nota storica: alla data del discorso di Constant l’Italia ancora non c’era: c’erano tanti piccoli staterelli che la cultura politica di stampo liberale ha portato all’unificazione del Paese. Un’altra nota storica: il liberale Cavour, uno degli artefici dell’unità del Paese, aveva in grande considerazione le idee di Constant.

La prima parola della Parte Prima della Costituzione è la parola libertà (La libertà personale è inviolabile). E nella parte prima della Costituzione, anche con riferimento ai principi fondamentali, la libertà è declinata in tutti gli aspetti presenti nelle indicazioni di Constant.

La Parte prima è intitolata “Diritti e doveri dei cittadini”. L’intera Parte prima è suddivisa in quattro Titoli: I Rapporti civili; II Rapporti etico-sociali; III Rapporti economici; IV Rapporti politici.

Sono tutti “rapporti” i diritti e i doveri. Sono “rapporti” che identificano l’essenza della libertà. Della nostra libertà scritta e spiegata nella nostra Costituzione repubblicana. Perché la libertà ha a che fare con le relazioni umane. Un uomo solo in un’isola deserta non avrebbe di che domandarsi su cosa possa essere la stessa parola libertà. Le questioni sulla libertà si pongono all’interno dei rapporti fra più individui e fra l’individuo e la società.

 

La prima parola della Parte Seconda è Parlamento.

La Parte Seconda è intitolata “Ordinamento della Repubblica”. I cinque titoli della Parte Seconda, cioè dell’ordinamento, sono, nell’ordine:

Titolo I: Il Parlamento (Organo collegiale dove si conosce, si discute e si decide. Uso i famosi tre verbi (conoscere, discutere e deliberare) cari al liberale Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica eletto a Costituzione vigente);

Titolo II: Il Presidente della Repubblica (organo individuale che rappresenta l’unità nazionale e non una parte maggioritaria o minoritaria del Paese e che è dotato di particolari poteri. Einaudi è stato consegnato alla Storia come autorevole “custode della Costituzione”);

Titolo III: Il Governo; Titolo IV: La Magistratura. Titolo V: Le Regioni, le Province, i Comuni.

 

Conclusione

Questa semplice e sintetica rassegna delle istituzioni repubblicane, ci dimostra la natura della pluralità degli organi costituzionali italiani, una pluralità improntata al principio, ben definito da Montesquieu, dell’equilibrio fra i diversi poteri. L’equilibrio dei poteri è finalizzato ad assicurare un effettivo godimento della libertà. E la libertà è da declinare al plurale, cioè le libertà, come ci ha insegnato Benedetto Croce, il grande liberale che, tra l’alto, è stato uno dei nostri autorevoli Padri costituenti.

Concludo ponendo in evidenza che la Costituzione italiana è pregna di principi e di valori che sono il portato culturale dell’incontro di sintesi di tre culture: quella cattolica, quella socialista e quella liberale.

 

 

Per leggere il saggio per intero

 

Tutti i misteri dolorosi della Direttiva Zangrillo

Che fine ha fatto la Direttiva Zangrillo? Quel provvedimento del Ministro della Pubblica Amministrazione emanato il 29 dicembre 2023 che intendeva porre rimedio alla disparità di trattamento tra lavoratori del comparto privato e del comparto pubblico in materia di applicazione della proroga al 31 marzo 2024 dello smart working per i cosiddetti “lavoratori fragili”.

Non se ne ha traccia. In molti hanno elogiato quell’iniziativa “riparatoria” di una ingiustizia contenuta nella legge di bilancio: mi riferisco soprattutto a quei poveri malcapitati rimasti improvvisamente senza tutele. Nessun Governo aveva finora realizzato un atto legislativo così punitivo verso il pubblico impiego: si era partiti dall’equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero per passare attraverso reiterati e seppur spesso tardivi rinnovi trimestrali dello smart working.

Nessuno aveva mai introdotto tuttavia una separazione e di fatto una discriminazione così netta in danno dei lavoratori pubblici: viene da chiedersi a cosa serva un Ministero per le disabilità se i disabili, gli immunodepressi e i malati con patologie incluse nel D.M. 4/2/2022 del comparto dei pubblici dipendenti sono rimasti dal 1°gennaio u.s. – il giorno dopo la scadenza del precedente rinnovo – totalmente privi di qualsivoglia tutela concessa invece senza indugio ai lavoratori del settore privato.

Questa è una domanda che va posta direttamente al Ministro per le disabilità.

Qui sono in ballo i principi Costituzionali di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e di tutela della salute dei cittadini (art. 2 e 32). Il Ministro Zangrillo con la sua Direttiva intendeva rimuovere questo odioso vulnus ma allo stato attuale delle varie situazioni nel comparto pubblico nessuno è in grado di sapere se la Direttiva sia stata applicata o meno. Per la tutela dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi degli aspiranti al lavoro agile e per il principio di trasparenza che deve caratterizzare gli atti della P.A. tutto dovrebbe essere noto alla luce del sole. Non risulta che il Ministero della P.A. abbia esperito un sondaggio, eppure avrebbe dovuto monitorare l’applicazione del proprio atto ordinativo e prescrittivo: ci si chiede come si possa eludere una Direttiva Ministeriale o si possa aggirarne l’applicazione.

Chi ci rimette sono sempre le persone fragili: francamente neanche i Sindacati risulta abbiano sollecitato l’attuazione del provvedimento né che i singoli Ministeri che hanno a che fare con il comparto pubblico abbiamo comunicato informazioni circa la sua pratica applicazione. Tutto è circondato da un alone impenetrabile di silenzio. Tutto si rinvia, il 31 marzo ormai è vicino e forse ci si libererà per sempre di questo fastidio. Come al solito i lavoratori interessati brancolano nel buio e rivolgendosi ai Dirigenti diretti superiori gerarchici e rappresentati dell’Amm.ne a titolo di “datori di lavoro” ricevono risposte evasive, vaghe e spesso apertamente dinieghi espliciti.

La scuola è il settore pubblico più punito: il Governo non è riuscito a racimolare pochi milioni di euro (all’ultimo rinnovo era stato stati stanziati – mi pare – 16 milioni e ne erano a conti fatti avanzati…) per la nomina dei supplenti. Qualcuno ha interpellato il Ministero dell’Istruzione ma non risultano risposte, nemmeno alle richieste inoltrate tramite legali: che cosa possono fare, a chi devono rivolgersi coloro che attendono una risposta? Forse a nessuno: per evitare rampogne rispetto a esternazioni o proteste che il rispolverato DPR 81/2023 ha vietato di esprimere. In questo clima di silenzio nessuno muove un dito e si ha notizia di lavoratori certificati fragili dal medico competente e con patologie incluse nel D.M.4/2/22 – quindi a tutti gli effetti già valutati- che vengono spediti alle visite di idoneità professionale presso l’INPS. Un errore gravissimo che rasenta il mobbing, una confusione tra due situazioni diverse: i fragili non sono ‘finti ciechi’ o furbetti del cartellino, sono malati con patologie che la normativa stessa ha già validato e legittimato, non necessitano di un ulteriore passaggio sotto la forca caudina della commissione medica prov.le. Secondo questo principio i malati di cancro, gli immunodepressi e i portatori di malattie “a vita” dovrebbero essere dichiarati inidonei e licenziati?

A parte il merito, suvvia, un poco di umanità non guasterebbe. Ma se il Ministro Zangrillo sciogliesse i nodi della coroncina dei misteri dolorosi della propria Direttiva, forse si aprirebbe uno squarcio di verità. La meritiamo tutti.

Cosa fu il convegno sui Mali di Roma?

Fra pochi giorni saranno trascorsi cinquant’anni da un avvenimento ecclesiale, culturale e politico di eccezionale rilievo per il cattolicesimo politico nel nostro Paese. Ci riferiamo al convegno sui “mali di Roma” che, nei giorni 13-15 febbraio del 1974, ruppe un equilibrio di relazioni ormai consunte fino al limite del formalismo ipocrita tra la Chiesa e la dimensione civile e politica. Il cardinale Poletti, un piemontese tanto mite e cortese quanto tagliente e determinato, voluto dal Paolo Vi come vicario generale nella diocesi del Papa, promosse una iniziativa che mobilitò intensamente tutto il vivace arcipelago di comunità, parrocchie e gruppi critici presenti nella città.

Dopo una lunga fase di consultazione e di preparazione il 25 ottobre del 1973 il Cardinale annunciava con una conferenza stampa questa iniziativa, ponendo di fronte a tutti una domanda per certi aspetti retorica, ma che era anzitutto una sfida per la stessa Chiesa romana come prima fra le chiese locali: “Ci si domanda: ma la Chiesa ha ancora qualcosa da dire alla società di oggi? Certamente:  ha da dire che il mondo attuale è inaccettabile e che l’uomo ha la vocazione di trasformarlo e di comandare l’orientamento del suo divenire collettivo”. L’interrogativo ebbe l’effetto di uno scossone improvviso e inatteso, di un richiamo alla responsabilità deciso sull’onda del magistero conciliare del Vaticano II. La domanda di Poletti era diretta a tutti: certamente in primo luogo al clero romano e alle migliaia di religiosi e religiose presenti nella città. Ma il vero e inequivocabile destinatario era il laicato cattolico chiamato ad una vita adulta, ad assumere concrete responsabilità, ad abbandonare formali e astratte difese valoriali, e a progettare e costruire le risposte civili e politiche, comunitarie e solidali, per realizzare una maggiore giustizia sociale diffusa in una realtà dove pochi avevano tantissimo e la maggior parte viveva in condizioni di precarietà.

Il Cardinale fece seguire alla domanda anche una lunga e documentata requisitoria sugli squilibri e le carenze della città, spiazzando l’opinione pubblica e tutta la stampa abituata a pensare che quelle argomentazioni fossero prerogativa di ristrette comunità e preti del dissenso. Un aiuto decisivo in questa iniziativa venne da altri protagonisti fondamentali. Anzitutto don Luigi Di Liegro, indimenticabile animatore pastorale della città, legato anche a molti giovani dirigenti democristiani. Ma anche dal teologo rosminiano don Clemente Riva che sottolineò il carattere intellettualistico e individualistico della religiosità dei romani, cattolici per tradizione più che per scelta consapevole. Riva pose in evidenza il gravissimo ritardo educativo, civile e religioso, e alla luce del Concilio richiamò le sfide grandiose per i laici cristiani: “Il mondo, la storia, l’umanità, il progresso, la vita sociale e politica, pongono al cristiano un rapporto stretto con la sua fede religiosa”. Con grande fiducia negli uomini, Riva concluse la sua relazione ricordano che “è la società stessa che è motore e guida del suo sviluppo”. Fondamentale anche il contributo di un giovane Giuseppe De Rita, ricercatore e sociologo, che dopo aver richiamato le responsabilità del grande ceto medio romano afflitto da “egoismo individuale e collettivo e da radicata deresponsabilizzazione” concludeva “Roma è certamente il punto più alto di non partecipazione collettiva”.

La Dc romana si trovò incerta e trascinata dagli eventi. Un documento uscito in quei giorni riconosceva larga parte degli squilibri sociali denunciati dal vicario del Papa, la mancanza di solidarietà e di spirito di comunità civica, ricordando come momento comunitario esplicito di coscienza civile cittadina il drammatico episodio della sanguinosa battaglia contro i nazisti e i fascisti il 10 settembre del 1943 a Porta San Paolo. Se questo riferimento costituiva certamente un punto di coscienza politica alta, un segnale all’apposizione comunista per nuove forme di collaborazione, tuttavia era evidente l’impreparazione ad affrontare la mole di problemi che si era accumulata: una politica urbanistica di espansione disordinata e speculativa, la mancanza di reti di servizi sociali e di trasporti adeguati nelle sterminate periferie, l’assenza di una qualche idea di sviluppo economico autonomo per la città che non fosse l’immensa leva burocratica pubblica e il terziario privato che operava a Roma soprattutto per esigenze di rappresentanza.

La fotografia di Roma in quel momento aveva però profonde similitudini con tutto il mezzogiorno e con larghe parti del centro nord ancora marginali e in bilico tra depressione e sviluppo. Aldo Moro nella Direzione centrale della Dc il 22 maggio del 1974 così si esprimeva: “Il modo di essere, di manifestarsi, di incidere sulla realtà sociale e politica della nostra ispirazione cristiana, la fisionomia della società italiana degli anni ‘70, da guidare aderendovi, con illuminata saggezza, il nostro ruolo politico, sono oggi soggetti a riesame”.

L’attualità del convegno ecclesiale del febbraio 1974 e delle parole di Moro come sempre molto (troppo) lucide, sono di tutta evidenza in questo tempo nel quale la destra politica ha in breve mostrato tutti i suoi miserevoli limiti, e l’area del centro-sinistra è come sospesa in attesa, orfana di un federatore inesistente. Per il nostro cattolicesimo politico valgono decisamente oggi i moniti di Poletti, di Riva, di Di Liegro, di De Rita, di Moro: scuotersi da un torpore di chi pensa di avere una rendita da difendere, un patrimonio valoriale incantato da proteggere e brandire di tanto in tanto contro gli altri.

È tempo allora di riprendere il lavoro di ascolto e di elaborazione politica per fornire risposte concrete, umanamente e cristianamente ispirate. È tempo di misurarsi con una nuova stagione di missionarietà politica, ovvero di presenza attiva in mezzo alla gente comune, a quell’enorme ceto medio impiegatizio, operaio, agricolo, ma anche autonomo e di piccoli imprenditori che in tutto il Paese ha smesso di avanzare e teme di scivolare per sempre indietro. È tempo di riconoscere diritti e dignità di tutti, ciascuno con la propria diversità, eliminando barriere disumane che il sentimento comune non vive più. Bisogna ricostruire con pazienza una coscienza comune in ogni città e nel Paese, a partire da come esso realmente è, avere fiducia in ciò che di straordinario si è costruito fino ad oggi sulle macerie del dopoguerra. Come ricorda con voce potente ogni giorno Papa Francesco. Non solo per Roma ma per tutto il nostro Paese e per un’Europa sempre più casa comune.

Lotte contadine e…lotte borghesi.

Tutto in questi giorni assume l’onore della ribalta se si compone da principio di prime tre lettere che sembrano farla da padrone. “Tra” è una di quelle preposizioni semplici che stanno mettendo in allarme anche la politica.

È finita almeno per adesso, senza spargimento di sangue. Più che quattro amici al bar, un mini corteo di trattori ha sfilato davanti al Colosseo in rappresentanza di una orda che avrebbe rinunciato ad invadere la città. Brenno e gli Unni sono una storia antica, il pericolo è scampato.

In ipotesi, un gruppetto di nostri farmers, si diceva avesse poi in animo di salire sul palco di Sanremo, forse ispirato da una canzone di qualche tempo fa dal titolo “Salirò” e che nella prima strofa recita: “Salirò, salirò tra le rose di questo giardino”. Le rose del palco del Festival si sarebbero prestate alla circostanza.

Tutto si è risolto con l’estratto della lettura di una loro lettera. Nel contenuto si avverte lo stesso sentimento di realtà quotidiana delle epistole leopardiane, forse con pari lirismo ma non con la stessa genuflessione di quando scriveva a Monti: “Se è colpa ad un uomo piccolo lo scrivere ad un letterato grande, colpevolisssimo sono io, perché a noi si convengono i superlativi delle due qualità…”.

La platea non l’ha presa con l’abbondono e il fatalismo della donna raffigurata da Vettriano nel dipinto che ha appunto per titolo “The letter”.

Con un ideale tratto di penna l’occupazione è scongiurata, il dado è stato ritrattato. Il trattorista è colui che tira, in questo caso che sprona alla battaglia per una giusta causa.

Scendendo verso Roma il movimento dei contadini non ha indugiato presso qualche trattoria trangugiando ogni ben di Dio.

Al contrario, hanno bivaccato con sacrificio, ad esempio, in zona di Orte, convinti di non mollare un solo minuto la battaglia a cui si sentono chiamati. Non è finita insomma a tarallucci e vino e non hanno traccheggiato aspettando che l’Europa si commuovesse al loro pensiero.

L’Italia è vicina ai nostri contadini e non avrebbe inveito se pure avessero bloccato il traffico perché ne comprende le ragioni della protesta.

Sul tema della rivendicazione c’è un comune trasporto di intenti, una attenzione che mette al bando ogni trascuratezza della questione, un desiderio di trasgredire alla disciplina europea che sembrerebbe privilegiare la causa ambientaliste contro quella degli agricoltori.

Entrambi, paladini ecologisti e uomini agresti, piuttosto, se la dovrebbero prendere con l’organizzazione di una filiera che la fa da padrone e detta le leggi del mercato, ma quella è zona ardua da revisionare.

“Tra” questi e quelli c’è un nemico più spietato che non muove un fiato, silente, intanto che la faccenda si sgonfi.

Del resto, i contadini suscitano da subito simpatia; questo è il loro tallone d’Achille. Sono più avvezzi ad ispirare passi di letteratura che ad incidere nelle regole economiche di mercato. Verga scrisse racconti come “Vita dei campi” e “Novelle rusticane”, così Parini con i “Trasformati”, ancora andando avanti con Carducci e Pascoli ed altri ancora.

Vedremo se si accontenteranno di qualche mancetta o avranno la forza di imporre una politica diversa dall’attuale. Ciò che è incontestabile motivo di ammirazione è la compattezza di quegli uomini.

Nello stesso tempo, nel mondo degli “allevatori” di rango qualcosa muove scandalo per quello che sta accadendo e soprattutto per le contese che distinguono quel mondo.

Gli Agnelli stanno rilanciando gli studi sulla sindrome di Medea e sul complesso rapporto tra madri e figli.  Qualcuno fa risalire l’agnello all’anghelos, cioè al messaggero. Altri lo riconducono all’agnòs greco, cioè il puro e il casto.

A quanto si legge non sembrano questi gli elementi costitutivi degli Agnelli che stanno dando triste sfoggio di deatribe tradotte in carte di legge e tribunali. “Agnelli e coltelli” è la rima che dispiace ad una Italia che nel bene o nel male ha guardato a quella famiglia come un riferimento del nostro prestigio nel mondo.

Sanremo prese il nome dal Vescovo eremita San Romolo. Roba di nobili sentimenti, nulla a che vedere con Romolo e Remo che da fratelli se le diedero di santa ragione fino alla morte di quest’ultimo. Oggi gli Agnelli potrebbero aggiungere, a quest’ultima, un’altra pagina di cruenta storia.

Centro, una nuova prospettiva politica per l’Italia e l’Europa.

A pochi passi dalle imminenti elezioni europee, l’Italia si trova di fronte a un momento cruciale nella sua storia politica. Mentre il panorama delle coalizioni di governo si definisce, e le strategie elettorali vengono affinate, emergono segnali di un cambiamento significativo: il rinnovato interesse verso il Centro come alternativa politica.

È una prospettiva che ho portato avanti con impegno e passione per anni insieme agli amici de “Il Confronto” (capitanati da Raniero Benedetto) con i nostri interminabili incontri celebrati nella storica sede dell’Hotel “Sessoriana” di Roma, e finalmente vedo che l’idea comincia a trovare spazio nel dibattito pubblico. Questo movimento non è solo una risposta alle esigenze del momento, ma il risultato di un lungo percorso di riflessione e lavoro sulle dinamiche politiche del Paese con soggetti aventi sensibilità e affinità a volte molto lontane.

Guardando al quadro politico attuale, possiamo notare come la competizione elettorale, appena iniziata, sia incentrata principalmente sulla rivalità tra le coalizioni di governo, uno spaesato Pd e un contraddittorio M5S che, con grande affanno, cercano di consolidare e riequilibrare le proprie posizioni di potere. Tuttavia, c’è una crescente consapevolezza che l’opposizione, rappresentata principalmente dal Partito Democratico, sembra distante dai reali problemi del Paese e ancor di più dall’Europa. Le contraddizioni interne e la mancanza di una visione chiara stanno erodendo la fiducia dei cittadini nella politica tradizionale.

Ma la vera novità risiede nella creazione di un vasto “rassemblement” delle forze moderate, un movimento che mira a superare le divisioni ideologiche e a offrire un’alternativa reale alla polarizzazione destra-sinistra che ha caratterizzato la politica italiana per troppo tempo. È un’iniziativa che raccoglie il sostegno di una parte significativa della politica moderata, indipendente dagli schieramenti tradizionali, desiderosa di rompere gli schemi consolidati e di rilanciare un’esperienza politica che si è affievolita sotto il peso delle mode “populiste” degli ultimi anni.

Recentemente anche figure di spicco come Matteo Renzi, con tutte le sue contraddizioni, hanno espresso il loro favore verso questo nuovo cartello politico. Questo sostegno non solo conferisce legittimità all’iniziativa, ma rappresenta anche un segnale tangibile del crescente consenso attorno all’idea di un Centro forte e coeso.

Ma perché tutto questo fermento intorno al Centro? La risposta risiede nella consapevolezza di un’esigenza profonda nel tessuto sociale italiano. C’è un vasto spazio nel Paese di persone che non si sentono rappresentate dalle attuali opzioni politiche: sono stanche delle lotte di potere e delle divisioni partitiche urlate e a volte volgari. Questo Centro emergente si propone di essere un contenitore capace di accogliere queste voci disilluse, di ridare loro speranza e fiducia nella politica come strumento di cambiamento positivo.

Ma c’è di più. Questo movimento non è solo un’opportunità per riconnettersi con i cittadini italiani, ma anche per riaffermare l’importanza di una visione europea della politica. In un momento in cui l’Europa è alle prese con sfide senza precedenti come le crisi migratorie e geopolitiche, è fondamentale che l’Italia si inserisca in un contesto politico continentale coeso e orientato al futuro.

È qui che il Centro può giocare un ruolo chiave. È un’opportunità per riaffermare l’importanza di una politica basata sulla cooperazione e la solidarietà europea, per rilanciare un impegno comune per affrontare le sfide globali che ci aspettano.

E allora, come possiamo trasformare questa visione in realtà? È fondamentale coinvolgere tutti coloro che condividono questa prospettiva, che credono nel potenziale del Centro come motore di cambiamento positivo. È necessario superare le divisioni e lavorare insieme per costruire un futuro migliore per il nostro Paese e per l’Europa.

In modo velato, questa è anche un’opportunità per coloro che sono interessati a questa nuova esperienza politica di unirsi e fare squadra. È un invito aperto a tutti coloro che credono nell’importanza di una politica orientata al bene comune, di una politica che ponga al centro le esigenze dei cittadini e il futuro del nostro Paese e del nostro continente.

Il Centro non è solo un’idea, ma una possibilità concreta di cambiamento. È il momento di agire, di lavorare insieme per costruire un futuro migliore per tutti noi. L’opportunità è davanti a noi. Non lasciamocela sfuggire.

Unità dei democratici d’ispirazione cristiana

 

Tra la Meloni e la Lega continua la lotta sotterranea per la conquista dei voti a destra, specie in questa fase di forte contestazione del mondo agricolo. La Coldiretti è divisa tra le aspirazioni elettorali del suo presidente, Ettore Prandini, e la rivolta di una base sempre più indisponibile a seguire gli equivoci connubi prandiniani con l’inadeguato ministro Lollobrigida di cui si chiedono le dimissioni.

Nella nostra area socioculturale e politica continuano le divisioni ereditate dalla lunga e dolorosa diaspora post Dc. Da un lato ci sono gli amici che, facenti parte del Pd, intendono continuare la loro appartenenza “innaturale” al Pse; altri  che  hanno deciso di aderire a Renew Europe di Macron; altri ancora, sono quelli che intendono restare ben stretti alla propria cultura politica nel Ppe; e, infine, Cesa e i dirigenti dell’Udc schierati a fianco della Lega, a destra in Italia e in Europa.

Assai meritoria è l’azione condotta dagli amici di Iniziativa Popolare per tentare di favorire senza riserve il progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale.

Trattasi di un progetto difficile il cui traguardo, più che alle prossime elezioni europee, potrà e dovrà essere spostato alla scadenza delle elezioni politiche nazionali nel loro termine naturale o anticipato. La difficoltà risiede nelle divisioni delle diverse fazioni indicate, per favorire il superamento delle quali ho proposto l’idea di un confronto aperto, a tutto campo con la nostra vasta e articolata realtà culturale e sociale, in quella che ho chiamato la Camaldoli 2024.

Qualche amico ha giustamente rilevato, com’era anche a me ben evidente, che non siamo nelle condizioni storico politiche del 1943. Non abbiamo, come ho scritto, né un Demofilo/De Gasperi, né una realtà cattolica oggi assimilabile a quella dell’Italia di quel tempo.

Da molte persone si sottolinea che servirebbe un federatore capace di avviare il progetto con un’autorevolezza tale da facilitare la ricomposizione basata sulla fedeltà ad alcuni fattori portanti; l’ispirazione ai principi della dottrina sociale cristiana, la fedeltà ai valori della Costituzione repubblicana e a quelli dell’europeismo e dell’Occidente.

Come trovare questo federatore?

O si parte dalla base o si sollecita una delle personalità già in campo, disponibile ad assumersi il ruolo che seppe compiere Demofilo/De Gasperi nel Luglio 1943. Se allora il compito era quello di presentare e attivare le “Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”, ora si tratta di redigere un manifesto per la costruzione del centro nuovo della politica italiana: democratico, popolare, liberale, riformista, euroatlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra lontanissima dalle sue origini.

Penso che questa personalità sia ben presente nella realtà italiana e europea. Mi riferisco a Mario Draghi, che potrebbe svolgere efficacemente il ruolo di federatore del nuovo centro della politica italiana. Un appello unitario, di tutte le diverse componenti di area cattolica dc e popolare, sarebbe al riguardo utile e opportuno.

Ci sono momenti della nostra storia politica, nei quali l’assunzione di responsabilità dirette nell’agone politico è molto più importante di qualunque altro incarico pubblico, e quello che sta attraversando l’Italia è proprio uno di questi.

L’altra strada sarebbe quella di ripartire dalla base, organizzando in tutte le province e regioni italiane, incontri unitari tra le diverse componenti della nostra area; assemblee di dc e popolari dalle quali fare emergere con i cahiers de doléance e le proposte dei nostri concittadini e elettori, una nuova classe dirigente in grado di assumersi la responsabilità di rappresentare nelle diverse realtà elettorali e istituzionali, gli interessi e i valori dei ceti medi e popolari dal cui equilibrio dipende la tenuta del nostro sistema sociale.

Certo la prima strada indicata sarebbe la più efficace e tempestiva, mentre la seconda necessiterebbe di tempi più lunghi, nei quali, comunque, il processo di ricomposizione politica sarebbe facilitato. Credo sia quanto mai giusto e opportuno provarle entrambe, convinti che, se rimanessimo inerti, la nostra condizione di irrilevanza si protrarrebbe ancora per lungo tempo, a tutto danno del nostro Paese.

 Ucraina, Zelensky combatte anche sul fronte interno.

Alla vigilia del secondo anniversario di guerra uno scontro interno alla catena di potere ucraino conferma tutte la difficoltà nelle quali si trova oggi il paese aggredito dalla Russia. La sostituzione ai vertici delle Forze Armate del popolarissimo generale Valery Zaluzhny, voluta dal Presidente Zelensky, conferma diverse ipotesi che si erano andate addensando nelle ultime settimane sullo scenario politico-militare del paese e segna indubbiamente una nuova fase del conflitto.

La foto sorridente con la quale i due protagonisti della vicenda hanno comunicato all’esterno la decisione assunta non dissipa alcuno degli interrogativi sorti ultimamente, lasciando semmai la porta aperta alle voci che insinuano la possibilità che il generale – il cui indice di popolarità al momento sfiora il 90%, superiore di una ventina abbondante di punti a quello di Zelensky – abbia deciso di entrare in politica, accertata la differenza di valutazioni sull’andamento della guerra fra lui e il Presidente.

In ogni caso, a prescindere da qualsiasi speculazione sul futuro politico (comunque non immediato, rimanendo “sospese” causa guerra le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto svolgersi quest’anno) la nomina del generale Oleksandr Syrsky al posto del detronizzato Zaluzhny parrebbe confermare almeno un paio di aspetti dell’intera questione, uno di natura politica e uno di natura militare.

Si dice che Zelensky fosse ormai “preoccupato” dalla enorme popolarità del generale, rimasta intaccata pure a fronte del mancato successo della declamata “controffensiva d’estate”. E che ragionando come un “politicante” qualsiasi abbia pensato bene di sbarazzarsi di un possibile pericoloso competitor elettorale, quando mai si tornerà alle urne. Tipico ragionamento semplificato, questo, del quale si riempiono i social network, anche in un paese con tutti i gravi problemi che ha l’Ucraina.

Fatto è che – sia pure sottovoce – qualche riflessione analoga viene svolta anche in settori importanti della società ucraina, in ispecie quella che durante questi anni ha “subìto” la popolarità di Zelensky, dapprima nel suo ruolo di outsider del potere, poi in quello di eroe di guerra – ma che non ha mai amato, anzi. La mobilitazione social, poi si vedrà quanto durerà, ha così attaccato il Presidente per interposta persona, crocifiggendo il nuovo capo delle Forze Armate (accusato, fra l’altro di eccessivo rigore nei confronti dei subordinati) nonostante il suo precedente standard di eroe popolare in virtù della sua azione sul campo di battaglia, soprattutto in quella che fu la controffensiva di Kharkiv. La mobilitazione politica, invece, è ancora ai suoi albori, ma si intravvede: ad esempio si sono risentite le voci dell’ex presidente Poroshenko e dell’ex premier Yulia Timoshenko, entrambe a sostegno del generale Zaluzhny ed entrambe certo non “amiche” di Zelensky.

Ma al momento è il secondo aspetto, quello militare, a preoccupare di più. Si dice che lo scontro fra i due suoi protagonisti sia intervenuto a causa di una visione ormai opposta circa l’andamento della guerra e i mezzi con cui farvi fronte. La richiesta con la quale il generale avrebbe posto il Presidente di fronte alla dura realtà dei fatti (“ci vuole una nuova chiamata alle armi per almeno cinquecentomila ucraini”, altrimenti la guerra andrà “in stallo”, affermazione quest’ultima consegnata all’Economist lo scorso novembre in una intervista che aveva fatto infuriare Zelensky) era palesemente insostenibile politicamente: sia per l’entità numerica sia, di più, per il messaggio che sottintendeva, opposto a quel generoso – ma per molti ormai ottimistico – afflato combattivo utilizzato dal presidente in maglietta verde militare per tenere alto il morale della popolazione e per continuare a chiedere agli alleati occidentali quel sostegno economico e in armamenti senza del quale Mosca conquisterebbe Kyiv in poche settimane.

Quest’ultimo è il lavoro più importante che Zelensky deve svolgere e come è noto è divenuto via via più difficile. Europei e soprattutto americani hanno messo molti soldi nel sostegno a Kyiv ma diventa sempre più complicato motivare alle loro opinioni pubbliche – per di più in un anno elettorale – l’esborso di nuove, ingenti somme di denaro. E gli ambienti in varia misura “simpatetici” col Cremlino sia negli USA che in Europa stanno tornando a farsi sentire, percependo la “stanchezza” dell’elettorato a fronte di una guerra che si trascina senza sviluppi decisivi e che ora è stata surclassata da una nuova guerra ancor più pericolosa per il futuro di tutti, avvertita come tale da larghissimi settori delle pubbliche opinioni occidentali.

Sul campo, in effetti, ed è il problema col quale dovrà misurarsi il generale Syrsky alla fine dell’inverno, ovvero fra non molto, la situazione non è entusiasmante per le forze gialloblu. Il numero degli effettivi è diventato ancor più penalizzante dopo che Mosca ha attivato nuove forze provenienti dall’estremo oriente russo e dalle patrie galere. La dotazione in armi e munizioni pure, dopo che Iran e soprattutto Corea del Nord hanno garantito ingenti forniture, e anche se i cannoni sono antiquati sono pur sempre armamenti che, come è stato detto, “fanno massa”. Le munizioni, poi, in arrivo dalla Corea del Nord sono quasi illimitate, e questo può fare la differenza. Quelle munizioni per l’artiglieria pesante che invece scarseggiano per gli ucraini.

Sul terreno non solo questi ultimi non hanno riconquistato nuove aree ma al contrario sono stati i russi, prima della “pausa invernale”, a progredire nella regione di Zaporizhzhia e a porsi nelle condizioni ideali per riconquistare la città di Marinka, nel Donetsk. Una situazione che ha creato, pure, qualche dissidio circa la strategia da adottare fra Zelensky e gli americani, che hanno suggerito una riorganizzazione atta a potenziare la capacità di difesa del territorio per prendere tempo in vista di una nuova controffensiva più avanti. Un suggerimento che Zelensky teme essere a rischio, se alla Casa Bianca dovesse tornare Donald Trump.

Occidente titubante, condizione politica interna più complessa, situazione sul terreno complicata: è denso di incertezze e preoccupazioni il secondo anniversario dell’inizio della guerra, per Zelensky e per gli ucraini tutti.

Franco Marini, un leader che ci lascia una grande eredità.

Tre anni fa ci lasciava Franco Marini – per la precisione il 9 febbraio -, storico leader della Cisl ed esponente di punta della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Un ‘magistero’, quello di Franco, politico, sociale, culturale ed istituzionale che ha attraversato il nostro paese dall’inizio degli anni ‘50 e sino alla sua scomparsa. Un’esperienza che è stata caratterizzata da alcuni elementi di fondo che non sono mai venuti meno. Sia nella lunga e ricca militanza sindacale e sia sul versante politico ed istituzionale. Una coerenza, frutto e conseguenza di una solida e definita cultura politica maturata ed acquisita sin dagli anni giovanili, che ha fatto di Marini un interlocutore della intera politica italiana.

Il primo elemento è indubbiamente rappresentato dalla fedeltà creativa alla cultura, alla tradizione e al pensiero del cattolicesimo sociale. Principi e valori che sono stati letti ed interpretati da Marini nella concreta lotta sindacale prima e politica poi. Partendo sempre dalle condizioni reali delle persone, dalle loro sofferenze ed aspettative. Una cultura ed un pensiero, quelli del cattolicesimo sociale, a cui Marini non ha mai rinunciato perchè, e giustamente, conserva tutt’oggi una straordinaria attualità e modernità.

In secondo luogo la difesa e la promozione dei ceti popolari. Marini, come del resto il “suo” maestro politico, Carlo Donat-Cattin, ha sempre individuato nella difesa degli interessi, delle esigenze e delle istanze dei ceti popolari la sua vera “mission” politica, culturale ed umana. Non è mai esistita alternativa, secondo il leader della sinistra sociale cattolica, rispetto alla difesa dei ceti popolari per chi è impegnato concretamente nella vita pubblica in virtù della sua ispirazione cristiana e della adesione alla dottrina sociale della Chiesa. Una posizione politica che nella Dc come nel Ppi, nella Margherita come nel Pd, l’ha sempre visto in prima linea con coraggio e coerenza. Fattori, questi, che lo portavano ad essere intransigente sui principi e sui valori, ma duttile nella capacità di costruire soluzioni che puntavano al raggiungimento, nelle diverse fasi politiche, di soluzioni che potevano soddisfare gli interessi generali. Cioè quello che comunemente viene definito, per noi cattolici popolari, il “bene comune”.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la funzione del partito come “strumento democratico capace di trasformare i ceti popolari da classe subalterna a ceto dirigente del nostro paese” e, al contempo, marcare una presenza politica e culturale definita all’interno stesso dei partiti. Nella Dc come nei partiti cosiddetti “plurali” della seconda repubblica, Marini non ha mai rinunciato ad esaltare questi due caposaldi costitutivi della sua lunga e proficua esperienza politica. Per questi motivi Marini era un interlocutore politico vero. Perché tutti sapevano che rappresentava un pezzo della società italiana e di quel pezzo di società si faceva carico. Nel sindacato come nella politica, nel partito come nelle istituzioni.

Certo, non esiste una eredità personale di Franco Marini perchè, di norma, i leader e gli statisti sono unici ed irripetibili. Come diceva Donat-Cattin, “il carisma in politica o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”. Ma c’è una eredità politica, sociale, culturale e anche umana che Franco ci trasmette. Una eredità che obbliga ed invita chi continua a riconoscersi nella tradizione e nel pensiero del cattolicesimo sociale a proseguire quel cammino nella società contemporanea. Ad inverare, cioè, quella “sinistra sociale” di ispirazione cristiana nella concreta dialettica politica italiana. Ben sapendo, come diceva sempre Franco, che il “pensiero e l’azione non sono mai slegati”. E cioè, si è credibili ed interlocutori nella politica come nel sindacato se si è portatori di una precisa cultura politica e sempre disponibili al dialogo e al confronto con gli altri – amici ed avversari – per portare a casa risultati per i ceti popolari e le classi lavoratrici. Senza limitarsi a contemplare l’esistente o a descriverlo in modo accademico ed astratto.

Il Don Bosco dimenticato dagli storici del movimento operaio

Nel lontano 8 febbraio 1852, Don Giovanni Bosco, già da anni impegnato nella periferia torinese a favore della gioventù disagiata e povera, sottoscrisse un atto a tutela di un ragazzo cresciuto e formato al lavoro nell’Oratorio da lui fondato. Questo documento, registrato in carta bollata del Regno Sabaudo, è considerato da diversi studiosi, il primo contratto di apprendistato o addirittura una delle prime forme di accordo negoziale fra Parti sociali.

Leggendo il testo, a distanza di oltre centosettanta anni, si ritrovano nel metodo e nel merito i contenuti della contrattazione del sindacalismo pragmatico e riformista, che ha fatto la storia delle relazioni sindacali. Innanzitutto una sottoscrizione che riconosce più soggetti: il datore di lavoro, il genitore del ragazzo, e quindi il giovane lavoratore, Don Bosco; importante proprio la figura del sacerdote piemontese che assume il ruolo di rappresentante del giovane lavoratore formato nel suo centro e ne esige, con il linguaggio del tempo, i diritti fondamentali per una prestazione lavorativa: impegno dell’artigiano-datore al rispetto della persona da utilizzare per le sue capacità professionali e non come mero elemento da sfruttare o maltrattare; l’obbligo ad orari definiti; l’attenzione alla salute e alla sicurezza del lavoratore; la garanzia di riposi obbligatori; l’individuazione di un reddito certo e soprattutto progressivo nel tempo attraverso l’acquisizione di nuova esperienze lavorative ed infine, il vincolo alla formazione e all’aggiornamento professionale. Insomma, un vero e proprio accordo fra Parti rappresentative di interessi diversi, che si riconoscono reciprocamente e stabiliscono impegni e diritti.

Un documento che mette la persona al centro del lavoro nella migliore tradizione del cattolicesimo sociale, del quale San Giovanni Bosco rappresenta una delle prime esperienze concrete nel contesto della nascente industria dell’Italia Settentrionale.

La funzione e le intuizioni del Santo piemontese, spesso dimenticato dagli storici del movimento operaio, ha invece avuto un ruolo fondamentale nella regolazione dei rapporti di lavoro.

Ancora oggi i temi della contrattazione rimangono prevalentemente quelli elencati nel “contratto di apprendizzaggio” sottoscritto a Torino nel 1852 da Don Giovanni Bosco e dall’artigiano Giuseppe Bertolino; il tutto contestualizzato alle innovazioni e alle condizioni del tempo.

Nella Torino che si preparava ad affrontare un importante sviluppo dell’industria manifatturiera, che ne caratterizzerà oltre duecento anni di storia del territorio, Don Bosco sperimentò, in alternativa all’approccio ideologico e politico del nascente scontro tra capitale e lavoro, amplificato dalle opposte ideologie della destra e della sinistra tradizionali, il metodo della contrattazione e del negoziato tra parti, che ha poi consentito alle Organizzazioni Sindacali di assumere un ruolo da protagoniste nella società.

Un’eredità importante e significativa, quella che ha consegnato San Giovanni Bosco, al mondo del lavoro. È giusto sottolinearne ancora la centralità.

Il testo del “contratto di apprendizzaggio”

I Depeche Mode ci regalano i suoni del futuro 

Significati infranti, il tempo è fugace, guarda cosa porta. Saluti, addii, migliaia di mezzanotti, persi in ninne nanne insonni”. Si apre così il testo di Ghost Again dei Depeche Mode nella versione orchestrale. Melodie melanconiche che attraversano il susseguirsi della vita tra fragilità e gioia.

Non il decadentismo artistico in musica ma il simbolismo elettrogotico della nostra epoca. Il cielo sta sognando pensieri senza pensieri, amici miei, sappiamo che saremo di nuovi fantasmi” (da Ghost Again). È come se le vocalità di Dave Gahan e le “chitarrate” elettrodance di Martin Gore erano, sono e saranno il ponte originario tra due mondi: quello post punk e quello “tecno-rock” dei tempi attuali.

La società contemporanea con le sue difficoltà geopolitiche e le disuguaglianze sociali alle porte già da tempo influenza e orienta scelte musicali, arrangiamenti e parole che ci inducono a riflettere. Ci sono band come i Depeche Mode che, insieme a tanti altri, hanno con il loro sound “cambiato il mondo”. Quando ascoltiamo “Enjoy the silence” nella versione integrale oppure nella graffiante elevazione musicale degli italiani Lacuna Coil, ti fermi e pensi che il tutto è orientato al cambiamento. Parole come violenza rompono il silenzio, vengono a sbattere contro il mio piccolo mondo, dolorose per me, mi trafiggono”. Poi, ancora, I piaceri rimangono, così anche il dolore, le parole sono prive di significato e dimenticabili”.

E mentre il “Re” nel video attraversa le valli “dell’esistenza” irrompe la voce di Gahan Enjoy the silence” – “Goditi il silenzio”. I Depeche Mode hanno attraversato decenni, la società è cambiata con la loro longevità umana e artistica fino ai nostri giorni. Un fenomeno che ormai è inarrestabile che con le loro note ci accompagnano lungo la nostra esistenza dall’adolescenza fino alla tarda gioventù, presenti con i loro testi ma sempre con l’orizzonte ben piantato nel futuro. “Dovè la rivoluzione? Forza, gente…….per troppo tempo diritti abusati…..il treno è in arrivo, quindi salite a bordo”.

Riflessioni che sono preludio del futuro e nuove vie nate per tracciare labirinti elettrorock che da “Stripped” a “Black celebration” ci riportono solo un urlo: Wheres the revolution? Come on, people”.

La Voce del Popolo | Salvini e Meloni, una sfida sull’identità.

Non è un mistero che non si amino troppo, Meloni e Salvini. La loro tregua regge, appesa com’è al filo del comune interesse di governo. Ma si tratta di una tregua fra- gile, che già nei prossimi mesi verrà messa a soqquadro dalla competizione per il voto europeo (e più ancora dalla complicata gestione del dopo-voto).

Nulla di scandaloso, se vogliamo. E nulla di inedito. La storia politica italiana è infarcita di una gran quantità di collaborazioni assai competitive che alla fin fine hanno creato un po’ di scompiglio ma quasi nessuna eversione dell’ordine politico. È possibile che anche questa volta i litigi di maggioranza produrranno solo una gran turbolenza.

E tuttavia i due alleati prima o poi dovranno scegliere su quale terreno sfidarsi. E in particolare Meloni dovrà decidere cosa fare con quel mondo che sta alla sua destra e di cui Salvini ambisce a fare il leader. Il fatto è che certe intemerate del capo leghista sembrano voler ricordare a Meloni, senza troppi complimenti, il suo “come eravamo” di appena pochissimi anni fa. Quasi che il vice si stesse proponendo come una sorta di fantasma di Banquo che appare a Macbeth per ricordargli i suoi trascorsi e le sue macchinazioni.

La sfida tra Meloni e il suo vice non è insomma una banale contesa di potere. È una prova che verte sull’identità. E che Meloni può combattere in due modi opposti. O radicalizzandosi verso destra. O inoltrandosi a poco a poco nella direzione opposta. Dilemma assai complicato, si dirà. Rispetto al quale però la presidente del consiglio non potrà percorrere una furbesca via di mezzo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 8  febbraio 2024

[Articolo è qui riproposto per gentile concessione del Direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La protesta degli agricoltori europei esige una risposta politica

La protesta portata avanti in queste settimane dagli agricoltori nei maggiori Paesi europei è qualcosa di più di un elenco di rivendicazioni settoriali ma pone delle questioni squisitamente di natura politica che riguardano il futuro dell’Europa e interpellano le varie famiglie politiche dell’Ue e i partiti nazionali.

A livello europeo tali proteste contribuiscono a riportare al centro del dibattito, a pochi mesi dalle elezioni europee, il Green Deal europeo con il quale l’Ue si è data degli obiettivi ambiziosi in tema di sostenibilità, che risultavano eccellenti a tavolino ma che, come tutti i progetti necessitavano della prova dei fatti. In tal senso le attuali rivendicazioni degli agricoltori possono risultare salutari nel costruire insieme per la prossima legislatura europea, un programma di transizione ecologica che mantenga le ragioni di un impegno per l’ambiente, arricchendolo delle ragioni della sostenibilità sociale. Si tratta, detto con il linguaggio della Laudato Si’, di attuare il principio dell'”ecologia integrale”, capace di coniugare le ragioni ambientali con quelle sociali, nonché, come si tende a fare nel resto del mondo, di tenere conto in misura adeguata della reale e specifica situazione socio-economica in cui si attuano le politiche ambientali, le quali in quanto obiettivi dell’agenda ONU sulla sostenibilità, sono condivise da tutti gli Stati – in modo da evitare di produrre nuove ingiustizie, dovute a una non equa distribuzione degli oneri della transizione ecologica, che penalizza i ceti popolari.

La principale posta in gioco appare, dunque, quella di perseguire un approccio improntato all’equilibrio, al buon senso, alla neutralità tecnologica e alla lungimiranza delle politiche europee, fuori da ogni isteria ideologica come da una irresponsabile inazione. In questa prospettiva l’Europa potrà divenire un modello per il mondo per quanto riguarda il cambio di paradigma per l’agricoltura. Al posto delle monoculture, spesso favorite dall’accaparramento dei terreni (il volto moderno del latifondo) operato da chi trae i maggiori vantaggi dalle ancora non risolte distorsioni del sistema finanziario, degli ogm, dei brevetti sui semi di poche multinazionali, dell’uso intensivo di prodotti chimici, potrà affermarsi un’agricoltura più rispettosa degli equilibri della natura. Un processo favorito anche dal promettente sviluppo di nuove tecniche di ingegneria genetica (le TEA Tecniche di Evoluzione Assistita, o NGT, New Genomic Techniques), che, a differenza degli ogm, si svolgono all’interno di una stessa specie vegetale, potendo in tal modo migliorare la resistenza delle piante ai parassiti, alla siccità, senza il pericolo di effetti collaterali sulla salute umana.

Sul piano interno, il rischio è quello che l’interlocuzione con gli agricoltori diventi una questione tutta interna al centrodestra, con la sinistra, che pure si dimostra più attenta all’ambiente, colta in contropiede a difendere un modello di agricoltura che però è alla portata solo delle fasce sociali più facoltose che ormai costituiscono la base elettorale dell’estrema sinistra e della sinistra. E con l’area di centro che, almeno sinora, mi pare stenti a cogliere l’importanza culturale e politica, di questa sfida che la mobilitazione degli agricoltori ha riportato al centro dell’attenzione in tutt’Europa. Forse anche perché alla fine i discutibili presupposti su cui si basa il bipolarismo hanno finito per contagiare anche il centro. Ossia, come destra e sinistra si sono illuse di poter inaugurare un’alternanza basata sull’eterno ritorno dei due poli a prescindere dai programmi, per poi scoprire che molti elettori o non vanno più a votare oppure alimentano la pericolosa “terza via” del populismo, così mi pare non ancora del tutto sconfitta la tentazione politicista, che alimenta l’illusione che il centro possa esistere sulla scena politica per una sorta di diritto di geometria della politica a prescindere dai programmi. Credo invece che il rilancio del centro passi necessariamente dall’immersione nei problemi cruciali del nostro tempo, con cui si forgiano anche le altrettanto necessarie forme organizzative. E in tema di cambio di paradigma dell’agricoltura europea c’è solo l’imbarazzo della scelta per un impegno che lasci trasparire la specifica ispirazione politica dei Popolari.

Limiti e perplessità sull’autonomia differenziata

Il Senato ha recentemente approvato il ddl sull’autonomia differenziata, che attua l’articolo 116 della Costituzione. L’autonomia differenziata è una espressione che inquieta. Ad intimorire è l’aggettivo differenziata, che rimanda alla parola differenza. Il termine deriva dal latino differentia, utilizzato per la prima volta da Cicerone per rendere il greco diaphord, che vuol dire proprio

differenza. Il termine, composto dal preverbio dif – aggiustamento fonico di dis, elemento che indica separazione – e da ferentia, sta a significare qualcosa che divide, separa, perché “porta uno da una parte e l’altro dall’altra”.

La differenza fa paura perché separa. L’autonomia differenziata inquieta perché rimarca e consolida le differenze, minacciando l’unità sociale ed economica della Repubblica.

Il ddl messo a punto dal ministro Calderoli intende dare attuazione a quanto previsto dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, secondo cui “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su istanza della Regione interessata”.

Con la riforma del Titolo V della Costituzione è stato ridisegnato l’assetto istituzionale della Repubblica. È stato previsto, infatti, un elenco tassativo di materie o gruppi di materie di esclusiva competenza statale ed un elenco di materie oggetto di potestà legislativa concorrente Stato-Regioni, rispetto alle quali lo Stato mantiene solo il potere di determinare i principi fondamentali cui deve improntarsi l’attività normativa. Ebbene, il ddl Calderoli prevede una drastica riduzione delle materie di competenza esclusiva dello Stato: le Regioni potranno chiedere il trasferimento di funzioni in ben ventitré materie, allo stato attuale di competenza legislativa concorrente. Con la conseguenza che potranno esserci, ad esempio, tante discipline sull’organizzazione della giustizia di pace, sull’istruzione, sulla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali quante saranno le Regioni che chiederanno ed otterranno l’autonomia differenziata.

C’è di più: l’autonomia differenziata prevede la possibilità di trattenere parte del gettito fiscale generato sul territorio per il finanziamento dei servizi e delle funzioni di cui si chiede il trasferimento. In questo modo si attuerebbe un vero e proprio ritorno al centralismo, che mal si concilia con il principio dell’autonomia finanziaria sancito dall’articolo 119 della Costituzione che ha determinato il passaggio dalla finanza derivata alla finanza decentrata con una maggiore responsabilizzazione degli amministratori.

Altro punto fondamentale del ddl Calderoli è rappresentato dall’attribuzione di ulteriore autonomia alle Regioni subordinatamente alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, i cosiddetti LEP. La determinazione dei LEP rientra nell’alveo della legislazione esclusiva dello Stato. Ciò in quanto la loro funzione è la tutela della coesione sociale della Repubblica, perché devono essere garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. In base alla Costituzione, la determinazione dei LEP deve avvenire da parte dello Stato nel rispetto e sulla base del principio di leale collaborazione tra Stato e Regione.

La Corte costituzionale, con sentenza n.220 del 2021, ha stabilito che il ritardo nella definizione dei LEP rappresenta un ostacolo alla piena realizzazione dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali e al superamento dei divari territoriali nel godimento delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.

I padri costituenti, al momento della redazione della Costituzione, recependo gli insegnamenti di Santi Romano, hanno garantito l’unità attraverso la pluralità degli ordinamenti giuridici. L’articolo 5 della Costituzione sancisce, infatti, il principio dell’unità e, nel contempo, quello del decentramento amministrativo. Unità attraverso la pluralità assicurate per il tramite del principio solidaristico, fissato all’articolo 2 della Costituzione, e il principio di uguaglianza, declinato nella duplice forma dell’uguaglianza formale e dell’uguaglianza sostanziale. Ebbene, il ddl Calderoli garantisce il principio solidaristico? E quello di uguaglianza, che significa: trattare le differenze in maniera uguale?

Innanzitutto, non è chiaro come si possa garantire il principio solidaristico considerato che le Regioni, d’intesa con lo Stato, potranno trattenere una parte rilevante del gettito fiscale, e tenendo presenti le difficoltà nella determinazione dei LEP. Qualora dovesse superarsi lo scoglio della loro determinazione, rimarrebbe sempre quello del loro finanziamento. Ancora: come si può garantire l’unità attraverso la pluralità per il tramite del principio di uguaglianza? Non certamente attraverso il trasferimento di funzioni in materie che rientrerebbero nella competenza (di fatto esclusiva) delle Regioni accentuando le differenze, nella forma delle diseguaglianze sociali ed economiche.

Ecco perché la differenza di questa autonomia inquieta. Da qui, l’esigenza di recuperare i valori del personalismo comunitario e trasfonderli in un progetto politico che guardi al cattolicesimo per offrire una base morale allo sviluppo sociale e culturale, prima ancora che economico, del Paese.

I Mali di Roma 50 anni dopo il convegno del Vicariato

Cinquanta anni fa si svolse a Roma un convegno destinato a rimanere nella memoria collettiva. I “mali” della città furono indagati in un evento che andò ben oltre il milieu di ideazione e di organizzazione, specificato nel sottotitolo («la responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e di giustizia nella città di Roma»). Le giornate tra il 13 e il 15 febbraio 1974 catalizzarono l’attenzione sulla povertà e la conflittualità di larghi strati della Capitale.

Scuola, casa e lavoro furono al centro dei tre giorni di Convegno. Il richiamo all’impegno dei cattolici veniva promosso attraverso la ricerca sociale – conoscere il nuovo volto della città – e la denuncia. Mons. Ugo Poletti fu il motore delle critiche alla politica democristiana e a parte delle gerarchie ecclesiastiche.

A cinquanta anni da quelle giornate di analisi e di confronto, i “mali di Roma” hanno cambiato aspetto – come si addice al contesto prismatico della Capitale – ma continuano a rappresentare l’epifenomeno di malesseri profondi: se è vero che i problemi più rilevanti non sono più la mortalità infantile, la dispersione scolastica e le condizioni di vita di borghetti informali e di borgate ufficiali, è lecito chiedersi perché la città continui a essere narrata attraverso il suo disagio e le sue contraddizioni (“In Rome, Its Luxury vs. Squalor”, scriveva il New York Times del 14 settembre del 2023), e come si è giunti alla crisi del cosiddetto “Modello Roma”.

Come registrato dal recente Rapporto di Banca Italia sull’Economia di Roma negli anni Duemila, la città non ha saputo reagire alla crisi finanziaria del 2007/2008 e al tramonto della sua vocazione “ministeriale”. Vi sono stati meno investimenti pubblici e privati; occupati meno qualificati e con redditi più bassi (il pil procapite è sceso dell’11%); poco impatto della grande impresa; espansione dell’economia della rendita e del terziario arretrato legati al turismo. Nel contempo, la città vive crisi legate all’impatto dei cambiamenti climatici, all’aumento della povertà estrema, alle diseguaglianze territoriali e sociali, all’assenza di un motore di sviluppo economico e produttivo capace di generare (e ridistribuire) ricchezza e di agire secondo logiche non puramente “estrattive” (si pensi ai profitti derivanti dallo sfruttamento intensivo e spesso disordinato dell’heritage materiale e immateriale).

 

 

Nota tecnica

Il convegno è organizzato dall’Osservatorio sulla Città Globale dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della “Sapienza” Università di Roma”.

Titolo: I nuovi “Mali di Roma”: crescita delle diseguaglianze, overtourism, esclusione sociale.

Sede: Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale della Sapienza (Università di Roma) • Via Salaria 113 •

Data: 15-16 febbraio 2024.

La catechesi del Papa sulle opposte vie della tristezza

Nell’udienza del mercoledì, proseguendo il ciclo di catechesi sui vizi e le virtù, il Papa si è soffermato sulla tristezza, intesa come “un abbattimento dell’animo, un’afflizione costante che impedisce all’uomo di provare gioia per la propria esistenza”. Nelle parole di Francesco l’invito a distinguere: esiste una “tristezza amica, che ci porta alla salvezza”, com’è quella del figlio prodigo della parabola (cfr Lc 15,11-20): toccando il fondo ha provato grande amarezza, dopodiché rientra in sé stesso e decide di tornare da suo padre. “Ma c’è una seconda tristezza – ha detto il Papa – che invece è una malattia dell’anima. Nasce nel cuore dell’uomo quando svanisce un desiderio o una speranza”, come accaduto ai discepoli di Emmaus (Lc 24,21).“La dinamica della tristezza – ha poi continuato Francesco – è legata all’esperienza della perdita. Nel cuore dell’uomo nascono speranze che vengono a volte deluse. Può essere il desiderio di possedere una cosa che invece non si riesce ad ottenere; ma anche qualcosa di importante, come una perdita affettiva. Quando questo capita, è come se il cuore dell’uomo cadesse in un precipizio, e i sentimenti che prova sono scoraggiamento, debolezza di spirito, depressione, angoscia”.

È un’esperienza che viviamo tutti: “qualcuno, dopo un tempo di turbamento, si affida alla speranza; ma altri si crogiolano nella malinconia, permettendo che essa incancrenisca il cuore”. La tristezza diventa così “il piacere del non piacere”, è come “prendere una caramella amara, senza zucchero, e continuare a succhiarla”. “Certi lutti protratti, dove una persona continua ad allargare il vuoto di chi non c’è più – ha ammonito il pontefice – non sono propri della vita nello Spirito. Certe amarezze rancorose, per cui una persona ha sempre in mente una rivendicazione che le fa assumere le vesti della vittima, non producono in noi una vita sana, e tanto meno cristiana. C’è qualcosa nel passato di tutti che dev’essere guarito. La tristezza, da emozione naturale può trasformarsi in uno stato d’animo malvagio”.

Francesco ha pure ricordato che i padri del deserto descrivevano questo stato d’animo come “un verme del cuore, che erode e svuota chi l’ha ospitato. Però lo si può combattere facilmente – ha quindi aggiunto – custodendo il pensiero della risurrezione di Cristo. Per quanto la vita possa essere piena di contraddizioni, di desideri sconfitti, di sogni irrealizzati, di amicizie perdute, grazie alla risurrezione di Gesù possiamo credere che tutto sarà salvato. Gesù non è risorto solo per sé stesso, ma anche per noi, per riscattare tutte le felicità che nella nostra vita sono rimaste incompiute”.

Non dobbiamo ignorare che esiste anche un populismo di governo

Non dobbiamo ignorare che esiste anche un populismo di governo

Il populismo, come ben sappiamo, continua a serpeggiare nel sottosuolo della politica italiana. E non solo nel sottosuolo, purtroppo. Una malapianta che ha radici antiche nel nostro paese ma che si è affinata negli ultimi anni dopo l’irrompere violento ed aggressivo del grillismo. Populismo che, molto semplicemente, è la negazione della politica, dei suoi istituti, dei suoi valori costituivi e delle modalità organizzative che accompagnano ed arricchiscono la politica stessa. Non a caso, con il grillismo sono scomparse le tradizionali categorie della politica – destra, sinistra e centro -, sono state azzerate le culture politiche, si sono affermati con prepotenza il trasformismo e

l’opportunismo politico e parlamentare, è tramontata l’autorevolezza e la qualità delle classi dirigenti e, in ultimo, è tramontata la credibilità e il ruolo dei partiti. E il grillismo populista, al di là dell’attuale gestione di Conte, sempre più misteriosa ed enigmatica rispetto alla cultura che lo ispira e alla concreta prospettiva politica che persegue, stenta ad essere definitivamente rimosso dalla cittadella politica italiana.

Dopodichè, se i 5 Stelle rappresentano la versione ufficiale e più accreditata del populismo anti politico, qualunquista e demagogico nell’esperienza politica italiana, è altrettanto indubbio che questa malapianta ha contagiato trasversalmente l’intera politica nazionale. Del resto, se il Pd della Schlein individua proprio nei 5 Stelle l’interlocutore privilegiato e quasi esclusivo per costruire una prospettiva politica, e duratura, nel nostro paese, significa molto semplicemente che si considera il partito di Grillo e di Conte un sicuro ancoraggio per dispiegare il proprio progetto politico. Ovvero, e detto in altri termini, si condivide non solo la medesima prospettiva politica ma anche, e soprattutto, lo stesso universo valoriale. Il cemento post ideologico populista che lega in modo indissolubile l’attuale Pd con i 5 Stelle, al di là delle finte schermaglie e dei tatticismi quotidiani, è anche la conferma che il populismo è in buona salute ed è più in forma che mai.

Al contempo, è anche bene ricordare che esiste un populismo di governo. E cioè, atteggiamenti, comportamenti, scelte e decisioni politiche e legislative che si basano, appunto, sulla sub cultura populista e demagogica. È appena il caso di ricordare che la Lega salviniana, al riguardo, è quasi un modello di come si possa declinare una strategia populista anche dal piedistallo governativo. E del resto, il primo governo Conte registrò la perfetta unione tra i due principali populismi del nostro paese, seppur con forme e modalità diverse le une rispetto alle altre. Ma sono anche alcune scelte dell’intero Governo di centro destra che confermano, in modo persino plateale, che il populismo continua ad essere tranquillamente praticato.

Ecco perchè, se si vuole riscoprire la politica, il suo ruolo e la sua funzione nella società contemporanea, rilanciare le sue storiche e sempre attuali categorie recuperando, al contempo, quelle culture politiche che sono decisive per non abbandonare la stessa politica alla improvvisazione e alla casualità – che restano i pilastri della esperienza grillina – non si può non respingere definitivamente ed irreversibilmente la malapianta della deriva populista e radicalmente anti politica. Anche su questo versante, per non dire soprattutto su questo fronte, si gioca la sfida del Centro e di una vera e credibile ‘politica di centro’ per ritornare protagonista nella cittadella

politica italiana.

Roma e Sora Lella, il dilemma della valenza pubblica.

Ci sono situazioni in cui il cuore si accorda con difficoltà alle decisioni prese dallo Stato che potranno avere una loro plausibile ragione ma contro un primo istintivo sentimento. Ci sono notizie di prima fila e quelle con minore ribalta che però lasciano il sapore di un amaro in bocca malgrado siano in posizione di retrovia.

Roma è una città che non manca di bellezze artistiche monumentali e quindi si può comprendere l’ammirazione di un turista che faccia passi per le vie della Capitale incrociando i suoi mille tesori.

Anche i suoi cittadini, da sempre abituati a tanta bellezza, avrebbero diritto a qualcosa che sia piuttosto per loro, che invece oggetto di godimento per il visitatore di turno.

L’Isola Tiberina ha una storia singolare come tutte le storie che hanno un loro indubbio passato. La leggenda che l’accompagna racconta che sia stata formata dai covoni del grano mietuto a Campo Marzio e gettati nel Tevere al momento della ribellione contro Tarquinio il Superbo, poi spodestato.

Senza sprofondare nel baratro dei secoli addietro, da agosto 2023 ricorrono i 30 anni dalla morte di Elena Fabrizi, per tutti Sora Lella. Di grano, di pasta e di ogni altro cibo la nostra Sora Lella era una grande esperta essendo stata, oltre che abile attrice, anche una capacissima cuoca vantando un suo ristorante proprio sull’isola Tiberina.

Ora è accaduto che la Associazione “Le donne di Roma” ha proposto che si potesse erigere un busto in ricordo di Sora Lella da collocare vicino al locale che gestiva e dove le pietanze romane si compiacevano di essere cucinate. La Soprintendenza ai Beni culturali pare che abbia opposto un rifiuto motivandone la carenza di “valenza pubblica”.

Sono ignoti i parametri di riferimento che possano configurare la sostanza di una valenza di tal genere. Certamente si obbedirà ad una serie criteri tecnici dei quali di volta in volta si dovrà accertare o meno la ricorrenza e la rispondenza.

Se invece la valutazione fosse di tipo invece discrezionale, con una libera interpretazione di ciò può avere una rilevanza pubblica, allora potrebbe esserci qualcosa da eccepire.

In ogni caso, nulla a che vedere con il titolo di quel film “Vizi privati e pubbliche virtù”.

Torna comodo un proverbio latino che meriterebbe di essere resuscitato per il significato di garbo che portava nell’essere pronunciato. “ Valeo si vales”,  che potrebbe tradursi in un “se tu stai bene, sto bene anche io”. Ancor più per esteso nelle aperture delle lettere latine era possibile leggere la delicata premessa “Si vales, bene est. Ego valeo”. Se stai bene, è cosa buona. Io sto bene.

Il termine “valenza” deriva dal latino tardo e indica sia la forza che la abilità e deriva dal verbo “valere”.

Mettendola su questo piano, ci è difficile pensare che Sora Lella non abbia espresso un suo portato di valore nell’arte del cinema, che, per inciso, le ha riconosciuto un Nastro d’Argento ed un David di Donatello, oltre che in quella di maestra della tradizione cuciniera della sua città.

Se non bastasse, molto di più è la carica di simpatia umana, icona di una scanzonata romanità, che non può esserle in alcun modo contestata e disconosciuta. Ecco perché potrebbe sperarsi in un ripensamento di quella autorità che ha una sua indubbia competenza in materia ma che non dovrebbe però spegnere un afflato popolare che chiede riconoscimento alla emblematica figura di Sora Lella.

Può darsi che all’esito della decisione lei abbia avuto un motivo di disappunto. Comunque, non sarebbe certo caduta nella polemica e nella logica di una contrapposizione dei paladini in suo favore, schierati in opposizione ad un potere contro la statua che potesse celebrarla.

Mutuando dalla risposta data a Carlo Verdone quando le chiese di fare l’attrice, forse oggi, apprendendo la bocciatura della Soprintendenza commenterebbe: ” Ma me stai a cojonà o stai a ddi su serio?”.

Influencer, ovvero illusioni chiacchiere e distintivi.

“Io penso che la cultura contemporanea dovrebbe recuperare la cultura greca nella accezione del limite. Dovremmo essere davvero più limitati. Dovremmo davvero non guardare verso la meta nelle forme del progresso, che poi non è progresso come semplice sviluppo. Non dovremmo esagerare nelle nostre manifestazioni, dovremmo mantenere la misura”. Uso queste parole di Umberto Galimberti che mi ha fatto dono di un’intervista indimenticabile, per introdurre il tema legato alla figura dell’influencer, come mi è stato chiesto. Perché ciò che esprime Galimberti – il suo postulare la riscoperta del limite e il valore della misura — è quanto di più sideralmente lontano da ciò a cui l’influencer si ispira.  Stiamo passando il lento transito dal relativismo etico al negazionismo e, insieme a questo passaggio, affianchiamo la dematerializzazione della vita, il distacco dalla condizione di natura, la sostenibilità generazionale e di contesto: tutto questo può essere riassunto nella sovrapposizione del virtuale rispetto al reale.

L’esistenza diventa l’alcova delle mistificazioni, un contenitore immaginifico di illusioni dove la ricerca della felicità crea spazi impensati per questa pedagogia sociale predicata dagli influencer, una professione che nasce dal nulla e il nulla produce: solo affabulazioni, promesse, istruzioni per l’uso, miraggi, modelli personologici costruiti artificialmente, dietro cui si celano interessi commerciali enormi perché la sponsorizzazione di tutto ciò che serve per cambiare parte da una insoddisfazione di fondo dalla quale vogliamo affrancarci, costi quel che costi. Chi sono questi apostoli del nuovo? Io non credo pregiudizialmente che siano equivoche figure di demagoghi, probabilmente la maggior parte di loro si crede investita di una straordinaria capacità di convincere, di consigliare, di proporre stili di vita e modelli estetici, ed è proprio questa incredibile faciloneria, la convinzione autoreferenziale di essere depositari di verità da inculcare facendo leva sulla potenza della parola che li rende capaci di penetrare nei comportamenti sociali e di orientarli.

Il target dei consumatori di queste alchimie nuove per una vita felice, per mirare alla perfezione, per superare i turbamenti interiori è costituito da giovani adolescenti: chi ha vissuto a lungo ha imparato a distinguere il vero dal falso, ciò che è realizzabile da ciò che resta una vana illusione.

Anche se la sfida del paradosso, il popolo dei ribelli, dai no vax ai terrapiattisti, comprende anche persone che nonostante le evidenze si rifiutano di imparare dalla vita e dalle esperienze vissute.

In prevalenza i giovani costituiscono un target commerciale appetibile: resto spesso allibito da quanti seguano e cerchino di condividere i modelli esistenziali promossi dagli influencer, si parla di migliaia, milioni di follower che adorano i loro maestri di vita ed aspirano alla felicità come traguardo raggiungibile. Scuola e famiglia spesso sono scalzate – con i loro modelli educativi tradizionali – dal compito di elargire insegnamenti basati sui valori tramandati.

A cominciare dall’uso del pensiero critico che dovrebbe essere la più importante finalità di una sana formazione, un discrimine tra ciò che è ragionevole e sensato e ciò che diventa terribilmente pericoloso e fuorviante.

Stupisce la crescita di questo nuovo mestiere, si parla di ordine professionale, di patentini di expertise, di legittimazioni formali. Qui si rivela tutta da debolezza e il vuoto di valori della società degli adulti, delle istituzioni, della stessa politica. Perché l’influencer può portare consensi e poi voti, perché convince solo attraverso la propria immagine e le parole che creano una sorta di magia ammaliante.

Giocano sul connubio con le tecnologie e si diffondono attraverso i social, senza i limiti, senza la misura di ciò che è vero e utile. Questo mix di parole che mirano a convincere, senza alcun controllo etico che tuteli le coscienze, può diventare un motivo di disorientamento dove si perde la propria identità, fino ad estraniarsi dalla realtà. A molti resta tra le mani il distintivo ricordo di una pia illusione.

Da sempre l’esplorazione e l’attesa del futuro hanno costituito una fascinazione alla quale è stato difficile sottrarsi. Ma i grandi interpreti dello scandaglio interiore hanno saputo svuotare le aspettative esistenziali dalle vane illusioni. L’attesa è una chimera che non sempre fornisce risposte. Oggi tutto può consumarsi in un attimo, la pienezza esistenziale consiste nel circondarsi di beni e fattezze esteriori. La vita? Un paese dei balocchi dove – come mi ha detto Luigi Zoja – tutti sono malati della sindrome di Lucignolo. Gli influencer lo sanno ed alimentano la mistificazione del cambiamento, salvo che si traduca in cocenti delusioni per i follower e in lauti compensi per sé. Per questo mi piace concludere rispolverando dalle reminiscenze letterarie alcune grandi lezioni su cui dovremmo tutti spesso riflettere.

Il venditore di almanacchi descritto da Giacomo Leopardi nelle sue Operette morali si arrendeva alla consapevolezza che la rappresentazione del futuro si risolvesse in una vana speranza, peraltro ostentata. In ‘Aspettando Godot’ e in Giorni felici” di Samuel Beckett emerge l’estenuante attesa di qualcosa o qualcuno che resta indefinito, oltre un nichilismo di fondo nei confronti dell’esistenza umana, il non-senso della parola e l’assenza della comunicazione, poiché rimane sottotraccia e sbiadito il senso allegorico, semantico e simbolico di un dialogo basato su argomentazioni prive di un significato esplicito: lo stesso Beckett si interroga – richiesto di una spiegazione – sull’esistenza di Godot e sull’essenza di una felicità inespressa in una infinita allegoria degli impliciti.                         Nel Deserto dei Tartari – mi piace chiudere con Dino Buzzati — la metafora dell’attesa assume le sembianze struggenti di un dovere da compiere, una missione da portare a termine per dare un senso alla vita.

De Gasperi e Maritain al crocevia dell’Italia democratica

A cinquant’anni dalla morte, Jacques Maritain vive ancora nei discorsi di una comunità di pensiero, non insensibile al richiamo della politica, che va con affanno alla ricerca di una risposta alla sfida del transumanesimo. Certo, il ricorso alla memoria e alla  di Umanesimo integrale, il libro che alla fine degli anni ‘30 del secolo scorso dette grande notorietà al pensatore francese, potrebbe apparire un azzardo.

Contro questa ipotesi, soccorre la suggestione di un fatto decisivo. Nella modernità del Novecento, iniziata con il positivismo e poi avviata all’ateismo, Maritain riuscì a guadagnare uno spazio di comunicazione degno di rispetto. Il suo Umanesimo integrale fece epoca, cambiò la mentalità dei cristiani, innnescò adesioni e reazioni sulla scena pubblica: i concetti divulgati spiegavano le obiezioni della filosofia neotomista al razionalismo e al laicismo, ponendo le basi di una filosofia politica in grado di orientare la formazione di una nuova cristianità, congiuntamente a una nuova democrazia.

Nacque così la terza via tra fascismo e comunismo. Ad essa, in Italia, si ispirò la giovane classe dirigente del secondo dopoguerra, alla quale, più che ai vecchi popolari stretti attorno a De Gasperi, spettò il compito di dotare il “partito cristiano” di idee e programmi per una grande missione riformatrice. Proprio la lettura di Maritain, specialmente tra gli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso, dette luogo a una immediata traduzione operativa, anche forzosa, sicché più tardi Achille Ardigò credette di riconoscere in quella esperienza iridescente il “consumo politico” del maritainismo.

Se tutto però si concentrasse nel riesame dell’influenza esercitata da Umanesimo integrale sull’ala dossettiana della Dc e quindi sulla sinistra cattolica, si farebbe torto alla verità di un fenomeno più ampio, forse anche più complesso; un fenomeno che riporta al felice contraccolpo, per gli antifascisti cattolici emarginati dal Regime, di una originale lezione sulla democrazia in nome dei valori evangelici e della filosofia neo-scolastica, adeguatamente aggiornata.

Ecco dunque perché il recente convegno all’Istituto Sturzo – promosso dall’Associazione ex Parlamentari, dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain e dall’Associazione Nazionale Democratici Cristiani (ANDC) – ha voluto contribuire a divulgare gli elementi di conoscenza a riguardo del rapporto che ebbe, ancora in pieno regime dittatoriale, il bibliotecario vaticano De Gasperi con la figura più rappresentativa della corrente filosofica personalista.

Molti i motivi d’interesse per questa “inquadratura” che bene ha fatto Luciano Cardinali, con la sua tesi di dottorato, a scegliere e a proporre, per nostra utilità. È un tentativo, il suo, di entrare nel vivo dell’impresa “ideale” di De Gasperi, ovvero di un grande protagonista della nuova Italia, impegnato fino all’ultimo a difendere un concetto di Risorgimento ormai lontano dalla contrapposizione tra guelfi e ghibellini.

Anche questo studio, fedele a uno sforzo di accurata ricognizione, può far da stimolo a spingere lo sguardo oltre la fredda rappresentazione dei fatti, per leggere e comprendere ciò che si nasconde dentro i percorsi della storia.

L’articolo apre il numero unico (2023) di “DemocraticiCristiani”, organo dell’ANDC. Di seguito il link per accedere al pdf della pubblicazione.
ANDC 2023

Enzo Carra, il ricordo dell’Associazione Ex Parlamentari.  

Si terrà oggi, a un anno dalla scomparsa, la cerimonia pubblica per ricordare l’impegno politico e la figura storica dell’allora portavoce di Arnaldo Forlani. Saranno presenti: l’Onorevole Giuseppe Gargani, il giornalista e editorialista Paolo Franchi, l’Onorevole Enzo Scotti, il giornalista e saggista Marco Damilano, l’ex magistrato del pool di Milano Gherardo Colombo e il giornalista e figlio dell’autore Giorgio Carra.

“Siamo orgogliosi – spiega Giuseppe Gargani, Presidente dell’Associazione Ex Parlamentari della Repubblica – di ricordare l’amico e collega Enzo Carra, personaggio importante per il nostro Paese. È per noi importante ricordarlo proprio qui, nel luogo delle istituzioni italiane, dove Carra ha svolto per lunghi anni il ruolo di giornalista parlamentare e ha conosciuto bene la Prima Repubblica, quella che oggi nel suo libro lui stesso definisce Ultima. Il suo è un esempio che dobbiamo ricordare e portare avanti con orgoglio”.

La Commemorazione sarà anche l’occasione, appunto, per presentare il libro di Carra

uscito postumo. In una pagina de “L’Ultima Repubblica” si legge che “trent’anni fa gli italiani hanno assistito al crollo del sistema dei partiti che avevano scritto la Costituzione della Repubblica. Con lo stesso atteggiamento seguono, trent’anni dopo, gli sviluppi della crisi in cui si dibattono politica e giustizia. Tra la fine del ‘secolo breve’ e i primi vent’anni del Duemila sono stati celebrati processi ed emesse condanne, ma il tribunale della Storia è ancora alle prime udienze. Occorre fare memoria di quanto è accaduto: un periodo che per valore storico non è inferiore alle fasi precedenti della vita della Repubblica”.

“L’Ultima Repubblica” è un’opera che rispecchia l’occhio acuto e deciso del suo stesso autore. In modo lucido e privo di rancore l’ex editorialista per Il Tempo e autore di interviste per la Rai da Gheddafi, durante l’embargo alla Libia, a Madre Teresa di Calcutta, e di un reportage su Cuba dopo la visita di Giovanni Paolo II, analizza la storia politica italiana recente, quella che lui stesso ha conosciuto e che ha visto trasformarsi.

Parlare con serietà agli elettori, sostenere la buona comunicazione.

Il linguaggio e il metodo social propongono una comunicazione sloganistica. Invece della spiegazione di un programma con la precisazione delle singole parti da attuare – con che mezzi, in quanto tempo, ecc. – gli elettori dovrebbero decifrare metafore e richiami a vicende non allineate con i loro problemi, in primis l’aumento dei prezzi e delle tasse (basta pensare alla benzina e all’IVA su generi di prima necessità igienica,ecc.).

Anche la precedente campagna elettorale aveva troppo sintetizzato in slogan i messaggi essenziali. Soprattutto l’opposizione deve farsi capire con la precisione di proposte alternative, capaci di mostrare chiarezza di visione e coerenza. L’elettorato si confonde.

È accaduto, per esempio, che il Pd sia scivolato su due leggi costituzionali: nel 2001 ha modificato le competenze delle Regioni di fatto avendo preparato la base per la autonomia differenziata; ancora più grave, se possibile, la svolta a U per la legge costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari e, non bastasse, adesso seguirebbe ancora il M5S nel mutamento di impostazione, addirittura in politica estera, con riguardo all’invio di armi in aiuto alla Ucraina.

Nell’attuale sistema bipolare, un po’ sghembo, si impongono alleanze, ma se queste snaturano il profilo della propria parte di appartenenza, sarà difficile farsi capire dai propri elettori. È interesse delle opposizioni contrastare e far emergere le incongruenze e le mancate promesse della “maggioranza regnante!, ma anche contribuire alle eventuali scelte del governo utili al Paese, collaborando in Parlamento per riempire le ‘scatole vuote’, intestandosi eventualmente il successo del proprio intervento.

La politica è costruzione, non già demolizione per interessi contingenti; se la democrazia è alternanza, non giova a chi succederà alla provvisoria maggioranza trovare un Paese in difficoltà. Né si addice alle opposizioni imitare i flashmob che infastidiscono i cittadini laboriosi. Che dire invece della poca affezione a vigilare perché gli eletti interpretino la loro alta funzione “con disciplina e onore?” La spartizione dei posti con l’aumento delle poltrone grida vendetta: si sprecano soldi pubblici in cellulari, segreterie, auto di servizio aggiuntivi, frutto di mediazioni vergognose. Invece mancano i fondi per le leggi sulla disabilità e per gli anziani non autosufficienti.

Moro esortava a riflettere “sulle conseguenze delle conseguenze”. La politica è prevedere e prevenire il futuro. Sarà sempre più attraversata da problematiche etiche, ambito in cui le ideologie devono ritirarsi e lasciar spazio alle coscienze. La disciplina di partito in ambito della libertà più alta, quella della coscienza, in materie non negoziabili, uccide la politica, perché annulla le appartenenze.

Nonostante i social, le relazioni personali, l’incontro con i cittadini, l’ascolto degli enti intermedi crea cultura e appartenenza. Senza fidelizzare gli elettori, i sondaggi hanno poco senso, perché interpretano semmai la volubilità emotiva del momento. L’emergenza educativa riassume come causa e insieme conseguenza tutte le incapacità dei cittadini “a farsi un’idea” di ciò che accade intorno a loro: le guerre, l’Europa, la incertezza del futuro.

Un popolo informato ha meno paura, sa interpretare i fenomeni. Serve una scuola aperta al mondo, una stampa davvero libera per consentire e allenare alla capacità critica. Se per giorni intere pagine di quotidiani replicano le medesime notizie più o meno ‘curiose’, invece di ricordare gli interessi dei cittadini, non fanno un gran servizio nemmeno ai loro editori, vista la perdita di tiratura. Alla emergenza della povertà culturale segue la conseguenza di non possedere competenze che consentano di rivendicare correttamente i propri diritti, come ad esempio in sanità. Creare serenità, invece di insicurezze e diseguaglianze, è il compito fondamentale che deve assumersi la classe dirigente. Anche le emergenze, in conclusione, troverebbero sbocchi nella solidarietà e coesione sociale, perché la complessità’sarebbe compresa e condivisa.

Con ‘Pomeriggi Popolari’ un contributo alla buona politica

“Pomeriggi Popolari a Montecitorio”. Si intitola così, con un taglio ed un approccio particolarmente efficaci, una iniziativa che ha l’ambizione di approfondire temi ed argomenti di particolare importanza per la società contemporanea. L’iniziativa è promossa dall’Associazione ‘Parole guerriere’ con l’obiettivo di organizzare eventi culturali e politico/filosofici che attraversano, e preoccupano, il comune sentire dei cittadini e dell’intera opinione pubblica in questa particolare fase storica del nostro paese.

Il primo evento ha un titolo particolarmente accattivante e affronta un tema che era, e purtroppo resta, al centro del dibattito politico, culturale e sociale italiano. Ovvero, “Pieni di paure, demografia e femminicidio”.

L’iniziativa si terrà dopodomani, giovedì 8 febbraio a partire dalle 17,15 nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. Si confronteranno esperti del settore con esponenti politici appartenenti a diverse culture politiche. Dibattiti che coltivano la finalità di alimentare la partecipazione civica e lo stesso dialogo politico incoraggiando, al contempo, l’ascolto e il confronto.

Il primo appuntamento è di particolare interesse anche perchè affronta temi che solo apparentemente sono distanti tra di loro. Perchè la questione demografica e i femminicidi vanno affrontati e contestualizzati nell’epoca in cui viviamo, caratterizzata da profonde sofferenze interiori e da una mai sopita ricerca della propria identità. E sono proprie le molteplici e radicate paure che bloccano le relazioni umane e sociali e che contribuiscono, al contempo, a comportamenti sempre meno razionali. E la caduta di natalità, segno di una sfiducia progressiva ed esponenziale nei confronti del futuro da parte delle nuove generazioni, e non solo, resta un fenomeno che non può non preoccupare e che va approfondito. Come, del resto, il femminicidio, pur manifestandosi come fenomeno culturale patologico e criminale, ci consegna la cifra di un problema profondo riconducibile alla stessa educazione emotiva, spirituale e civica.

Comunque sia, con “Pomeriggi Popolari a Montecitorio” si apre una nuova opportunità per approfondire temi ed argomenti che sono e restano al centro del dibattito politico, culturale, sociale ed etico del nostro paese.

Terzo mandato dei sindaci, perché dico no.

L’elezione diretta del sindaco, che prima era scelto fra i consiglieri comunali, fu introdotta nel 1993. Fu, questa, una modifica che portò stabilità di governo nei Comuni e allo stesso tempo valorizzò una nuova classe dirigente di amministratori, forti di una legittimazione popolare e con grande efficacia decisionale.

Venne però posto, e giustamente, il limite dei due mandati consecutivi (che all’inizio erano di quattro anni ciascuno, poi portati a cinque) per equilibrare il rapporto fra potere e consenso.

A distanza di un trentennio, i sindaci sono il vero punto di riferimento per la cittadinanza. Ciò anche a fronte della scomparsa o indebolimento di altri livelli istituzionali (circoscrizioni, Comunità Montane e Province). E davanti a una forte disaffezione della gente comune nei confronti dei partiti politici.

Con il tempo sono stati introdotte alcuni aggiustamenti per aiutare i territori più in difficoltà. Il limite dei mandati fu aumentato a tre solo per i piccoli Comuni (3.000 abitanti, poi 5.000): cioè dove, a fronte dello spopolamento e di una minima indennità di carica (non sufficiente a svolgere il ruolo a tempo pieno), si stava dimostrando davvero difficile riuscire a trovare candidati, e di questo ne ho anche esperienza personale.

Di recente, su iniziativa bipartisan di Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), la Legge di Bilancio 2022 ha previsto un progressivo incremento dei compensi di tutti i sindaci italiani. Tali indennità sono state legate, in relazione alla popolazione del proprio Comune, alla retribuzione dei presidenti di Regione. Si è dunque arrivati a un sostanziale raddoppio della cifra, adeguandola alle grandi responsabilità del ruolo.

Da notare che anche i presidenti delle Regioni hanno, giustamente, il limite dei due mandati (anche se alcuni – tutti ricordiamo il caso lombardo di Formigoni – sono riusciti a introdurre modifiche ad personam).

Ciò premesso non bisogna dimenticare che in Italia ogni potere è sempre soggetto al giusto principio del bilanciamento. In altre parole: quando un potere esecutivo è eletto con mandato popolare forte e diretto, allora è necessario e comprensibile un limite temporale. A maggior ragione se, come nel caso dei sindaci italiani, i livelli delle indennità sono stati, in pochi anni, aumentati in modo così forte.

Di recente però si assiste a un susseguirsi di sindaci, soprattutto di grandi città, e presidenti di Regioni che chiedono di eliminare qualsiasi vincolo temporale di mandato o di aumentare il limite da due a tre o forse pure a quattro mandati.

Giusto chiedersi il motivo di tali richieste da parte di chi ricopre una carica pubblica ormai da molti anni e in prossimità di doverla lasciare. Spesso – dobbiamo riconoscerlo – le giustificazioni sono molto generiche e afferenti più alla sfera privata del singolo che a un dirimente beneficio per la comunità.

Ma la vera motivazione, che il mondo politico cerca di nascondere, è palese: sta nella diminuzione del numero dei parlamentari che implica un sostanziale blocco di molti, legittimi, percorsi di crescita dei tanti, capaci, amministratori locali (sindaci, consiglieri e assessori regionali). A fronte di pochi posti in Parlamento si cerca dunque di aumentare la durata dei mandati nei rami più bassi, ma non meno rilevanti, delle istituzioni. Ecco il vero motivo che muove quel tipo di richiesta.

Ma la politica alta, quella davvero preoccupata per il forte astensionismo degli italiani e per la tenuta delle istituzioni, non deve cedere a interessi di parte. Alla giusta domanda su come non disperdere un patrimonio di esperienza amministrativa e conoscenza del territorio si deve rispondere in modo diverso. Trattenere forzatamente in loco l’esperienza del potere esecutivo locale, finisce non per valorizzarlo ma per spegnerlo con il rischio di difendere rendite di posizioni e di fermare il giusto ricambio. Si dovrebbe sempre ricordare che per “far politica” non è necessario avere un incarico pubblico retribuito. Il politico è ancora più libero e aperto al bene comune quando si sostiene col proprio lavoro e, con dispiacere, lo mette da parte per dedicarsi temporaneamente, se gli elettori lo vorranno, alla gestione della cosa pubblica.

Europee, Calenda sbarra la strada all’accordo con Renzi.

(askanews) – “Quello che non succederà è che Azione si presenti con Italia Viva. Non succede, perché non sarebbe credibile per gli elettori, perché non sarebbe credibile per me e perché non faccio politica con chi ha come unico obiettivo quello di fregarti, non faccio politica con chi ha contemporaneamente una quantità di conflitti di interesse per cui non potrebbe sedere né avere un dossier nel Parlamento europeo”. Lo ha detto il leader di Azione, Carlo Calenda, nel corso della presentazione del suo libro `Il Patto` stasera (ieri per chi legge, ndr) a Parma, con Federico Pizzarotti di Più Europa.

“Non lo faccio. Vero, l’ho fatto ed è stato un errore mio: ho ammesso l’errore, ho provato con tutto me stesso, non rivado dagli elettori in nessuna forma di alleanza con Italia Viva e Matteo Renzi. Più Europa può scegliere quello che vuole fare. È libera di fare quello che vuole, io le garantisco il massimo rispetto.

“Tanto per essere chiaro, non definirò mai la scelta di andare con Italia Viva come truffaldina, ma come una cosa del tutto legittima. Penso che Più Europa abbia commissionato dei sondaggi che spiegano che il 93,5% dei loro iscritti non vuole andare con Italia Viva, però se quella sarà la scelta è totalmente rispettabile. Quello che vorrei chiarire, e lo dico al mio amico Federico Pizzarotti, a Emma Bonino, a Benedetto della Vedova, a Riccardo Magi, è che noi non andremo in una lista “Stati Uniti d’Europa” che contenga anche Italia Viva, perché non sarebbe credibile per nessuno”.

“Non sarebbe credibile per me, perché siccome la prima battaglia che ho fatto nel Parlamento europeo era contro le interferenze esterne, chiedendo una commissione contro le interferenze esterne, non succederà che io ricada nell’errore di fare una lista con chi ha un milione, anzi tre milioni e due, di interferenze esterne”, ha sottolineato Calenda. “Noi siamo estremamente favorevoli a fare una lista con Più Europa, con cui ci ha diviso l’ultima scelta alle elezioni politiche. Siamo pronti a farlo, integrando personalità di livello: penso a Carlo Cottarelli che si è offerto. Credo invece di non dovermi ricandidare, perchè non posso prendere per i fondelli gli elettori. Quindi penso che sarebbe giusto avere anche un front runner di questa coalizione, che potrebbe essere appunto Cottarelli, del resto vicino a tutti”.

“Questo siamo pronti a farlo subito, aprendo le liste – ha concluso Calenda – anche ad altri soggetti, tipo Volt o Nos, nonché a tanti altri movimenti che si sono affacciati”.

Certezze dei Popolari? Restano al di qua delle nuove generazioni.

Al carissimo amico Giorgio Merlo che nel suo articolo di ieri su questo giornale – “Le tre certezze dei popolari” – individua le caratteristiche principali e fondamentali dell’essere popolari (quasi più simile ad una essenza dell’animo che una propensione morale) rispondo con il disincanto di chi vede e misura la distanza tra il Paese reale e quella cultura cattolica frutto delle visioni profetiche di Sturzo.

Ora il Paese reale, come molti altri Paesi, non è molto interessato ad esercitare il diritto di voto, che significa dover scegliere esercitando così la democrazia. Il dato dell’assenteismo nelle urne ha oltrepassato il 50% e si avvia a crescere. Il fenomeno non è solo del nostro Paese poiché attraversa il momento storico della cultura del XXI secolo, che non ama questo esercizio della democrazia ma sembra privilegiare la soluzione dell’accentramento del potere in una figura o in un gruppo ben identificato, riservandosi il diritto, democratico, di rovesciarlo se non più di gradimento.

In questo gioco del “preferisco buttarti giù dalla torre” piuttosto che perdere tempo aprendoti la porta ed invitandoti ad uscire, la democrazia elettiva non ha spazio o meglio diritto di esistenza. Tutto il ragionamento storico sulla cultura espressa dai cattolici popolari aveva il suo punto di ancoraggio nell’esercizio della democrazia elettiva, caduto questo ogni riferimento culturale diventa mero esercizio storico.

A ciò aggiungerei poi che questa cultura è stata espressione di più generazioni, ivi compresa quella dei boomers a cui io e Merlo apparteniamo; ora tuttavia la cultura dei giovani, ovvero di quelli che abiteranno il futuro –  non certo nostro ma loro – ha altri punti di ancoraggio. Una riflessione amara ed impietosa e però molto vicina alla realtà e misurata sulla partecipazione al voto dei diciottenni. Una realtà per la quale votare, oltre ad apparire un rito al quale ci si può sottrarre e a cui si è legati per il solo fatto di avere la cittadinanza, non esprime null’altro di significativo.

Concludere che i giovani sono senza una cultura e una morale di fondo non è giusto. Occorre solo registrare che i parametri di misurazione non sono più i nostri; e non essere più capaci di parlare ai giovani e giovanissimi dovrebbe farci disperare sul serio, se fossimo la classe politica che meniamo di essere, invece di perdere tempo con le molte, troppe coniugazioni dei popolari italiani.

Sturzo ci si sarebbe arrovellato le meningi per trovare il modo di parlare ai giovani del suo tempo. Allora noi, memori di Catone, prima di diventare come i personaggi di un film distopico, dovremmo lasciare ad essi lo spazio necessario, provando semmai ad ascoltare la loro voce per imparare quello che dicono, a modo loro.