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Il paradosso della povertà in Africa

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Stando ai dati ufficiali, la povertà nel mondo sta diminuendo in modo significativo, con la sola eccezione dell’Africa sub-sahariana. Si tratta di una materia estremamente complessa che merita un’attenta disamina, sia in riferimento ai dati globali, come anche per quanto concerne, nello specifico, la cosiddetta «Black Africa». Andiamo dunque per ordine. La soglia si è sicuramente spostata rispetto al passato, anche se poi le cifre e le percentuali impongono un’attenta esegesi dal punto di vista dei significati. Secondo la Banca mondiale (Bm) oggi nel mondo una persona su dieci è in condizioni di estrema povertà, vale a dire che sopravvive con meno di 1,90 dollari al giorno. Si consideri che nel 1990 erano due miliardi su una popolazione mondiale allora di 5,3 miliardi di persone. Ciò non toglie che in un’epoca in cui il tasso di povertà tocca il suo minimo storico, sarebbe troppo riduttivo ritenersi soddisfatti e sottovalutare le sfide che incombono anche perché oggi vi sono ancora, pur sempre, tre miliardi di persone nel mondo che devono sbarcare il lunario con 5,5 dollari al giorno.

In effetti, a una lettura più approfondita, dalle statistiche sulla povertà diffuse dalla Bm, emerge un dato che mette in una diversa prospettiva anche i miglioramenti del passato. Infatti, la diminuzione del numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà è in gran parte dovuta all’aumento di quelli che si collocano appena sopra questo limite. In sostanza, secondo l’economista Martin Ravallion della Georgetown University’s Center for Economic Research, «c’è stato un piccolissimo guadagno assoluto per i più poveri, perché l’aumento del livello della base negli ultimi 30 anni circa è di gran lunga inferiore alla crescita del consumo medio».

Guardando alla povertà in termini assoluti piuttosto che in termini comparativi risulta che «la gran parte del progresso vissuto dai paesi in via di sviluppo rispetto alla povertà — spiega Ravallion — è consistita nel ridurre il numero di persone che vivono in prossimità del livello minimo del consumo, piuttosto che aumentare il livello dei consumi, e in questo modo si può dire che i più poveri sono stati effettivamente lasciati indietro». Un quadro complessivo che trova conferme anche nel rapporto 2019 Oxfam, che evidenzia come l’aumento della disparità di reddito in molti paesi del mondo escluda gran parte della popolazione dai benefici della crescita economica e la disuguaglianza sia in aumento. Una situazione decisamente drammatica che ha visto nel solo arco di un anno solare la ricchezza dei miliardari del mondo aumentare di 900 miliardi di dollari (pari a 2,5 miliardi di dollari al giorno) mentre quella della metà più povera dell’umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11 per cento. Per chiarire meglio lo “stato dell’arte”, basti pensare che tra il 2017 e il 2018 i miliardari sono aumentati al ritmo di uno ogni due giorni e che 26 ultramiliardari possiedono oggi la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale.

È dunque evidente che qualcosa non funziona nell’economia planetaria: chi si trova all’apice della piramide distributiva continua a godere in maniera sproporzionata dei benefici della crescita economica, mentre un numero indicibile di persone vivono in condizioni di estrema povertà nei bassifondi del mondo.

L’Africa sub-sahariana è quella parte del mondo che è messa peggio, continuando a essere in assoluto l’area geografica dove l’indigenza aumenta in modo preoccupante con 400 milioni di persone che sopravvivono ancora con meno di due dollari al giorno: in pratica, più del 40 per cento dei poveri del mondo si trova lì. Proprio in questa parte del mondo, stando agli ultimi dati, il 37 per cento delle persone non usufruisce di acqua potabile; il 65 per cento non ha accesso all’elettricità; i bambini rischiano di morire entro il quinto anno di vita; il parto stesso talora è causa di morte per le partorienti e il tasso di fecondità è di 7 figli per donna.

D’altronde, è sufficiente dare un’occhiata alla classifica dello Hdi (Human Development Index) redatta nell’ambito dello United Nation Development Program da cui si evince che nelle ultime dieci posizioni, non a caso, troviamo dieci paesi africani: Mozambico, Liberia, Mali, Burkina Faso, Sierra Leone, Burundi, Ciad, Sudan del Sud, Repubblica Centrafricana e Niger, che chiude al 189° posto. Bisogna ammettere che lo scenario è a dir poco inquietante se si considera che l’Hdi viene quantificato calcolando tre fattori ritenuti essenziali: l’indice di aspettativa di vita (che considera l’aspettativa di vita alla nascita), l’indice di istruzione (considerando gli anni medi di istruzione e quelli previsti) e l’indice di reddito (ovvero il reddito nazionale lordo, che include tutti i redditi percepiti dai cittadini del Paese in questione).

Prendiamo ad esempio il caso del Niger, un paese che dal punto di vista delle commodity (materie prime) potrebbe davvero essere un Eldorado. Pur disponendo di immense risorse minerarie ed energetiche strategiche come l’uranio, l’oro e il petrolio, si trova all’ultimo post per sviluppo umano e al 146° posto — su 197 — per pil, che ammonta a 8,12 miliardi di dollari. E cosa dire della Repubblica Centrafricana le cui ricchezze vanno dal petrolio all’uranio, oltre ai diamanti presenti nei grandi depositi alluvionali delle regioni occidentali del Paese; per non parlare dell’immenso patrimonio boschivo nazionale. Sta di fatto che questo Paese ha un pil che si attesta attorno ai due miliardi di dollari: un vero e proprio paradosso economico che mette in evidenza la connessione tra gli interessi delle compagnie straniere nei confronti delle commodity e la povertà oggetto della nostra riflessione.

Se da una parte in questi paesi si registra l’abbondanza di determinate risorse naturali, dall’altra si genera spesso un eccesso di esportazioni a costi irrisori, a danno della produzione interna e dell’industrializzazione. Una fenomenologia che trova nella corruzione un fattore altamente destabilizzante, con il conseguente indebolimento delle istituzioni locali, il rifiuto dei principi fondamentali di contabilità del bilancio statale e un elevato tasso di disuguaglianza. A questo proposito è illuminante la riflessione di uno studioso britannico, Mick Moore, il quale ha ampiamente dimostrato come più uno Stato dipende da quelle che egli chiama «entrate immeritate» — risorse che non richiedono un grande impegno amministrativo, come il petrolio e altre risorse naturali — meno quello Stato tende a servire i propri cittadini. Tali guadagni facili, infatti, incoraggiano lo sviluppo di forme di governo non certo trasparenti e l’affermazione della corruzione come una sorta di istituto occulto nelle concessioni. Ecco che allora lo Stato stesso diventa un obiettivo sensibile per i parassiti interni o esterni che siano, come i cosiddetti «signori della guerra» e le compagnie estrattive transnazionali.

Una riflessione analoga è quella dell’economista Daron Kamer Acemoğlu e del politologo James Alan Robinson, che hanno pubblicato nel 2012 un interessante saggio intitolato Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity and Poverty. Essi spiegano con grande chiarezza che, nel tempo, si sono configurate delle vere e proprie «istituzioni economiche estrattive» che hanno privato le popolazioni autoctone di qualsiasi tipo di incentivo o servizio, concentrando il benessere nelle mani di un manipolo di nababbi. Ma il colmo sta nel fatto che i Paesi produttori di materie prime, per le ragioni di cui sopra, nonostante la loro potenziale ricchezza, presentano spesso tassi di crescita procapite e un tenore di vita medio molto bassi rispetto addirittura a certi Paesi poveri o comunque sprovvisti di materie prime. Lo rileva l’«Extractive Industries Transparency Initiative» (Eiti), un progetto di regolamentazione e responsabilizzazione in materia di estrazione di petrolio, gas e minerali. Il protocollo Eiti impone la divulgazione di informazioni lungo l’intera filiera, dal punto di estrazione al modo in cui si distribuisce la ricchezza che ne deriva e, soprattutto, al modo in cui i governi trasformano i profitti in vantaggi per la popolazione. L’iniziativa, nata nel 2003, è rivolta a tutti i Paesi che vogliono migliorare la propria gestione delle risorse naturali, rendendone trasparenti i processi e i proventi derivanti dal loro sfruttamento. Il quadro normativo di riferimento (standard Eiti) viene oggi implementato da 52 paesi e da oltre 60 società di estrazione e commercializzazione e sostenuto da 400 organizzazioni della società civile. Grazie all’iniziativa sono stati dichiarati 2500 miliardi di dollari americani versati ai governi dei Paesi estrattori da parte delle imprese di materie prime. Per quanto riguarda la pubblicazione dei flussi finanziari dalle società di estrazione e commercializzazione ai governi, certamente sono stati compiuti progressi tangibili, anche se l’adesione, tuttavia, è ancora parziale. La trasparenza è certamente un rimedio, perché sollecita chi di dovere a rendere conto del proprio operato, anche perché, come ha ben spiegato Papa Francesco nel corso della sua visita in Madagascar, «la povertà non è una fatalità».

Quella forza irriducibile nascosta nei miti

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Alessandro Rivali

Giuseppe Conte è uno dei riferimenti imprescindibili della poesia contemporanea: cantore dei miti e del mare, di epopee e ballate, nella sua ricerca ha scelto per padri tutelari Lawrence, Sterne, Goethe, Foscolo e Shelley. L’Oceano e il ragazzo (1983), la prima opera in versi di Conte, fu salutata da Italo Calvino come un libro decisivo per il rinnovamento della poesia italiana: in effetti, era un viaggio insolito tra «animali etruschi», la «conquista del Messico» e gli splendidi «Altari achei».

Il tuo nuovo libro è molto aperto alla speranza. In questo tempo così distratto, c’è ancora spazio per la poesia oggi?

Per secoli, la letteratura e la poesia sono state la colonna vertebrale di una lingua, di una cultura e di un popolo. Oggi non è più così. Il prevalere assoluto della tecnica e dell’economia, dell’utilitarismo, dell’effimero, della moda e del consumismo come arbitri subdoli della vita delle masse, relega la letteratura, la tradizione, l’umanesimo e temo ogni manifestazione dello spirito ai margini della società, tentando di spegnerne la voce. Eppure, quando tutto sembra perduto, è allora che bisogna lottare con ancora più determinazione per quello in cui si crede. Di Ezra Pound, dei suoi Canti Pisani, mi ripeto sempre, quasi come un mantra, quei versi straordinari: «formica solitaria d’un formicaio distrutto / dalle rovine d’Europa, ego scriptor». Non conosco nessuna manifestazione di fede nella letteratura più solenne, drammatica e drastica: prigioniero in una gabbia di ferro, accusato di tradimento, con alle spalle la guerra che ha distrutto il Vecchio Continente, il poeta rivendica il suo ruolo di fabbro di parole, di custode di memorie e sogni, di banditore di idee e di conoscenza: ego scriptor. La poesia non morirà mai. È energia spirituale che porta il linguaggio al punto di incandescenza più alto del suo senso e della sua bellezza umana: si chiama canto. La poesia in cui si uniscono nel canto tutto il dolore e tutta la gioia del mondo, in cui l’anima dell’uomo cerca l’anima misteriosa, sacra dell’universo, avrà sempre spazio. È più di una speranza, credimi.

In tutta la tua ricerca è molto presente il Mito. Perché? Per molti anni sembrava bandito dalla poesia.

Il mito oggi è tornato sulla scena, spesso in modo sbagliato e superficiale, ed è stato così anche per la bellezza, entrata ora in tutti i discorsi, condita in tutte le salse, abusata, dopo che come concetto estetico era stata bandita per più di mezzo secolo. Quando ho cominciato a parlare io di mito e di natura, negli anni Settanta, era sostanzialmente proibito da una dittatura intellettuale pervasiva e feroce. Dicevo: le radici del nostro pensiero sono poetiche, il mito è la conoscenza delle origini, quella che si pone le domande eterne sui perché della vita, sul mistero, sul sacro: la natura è energia vivente, da amare, da sentire abitata da un soffio di divinità. Quante accuse mi sono state rivolte, quanto scherno. Allora io dicevo: torniamo a parlare di alberi, e i più lo consideravano un delitto (salvo accorgersi mezzo secolo dopo dell’importanza capitale degli alberi, che bisogna preservare, piantare e amare). Ma non mi sono messo paura: ho continuato a cercare la persistenza del mito nella natura, e nell’anima dell’uomo, nel suo destino sulla terra. È grazie a questa concezione del mito che ho potuto scrivere poesie e romanzi, e restare fedele al mio sogno di adolescente, di fare lo scrittore, di aggiungere qualche piccolo libro sugli scaffali della infinita biblioteca dell’universo.

Chi sono stati i tuoi maestri, sia dal punto di vista letterario, sia dal punto di vista esistenziale?

I miei maestri non sono tra i poeti del secondo Novecento italiano. Con nessuno di loro ho avuto un vero rapporto di vicinanza, salvo l’affetto e la simpatia con cui vedevo Mario Luzi. Per me sono stati importanti gli incontri intellettuali con D.H. Lawrence e con Henry Miller, di cui ho condiviso la polemica contro la civiltà industriale che distrugge la natura e crea una realtà che è un «incubo ad aria condizionata». Poi con Jorge Luis Borges, con i suoi simboli arcani, le sue Biblioteche, la sua Buenos Aires e le sue incursioni nel fantastico. Con Eliot, con Montale e la sua metafisica inaridita, con Ungaretti e il suo palpito cristiano, la sua musica meticcia che rievoca il canto del muezzin. Poi con Adonis, in seguito anche amico insostituibile, per capire la poesia orientale e gettare un ponte verso di essa. Ho imparato molto da James Hillman per la rilettura del mito, da Mircea Eliade, per l’interpretazione del sacro. Con loro avevo sostituito Marx e Freud. Quando ho cominciato a scrivere di mare, ho cercato di assorbire la tradizione di Melville, Stevenson, Kipling, Conrad. Ho amato Scott Fitzgerald, Truman Capote, Graham Greene, e un po’, devo confessarlo, anche Somerset Maugham. Ho avuto poi la fortuna di essere amico di Italo Calvino e di Mario Soldati, per me maestri della prosa, i migliori del Novecento italiano.

Quali sono i libri che ti hanno segnato di più negli ultimi anni?

Tutti quelli di Victor Hugo, che il Novecento aveva vilipeso, e che ho letto relativamente tardi, avendone una impressione di grandezza sconfinata. I libri di viaggio di Bruce Chatwin e di Michael Crichton (sì, quello di Jurassic Park). Sono poi l’unico in Italia che legge e ama Le Clézio, che qualche volta incrociavo, alto, elegante, sull’ultimo volo da Parigi per Nizza. Deserto è un bellissimo libro. A rileggerlo dopo tanti anni, ho cambiato il mio giudizio su Il nome della rosa di Umberto Eco, che mi è sembrato un romanzo molto meglio costruito della media dei romanzi italiani.

Quali gli autori che vorresti più presenti nel nostro canone? Oppure minori che per te sono maggiori?

Ho sempre in mente la poesia di Borges, uno dei miei maestri più cari, intitolata A un poeta minore della Antologia, un poeta lontano da ogni gloria, semplice nome in un indice, di cui sappiamo soltanto che sentì un usignolo, una sera. Ci sono poeti “minori” adorabili. Ma la storia la fanno i maggiori. Nella tradizione dei maggiori, in Italia, vedo oggi orribilmente sottovalutati e ignorati Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri. Anche Foscolo non gode di molta attenzione. E non vorrei che perfino Manzoni, autore centrale e decisivo, oggi fosse messo un po’ da parte. Venendo al canone della poesia del Novecento, chiederei più spazio per il Mario Novaro di Murmuri ed echi, e che finalmente apparisse nel pantheon dei grandi Camillo Sbarbaro. Mi piacerebbe che si riconoscesse il ruolo importante di un libro come Lavorare stanca di Cesare Pavese non per il suo realismo, ma per la sua potenza mitica. Infine, non vorrei che la fortuna di Caproni, dovuta alla sua cantabilità ma anche al suo nichilismo antimetafisico, nella cultura italiana media sempre molto gradito, stesse gettando ombra sui suoi contemporanei. Mario Luzi, per esempio, è indubbiamente più significativo.

Sei più per Foscolo che per Leopardi, perché?

Considero Leopardi grandissimo e il numero di pagine che occupa nella mia antologia La lirica d’occidente lo dimostra. Non conosco poesia dalla costruzione più assolutamente mitica del Canto notturno del pastore errante dell’Asia, vertice della letteratura mondiale. Diciamo che sono affinità elettive che mi portano invece verso Foscolo: uomo senza schermi di protezione familiare e aristocratica, borghese ribelle dai tanti mestieri, viaggiatore, innamorato della bellezza, convinto della funzione civilizzatrice della poesia contro la violenza guerresca dei tempi, costruttore di “illusioni” che somigliano a miti e a utopie, infine esule e povero, Foscolo mi attrae per le qualità umane oltre che poetiche. A fasi alterne, ho sentito in me la passione disperata e debordante di Jacopo Ortis e la saggezza lieve e distaccata di Didimo Chierico, i suoi due volti. E poi mi attrae la potenza civile della poesia di Foscolo. La recita corale dei Sepolcri che promossi nel 1994 in Santa Croce a Firenze davanti alla sua tomba, ricordando alla società contemporanea che la poesia italiana c’è e che resiste a ogni barbarie, resta uno dei momenti indimenticabili della mia insignificante esistenza.

Hai conosciuto Premi Nobel come Heaney e Miłosz, cosa ricordi degli incontri con loro?

Ho conosciuto anche Gao Xingjian e letto la traduzione francese de La montagna dell’anima prima che vincesse il Nobel, a tavola tra tanti chiassosi letterati parigini e bretoni, era sempre il più silenzioso, astratto, chiuso in un accenno di sorriso taoista. Anche Seamus Heaney lo conobbi prima del Nobel, in Svezia, al Festival di Malmö. Fraternizzammo di fronte a certi comportamenti arroganti dei poeti americani. La sera sua moglie cantò una canzone in gaelico, fu un bel momento. Poi lo rividi più volte. Al premio Flaiano ricordo con divertimento il suo imbarazzo nel doversi riassettare gli abiti e la chioma bianca e folta per presentarsi all’ambasciatore d’Irlanda. L’ho intervistato in pubblico a Lerici e a Cetona: difendeva con sapienza e sensibilità le ragioni della poesia. Non riuscii mai a farlo parlare dell’Ira e di Bobby Sands, cui io avevo dedicato una poesia in memoriam, che tradotta in gaelico girava per i pub di Belfast e Dublino. Ma capivo che quei temi, visti dall’interno della società irlandese, erano ben più difficili da gestire. Con Miłosz fu un incontro fuori da ogni ufficialità, un pranzo al Chez Panisse di Berkeley, lui con la moglie e io con la mia traduttrice americana. Era un uomo affascinante, di cui ricordo sempre la voracità con cui mangiò quaglie e polenta, che mi stupì non so perché, come se un grande poeta premio Nobel dovesse vivere di puro spirito. Mi parlò del destino del cristianesimo e dell’Europa, del magistero del suo connazionale Giovanni Paolo II, da lontano, dalla costa del Pacifico, con una partecipazione alta e intensa, su cui ho continuato a riflettere.

La tua inquietudine metafisica ti ha portato a studiare le diverse religioni, hai mai pensato a un tuo “ritorno” al cattolicesimo?

Ho esplorato, in quella che tu chiami inquietudine metafisica, le religioni sciamaniche (negli anni Settanta leggevo Alce nero parla come un Vangelo della natura) e quelle orientali, per poi arrivare all’Islam. Quei versi di Goethe nel suo Divano occidentale-orientale mi colpirono enormemente: «Se islam vuol dire sottomissione a Dio / noi tutti viviamo e moriamo nell’Islam». La radicalità spoglia del monoteismo islamico, la preghiera collettiva, il misticismo Sufi, il fervore di giovinezza quasi turbolento nelle moschee il venerdì mi attrassero. Studiai l’islam, cercai di capirne l’essenza. Ma non ho mai rinnegato la religione in cui sono nato. Dopo anni in cui mi sembrava di esserne andato molto lontano, ho ripreso a sentirla vicina. Anche se trovo bellissimo l’inizio di ogni Sura: «In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso» le preghiere che recito rimangono il Padre Nostro e l’Eterno riposo: a cui, da poco, dopo la morte di mia madre, si è aggiunta l’Ave Maria, come se insieme al Padre fosse arrivato il momento di rivolgersi anche alla Madre divina da cui tutto ha vita. Al funerale di mia madre, ho ringraziato piangendo il sacerdote per le preghiere davanti al feretro, per l’aspersione rituale dell’acqua benedetta e dell’incenso: niente avrebbe potuto commuovermi e consolarmi di più.

La Perdonanza Celestiniana diventa patrimonio dell’Unesco

“The Celestinian Forgiveness” è stata ufficialmente iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale immateriale.

La candidatura sostenuta dal Comune dell’Aquila, dal Comitato Perdonanza Celestiniana, in collaborazione con i gruppi e le associazioni di praticanti locali, è stata presentata dall’Italia con il coordinamento tecnico-scientifico dell’Ufficio UNESCO del MIBACT.

La celebrazione della Perdonanza Celestiniana costituisce un simbolo di riconciliazione, coesione sociale e integrazione. Riflette l’atto di perdono tra le comunità locali e ne promuove i valori di condivisione, ospitalità e fraternità. Inoltre, rafforza la comunicazione e le relazioni tra le generazioni creando un intenso coinvolgimento emotivo e culturale. Come elemento in grado di coinvolgere una vasta comunità di persone, indipendentemente da genere, età e origine, l’iscrizione della celebrazione del Perdono Celestiniano contribuisce a garantirne e a moltiplicarne la visibilità. Il Cammino del Perdono, il Corteo storico della Bolla e l’attraversamento della Porta Santa della Basilica di Collemaggio, rappresentano tre momenti significativi della Festa della Perdonanza Celestiniana: simboleggiano i valori della solidarietà per tutti coloro che partecipano e trasmettono l’elemento, sono testimonianza dell’importanza del patrimonio culturale immateriale per la società civile, in particolare per le nuove generazioni. Sono esempio di resistenza della comunità, anche di fronte a emergenze naturali, e dell’importanza che esso rappresenta come strumento chiave per la costruzione di società inclusive e per lo sviluppo sostenibile dei territori.

La comunità aquilana, custode dal 1294 di questo rito solenne annuale di riconciliazione, che promuove i valori di condivisione, ospitalità e fraternità, ha attraversato i secoli seguendo una tradizione di pace di generazione in generazione. “Oggi, grazie all’UNESCO – dichiara il sindaco del capoluogo abruzzese, Pierluigi Biondi – lo spirito di riconciliazione e la rinascita tanto attesa dopo la distruzione del 2009, si fondono e sostengono, attraverso la Festa del Perdono, in una rinnovata dimensione di città di pace, aperta e solidale, pronta ad accogliere tutte le comunità che nella conservazione e salvaguardia dei loro patrimoni culturali immateriali vorranno con noi partecipare al bene dell’Umanità”.

Gli aquilani hanno sempre custodito gelosamente la Bolla della Perdono. Gli antichi statuti civici vollero che, proprio perché erano stati i cittadini a proteggere il prezioso documento, fosse l’autorità civile a indire la Festa del Perdono, rispettando, comunque, il dettato di Papa Celestino. La Bolla viene letta dal Sindaco poco prima dell’apertura della Porta Santa della Basilica di Collemaggio, che viene dischiusa per ordine di un Cardinale designato dalla Santa Sede.

L’originale della Bolla è conservata nella sede aquilana della Banca d’Italia e esposta al pubblico nei gironi antecedenti alla Perdonanza Celestiniana.

Industria: Istat, il fatturato è diminuito

A ottobre si stima che il fatturato dell’industria aumenti in termini congiunturali dello 0,6%. Nella media degli ultimi tre mesi l’indice complessivo è invece diminuito dello 0,6% rispetto alla media dei tre mesi precedenti.

Anche gli ordinativi registrano, a ottobre, un incremento congiunturale dello 0,6%, mentre nella media degli ultimi tre mesi evidenziano una flessione dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti.

La crescita congiunturale del fatturato deriva da un leggero aumento sul mercato interno (+0,4%) e uno più sostenuto su quello estero (+0,9%). Per gli ordinativi l’incremento congiunturale riflette una sostanziale stazionarietà delle commesse provenienti dal mercato interno (-0,1%) e una crescita di quelle provenienti dall’estero (+1,7%).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a ottobre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano aumenti congiunturali per i beni strumentali (+1,4%), per i beni di consumo (+1,0%) e per l’energia (+0,3%); i beni intermedi, invece, diminuiscono dello 0,4%.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 23 come a ottobre 2018), il fatturato totale cala, in termini tendenziali, dello 0,2%, con diminuzioni dello 0,1% sul mercato interno e dello 0,3% su quello estero.

Con riferimento al comparto manufatturiero, l’industria farmaceutica registra la crescita tendenziale più rilevante (+8,9%), mentre il settore delle raffinerie petrolifere registra il maggiore calo (-5,7%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce dell’1,5%, con riduzioni su entrambi i mercati (-0,7% quello interno e -2,6% quello estero). Il maggior aumento si registra nell’industria farmaceutica (+12,7%), mentre il calo più marcato si rileva nell’industria chimica (-5,8%).

E.Romagna, quasi 100 mln per riqualificare edilizia scolastica

Quasi 100 milioni di euro per riqualificare le scuole dell’Emilia-Romagna. Il finanziamento (98,9 milioni) è stato concesso alla Regione Emilia-Romagna dalla Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito del programma di edilizia scolastica 2018-2020 ed è il frutto del protocollo di intesa con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur – che coordina il piano e monitorerà l’utilizzo dei fondi), il ministero dell’Economia e delle finanze (Mef), la Banca europea per gli investimenti (Bei) e la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa (Ceb).

Grazie a questo pacchetto di risorse potranno essere realizzati lavori di ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento sismico, efficientamento energetico su 106 edifici scolasti di proprietà degli enti locali, da Piacenza a Rimini,e in alcuni casi ricostruzione dell’edificio in sostituzione di quello già esistente.In particolare, nelle province si avranno 21 interventi a Bologna; 6 a Forlì-Cesena; 10 a Ferrara; 15 a Modena; 17 a Piacenza; 10 a Parma; 12 a Ravenna, 9 a Reggio Emilia e 6 a Rimini.

L’influenza inizia ad intensificarsi

La circolazione dei virus influenzali inizia ad intensificarsi e si avvicina l’inizio del periodo epidemico.

Nella settimana passata i contagi sono stati 177.000 portando a 887.000 il totale degli allettati da inizio stagione, ovvero molto vicino al milione di casi. A fare il punto è il bollettino Influnet, a cura del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità(Iss).

Secondo il Sistema di Sorveglianza Integrata dell’Influenza, nella settimana dal 2 all’8 dicembre 2019 l’incidenza totale è stata pari a 2,88 casi per mille assistiti e a esser colpiti sono stati soprattutto i bambini.

Nella fascia di età 0-4 anni, infatti, l’incidenza è pari a 6,64 casi per mille assistiti, il doppio rispetto agli adulti.

In Piemonte, Lombardia, La provincia autonoma di Trento, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Sicilia è stata superata la soglia epidemica.

Approvato il processo di impeachment

La commissione Giustizia della Camera statunitense ha approvato le accuse di abuso di potere e di intralcio alla giustizia contro il presidente Donald Trump nell’ambito del processo di impeachment.

Ora le due accuse saranno sottoposte al voto dell’intera Camera.

In caso di approvazione, Trump sarebbe messo formalmente in stato d’accusa e il procedimento si sposterebbe al Senato che dovrebbe decidere se rimuoverlo o meno dalla carica.

Trump diventa così il terzo presidente della storia – dopo i democratici Andrew Johnson e Bill Clinton ad essere inviato alla camera per il processo di impeachment.

 

Storica vittoria dei conservatori di Boris Johnson

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani

 

Larga vittoria dei conservatori guidati da Boris Johnson alle elezioni nel Regno Unito: il partito conquista un’ampia maggioranza alla Camera dei Comuni ottenendo 364 seggi, ben 66 in più rispetto alle elezioni del 2017. Sconfitta storica dei laburisti che di seggi ne perdono 42, fermandosi a 203. Dimezzata la rappresentanza dei liberaldemocratici, buona affermazione degli indipendentisti scozzesi, contrari alla Brexit.

Non elegge neanche un deputato il Brexit Party di Nigel Farage, che si trova nella paradossale situazione di chi sparisce dalla scena politica, ma vede realizzati i suoi obiettivi; va segnalato che il partito aveva attuato una sorta di desistenza non presentando candidati nei collegi sicuri dei Tory.

Il risultato generale è ovviamente una grande affermazione personale di Boris Johnson che con il suo stile diretto, la fiducia assoluta in sé stesso, la sua refrattarietà ai compromessi e alle lungaggini, ha conquistato il consenso degli elettori. La Gran Bretagna ha votato per la quarta volta in poco più di quattro anni, ma questa volta il risultato è chiaro e rappresenta soprattutto il via libera definitivo che Boris Johnson attendeva per attuare senza indugi la Brexit.

Il risultato è naturalmente prodotto dalle scelte degli elettori, ma non bisogna dimenticare che il sistema elettorale in vigore nel Regno Unito è un maggioritario puro, in cui in ognuno dei 360 collegi viene eletto il candidato che ottiene la maggioranza relativa dei consensi. Un modello che favorisce il primo partito (i conservatori hanno ottenuto il 43,6 % dei voti e circa il 55% dei seggi) e tutte le formazioni che hanno un forte radicamento in alcune aree del Paese; lo Scottish National Party con una percentuale generale del 3,4% ha ottenuto 48 seggi vincendo praticamente ovunque in Scozia, mentre i liberaldemocratici con il loro 11,5 % distribuito in numerosi collegi ottengono soltanto 11 deputati.

In ogni caso, il verdetto è chiaro; Johnson si accinge a riformare il partito per gestire il successo, realizzare la Brexit e affrontare cinque anni di governo. Jeremy Corbyn, rieletto alla Camera di Comuni in una giornata che ha fatto registrare il peggior risultato del partito dal 1935, ha annunciato che non guiderà i laburisti alle prossime elezioni, ma ha intenzione di restare in carica per gestire la riflessione postelettorale e la transizione con il rinnovamento dei vertici; Jo Swinson si è invece dimessa subito dalla guida del partito Liberal Democrats, dopo aver perso anche nel suo collegio di East Dunbartonshire, in Scozia.

L’uscita dal Regno Unito dall’Unione Europea in tempi rapidi è la conseguenza di portata storica che il voto sancisce, chiudendo definitivamente la porta alla stagione dei compromessi e dell’incertezza e alle speranze di chi proponeva un secondo referendum. La Brexit verrà attuata probabilmente entro il 31 gennaio e Donald Trump si è affrettato a congratularsi con Johnson, prospettando in tempo reale accordi proficui in campo commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Ursula von der Leyen si dichiara pronta a negoziare e chiede ai leader europei un mandato chiaro. Il terremoto annunciato da Boris Johnson per il Regno Unito avrà grandi ripercussioni sugli scenari globali.

Riapre l’Auditorium della Biblioteca nazionale centrale di Roma con il monologo di Luigi Sturzo

In occasione dell’inaugurazione dell’Auditorium della Biblioteca nazionale centrale di Roma, che riapre al pubblico dopo mesi di lavori di ristrutturazioni e migliorie, giovedì 19 dicembre alle ore 18:00, verrà offerto il monologo L’Appello ai Liberi e Forti di Luigi Sturzo, che si inserisce nell’ambito delle iniziative promosse per la celebrazione del centesimo anniversario della fondazione del Partito Popolare Italiano, con il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura.

«Non molto noto, eppure tanto intenso, è stato il rapporto che Luigi Sturzo ebbe con le biblioteche. – spiega Andrea De Pasquale, Direttore della Biblioteca nazionale centrale di Roma. – Egli fu infatti Direttore della Biblioteca del Seminario di Caltagirone tra il 1893 e il 1895 e il principale protagonista della ricostruzione della Biblioteca comunale distrutta da un incendio.»

Quella di Don Lugi Sturzo è una concreta idea di libertà che deriva dall’attenzione nei confronti dell’Altro. Solo un sostanziale interessamento proattivo agli sviluppi della società, vista come moltitudine perennemente accogliente e arricchita dalle individualità che la formano, garantisce l’altrui e la propria libertà. Questa idea di libertà è alla base dell’Appello ai Liberi e Forti che, la sera del 18 gennaio del 1919, dall’albergo Santa Chiara di Roma, veniva diffuso con l’annesso Programma in 12 punti a fondazione del Partito Popolare Italiano.

Il monologo teatrale ha avuto il suo debutto il 5 luglio scorso in prima nazionale al Festival dei Due Mondi di Spoleto ed è stato replicato a Bologna e a Siracusa con grande successo di pubblico e consensi. È un don Sturzo più intimo e privato, più immediato, anche nel linguaggio fruibile da un grande pubblico, con riflessioni personali e ricordi privati tratti dall’immensa mole dei suoi scritti.

La cornice questa sera è l’Auditorium completamente rinnovato della Biblioteca nazionale centrale di Roma: sono stati completamente ridefiniti gli usi degli spazi, rispettando alcuni tratti salienti del disegno originale. Sono stati ripensati il foyer, i percorsi del pubblico, il palcoscenico e la grande platea. Sono migliorate l’acustica, l’insonorizzazione e la climatizzazione, per i trecento spettatori che potranno comodamente usufruire dell’imponente spazio.

Il testo del monologo è stato curato e adattato da Francesco Failla, Direttore della Biblioteca e dell’Archivio Storico della Diocesi di Caltagirone; a interpretare don Luigi Sturzo è l’attore siracusano Sebastiano Lo Monaco; il regista è Salvo Bitonti, direttore dell’Accademia Albertina di Torino e le musiche originali sono state composte da Dario Arcidiacono, siracusano, da tempo trapiantato a Roma. L’Organizzazione generale della rappresentazione è a cura di Salvatore Aricò del Centro Internazionale Studi Sturzo.

Sul palco sono disposti gli originali scrivania, sedia, bastone, attaccapanni, busto, quadro e macchina da scrivere che arredavano le due stanze presso il Convento delle Canossiane a Roma in cui don Sturzo visse dal 1946 alla morte nel 1959, conservati presso l’Istituto Luigi Sturzo e per l’occasione prestati alla Biblioteca nazionale centrale di Roma.

 

Migranti: nel 2019 poco più di 11mila persone sbarcate sulle coste italiane.

Sono finora 11.097 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno, di cui 215 nei primi giorni di dicembre (il picco si è avuto il 4 dicembre con 121 migranti sbarcati). Rispetto agli anni scorsi, complessivamente si è registrata una diminuzione delle persone arrivate in Italia via mare del 52,01% sul 2018 (furono 23.122) e del 90,60% sul 2017 (118.019).

Degli oltre 11mila migranti sbarcati in Italia nel 2019, 2.654 sono di nazionalità tunisina (24%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Pakistan (1.180, 11%), Costa d’Avorio (1.135, 10%), Algeria (1.005, 9%), Iraq (871, 8%), Bangladesh (581, 5%), Sudan (444, 4%), Iran (434, 4%), Guinea (281, 3%) e Marocco (253, 2%), a cui si aggiungono 2.259 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Sono stati 1.583, invece, i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare.

Poesia, cibo dell’anima e della mente

Serbo un’intima gratitudine – che custodisco con gelosia e affetto – verso la scuola della mia adolescenza: ne conservo un ricordo sfocato e leggero dove, come in una magica e fiabesca rievocazione, trovano posto apprendimenti e personaggi e riaffiorano dettagli allora apparentemente insignificanti.

La rivisito con nostalgia e vi cerco spiegazioni e risposte al mio presente.
Trovo che fosse una scuola che sapeva affiancare la vita, senza forzature: svolgeva la sua parte, in genere con umiltà e in silenzio.

Non erano tutte rose e fiori, c’erano difficoltà, ingiustizie, discriminazioni: qualcuno l’ha poi ben evidenziato, scrivendo la sua lettera ad una professoressa e il sessantotto ha scoperchiato molte viltà ma le ‘vestali della classe media’, cioè gli insegnanti di quel tempo, erano le prime vittime della situazione dovendo vivere come i fedeli depositari di una cultura da tramandare in un mondo dove stavano emergendo con forza dei valori diversi: il successo, l’arrivismo, i lesti guadagni, la facilitazione, la stagione dei diritti, l’apertura al sociale, l’egualitarismo irriverente che ha poi partorito i mostri sacri della trasparenza e della privacy, mettendo di fatto le manette ai polsi delle relazioni personali e della comprensione tra la gente.

La scuola è stata forse in questi anni il contesto sociale più attraversato dalla massa d’urto del cambiamento ed è successo di tutto, un vero ribaltone generale: molti somari sono passati dai banchi direttamente alle cattedre, molti insegnamenti sono stati giudicati inutili e superflui, molti libri sostituiti dai giornali e dalla ‘cultura della realtà’, molti soloni hanno fatto a gara per stabilire più aggiornati paradigmi culturali fino alle recenti derive delle ‘tre i’ e dell’ondata delle nuove tecnologie, delle nuove educazioni e dei ‘progetti’.
Ripenso all’intuizione di Pascal che in una geniale definizione aveva spiegato la complementare compresenza nell’uomo della razionalità e del sentimento: “l’esprit de geometrie e l’esprit de finesse’.

Una sintesi somma e raffinata di secoli di cultura e un punto di partenza imprescindibile per conservare nell’uomo un equilibrio interiore, dosando con sapienza le ragioni dell’intelletto e quelle del cuore, suggestione che la pedagogia del post-moderno ha poi ribattezzato come “formazione integrale della persona umana”.
Eppure, come sempre accade nei corsi e ricorsi storici e senza farne un dramma (perché ci sono le andate ma poi ci sono anche i ritorni) mi pare che la deriva degli anni più recenti abbia fatto pendere solo uno dei due piatti della bilancia.

Guai se la scuola fosse solo luogo di apprendimenti strumentali, guai se dovesse esaurire il sapere da far apprendere ai ragazzi nel mero soddisfacimento dei bisogni sociali, se dovesse parlare ed esprimersi solo con il linguaggio delle nuove e più avanzate tecnologie.
Credo che stia accadendo invece questo: che la scuola abbia in parte perduto “il gusto” della conoscenza, il dovere della formazione critica, lo stimolo della riflessione, il piacere culturalmente provocante della digressione e del pensiero divergente, in una parola (paradossalmente, nonostante il proliferare di un numero insensato di progettini sciocchi e dal fiato corto) abbia mal gestito la sua naturale vocazione alla creatività.

Il sapere, anche quello trasmesso nella sua più idonea sede istituzionale – la scuola – appunto, non è mai duplicazione della realtà ma sua rielaborazione, il pensiero più alto e originale è anzi quello che dalla realtà e dai suoi condizionamenti palesi o occulti sa prendere le distanze: la cultura è applicazione ma anche e soprattutto “astrazione”.
Ora, mi pare che da molto tempo la scuola sia orfana dell’educazione sentimentale, una ‘piccola fiammiferaia’ che accende zolfanelli effimeri e dalla luce fioca.

Più che ingolfare le menti di dettagliati contenuti e addestrare a sempre più complesse abilità sarebbe forse primariamente utile stimolare la motivazione ad apprendere, la gioia di esprimere e confrontare opinioni, il piacere dell’espressione a volte, perché no, dissacrante e liberatoria, lo scandaglio dell’anima, l’avventura della fantasia, il gusto della scoperta immateriale, l’immaginazione, lo stupore e l’incanto del far parte di un pensiero universale.
“L’uomo dovrà sempre inventare, dobbiamo aiutarlo stimolando in lui la creatività e la curiosità, educarlo ad essere esploratore”: mi pare che questa breve riflessione di uno dei padri dell’intelligenza artificiale – il Prof. Mario Somalvico – ben si adatti anche a spiegare un più esteso ambito spirituale.

Penso alla poesia, espunta dalla cultura prevalente del mondo giovanile e soverchiata proprio dalle nuove tecnologie, sconfitta da internet, dalla Tv e dai loro disvalori, che trova ancora forse solo nella scuola diritto di cittadinanza e di senso.
Mi riferisco ovviamente alla poesia non come formula da mandare a memoria, mera concatenazione di versi e strofe, materia di studio, genere letterario più o meno ostico ai ragazzi di oggi: la penso invece come aspetto raffinato dell’espressività umana, completamento della dimensione antropologica, così come intuitivamente colto da Shelley, come parte della storia e, quindi, della vita.

Rifletto spesso sulle straordinarie potenzialità culturali dello studio della poesia sia come fonte di conoscenza delle vicende umane, sia come apprezzamento della sua ineguagliabile capacità di rappresentare la gamma estesa e infinita dei sentimenti, sia – infine – come forma emotivamente liberatoria delle personali capacità comunicative di ciascuno.
La penso come slancio vitale.
Ma se l’educazione sentimentale sta diventando la piccola fiammiferaia della formazione scolastica in senso stretto, la poesia è cenerentola nella scuola e nella vita.
Deve far posto ai nuovi saperi e alle mille esigenze che allontanano l’uomo di oggi dalla riflessione e dalla contemplazione: maiora premunt, ci sono cose più importanti, appunto.
Ripenso spesso ad una suggestiva metafora, appresa negli anni della mia esperienza professionale, di cui sono grato all’autore – il Prof. Luigi Lombardi Vallauri – per la sua illuminante e originale prospettiva didattica, cui mi sono sovente, timidamente ispirato.
Mi riferisco all’allegoria della scuola come “astronave di assorti”: un luogo dove insegnanti ed allievi sono idealmente uniti nell’impegno della meditazione intesa come riflessione sulla vita e sul mondo, non per legare gli apprendimenti alla considerazione della mera, contingente realtà ma per liberare il pensiero e la fantasia in quanto spunto di trascendenza dalle cose.

Nulla di più sideralmente lontano, nella creatività dell’intuizione e nell’oggetto di studio di quel cenacolo pedagogico, dagli odierni rituali delle tavole rotonde e dei lavori di gruppo.
Due impostazioni assolutamente non omologabili tra loro: avvincente e creativa l’una, logorante e logorroica l’altra.
Quando ripenso a questa suggestiva idea mi viene in mente la trama del film “L’attimo fuggente” di Peter Weir, magistralmente interpretato da Robin Williams nei panni del professor Keating.

Utilizzare la meditazione come occasione di formazione e di crescita significa davvero valorizzare tutte le capacità formative della scuola, sancire un patto etico tra docenti e alunni, condividere l’avventura dell’esplorazione dell’anima.
Credo che la poesia – non quella ‘dell’orecchio’ ma della mente e del cuore – conservi ancora la sua straordinaria potenzialità di affinamento della sensibilità umana e di formazione dell’intelligenza e del carattere, e resti alla fin fine, insieme alla musica, la modalità espressiva più ricca, intima e coinvolgente.
“Il potente spettacolo continua e tu puoi contribuire con un verso. Quale sarà il tuo verso?”.

Al via la Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera

La Casa delle Tecnologie Emergenti ha l’obiettivo di supportare progetti di ricerca e sperimentazione, sostenere la creazione di startup e il trasferimento tecnologico verso le PMI, nell’ambito dei programmi su Blockchain, IoT e Intelligenza Artificiale. Avrà al suo interno diversi laboratori di innovazione: uno dedicato al settore audiovisivo, all’extended reality e alle tecnologie per le riprese 3D, un altro dedicato alla blockchain e alla quantum key distribuition, uno alla robotica avanzata per lo sviluppo di strumenti e sistemi basati sull’Internet delle Cose, un altro ancora alle applicazioni del 5G.

Un ulteriore progetto innovativo sarà quello del “Gemello Digitale”, ideato dal CNR, che svilupperà una copia virtuale di processi o servizi reali sui quali effettuare dei test per prevenire errori e migliorare le funzionalità in virtù dei dati raccolti dai sensori. Questi laboratori, con le loro rispettive attività di servizio, saranno messi a disposizioni di startup, sviluppatori e PMI interessate a sviluppare prodotti e servizi innovativi.

 

Natale, gli italiani spendono più dei tedeschi

La spesa di Natale degli italiani per feste è stimata quest’ano complessivamente pari a 549 euro a famiglia su valori superiori del 19% a quanto si spende in media in Europa e ben al di sopra di quella dei tedeschi fermi a 487 euro. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui consumi di Natale, sulla base della Xmas Survey della Deloitte. La forbice rispetto all’Unione Europea peraltro si allarga con gli italiani che – sottolinea la Coldiretti – prevedono di incrementare le spese dell’1,2% mentre l’aumento in Europa è stimato pari ad appena l’1%.

Gli italiani con 140 euro a famiglia – sottolinea la Coldiretti – spendono ben il 21% in più dei tedeschi a tavola ma spendono di più anche in viaggi e divertimenti mentre non emergono grandi differenze nel budget per i regali. La spesa degli italiani per i cibi delle feste di fine 2019 – sottolinea la Coldiretti – è superiore del 7% ai 131 euro a famiglia stanziati in media in Europa a conferma della maggiore attenzione dei cittadini del Belpaese alla convivialità a tavola che trova proprio nel Natale la sua massima espressione.

Non a caso un trend che si sta affermando – afferma la Coldiretti – è la preferenza accordata all’acquisto di prodotti Made in Italy, spesso legati al territorio, anche per aiutare l’economia nazionale e garantire maggiori opportunità di lavoro a sostegno della ripresa. Accanto ai tradizionali luoghi di acquisto dei cibi delle feste un crescente successo viene così rilevato per i mercati degli agricoltori di Campagna Amica che per le festività si moltiplicano nelle città e nei luoghi di villeggiatura dove spesso – conclude la Coldiretti – si realizzano anche show cooking degli agrichef per aiutare la riscoperta delle ricette natalizie del passato.

Che cos’è l’angioplastica coronarica?

L’Angioplastica Coronarica  è una metodica che consente, senza un vero e proprio intervento chirurgico, di dilatare le arterie che diffondono il sangue alle strutture cardiache nel caso che queste arterie siano totalmente o parzialmente occluse dalle placche aterosclerotiche.

Scopo della angioplastica coronarica è di ripristinare in una determinata regione del muscolo cardiaco un adeguato flusso sanguigno evitando la comparsa degli eventi clinici che caratterizzano l’ischemia miocardica (angina da sforzo e/o a riposo, infarto miocardico).

I tipici sintomi e segni associati al fenomeno delle coronarie ostruite consistono in:

Dolore al petto o senso di pressione al petto;
Dolore che, dal petto, può irradiarsi alla schiena, al braccio, alla spalla, al collo, alla mandibola e/o allo stomaco;
Dispnea, cioè mancanza di respiro;
Nausea con o senza vomito;
Limitazione delle abilità fisiche. Per esempio, il paziente avverte stanchezza dopo qualsiasi sforzo, anche se minimo;
Sudorazione profusa;
Vertigini;
Senso d’ansia.

Lo stile di vita che deve seguire  chi soffre di coronarie ostruite prevede: l’adozione di una dieta sana e bilanciata, l’abolizione del fumo e di qualsiasi tipo di stupefacente, un consumo minimo di alcolici, il raggiungimento e il mantenimento di uno stato di normopeso, il controllo della pressione arteriosa e del colesterolo e, infine e la pratica regolare di una giusta e misurata attività fisica.

Il dialogo dei Popolari, contro l’incantesimo del mugugno.

Non siamo più all’amarcord, si assiste piuttosto a una lenta e positiva maturazione. Sul ritorno al “partito cattolico” fioccano le opinioni contrarie, a dimostrazione che l’insegnamento di Sturzo De Gasperi e Moro ha lasciato un segno indelebile nel pensare e nel vivere laicamente l’azione politica. Ci si ostina semmai a ipotizzare la resurrezione della Dc, partito di progresso e ponderatezza, quasi fosse possibile riavvolgere il filo del tempo nel quale la diaspora dei cattolici ha dispiegato gli effetti più marcati. Perciò, a dispetto degli oltranzisti, appare meno ingenua e pretenziosa la volontà di reagire alla dissipazione di un patrimonio che mostra la forza di crescere su se stesso, tanto da effondere i suoi algoritmi di esperienza nell’atmosfera della vita pubblica. Morta la Dc, non cessa di esistere la cellula madre del suo organismo storico, vale a dire la cellula riproduttiva di un sano realismo innovatore.

Finora, con il disfacimento della Prima repubblica, è valsa la logica delle minoranze contrapposte e quindi la fantasia del loro diritto a resistere all’inclemenza della sorte, per rivendicare le ragioni di chi ha avuto ragione nel lungo e duro confronto della guerra fredda tra Occidente e Unione Sovietica. È capitato in Italia che al crollo del comunismo sia subentrato il turbine della cancellazione di ogni esame di coscienza collettivo, sebbene fosse necessario. L’anima cristiana della nazione ha mutato l’appello alla clemenza dei vincitori in alibi per un “cambiamento di regime” dai tratti ambigui. Si è imposto il rigurgito del trasformismo con l’inaugurazione di un modello di democrazia maggioritaria che in nome della contendibilità del potere ha sdoganato la disordinata personalizzazione della lotta politica. 

Oggi si avverte la fragilità di uno schema che in pratica è servito a relegare a bordo campo la presenza organizzata dei cristiani, spinti con benevola tracotanza nell’universo fluttuante della società civile. Il mondo del volontariato e dell’assistenza ha conosciuto il largo presidio di un nuovo prototipo di militante. A prescindere dal colore delle giunte, l’assessore ai servizi sociali è divenuto nel corso degli ultimi venticinque anni una figura pressoché identificabile con la specializzazione del quadro dirigente cattolico. Qualche Cardinale ha tratto perciò la conclusione che la Chiesa dovesse premunirsi di nuovi strumenti d’intervento, senza più deleghe al laicato e quindi senza più intermediazioni superflue. I popolari hanno resistito a modo loro, non riuscendo a difendere fino in fondo l’autonomia della propria rappresentanza. Con ciò, tuttavia, non è venuta meno la qualità del personale cattolico, forte dell’appartenenza a quel mondo riccamente motivato, che una volta la Dc interpretava come il cemento ideale della sua prolungata e non effimera funzione di governo.

La novità è che al termine di questo ciclo l’invito alla ricomposizione dell’area del cattolicesimo democratico e popolare, in fondo con l’obiettivo di restituire dignità e consistenza alla politica di centro, non proviene tanto o solo dagli “esuli pensieri” dei sopravvissuti. Si muove infatti un qualcosa di più profondo, nella società e nelle istituzioni, qualcosa che denuncia un vuoto, una mancanza, un’insufficienza; qualcosa che incarna al tempo stesso, come principio ordinatore, un’esigenza e una speranza. E si muove appunto a reclamare una correzione strutturale dell’assetto politico, perché il Paese non regge – gli indicatori del debito pubblico e del blocco di produttività lo attestano ampiamente – se perdura uno squilibrio di rappresentanza e di ruolo, dopo l’abbandono del felice connubio tra laici e cattolici risalente alla magistrale operazione degasperiana del secondo dopoguerra.

Bisogna fare leva sulla ritrovata partecipazione popolare, con le oneste “sardine” in prima linea, che si oppone all’ondata sovranista, anti europea e xenofoba. Questo è il pericolo maggiore, la vera causa di un’emergenza democratica, corrosiva delle basi di civile convivenza, da cui è nata per reazione la svolta di governo dell’estate scorsa. Contro la Lega non vale la pretesa di un’unica risposta in capo alla sinistra: anzi, lo spettro dell’elettorato intermedio accoglie un’istanza anti sovranista, autonoma e diversa, per certi versi più complessa e potenzialmente più efficace. Qui risiede, in fin dei conti, l’auspicabile dialogo di tutti i democratici di matrice popolare, aperto alla collaborazione con i riformisti di altra formazione culturale, senza perciò che l’originaria ispirazione cristiana assuma il carattere di riserva integralista a detrimento di una sana  politica delle alleanze. 

Si vince, questa scommessa? La cautela è d’obbligo, il rischio fallimento incombe sempre. Ciò non toglie che sia da prendere sul serio e messo a fondamento di una grande iniziativa politica, con un tratto di sapiente generosità e innovazione, il desiderio non più marginale nella vita democratica italiana di rompere l’incantesimo del mugugno  a cui ha ceduto da troppo tempo una parte della pubblica opinione, rinunciando persino ad esprimersi nelle competizioni elettorali. Occorre riattivare il flusso della fiducia in un Paese infiacchito dalla dialettica del rancore e della perenne incomprensione degli uni contro gli altri, per non essere dunque subalterni alle nostre inadempienze.

 

[L’articolo è stato scritto per il foglio ufficiale dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani – www.democraticicristiani.com]

 

Regno Unito si aprono le urne

Oggi è il grande giorno della democrazia inglese.

Elezioni che rappresenteranno uno spartiacque tra i sostenitori della Brexit e coloro che vogliono un nuovo referendum.

I sondaggi danno in vantaggio il premier uscente, il conservatore Boris Johnson, accreditato di un 43% dei consensi. Tuttavia, risultano in ascesa le simpatie per il leader laburista, Jeremy Corbyn, sinora fermo al 33%.

Secondo diversi analisti politici, la sorte dell’Isola si risolverà in una sessantina di costituencies, nelle quali la differenza di voti è abbastanza risicata da far pendere la bilancia per uno o per l’altro partito.

Infatti il sistema elettorale britannico è molto particolare e produce spesso risultati bizzarri. Si chiama “first past the post”, che significa in sostanza “il primo prende tutto”. È un sistema maggioritario a collegio uninominale. Significa che in ogni collegio viene eletto il candidato che prende anche un solo voto più del secondo. Per questa ragione, partiti come i LibDem, che prendono pochi voti ma distribuiti in tutto il paese, non sono molto rappresentati, mentre lo scozzese SNP, che prende in percentuale meno della metà dei voti dei LibDem, ma tutti concentrati in Scozia, risulta quasi sempre il terzo partito più grande del parlamento (anche se è solo il quarto o il quinto in termini assoluti).

Dunque con tale sistema diventano due gli scenari possibili. Una vittoria dei conservatori di Boris Johnson, che innescherà  il completamento della Brexit oppure, un nuovo “hung parliament”, ossia un parlamento bloccato, a causa di una rimonta di Corbyn nei seggi decisivi. A quel punto, l’unica soluzione per uscire dal pantano della Brexit, sarebbe un secondo referendum.

Non ci resta che aspettare le 22, ora inglese, di questa sera

 

Commercio: Istat, nel terzo trimestre 2019 bene le esportazioni delle Regioni del Nord e del Mezzogiorno.

Nel terzo trimestre 2019 si stima una crescita congiunturale delle esportazioni per il Nord-ovest (+1,3%), il Nord-est (+1,0%) e per il Sud e Isole (+1,5%), mentre si registra un’ampia diminuzione per il Centro (-4,2%).

Nel periodo gennaio-settembre 2019, la crescita tendenziale cumulata dell’export mostra notevoli differenziazioni territoriali: resta sostenuta per il Centro (+15,2%), più contenuta per il Nord-est (+1,9%), in lieve flessione per il Nord-ovest (-0,9%) e in netto calo per il Mezzogiorno (-2,8%), a seguito di una marcata flessione per le Isole (-11,1%), parzialmente compensata dalla crescita del Sud (+1,4%).

Nei primi nove mesi dell’anno, tra le regioni più dinamiche all’export su base annua, si segnalano Lazio (+21,4%), Toscana (+17,1%), Puglia (+9,0%), Campania (+7,9%) ed Emilia-Romagna (+4,8%). Diversamente, si registrano ampi segnali negativi per Calabria (-22,0%), Basilicata (-19,4%) e Sicilia (-15,8%).

Nei primi nove mesi del 2019, le vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici dal Lazio e dalla Lombardia, e le vendite di articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili e di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti dalla Toscana contribuiscono alla crescita tendenziale dell’export nazionale per 2,1 punti percentuali.

Nel periodo gennaio-settembre 2019, un impulso positivo alla crescita su base annua dell’export nazionale proviene dalle vendite della Toscana verso la Svizzera (+118,4%), del Lazio e della Lombardia verso gli Stati Uniti (+92,0% e +17,6% rispettivamente) e dell’Emilia Romagna verso il Giappone (+89,1%).

Nell’analisi provinciale dell’export, si segnalano le performance positive di Firenze, Latina, Arezzo, Milano, Bologna, Roma e Frosinone.

Milano diventa monopattino free

Monopattini, segway, hoverboard e monoruote elettrici potranno circolare liberamente. Con la posa di 130 cartelli lungo la cintura esterna della città, parte la sperimentazione che proseguirà fino luglio 2021, come previsto dalle linee guida del Ministero dei Trasporti lo scorso giugno.

Il Comune spiega che i cartelli indicano le strade sulle quali possono o non possono muoversi i micro veicoli elettrici. La circolazione è consentita nelle aree pedonali purché la velocità del mezzo non superi i 6 chilometri orari e, ma solo per monopattini e segway, su piste e percorsi ciclabili, ciclopedonali e nelle Zone 30 con il limite di velocità di 20 chilometri orari.

Il Comune ricorda il rispetto delle regole anche per quanto riguarda la sosta, permessa negli stalli dedicati alle biciclette oppure al lato della strada.

In questi giorni, inoltre, sono state anche selezionate tre società che potranno effettuare lo sharing della micromobilità a Milano, ciascuna avrà in dotazione una flotta di 750 monopattini per un totale di 2.250 dispositivi presenti in città e una volta ultimate le pratiche con l’amministrazione potrà iniziare a fornire il servizio di sharing.

Campidoglio: al via gli appuntamenti per le Feste nei Musei

Al via con l’undicesima edizione di sabato 14 dicembre di MUSEI IN MUSICA gli appuntamenti delle Feste di Roma Capitale negli spazi dei Musei Civici e negli altri spazi culturali della città. Il consueto appuntamento di dicembre con la manifestazione culturale promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzata da Zètema Progetto Cultura, sarà così il primo appuntamento del NATALE CON LA MIC, il ricco programma delle Feste di eventi, attività didattiche, aperture straordinarie e laboratori pensato per i cittadini e per i turisti fino al 6 gennaio 2020.

Un’opportunità per i visitatori per ammirare le collezioni e le mostre presenti negli spazi appartenenti al Sistema Musei Civici gratuitamente presentando la propria Mic Card o acquistando il biglietto d’ingresso di 1 euro, ad eccezione dei musei ad ingresso libero per tutti e della mostra Canova. Eterna bellezza che seguirà la bigliettazione ordinaria con riduzione per i possessori della MIC Card.

I visitatori potranno scegliere inoltre tra numerosi altri spazi espositivi e culturali gratuiti della città come il Macro Asilo, lo spazio WeGil, l’Accademia Nazionale di San Luca, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il Museo archeologico e Museo Aristaios dell’Auditorium Parco della Musica, lo spazio espositivo Tritone della Fondazione Sorgente Group, Vigamus – Museo del Videogioco, il Polo museale de La Sapienza Università di Roma e i musei dello Stato Maggiore della Difesa.

Avranno accesso libero ad alcune delle più importanti istituzioni culturali straniere come Casa Argentina, la Real Academia de España, l’Accademia di Francia (con contributo volontario all’ingresso), il Forum austriaco di cultura e l’Istituto svizzero o potranno scegliere di usufruire della bigliettazione speciale offerta da Palazzo Bonaparte, Palazzo delle Esposizioni o dal Museo Ebraico di Roma.

Sarà una notte alla ricerca della bellezza tra le opere d’arte e una lunga lista di concerti e spettacoli dal vivo diffusi nella città. Con circa 115 artisti nazionali e internazionali, 13 tra bande, ensemble, cori e orchestre e 17 associazioni culturali selezionate con l’avviso pubblico “Musei in Musica 2019” diffuso da Zètema Progetto Cultura, l’edizione di quest’anno accompagnerà i visitatori lungo un percorso musicale che toccherà tutti i generi – dal jazz al rock, dalla classica all’elettronica – e tutte le tradizioni popolari del mondo, mescolandosi con le arti performative, la poesia e le lezioni d’arte.

L’appuntamento per tutti sarà sulla Piazza del Campidoglio dove, alle ore 19.00, si partirà ufficialmente con l’undicesima edizione della manifestazione inaugurata dal concerto della Banda musicale del corpo di Polizia locale di Roma Capitale.

Si proseguirà poi fino al 6 gennaio 2020 con il programma di NATALE CON LA MIC. Tra le iniziative L’Ara com’era, per il periodo festivo, dal 20 al 30 dicembre – ad eccezione del 24 e del 25 dicembre – rimarrà aperta tutte le sere dalle 19.30 alle 23.00 (ultimo ingresso alle 22.00). Attraverso una visita immersiva e multisensoriale, tra realtà aumentata e virtuale e ricostruzioni 3D, si potrà rivivere la storia dell’altare monumentale dell’Ara Pacis voluto da Augusto per celebrare la pace da lui imposta su uno dei più vasti imperi mai esistiti. Ingresso intero 12 € – ridotto 10 €.

Gratuitamente con la MIC Card o con ingresso ad 1 euro, anche i fine settimana di fine dicembre saranno arricchiti dai concerti della manifestazione l weekend della MIC. La musica proseguirà sabato 21 dicembre ai Musei Capitolini con un concerto a cura di Roma Tre Orchestra. Si continua domenica 22 dicembre, sempre ai Musei Capitolini, con il Concerto di Natale eseguito dal Coro delle Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma. Venerdì 27 dicembre al Museo di Roma Palazzo Braschi concerto La Vienna ai tempi di Canovaa cura di Roma Tre Orchestra Ensemble. Sabato 28 dicembre ai Musei Capitolini concerto Gospel Night in collaborazione con Fondazione Musica per Roma.

Nel periodo natalizio proseguiranno anche gli appuntamenti con i concerti gratuiti a cura di Roma Tre Orchestra: Le suite per violoncello solo di Johann Sebastian Bach, alla viola in programma sabato 14 dicembre alle 16.00 al Museo Barracco; Il pianoforte da Bach a Debussy previsto per sabato 21 dicembre alle 16.00 al Museo Napoleonico; Il pianoforte a quattro mani: Fantasie e Visioni, domenica 22 dicembre alle 11.00 al Museo Carlo Bilotti; Intorno all’ultimo Beethoven, parte prima, in programma sabato 28 dicembre alle ore 16.00 al Museo Napoleonico; Solisti emergenti: Ivos Margoni e Giulia Loperfido, domenica 29 dicembre alle 11.00 al Museo Carlo Bilotti.

Le festività nei Musei Civici non saranno solo all’insegna della musica: sono in programma le visite e i laboratori di Musei in giocodedicati a bambini e ragazzi e si potrà usufruire, nel Museo Civico di Zoologia, degli spettacoli dal vivo a tematica astronomica di Open Star a cura degli astronomi del Planetario e alle attività di “scienza divertente”.

Per tutto il periodo natalizio i Musei Civici rimarranno aperti ad eccezione del 25 dicembre. L’orario d’apertura del 24 e del 31 dicembre sarà dalle 9.30 alle 14 mentre il 1° gennaio, per la Festa di Roma, saranno eccezionalmente aperti dalle 14 alle 20, i Musei Capitolini, i Mercati di Traiano, il Museo dell’Ara Pacis e il Museo di Roma Palazzo Braschi. Il biglietto di ingresso sarà a tariffazione ordinaria, gratuito per i possessori di MIC Card.

Domenica5 gennaio 2020, per la prima domenica del mese, ingresso gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana in tutti i Musei e per le mostre in programma, tranne le mostre C’era una voltaSergio Leone, in corso al Museo dell’Ara Pacis, e Canova. Eterna bellezza in corso al Museo di Roma Palazzo Braschi. Sarà inoltre aperto al pubblico gratuitamente il percorso di visita nell’area dei Fori Imperiali dalle ore 8.30 alle 16.30, con l’ultimo ingresso alle 15.30.

Infine la mostra Canova. Eterna bellezza in corso al Museo di Roma Palazzo Braschi, alle aperture straordinarie serali di sabato e domenica (ore 19-22) vedrà aggiungersi anche quelle di giovedì 26, venerdì 27 dicembre e lunedì 6 gennaio.

Le proprietà del Ribes nigrum

Il ribes nero è una di quelle piante di cui s’impiegano varie parti  e quindi si hanno diverse attività terapeutiche.

Il suo uso più comune è quello sotto forma di gemmoderivato o macerato glicerinato

Viene utilizzato in fitoterapia e gemmoterapia per stimolare le ghiandole surrenali a produrre cortisolo, un cortisone endogeno che aiuta l’organismo a reagire alle infiammazioni. Utilizzato anche per malattie cutanee (eczema e psoriasi). Il cortisolo genera una reazione essenziale ad ogni tipo di stress o lesione. Stimola la conversione di proteine in energia ed elimina le infiammazioni, inibisce inoltre temporaneamente l’azione del sistema immunitario.

Le foglie, i cui componenti principali sono triterpeni e un complesso di polifenoli, hanno proprietà
 depurative e diuretiche, vengono utilizzate in fitoterapia sotto forma di infusi e tinture madri per favorire l’eliminazione dell’urea e dell’acido urico, ridurre i livelli di colesterolo nel sangue, stabilizzare le membrane cellulari e drenare l’organismo.

Anche frutti, ricchi di acido citrico, acido malico, vitamina C, oligoelementi, acidi polinsaturi, flavonoidi e antociani, si rivelano utili per la loro azione astringente, vasoprotettore-capillarotropo, protettore della retina e rinfrescante. Sono quindi indicati, sotto forma di succo o infuso, per fragilità capillare e couperose.

E’ possibile un accordo di ampio respiro per tirare l’italia fuori dalla palude?

Non sono un economista, ma il quadro che alcuni esperti offrono è, a mio parere, del tutto convincente: l’Italia necessita di un intervento di politica economica di ampio respiro e di impegno di lunga durata.

Non basta quindi una normale azione di governo di breve durata. Se non ho capito male, qui necessita una scelta di politica economica di così ampio respiro da impegnare le volontà e le forze per più legislature. E, se si paventano giustamente in questa prospettiva serie pericoli di sommovimenti sociali che potrebbero porre in pericolo la nostra democrazia e la pacifica convivenza del Paese, è necessaria una forte iniziativa che impegni ogni forza politica.

È necessario cioè un coinvolgimento di tutte le rappresentanze parlamentari, di maggioranza e di opposizione, perché concordino una piattaforma di politica economica sulla base delle poche comuni visioni sulle attuali necessità socio-politiche del Paese. E questo, al di là di ogni diatriba sulle responsabilità storiche su tale situazione, che a ben vedere possono essere individuate in taluni errori largamente condivisi nel passato da pressoché tutte le parti politiche e sociali.

Agli storici libero campo per gli studi futuri, agli attuali politici la responsabilità di un impegno e quindi di un lungo e largo sostegno che mi sembra indifferibile. Ma vi sono oggi tra i partiti di maggioranza e tra quelli di opposizione, nessuno escluso, statisti e non politici improvvisati, capaci di assumersi tali responsabilità? E siamo già noi stessi, cattolici democratici, sociali popolari e liberali, che dir si voglia, tali da assumerci fin nelle basi culturali, la responsabilità di condividere un tale invito al consenso?

Questo mi sembra l’oggetto di oggi.

Sempre più rifiuti urbani da gestire

Dopo sei anni di decrescita, sotto 30 milioni di tonnellate,  la produzione nazionale dei
rifiuti urbani torna a superare tale cifra e si attesta a quasi 30,2 con un aumento del 2% rispetto all’anno precedente. La crescita è ancora maggiore se si guarda al dato pro capite: +2,2%, che in termini di quantità è pari a poco meno di 500 chilogrammi per abitante.

I valori più alti di produzione pro capite si osservano per il Centro, con 548 chilogrammi per
abitante, con un aumento di oltre 10 kg . Il valore medio del nord Italia si attesta a circa ai 517 chilogrammi per abitante,mente il Sud si attesta a 449 chilogrammi per abitante,

Sono 7 le regioni italiane che superano l’obiettivo del 65% di differenziata fissato, al 2012, dalla normativa: Veneto (73,8%), Trentino Alto Adige (72,5%), Lombardia (70,7%), Marche (68,6%), Emilia Romagna (67,3%), Sardegna (67%) e Friuli Venezia Giulia (66,6%).

Percentuali ancora più alte di differenziata si registrano a livello provinciale: a Treviso, che si attesta all’87,3%, seguita da Mantova (87,2%), Belluno (83,4%) e Pordenone (81,6%).
Significativa la crescita in Sicilia di Siracusa: quasi 11 punti in più di differenziata (dal 15,3% del 2017 al 26,2% del 2018) e Messina (dal 20,8% del 2017 al 28,7%). In Calabria cresce Crotone (27,3%, a fronte del 22,9% del 2017)

Confermato anche per il 2018 quanto l’Ispra va osservando da alcuni anni sul “Pay-As-You-Throw”, il sistema di tariffazione puntuale applicato dai diversi comuni italiani.

Grazie ad uno studio condotto su un campione di 593 comuni, con una popolazione di 4 milioni di abitanti, si osserva che il costo totale medio pro-capite a carico del cittadino è inferiore rispetto ai comuni a Tari normalizzata. Il dato medio nazionale del Pay-As-You-Throw si attesta a 157,79 euro/abitante per anno.

A Trento, unica città capoluogo di regione del campione ad adottare il sistema di tariffazione puntuale fa registrare, per l’anno 2018, uno dei costi pro capite più bassi, attestandosi a 153,67 euro/abitante per anno, con un livello di raccolta differenziata pari al 81,5%”.

Sammezzano tra i 14 monumenti più a rischio d’Europa

La federazione pan-europea per il patrimonio culturale – ha  notificato l’inserimento del Casello di Sammezzano nella lista dei 14 siti europei più in pericolo.  La lista è stata istituita nell’ambito della 5° edizione del “ 7 Most Endangered”, programma comunitario che ha l’obiettivo di individuare i siti culturali più in pericolo presenti sul territorio europeo e mobilitare, per 7 di essi, soggetti pubblici e privati affinché ne venga promosso il recupero.

Gli altri siti inseriti nella lista sono: National Theatre of Albania (Albania), Karas – Traditional Wine Vessels (Armenia), Khoranashat Monastery (Armenia), Castle Jezeří (Repubblica Ceca), Tapiola Swimming Hall (Finlandia), Parco Archeologico di Sibari (Italia), Ivicke House, Wassenaar (Olanda), Y-block – Government Quarter (Norvegia) Szombierki Power Plant (Polonia), Belgrade Fortress and its surrounding (Serbia), Plečnik Stadium (Slovenia), Cuatro Caminos Metro Depot (Spagna), Egyptian Halls (Regno Unito).

 

La candidatura di Sammezzano ha ottenuto il supporto ufficiale del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Toscana, del Comune di Reggello, del Comitato Ferdinando Panciatichi Ximenes D’Aragona e della Kairos Srl, creditore procedente della procedura fallimentare che fino a pochi giorni fa aveva per oggetto Sammezzano.  Da metà novembre la Sammezzano Castle Srl, società proprietaria del Castello di Sammezzano, è infatti uscita dal fallimento, riottenendo la disponibilità sostanziale del bene.

Nonostante  sia il più importante esempio di architettura eclettica della nostra nazione, da molti considerato addirittura il castello più bello d’Italia, e sia da tempo oggetto di una campagna di sensibilizzazione che lo ha portato ad essere uno dei monumenti nostrani più amati e discussi di sempre, Sammezzano permane in stato di degrado e inutilizzo da quasi un trentennio, con un conseguente peggioramento della sua già drammatica situazione strutturale.

Con la sua riconferma tra i luoghi più in pericolo d’Europa, viene mandato un messaggio forte e chiaro: Sammezzano è internazionalmente riconosciuto come un sito culturale dall’elevatissima importanza storico-monumentale, e va quindi fatto il possibile per fermare lo stato di decadimento in cui versa.

A marzo 2020 si saprà se Sammezzano verrà incluso anche tra i 7 luoghi finalisti che parteciperanno al programma completo, che prevede l’organizzazione di “missioni di salvataggio” in loco, a seguito delle quali gli esperti multidisciplinari di Europa Nostra  elaboreranno dei report comprendenti idee e raccomandazioni per il recupero di ciascun sito.

 

Lombardia, nuova legge sulla rigenerazione urbana e territoriale

Approvata dal Consiglio regionale, la legge, si compone di 13 articoli e affronta in modo sistemico il grave problema dei centri abitati degradati, oltre che degli edifici agricoli e rurali abbandonati, ponendo i presupposti per tentare di risolvere anche questioni di carattere sociale.

L’obiettivo, risanare singole case o porzioni di quartieri, realizzando iniziative di rigenerazione con ricadute positive su abitabilità e attrattività dei centri abitati (anche in termini turistici e non solo urbanistici), nonché sul piano della sicurezza e della vivibilità urbana.

A tal fine, la legge regionale incoraggia la trasformazione di aree con spazi verdi, servizi e infrastrutture. I progetti dovranno rientrare nelle previsioni dei piani territoriali, rispettando la già operante legge sul consumo del suolo. E dovranno essere in armonia con la carta di consumo del suolo che i Comuni dovranno realizzare, una sorta di censimento degli immobili abbandonati o dismessi da aggiornare annualmente.

Tra gli incentivi, previsti uno sconto fino al 60% sugli oneri di urbanizzazione e la possibilità di incrementi delle volumetrie fino al 20%, a fronte di tutta una serie di prescrizioni che comporteranno, in sostanza, il miglioramento delle condizioni degli edifici innanzitutto dal punto di vista energetico e della sicurezza.

Il gesso del futuro

Un team di Chicago, ha sviluppato un gesso per  l’avambraccio capace di rendere il periodo di guarigione dei pazienti che hanno subito una frattura meno invalidante.

Il loro gesso ortopedico appare come un semplice bracciale a rete. La conformazione a maglie larghe e il materiale di cui è costituito, la resina, permette al bracciale rivoluzionario di distinguersi dal gesso tradizionale e da altre soluzioni alternative sviluppate di recente.

L’utilizzo della resina offre vantaggi rispetto al gesso classico, poiché è traspirante (così si evitano irritazione delle pelle e cattivi odori) e impermeabile (ci si può fare il bagno!). L’idea degli sviluppatori è usarlo su larga scala sfruttando i suoi vantaggi – peso piuma incluso – magari inserendolo nei kit di primo soccorso.

Nota sul PD di Zingaretti

Ieri Zingaretti ha comunicato la nomina di Michele Meta, ex parlamentare di Roma, a capo della sua segreteria politica. In parallelo, dopo l’uscita di Landini, ha inteso esprimere l’adesione del Pd alla proposta di un nuovo patto per il lavoro lanciato dal leader della Cgil. Due atti differenti e apparentemente scollegati – l’uno ha una valenza tutta interna, l’altro incide sulla scena politica generale – tracciano le coordinate dell’ultimo aggiustamento di linea del Pd. In qualche modo vanno letti insieme, per decifrare le vere mosse del partito che doveva essere, secondo le speranze o le ambizioni dei fondatori, il grande coagulo del riformismo plurale, associando il contributo laico socialista a quello cattolico democratico.

Sul primo aspetto, sembra innanzi tutto consolidarsi la tendenza a fare dei rapporti con la Cgil il perno della “politica sindacale” del Nazareno. Nell’intervista a “Repubblica”, si può notare come Landini abbia messo da parte l’appello all’unità sindacale. Ne aveva fatto il cavallo di battaglia appena eletto alla guida della Cgil, tanto da suscitare l’improvvisa e finanche entusiastica  approvazione di Annamaria Furlan. Poteva essere un elemento di rimobilitazione degli iscritti delle storiche sigle sindacali (Cgil-Cisl-Uil) in chiave di superamento di vecchi schemi, ma non se ne ha più traccia.

Landini, per giunta, inserisce nel suo colloquio con l’autorevole quotidiano romano la richiesta di abolizione del job act. Questo punto, in effetti, è molto delicato. Mentre appare ragionevole sollecitare alcune correzioni o integrazioni alla legge varata dal governo Renzi, ben sapendo che la sua debolezza sta principalmente nella mancanza di risorse collegate all’accompagnamento del disoccupato nella transizione da un lavoro all’altro, non è convincente mettere sul tavolo la pura cancellazione del provvedimento. In questa maniera la Cgil torna nel guscio del conservatorismo di stampo classista e il Pd,  plaudendo a Landini, finisce per adombrare un suo distacco dalle forze più innovative e dinamiche del sindacato. Cisl e Uil rimangono fuori dall’orizzonte del centro sinistra?

In ultimo, come si accennava in apertura, balza in evidenza la nomina di Meta, un dirigente di sperimentate qualità, ma nondimeno espressione di quel vecchio “modello Roma” che i principali attori della stagione di Rutelli e Veltroni, a partire dallo stesso Zingaretti, avevano da tempo classificato come un esperimento datato, con aspetti positivi e negativi, circoscritto perciò a un determinato ciclo della vita amministrativa e politica della Capitale. Questa nomina trasmette allora un messaggio che sa di (involontaria) restaurazione di un certo egemonismo del quadro militante e dirigente uscito dalle file del Partito comunista, per altro negli anni che ne avrebbero segnato, come si dice, l’inizio della fine.

Cosa manca all’appello per dare il tocco conclusivo a un poco entusiasmante deja vu? Manca probabilmente il tentativo di adattare su misura la dialettica interna, chiamando sul palcoscenico donne e uomini capaci di esercitare una funzione di adornamento dell’immagine complessiva di partito, senza perciò condizionare, per parte loro, i processi di elaborazione della volontà politica.

Sotto questo profilo l’area degli ex popolari, da Franceschini a Guerini, è soggetta al rischio di un suo svilimento qualora si appalesasse un’operazione di tipo strumentale, con l’intento  di selezionare gli interlocutori sulla base di un principio di simpatia e affidabilità. Bisogna che scatti l’allarme. Ciò che mina la credibilità degli ex popolari, sempre più preziosi dopo gli abbandoni di Renzi e Calenda, mette a repentaglio la credibilità dell’intero partito. Qualche sondaggio, con le Sardine in campo, stima il Pd in forte caduta (addirittura al 13 per cento). Nell’aria si avverte un’ansia collettiva di rompere assetti ed equilibri, non si sa bene per andare dove, se verso un ispessimento o una riduzione della capacità di presa del populismo. Ira, anche i fautori di un nuovo centro possono tuttavia temere che gli arretramenti del Pd, così leggibili nelle recenti opzioni di Zingaretti, comporti un’ulteriore crescita dei fattori di instabilità, favorendo di fatto l’arrembaggio della destra. Non è una prospettiva da prendere alla leggera, magari con l’illusione di trarre utili, secondo il banale calcolo degli imbalsamatori di un centrismo senza storia, dal possibile cedimento strutturale dell’unico partito in grado di rappresentare oggi una forma libera e democratica di partecipazione alla vita pubblica del Paese.

 

 

 

Siamo tutti sardine?

Stando a ciò che raccontano i cosiddetti “giornaloni”, ormai siamo quasi tutti sardine. Migliaia di persone in piazza – il che non può che essere salutato positivamente – a cantare “Bella ciao” o “Bandiera Rossa”; giovani e meno giovani che lanciano strali contro la destra, il centro destra, Salvini, la Lega e la Meloni; voglia di tacitare l’attuale opposizione politica e parlamentare; e, soprattutto, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, la voglia di ripristinare un linguaggio rispettoso, chiaro, coerente e profondamente democratico. Sottolineo stando alle dichiarazioni ufficiali perché, anche da queste parti, non mancano i segnali tipici di questa stagione politica della demonizzazione delle persone, degli attacchi personali e della delegittimazione morale e politica dell’avversario se non del nemico dichiarato. 

Ora, al di là di tutto ciò che sappiamo a prescindere dalle dichiarazioni ufficiali – e cioè che si tratta, e del tutto legittimamente, di una piazza itinerante di sinistra anche se, curiosamente e misteriosamente, moltissimi lo smentiscono – e’ indubbio che su almeno 3 elementi possiamo convenire. 

Innanzitutto dobbiamo prendere atto che la politica italiana e’ sempre più liquida. Appena 3 mesi un autorevole esponente della politica italiana come Romano Prodi esaltava il Premier Conte per le sue capacità politiche e di governo, poi l’accordo strategico tra il Pd e il partito di Grillo e Casaleggio e oggi già si spertica le mani per il movimento delle sardine. Il tutto nell’arco di 90 giorni. Ecco, se un autorevole statista come Prodi – che appartiene di diritto alla vecchia politica – esprime questi giudizi, oggettivamente molto diversi tra di loro, vuol dire la politica liquida ha ormai contagiato l’intera società italiana. Purtroppo quasi nessuno escluso. 

In secondo luogo, e questo va pur sottolineato anche se tutto è prematuro e rapido, il movimento delle sardine – che è e resta un movimento di sinistra come tutti i sondaggisti confermano – e’ destinato, forse, a cambiare in profondità l’offerta politica di questo campo della politica italiana. Dico questo campo perché, come è persin facile dedurre senza scomodare vari sondaggisti, questo protagonismo politico può essere un elemento potente per rinnovare il campo del centro sinistra nel nostro paese. Ovvero, con una nuova offerta politica, un nuovo linguaggio politico e anche con una nuova soggettualita’ politica e culturale. 

In ultimo, se si vuole cercare di attenuare – perché di più non si può fare, purtroppo – la liquidità della politica italiana, ormai sempre più palese e dilagante, diventa urgente, anche per il movimento delle sardine, passare rapidamente dalla protesta bella e simpatica delle piazze alla proposta politica ed organizzata. E questo perché si corre veramente il rischio che una bella pagina democratica e di libera e disinteressata partecipazione, si trasformi altrettanto rapidamente in una delle tante mode passeggere del passato che abbiamo conosciuto, sperimentato e anche apprezzato – a volte – e che poi si sono prontamente eclissate nel momento in cui si doveva passare dalla protesta alla proposta. E le sardine non possono aggirare questo nodo. Per questo occorre sempre essere cauti a sposare a prescindere o a cavalcare, altrettanto a prescindere, la piazza. Un supplemento di riflessione, e di prudenza, a volte non guasta. Anche quando si parla delle simpatiche sardine. 

L’Italia terza in Europa per il riciclo degli imballaggi

L’Italia si conferma avanguardia dell’industria europea del riciclo, attestandosi per il recupero degli imballaggi al terzo posto (con un tasso di riciclo al 67%), dopo Germania (71%) e Spagna (70%). Diverse filiere degli imballaggi (carta, vetro, plastica, legno, alluminio e acciaio) hanno già superato, o sono a un passo dal farlo, i nuovi obiettivi previsti a livello europeo per il 2025, altre (RAEE, veicoli fuori uso) crescono più lentamente. Un settore strategico per un Paese, il nostro, povero di materie prime e che ogni anno dal riciclo riceve 12 milioni di tonnellate di materie prime per l’industria nazionale.

Sono queste le principali evidenze emerse nel corso della presentazione dello studio annuale “L’Italia del Riciclo”, il Rapporto giunto alla decima edizione, promosso e realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da FISE UNICIRCULAR (l’Unione Imprese Economia Circolare), tenutasi stamane nel corso di un convegno a Roma.

10 anni di crescita per le filiere del riciclo, tra luci e ombre
Negli ultimi 10 anni in Italia i rifiuti totali prodotti sono passati da 155 a 164 mln di tonn. (+6%) e il riciclo è cresciuto da 76 a 108 mln di tonn. (+42%).
Molte filiere del riciclo hanno registrano ottime performance in questi anni, con dati positivi sia a livello europeo che italiano. I rifiuti di imballaggio, per esempio, hanno visto crescere del 27% l’avvio a riciclo, passando da 6,7 a 8,5 mln di tonn. Il tasso di riciclo rispetto all’immesso al consumo è aumentato dal 55% al 67%, in linea col dato europeo e con i nuovi obiettivi del 65% al 2025 e del 70% al 2030. Rispetto alle principali economie europee (Germania, Francia, Spagna e Regno Unito) l’Italia si colloca al terzo posto, dopo Germania (71%) e Spagna (70%). Le singole filiere dei rifiuti di imballaggio in diversi casi hanno già superato gi obiettivi previsti per il 2025 e in alcuni anche quelli per il 2030.

I tassi di riciclo delle singole filiere dei rifiuti d’imballaggio hanno raggiunto livelli di avanguardia: carta (81% e terzo posto in Europa), vetro (76% e terzo posto), plastica (45% e terzo posto), legno (63%, secondo posto), alluminio (80%), acciaio (79%).

Luci e ombre arrivano dalle altre filiere. In decisa crescita nei dieci anni la raccolta degli oli minerali usati, ormai vicina al 100% dell’olio raccoglibile e la raccolta degli oli vegetali esausti (+81% nel confronto con 10 anni fa).
Nell’arco di un decennio la raccolta della frazione organica è passata da 3,3 mln di tonn. del 2008 a oltre 6,6 nel 2017, con una crescita del 100%. Per raggiungere gli obiettivi europei sarà necessario strutturare il settore sull’intero territorio nazionale garantendo lo sviluppo di un’adeguata rete impiantistica.
Per quanto riguarda gli pneumatici fuori uso, la raccolta ha raggiunto l’obiettivo nazionale e in 10 anni il recupero di materia è passato dal 43% al 58%.

Il nostro Paese sconta, invece, ancora un ritardo in termini di raccolta dei RAEE (42% vs obiettivo del 65% fissato per il 2019) e delle pile (42%, ultimo posto tra le potenze europee) e per il reimpiego e riciclo dei veicoli fuori uso, cresciuto di un solo punto percentuale in 10 anni (dall’82% all’83%).

Ogni anno dal riciclo 12 milioni di tonnellate di materie prime per l’industria nazionale
Lo sviluppo del riciclo, anche in chiave strategica per la produzione di materie prime seconde e per il loro impiego all’interno del ciclo produttivo, passa necessariamente dalla sua integrazione con l’industria manifatturiera. All’interno de L’Italia del Riciclo, uno studio svolto da Ecocerved sulla base dei dati MUD quantifica i rifiuti effettivamente trasformati in materie prime seconde (MPS) in Italia e permette di valutare il reale contributo del settore all’evoluzione verso un sistema economico di tipo circolare.

A fronte di quantitativi di rifiuti pressoché stabili negli ultimi dieci anni in Italia si osserva, invece, una sempre maggiore mole di rifiuti veicolati verso le operazioni di recupero e quantità in calo avviate a smaltimento. Nel 2017 (ultimi dati disponibili) le circa 1.200 imprese dell’industria del riciclo hanno trattato 18 mln di tonnellate di rifiuti di carta, vetro, plastica, legno, gomma e organico (+15% vs 2014, anno della precedente rilevazione). In linea con l’aumento dell’avvio a recupero, si è registrata una maggiore produzione dei materiali secondari provenienti dal riciclo di questi rifiuti, con 12 milioni di tonnellate di materie prime seconde per l’industria nazionale.

La resa media delle attività di riciclo (il rapporto tra la quantità di materiali secondari prodotti e quella di rifiuti recuperati) oggi si attesta al 67%. Un aspetto di particolare interesse in termini di economia circolare, emerge dai dati: anche se i riciclatori trattano quantità più alte di rifiuti, a valle delle attività di riciclo resta una quantità di rifiuti pari a 2,6 mln di tonnellate, pressoché equivalente a quella del 2014; dato che mostra una migliore prestazione nella lavorazione, favorita anche da una più elevata qualità della raccolta e della selezione dei rifiuti.

“Alla vigilia del recepimento di nuove direttive europee”, ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “il sistema del riciclo italiano è, in generale, già ben predisposto. Oggi occorre quindi intervenire con precisione per mantenere le posizioni conquistate, superare le carenze che ancora permangono e compiere ulteriori progressi. Per aumentare il riciclo dei rifiuti urbani occorre, in particolare, proseguire nell’incrementare le quantità e nel migliorare la qualità delle raccolte differenziate, recuperando i ritardi che ancora ci sono in diverse città. Va, inoltre, adeguato il fabbisogno di impianti di trattamento e di riciclo, in particolare per la frazione organica, ancora particolarmente carente in alcune Regioni. Per la transizione verso un modello di economia circolare, occorrerà prestare maggiore attenzione alla promozione, come previsto dalle nuove direttive, di un impiego più consistente dei materiali generati dal riciclo nella realizzazione dei prodotti”.

“Il nuovo pacchetto di direttive europee per i rifiuti e l’economia circolare contiene ambiziosi target di riciclo”, evidenzia Andrea Fluttero, Presidente di FISE UNICIRCULAR, “Perché si raggiungano va affrontato il tema dell’eco-progettazione, deve essere certa la cessazione della qualifica di rifiuto dopo adeguato trattamento (End of Waste), va assicurato maggiore sbocco ai materiali recuperati attraverso un ‘pacchetto di misure’ finalizzate a promuovere lo sviluppo dei mercati del riutilizzo e dei prodotti realizzati con materiali riciclati: maggiori costi per lo smaltimento in discarica dei rifiuti indifferenziati (salvaguardando la possibilità di smaltire gli scarti delle attività di riciclo), estensione dell’uso di materiali riciclati negli appalti pubblici, agevolazioni fiscali per l’uso di materiali e prodotti riciclati, sostegno alla ricerca e all’innovazione tecnologica per il riciclo, eliminazione graduale delle sovvenzioni in contrasto con la gerarchia dei rifiuti”.

Padre Robert Ballecer apre un server per combattere il cyberbullismo

Padre Robert Ballecer vuole tramite uno videogames più famosi dell’ultimo decennio creare una community intenzionata a sposare i valori di positività, uguaglianza e condivisione, che combattono la tossicità che si “respira” spesso e volentieri nelle community online.

La scelta di Minecraft è derivata da un sondaggio proposto da Ballecer su Twitter.

I risultati sono stati chiari. Con il 64% i partecipanti  suggerivano al sacerdote di promuovere questa iniziativa sul sandbox creato da Mojang. Una preferenza netta che ha permesso al gioco di superare alternative come Rust, Ark: Survival Evolved e Team Fortress 2.

Adesso resta solo da convincere il Vaticano, che valuterà la proposta di padre Robert Ballecer e che dovrà tener conto anche dei consensi di oltre 24mila fan del popolare frate con una passione per l’informatica e i videogiochi.

La guerra a Trump come patologia dell’Occidente

Pubblichiamo in anteprima il primo, di due capitoli, dedicati al controverso tema dell’impeachment a Donald Trump, che è presente nel nuovo libro di Claudio Taddei. “La guerra a Trump come patologia dell’Occidente” è il titolo della nuova fatica di letteraria di Taddei che uscirà a fine febbraio per le Edizioni Robin.

Alla fine di settembre 2019 si giunge all’atto estremo della guerra a Trump, qualcosa di cui i Democratici parlano dal giorno in cui Trump fu eletto presidente. Il 24 settembre l’impresentabile Pelosi, leader dei Democratici alla Camera, sale su un podio e annuncia ai media una “richiesta di impeachment” nei confronti di Trump. Possiamo notare che l’annuncio è implausibile, fuorviante, anche dal punto di vista procedurale: per avviare un impeachment deve votare tutta la Camera, non basta il consenso delle Commissioni, i cui vertici nel 2019 sono occupati dai turpi personaggi di cui ho detto altrove. Il processo di impeachment deve avere una motivazione, che in questo caso non c’è. Che poi i media e la cospirazione consentano di portare avanti le accuse è un’altra questione. Ma l’impeachment, come afferma correttamente Tom Fitton (che presiede il credibile Judicial Watch), non scavalca e non annulla le regole costituzionali. Quello annunciato dalla Pelosi è un attacco premeditato a Trump e ai suoi elettori. L’annuncio è lo scopo in sé: l’annuncio mediatico per confondere le menti e costruire la sovversione.

Il difetto procedurale è il minore dei mali in una disonesta iniziativa politica, spinta avanti da media corrotti, in accordo con un partito politico, con lo scopo di abbattere o almeno danneggiare un presidente. Per quanto privo di fondamento e dunque ignobile sia il tentativo di impeach, il pericolo esiste, perché il pubblico non sa o non può approfondire gli eventi, e forma il proprio giudizio su quanto gli arriva dai media. L’annuncio del 24 settembre dà inizio anche fuori dall’America a una sordida manipolazione mediatica dei fatti. Per esempio in Italia il titolo di Repubblica è: “Trump sotto accusa per abuso di potere”; quello del Corriere della Sera: “Trump trema. La telefonata che lo accusa”.

Il rinnovato colpo di stato è costruito intorno all’accusa, derivante dalla “denuncia” (complaint) presentata da un “informatore” (whistleblower), secondo cui in un colloquio telefonico del 25 luglio 2019 con il presidente ucraino Zelensky, Trump avrebbe “fatto pressioni” (secondo le false parole della Pelosi e dei media) su Zelensky affinché indagasse su illeciti compiuti dall’ex vicepresidente Joe Biden in Ucraina, e avrebbe “minacciato” Zelensky di fermare gli aiuti finanziari in caso contrario. Nessuna delle due cose è avvenuta: le “pressioni” sono smentite dal presidente ucraino, le “minacce” o anche solo il collegamento con gli aiuti non vi sono stati. Il contenuto della telefonata diviene pubblico il giorno dopo l’annuncio della Pelosi, quando Trump – con una decisione che toglie ossigeno alle accuse – autorizza la pubblicazione del testo integrale. Il 25 luglio, il motivo del colloquio con Zelensky è il successo nelle elezioni parlamentari ucraine del partito di Zelensky, che promette la lotta alla corruzione. Il contrasto alla corruzione è l’argomento della telefonata, e in tale ambito trova posto la richiesta di Trump di indagare su un eventuale ruolo di cittadini ucraini nella fase iniziale dell’indagine Mueller (il precedente governo ucraino fu, come quello italiano e altri, contattato quando il direttore della CIA Brennan e i vertici Democratici cercarono di costruire accuse a carico di Trump), e poi di indagare sul licenziamento nel 2015 di un alto procuratore ucraino: episodio di cui si è vantato Joe Biden, il quale nel luglio 2019 è soltanto un cittadino americano candidato alla presidenza. Di aiuti finanziari nella telefonata non si parla affatto. Il tono della telefonata è gentile, mite. Ma, indifferente ai reali contenuti del colloquio con Zelensky, la messa in scena dei Democratici e dei media è costruita intorno al complaint dell’informatore, cioè di una spia, di cui sapremo che è un ex collaboratore di Brennan (il direttore della CIA vicino a Obama); dopo la pubblicazione del complaint, Brennan si complimenta con lui in TV. Veniamo anche a sapere che la spia è un “registered Democrat”, cioè iscritto al partito Democratico. Nell’ottobre 2019 un’inchiesta del Washington Examiner rivela poi che il delatore ha lavorato per Biden quando questi era vicepresidente.

Ora, la parola whistleblower in americano non ha un significato negativo; potremmo tradurla “informatore autorizzato di illeciti”, spesso illeciti governativi. Ma per essere tale, la sua denuncia deve avere criteri di credibilità, che il complaint della spia di Brennan non ha: per esempio, dev’essere basata su conoscenza diretta, non sul sentito dire e non su fatti riferiti da terze persone. Invece la denuncia di cui parliamo è del tutto, in modo dichiarato, basata su dati di seconda mano (la prima restando sconosciuta, il che sembra non interessare i media), su voci anonime e addirittura su rapporti di media come il Washington Post, la rete ABC, Bloomberg, tutti notoriamente avversi a Trump. Il complaint è un documento disonesto, denunciato come tale da osservatori credibili (Mark Levin, Lou Dobbs, John Solomon e altri). Mark Levin per primo, poi altre voci, fanno anche notare che il complaint è scritto come una deposizione legale, costruita da uno o più avvocati. Riguardo poi al fatto che la denuncia è basata sul sentito dire, sconcertante è l’apprendere che, pochi giorni prima del 24 settembre, su un sito ufficiale dell’Intelligence è apparsa la notizia di una modifica alle regole che riguardano i whistleblowers, in base a cui non è più necessario che le informazioni riportate siano di prima mano. La modifica risale ad agosto; la lettera con la “denuncia” inviata dal delatore alla Commissione Intelligence della Camera è del 12 agosto. Se sono coincidenze, sono davvero straordinarie.

I tempi della vergognosa farsa iniziata dall’annuncio della Pelosi sono premeditati. I vertici Democratici della Commissione Intelligence (cioè l’abbietto, squilibrato Schiff, a cui la Giustizia americana dovrebbe togliere l’immunità per le menzogne che propaga da tre anni) avevano in mano la lettera da sei settimane. La scelta di occupare i media con l’annuncio dell’impeachment ha lo scopo immediato di cancellare le importanti notizie di quei giorni di fine settembre. Pelosi sale sul podio il giorno dopo l’eccellente e puntuale discorso all’ONU di Trump, con quella magnifica affermazione (“Il futuro non appartiene ai globalisti, bensì ai cittadini delle nazioni”) che così tanto disturba i custodi del gregge globale. Sono anche i giorni in cui i Democratici in Congresso e i loro giudici in alcuni distretti cercano, di nuovo, di bloccare la costruzione del muro sul confine sud. E sono i giorni in cui in Senato viene presentata la rovinosa legge, voluta dalle grandi società di Internet e dalla Chamber of Commerce, sull’aumento dei visti H1-B, che riempiono le aziende USA, soprattutto in settori scientifici, di diplomati stranieri (in particolare indiani), senza dubbio a danno dei giovani americani.

L’isteria percebile nelle parole della Pelosi, o negli annunci da ciarlatano di Schiff (presentati come notizie da media corrotti come la CNN o la MSNBC), aggiunge patologia alla macchinazione. Come nelle calunnie verso il giudice Kavanaugh, tra media e Democratici vi è una competizione nel rivestire di falsa legalità le menzogne, allo stesso modo in cui brutte figure del mondo dello spettacolo e del cinema competono sui social media riguardo ai migliori modi per decapitare, pugnalare, smembrare il presidente. In Congresso si distingue Schiff, il quale arriva a leggere, mentre milioni di cittadini lo guardano alla TV, una versione falsificata, alterata, della telefonata di Trump con Zelinsky. Come è accaduto per oltre due anni riguardo alla collusione “russa”, di nuovo Schiff dice il falso e inganna il pubblico. La richiesta da parte di Trump di sue dimissioni è più che giustificata. Egli non può restare a capo della Commissione Intelligence. Ma poiché la destituzione dovrebbe venire dalla Pelosi e dunque non vi sarà, da un’autorità di giustizia dovrebbero venire il suo arresto e la detenzione per azioni proditorie, superando l’immunità di cui i politici godono. Rudy Giuliani afferma che l’immunità decade quando Schiff o altri politici parlano fuori dal Congresso, per esempio ai media. Ci chiediamo anche se possono restare impuniti i tre senatori Democratici (Durbin, Menendez, Leahy) che nel maggio 2018 scrissero una lettera al procuratore generale in Ucraina minacciando, in modo esplicito, di fermare in Congresso gli aiuti per l’Ucraina se la procura di Kiev non si fosse adeguata alle richieste degli avvocati di Mueller, volte a costruire accuse verso Trump. E ci chiediamo se può restare impunito il ricatto del senatore Democratico Murphy, che in una conversazione (di cui esiste l’audio) con Zelensky a inizio settembre 2019 minacciò il taglio degli aiuti finanziari se il governo ucraino avesse mandato avanti l’indagine sulla società ucraina del gas che pagò, secondo il giornalista investigativo John Solomon, stipendi molto alti (fino a 83 mila dollari al mese) al figlio di Biden, senza che quest’ultimo avesse competenze da offrire. I Democratici hanno fatto, lontano dai media, ciò di cui accusano Trump, e che Trump non ha fatto. Ma nessuno ne parla, e nessuno indaga.

Nel colloquio di Trump con Zelensky non vi sono minacce, non si propone uno “scambio” (come afferma, mentendo, la Pelosi), non vi è menzione degli aiuti all’Ucraina. In quel colloquio Trump chiede a Zelensky, con tono non perentorio, di verificare la vicenda del procuratore ucraino licenziato su richiesta di Joe Biden: vicenda denunciata da quello stesso procuratore (Victor Shokin) con un “affidavit” (dichiarazione scritta e giurata) consegnato a Rudy Giuliani nel novembre 2018. Trump dice a Zelensky: “Si parla del figlio di Biden e del fatto che Biden fermò il procedimento penale. In tanti vorrebbero sapere che cosa è accaduto. Qualunque cosa potete fare, o se potete sentire il nostro ministro della Giustizia, andrebbe bene. Biden si vanta di aver fermato l’azione penale. Vedi se potete verificare (look into) la cosa. Mi sembra una gran brutta faccenda”. Quanto egli dice è del tutto lecito e in gran misura (come osservatori credibili hanno detto) doveroso. Trump è il capo dell’esecutivo: ha il diritto-dovere di rivolgere a un leader straniero una richiesta riguardo a un possibile caso di corruzione che coinvolge un cittadino americano, e più in generale di sollecitare da un leader straniero le informazioni che ritiene opportuno avere. Il fatto che Biden in quel momento sia un candidato alla presidenza non cambia niente, e non è – dicono gli esperti della materia – una violazione delle regole elettorali. Un candidato alla presidenza non è al di sopra della legge. Del licenziamento del procuratore ucraino, Biden si è vantato in una conferenza di cui esiste un video. Se un ex vicepresidente ha abusato del suo potere d’ufficio, Trump ha il dovere di chiedere chiarezza; poi, ovviamente, può farlo o no. Il reato commesso, e che rimane senza conseguenze, è l’aver spiato una telefonata del presidente, inducendolo a renderla pubblica e compromettendo (come si è detto) le future relazioni con leader esteri, che devono restare riservate.

Il reato è avere un ex agente della CIA che spia il presidente. Il mandato della CIA è difendere la nazione dalle minacce dall’estero. Chi ha messo l’ex agente CIA a spiare Trump? Brennan (leggi Obama)? Chi nella CIA attuale l’ha autorizzato? Vi sono contraddizioni tra la “denuncia” pubblicata dai media e ciò che il delatore scrisse all’ispettore dell’Intelligence: nel modulo delegato allo scopo, egli scrisse di avere informazioni “di prima mano”. Nella “denuncia” invece egli, o l’avvocato che scrive per lui, afferma e ribadisce l’opposto: tutto gli è stato riferito da persone terze. I promotori del falso impeachment sono impegnati nel tenere nascosta l’identità del delatore, con il pretesto di un’esigenza di protezione. La realtà è che l’informatore è un infiltrato, collocato in quella posizione per dare il via all’inganno premeditato. Riguardo alla sua “denuncia” egli dev’essere interrogato in Congresso dai Repubblicani. Il delatore non è un whistleblower, cioè un informatore riconosciuto e “da proteggere” (come si usa dire degli informatori). La sua lettera, fitta di richiami legali e accuse incoerenti, lo squalifica secondo le misure usate per valutare la credibilità di una spia: misure che restano in vigore, anche dopo le (peraltro sospette e da indagare) modifiche dell’agosto 2019. Il delatore ebbe contatti con lo staff di Schiff prima di scrivere la sua lettera. È molto probabile che la “denuncia” sia stata preparata e scritta da avvocati di Schiff (lo stesso avvocato ufficiale del delatore fu in passato al servizio di Schumer e di Hillary). Il delatore è un “attivista di partito” (“partisan hack”): così lo giudicò il direttore dell’Intelligence Maguire, che in agosto inviò il reclamo dell’informatore al ministro Barr, il quale confermò il giudizio di Maguire.

Non così la Pelosi e i deformi custodi della legalità che presiedono le Commissioni della Camera. Essi portano avanti la messa in scena perché i media – braccio operativo del partito Democratico – lo consentono. Alcune ore prima dell’annuncio di impeachment, Trump aveva dichiarato che il giorno successivo il testo integrale del colloquio con Zelensky sarebbe stato divulgato. La Pelosi non aspetta, perché i fatti e la verità non contano, e perché è già a conoscenza della “denuncia” dell’informatore (divenuta pubblica due giorni dopo), su cui basare la messa in scena. Quando poi, due settimane più tardi, la credibilità del delatore appare compromessa, da parte del suo avvocato arriva la notizia che vi è un secondo whistleblower della telefonata sotto accusa. È lo schema seguito dai Democratici nel caso del giudice Kavanaugh: prima un’accusa falsa, poi una seconda e così via. Ma con il rendere pubblico il testo integrale del colloquio telefonico, Trump smonta l’accusa, perché a quel punto ognuno di noi sa, del colloquio con Zelensky, più di quanto ne sapesse il delatore quando ha scritto, o lasciato scrivere a un avvocato, la “denuncia”. E ognuno di noi può giudicare da sé, leggendo il testo della telefonata, in cui non vi è nulla, assolutamente nulla, che conduca ad accusare il presidente.

In un’intervista dell’ottobre 2019, il primo e più importante testimone riguardo alle accuse di cui è investito Trump, cioè il presidente ucraino Zelensky, conferma – benché sollecitato a fare il contrario dal giornalista americano della ABC che lo intervista – che nel colloquio con Trump non vi furono “né pressioni né ricatti”, come il testo della telefonata documenta. Zelensky afferma anche che il suo governo aveva iniziato indagini sulla società del gas, che fu così prodiga con il figlio di Biden, già mesi prima del colloquio con Trump. Quanto alla decisione di Trump di rendere pubblica la telefonata, non si tratta di una prassi ripetibile. La diplomazia richiede riservatezza, anche quando le intenzioni sono buone. E non sempre lo sono. Se pensiamo, per esempio, al rendere pubblici i colloqui telefonici di Obama con il regime iraniano, c’è da rabbrividire. Trump non era obbligato a rilasciare il testo. Il privilegio esecutivo consente a un presidente di non farlo, anche se richiesto dal Congresso. In questo caso i Democratici non chiesero il rilascio del testo, anzi ne furono sorpresi.

Con il nuovo atto del colpo di stato, l’iniziativa e gli annunci mediatici rimangono ai Democratici. Alla Camera i congressmen Jordan, Ratcliffe, Gaetz, Meadows e altri del Freedom Caucus fanno quello che possono, ma ai Repubblicani è negata (dalle regole senza precedenti fissate dalla banda Pelosi-Schiff and Co.) la possibilità di convocare i propri testimoni e, per sei settimane, di interrogare in pubblico quelli della controparte. Schiff impedisce che testimonianze come quella dell’inviato USA in Ucraina (Volker) siano rese pubbliche. Inoltre Schiff svolge il ruolo di procuratore dell’accusa nei confronti del presidente, però è anche un testimone, perché lui o il suo staff hanno incontrato il delatore: voci competenti in materia affermano che in nessun caso, nel sistema di giustizia americano, le due funzioni sono svolte da una stessa persona.

L’esito del falso impeachment dipende dal Senato. La Commissione Intelligence del Senato, presieduta dal Repubblicano Burr, che non ha mai sostenuto Trump, è inerte. Tale Commissione dovrebbe, invece, rendere pubblica una lista di testimoni da interrogare, a cominciare dal delatore e dallo stesso Schiff. Vi è un’altra strada, che potrebbe smontare la messa in scena: il leader del GOP in Senato, McConnell, potrebbe non accettare il dibattito in Senato sull’impeachment, che comunque non avrebbe la maggioranza dei due terzi per essere approvato. Purtroppo, oltre agli uomini del Freedom Caucus alla Camera, solo pochi senatori del GOP sembrano capaci di denunciare la sarabanda di aggressioni verso il presidente e le turpi esibizioni di politici Democratici con la schiuma alla bocca (Schiff, Nadler, Pelosi e altri; quanto alle vicende interne dei Democratici, poco interesse ha il fatto che la Pelosi usi la procedura di impeachment per proteggere la sua posizione di speaker da chi è ancora più a sinistra di lei: ciò che conta è che essi non si curano di recare danno al paese). Poiché il Senato ha il potere costituzionale di vigilare sull’operato della Camera, McConnell e senatori come Lindsey Graham, che è a capo della Commissione Giustizia, devono spegnere il fuoco del falso impeachment. Si deve portare a conoscenza del pubblico ciò che è avvenuto, si devono costringere i media a parlarne, si deve mettere in chiaro il carattere illegittimo e falso della “richiesta di impeachment”. Più che giustificato è il tono risentito con cui Trump scrive, in un tweet (ottobre 2019): “Quando i Democratici pagheranno per ciò che stanno facendo al nostro paese, e quando i Repubblicani reagiranno all’attacco?”.

Poi vi è la è parte facile (in teoria, perché in pratica i media operano per trascurare il tema e il GOP in Senato non si muove): indagare su quanto emerso riguardo alle vicende ucraine del figlio di Biden e chiamarlo a testimoniare sotto giuramento. Il problema non è la candidatura di Joe Biden alla presidenza, che era comunque compromessa da altri fattori. Il problema è portare attenzione su una vicenda che era nota ma fu insabbiata e sparì dai media. Attenzione significherebbe un’indagine sul via libera di Joe Biden ai finanziamenti del governo Obama a Kiev. Vi furono “pressioni” (quelle che Trump non ha fatto, se non nella misura in cui vi è sempre uno “scambio” nelle relazioni diplomatiche) da parte di Biden sul precedente governo ucraino per il licenziamento del procuratore Shokin, che stava indagando. Biden minacciò, come egli stesso si è vantato di aver fatto, di bloccare i finanziamenti se Shokin (di cui si afferma che sia ancora disposto a testimoniare) non fosse stato allontanato. Nel video registrato presso il CFR, Biden racconta di aver detto all’ex presidente ucraino Poroshenko: “Se non mi credi, telefona a Obama”. Dunque vi sono evidenze poco confutabili. Più difficile sarà portare alla luce, per l’opposizione del governo cinese, un’analoga vicenda di corruzione tra Biden e il governo di Pechino. Governo che, in cambio del silenzio sulle proprie scorrette politiche commerciali, trasferì (come ha documentato, tra gli altri, Peter Schweitzer, in un libro dal titolo Secret Empires e in interviste a Fox News), cifre ingenti, addirittura 1,5 miliardi dollari, a una società in cui aveva interessi il figlio di Biden.

La Costituzione americana assegna alla Camera, con molte cautele, la possibilità di impeach un presidente. Ma quello di fine 2019 non è un impeachment della Camera, bensì solo del partito Democratico. Dunque non è ciò che prevede la Costituzione; anzi, è quanto essa intendeva evitare. Non è mai accaduto nella storia americana che un’indagine di impeachment abbia inizio senza che vi sia un voto della Camera intera. Non è mai accaduto che un partito convochi dei presunti testimoni e impedisca agli avvocati dell’accusato, cioè del presidente, di interrogarli. I Democratici cambiano le regole procedurali, nascondono l’identità dei delatori, chiamano a deporre burocrati avversi a Trump e residuati del governo Obama. I media sostengono la messa in scena. Essi ricevono dai Democratici notizie parziali, scelte con l’intento di distorcere la testimonianza (un caso che ho citato è quello di Volcker), e le rendono pubbliche come se si trattasse di fatti veri. L’ultima volta che vi fu l’impeachment di un presidente, nel 1998 nei confronti di Clinton, ai Democratici furono dati pieni diritti di difendere Clinton, convocare testimoni, interrogare i testi dell’accusa, e agli avvocati del presidente fu consentito di partecipare a ogni fase. Tutto era pubblico. L’intenzione dichiarata (da Newt Gingrich) era di rendere la procedura “corretta nei confronti del presidente”. Del resto si tratta di procedure osservate anche per i delinquenti (Mark Levin: “I terroristi ottengono un processo regolare più di quanto la Camera conceda a Trump”). Come può difendersi Trump, o chiunque, da accuse anonime, gestite da una parte politica e presentate dai media come rivelazioni? Non occorre un esperto costituzionale per affermare che si tratta di un sopruso. Le regole non contano, perché si tratta di un colpo di stato. I nemici di Trump non hanno in mano niente per formulare un’accusa credibile, se non il polverone mediatico.

Davanti a una coreografia così disonesta, concordo con chi in America afferma che Trump non deve collaborare in alcun modo (a differenza di quanto fece per l’indagine Mueller), né consegnare documenti, né autorizzare collaboratori a testimoniare, né tantomeno rispondere lui alle accuse in Congresso (come è tentato di fare dalla sua indole pugnace e incline ad accettare la polemica). In nessun modo la procedura dev’essere avallata. La Costituzione, oltre alla realtà dei fatti, sono dalla parte di Trump. Negli USA non vi è il sistema parlamentare inglese, dove il primo ministro è in carica a discrezione della Camera uscita dalle elezioni. Gli USA sono una repubblica presidenziale, dove il potere esecutivo ha pari diritti e autonomia del potere legislativo e di quello giudiziario. Peraltro il Congresso non è al di sopra della legge. L’impeachment messo in scena dai Democratici a fine 2019, in violazione della Costituzione, delle leggi in materia e dei precedenti storici, è “void”, cioè privo di validità.

Dunque corruzione, ostruzione della giustizia, utilizzo proditorio delle strutture di intelligence, abuso del potere conferito dalla maggioranza alla Camera e abuso del potere mediatico a danno dei cittadini: questi e altri reati sono imputabili nella vicenda del falso impeachment, e nessuno di essi è a carico di Trump. La pubblicazione del testo del colloquio telefonico ha smontato la cospirazione. Davanti al coro dei media che in America attaccano Trump (o, in Italia, dei loro ripetitori), per il pubblico la vicenda è un’occasione per prendere le distanze dal pensiero di gruppo. Di nuovo, come per la truffa della “collusione” russa, i responsabili devono pagare, e non in un giorno vicino a quello del Giudizio, bensì subito. Dovrebbero pagare, ed essere esposti a pubblico disonore per infamia e tradimento, i politici che hanno mentito, come la Pelosi, Schiff, Nadler; dovrebbero essere espulsi dal Senato i senatori che hanno cospirato con un governo straniero per danneggiare il presidente; dovrebbero pagare gli operatori mediatici che sostengono il colpo di stato e la truffa del falso impeachment. Dovrebbero.

La “denuncia” del delatore-attivista politico fu scritta per i media e fu scritta da avvocati al servizio di Schiff. Questo è un grave illecito. Al contrario, per un presidente dialogare con leader stranieri riguardo a indagini criminali, o riguardo ad accuse di corruzione, è una procedura abituale e reciproca. Alla Camera, quando nel novembre 2019 alcune deposizioni divengono pubbliche, i congressmen del Freedom Caucus lavorano bene, mettendo in chiaro l’inconsistenza delle accuse. Essi chiedono di interrogare il delatore: di conoscere le sue relazioni, di sapere se ha violato accordi di sicurezza e dunque commesso un reato, se ha consegnato agli avvocati di Schiff documenti riservati, il che è di nuovo un reato. La presidenza della Commissione Intelligence (Schiff) respinge la richiesta. I Democratici vogliono portare avanti la truffa il più a lungo possibile. Siamo davanti a una congiura di palazzo consentita dai media; e, come afferma l’ex procuratore Joe DiGenova, siamo a un passo dalla “distruzione dell’ordine costituzionale che i Fondatori della nazione stabilirono”. L’impeachment non fu previsto per consentire alla Camera di prevaricare il potere esecutivo. Forse anche per il carattere senza precedenti di quanto avviene, il sistema di governo non ha forze sufficienti per abbattere la congiura con un urto frontale. Gli agenti del Deep State (che poi, come dice Steve Bannon, non è tanto deep, poiché le sue azioni sono evidenti a chiunque) sono pronti a distruggere la credibilità della giustizia e del sistema politico americani per i loro scopi. Molto grave è che solo una parte del pubblico comprenda gli eventi. Il continuo battere di messaggi fuorvianti da parte dei media più diffusi ha un effetto sul pubblico. Se al pubblico arriva una quantità sufficiente di bugie, esse possono divenire concetto dominante e pregiudizio. È già successo in passato.

L’impeachment è una cosa seria. La decisione di aprire un processo di impeachment è un atto estremo. Gli autori della Costituzione americana intesero impedire che interessi politici ne fossero la motivazione quando scrissero che l’impeachment avviene per “crimini e misfatti di grave entità”. In seguito, dopo che per la prima volta un presidente fu impeached (Andrew Johnson nel 1868), davanti al pericolo che l’equilibrio tra potere legislativo ed esecutivo fosse compromesso, la Corte Suprema confermò il principio che il Congresso non può rimuovere un presidente soltanto perché è in disaccordo con lui “riguardo alla sua politica, al suo stile e alla sua gestione dell’incarico”. Nei tre casi in oltre due secoli in cui si è giunti a impeach un presidente, vi fu alla Camera un consenso bipartisan, prima di passare la decisione al Senato. Nessun presidente nella storia recente è stato indagato, esaminato, sottoposto a cause legali, senza trovare prove di condotta illecita, quanto Trump. Siamo di fronte a un colpo di stato che prosegue con modalità pianificate per condizionare il pubblico nelle elezioni del 2020. Il falso impeachment è una vetrina di ipocrisia, gestita dai media e dai politici Democratici con il sostegno della piovra che si usa definire Deep State. Nel 2020 la nazione americana è di fronte a una scelta decisiva. I senatori del GOP dovrebbero comprenderlo e avere la fibra sufficiente per mandare al pubblico – cioè a quella parte di società disposta a capire e non vincolata da manipolate ottusità – un messaggio non equivoco.

Epilessia: nuove speranze

Arvelle Therapeutics, una società biofarmaceutica emergente focalizzata su trattamenti innovativi per pazienti con disturbi del sistema nervoso centrale, ha annunciato la pubblicazione su The Lancet Neurology di un importante studio in cui si dimostra che il trattamento con cenobamate ha migliorato significativamente il controllo delle crisi parziali (focali) in pazienti adulti affetti da epilessia.

I risultati di questo studio multicentrico, in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo, dimostrano che il cenobamate, somministrato in dosi di 100, 200 e 400 mg/die, ha migliorato significativamente il controllo delle crisi rispetto al placebo in pazienti con crisi focali che assumevano da 1 a 3 farmaci antiepilettici (AED). Il cenobamate ha registrato tassi di risposta significativamente più elevati (percentuale di pazienti che hanno ottenuto una riduzione ≥ 50% delle convulsioni) con tutti i dosaggi durante la fase di mantenimento di 12 settimane rispetto al placebo.

La sfida delle sardine

In tante città italiane ha avuto grande successo l’iniziativa delle cosiddette “sardine”.
È un fenomeno che va capito ed interpretato, piuttosto che “giudicato” oppure “cavalcato”.
Molti lo vedono come sfida a Salvini, il “tonno” dal quale le sardine vogliono difendersi.
In realtà, temo, il tonno in questione non subirà decisivi danni nell’immediato, anche perché si tratta di una manifestazione di impegno molto legata alle realtà urbane e rappresentativa di un mondo già immune rispetto alle lusinghe della destra.

Ciò non di meno, bisogna guardare con fiducia, interesse e simpatia a queste manifestazioni pubbliche, perché puntano dichiaratamente ad un “risveglio delle coscienze personali” contro un declino segnato da odio, pregiudizi e paure.
Si tratta di una delle tante manifestazioni di disagio da parte di quella parte di società che ancora non si rassegna al declino culturale e civile della vita democratica.

Una parte di società che non “abbocca” alla lusinga dell’Uomo Forte e Solo al comando; che non rinuncia allo sforzo di mantenere vivi i valori di umanità; che non intende barattare la propria libertà per una illusoria promessa di sicurezza.
Non è e non sarà – immagino – un nuovo “partito”. E neppure rappresenta una compiuta risposta “politica” alla deriva che sta interessando il nostro paese e molte nazioni europee, in conseguenza di cambiamenti epocali e radicali.
Ne costituisce però una delle premesse civili e culturali. Perciò è importante: attenua la diffusa passività di molti difronte ad un modo di fare politica che sta minando alla radice la democrazia.
È una fiammata di consapevolezza e di partecipazione salutare: effimera magari nel tempo e nelle basi costitutive, come tutti i fenomeni maturati attraverso la Rete, ma salutare.

In questo senso, più che per Salvini, è una sfida positiva alle culture politiche democratiche, popolari ed europeiste.
Tocca a loro leggere questo fenomeno, rispettarlo per ciò che esprime, abbandonare ogni velleità impropria di “reclutamento” nelle vecchie categorie partitiche e rispondere invece con un progetto politico che sia all’altezza di ciò che questa partecipazione inedita intende evocare.
Cioè con una una politica credibile, affidabile, trasparente, coraggiosa e coerente con il “bisogno” di futuro.

Una politica rinnovata nei linguaggi, nei contenuti, nei metodi e nella classe dirigente, oltre ogni tentazione di praticare un inesistente “populismo buono”, ma impegnata nel riconquistare il senso autentico della sua missione di guida dei processi di cambiamento. In altre parole, il suo carisma e il suo consenso sociale.
Una bella sfida per quella parte della politica italiana che intende rigenerare su basi nuove il percorso della nostra democrazia intesa come progetto di comunità aperta, solidale, europea, come bene è stato descritto nel Manifesto Zamagni.

Fare teologia dopo Auschwitz

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Isabella Guanzini

Johann Baptist Metz, una delle voci più autorevoli del pensiero teologico contemporaneo, è scomparso il 2 dicembre all’età di 91 anni a Münster, dove ha insegnato molti anni ed era professore emerito di teologia fondamentale. Fondatore della “nuova teologia politica”, che dichiara la propria discontinuità rispetto alla “classica” teologia politica legata all’opera filosofico-giuridica di Carl Schmitt e alla sua legittimazione religiosa dell’egemonia dello Stato e del regime totalitario, ha avuto un grande impatto sul pensiero teologico post-conciliare. Nato il 5 agosto 1928 ad Auerbach, in Baviera, Metz ha compiuto i propri studi a Bamberga, Innsbruck e Monaco di Baviera laureandosi in filosofia e in teologia. Ordinato sacerdote nel 1954, fu, negli anni post-conciliari, consigliere a Roma nel Segretariato per i non-credenti e cofondatore della rivista teologica internazionale «Concilium».

Discepolo di Karl Rahner (1904-1984), Metz ha saputo intrecciare la sua enorme eredità teorica con la potenza teologico-critica di un pensiero radicalmente innestato nel presente e nel passato della storia. Il programma teologico di Metz si è per questo impegnato sistematicamente nel tradurre politicamente la prospettiva trascendentale rahneriana, accentuando nello stesso tempo le potenzialità mistiche che percorrono l’intera opera del maestro. Per questo si può interpretare la sua opera complessiva — della quale l’importante editore Herder ha nel frattempo pubblicato dieci volumi — come una teologia della contemporaneità in cui mistica e politica si incontrano nello spazio della società plurale e secolarizzata, compenetrandosi reciprocamente.

Teologia politica significa qui, in primo luogo, la considerazione del Cristianesimo come risorsa per il nostro tempo: non certo per ragioni di identità culturale, ma per ragioni di fecondità culturale, umana e spirituale. Contro la tendenza contemporanea di una privatizzazione del Cristianesimo, che reagisce alla sua crescente marginalizzazione culturale ritirandosi in una sfera separata, più intima e personale, Metz si è impegnato a mostrare gli effetti pubblici, sociali e profetici del messaggio cristiano, nella convinzione — che muove in effetti l’intera teologia rahneriana — che la speranza e la salvezza che esso annuncia non siano affatto private, ossia destinate a una parte, ma siano, al contrario, per tutti. Perché «Dio è un tema del genere umano o non è affatto un tema. Gli dèi sono pluralizzabili e regionalizzabili, ma non Dio, non il Dio biblico». Per questo la sua «mistica dagli occhi aperti» rimanda a un atteggiamento che non si riconosce in uno spiritualismo estatico e in una religiosità intimistica, ma in una fondamentale attenzione critica al mondo e ai drammi della storia, che invoca una sorta di risveglio umano e spirituale alle fatiche del vivere comune. Perché l’universalità del monoteismo biblico si fonda secondo Metz sul fatto che si tratta di un discorso su Dio sensibile al dolore.

È chiaro come la sua teologia politica desideri rifuggire dalla riflessività sterile di un linguaggio teologico auto-riferito, destoricizzato, tanto lucidamente e logicamente fondato da non poter non solo integrare ed elaborare ma nemmeno percepire le opacità e le incongruenze dell’umano. La sua proposta teologica, biblicamente ispirata e legata alla tradizione della filosofia critica della cosiddetta scuola di Francoforte, si rivolge agli spazi cittadini del mondo globale, incalzando sia l’insensibilità atmosferica del vivere attuale, segnata da una sempre più profonda amnesia culturale, sia l’apatia di sistema della ricerca teologica di scuola, che mostra una «sorprendente resistenza allo sconcerto».

Alla luce di tale «mistica che cerca il volto», Metz si rivolge in particolare alla lingua della compassione, che non chiude gli occhi di fronte alle storie di dolore, passato e presente, del mondo. La sua teologia politica non intende promuovere una vaga «empatia» (Mitgefühl), ma una percezione partecipante e obbligante del dolore altrui, capace di sostenere lo sguardo dell’altro sofferente almeno un poco più a lungo di quanto lo permettano i riflessi spontanei della nostra autoaffermazione. Si tratta di una sensibilità per la situazione (Situationsempfindlichkeit), disponibile a farsi interrompere dal dolore altrui, in cui l’io non viene semplicemente dissolto, quanto piuttosto rivendicato nella sua responsabilità sociale e politica. Il primo sguardo di Gesù, ha ricordato Metz in più occasioni, non si è infatti diretto al peccato degli uomini, ma al loro dolore. «Questa basilare sensibilità per il dolore degli altri contraddistingue il nuovo modo di vivere di Gesù».

Nel contesto atonale della società contemporanea, in cui si mettono sistematicamente in atto dispositivi di stordimento e di distrazione di massa, soprattutto le giovani generazioni sembrano oggi avere perso la potenza del grido, che per Metz rappresenta la possibilità più autentica di fare esperienza della questione del senso e, non da ultimo, dell’invocazione di Dio. Entro questo orizzonte, in un tempo «della crisi di Dio dalla forma religiosa», ossia in una atmosfera benigna nei confronti delle religioni ma in cui è assente la domanda delle domande, la teologia politica di Metz ha avuto il coraggio di porre, non senza durezza, la questione di Dio come questione della teodicea, ossia il «discorso su Dio come grido per la salvezza degli altri, per coloro che soffrono ingiustamente, per le vittime e gli sconfitti della nostra storia» (Memoria passionis. Ein provozierendes Gedächtnis in pluralistischer Gesellschaft, 16). Per il teologo l’esperienza religiosa non ha nulla a che fare con una pratica di superamento della contingenza o con la ricerca di un supplemento d’anima capace di armonizzarci con l’ambiguità del reale. Metz invita a osservare l’atteggiamento biblico del popolo di Israele che, nel momento della tribolazione, nel tempo del deserto, è rimasto «povero in spirito»: di fronte all’evenienza del dolore non ha infatti cercato vie compensatorie o mitizzazioni che lo elevassero al di sopra della sofferenza, della schiavitù, dell’esilio. È stato capace di rimanere nella tribolazione della vita, accettando la propria debolezza senza mistificazioni. La questione della teodicea non riesce ad acquietarsi attraverso risposte teologiche riconcilianti, che in certo modo sorvolano quei traumi individuali e collettivi che sconvolgono ogni fede nella redenzione ed eludono il grido di sdegno, di protesta o di disperazione di fronte a eventi privi di ogni giustizia e di ogni senso. La questione della teodicea deve restare non-dimenticabile, benché irrisolvibile: non può essere rimossa, benché a essa non sia possibile rispondere del tutto. Metz ritiene che l’intera storia della teologia cristiana abbia trovato un punto di arresto nell’abisso umano di Auschwitz come «topografia dell’orrore», che diviene un passaggio di non ritorno per la questione di Dio per l’uomo contemporaneo. Auschwitz non lascia indenni né il cristianesimo e la sua teologia né la società e la sua politica, in quanto «ha abbassato profondamente il limite del pudore, di natura metafisica, tra uomo e uomo» ed è «diventato un irrinunciabile sopralluogo della nostra coscienza storica». Sarà, in effetti, proprio l’autorità dei sofferenti, nella celebre scena del giudizio in Matteo 25, che giudicherà i singoli e la storia alla fine dei tempi. Si tratta certo di un’autorità «debole», ma che può essere fatta valere in tutte le grandi religioni e regioni del mondo, là dove qualcuno soffre ingiustamente e innocentemente.

Fare teologia dopo Auschwitz significa per Metz porre al centro della dottrina della creazione il grido apocalittico: «Dov’è finito Dio?», ossia la questione non-rispondibile e non-dimenticabile della teodicea, anche come questione di responsabilità e di giustizia per i morti. Si tratta non soltanto di ripensare il rapporto del cristianesimo con l’intera tradizione del popolo d’Israele, ma anche di ripensare la teologia cristiana alla luce di una cultura anamnestica, che si esprime come memoria, come memoria passionis.

Johann Baptist Metz ha mostrato con vera passione politica e onestà intellettuale che il cristianesimo può essere ancora una risorsa per il presente plurale e secolare se non rinuncia alla sua irreconciliatezza, se conserva una sana ritrosia nel rispondere, se vive quella «irrequietezza mistica dell’interpellanza» che è segno di una sensibilità biblica per la situazione. La sua nuova teologia politica resti non solo un ricordo per la società pluralista, ma una viva provocazione per il discorso teologico del presente e del futuro.

L’altro lato della medaglia

Il capolavoro si è ripresentato nel 2019. Pensavamo a un quadro senza precedenti e, invece, l’anno successivo l’artista ci ha consegnato un’espressione ancora più sfavillante.

All’inizio del giugno 2018 eravamo tutti scettici nei confronti di una lunga elaborazione con un prodotto del tutto fuori luogo, eppure l’opera ci era stata consegnata: governo tra 5Stelle e Lega. All’inizio del settembre di quest’anno, un’ulteriore prova di sublime maestria: l’artista è riuscito a sfornare una tela del tutto inconsueta. Due espressioni, una di seguito all’altra che meritano davvero il plauso per l’industriosa e febbrile abilità immaginativa.

Il secondo governo 5Stelle-Pd è sembrato un’altra opera divina. Una divinità burlona, ovviamente. Mettere assieme, saldare il dritto e il rovescio è indubbiamente un’arte non ascrivibile alla facoltà umana. Eppure, tutto questo è successo. Increduli, ma questa giravolta è capitata per ben due volte di seguito.

Qual è la costante che ha permesso una giravolta di questo tipo? Si potrebbe dire che sia il movimento di Grillo: era nel primo come nel secondo esperimento. Ma non è poi così. I 5Stelle hanno modificato le loro rappresentanze e hanno subito sostanziali trasformazioni per passare da un esperimento all’altro. La vera costante, la figura che ha fato e fa da perno a tutto questo è il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Ditemi voi, se nella nostra storia può essere riconosciuta una figura capace di simili miracoli. Né De Gasperi, né Fanfani, figuriamoci Berlinguer, nemmeno Moro e tolgo anche il funambolico Andreotti, infine escludo pure il fine De Mita e il rubicondo Craxi, nessuna di queste autorevoli figure è riuscita a fare quanto sta compiendo l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri.

Era mia intenzione illuminare anche questo tratto, che per lo più rimane sepolto nell’oscurità e nel totale disinteresse. Tutti volti, me compreso, a vedere cosa combinano i Ministri, oggi, come allora. È raro, pertanto, illustrare certe virtù che, a conti fatti restano ai margini. Ma io ho inteso, almeno oggi, non passarci sopra.

Non so che cosa accadrà dopo il varo di questa finanziaria, intoppi, nodi, spine si troveranno lungo il cammino del governo giallo rosso. Sapranno superarli? Difficile rispondere, posso solo affermare che avendo un cocchiere con simili attitudini, non posso escludere che sappiano pure attraversare l’inferno.

Certo è che siamo ormai abituati a correre su un filo teso, sempre inclini alle incertezze e ad improvvisi brividi prodotti dal funambolismo in carica.

Non va bene, così non va bene, lo spettacolo è meglio assisterlo al circo o tutt’al più al cinematografo. l’Italia avrebbe bisogno di uno standard più conforme alla tranquillità, non solo per dormire meglio, ma per svegliarci con quella saggia voglia di svolgere i propri compiti, avendo dalla propria qualche rassicurante certezza.

L’attesa dell’inatteso

Articolo pubblicato da Civiltà cattolica a firma di Giancarlo Pani

Il contesto dell’articolo. La nascita di Gesù apre – come è noto – la narrazione dei Van­geli di Matteo e di Luca, con connotazioni diverse legate ai contesti storici in cui essi hanno preso forma. L’Antico Testamento, pur per­meato dall’attesa del Messia, non dà riferimenti espliciti sull’evento, ma una serie di passi può aiutarci a scoprire il senso del racconto evangelico.

Perché l’articolo è importante?

L’articolo commenta infatti i quattro oracoli presenti nel libro di Isaia. I testi sono di epoca diversa e di vario genere letterario, ma uniti da una linea di fondo: un castigo angosciante e drammatico sta per incombere sul popolo di Dio. Quando non c’è più alcuna speranza di evitarlo, ecco giungere all’improvviso la salvezza collegata alla nascita di un bambino, erede di Davide, di nome «Emmanuele», che significa «Dio con noi».

Poi, in questa luce, l’articolo rilegge le due genealogie presenti nel Vangelo di Matteo, in apertura, e in quello di Luca; e propone un’interpretazione del mistero del Natale.

Gesù sembra essere il fanciullo della profezia di Isaia: nasce proprio nella città di Davide, ma si rivela da subito come l’«atteso inatteso», poiché nel suo «natale» egli capovolge radicalmente una idea messianica puramente umana. Il popolo di Israele aspettava infatti un Messia vittorioso, glorioso, potente, capace di liberare il popolo dall’oppressione romana.

Un fatto colpisce nella genealogia di Matteo: essa è formata da una storia umana sconcertante per infedeltà e peccato, fallimenti e miserie, povertà e sofferenza, prostituzione e tradimenti, ambiguità e compromessi. Ogni personaggio, da Abramo in poi, è portatore di una storia pesante. Eppure il Signore si incarna proprio in quella storia; e così nella nostra storia, anche nei risvolti più drammatici e difficili, la fa sua, la prende su di sé, la ama e la redime, perché solo ciò che si ama davvero viene redento.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • Quale Messia attendeva il popolo d’Israele?
  • Qual è il mistero, il significato del Natale?

Qui l’articolo completo

Come Giuseppe Leogrande vuole risolvere il problema Alitalia

Cinque mesi di tempo per salvare Alitalia. Così Giuseppe Leogrande, da poco nominato commissario unico la vuole salvare. I tre obiettivi anticipati da Il Messaggero: tagliare i costi, ridurre gli organici e trovare un partner industriale e una nuova alleanza internazionale che permetta alla società di non chiedere altri soldi al governo.

Il primo problema sono i 2.500 esuberi. In questa ottica sarà fondamentale l’incontro con i sindacati. L’avvocato, esperto in diritto fallimentare, dovrà mettercela tutta per convincerli che il suo piano di risanamento è quello giusto. Nel curriculum ha dalla sua l’aver portato fuori dalla secche della crisi la compagnia Blue Panorama e si spera che replichi quel risultato. Non solo licenziamenti, ma prepensionamenti mirati e scivoli per favorire al massimo le uscite volontarie.

Poi ci sono i risparmi sui costi. Ovvero la revisione di tutti i contratti, dal leasig al catering, dalla manutenzione agli slot. Infine c’è il probabile passaggio da Sky Team a Star Alliance, nell’ottica di un possibile matrimonio della nostra compagnia di bandiera con Lufthansa. La scelta tedesca vedrebbe già d’accordo i sindacati che considerano il gruppo il più affidabile in termini industriali.

Il giorno di Maria madre nostra

Oggi è la festa di Maria Madre nostra, e gli italiani timorati di Dio si rivolgeranno a Lei con invocazioni di figli amorevoli e fedeli. In Maria Madre nostra confidano tutti coloro che cercano la serenità, che cercano la forza di una fede adulta, che vogliono piegare il proprio cuore alla carità, che sperano nella capacita di coltivare la virtù della pazienza, che vogliono trasformare il proprio duro carattere a dolcezza, che vogliono dedicarsi agli altri senza nulla chiedere, che desiderano essere obbedienti come solo la Madre del Signore ha saputo fare.

Sono sicuro, che tra coloro che pregheranno Maria Madre nostra, saranno anche quei cattolici che hanno promesso di rinnovare la politica italiana, per riportare il paese nel cammino delle nostre tradizioni e principi ispirati dalla fede Cristiana.

La loro preghiera, non potrà che riguardare la promessa di obbedire esclusivamente al bene della Nazione e del suo popolo, rifuggendo le tentazioni di adagiarsi al comportamento degli altri che propongono soluzioni facili ma nocive; di adottare uno stile e contegno adatto a persone che hanno delle responsabilità, e fare della umiltà e della disponibilità incondizionata la cifra del servire persone che soffrono; nel fare della propria missione, il segno distintivo nel reprimere le deviazioni personalistiche e giungere alla collaborazione senza condizioni verso le persone impegnate a raggiungere le stesse mete di bene comune.

Se queste preghiere saranno sincere, il germe del rinnovamento della politica in Italia, darà copiosi frutti: queste virtù invocate sono le perle del Cristianesimo regalate a noi tutti da Maria nostra Madre.

“ La responsabilità politica del cristiano” – etica e partecipazione del cristiano in politica

La politica va considerata non come un male necessario per il bene dell’umanità,ma non è nemmeno una realtà negativa da aborrire,bensì una realtà che serve a consentire all’uomo una vita libera. Il valore della politica chiama in causa “l’ordine delle cose” che può essere funzionale rispondendo ad uno scopo specifico delle cose medesime e parlare dell’uomo significa preliminarmente parlare della natura dell’uomo. Quando Iddio stabili “L’uomo non è bene che sia solo”(Gen.2,18) creò il suo simile ordinandogli di crescere assieme e stabili la nascita della società e che la vita umana potesse essere concepita solo all’interno della società che è il mezzo naturale per la crescita,la sua condizione originale di esistenza.

Tuttavia ogni società ha un proprio ordine ed un fine determinato e quello delle società naturali non può essere stabilito convenzionalmente anche se per scopi eticamente legittimi,ma moralmente inaccettabili,perché non si perseguirebbe il fine oggettivo della comunità,bensì un fine soggettivamente scelto,sostituendo l’ordine naturale con quello convenzionale ed arbitrario,all’ordine della creazione inseguendo  l’utopia dell’uomo che,per limiti intrinseci, può conoscere le cose ma non crearle.La società politica,in quanto società naturale,viene contemporaneamente a quella civile e familiare che non sono da essa assorbite ma garantite per il raggiungimento del loro specifico fine;in quanto società naturale anche quella politica ha un fine in sé,che va ricercato e riconosciuto,con la conseguenza che le tesi del cosiddetto “pensiero debole” rendono tutto arbitrario e non esiste la verità, per cui un opinione non si può affermare su un’altra;comunque va anche respinta anche la tesi contrattualistica che non riesce ad individuare l’essenza della politica ontologicamente,quantunque abbia avuto nel tempo il merito di garantire la libertà di pensiero e la proprietà dei frutti dell’onesto lavoro.

Soltanto se si riconosce la politica come società naturale si è in grado di distinguere il potere come mera violenza dall’autorità effettiva deputata a rappresentarlo,che fa crescere l’uomo  in quanto persona,secondo il fine intrinseco ad ogni soggetto. L’essere “società naturale” implica poi che la comunità politica abbia un fine in sé che è il bene comune,che non è il bene pubblico,il bene della “persona civitatis”,nato a seguito del contratto sociale,ma il bene di ciascun uomo in quanto tale che la comunità politica deve perseguire.

Il problema del valore etico della politica va perciò inquadrato nelle conseguenze di un fenomeno storico di vasta portata che comunemente definiamo “modernità”.  Il binomio etica-politica è una formula che esprime la strutturale problematicità dell’uomo nelle relazioni col suo simile e nello stato postmoderno tale vincolo è caratterizzato da presupposti normativi che esso stesso non è in grado di mantenere e nel quale i legami sociali tra gli uomini si ritirano sempre più in una dimensione privata.

Tuttavia la modernità ha avuto comunque il merito di aver dato concretezza politica alla grande conquista del cristianesimo,ovvero la scoperta e proclamazione che ogni uomo,senza discriminazione alcuna,è da considerarsi libero,proprio per la sua appartenenza ad una stessa natura creata da Dio, pur in presenza di un forte secolarismo che consiste nel processo di emancipazione di taluni aspetti della vita dell’uomo che si sono gradualmente liberati dall’influenza della religione cristiana,che oggi non risulta sovente essere il collante della convivenza civile. Per questo occorre che il cristiano dimostri una sua maturità proprio nel momento più delicato ma aperto a nuove prospettive che stiamo vivendo,perché l’ontologia democratica non è costituita da leggi o da diritto ma da spessore etico :riconoscere la libertà politica come salvaguardia della stessa democrazia e tutelare le libertà essenziali come rifugio della coscienza.

La democrazia è “evangelica”perche si fonda sul riconoscimento dell’altro come “persona” ed è la virtù della pazienza che rende agile il regime di democrazia attraverso confronto,dialogo ed integrazione. Per rinnovare la democrazia e renderla partecipativa autenticamente occorre superare il binomio nato con lo stato – nazione a seguito della pace di Westfalia nel lontano 1648,tra un umanesimo borghese e la legittimazione della fecondità del denaro.

Il cristiano che  affronta la vita politica deve ricercare la perfezione,valorizzare la profondità ontologica dell’essere persona e raffinare gli istinti in impulsi, realizzando una fraternità che non è sistemazione ascetica della debolezza ma cultura della partecipazione e incontro con le differenze di fronte all’omologazione antiontologica del capitalismo postglobalizzato: occorre possedere le “virtù sociali”. Combattere il divario tra progresso e sviluppo affrontando le ricchezze delle identità,questo significa,come ammoniva S. Giovanni Paolo II “fare un governo dei popoli e non delle nazioni!”

Ogni vera conoscenza dei valori non è mai un operazione astratta , non avrebbe senso sviluppare una retorica della persona umana e del bene comune se poi non si fosse in grado di perseguire la loro attuazione nei contesti concreti. Ogni vera conoscenza dei valori implica la loro pratica  e praticare i valori vuol dire saperli riconoscere nelle situazioni in cui essi sono veramente in gioco,sapere valutare le situazioni alla loro luce,essere in grado di applicarli nelle vicende concrete. Per questo appartiene all’agire “in quanto” cristiani e quindi alla vita interna di una comunità ecclesiale,sviluppare una piena presa di coscienza della problematica socio politica del tempo presente  e del territorio in cui la comunità stessa risulta inserita; non si può difendere il valore della persona se non si prende coscienza dei modi e delle forme in cui la dignità dell’uomo risulta violata nel contesto in cui si agisce.

Risulta indispensabile trovare nuove forme di raccordo  tra l’impegno politico della comunità ecclesiale e l’impegno politico  del laico cristiano;chiedersi cioè se abbia più senso un vero e proprio progetto politico cristiano in senso globale,oppure se non occorra cercare di animare con singole azioni, cristianamente ispirate, il tessuto socio politico,pur riaffermandosi fortemente l’importanza che il cristianesimo manifesta  per la vita politica,per i valori politici e per le stesse regole politiche,i modi e le forme in cui oggi questo influsso possa e debba essere esercitato. Vi è certamente una crisi morale che attraversa soprattutto il primo corpo intermedio della società:la famiglia, che è alla base della società stessa;in questo il ruolo del cristiano risulta ancora fondamentale perché l’uomo non può diventare se stesso nella solitudine in cui sembra lo abbiano relegato i progressi staccati dagli sviluppi promozionali del suo essere nel mondo. Il bene comune realizza l’uomo pienamente come “essere politico” nello scambio amoroso.

Non nell’egoismo,nell’edonismo,ma nell’altruismo,cioè nell’amore autentico c’è posto per il bene comune,infatti nella “Gaudium et Spes” si ricorda che:”…L’uomo per sua intima natura è un essere sociale e senza il rapporto con gli altri non può né vivere,né esplicitare le sue doti”(n.12)..

L’autorità e la libertà sono due fondamentali valori che si integrano perché la libertà non è la facoltà di fare qualsiasi cosa,giacchè questo potrebbe portare molto lontano,ma di realizzare la propria natura,che non abbiamo scelto volontariamente ed è anche la facoltà di ubbidire alla propria legge che è iscritta in noi, ma libera da qualsiasi vincolo. Dunque la libertà non ha alcun rapporto con l’indipendenza con la quale si confonde troppo spesso:l’uomo libero non è colui che è indipendente,ma colui che  può amare ciò da cui dipende e svilupparsi in questa relazione,in questo collegamento.n

Ne deriva che la libertà è ubbidienza a un ordine che è espressione di coerenza ,maturità ed armonia,ovvero un ordine che ci impartisce degli impulsi positivi e l’autorità si afferma in funzione del bene comune al servizio delle persone su cui esso si riversa,la coscienza umana esige che l’autorità sia  giusta.

Se non vi è giustizia,vi è solo potere,dominanza,non autorità vera e un potere che rompe con la coscienza morale tende sempre di più a porsi come forza di costrizione,come assoluto senza fondamento di diritto e senza limiti nel disprezzo della persona . Quindi alla base della politica anche per il cristiano vi è l’educazione della volontà:essa in una prima fase è ancora qualcosa di determinato,anche se l’oggetto è indeterminato,nello stesso modo in cui ogni essenza è qualcosa di determinato,come lo può essere una figura geometrica.

Affermare quindi che la volontà è libera non equivale a dire che è libera l’essenza della volontà,bensì riconoscere che altrimenti sarebbe un’altra cosa,perché l’essenza della volontà non sceglie se stessa. La libertà del volere consegue all’essenza della libertà,è una sua proprietà,ma non costituisce l’essenza della volontà,che non realizza ancora l’atto del libero volere il quale rappresenta,per sua natura,qualcosa di veramente concreto. Il primo momento del volere è quello astratto,orientato  al bene universale,ma esso non è il volere vero e proprio che ha sempre una declinazione esistenziale. In questo processo si esercita il libero arbitrio che consente di superare lo stato di necessità.

Non si può  quindi disprezzare l’indeterminatezza del bene concepito dalla ragione,perché vi si realizza il primo nucleo fondante della dignità   e delle dimensioni del nostro volere e,percio,della stessa esistenza della libertà. La ragione prepara,con la sua attività,l’esercizio della volontà e perciò della libertà e l’atto della libera volontà deriva sempre dalla ragione:ecco perché la ragione e la libertà sono una l’effetto dell’altra,giacchè “radix libertatis est in ratione costituita” e perciò i Vangeli ci ricordano l’ammonimento di Gesù “Veritas liberavit vos!”:Ecco quello che il cristiano può offrire alla comunità politica !

Viceversa David Hume nel suo “Trattato sulla natura umana”cerca di fondare l’identità personale,riprendendo le mosse dal padre del liberalismo moderno,John Locke,che nel “Saggio sull’intelligenza umana” si rifiuta di definire la persona attraverso l’idea di sostanza e propone l’idea dell’io come un fascio di sensazioni prodotte da una serie di esperienze successive,come la coscienza di sé derivi dalla più vivace e distinta delle rappresentazioni.

Il paradosso della visione contemporanea della libertà consiste nell’aver rivendicato come radice della responsabilità morale l’autonomia individuale e l’autodeterminazione personale,ma questa a sua volta non è capace di essere concepita come il risultato  di un processo immanente alla natura o alla storia,i cui condizionamenti l’uomo,pur dichiarato libero,c non è in grado di dominare o superare. Per essa ogni morale che non risulti dal processo dell’autodeterminazione umana conduce alla negazione della libertà sia da un punto di vista etico che politico. La libertà di perfezione non è tuttavia esclusiva dell’uomo perché la possiedono anche gli animali:è il libero arbitrio che caratterizza la dignità dell’uomo ed è il motivo per cui non possiamo parlare di ragione autentica senza unirla alla vera libertà,particolarmente difficile in un contesto di democrazia non ancora deliberativa come dovrebbero essere invece ormai le democrazie occidentali.

Pirovano: “Documento Zamagni: Perché dico no”.

Tra le tante sottoscrizioni del Manifesto targato Politica Insieme, Rete Bianca e Costruire Insieme non c’è la mia e quindi nemmeno quella di Solidarietà, anche se ne condividiamo il titolo, ovvero l’obiettivo: la costruzione di un soggetto politico “nuovo” d’ispirazione cristiana e popolare.

Ci si potrebbe chiedere il perché visto che siamo un partito politico di ispirazione cristiana.
Già alla prima lettura del Manifesto la mia attenzione è caduta su questa frase: “nel deserto della natalità cui assistiamo”, deve essere consentito “il diritto reale alla procreazione”.
Considero questa una frase che presenta delle ambiguità, poiché, ammesso e non concesso che la procreazione sia un diritto, si deve precisare che il diritto è reale quando riguarda una cosa (un bene) e questo non è il caso della procreazione; mi sembra di tutta evidenza. L’aggettivo “reale” è pertanto inappropriato.

La procreazione, infatti, è un’aspirazione naturale di ogni coppia formata da uomini e donne. Il primo comma dell’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti umani recita poi: “Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione…” E nell’ambito della famiglia possono essere concepiti dei figli, ma l’avere un figlio non è un diritto della coppia.
Occorre però considerare che con le attuali tecniche di riproduzione quasi tutto è possibile, ma attenzione, in questa società di disvalori, la donna è trattata al pari degli animali con l’uso della inseminazione artificiale (primi fra tutti i bovini). La cura dell’infertilità umana con lo sviluppo della ricerca ha portato alla possibilità della PMA (procreazione medicalmente assistita); in Italia è stata giuridicamente disciplinata con la legge n. 40 del 19 febbraio 2004, che è stata progressivamente distrutta con “sentenze creative” della Cassazione, nella parte con la quale si vietava la fecondazione eterologa. A quest’ultima possibilità si è aggiunta quella della maternità surrogata (utero in affitto), che almeno per il momento in Italia è vietata.

Ecco perché ravviso una pericolosità nella presenza in un Manifesto politico di cattolici dell’espressione “diritto reale alla procreazione”. Il consentire “il diritto” può far pensare ad una apertura politica anche verso la pratica dell’utero in affitto.
È questa la società che noi vogliamo costruire? Io non credo e non lo voglio perché vedo una fortissima questione di etica in questi nostri tempi: da una parte c’è chi sostiene che i neonati di animali non devono essere strappati dalle loro madri (giustissima questione che vede la mia piena adesione), mentre dall’altra vedo quel che avviene ai cuccioli di uomo con la maternità surrogata o in affitto; essi sono forse da meno?

Insoluta la questione etica che sottende la questione del “diritto alla procreazione” ho deciso, e abbiamo deciso di non firmare.

Tre considerazioni sulle primarie democratiche

Articolo pubblicato sulle pagine del Magazine Treccani a firma di Mario Del Pero

Mancano ormai due mesi ai caucus dell’Iowa che apriranno le lunghe primarie per la scelta dell’avversario democratico di Donald Trump. Il quadro si è fatto in parte più chiaro. Dai ventiquattro candidati iniziali si è passati alla dozzina ancora in corsa oggi.

Alcuni che sembravano avere una possibilità seria di ottenere la nomina – ultima in ordine di tempo la senatrice della California Kamala Harris – hanno infine abbandonato la contesa. I sondaggi e, forse anche più, i dati sulla raccolta di finanziamenti ci dicono che quattro appaiono favoriti: la senatrice Elizabeth Warren, il senatore Bernie Sanders, l’ex vicepresidente Joe Biden e il giovane sindaco della cittadina di South Bend in Indiana, Pete Buttigieg. A loro si potrebbe aggiungere l’ex sindaco di New York, il miliardario Michael Bloomberg, che è entrato tardissimo nella competizione e non parteciperà alle prime quattro attribuzioni di delegati in febbrario – i caucus di Iowa e Nevada e il voto in New Hampshire e South Carolina –, ma che può contare su risorse economiche impareggiabili, già dispiegate per un primo raid di blitz pubblicitari in tutto il Paese. Improbabile – ancorché non impossibile – che altri candidati rientrino in gioco, soprattutto il senatore del New Jersey Cory Booker, eccellente nei dibattiti televisivi secondo tutti i commentatori, ma incapace di trarne un significativo ritorno in termini di sondaggi o di fund raising.

La partita rimane insomma apertissima. Ce lo dicono – giova sempre ricordarlo – i precedenti delle primarie repubblicane del 2016 e di quelle democratiche del 2008. Pochi a inizio dicembre avrebbero allora scommesso su Trump, che in Iowa non aveva mai messo praticamente piede e la cui impoliticità aveva tratti quasi caricaturali, o – otto anni prima ‒ sullo stesso Obama, ancora goffo e a disagio nei dibattiti televisivi, spesso schiacciato da Hillary Clinton e John Edwards. Sappiamo poi come è andata. Fatta salva questa banale cautela preliminare, tre sono le considerazioni generali che si possono fare a questo stadio della competizione.

La prima è che si sta riproponendo, sia pure in termini diversi, la frattura politica dello scontro Sanders-Clinton del 2016: una divisione, per schematizzare, tra sinistra democratica e centro liberal che è andata facendosi più acuta e marcata nelle ultime settimane soprattutto nel dibattito su temi che stanno dominando queste primarie, a partire dalla sanità, dall’istruzione e dalla fiscalità. È un cleavage, questo, particolarmente visibile nel quartetto di candidati che secondo i sondaggi stanno facendo una corsa loro: Sanders e Warren (sinistra); Biden e Buttigieg (centro). Cercare di collocarsi a cavallo tra i due non paga elettoralmente, come hanno scoperto la Harris e lo stesso Buttigieg, cui sembra avere invece giovato la decisione di accentuare la soglia dello scontro con Warren e Sanders e riposizionarsi al centro (gli ultimi sondaggi lo danno primo in Iowa). Questa polarizzazione interna è accentuata dalla competizione elettorale, ma riflette anche la natura – composita ed eterogenea – di un partito, quello democratico, assai meno coeso ideologicamente (e anche demograficamente e razzialmente) della controparte repubblicana. Mille dati evidenziano questa differenza, radicale ed essenziale, tra i due partiti. Se compariamo ad esempio le ultime primarie democratiche e repubblicane in South Carolina, nel febbraio del 2016, scopriamo che alle prime il 35% dei votanti fu bianco contro ben il 96% delle seconde; che tra i democratici ci fu una partecipazione molto più elevata tra le donne (61 a 39) e tra i repubblicani a votare furono invece in lieve maggioranza gli uomini; che l’età media fu assai più alta tra i repubblicani. La maggior diversità dei democratici è per molti aspetti una ricchezza, come stiamo vedendo in un confronto elettorale articolato, denso e sotto diversi punti di vista di alto livello. Essa però alimenta uno scontro che – come quattro anni fa – potrebbe lasciare scorie pesanti e nel quale sembrano per il momento distinguersi alcune delle giovani leve radicali del partito, come la famosa deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez che ha recentemente accusato Buttigieg di essere, di fatto, un repubblicano mascherato.

La seconda considerazione è relativa a Joe Biden, candidato a lungo favorito e che si trova oggi evidentemente sulla difensiva: perché l’asse del partito, e della discussione, si sono spostati a sinistra; e perchè Biden i suoi 77 anni li sta mostrando tutti, nella visibile fatica di una campagna elettorale di per sé logorante e in dibattitti, televisvi e non, durante i quali è apparso frequentemente impacciato e incerto. Le difficoltà di Biden si sono manifestate sia nei sondaggi ‒ che lo vedono ancora in testa in quelli nazionali (che però non sono particolarmente significativi), ma in netto calo in Iowa, dove il consenso di cui gode si sarebbe dimezzato – sia nella raccoltà di finanziamenti, dove l’ex vicepresidente non riesce a tenere il passo di Sanders, Warren e Buttigieg. La crescita del consenso e della popolarità di quest’ultimo si spiega appunto con lo spazio liberato al centro dalle difficoltà di Biden, che aiutano a comprendere anche la decisione di Bloomberg di candidarsi in opposizione ovviamente alle proposte di Sanders e Warren, nel convincimento che al centro si possano vincere tanto le primarie quanto la presidenza, e con un occhio anche al modello di Trump 2016. Di quest’ultimo Bloomberg – ancor privo di una infrastruttura elettorale sul terreno – pensa in una certa misura di poter replicare la strategia, nazionalizzando la competizione e usando in modo intenso i media.

Qui l’articolo completo

Lotta all’usura: Napoli, il premio intitolato a padre Massimo Rastrelli

L’11 dicembre si terrà a Napoli, presso la Sala del Concistoro dell’Isis Alfonso Casanova, la consegna del premio intitolato al gesuita padre Massimo Rastrelli, il primo ad aver dato vita a una fondazione antiusura a Napoli.

In attuazione della campagna di informazione all’educazione finanziaria e di sensibilizzazione al contrasto dell’usura e del gioco d’azzardo, promosso dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, di cui è membro il Ministero dell’Economia e delle Finanze, si terrà l’incontro con tutti gli studenti delle ultime classi dell’Istituto Casanova, del Liceo Genovesi, del Liceo Vittorio Emanuele II-Garibaldi e dell’Istituto Pimentel Fonseca e di altri Istituti siti a Salerno, per l’assegnazione e consegna del premio intitolato a padre Massimo Rastrelli del valore di 1.000 euro per il miglior tema su “Prevenzione all’usura (art. 15 L. 108/96) – Gioco d’azzardo: tentazioni – dipendenza – rovina”.

Il Papa alle Ong cattoliche: “Un’adeguata formazione è oggi un impegno prioritario”

Sono lieto di darvi il benvenuto in questa sede di Pietro, simbolo di comunione con la Chiesa universale. Grazie per essere venuto da diversi paesi del mondo per condividere esperienze e riflessioni sul tema dell’inclusione. Grazie per questo sforzo. Gli occhi non lavoreranno più duramente perché possono leggere con calma. Con questo, vuoi trasmettere una testimonianza concreta per incoraggiare i più vulnerabili ad essere accolti, incluso, per rendere il mondo una “casa comune”. Tutto ciò è fatto con esperienze sul campo e anche nell’arena politica internazionale.

Molti di voi sono interessati e cercano di essere presenti nei luoghi in cui vengono discussi i diritti umani delle persone, le loro condizioni di vita, il loro habitat, la loro istruzione, il loro sviluppo e altri problemi sociali. In questo modo danno vita a quanto affermato dal Concilio Vaticano II: la Chiesa “esiste in questo mondo e vive e agisce con esso” (Const. Past. Gaudium et spes , 40).

È una “frontiera” per la Chiesa in cui possono svolgere un ruolo notevole, come ha ricordato il Consiglio stesso parlando della cooperazione del cristiano nelle istituzioni internazionali, cito: «Alla creazione pacifica e fraterna della comunità di i popoli possono anche servire in vari modi le varie associazioni cattoliche internazionali, che devono essere consolidate aumentando il numero dei loro membri ben addestrati, i mezzi di cui hanno bisogno e il corretto coordinamento delle energie. L’efficacia in azione e la necessità di un dialogo richiedono iniziative di gruppo nel nostro tempo »( ibid ., 90).

Questa affermazione conciliare ha una grande rilevanza e vorrei evidenziarne tre aspetti: 1) formazione dei membri; 2) disporre dei mezzi necessari; 3) condividere iniziative che sappiano lavorare in “team”.

Primo: la formazione . La complessità del mondo e la crisi antropologica in cui siamo immersi oggi richiedono una testimonianza coerente della vita per creare un dialogo e una riflessione positiva sulla dignità umana. Questa testimonianza suppone due esigenze: da un lato, grande fede e fiducia nel conoscerci strumenti dell’azione di Dio nel mondo; non è la nostra efficacia a prevalere; dall’altro, è necessario disporre di un’adeguata preparazione professionale in materie scientifiche e umane per saperle presentare dal punto di vista cristiano; In questo senso, la Dottrina sociale della Chiesa offre la cornice di adeguati principi ecclesiali per servire meglio l’umanità. Ti consiglio di conoscerla, allenarti bene in lei e poi “tradurre” i suoi progetti.

Un’adeguata formazione e istruzione, in quanto dimensione trasversale ai problemi della vita socio-politica, è oggi un impegno prioritario per la Chiesa. Non possiamo parlare a memoria. Ecco perché, ho voluto lanciare un appello globale, ricostruire un Patto globale sull’istruzione, un passo avanti, che forma per la pace e la giustizia, che forma per l’accoglienza tra i popoli e la solidarietà universale, oltre ad avere Spiega la cura della “casa comune”, nel senso espresso nell’enciclica Laudato si ‘ . Pertanto, ti incoraggio ad aumentare ulteriormente la tua professionalità e la tua identità ecclesiale.

Secondo: disporre dei mezzi materiali necessari per realizzare gli scopi indicati. Ricorda la parabola dei talenti. I mezzi sono importanti, sono necessari, sì, ma a volte possono essere insufficienti per raggiungere gli obiettivi proposti. Non dobbiamo scoraggiarci. Dobbiamo ricordare che la Chiesa ha sempre fatto grandi opere con mezzi poveri. Dobbiamo cercare, certamente, e sfruttare al massimo i nostri talenti, ma dimostrando con esso che ogni potere ci viene da Dio, che ogni potere non è nostro. È lì che sta la sua ricchezza; per il resto, dice San Paolo:”Dio ha il potere di riempirti di tutti i tuoi doni, in modo da avere sempre ciò di cui hai bisogno e avere ancora abbastanza per fare tutti i tipi di buone opere” ( 2 Co9.8). A volte l’eccesso di materiale significa eseguire un’opera è controproducente perché anestetizza la creatività. E che, dall’amministrazione di una casalinga, alle grandi industrie o alle grandi organizzazioni benefiche, devo scuotere la testa per vedere come nutro seimila, con una porzione per quattromila; Ciò aumenta la creatività, ad esempio. Inoltre, esiste una malattia in questo dei mezzi materiali nelle istituzioni; A volte le risorse quando sono abbondanti non raggiungono dove devono andare. Perché, poiché disponiamo di risorse, qui paghiamo una sotto-segreteria e una sotto-segreteria; e, quindi, l’organigramma amministrativo cresce così tanto che il 40, 50, 60% dei contributi ricevuti rimangono nell’apparato organizzativo e non raggiungono dove devono andare. Questo non invento,

Infine, condividendo iniziative per lavorare in gruppo . L’esperienza della fede, saper portare la grazia del Signore, ci dice che questo è possibile, condividere le iniziative per lavorare in gruppo. Collaborare a progetti comuni fa risplendere ancora di più il valore delle opere, perché mostra qualcosa che è innato per la Chiesa, la sua comunione, camminando insieme nella stessa missione ( syn-odos ) al servizio del bene comune, attraverso corresponsabilità e contributo di ciascuno. Il tuo forumVuole essere un esempio di ciò, quindi i progetti che realizzano in ogni luogo, unendo le forze con altre organizzazioni cattoliche e in comunione con i loro pastori e con i rappresentanti della Santa Sede prima delle organizzazioni internazionali, avranno l’effetto moltiplicatore del lievito del Vangelo, e la luce e la forza dei primi cristiani. Il mondo di oggi richiede nuova audacia e nuova immaginazione per aprire altre strade per il dialogo e la cooperazione, per favorire una cultura dell’incontro, dove la dignità dell’essere umano, secondo il piano creativo di Dio, è posta al centro.

Cari amici, la Chiesa e il Papa hanno bisogno del vostro lavoro, del vostro impegno e della vostra testimonianza al confine dell’arena internazionale. La parola bordo per te deve avere molto significato. Continua con coraggio e speranza sempre rinnovata. Grazie

Terapia genica contro l’emofilia

La tecnica impiegata al Policlinico di Milano sfrutta virus inattivati, cioè resi innocui, per trasferire all’interno delle cellule del midollo prelevate direttamente dal paziente il gene corretto, che integrandosi nel genoma della cellula ripristina la funzione mancante.

La sperimentazione meneghina è la prima nel nostro Paese, e segue alcuni tentativi condotti in Nord America. Il paziente ha ricevuto l’infusione delle sue cellule modificate agli inizi di novembre.

Gli esperti stimano che l’effetto dell’inserzione del gene possa perdurare per diverso tempo, anni, con grande impatto positivo sul paziente e anche sul sistema sanitario nazionale.

Alitalia, con la nomina del super commissario occorre una visione strategica.

Con il super commissario in Alitalia spero siano finite le stagioni dove a pagare sono stati i lavoratori della società e a perdere grandi occasioni tutto il Paese.

Con una società di trasporto aereo di bandiera funzionante e ben gestita, si rimette in moto il lavoro, si torna a dare sicurezza e diritti ai lavoratori e aumentano le connessioni e le possibilità di sviluppo, a cominciare dalla Capitale, Roma, e tutta la Regione Lazio, che con l’aeroporto di Fiumicino- migliore hub di Europa nel 2018 – potrebbe sviluppare ancor di più tutto il lavoro fatto in questi anni sullo sviluppo economico e il turismo e contribuire in modo consistente al rilancio delle imprese del territorio e del Paese intero.

Alitalia, quale compagnia di bandiera, nasce come noto il 21 ottobre 1957 dalla fusione disposta dall’IRI, che era proprietaria delle due compagnie di trasporto aereo: Alitalia e LAI (linee aeree italiane).

In quegli anni la gestione pubblica “imprenditoriale” ha dato uno sviluppo alla Compagnia, che negli anni novanta è arrivata a trasportare mediamente 28 milioni di passeggeri per anno, mentre nel 2018 sono stati poco più di 21 milioni. La gestione di Alitalia ha addirittura conseguito utili nel 1997, cosa inconsueta fino ad allora.

Poi è iniziata una crisi lenta e progressiva, determinata da diverse cause: prepotente avanzata delle compagnie low-cost, riduzione delle tratte intercontinentali, messa in esercizio di treni veloci, etc.

L’assenza di una strategia lungimirante del trasporto aereo, in un mondo in costante e veloce evoluzione, come la ottusa riduzione delle tratte intercontinentali – di sicuro rendimento – e alla ostinata corsa alla cattura degli slots per voli nazionali, che hanno in pratica trasformato Alitalia in una compagnia domestica, è stato uno degli errori di questi ultimi decenni.

È finito il tempo degli annunci, ora con il super commissario, Alitalia dovrà dotarsi di una strategia del trasporto aereo e non vivere alla giornata con rimedi temporanei.

Oltre la ricerca dei soci per iniettare capitale, occorre una vera visione strategica per la società, che dovrebbe prevedere il focus sulle rotte internazionali, l’intermodalità, puntare su una customer experience eccellente, sul digitale e sulla semplificazione dei processi interni ed esterni.

Un piano industriale strategico, che porti la compagnia a diventare motore di sviluppo e possibile esempio di buona gestione e controllo di un settore fondamentale come quello del trasporto aereo”.

Augusto Gregori, componente Segreteria e Responsabile Industria Commercio Artigianato e Turismo del Partito Democratico del Lazio.

Le domande di Bonanni sono quelle decisive, molto più del Mes

La discussione intorno alla riforma di quello che giornalisticamente viene definito “fondo salva-stati”, ma che in realtà, usando un’espressione dell’ex presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, fa parte di quegli “strumenti di tortura” di cui dispone l’Europa a egemonia tedesca, per disciplinare gli stati ancora riottosi all’obbedienza cieca all’ordoliberismo, rischia di mettere in secondo piano le questioni fondamentali da cui passa il futuro dell’integrazione europea.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità, infatti, anche se si riuscirà a bloccare quegli aspetti legati alla sua riforma che lo rendono più pericoloso per l’Italia, al di là di una assicurazione superficiale ed illusoria ai mercati, nulla può offrire ai partners europei sul piano della fiducia e del progetto riguardo al nostro comune futuro. Tocca alla politica indicare dei traguardi adesso che siamo all’inizio di una nuova legislatura europea, superando quell’immobilismo che lascia che tutto proceda per inerzia al punto da non prevedere neanche una correzione di rotta rispetto ad uno schianto sociale ed economico prossimo e più che prevedibile a politiche economiche e monetarie immutate, i cui prodromi sono avvertibili in tutti i più grandi Paesi dell’Unione.

Il 3 dicembre scorso sul Domani d’Italia è apparso un articolo di Raffaele Bonanni nel quale sono racchiuse le questioni davvero decisive, assai più del Mes, riguardo al nostro avvenire, nazionale e comunitario, che con grande efficacia l’Autore ha raccolto in tre domande.
“Perchè in politica si litiga continuamente su cose di poca importanza, e sulle cose vitali non si fiata nemmeno?”.

Le cose decisive sono le politiche economiche e monetarie, che si decidono, almeno formalmente, a Bruxelles. Dopo aver constatato la cronica assenza, anche nella finanziaria in discussione, di adeguati “investimenti per infrastrutture materiali ed immateriali”, e per interventi vitali per il Paese, Bonanni si domanda perché i nostri governanti non prendono in considerazione una nuova politica monetaria, non necessariamente inedita perché era quella della Democrazia Cristiana pre-Andreatta, e che ha un solido modello, agli antipodi di quello imposto all’Europa dalla Germania, nella Abenomics del Giappone di Shinzō Abe? Ed infine pone la domanda che è la vera questione politica di questa fase storica: a fronte del conclamato fallimento dell’ordoliberismo, “chiunque abbia del buon senso (…) cambierebbe rotta, ci sarà qualcuno che si porrà l’obiettivo di farlo?”.

Senza dimenticare le annose questioni irrisolte che ci trasciniamo dietro (la giustizia e la pubblica amministrazione da riformare, e via dicendo) la questione politica fondamentale è quella posta dalle domande di Bonanni. Continuare a fingere di non vedere che le politiche tedesche di austerità si sono rivelate un disastro su tutti i fronti, e stanno distruggendo il tessuto economico e sociale dei Paesi dell’Eurozona, li condannano ad una strutturale inadeguatezza di investimenti che si sta trasformando in arretratezza dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina, li obbligano ad accettare livelli abnormi di disoccupazione, di povertà e di disuguaglianza, ebbene non considerare tutto ciò, significa molto semplicemente rinunciare all’idea che un domani che speriamo assai prossimo, l’Europa possa diventare unita. La battaglia da fare adesso, in questa fase storica, perché forse tra qualche tempo potrebbe risultare troppo tardi, è quella di una iniziativa forte e bipartisan dell’Italia come grande Paese fondatore verso un chiarimento sulle prospettive dell’Europa.

Si sta insieme per sbranarsi l’un l’altro, con la legge del più forte oppure si vuole unire i nostri destini in uno stato unitario? Non si tratta di una alternativa. Perché l’opzione più infausta, quella della disgregazione appare già in avanzato stato di compimento. Solo se con urgenza si riesce a portare al tavolo europeo la necessità di un radicale cambio di rotta, di una inversione ad U nelle politiche economiche e monetarie che chiuda il ciclo nefasto delle politiche austeritarie e apra in termini concreti e veloci ad una nuova fase di politiche espansive, demitizzando la questione del debito, che non sarà mai un problema se alle spalle dello spazio politico dell’Eurozona c’è una banca centrale nella pienezza dei suoi poteri, si può tentare di porre un argine al processo di disgregazione in atto dell’Europa. Che non è opera dei sovranisti, che sono un’armata Brancaleone, bensì è opera delle politiche economiche gravemente inadeguate praticate nel decennio che sta per concludersi, che proprio in quanto declamano la stabilità monetaria, stanno causando in tutt’Europa una instabilità sociale, economica e politica senza precedenti e potenzialmente orientata verso un epilogo tragico e cruento. Se non si cambia, presto, la rotta.

Il furore di vivere degli italiani in una società ansiosa

Lungamente atteso – specie da coloro che il Presidente De Rita definisce “amici della cultura CENSIS” ma anche dalla politica e dalle istituzioni– è stato pubblicato il 53° Rapporto sulla società italiana, ispirato a quel cimento del continuismo analitico, descrittivo e propositivo a cui l’Istituto si è sempre attenuto dal dopoguerra ad oggi, pur in una esponenzialmente accentuata deriva di frammentazioni e discontinuità.
Il Rapporto affronta subito il tema dominante: descrivere il presente per cogliere le evidenze sociali, economiche, politiche, emotive, individuali e collettive immaginando i contorni di un futuro possibile ma ancora vuoto di contenuti rassicuranti, e definisce entrambi “incerti”: “ così è per gli italiani il presente e così è il futuro percepito. Pensando al domani, il 69% dei cittadini dichiara di provare incertezza, il 17,2% pessimismo e il 13,8% ottimismo, con i pesi relativi di questi ultimi due stati d’animo quasi equivalenti, che finiscono per neutralizzarsi”.

“Oggi il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata; il 63,3% degli operai crede che in futuro resterà fermo nell’attuale condizione socio-economica, perché è difficile salire nella scala sociale; il 63,9% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Inoltre, il 38,2% degli italiani è convinto che nel futuro i figli o i nipoti staranno peggio di loro, il 21,4% non sa bene che cosa accadrà e solo il 21% pensa che staranno meglio di loro (mentre) il ceto medio (43%), dagli impiegati agli insegnanti, è più persuaso che figli e nipoti staranno peggio.

È una convinzione radicata nella “pancia” sociale del Paese che genera uno stress esistenziale, intimo, logorante, perché legato al rapporto di ciascuno con il proprio futuro, che amplifica la già elevata tensione indotta dai tanti deficit sperimentati quotidianamente e si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico: il 74,2% degli italiani dichiara di essersi sentito nel corso dell’anno molto stressato per la famiglia, il lavoro, le relazioni o anche senza un motivo preciso; al 54,9% è capitato talvolta di parlare da solo (in auto, in casa, ecc.); e per il 68,6% l’Italia è un Paese in ansia (il dato sale al 76,3% tra chi appartiene al ceto popolare); del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23,1% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 in più dal 2015). La pressione che ne deriva è socialmente vissuta come un vero e proprio tradimento, che si aggiunge alle due promesse mancate del recente passato: l’annunciata ‒ e mai arrivata ‒ ripresa e il non pervenuto rinnovamento in meglio. Così gli italiani vivono la sensazione del tradimento per gli sforzi fatti finora, che non solo non vengono riconosciuti, ma a cui ora si vorrebbero associare nuovi conti da saldare. Stress esistenziale, disillusione e tradimento originano un virus ben peggiore: la sfiducia, che condiziona l’agire individuale e si annida nella società. Il 75,5% degli italiani non si fida degli altri, convinti che non si è mai abbastanza prudenti nell’entrare in rapporto con le persone”.

Il Censis legge così i sentimenti prevalenti che affiorano dal “corpaccione sociale” (per usare un’espressione cara a De Rita) e che succedono al rancore evidenziato come stato d’animo più diffuso nel precedente, 52° Rapporto: stress di vivere in un contesto di incertezze, disillusione, tradimento “percepito” come somma delle risposte attese e mancate. Questi sono i fattori costitutivi della sfiducia diffusa che li riassume come evidenza unificante e prevalente.

L’economia non dà segnali rassicuranti: l’ascensore sociale è fermo, la deriva di impoverimento del ceto medio è posta su un piano inclinato, il lavoro non decolla, il calo demografico è costante tra gli italiani, (“rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite: così appare l’Italia vista attraverso la lente degli indicatori che restituiscono il ritratto di un Paese in forte declino demografico. Al 1° gennaio 2019 la popolazione italiana è pari a 60.359.546 residenti: 124.427 in meno rispetto all’anno precedente”) , così come continua l’emorragia dei talenti e dei pensionati verso l’estero non compensata da ingressi di pari livello, si incrina la sostenibilità generazionale con ricadute sui costi del welfare: “non si corre e non si affonda, si sta fermi in uno stand by di ritmi rallentati”. Il Rapporto evidenzia due indici eloquenti: la decrescita del settore immobiliare come modello di crescita e autotutela: il patrimonio immobiliare passa infatti dal 59,8% del 2011 al 53,9% attuale della ricchezza familiare complessiva. Viene ad erodersi una tendenza consolidata nel tempo, quella di considerare l’investimento nel mattone come il più sicuro, “bene rifugio per eccellenza” .

Contemporaneamente cala la fiducia nell’investimento in titoli di Stato: con i BOT a rendita zero, tanto che il 61,2% degli italiani si dichiara non interessato ad acquistarli.
“Lo scemare dell’antica vocazione imprenditoriale e la crisi degli investimenti tradizionali, valorizzatori dei patrimoni di milioni di famiglie, evidenziano concretamente la scomparsa del futuro nel quotidiano delle persone.”
Si tratta di una consapevolezza fatta propria dai cittadini che nella misura del 74% prevedono il perdurare della fase di stagnazione mentre addirittura il restante 26% teme una caduta di tipo recessivo.

Non si profilano all’orizzonte, dunque, nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro.
“Al di là delle esigenze di ripristino degli equilibri finanziari e di modernizzazione delle transazioni economiche, resta il fatto che il periodico agitare la scure fiscale non aiuterà la società italiana a ritrovare la fiducia e la voglia di investire per tornare tutti a crescere. Nell’eccezionale stravolgimento sociale, condensato in pochissimi anni, il furore di vivere degli italiani li riporta tenacemente ai loro stratagemmi individuali. Finché l’ansia riuscirà a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non scomparirà dai loro volti, non ci sarà alcun crollo”. Singolare ed ermeneutico-interpretativo questo fermo immagine del CENSIS che trasforma la sopravvivenza ondivaga delle oscillazioni di piccolo cabotaggio in un “furore” vitale, pur in un contenitore ansiogeno generale che pervade il tessuto sociale a tutti i livelli e nei meandri più reconditi degli atteggiamenti individuali e sociali come reazione allo stato di incertezza.

Viene da chiedersi quanto a lungo possa durare questa lunga fase di sfiducia, originata da altri sentimenti evidenziati nei Rapporti precedenti: se, in altri termini, la sua metabolizzazione negli stati d’animo delle persone e nella comunità produrrà ancora e fino a quando tolleranza e “voglia di vivere” ovvero se imboccheremo il tunnel imperscrutabile del disorientamento totale fino al panico esistenziale come condizione antropologica prevalente. Segnali negativi ce ne sono e non pochi, mentre quelli positivi o possibilisti non sono ad essi quantitativamente speculari o in via di radicamento nell’immaginario collettivo.
Il Rapporto evidenzia ad es. come a fronte di una crescita di 321 mila posti di lavoro tra il 2007 e il 2018 ci sia in effetti la necessità di scorporare i dati considerando “la lente dell’orario di lavoro”.

“Il risultato finale è l’esito della riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e dell’aumento di quasi 1,2 milioni di occupati part time: nel periodo 2007-2018 questa tipologia di lavoro è cresciuta del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018- 2019) è aumenta di 2 punti. Oggi, ogni cinque lavoratori, uno è impegnato sul lavoro per metà del tempo”.
Il problema principale per la gente resta la disoccupazione: “preoccupa il doppio rispetto all’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto al tema delle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e delle questioni ambientali e climatiche (8%)”.
L’impianto del Rapporto si sviluppa lungo l’asse crescente della sfiducia e abbraccia tutti i contesti e gli aspetti del vivere: importante ed eloquente l’analisi del gap tra politica e cittadini, dove si coglie uno “smottamento del consenso”, nell’attesa messianica di un salvatore della Patria e mentre “le cronache della politica nazionale risultano essere il principale oggetto dell’attenzione degli italiani quando si informano …”Il 90,3% dei telespettatori rinuncerebbe di buon grado alla vista di un politico in tv”.

Quanto al sistema scolastico – da tempo sotto la lente di ingrandimento dell’OCSE, che sostiene che nel nostro Paese vivano 13 milioni di analfabeti funzionali – il Rapporto mette in rilievo alcune criticità: “pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di istruzione e di competenze tra i giovani e tra gli adulti: sono questi alcuni dei fattori di criticità cui il sistema educativo italiano è chiamato a dare risposta”.
Il Censis riprende in pratica alcune derive già evidenziate in una ricerca del Linguista Tullio De Mauro del 2011, laddove punta l’indice su un impoverimento culturale diffuso sul quale pesano non poco e in senso negativo – più per l’abuso che per l’uso – smartphone e tablet , intesi come strumenti di semplificazione e non di approfondimento e ricerca.

Tra i fattori propulsivi per favorire una inversione di tendenza rispetto alle derive di sfiducia e individualismo (mitigato dal crescere di fenomeni associativi spontanei) il Rapporto evidenzia la necessità di un ricambio qualitativo della classe dirigente, dove conti il merito e non più (ma l’inversione sembra in atto) la logica “dell’uno-vale-uno”.

La comunità è l’antidoto a un capitalismo malato


Ieri, sul “Corriere della Sera”, Massimo Gramellini ha parlato del moto di solidarietà di un piccolo comune della Sardegna (Tula, provincia di Sassari) il cui obiettivo era quello di sostenere un concittadino in procinto di perdere la casa. Gramellini riconosce di aver sottovalutato il pensiero di Raghuram Rajan per il quale le piccole comunità possono costituire la salvezza della società globalizzata e iper tecnologica. Di seguito riproponiamo l’intervista molto stimolante di Rajan, apparsa il 4 ottobre scorso sul settimanale “Vita”.

La complessità aumenta, la disoccupazione morde e le democrazie del mercato liberale non offrono più risposte al bisogno di eguaglianza e giustizia sociale. «Diventano meritocrazie… ma ereditarie», spiega l’economista Raghuram Rajan. Per porre rimedio a questa situazione, le risposte devono ripartire dai luoghi e, in particolare, da quel terzo spazio che è la comunità: «la comunità tiene l’individuo ancorato a una serie di reti umane reali e gli conferisce un senso di identità: questo permette di rispondere meglio alle crisi».

Stato, mercato, comunità: questi tre pilastri sono oggi affetti da un grave disequilibrio. Dar voce alla comunità come luogo di empowerment è urgente e fondamentale, spiega Rajan, che fu tra i pochi a prevedere la crisi del 2008. «Quando esiste il corretto equilibrio fra i tre pilastri, la società è nelle condizioni migliori per poter garantire il benessere della popolazione», scrive nel suo Il terzo pilastro (Egea, 2019). Rajan, oggi docente di Finanza alla Booth School dell’Università di Chicago, già governatore della Bank of India e vice presidente del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, insiste su un paradosso: «siamo circondati dall’abbondanza, non siamo mai stati più ricchi grazie alle tecnologie». Per la prima volta, racconta Rajan, «non sono unicamente i Paesi più sviluppati ad arricchirsi, ma c’è una distribuzione della crescita. Per questo, nell’arco di una generazione abbiamo visto miliardi di persone transitare dalla povertà alla categoria del ceto medio». Eppure qualcosa non funziona.

Che cosa è successo al “sogno liberale”? Il ritorno alla comunità non risuona di “passatismo”?

Il cambiamento tecnologico ha acceso la luce sulle democrazie liberali tipiche mercato occidentale del dopoguerra e sull’ordine globale creato dagli Stati Uniti e abbiamo capito che qualcosa ha smesso di funzionare. Quindi è al futuro, al problema e al contempo alla soluzione che dobbiamo guardare. Andiamo con ordine.

Primo punto. Il cambiamento tecnologico ha permesso l’integrazione di mercati molto diversificati in tutto il mondo. Le imprese che partecipano a questi mercati globalizzati preferiscono una governance omogenea. Storicamente, questo desiderio di omogeneità ha fatto migrare i poteri normativi e di governance dalla comunità al livello regionale e poi a quello nazionale. I poteri tendono a passare attraverso i governi sovranazionali (pensiamo all’Unione Europea) e trattati (il previsto TPP) sulla scena internazionale. La gente comune si sente sempre più lontana da luogo dove vengono prese le decisioni e sente di avere poco controllo.

Secondo punto. Il cambiamento tecnologico – sia direttamente attraverso l’automazione, sia indirettamente attraverso il commercio globale – sta avendo effetti molto diversificati sulle comunità all’interno dei paesi industrializzati. Abbiamo una fiorente New York City da un lato e poi abbiamo il fallimento di città come Granite City, in Illinois. Queste diverse realtà hanno bisogno di risposte politiche altrettanto diverse.

Terzo punto. Le comunità che stanno perdendo posti di lavoro e forza economica stanno anche assistendo a un crollo sociale. Hanno bisogno di adattarsi. Tuttavia, il mercato tecnologicamente avanzato richiede competenze più elevate, che queste cominità non sono in grado di fornire, soprattutto perché le loro istituzioni locali, come le scuole, si deteriorano in termini di qualità. Ciò causa un ulteriore decadimento della comunità: i migliori se ne vanno altrove, per far studiare i propri figli.

Qui l’articolo completo

Papa Francesco ad Aggiornamenti Sociali: “In ascolto e in dialogo, lungo sentieri umili”

Ieri mattina la redazione di Aggiornamenti Sociali e alcuni tra i suoi collaboratori più stretti sono stati ricevuti in udienza da papa Francesco, in occasione del 70° anniversario dell’inizio delle pubblicazioni (gennaio 1950).

All’incontro – che si è svolto nella Sala del Concistoro – hanno partecipato i membri della redazione di Milano (gesuiti e laici) e di Palermo, alcuni accompagnati dai familiari, e coloro che partecipano al comitato scientifico, ai gruppi di studio e di riflessione: docenti, ricercatori, professionisti, ecc.

Erano presenti anche padre Bartolomeo Sorge, direttore emerito, e il Provinciale dei gesuiti italiani, padre Gianfranco Matarazzo. Dopo un saluto e un ringraziamento da parte del Direttore responsabile, padre Giacomo Costa, papa Francesco ha pronunciato un discorso a braccio, rimandando nel contempo al discorso ufficiale che aveva preparato.

Dopo avere ringraziato i presenti, in particolare i padri Costa e Sorge, papa Francesco si è soffermato sul concetto di ascolto: “Mai si può dare un orientamento, una strada, un suggerimento senza l’ascolto. L’ascolto è proprio l’atteggiamento fondamentale di ogni persona che vuole fare qualcosa per gli altri. Ascoltare le situazioni, ascoltare i problemi, apertamente, senza pregiudizi. (…) L’ascolto dev’essere il primo passo, ma bisogna farlo con la mente e il cuore aperti, senza pregiudizi. Il mondo dei pregiudizi, delle ‘scuole di pensiero’, delle posizioni prese fa tanto male…”.

Il secondo passo, ha proseguito il Papa, è dialogare, provare a dare una risposta. “La risposta di un cristiano qual è? Fare un dialogo con quella realtà partendo dai valori del Vangelo, dalle cose che Gesù ci ha insegnato, senza imporle dogmaticamente, ma con il dialogo e il discernimento (…). Ma se voi partite da preconcetti o posizioni precostituite, da pre-decisioni dogmatiche, mai, mai arriverete a dare un messaggio. Il messaggio deve venire dal Signore, tramite noi. Siamo cristiani e il Signore ci parla con la realtà, nella preghiera e con il discernimento”.

“Oggi – ha concluso il Pontefice rivolgendosi alla redazione e ai collaboratori di Aggiornamenti Sociali – non ci sono ‘autostrade’ per l’evangelizzazione, non ce ne sono. Soltanto sentieri umili, umili, che ci porteranno avanti. Io vorrei incoraggiarvi su questo. E forse qualcuno dirà: “Ma, padre, i problemi sono tanti e abbiamo paura di scivolare e sbagliare e cadere”. Ma, grazie a Dio! Se tu cadi, ringrazia Dio perché avrai la possibilità di alzarti e andare avanti e di tornare a camminare… Ma uno che non si muove per paura di cadere o scivolare o sbagliare, mai, mai sarà fecondo nella vita. Andate avanti, coraggiosamente”.

Leggi il testo integrale del discorso di papa Francesco

Ilva: 200 Sindaci italiani lanciano il manifesto per Taranto

IMPIANTO ARCELORMITTAL A TARANTO FABBRICA INDUSTRIA ACCIAIO SEDE POLO INDUSTRIALE ARCELOR MITTAL

Oltre 200 sindaci di tutta Italia aderenti a Italia in Comune hanno  sottoscritto il “Manifesto per Taranto” elaborato dalla rete di Italia  in Comune Puglia. Il documento, che sarà presentato al Governo nelle  prossime ore, intende porre l’attenzione sulla totale mancanza di  coinvolgimento degli Enti Locali nella delicatissima vicenda dell’Ilva.

“Per la prima volta numerosi soggetti istituzionali e portatori di  interesse, particolarmente rappresentativi della comunità ionica, tra i  quali anche il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, hanno stilato un  ventaglio di ipotesi di interventi settoriali da sottoporre al Governo  per una efficace soluzione della crisi Ilva, che includa il superamento delle controversie giudiziarie”, si legge nel documento, il cui primo  firmatario è Federico Pizzarotti, sindaco di Parma e presidente del partito.

Intanto il metodo, come osserva Michele Abbaticchio, sindaco di Bitonto  e vice coordinatore nazionale di IIC, che ha promosso l’iniziativa: “la  nuova trattativa con ArcelorMittal, a detta dei firmatari di quello che è stato definito un ‘manifesto per Taranto’, dovrebbe iniziare solo dopo un corretto e trasparente coinvolgimento degli enti locali e senza l’interruzione del programma di saldo dei crediti dell’indotto tarantino, che quota alcune decine di milioni di euro. Quindi, la proposta è quella di un ripensamento radicale della governance dello stabilimento con una gestione mista pubblico-privato e con la creazione delle condizioni tali per le quali l’indotto locale possa convertire la sua vecchia esposizione finanziaria (circa 150 milioni di crediti) in quote della nuova fabbrica. Uno schema, questo, che potrebbe coinvolgere anche i lavoratori, sulla scorta dell’esperienza tedesca”.

Quanto alle tecnologie, prosegue il Manifesto, quello che viene richiesto è uno sforzo finanziario e politico diverso e una strategia diversificata tra il breve e il lungo periodo: “In una prima fase, nel breve-medio periodo, si deve aprire ad un mix di altiforni riqualificati e forni elettrici che impieghino materiale pre-ridotto o tecnologie paragonabili in termini di resa ed emissioni; in una seconda fase, nel lungo periodo, si deve giungere alla decarbonizzazione completa, presumibilmente a base di gas, come previsto dalla UE”, .

Naturalmente attenzione viene posta sul ‘nodo’ ambiente e salute: “Si deve insistere nel riesame dell’Aia richiesto dal Comune di Taranto e si deve dar corso alla introduzione della valutazione del danno sanitario sui futuri incrementi di produzione. Inoltre, è ora che le bonifiche siano poste in capo agli enti locali e lo Stato acceleri procedure e dotazioni, in maniera svincolata dalla produzione di acciaio.”

La strategia ideata non esclude anche gli esuberi e il ‘fallace’ piano industriale di ArcelorMittal Secondo gli amministratori di partito, l’unica strada da intraprendere è quella di “raccontare subito la verità ai sindacati” e farsi carico, da parte dello Stato, di tutti i costi
sociali e della ricollocazione dei lavoratori da reimpiegare nel processo di bonifica o in attività socialmente utili sul territorio: “si punti a salvaguardare un reddito dignitoso, non si racconti la favola di un ciclo integrale dell’acciaio immutabile”.

Infine, in materia di investimenti e di infrastrutture, i firmatari scrivono: “occorrono misure legislative, finanziarie e fiscali straordinarie, sia nazionali che comunitarie, per accompagnare la riconversione e le bonifiche almeno per il prossimo ventennio, oltre che per favorire massicci investimenti e insediamenti produttivi nella Zes ionico-lucana, che compensino la riduzione della produzione di acciaio e gli esuberi in quel comparto. Si pensi anche ad una no-tax area e ad un rinnovato sforzo dello Stato verso le carenti infrastrutture di base. Taranto deve diventare il test nazionale di avanguardia del green new deal.” Una riflessione a parte quella fatta per il porto ionico, da ripensare per la sua importanza all’interno di un nuovo modello di sviluppo del territorio.

Per il coordinatore nazionale, Alessio Pascucci “Al di fuori degli slogan degli ultimi giorni, il Governo deve rilanciare e rafforzare l’azione del tavolo istituzionale permanente previsto dal Cis Taranto, agire risolutamente su semplificazioni normative e alleggerimento dei vincoli di bilancio degli enti locali: non occorrono altre invenzioni estemporanee per il “Cantiere Taranto” annunciato dal Presidente del Consiglio”. La comunità ionica ha vissuto le peripezie di questi due anni, ha subito una gara insensata, ha imparato a sue spese cosa
significhi davvero porre tutta questa complessa dinamica nelle sole mani di un privato ed è stata persino mortificata dalla mancanza di dignitose compensazioni socio-economiche, dunque la rigidità dei tarantini oggi discende da queste esperienze dolorose. Questa stanchezza e questa sofferenza, tutto il disincanto rappresentano una situazione chiara: o
si rende Taranto protagonista della transizione o la gran parte dei tarantini, delle loro Istituzioni e dei loro corpi intermedi saranno ormai pronti a rinunciare del tutto a quella fabbrica”.

Al via Portale e Piattaforma “ParteciPa” per consultazioni pubbliche online

Importante svolta tecnologica del Governo sul percorso di costruzione di una democrazia realmente partecipata. Debuttano, infatti, il portale “Consultazione.gov.it” e la piattaforma telematica per le consultazioni “ParteciPa”, nati da un progetto congiunto del Dipartimento della Funzione Pubblica e del Dipartimento per le Riforme Istituzionali della Presidenza del Consiglio.

Presentati  in conferenza stampa, a Palazzo Vidoni, dal ministro per la Pa, Fabiana Dadone, dal ministro per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, i due nuovi strumenti mettono a sistema le iniziative governative di consultazione pubblica e consentono di rendere più fluido ed efficace l’interscambio continuo tra cittadini e Pubblica amministrazione, allo scopo di migliorare la qualità delle decisioni degli enti, modellare, ridefinire i servizi erogati o, persino, costruirne di nuovi partendo dal contributo decisivo degli stakeholder e della società civile nel suo complesso.

Il portale Consultazione.gov.it raccoglierà a regime tutte le consultazioni svolte dalle amministrazioni e promuoverà l’intervento attivo dei cittadini, mentre “ParteciPa”, costruita con il supporto di Formez Pa sul modello virtuoso della piattaforma “Decidim” di Barcellona, consentirà agli enti di mettere a punto i migliori percorsi di interlocuzione e confronto con la collettività. Ad essi si aggiunge la Guida alla consultazione online, un documento operativo a disposizione di tutte le Pa per rafforzare e armonizzare le politiche di partecipazione.

“Siamo di fronte a un bell’esempio di uso del digitale per aprire le pubbliche amministrazioni alla società civile e per dare sostanza al concetto di democrazia partecipativa – ha spiegato il ministro Dadone – Proprio la Funzione pubblica lancerà due consultazioni su ‘ParteciPa’ a brevissimo: lunedì 9 dicembre debutterà la prima su trasparenza e anticorruzione, che sarà aperta fino alla metà di gennaio e sarà molto importante, perché chiederemo a chi applica le regole ogni giorno come esse vadano modificate per snellire le procedure. La seconda consultazione, dedicata alla semplificazione in senso più ampio, partirà invece lunedì 16 dicembre e resterà aperta per 90 giorni. L’iniziativa si inserisce comunque in un set di proposte e strumenti messi a punto per garantire il coinvolgimento dei cittadini nella vita degli uffici pubblici, tra i quali voglio anche segnalare le linee guida sulla valutazione partecipativa delle performance, che consentiranno a tutti di dare un giudizio per migliorare le amministrazioni stesse”, ha chiosato il titolare di Palazzo Vidoni.

Il ministro D’Incà ha aggiunto: “Sull’esempio di molti altri paesi come gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e la stessa Commissione Europea, l’Italia si dota di un portale cosiddetto ‘aggregatore’ in grado di raccogliere le consultazioni pubbliche. In questo modo i cittadini e le imprese potranno accedere da un unico punto all’ elenco delle consultazioni di loro interesse e ai relativi link stimolando così l’azione del legislatore dal basso. L’esperienza ci dice che la disponibilità delle tecnologie è importantissima, ma quello che conta è la capacità delle amministrazioni di utilizzare effettivamente tutte le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie per coinvolgere i cittadini”, ha chiarito il ministro per le Riforme.

“La creazione di una piattaforma della Consultazione risponde alla necessità di favorire la partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche – ha detto il sottosegretario Fraccaro – aggregando in un unico sito tutte le opportunità di partecipazione e in prospettiva mettendo a disposizione delle amministrazioni un software open-source per realizzare le consultazioni sulla base delle migliori pratiche internazionali. La partecipazione è un principio cardine della visione politica del M5S che ora diventa realtà. La piattaforma, che sarà accompagnata da altri strumenti quali il portale e le linee guida, ha l’obiettivo di dare voce a cittadini e imprese valorizzando le consultazioni come strumento di attuazione della volontà popolare: è un processo indispensabile – ha concluso Fraccaro – per migliorare la qualità delle leggi e quindi della vita nel nostro Paese”.