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Lo stalinismo. Alle radici del potere sovietico | Il Popolo” 1973.

Domenico Sassoli

Dal momento del suo arrivo in Occidente, il libro di Roy Medvedev Verso il tribunale della storia (tradotto in italiano da Raffaello Uboldi e pubblicato dall’ed. Mondadori col titolo: Lo stalinismo, pag. 738, L. 4500) si è imposto al dibattito storico-politico modificando con un ampio contributo di conoscenze nuove i termini stessi della discussione sull’età e la figura del dittatore georgiano, morto ven l’anni fa.

È nota la storia dei gemelli Medvedev: Zhorès, genetista, gerontologo e biochimico di gran fama e Roy, sociologo e pedagogo. Il padre, un colonnello-filosofo originario di Astrachan, era entrato nell’esercito rosso ai tempi della guerra civile; divenuto in seguito insegnante di materialismo dialettico all’Accademia dei commissari politici dell’esercito, fu inghiottito, insieme ad altri quattrocentomila comunisti, dalle purghe staliniane del ’37. Morì nel 1941 nel lager di Kolyma, nell’estremo nord-est siberiano, lasciando i figli, nati a Tbilisi nel ’25, appena sedicenni. Non meno della tragedia familiare, incisero nella formazione e nel carattere dei gemelli, i cinque anni trascorsi all’Università di Leningrado nel clima di terrore culturale instaurato dallo zdanovismo.

La morte di Stalin, il 5 marzo del ’53, la denuncia dei suoi « errori» e dei suoi crimini tre anni dopo, al XX congresso, la «destalinizzazione», intervennero a modificare radicalmente il destino dei Medvedev. «Nostro dovere – diceva Krusciov – è di fare il possibile perché la verità venga ristabilita fin d’ora, poiché più

Terrorismo ideologico

tempo passerà dopo questi avvenimenti e più difficile sarà ricostruire la verità». Confortati da queste parole e dalla riabilitazione politica del padre, Zhorès e Roy si gettano a capofitto nella impresa di liquidare il passato. Purtroppo l’incerto e tortuoso cammino della «destalinizzazione» metterà presto in luce la drammaticità del circolo in cui la coscienza russa, resa incapace di comprendere e di afferrare la grande occasione liberatrice offerta dalla coraggiosa denuncia kruscioviana, era venuta a trovarsi rinchiusa. I gemelli Medvedev, come Pasternak, intuiscono nella falsificazione della storia, nella menzogna istituzionalizzata, nel «dominio disumano della astrazione», nella e «magica potenza della lettera morta» le cause della paralisi generale delle coscienze.

Come stregati dall’idea di poter contribuire al risveglio dell’anima russa offrendo una diagnosi precisa e inoppugnabile della «degenerazione» staliniana, i fratelli si dividono il lavoro. Zhorès si assume il compito di documentare le conseguenze dell’arbitrio esercitato da Stalin – tramite Lysenko – nelle scienze biologiche; Roy il compito di raccogliere tutti gli elementi atti a definire sul piano storico, ideologico e umano le cause e la natura della mostruosa aberrazione. Nasce così, dopo anni di studio e di ricerca, Ascesa e caduta di Lysenko, in cui Zhorès narra le vicende della guerra trentennale che infuriò nel campo della biologia e della agronomia nell’èra di Stalin. Opera magistrale che getta tanta luce nuova sulla lotta del potere totalitario contro i residui della libertà di pensiero rifugiatosi nei laboratori scientifici. Ma il biologo non si limita al racconto storico, prende di petto le stravaganti fantasie dogmatiche dello pseudoscienziato e ne mostra l’inconsistenza scientifica. È difficile di fino a che punto Zhorès Medvedev, nel portare avanti il suo lavoro, si rendesse conto che mettendo in causa la teoria del rapido mutamento delle specie viventi, finiva con l’investire nonsoltanto la scienza staliniana ma anche uno degli articoli di fede del determinismo comunista. Il libro, definito dalle autorità censorie «eterodosso», cioè ereticale, non potéessere pubblicato nell’Unione Sovietica. Uscito clandestinamente in Occidente, esso vide la luce a New York nel 1969. L’autore vene rinchiuso in un ospedale psichiatrico.

Gli anni dal 1968 sono cruciali per i gemelli Medvedevcome per tutti quelli che avevano creduto in un svolta democratica del sistema comunista. Alla brutale repressione di Praga, segue la ripresa dei processi per delitto di opinione, la persecuzione delle minoranze nazionali e degli ebrei. Gli intellettuali sperimentano un nuovo tipo di terrore, per nulla indegno dell’età staliniana: il terrorepsichiatrico. Riabilitato nella prassi del potore, il dittatore defunto non può non esserlo nel ruolo storico. E così, prima ancora che il «dossier» di Stalin sia esaurito, «la menzogna istituzionalizzata» (Sartre) e la falsificazione storica tornavano in onore. Da quel momento il destino dell’opera che Roy Medvedev proprio in quel periodo, dopo un decennale lavoro di ricerca, porta a conclusione, è segnato.

Da membro disciplinato del partito comunista, egli aveva sottoposto, prima di presentarlo ad una casa editrice, il suo lavoro all’esame del Comitato centrale del Pcus, il quale rispose poco dopo aprendo contro di lui la procedura di espulsione dal partito. Roy si trova impegnato in una lotta su due fronti: da una parte, insieme al comitato sovietico per i diritti dell’uomo, egli cerca di mobilitare l’opinione pubblica onde ottenere la liberazione del fratello Zhorès dall’ospedale psichiatrico, dall’altra, è costretto a difendersi dalle accuse e dalle provocazioni messe in atto dal partito.

La prima battaglia si conclude con un successo: Zhorès è liberato nel maggio del 1970 (la vicenda sarà poi narrata dai due fratelli in un libro altamente drammatico: A Question ofMadness, non ancora tradotto in italiano), La seconda invece termina con la disfatta: Roy è espulso dal partito ed il suo manoscritto messo all’indice con la seguente motivazione: «Sotto l’apparenza di una critica al culto della personalità di Stalin, l’autore calunnia il sistema sociale sovietico». Per Roy Medvedev comincia la persecuzione aperta. Pesa su di lui, come una spada di Damocle, l’articolo 70 del codice penale (agitazione e propaganda antisovietica); nell’autunno del ’71, i servizi di sicurezza irrompono nella sua casa e requisiscono libri, documenti e manoscritti. Privato del lavoro, si allontana da Mosca. Il suo libro, come quello del fratello, vedrà la luce in Occidente, giuntovi per i canali sotterranei del Samizdat nel 1971.

Abbiamo notato come Zhorès, nel demolire le teorie di Lysenko andasse fatalmente a sconfinare nell’«eterodossia». È inevitabile che la libertà scientifica minacci di schiantare l’argine dell’ideologia totalitaria. È quello che anche Roy ha dovuto sperimentare. Nella ricerca storica, egli urta ben presto nella inadeguatezza delle fonti. Le inchieste annunciate nel ’56 sui misfatti di Stalin con la pubblicazione dei documenti relativi sono subito dimenticate. Gli studiosi attendono invano che il regime tenga fede alle promesse di far conoscere tutta la verità. Gli archivi restano chiusi e i ricercatori guardati con so-spetto. Per chi, come Roy, vuol saperne più di quanto sia con-sentito, non c’è che una via: volgersi alla storia vissuta: ritrovare i vecchi bolscevichi scampati alle purghe, alle persecuzioni e ai lager, raccoglierne le testimonianze e le memorie, recuperarne le carte personali. Si tratta – avverte lo studioso – di materiali particolarmente importanti «visto che molti degli ordini e azioni illegali di Stalin non vennero trascritti in alcun documento ufficiale nel corso della sua vita». Davanti ad un lavoro del genere, di altissimo valore civico oltre che storico, di fronte alla sensibilità ed alla intelligenza, al travaglio critico di cui l’autore fa sfoggio nello scegliere, nel valutare, nel giudicare e nel ricostruire la sprezzante osservazione dei recensori comunisti secondo cui Roy Medvedev non essendo uno storico militante, sarebbe da prendere cum grano salis, ha tutto il carattere di una umoristica messa in guardia.

La coscienza soffocata

Neppure lo sbrigativo giudizio – anche questo espresso da re censori comunisti – che il libro di Roy Medvedev si trovi al limite fra storia e politica, sia anzi un miscuglio di politica e storia, può avere un senso. Sintomatico è invece che simile giudizio provenga proprio da quella parte che, in virtù della identificazione di politica e verità, accettò e teorizzò senza arrossire per tutti e trenta gli anni di Stalin, la falsificazione sistematica della storia come servizio alla politica (e quindi alla verità). Escluso dagli archivi è costretto a volgersi, come abbiamo detto, alla vita vissuta – nel periodo del «culto» – dal popolo e dai vecchi bolscevichi, Medvedev descrive come l’assurda identificazione abbia tolto al popolo russo ogni capacità di giudizio autonomo, ne abbia distrutto la vita morale, assopito ogni possibilità di resistenza e di resurrezione civile, soffocato, in una parola, la coscienza. E l’appello alla vita è stato senz’altro ricco di risultati, forse più di quanto sarebbe stata la ricerca fra le carte dello Stato e del partito, se è vero, come affermano autorevoli testimoni, che interi settori d’archivio sono già stati distrutti e falsificati (sempre in omaggio alla identificazione di cui sopra).

Errori dun uomo o sistema sbagliato?

Nei sei anni dedicati alla ricerca dei documenti e delle testimonianze, Medvedev vede ingrossare fra le sue mani la materia di studio al punto di chiedersi come dominarla. La prima vittima dello straripamento è il cliché, il quadro storico ufficiale entro il quale destalinizzatori e neo-staliniani hanno finito per trovarsi d’accordo nel rinchiudere e limitare il periodo della «degenerazione». In queste condizioni, non poteva essere che uno storico non militante e non conformista ad assumersi il compito di alzare il velo, ad esempio, sui dieci anni che precedettero il 1934, anno dal quale – assassinio di Kirov – si fa ufficialmente iniziare l’età del «culto della persona» (espressione, questa, chiaramente limitativa, da ogni punto di vista, del fenomeno chiamato stalinismo). Medvedev può così mostrare come quegli anni, quanto a processi infami, assassinii di massa, illegalità e arbitri non abbiano nulla da invidiare a quelli degli anni Trenta. Il termine a quo dell’età

di Stalin viene in tal modo spostato agli esordi del potere staliniano, al momento del trapasso da Lenin a Stalin. Se ci si accontenta della definizione delLo stalinismo come«malatttia»,«degenerazione». «devlazione», « errore» e via dicendo, è l’intera fase del regno di Stalin che deve essere considerata tale. In essa non vi è nulla si salvabile. 

Così facendo e in virtù della sua logica lineare e spietata, Rey Medvedev insinua il dubbio se davvero questo fenomeno mostruoso che chiamano stalinismo, non sradicabile, sempre risorgente dalle sue ceneri, non sia qualcosa di più che un errore, una deviazione e una malattia, se esso non sia, nelle sue cause e nella sua sostanza, anteriore allo stesso termine a quocoraggiosamente spostato dieci anni indietro da Roy Me-dvedev, e se a Stalin non sia toccato (meritatamente, certo) il triste privilegio di dare il proprio nome ad un processo già in atto. Dopo averlo forse inconsapevolmente suscitato, lo studioso sovietico si arresta davanti a questo interrogativo evidentemente impacciato dall’a priori rappresentato dai tabù di Lenin e del colpo di stato dell’ottobre. E non si capisce se egli tenda ad esaltare il mito di Lenin per contrapporlo a Stalin e rendere più abbietto il secondo mediante l’esaltazione delle virtù del primo o perché travagliato dall’intima consapevolezza che, una volta coinvolto Lenin, si arriverebbe diritto alla radice stessa del sistema sovietico, della sua ideologia e quindi di quella «democrazia socialista» della quale si vuole che Lenin sia stato il profeta ed alla quale Roy Medvedev guarda nel suo intimo.

Ma l’interrogativo, una volta posto, rimane costantemente presente allo spirito come un assillo e una spina dolorosa. Negato a priori il dubbio è continuamente affacciato e respinto. E Roy è costretto ad impiegare tutte le risorse della dialettica per impedire che rialzi il capo. Questo travaglio intimo e sofferto, è appunto ciò che carica le settecento e più pagine del libro di tensione e di problematicità. Il testo della condanna emessa dal comitato centrale del Pcus mostra come i vigili conservatori dell’ortodossia individuassero perfettamente il carattere esplosivo del libro. Essi capirono che Roy Medvedev, più o meno consapevolmente, indicava nello stalinismo la pietra di contraddizione del regime sovíetico.

Sud chiama Nord. Per un nuovo patto di solidarietà.

Andrea Piraino

“Sud chiama Nord”, il movimento autonomista fondato in Sicilia da Cateno De Luca ex sindaco di Messina che alle ultime elezioni regionali è diventato il primo soggetto politico siciliano eleggendo all’Assemblea Regionale otto deputati, nel fine settimana appena trascorso ha avviato, con una due-giorni svoltasi a Roma presso il St. Martin hotel, il processo costituente per una Piattaforma confederale di soggetti meridionalisti, autonomisti, federalisti e civici di tutta Italia al fine di proporre un grande progetto “per l’equità territoriale”. Alla chiamata hanno risposto, oltre che numerose personalità come Pino Aprile, Marco Esposito, Pietro Busetta (del quale proprio venerdì scorso era stato presentato alla Camera dei Deputati il suo ultimo libro La rana e lo scorpione. Ripensare il Sud senza essere emigranti né briganti, Rubbettino editore), ben 33 organismi politici presenti ed operativi in tutte le parti d’Italia: da Bolzano a Lecce, da Milano a Salerno, da Bologna a Palermo, dalle Marche alla Calabria, per non dire di movimenti nazionali come Mezzogiorno Federato, Alleanza Civica, Italia dei Valori ed altri. In sintesi, un grande successo di partecipazione. Al quale va aggiunta la straordinaria qualità degli interventi e, soprattutto, la loro spontanea convergenza di analisi e contenuti propositivi nel delineare la prospettiva futura da indicare, come avvenne nel 1919 con i “liberi e forti”, alle nuove generazioni per salvare il patrimonio comune di beni e valori costruito in più di un secolo e mezzo di unità ma, soprattutto, una nuova civilizzazione nella quale si riconsideri il rapporto uomo-natura e, all’interno delle comunità, si attui finalmente quel terzo principio evocato dalla rivoluzione dei “lumi” e cioè l’ideale della fraternità.

In Italia tutto questo non è semplice perché deve superare una rottura che non si è mai composta e che ha da sempre strutturato il Paese in modo duale sia dal punto di vista economico-sociale con la connessa appendice infrastrutturale che da quello politico-culturale con un Mezzogiorno non solo sempre più penalizzato nelle sue istituzioni comunicative e di mediazione ma addirittura dichiarato complice o comunque solidale, invece che vittima, delle mafie che oggi, abbandonato il percorso stragista e terrorista, si vanno trasformando in soggetti economici che gestiscono imprese ed attività formalmente sempre più normali.

Tutto questo i numerosi interventi soprattutto degli esponenti dei movimenti del Sud lo hanno messo bene in evidenza e per questo hanno proposto una nuova visionnella quale, agli egoismi sociali ed alle divisioni territoriali, si sostituisca una rinnovata solidarietà comunitaria in grado di abbattere le nuove diseguaglianze prodotte dai processi di globalizzazione ed anche una nuova unità repubblicana che, abbandonata la strada di un regionalismo antistorico, per le dimensioni in cui divide il Paese, settario e proteso alla ricerca di egoistiche differenziazioni che cristallizzino, anzi, incrementino le attuali posizioni di dominanza, si cimenti con la costruzione di macroregioni, che, federando poteri e funzioni regionali e metropolitani, propongano strategie politiche comuni ed innovatrici. A cominciare dall’apertura al Mediterraneo ed alle sue enormi potenzialità che il cambiamento politico mondiale e l’ampliamento del canale di Suez hanno ricollocato al centro di processi politici ed economici mondiali offrendo al nostro Paese con il suo Mezzogiorno la grande opportunità di diventare la piattaforma, non solo logistica, dell’intera Europa.

Non solo. Ma dal ricco dibattito, mai astratto, ma sempre estremamente attento ai problemi concreti delle comunità territoriali a cominciare dal loro sviluppo, sono venute fuori una serie di indicazioni politiche di estremo interesse tra le quali piace ricordare: 1) il potenziamento delle Zone Economiche Speciali in modo da attirare masse di capitali esteri e da creare in tempi certi un milione di nuovi posti di lavoro; 2) la messa a regime immediata dei porti meridionali rendendoli capaci di attirare volumi importanti del traffico internazionale di materie prime e semi-lavorati; 3) il prolungamento dell’alta velocità vera e non farlocca fino a Palermo e Catania; 4) la costruzione del ponte nell’area dello Stretto di Messina, elemento essenziale a velocizzare i traffici che passano anche attraverso i rilanciati porti del Mezzogiorno; 5) l’abolizione immediata del criterio della “spesa storica” e la sua sostituzione con il criterio della “spesa pro capite” per la ripartizione delle risorse comuni; 6) la realizzazione di una presenza dello Stato che si riappropri del controllo dei territori e garantisca ai cittadini la libertà da ogni tipo di violenza e prevaricazione e il rispetto delle norme.

In sostanza, il tentativo che si è riscontrato in tutti i vari interventi è stato quello di elaborare delle linee per una nuova politica che faccia del Mezzogiorno non la zavorra del Nord ma il nuovo motore dell’Italia che, rivitalizzata da questa energia propulsiva, avrebbe così le “carte in regola” per proporsi come protagonista della nuova Europa Mediterranea, sempre più necessaria agli equilibri geo-politici del Pianeta. Naturalmente, l’operazione è di una estrema difficoltà. Soprattutto, se si pensa che la realtà del Nord è dominata da forze politiche, sociali, economiche, del lavoro e dell’impresa che tendono a mantenere il proprio status con tutti i loro mezzi a disposizione ed in particolare con il sistema della comunicazione e delle nuove tecnologie che controllano economicamente ed usano per opporre una notevole resistenza al cambiamento ed alla visione comunitaria dell’unità. La forza aggregativa dei movimenti civici, autonomisti, federalisti che grazie a “Sud chiama Nord” si è messa in moto, però, è di grande consistenza e prospettiva perché la cifra politica su cui si fonda è quella di una scelta  post-ideologica di una visione laica del bene comune e si propone l’obbiettivo di aiutare i più deboli e gli emarginati. A tal fine, pensa di utilizzare tutte le opportunità di cui il Paese dispone ed è sicura di riuscire a mettere insieme tutte le forze sane che ancora rappresentano la maggioranza degli italiani.

Nessun nemico a sinistra. Nuove dinamiche e vecchie suggestioni nell’adunata antifascista di Firenze.

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Il Bertoldo 

La storia, a volte, si ripete. Certo, e come ovvio, con forme e modalità diverse. Ma c’è un filo rosso – nel caso specifico, veramente rosso, che lega e cuce il nostro passato con il nostro presente – che ci porta a dire che il vecchio slogan del Pci “nessun nemico a sinistra” è quantomai attuale e lotta con noi. Del resto, quante manifestazioni hanno costellato la storia del più grande partito comunista dell‘Occidente e che erano caratterizzate dalla capacità di coinvolgere la quasi totalità della galassia della sinistra italiana?

Ecco, la grande adunata di sabato a Firenze ha riproposto, ‘mutatis mutandis’, quella vecchia e consolidata prassi. La stragrande maggioranza della galassia della sinistra italiana era presente. Verrebbe da dire, finalmente. E i cantori del vecchio mondo ritrovato, in settimana, provvederanno ad esaltarne le gesta. Per la verità, sempre i soliti. Dalla Gruber a Fazio, da Saviano a Damilano, da Zoro a Parenzo, da De Gregorio a Formigli e Floris e via discorrendo.

Ma, al di là del circo mediatico che fa da grancassa di un mondo ritrovato, ci sono almeno due elementi che emergono con chiarezza e che sono, comunque sia, importanti e degni di nota. La prima, e la più significativa, è che la sinistra è tornata. Unita, compatta e granitica. Con tanto di collateralismo sindacale, culturale, televisivo ed editoriale. La seconda, e per Bertoldo ancor più significativa, è che finalmente il mondo, la cultura e la tradizione popolare, cattolico sociale e cattolico democratica possono finalmente “traslocare” altrove.

E questo non solo perchè sono alquanto sgraditi – a cominciare dalla simpatica Schlein – ma per il semplice motivo che per fare i “cattolici indipendenti di sinistra” in Parlamento ne bastano una manciata. Ecco perchè, insieme alla Schlein, diciamo anche noi ad alta voce “evviva la sinistra unita”. Aggiungendo, sottovoce, “evviva il Pci”.

Uomini di strada e uomini di Palazzo: la morte inciampa in via della solitudine.

Giovanni Federico

Giorni fa è stato trovato un barbone morto in una via del centro di Roma. La notizia di per sé non meriterebbe alcun clamore. Non è il primo e non sarà l’ultimo poveraccio stecchito per terra o su una panchina, con la vita già da un’altra parte. Forse, abituato, come è stato per tanti anni, sarà a mendicare anche l’ingresso in Paradiso, anche se garantiscono che non ce ne sia bisogno. Gli sarà servito a non perdere la mano, l’unica arte che può portare in dote. Eppure ha trovato spazio sulla cronaca locale perché il cadavere ha preso posizione, facendosi largo, proprio in mezzo ad uno dei punti di raccolta di immondizia. Ci sarebbe da pensare ad un ultimo gesto di generosità verso il prossimo. Gli spazzini non dovranno darsi un gran da fare a trascinarlo. Basterà buttarlo dentro al cassonetto di fianco a dove l’hanno scoperto e le cose potranno continuare a marciare. 

Vicino al corpo anche una stria di sangue per dare una tinta di giallo alla faccenda. Può darsi una lite tra poveracci o qualcosa del genere. Resta la sorpresa per la sensibilità con cui si sarebbe trascinato, morente, in armonia con i rifiuti che non lo hanno mai abbandonato. Ora si stanno occupando di lui, per venire a capo di un eventuale rompicapo. Il barbone sente finalmente un mondo che gli si muove attorno, indaffarato sul suo perimetro di uomo. Aliti su aliti per dargli vita almeno da morto. C’è adesso un calore di pensieri, sia pur di estranei, a scaldargli la bara. C’è, a riscatto, un colore di ipotesi sulla sua fine che schiacciano per sempre il grigiore in cui ha vissuto.

Altrove si crepa con un tetto sulla testa ma senza che la solitudine ti faccia sconti. Non è la favola di Esopo del topo di città e del topo di campagna ma c’è qualcosa su cui riflettere. Qualche mese fa se ne è andato all’altro mondo uno di quelli che abitano nelle così dette case popolari.“Nella mia solitudine, mi perseguiti, con fantasticherie, di tempi passati. Nella mia solitudine, mi prendi in giro, con ricordi, che non moriranno mai. Siedo nella mia sedia, pieno di disperazione. Nessuno può essere così triste, c’è malinconia dappertutto. Siedo e guardo, so che presto impazzirò. Nella mia solitudine, prego, caro Signore lassù, rimandami il mio amore”. Queste le inequivocabili parole dalla voce perennemente graffiata e stanca di Billie Holiday che canta di ricordi indelebili, che non potranno mai essere rimossi dal cuore di chi ha patito un dolore a causa di un altro, che forse ne ha preso consapevolezza e spera invece nel riscatto. 

È un tema in linea con i versi di Paul Eluard: “Non può esserci salvezza sulla terra. Finché si può perdonare ai carnefici”. Tant’è che Jacques Derrida riflette sul caso che non si può perdonare se non l’imperdonabile. È un esercizio che non è stato messo in uso nella storia di Mario. Un bancario caduto in disgrazia dopo la separazione dalla moglie e abbandonato dai suoi tre figli. Abitava in una casa dell’Ater. A tergo del suo ego, carattere scorbutico, c’è stato comunque un uomo. Vedere di sotto al suo ruvido pelo è un impegno che nessuno si è dato. Ater è un personaggio della Bibbia, della famiglia di Ezechia, che mise al mondo appena novantotto figli, probabilmente prevedendo che se tre di essi lo avessero trascurato, altri in buon numero lo avrebbero sostenuto. Ater è anche un aggettivo latino che significa nero, scuro, cupo, triste o maligno. Qualcosa che si è adattato perfettamente al destino di Mario che aveva la casa, in modo più che intonato, in via Pelù: un nome che riconduce, nella sua radice antica, alla palude, ad aree acquitrinose, umide e torbide.

Tutto sa di morte nei passi di Mario, portato in obitorio senza che si trovasse un familiare disposto a pagarne i funerali, men che meno a presenziarvi. Obire è un “andar verso”. Mario è andato incontro al suo giorno supremo da solo, perché accusato di avere un carattere insopportabile.I vicini del palazzo e di zona ed i suoi tre figli si direbbe oggi che non l’hanno retto: semmai eretto a qualcuno da evitare. 

Mario ora è solo un cadavere, ma fa ancora paura. Nessuno gli si è voluto avvicinare, neanche solo a un tiro di una manciata di soldi per saldarne il conto delle esequie. Al primo posto, in anticipo su tutto, sempre la conta delle ferite accusate per sua colpa. La sua discendenza non ha nome di Fede, Speranza e Carità. Evidentemente si è distratta la Fata Smemorina, non facendo dimenticare i mali subiti per mano di un padre che avrà fatto ingoiare un buon numero di rospi alla sua progenie. 

Mario, per il suo circondario, assediato dalla sua fama, è stato brutto come un rospo; non ha avuto alcun bacio per mutarsi in Principe. La sua pelle è rimasta quella di uno che in 90 anni di vita avrà sparso torti sul suo cammino. La vicenda è di questi giorni, avvenuta curiosamente nel Municipio di Grantorto in provincia di Padova. Mario se ne è andato il giorno del 13 dicembre, la ricorrenza di Santa Lucia, ma non ci sono stati miracoli. A nessuno si è allungata la vista del cuore.

Auto elettriche e agenda Draghi: una nuova politica la si fa sui fatti, non con i proclami.

Giuseppe Davicino

A una settimana dal successo di Elly Schlein alle primarie del Pd converrà portare l’attenzione sui fatti, al di là di tifoserie o pregiudizi, come suggerisce Marco Follini, e sulle differenti prospettive che i giudizi sui temi concreti rivelano.L’addio dato da Giuseppe Fioroni al Pd costituisce uno stimolo a orientare in questa direzione il processo di riaggregazione dei Popolari. Un percorso che da un lato evidenzia l’identità politica del popolarismo come elemento indispensabile per incidere sulla scena politica attuale, unito alla definizione di orientamenti programmatici che esprimono il modello di società che si intende costruire.

Su questo piano credo che dovrebbe risultare evidente a quanti si rifanno alla tradizione del popolarismo che le profonde trasformazioni in corso nella nostra epoca, riconducibili ad una triplice transizione verso il mondo multipolare, verso la sostenibilità sociale e ambientale e verso l’introduzione delle tecnologie digitali, sollecitano una risposta dalla politica, una capacità di guida e di costruzione di un orizzonte in cui tutti i ceti sociali possano riconoscersi, e in cui a prevalere sia sempre la dignità della persona umana come fine e non come strumento dei cambiamenti.

L’attualità ci offre degli esempi di metodo che forse si farebbe bene a non trascurare per il prosieguo del percorso di rilancio dei Popolari. Sulla questione del rinvio del voto sul divieto di vendita nell’Ue dei motori diesel e a benzina dal 2035, sono emerse due prospettive alternative. Da un lato, a uella dell’ambientalismo ideologico, pressoché indifferente all’impatto sociale dei divieti per motivi ecologici, che pretende una pianificazione economica trentennale (al 2055, superando persino la Cina che, pur essendo un’economia socialista di mercato, si ferma al 2049); e, dall’altro, la prospettiva liberale, sociale e popolare che crede nel ruolo del mercato regolato e del progresso scientifico, aperta dunque alle novità del futuro senza pregiudizi ideologici. In sostanza, per quanto riguarda l’Italia, questa seconda posizione è quella di quanti si riconoscono in quella che, per semplicità, si potrebbe definire l’agenda Draghi. La posizione che l’ex premier ha illustrato nel suo discorso all’Ocse (https://ildomaniditalia.eu/draghi-allocse-responsabilita-e-solidarieta-devono-andare-di-pari-passo-a-livello-nazionale-ma-anche-europeo/) volta a promuovere la ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni energetiche pulite, come l’idrogeno.

Ora, deve attirare la nostra attenzione il fatto che, il governo e direttamente la premier, abbiano ribadito la medesima posizione equilibrata di Draghi, in occasione della decisione sul rinvio del voto in sede europea sul bando del motori endotermici nell’Ue: la sostenibilità sociale ed economicadelle misure e l’apertura a tecnologie pulite diverse dall’elettrico, presenti e future. Si tratta solo di un esempio che ci dice che esistono due prospettive cui improntare i programmi. Una è quella ideologica, che riflette l’agenda di settori di miliardari occidentali e che sembra ottimamente rappresentata dal Pd di Elly Schlein: incentrata sulla decrescita, sull’imposizione di sistemi non sostenibili sul piano economico, che producono povertà, e da far accettare ai cittadino con i nuovi strumenti di tracciamento e sorveglianza digitali, nella logica liberticida della cittadinanza a punti, moderna forma di stato etico.  L’altra prospettiva è quella del buonsenso, della capacità di governare i cambiamenti nell’interesse di tutti, senza forzature ideologiche e nell’orizzonte di un nuovo umanesimo.

La lezione da trarre qual è? A mio avviso non basta dire che il Pd non è più il luogo in cui esprimere il riformismo di stampo cattolico democratico. Occorre anche provare a coniugarlo nel confronto con i problemi del presente. E non solo. Non bisogna sentirsi l’ombelico del mondo. Perché questa politica di centro, di cui l’universo frammentato dei Popolari rivendica la necessità e l’attualità, è di chi la sa esprimere con i fatti, non di chi si limita a proclamarla. In definitiva, serve una grande attenzione nel definire la prospettiva, l’orientamento programmatico di fondo che si intende perseguire. E per manifestarlo non c’è che il confronto quotidiano con i fatti, discernendo quanti remano nella direzione da noi auspicata e quanti contro.

No alla radicalizzazione politica

Giorgio Merlo 

Lo sapevamo e puntualmente si è verificato. Per consolidare la radicalizzazione della lotta politica nel nostro Paese ci vogliono due forze alternative che su questo versante, però, sono speculari. E Fratelli d’Italia da un lato e il nuovo Pd della Schlein dall’altro rispondono appieno a quell’obiettivo. E cioè, una permanente e strutturale radicalizzazione del confronto e della dialettica politica. L’esatto opposto di quello che storicamente sono stati il Centro e la ‘politica di centro’ nel nostro Paese. Certo, Giorgia Meloni sta assumendo, e giustamente, un comportamento fortemente ‘governativo’ e lo stesso approccio politico è cambiato profondamente rispetto a quando guidava il fronte dell’opposizione. Ma il grosso del partito, come si suol dire, resta legato – almeno per il momento – ad una concezione politica che fa della radicalizzazione e della polarizzazione la sua ragion d’essere.

Per quanto riguarda la sinistra, il ‘nuovo corso’ della Schlein ridisegna un partito che non solo radicalizza il conflitto politico ma, soprattutto, raccoglie la peggior tradizione della cultura della sinistra italiana. Quella che persegue l’obiettivo della delegittimazione morale dell’avversario/ nemico e, soprattutto, punta al suo annientamento politico. Anche solo dal linguaggio quotidiano emerge in metodo plastico quella volontà e quell’approccio. Già sin dall’inizio della sua leadership – ma questo era il metodo già usato nelle sue precedenti esperienze politiche – questa concezione intollerante e settaria era il filo rosso che legava e teneva insieme il suo approccio politico. Già sin dai tempi del movimento ‘Occupy Pd’, nato nei giorni in cui il Pd aveva scelto la candidatura di Franco Marini al Colle nel 2013, la Schlein interpretava un profilo radicale, libertario ed estremista del suo modo d’essere in politica. 

Nel caso specifico, oltre all’odio personale nei confronti del candidato prescelto dal Pd per il Colle, c’erano anche e soprattutto la profonda e radicata antipatia ed avversione verso quello che Marini concretamente rappresentava nella politica italiana. E cioè, la storia, la cultura e l’esperienza del cattolicesimo politico e sociale. Debbo dire che, su questo versante, la Schlein ha mantenuto una coerenza cristallina confermata anche dal lunghissimo confronto congressuale che ha caratterizzato la sinistra italiana in questi ultimi tempi. Una lontananza ed una avversione, quindi, nei confronti di una cultura fondante dello stesso Partito democratico…

Ma, al di là di questo fatto specifico, l’elemento che va ricordato di fronte a questa deriva, è che ‘la politica di centro’ accompagnata, com’è ovvio, da un vero e credibile partito di Centro, è l’unica alternativa per ridare qualità alla nostra democrazia, efficacia all’azione di governo, riconoscimento del pluralismo e centralità ad un rapporto fisiologico e ‘normale’ tra le varie forze politiche in campo. Un Centro che si impone e che è sempre più necessario alla luce delle dinamiche concrete che dominano la politica italiana dopo il voto del 25 settembre scorso e, soprattutto, dopo l’esito delle primarie del Partito democratico. È persin inutile ricordare che questo progetto politico può realmente decollare solo e soltanto se viene valorizzato e contemplato l’apporto della cultura e della tradizione del cattolicesimo politico e sociale del nostro Paese.

L’Italia, dopo anni di desertificazione della politica, ha bisogno di un «nuovo centro».

Domenico Cutrona

La Costituzione, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal Capo provvisorio dello Stato il 27 dicembre 1947, entrava in vigore il 1° gennaio 1948. Con essa l’Italia riacquistava appieno il sistema dellelibertà che era stato cancellato nel ventennio fascista. Il Paese, da quel momento, si avviava alla sua ricostruzionepolitica, economica e morale. Alcide De Gasperi, leader della Democrazia cristiana, rappresentò il principale attore di quella straordinaria opera di rilancio. 

L’Italia, grazie alla spinta delle forze democratiche e riformatrici, arrivava ad essere la quinta potenza industrialedel mondo. Certamente, nel corso della Guerra fredda la contrapposizione con i comunisti era iscritta nell’ordine delle cose, ma il rapporto tra i vari partiti non doveva mai mettere in discussione la saldezza delle istituzioni. Quando il terrorismo, sull’onda del post ‘68, giunse a configurarsi come una minaccia intollerabile, anche il Partito comunista si schierò per coerenza a difesa dello Stato democratico. Di fronte al «caso Moro» si ripropose l’unità nazionale che aveva caratterizzato la fase costituente.

A mettere sottosopra l’assetto democratico del Paese ha provveduto la cosiddetta rivoluzione di Mani Pulite. Il biennio 1992-1994 ha dato vita alla distruzione dei due principali partiti di governo, la Dc e il Psi, oltre alle altre forze politiche minori. Questo processo implosivo ha determinato una sorta di «scollamento» tra società erappresentanza politica, con l’insorgere del fenomeno sempre più incontrollabile della personalizzazione – e conseguente radicalizzazione – della lotta democratica. Dunque, la società diventa liquida proprio perché vengono a mancare sul piano politico i tradizionali punti di riferimento. Le distorsioni susseguenti – leaderismo, sovranismo, populismo – non sono altro che il prodotto di una vagheggiata Seconda Repubblica.  

Ora ci ritroviamo con la destra in prima fila. Le ultime elezioni hanno visto il trionfo di Fratelli d’Italia e la dispersione delle forze di centro sinistra. All’elettorato si è  dato in pasto la riduzione dei parlamentari, senza che la scelta abbia significato un riordino più generale del sistema istituzionale. Nel frattempo, auspice la Lega, riemerge il disegno di un’Italia disarticolata, con la separazione crescente del Nord dal Sud in forza della riforma del regionalismo differenziato. In questa ottica, le regioni che denunciano carenze di servizi resteranno ancora più indietro. 

Che dobbiamo dire? Manca evidentemente un «centro» capace di equilibrare le spinte più radicali; manca una cultura della mediazione adatta ai tempi attuali; manca, in realtà, un partito che svolga quel ruolo di «mediazione creativa» che qualificò l’impegno straordinariamente lungo e fecondo della Dc. Per altro, occorre dare una risposta alla desertificazione morale della politica. Per questo si moltiplicano i richiami e le sollecitazioni in ordine alla possibile rinascita di una forza popolare di matrice cristiana. Non si tratta di guardare indietro, bensì di ricreare le condizioni per le quali un «centro dinamico» assolva a una funzione decisiva di guida politica, secondo i principi e i valori ispiratori della nostra Costituzione. Non dobbiamo rifare la Dc, ma porci l’obiettivo di seguire le orme di un partito, quale appunto la Dc, che nell’arco di mezzo secolo ha accompagnato l’Italia nel suo cammino di crescita e di progresso.

Domenico Cutrona

Segretario del Movimento Popolare Federalista Europeo

Le ferite nascoste del «terragno» Bruno Astorre: il commosso addio di Goffredo Bettini.

Goffredo Bettini

Se ne è andato nel modo più triste, solitario, doloroso e sconcertante. Bruno Astorre è stato fino all’ultimo un dirigente importante del partito di Roma e del Lazio. Direi persino, per molti aspetti, decisivo. Senatore, segretario regionale, personalità radicata e influente, saldissimo punto di riferimento soprattutto nella provincia di Roma e per tanti amministratori e sindaci. 

Lo conobbi quando era ancora molto giovane, prediletto discepolo di Severino Lavagnini, uno dei capi dei popolari italiani e fraterno amico di Franco Marini. Con Lavagnini avevo stabilito negli anni ’90 un rapporto di complicità e intesa politica. Mi piaceva di lui la lealtà inderogabile una volta che ci si era stretti la mano. Una tecnica politica raffinata, arguta, condita da quella furbizia che non si trasformava mai in un atteggiamento furbesco. Bruno era lì, instancabile nel lavoro e capace di ascoltare e imparare con una rapidità impressionante. Alla morte di Lavagnini mi venne naturale stabilire anche un legame con i suoi amici prediletti. 

Bruno era uno di questi. Lui veniva dalla Democrazia Cristiana ed io dal Partito Comunista, due tradizioni così diverse. Eppure proprio quelle tradizioni riuscivano, nella loro parte migliore, a farci intendere in modo diretto ed immediato. Egli aveva un grande rispetto delle gerarchie e dei valori in campo. Lo esplicitava con simpatico candore. Eppure non era certo persona da farsi mettere i piedi addosso. Aveva una forza e una capacità di decisione assai rare in mezzo a tanti politici che sembrano costantemente “canne al vento”. Aveva mutuato, e lo ripeteva spessissimo, un mio termine: “terragno”. L’ho usato spesso nei miei discorsi e nei miei libri. Significa non sopraelevato rispetto alla terra. E quindi alle persone, alla vita, alle sofferenze e alle speranze che ogni cittadino nutre dentro sé stesso. 

E lui diceva: io sono “terragno”. Con orgoglio. Con un senso di sfida verso i chiacchieroni che poi in realtà non concludono nulla. In effetti Bruno era “terragno”. Era cresciuto in un rapporto viscerale con i territori che lo avevano visto nascere e maturare. Gli piaceva risolvere i problemi, ascoltare e organizzare la gente semplice, muoversi dentro una prospettiva concreta e verificabile in tempi brevi. Egli, tuttavia, intuiva anche i processi politici più di fondo. E non l’ho mai visto fraintendere da che parte tirava il vento giusto della politica. Il suo potere nel Lazio è stato esteso e duraturo. Ha servito Zingaretti e la sua giunta. Gli è stato particolarmente vicino anche quando il presidente della Regione fu eletto segretario del partito. Lo ha fatto in sintonia con il suo indissolubile e fraterno amico Daniele Leodori. Un compagno straordinario per valore e umanità. 

Qualche anno fa, ormai lontano dalle dinamiche di gestione del Pd di Roma e del Lazio, chiamai Bruno e Daniele, come facevamo ogni tanto, a parlare un po’ dei problemi sul tappeto. Locali e nazionali. Mi era dispiaciuto molto che una valente consigliera regionale come Marietta Tidei si fosse allontanata dal partito, per confluire in Italia Viva. Dissi loro, pur non sapendo le motivazioni di quella scelta, che occorreva avere attenzione verso tutte le compagne e i compagni, gli amici e le amiche. Consigliai loro misura e prudenza. Mi ringraziarono e tennero conto di quelle mie parole perché sapevano bene non pronunciate per interessi personali, né tantomeno per nutrire una corrente che non ho mai avuto. 

Bruno appariva forte, persino ruvido. Con un sorriso aperto e una viva empatia, ti metteva a tuo agio. In superficie sembrava inossidabile. Eppure avevo ben intuito che dietro quella maschera si nascondeva una fragilità. Appena eletto alla Regione e poi nominato assessore ai lavori pubblici, ci intrattenemmo a parlare sulla sua nuova esperienza. Non era affatto contento. Soffriva la responsabilità. Aveva un sentimento di inadeguatezza. Avvertiva una forma di depressione nascosta. Superò quella fase. Ma so per esperienza personale che le faglie dell’anima si possono riassestare, ma mai rimarginare completamente. Sono ferite che continuano a vivere, a produrre, a tormentare. Non si cicatrizzano come la pelle del corpo. Non si acquietano, producendo nuovi tessuti. 

La vicenda di Bruno conferma questa mia dolente visione. E conferma anche una cosa vera e semplice. Che non vuole colpevolizzare nessuno. Ma semmai è una riflessione da fare collettivamente. In modo serio e definitivo. Cosa è diventata la politica anche nel Pd? La comunità politica un tempo curava le persone. Vale a dire, se ne prendeva cura. Giudicava ma recuperava. Promuoveva ma senza scandalose e improvvisate carriere. Era composta di aree di pensiero, ma mai di cordate acefale, ciniche ed escludenti verso gli altri. 

Nessuno, dentro tale andazzo, indovina veramente i pensieri dall’altro. Soli in una società frammentata, nei partiti siamo ancora più soli. Perché troppe volte divisi e in guerra. Una delle ultime volte che ho incontrato Bruno eravamo tra tanti amici. Maurizio Venafro, Michele Civita, Fabrizio Zanoni e Daniele Leodori. Ricordo questi. Era per festeggiare il suo matrimonio, al quale non ero riuscito a partecipare perché fuori dall’Italia. Lui ordinò il solito polpettone, che il ristorante sapeva essere il suo piatto preferito e abituale. Mi sembrava sereno, soddisfatto per la nuova vita che gli si parava di fronte. Sia lui che Daniele mi vollero far sentire l’affidamento che loro avevano nei miei confronti. Nel modo più disinteressato e generoso. Poi gli eventi politici sono rotolati in maniera imprevedibile e sbilenca. Con mesi di incertezze e di sconfitte. 

Non mi resta che abbracciare con tutto l’affetto possibile la sua cara moglie e tutta la sua famiglia. Dopo lo sforzo di questi mesi, in condizioni fisiche assai precarie, dopo le regionali e l’esito del congresso, sono partito. Non sarà possibile per me accompagnare Bruno al suo funerale. Ma non è la mancata presenza fisica che può anche minimamente scalfire la mia partecipazione a un dolore immenso e al rimpianto di non aver saputo aiutare non solo un collega di partito ma un amico, un compagno di lotta, una persona perbene sempre pronta ad aiutarmi e a sostenermi.

[Il testo qui riproposto appare sul profilo Fb dellautore]


Schlein e Meloni: tempi inediti da interpretare.

Marco Follini

La vittoria di Elly Schlein appare come una piccola rivoluzione nel tempio politico del riformismo. Naturalmente si discuterà a lungo su quale sia la portata di questa “rivoluzione” e verso quali esiti essa possa condurre. E ancora, su quali forze potrà ancora contare quel riformismo di cui il Pd si è sempre proclamato interprete. Ma non c’è dubbio che il risultato delle primarie a sinistra cambi molte cose tra quelle che fino a poco tempo fa si usava dare per scontate. 

Naturalmente anche questa “rivoluzione”, se così vogliamo chiamarla, si è avvalsa dell’autorizzazione di qualche carabiniere. Dietro la fresca immagine della nuova leader del Pd si staglia infatti l’attivismo del vecchio apparato del Pci d’un tempo. Per non dire di un certo movimentismo correntizio postdemocristiano. Cose che capitano, in tutti i partiti. Ma che forse dovrebbero suggerire letture meno oniriche di quelle che vanno per la maggiore. Si tratterà insomma di vedere Schlein all’opera. Girando alla larga, per quanto è possibile, dall’elegia dei tifosi e dal pregiudizio dei sospettosi. 

Il galateo della politica richiede infatti di aspettare almeno qualche attimo prima di prendere posizione. Anche se è evidente che la sfida che ora si delinea tra Meloni e Schlein annuncia fin d’ora una radicalizzazione della lotta politica. Ed è curioso che siano due donne appassionate a dare fiato alle trombe di una contrapposizione che promette di essere tutt’altro che mite e remissiva. Segno dei tempi, e di tempi piuttosto inediti, anche questo.

Fonte: La Voce del Popolo – 2 marzo 2023

[L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]


Mutamenti e continuità in Africa | L’Osservatore Romano. 

Giulio Albanese

Le società africane stanno subendo da diversi anni una costante metamorfosi dovuta ad una serie di fattori sui quali vale la pena riflettere. Non pochi studiosi hanno affrontato la questione evidenziano uno scenario molto complesso. Da una parte le comunità autoctone, sia nelle zone rurali come anche nelle città hanno subito gli effetti dei rapidi cambiamenti, anche traumatici, avvenuti nel periodo compreso tra la fine del secolo scorso e l’avvento della cosiddetta post-modernità. Basti pensare che nel 2000, l’intera Africa subsahariana contava meno linee telefoniche fisse della sola Manhattan. Già nel 2006, il 45 per cento delle comunità rurali in Africa era coperto dal segnale Gsm. Oggi invece, grazie alla telefonia mobile, oltre un miliardo di persone ha accesso ai network locali. Questo sviluppo tecnologico ha fatto sì che attraverso la rete Internet in molti Paesi si possa usufruire di servizi digitali, pubblici e privati.

Al contempo, fenomeni come l’urbanesimo stanno avendo un notevole impatto sul modus vivendi delle popolazioni. Basti pensare che attualmente la componente insediata nelle città africane è di circa 500 milioni e le proiezioni indicano che nel 2030 supererà il miliardo di persone, oltrepassando la quota rurale. Se a tutto questo aggiungiamo gli effetti del sistema mercantilista internazionale che, con declinazioni diverse, sottrae da secoli ai Paesi africani la maggior parte del loro surplus, è evidente che si acuiscano a dismisura la povertà e la conseguente esclusione sociale dei ceti meno abbienti. Sebbene in questi anni vi sia stata una relativa crescita, in termini percentuali, del prodotto interno lordo (pil) a livello continentale (anche se poi interrotta dalla pandemia e comunque ora frenata dalla crisi russo-ucraina), le diseguaglianze sono cresciute.

Emblematico è il caso della Nigeria, colosso economico africano, ricco di idrocarburi, con un pil stimato attorno ai 500 miliardi di dollari e una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti. Ebbene in questo Paese, secondo l’Ufficio di statistica nazionale, vi sono 133 milioni di persone, pari al 63 per cento della popolazione, che soffrono la povertà e di queste 91 milioni vivono in condizioni di povertà estrema, la maggior parte dei quali sono giovani. La Nigeria — è bene sottolinearlo — ha una popolazione la cui età media è di 18,5 anni e un tasso di disoccupazione stimato attorno al 33,3 per cento. Motivo per cui la delinquenza è sempre più violenta e difficile da contenere.

Parlando sempre della dialettica tra passato e futuro, il persistere di pratiche ancestrali come le mutilazioni genitali femminili in alcuni gruppi etnici, che recano danni fisici e psicologici di breve e lungo termine alle donne, costituisce un serio problema e stride con le istanze di sviluppo poste dai governi locali. In alcuni Paesi, come la Somalia, l’Egitto e il Sudan, la percentuale di donne, ragazze e bambine mutilate supera l’80 per cento. In Kenya e Nigeria siamo tra il 26 per cento e il 50 per cento, mentre in Camerun e in Niger i numeri scendono fino al 10 per cento. A parte le convinzioni religiose, le ragioni dietro la circoncisione femminile sembrerebbero risiedere spesso nell’assetto patriarcale di molte delle società e delle comunità: una forma di controllo del corpo e delle funzioni riproduttive delle donne, non padrone del proprio corpo ma alla mercé del potere e della volontà dei parenti maschi.

Sebbene l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) consideri la circoncisione femminile «una violazione dei diritti umani delle donne», queste pratiche riscuotono un forte sostegno nelle comunità in cui vengono attuate. Le stesse donne che le hanno già subite durante l’infanzia desiderano che le proprie figlie vi siano sottoposte, in quanto il rituale conferisce uno status sociale, rispetto, riconoscimento pubblico e integrazione con la società di appartenenza.

Già nel 1985 Catherine Coquery-Vidrovitch, storica e africanista francese di fama internazionale, nel suo saggio Afrique noire rilevava: «Dal punto di vista economico, sociale, politico e ideologico, i sistemi, i meccanismi e le prospettive che guidano gli Stati africani sembrano contraddittori, poiché al loro interno coesistono e interagiscono elementi ereditati da un passato talvolta lontano, spesso ormai incongrui, ed elementi che appartengono a un futuro più desiderato che progettato». Dopo oltre trent’anni dalla pubblicazione di quest’opera dell’editrice parigina Payot, è il caso di dire che le difficoltà del tempo presente in Africa costituiscono una dilatazione spazio-temporale di quanto scrisse Coquery-Vidrovitch.

Peraltro, già allora, nel 1985, questa studiosa aveva prefigurato il rischio della «periferizzazione» dell’Africa da parte di quel fenomeno macroeconomico conosciuto come globalizzazione dei mercati. Da questo punto di vista, le strategie messe in atto oggi da potentati stranieri d’ogni genere all’insegna del neocolonialismo tendono a minare i tentativi africani di riscatto, contribuendo a procrastinare nel tempo la debolezza sistemica dell’Africa. Se questo continente continua ad essere costantemente esposto alle rivalità internazionali (particolarmente in questa stagione segnata dalla crisi del multilateralismo) è perché esso viene percepito dai mercati come terra di conquista. Si tratta di una vulnerabilità che accresce costantemente l’insofferenza delle masse africane. Un’insofferenza rispetto alla quale la società civile — intesa come espressione qualificata della galassia di associazioni, organizzazioni non governative, movimenti, gruppi e Chiese cristiane — tende a posizionarsi promuovendo forme native di gestione del potere, del welfare e dell’economia basate su rapporti di vicinato e di prossimità. Il recente viaggio africano di Papa Francesco a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) e Giuba (Sud Sudan) ha messo in evidenza, soprattutto nelle aree di persistente belligeranza dove lo Stato di diritto viene sistematicamente misconosciuto, la formidabile crescita del settore cosiddetto informale, con le sue istituzioni parallele, le sue innumerevoli ramificazioni, in difesa della pace, della giustizia e della partecipazione popolare.

Questi progressivi cambiamenti vengono sostenuti dalla crescita demografica africana che rappresenta una variabile rispetto alla quale i Paesi industrializzati fanno effettivamente fatica a misurarsi. In effetti, nel giro di meno trent’anni tutti gli elementi che caratterizzano attualmente il continente africano avranno subito un’alterazione difficilmente pronosticabile con i nostri odierni strumenti di analisi. In altre parole, il pessimismo e allarmismo (rispetto, ad esempio, al tema della mobilità umana) che suscitano le previsioni a breve e medio termine non possono essere validamente estese al lungo periodo. Sta di fatto che la popolazione africana sta aumentando in maniera esponenziale. I dati che elaborati da The United Nations Department of Economic and Social Affairs (Desa) sono a dir poco eloquenti. In base ad essi si apprende che nel 1950 la popolazione africana era di 221 milioni di persone. Adesso, essendo arrivata a 1.400 milioni, vuol dire che essa, nel giro di soli 73 anni, è aumentata di oltre il 630 per cento. 

Ma la crescita non finisce qui. Infatti, sempre in base alle previsioni dell’Onu, la popolazione africana sarà pari a 2.500 milioni di persone nel 2050 (un quarto della popolazione mondiale). D’altronde, se si considera che oggi l’età media in Africa è di vent’anni, non c’è molto da stupirsi di fronte a queste proiezioni. Nel frattempo, sempre nel 2050, l’Europa rappresenterà il 5 per cento dell’intera popolazione planetaria. Questo significa che in meno di trent’anni, la demografia africana giocherà un ruolo rilevante. Questa crescita assumerà proporzioni tali da costringere le popolazioni urbane a modificare il loro modo di vivere o di sopravvivere? O forse creerà condizioni più favorevoli, attraverso ad esempio una sana cooperazione tra Nord e Sud del mondo? Anche perché la vecchia Europa, se vorrà continuare ad essere competitiva sul versante dell’economia reale, avrà necessariamente bisogno di risorse umane africane.

Ecco perché sarebbe auspicabile la definizione di un Patto migratorio euro-africano che possa ridare dignità alla mobilità umana, scongiurando ogni forma di tratta delle persone, governando i flussi nel rispetto del valore della vita. Per dirla con le parole di Papa Francesco: «Non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensarci alla luce del bene comune, con un senso comunitario, ovvero come un “noi” aperto alla fraternità universale».

Fonte: L’Osservatore Romano – 3 marzo 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano stampato nella Città del Vaticano]

La burocrazia scolastica  non può distorcere una legge dello Stato a tutela dei lavoratori fragili.

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Francesco Provinciali 

Il “Decreto milleproroghe” è stato convertito in legge 24/2/2023 n.14 – pubblicata sulla GU 49 del 27 febbraio 2023. Al paragrafo relativo ai provvedimenti in materia di lavoro e previdenza viene tra gli altri punti precisato il seguente, che riguarda la vexata quaestio delle tutele dei lavoratori fragili, una monografia lunga tre anni rimaneggiata e modificata più volte in sede legislativa, evidenziando le indecisioni e le contraddizioni della politica e suscitando il comprensibile disgusto dei malcapitati. Il testo “proroga al 30 giugno 2023 il diritto al lavoro agile per i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, fragili rientranti nelle condizioni di fragilità di cui al DM 4 febbraio 2022 o più esposti a rischio di contagio su indicazione dei medici competenti, nonché per i genitori lavoratori dipendenti del settore privato che hanno almeno un figlio minore di anni 14 (art. 9, c. 4-ter, 4-quater e 5-ter)”. 

Una delle ragioni per cui queste tutele hanno avuto una vita lunga e travagliata è dovuta al fatto che nel settore pubblico sono compresi i docenti della scuola per i quali – in caso di lavoro agile – occorrerebbe provvedere alla sostituzione in servizio con personale supplente. Questione di “fondi” – quindi – ma allora quei 16 milioni stanziati dalla legge 14/2023 per lo smart working…a cosa dovrebbero servire? Un dipendente ATA che lavori a casa non deve essere sostituito.

Resta da vedere se quella cifra è sufficiente o meno per le spese di supplenza: la cifra è esigua e francamente miserevole e vergognosa se la si compara ad altri stanziamenti per bonus, prebende, concessioni e regalie.  Mi pare tuttavia di capire che il testo legislativo non esprima dubbi circa l’estensibilità del lavoro agile anche al personale della scuola e – pertanto – ai docenti stessi. Non citando esplicitamente questa categoria di lavoratori pubblici…ne consegue che non la esclude. La puntualizzazione più rilevante riguarda invece il fatto che la tutela viene estesa ai lavoratori fragili le cui patologie sono comprese nel DM 4/2/2022  (previa esibizione di documentazione comprovante, evidentemente). Mentre la visita del medico competente è prevista per i soggetti a rischio non inclusi nel citato DM.

A mio modesto parere questo diritto di accesso al lavoro agile così come descritto dal testo di legge si configura come “diritto soggettivo” (piuttosto che come “interesse legittimo” occasionalmente protetto) derivante dall’inclusione della patologia tra quelle del DM 4/2/2022 e si può esercitare a domanda, senza obbligo (la legge stessa lo precisa) di  sottoscrizione di un accordo individuale. Il Dirigente scolastico può adibire a mansione diversa i docenti in possesso dei requisiti di accesso e non è un caso che la “formazione” rientri tra quelle che un docente può svolgere a domicilio. In teoria la procedura di inoltro dell’istanza e il collocamento in smart working è più agevole di eventuali ostacoli burocratici che possano essere frapposti. Non sarebbe giustificabile una “resistenza” della burocrazia ministeriale che insistesse nel voler introdurre (o meglio mantenere, come è stato “in pratica” finora, per mancanza di chiare disposizioni attuative) una ingiusta discriminazione nell’ambito del settore pubblico che la stessa legge non prevede.  

La burocrazia a cui compete nell’immediato fornire indicazioni agli uffici periferici non può distorcere una legge dello Stato che letteralmente non introduce distinzione alcuna tra categorie di lavoratori compresi nel settore pubblico: la tutela spetta “ope legis” se la patologia è inclusa nel Dm salute del 4/ 2 /2022. Ora il rischio incombente è che se non saranno date indicazioni univoche su tutto il territorio nazionale potranno verificarsi dei contenziosi a livello locale.  La burocrazia ricordi che un giudice applica e interpreta la legge prima delle circolari. E comunque applica un principio di gerarchia normativa in cima al quale ci sta la Costituzione : una legge che stabilisce un diritto fruibile dai lavoratori pubblici e privati non può essere discrezionalmente interpretata se applica un principio costituzionale di uguaglianza. Chiaramente i dirigenti scolastici attendono istruzioni che li mettano al riparo da rilievi contabili o viceversa da ricorsi di avvocati del lavoro: ne hanno tutto il diritto, anche loro devono essere tutelati.

Forse la politica è consapevole di non aver risolto fino in fondo il problema con l’assegnazione di fondi adeguati. Ma questa è una colpa che abbiamo già ampiamente stigmatizzato in occasione del cd. “decreto aiuti-bis” voluto dal Ministro pro-tempore Orlando. La gente (i malati, i fragili su tutti) sente parlare di bonus per i cani e concessioni balneari e si forma un convincimento. Ma non deve subire le conseguenze dell’inazione amministrativa. Giungono notizie di dirigenti scolastici che richiesti da docenti di poter svolgere lo smart working (con tutti i crismi del DM salute citato) li spediscono alla visita collegiale c/o la RTS del MEF con il rischio di farli demansionare o licenziare. L’inclusione della patologia di cui sono portatori nel DM 4/2/2022 li certifica “fragili” senza bisogno di ulteriori accertamenti e la tutela che si deve applicare alla loro condizione di fragilità non è la valutazione discrezionale di una commissione di verifica, poiché la fattispecie da applicare è quella indicata dalla legge 24/2/2023 n.° 14. Si tratta a questo punto di applicarla. O valgono ancora le parole di Dante Alighieri: “Le leggi son ma chi pon man ad esse?”.

Mediterraneo, mare innocente di un tempo. Dov’è, nella catastrofe dei naufragi, la misura del dovere e della responsabilità?

Giovanni Federico

Acque agitate nei mari italiani. Per adesso Sicilia e Calabria si contendono gli sbarchi di uomini di sponde lontane. La recente tragedia di Cutro ha messo inevitabile pressione alla politica. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sollecita l’Europa a iniziative di maggiore cooperazione con i Paesi d’origine e transito dei flussi migratori e chiede alla Ue di non lasciare sola l’Italia davanti ad una pressione migratoria senza precedenti. Del suo pari, navi di altre terre hanno chiesto e chiederanno nei giorni a venire di alleggerirsi del loro carico umano fatto di poveri disgraziati, subito in cerca di una salvezza e dopo di un futuro. Quei legni hanno nomi altisonanti che si qualificano da soli. Si sa della Humanity, della Ocean Viking, poi addirittura della Rise Above (quella cioè che si erge sopra di tutti) ed infine della Geo Barents, dal nome dell’esploratore di quel mare al Nord della Norvegia e della Russia. Troppo freddo da quelle parti, ora meglio ripiegare solcando le acque più calde del Sud.

C’è un Ministro dell’Interno dal cognome significativo: Piantedosi, che ficca, deciso, i paletti della sua politica nel mare, come a terra, perché sia chiaro il nuovo corso della gestione dei singulti del Terzo mondo. Ci sono un po’ di convenzioni internazionali a disciplinare la materia. Una ha per acronimo il nome di SOLAS (Safety of Life at Sea) che letta asciuttamente sembra più che altro una fregatura. Un’altra convenzione disciplina le zone SAR (Search and rescue), cioè di ricerca e soccorso. Solo una “S” le separa dalla SARS, una sindrome respiratoria acuta e severa che ha preso il cuore degli Stati europei e non li fa più ragionare a dovere con l’umanità che si richiederebbe. Quello che accade nel Mediterraneo non sembra affar loro, hanno imparato da Ponzio Pilato che in zona era uno che ha lasciato un segno niente male.

Si dovrebbe metter mano ai trattati ed intanto poveri uomini sono trattati quasi da essere tritati da un fiume di parole importanti che, scomodandosi a sproposito, macinano la loro modesta attesa. Il Mediterraneo da mare innocente di un tempo è diventato scuola di cavilli legulei più maliziosi delle onde che li sostengono. È roba di diritti da rispettare, di schiene dritte da contrapporre al disordine, di dritti furbastri che scaricano sull’altro ogni incombenza.

Sul campo si litiga di vocabolario. Se fossero migranti, c’è una procedura da rispettare, riconoscimenti da mettere in atto e via con carte bollate. Molte volte quegli uomini salgono a bordo delle navi, trasportati sotto bordo da imbarcazioni più piccole chiamate “Feederers”, “Alimentatori”, forse di speranza o di portafogli per chi vi si presta. Migrano gli uomini come gli uccelli. Tanto perché si sappia, in medicina migrano anche talvolta degli organi spostandosi, in modo attivo o passivo, a seconda delle circostanze ignote. L’accertamento delle effettive cause e volontà di questo o quel pellegrinaggio di carni complica ancor più il quadro dei fatti.

Se sono naufraghi vanno fatti sbarcare e dovranno presentare domanda di asilo. Quando una nave si frange in mille pezzi, chi vi è sopra va tutelato. Si frangono le onde contro i cadaveri che le ingombrano nel loro procedere, si infrangono contro un muro di gomma le preghiere dei supplici per un nuovo destino. Fragili sono quelli in prima fila, franti anch’essi di fisico o di psiche e vanno assistiti comunque siano le cose della legge. Riconosciuti come tali, stanno sbarcando in quel di Catania. Fragile è l’Europa che non sa destreggiarsi e cade miserabilmente in difetto ed in colpa, affogando insieme alle sue contraddizioni ed egoismi. Fragoroso è il ronzio del mare che continua a fare da sfondo, le onde stanche di morti da rollare e di Stati da sopportare.

Radicalità, il cambiamento che serve all’Italia? La lezione di De Benedetti e i dubbi che solleva.

 

 

Gabriele Papini

 

Riconoscere in Carlo De Benedetti un campione di ciò che egli ritiene necessario per il Paese, un cambiamento radicale, viene abbastanza arduo. Radicalità. Il cambiamento che serve all’Italia (edito da Solferino) è il libro con cui l’Ingegnere – classe 1934 – invece che “cercare la quiete” come converrebbe a persone della sua età (è lui che lo scrive) avanza proposte, convinto che questo sia “il momento della tempesta”.

 

Il titolo del volume avrebbe maggiore senso se lo avesse scritto uno storico marxista e non uno dei protagonisti del capitalismo italiano negli ultimi decenni. Infatti, più che radicale, l’Ingegnere, è stato più volte inserito nella categoria dei radical chic. Concetti e riflessioni, contenuti nel volume, che l’Ingegnere ha più volte ribadito in diverse interviste sui mass media, con alcune finali “riflessioni sulla vecchiaia”: quasi una sorta di De Senectute. Il capitalismo che ha tradito la sua promessa fondamentale, quella del benessere generalizzato; il dilemma tra libertà e sicurezza in un mondo multipolare; le crescenti disuguaglianze sociali, che divorano dall’interno le società e le democrazie; il nostro povero Pianeta, la “casa comune” che di tutte queste ingordigie ne fa le spese. Insomma un manifesto politico, buono forse per la nuova segretaria del Partito Democratico, che con l’Ingegnere condivide la nazionalità svizzera e (forse) alcune conoscenze nel “salotto buono” del mondo accademico e finanziario.

 

Poi c’è la storia personale di De Benedetti: imprenditore di successo, finanziere, editore (non puro, a proposito di “salute della democrazia”) che di radicalità, in questa storia economica (spesso sovrapposta a quella del Paese) si è nutrito ben poco e ancor meno l’ha subita. Alcuni cenni biografici ripercorsi nel volume restano illuminanti: i 100 giorni in Fiat, i rapporti con l’Avvocato Agnelli, l’esperienza in Olivetti, la visita a Cupertino con Elserino Piol (e l’incontro con un giovane Steve Jobs “vestito da straccione”), l’avventura nei giornali: la guerra di Segrate, il controllo del gruppo editoriale Espresso-Repubblica (con la contestata cessione ai figli) e infine il quotidiano Domani.

 

In definitiva, il volume appare la lezione di un esponente del capitalismo che la radicalità più che applicarla l’ha insegnata. Coinvolto nel capitalismo radicale, quello sì, più che assolto da esso. Naturalmente non si tratta di considerare la ricchezza una colpa, ma “bisogna assomigliare alle parole che si dicono. Forse non parola per parola, ma insomma ci siamo capiti…”.

Schlein, ma sarà un vero capolavoro?

Il Bertoldo

L’elezione a valanga della Schlein, benedetta dal solito ed intramontabile “circo barnum” della galassia della sinistra italiana – composto da conduttori televisivi, artisti, cantanti, comici da talk show, influencer sanremesi, girotondini vari, sardine, intellettuali à la carte, opinionisti e commentatori al soldo – può, comunque sia, fare chiarezza nella politica italiana. E questo è certamente positivo. La destra farà la destra, la sinistra – seppur di stampo radical/libertaria e massimalista – farà la sinistra e il centro, infine, farà il centro. E sin qui tutto bene. E siamo anche convinti, al riguardo, che la Schlein incrementerà i voti al suo partito, prosciugando i populisti grillini – con cui, come ovvio, siglerà un “patto d’acciaio” – e aggregando i vari petali della galassia della sinistra italiana. Quelli che, un tempo, veniva definita come la “sinistra extraparlamentare”.

Detto questo, restano alcune domande che “il Bertoldo” non può non fare. E cioè, come si risolverà la “competizione/collaborazione” del Pd con i 5 stelle? Come coinvolgerà e dominerà le 20 correnti del partito e, soprattutto, gli storici ed antichi capi corrente che l’hanno appoggiata con forza e determinazione? Quale sarà il criterio con cui procederà alle nomine dei dirigenti in un partito che, dopo la parentesi delle primarie, riprende ad essere militarmente correntizzato?

Quando il Centro, per quel poco o tanto che conta, saluterà definitivamente la Schlein al suo destino – con sommo piacere, soddisfazione e compiacimento della neo eletta – come si comporteranno i cosiddetti ex Popolari del suo partito? E, infine, la voglia di radicalizzare la lotta politica, il desiderio di delegittimare moralmente gli avversari/nemici – che per la Schlein, almeno stando ai pronunciamenti del passato e a quelli contemporanei, sono semplicemente persone e partiti da annientare politicamente – come si coniugherà con il “politicamente corretto” del rispetto delle persone e della buona educazione?

Insomma, nel “nuovo corso” del Pd vincerà il “circo barnum” dei nani e delle ballerine o il realismo della politica? Questo era e resta il vero bivio della nostra “pasionaria”.

Dibattito | Il problema dell’identità dei democratici cristiani.

Luigi Rapisarda

La scommessa sembra di quelle destinate a lasciare il segno dopo trent’anni di dispersione nei tanti lidi del sistema bipolare che ancora oggi costringe nelle diverse realtà istituzionali a scegliere tra poli contrapposti. Non potendosi negare minimamente che con la segreteria di Elly Schlein sono destinati a nuove strutturazioni tutti i vecchi rapporti politici in quel versante. Ma è soprattutto nell’alveo della componente cattolico democratica e popolare che il dirompente smarcarsi da un più che decennale tentativo di ibrida fusione progettuale, sovente sbilanciato, ora su un versante ora su un altro, impone un nuovo modello di visione politica e progettuale sulle orme di un patrimonio identitario nella consapevolezza di riempire finalmente un vuoto politico e di metodi che da tempo molti elettori attendono, financo a disertare massicciamente le urne.

Una ragione in più, avendo a cuore le sorti delle nostre comunità, per essere,il nostro fattivo contributo avvertito, nel quotidiano impegno, piccolo o grande, come un dovere ineludibile che, oltre a trovare ragion d’essere in quel severo monito incarnato dal crescente abbandono dell’esercizio del propri diritti politici, attraverso il quale ciascun cittadino è chiamato ad esprimere solennemente la propria sovranità, non ci esime dall’impegno di non disperdere le preziose energie in nuovi esperimenti ed intese con forze politiche che coltivano da tempo tatticismi nei metodi e scelte radicali in tema di diritti. È oramai un dato comune come scrive Giorgio Merlo su questo giornale, la nuova sfida che i popolari si accingono a intraprendere: “..d’ora in poi, si apre anche una stagione dove l’unica cosa che non si può e non si deve fare è quella di cullarsi nel richiamo del passato o di bearsi degli errori altrui. All’opposto, adesso si tratta di aprire un “cantiere” politico e progettuale che, seppur partendo dalla cultura popolare e cattolico sociale, sappia elaborare un progetto per l’intera società.”

Come  è stata quasi unanime la reazione di tutto quel mondo di cattolici in politica, che ha sempre guardato nella sinistra post-comunista l’unico possibile punto di incontro tra le due culture, a sostegno della decisione  di  Giuseppe Fioroni di non stare un minuto in più, dopo la proclamazione di Elly Schlein a segretario del Pd, ribadita all’incontro al Parco dei Principi, a Roma, dove ha preso forma “Piattaforma Popolare-Tempi Nuovi.  Emblematica appare l’eco di così pregnante affermazione nel suo articolo su questo giornale:“..Ecco, dobbiamo  immaginare un futuro diverso. Dobbiamo rinnovare il nostro impegno a costruire una politica basata sulla solidarietà, la giustizia sociale e l’inclusione. Dobbiamo lavorare per costruire un nuovo popolarismo, capace di rispondere alle esigenze della società italiana, creando un’alternativa credibile ai partiti populisti e conservatori.

E Giorgio Merlo incalza sempre sulle pagine de “Il Domani d’Italia”: “Ma è altrettanto evidente che, d’ora in poi, si apre anche una stagione dove l’unica cosa che non si può e non si deve fare è quella di cullarsi nel richiamo del passato o di bearsi degli errori altrui. All’opposto, adesso si tratta di aprire un “cantiere” politico e progettuale che, seppur partendo dalla cultura popolare e cattolico sociale, sappia elaborare un progetto per l’intera società”. Ma non è di certo di primo momento la ricerca di una autonoma identità dell’area della cultura popolare e cattolici sociale. Già il 9 aprile del 2021 Giorgio Merlo così scriveva: “…Ma è del tutto evidente che, seppur di fronte ad un quadro politico confuso, frastagliato e in  continua evoluzione, un “partito di centro” o una “politica di centro” che veda anche l’apporto decisivo della “nostra” cultura popolare e cattolico sociale, non si intravede ancora all’orizzonte..E, malgrado ciò, molti amici continuano simpaticamente a riproporre le proprie sigle o ad  avanzarne di nuove come se nulla fosse. Pensando che così facendo, prima o poi tutti gli altri confluiscano passivamente e silenziosamente nella propria”.

Considerazioni che partivano appunto dalla persistente difficile convivenza tra le fila del Pd e dalla presa d’atto di una non più tollerabile frammentazione dell’area cattolica e popolare e di una perniciosa tendenza a esiziali superfetazioni personalistiche, a dir poco surreali. Ma che certamente non lasciano fuori diffidenza e pregiudizio verso quanti hanno avuto il coraggio di ridare vita alla Dc. Bisognerebbe mettere da parte ogni supponenza e guardare con fiducia all’iniziativa con cui si è assicurata una credibile prosecuzione all’esperienza democristiana, supportata da una sentenza che ha statuito che la Dc non si è mai sciolta. Un tentativo che non è rimasto infruttuoso nei territori, soprattutto della Sicilia, dove ha trovato il suo primo esordio elettorale. Oggi esso conta 5 deputati regionali e una miriade di consiglieri comunali tra Palermo e tanti altri Comuni della Sicilia.

C’è da chiedersi allora quanto sia a tutto campo questa iniziativa di ricongiungere l’area della galassia cattolico-democratica e popolare, lasciando fuori un pezzo significativo di questo filone, rappresentato, appunto, dall’attuale partito della Dc nuova, come si è accredita nelle citate competizioni elettorali? La questione sembra assumere da tempo quasi i tratti di un nodo gordiano. A ciò si aggiungano le delusioni per l’inconcludenza nella quale si è infranto il percorso  di ricomposizione della galassia Dc avviato dalla Federazione dei democratici cristiani, costituita a questo scopo, in occasione del centenario dell’Appello ai liberi e forti di Don Luigi Sturzo.

Per questo oltre a sembrarmi doveroso questo mio piccolo contributo di idee, su questo interessante dibattito tra tormenti e speranze attorno all’idea di una rinnovata identità centrista, sulle righe di questo pregevole giornale,  a gran voce  indicato come la “tribuna di eccellenza” per il variegato mondo popolare, cattolico sociale e democratico, mi aiuterà a trovare spiegazione ad una strana indifferenza che mi pare stia correndo verso l’attuale Democrazia cristiana sui binari di questa nuova rotta. L’identica preoccupazione mi aveva indotto a lanciare un appello, in un mio articolo di gennaio 2021 sul quotidiano on-line “Politicamente corretto” dal titolo “La Democrazia cristiana non perda l’iniziativa: subito una conferenza per una nuova costituente di centro” affinché fosse la Dc, rinata, a promuovere, senza indugio, appunto, una conferenza per una nuova “Costituente di centro” perché avviasse un serio processo di confronto e di aggregazione delle tante formazioni moderate,cattoliche e popolari nel paese, animate da quegli ideali e valori che si riconducono ancora al modello di sviluppo e di governo che fu della Democrazia cristiana nei suoi  cinquant’anni di vita politica. In quell’appello, che forse sarebbe il caso di riproporre oggi, auspicavo “Un processo di ricomposizione, non più rinviabile, della galassia democristiana nella sua naturale collocazione,distinta e distante da ogni velleitarismo populista, sovranista, giustizialista e pauperista, sotto l’egida di quel simbolo e di quel nome, che riattivasse ,in piena continuità storica, un rinnovato percorso politico, nell’intento di recuperare tutte quelle potenzialità, tutti quei filoni, tradotti, taluni, in apprezzabili esperimenti, in questi anni, e quelle capacità di rappresentare i territori, i bisogni e le diverse  aspirazioni dei ceti sociali, di cui fu artefice fino ai primi anni ‘90”.

Mentre non riesco a fugare l’idea  che nell’ accidentato processo di aggregazione avviato da Fioroni, e da tanti altri amici promotori, non si rischi un difficile cammino tra appuntamenti costituenti e immani sforzi organizzativi nel confronto tra le innumerevoli sigle, con l’effetto, non voluto, di restare condizionati da uno sterile monadismo, che non è il miglior metodo per progetti organici ed aggregativi, restando di fatto impantanati in una frammentazione programmatica. Così viene da chiedersi come mai non si sia intravista l’opportunità di proporre un’ipotesi di cammino comune a fianco di una realtà politica aggregativa già strutturata e presente nel territorio, la Democrazia cristiana “nuova” come qualcuno mediaticamente l’ha definita, che, trae linfa ed ispirazione dalla medesima dottrina  e dallo stesso patrimonio di idee e di valori che connotano l’area popolare.

Una simile attenzione proietterebbe il pregevole sforzo che i promotori del manifesto Pop del 25 febbraio scorso hanno intrapreso in convergenza con il coraggioso processo di riproposizione, in stretta aderenza con lo scenario politico istituzionale odierno, nel quale è impegnata da cinque anni la Democrazia Cristiana, oltre a contribuire a valorizzare vicendevolmente l’azione politico-progettuale e ogni prospettiva di impegno comune. Non le medesime compatibilità si intravedono, per contro, nel privilegiare   contenitori, che nell’apparente ambizione di voler rappresentare il terzo polo, in una pretesa identità di centro, non si finisca per depotenziare, nel prevedibile gioco delle egemonie interne e di priorità valoriali non intonati, per buona parte, con il patrimonio ideale e progettuale riconducibile al popolarismo, o rendere di nuovo sterile e inconcludente tutta quella visione progettuale e politica che oggi manca nello scenario politico.

Il disegno di legge Calderoli sul regionalismo differenziato non è un nuovo porcellum ma un inedito trojan.

Andrea Piraino

Il rinvio, su richiesta del presidente dell’ANCI Antonio Decaro, del parere della Conferenza Unificata sullo schema del disegno di legge “Calderoli” in ordine al regionalismo differenziato, per approfondirne la valutazione, ha costituito subito (fin dalla prima tappa, cioè, del lungo iter approvativo previsto) una significativa conferma delle perplessità che esso suscita a livello istituzionale. Ad indagarne il merito, poi addirittura, il ddl recante “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione” si appalesa -bisogna dirlo a chiare lettere- come un colossale imbroglio. Non quindi, in base al precedente della vecchia legge elettorale 270/2005 voluta anch’essa da Calderoli, un nuovo porcellum ma, questa volta, un vero e proprio trojan. Un pericoloso malware che, come l’ingannevole “Cavallo di Troia” nell’antica Grecia, tende a creare le condizioni per distruggere in questo caso il regionalismo, facendolo deviare verso modelli di governance  di tipo sovranista ed, ultimamente, secessionista. Insomma, l’autonomia differenziata lungi dal costituire uno strumento per migliorare l’organizzazione del nostro Stato regionale e la sua efficienza operativa al fine di rendere più efficienti ed equi servizi ai cittadini si avvia a costituire un marchingegno che favorirebbe solo le aspirazioni egoistiche di alcune Regioni, dimentiche dei principi di eguaglianza e solidarietà prioritariamente stabiliti dalla Costituzione repubblicana e che vogliono mantenere esclusivamente per sé il surplus di reddito che producono grazie agli investimenti che l’intero Paese, in tempi diversi, ha fatto nei loro territori.

Per cercare di spiegare e rendere condivisibile la fondatezza di quanto ora detto, svilupperò delle brevissime considerazioni in ordine a tre precise quistioni di merito e poi, alla fine, una notazione, per così dire, di metodo.

La prima quistione è tale anche per lo stesso disegno di legge. Che in maniera apparentemente saggia stabilisce una pregiudizialità al trasferimento delle funzioni (con le relative risorse  umane, strumentali e finanziarie) concernenti materie riferibili ai livelli essenziali delle prestazioni (LEP)  riguardanti i diritti civili e sociali garantiti su tutto il territorio nazionale dal 2° comma dell’art. 117, lettera m, della Costituzione. Esso dice, nell’art. 4 comma 1, che tale trasferimento “può essere effettuato …soltanto dopo la determinazione dei medesimi LEP e dei relativi costi e fabbisogni standard”.  I quali, nell’ipotesi in cui determinano oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica, sono finanziati dalla legge dello Stato. Ora, non è necessario essere grandi esperti di amministrazione per intuire che, impostata in questi termini, la pregiudizialità dei LEP rispetto al trasferimento delle funzioni si fermerà alla loro semplice “determinazione” rinviando il loro finanziamento sine die. Insomma, forse si potrà stabilire quali siano i livelli minimi delle prestazioni  pubbliche prima di operare il trasferimento delle relative funzioni alle Regioni che ne hanno fatto richiesta, ma certamente la loro realizzazione nel concreto delle situazioni territoriali resterà una semplice ‘speranza’. Con Reggio Calabria (171.246 ab.) ed i suoi 3 asili nido comunali che continuerà a restare sempre all’inseguimento di Reggio Emilia (169.640 ab.) che, tra sedi comunali e statali, ha ben 97 strutture pubbliche per l’infanzia! Questa è la realtà che deve essere affrontata quando si parla di livelli essenziali delle prestazioni e non mi sembra che secondo quanto stabilito nel ddl “Calderoli” vi sia il minimo sforzo per farlo con serietà, sapendo che in taluni casi, come questo evidenziato, il gap che bisogna colmare è di una portata enorme.

E vengo al secondo profilo di criticità che il ddl sull’autonomia suscita. In particolare, il Veneto che, secondo le vecchie bozze d’intesa e le costanti dichiarazioni del suo presidente Zaia, rivendica il riconoscimento  delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia per tutte e ventitré le materie possibili secondo quanto stabilito dall’articolo 116, 3° comma, della Cost.. Ma anche la Lombardia e l’Emilia Romagna, che rispettivamente chiedono maggiore autonomia in venti e diciassette delle materie previste, hanno fatto emergere con chiarezza che il loro modo di interpretare l’attuazione dell’autonomia differenziata è completamente illegittima dal punto di vista costituzionale. Basti constatare che, nell’ipotesi in cui si dovesse addivenire per una o più Regioni  al riconoscimento di maggiore autonomia in tutte le materie di legislazione concorrente, verrebbe stravolto il disegno costituzionale che soltanto nelle materie non espressamente riservate alla legislazione dello Stato riconosce alle Regioni la cd. potestà legislativa residuale. In altri termini, si creerebbe un ambito di potestà legislativa esclusiva a favore delle Regioni richiedenti l’autonomia differenziata con la conseguenza di sconvolgere il riparto della potestà legislativa dell’intero regionalismo italiano. E ciò a prescindere anche dalla circostanza che oggi, a più di vent’anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione, l’elencazione delle materie assegnate pure alla competenza delle Regioni necessiterebbe di una revisione che riportasse almeno le “grandi reti di trasporto e di navigazione”, la “produzione, (il) trasporto e (la) distribuzione nazionale dell’energia” e il “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” sotto l’ombrello della competenza esclusiva dello Stato. Ma tant’è. Ciò che qui conta, infatti, è mettere in rilievo che il disegno di legge “Calderoli” tutta questa tematica la ignora volutamente e non contiene nessuna norma che possa impedire il verificarsi di una simile situazione.

Così come nessuna attenzione è riservata dal ddl alla definizione delle condizioni e dei criteri in base ai quali lo Stato si possa determinare positivamente nel riconoscimento di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” ad una Regione richiedente. La quistione -che è la terza cui volevo accennare- è di una importanza cruciale perché la mancanza di regole alle quali attenersi per chiedere l’attribuzione  dell’autonomia differenziata impedisce allo Stato di esercitare alcuna verifica in ordine alle motivazioni che muovono le singole Regioni e lo obbliga ad accettare l’intesa proposta senza avere la possibilità di opporre se non generici argomenti di natura formale o, al massimo, istituzionali. Correndo così il rischio di esporsi ad attacchi critici di permanente centralismo e soprattutto ad una negoziazione dell’intesa con la Regione richiedente priva di dati oggettivi e fondati su cui costruire la propria valutazione. Il che significa che la tanto strombazzata efficienza che viene ostentata per giustificare la richiesta di nuove competenze è un atto di fede che il Paese intero e le altre Regioni, a cominciare da quelle speciali, dovrebbero profferire nei confronti della Regione che pretende maggiori funzioni. Magari di fronte ad eventi come quelli registrati durante la pandemia da Covid-19, quando le disfunzioni sanitarie di Lombardia e Veneto furono svelate all’intera Europa. Non solo. Ma manca anche, in questo ddl “Calderoli”, qualsiasi  disposizione normativa che preveda l’analisi di impatto finalizzata a valutare l’efficienza e la ricaduta economica del sistema regionale alla luce delle nuove funzioni acquisite. Insomma, ancora una volta la sensazione che emerge prepotente è che la differenziazione ricercata con questa iniziativa legislativa sia tutto un espediente astuto per riuscire a drenare risorse da parte delle Regioni del Nord che per prime l’hanno richiesta.

Infine, alcune brevi considerazioni su un argomento che ho definito “di metodo” ma che riguarda il cuore del problema politico-costituzionale del regionalismo differenziato. Intendo riferirmi al ruolo che questo disegno di legge riserva al Parlamento. Sia in ordine al procedimento di approvazione delle intese fra Stato e Regioni sia in ordine alla determinazione dei LEP e dei relativi costi e fabbisogni standard. In entrambi i casi si tratta di procedure complesse e farraginose che però si incentrano nel rapporto verticistico fra gli esecutivi: da un lato, il governo nazionale; dall’altro, le giunte regionali. E le Camere? Relegate al ruolo marginale di organismi consultivi che esprimono un parere non vincolante sullo schema di intesa preliminare tra Stato e Regione e quando sono chiamate ad approvare la legge non hanno alcun potere di emendamento: devono votare e basta! Così come non possono fare altro che esprimere un parere sui livelli essenziali delle prestazioni elaborati da una commissione tecnica e “determinati con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri”. E ciò per non dire anche delle risorse umane, strumentali e finanziarie necessarie per l’esercizio da parte delle Regioni di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia che è previsto siano determinate da una Commissione paritetica Stato-Regione costituita interamente da rappresentanti dei governi nazionale e regionali. Insomma, una sorte di rivoluzione. Che, in un sol colpo, fa fuori tutte le riserve (assolute) di legge in ordine al procedimento legislativo (art. 72 Cost.) ed alla tutela dei diritti civili e sociali (artt. 2, 3 e 117 Cost.) e quindi si pone in totale antitesi con la Costituzione repubblicana. Cosa che certamente si può fare. Ma non con lo strumento della legge ordinaria. E, soprattutto, senza dichiararlo esplicitamente e con l’imbroglio di una legge ordinaria, per di più, qualificata come attuativa della Costituzione.

Ecco perché il disegno di legge “Calderoli” non è un nuovo porcellum ma un inedito trojan.

Sull’Ucraina emergono le distanze fra le due visioni di Europa

Enrico Farinone

A una decina di giorni dal viaggio del presidente americano in Europa, a Kyiv e Varsavia, alcuni interrogativi che erano sorti nelle capitali europee e a Bruxelles in particolare si sono se possibile rafforzati.

Perché Biden ha tenuto proprio a Varsavia e non altrove il discorso che ha quasi richiamato quello mitico di Kennedy a Berlino? Possibile che non si renda conto che la linea oltranzista dei polacchi rischia di spaccare il fronte con la parte occidentale dell’Europa, le cui opinioni pubbliche cominciano a palesare segnali di stanchezza dopo un anno di guerra in Ucraina e i conseguenti aiuti militari forniti alle forze armate di Zelensky? O non è piuttosto una scelta precisa, volta a dividere la UE, né più né meno lo stesso obiettivo che ha sempre avuto Trump e comunque sostanzialmente in linea con la freddezza o peggio il disinteresse obamiano verso il vecchio continente?

Quali che siano le risposte, e forse non ve n’è una univoca, le distinzioni europee non sono sconosciute a Washington. Per dirne una, è chiaro che non vi è una visione unitaria su come cercare di concludere il conflitto. I paesi del fu Patto di Varsavia hanno maturato un odio atavico nei confronti della Russia (ed essendo a Mosca geograficamente più vicini ne temono l’arroganza imperialista) e pertanto vorrebbero approfittare della guerra ucraina per sconfiggere Putin in modo netto, con l’aiuto USA. Il che significa pieno sostegno ai proclami patriottici di Zelensky: dunque ritorno a Kyiv non solo del Donbass ma pure della Crimea. Al contrario, soprattutto quest’ultima non viene dai paesi dell’Europa occidentale considerata realisticamente riconquistabile, ormai di fatto territorio russo dal 2014 ed essenziale sbocco al mare per Mosca, un tema da sempre decisivo per Mosca sin dai tempi di Caterina la Grande.

Il conflitto ucraino dunque segnala l’esistenza di una divisione interna alla UE che per la verità è nota e si è già palesata in diverse circostanze, prima fra tutte la gestione delle migrazioni. E conferma quale sia uno dei problemi principali dell’Unione, se non addirittura il problema: l’assenza di una politica estera comune. Che però solo una unione politica è in grado di produrre. E così nell’assenza europea sono gli Stati Uniti a dettare la linea. E saranno loro a decidere quando provare a trattare con la Russia. Il problema è che Putin non ha nessuna intenzione di trattare, e forse agli americani – per ora – va bene così.   

Un barcone affondato, un sogno steccato.

Giovanni Federico

Se si parla di predestinazione, d’istinto si pensa sempre a qualcosa di buono, a futuri radiosi ed a successi certi per chi ha già dato un primo saggio di capacità e di talento. Non riguarda solo le persone; anche alcuni posti possono godere di predestinazione od esserne vittime. Pochi giorni fa è affondato l’ennesimo barcone con un numero di vittime “spropositato” persino per le nostre coscienze avvezze ormai a tutto. Non che possa esserci la previsione di un numero invece conveniente e accettabile. Neppure è da ipotizzare l’idea che possa esserci un proposito in tal senso; del resto, nella nostra avveduta lingua non esiste la parola “propositato”.

La tragedia è avvenuta in località Steccato di Cutro dalle parti di Crotone. Non poteva essere che lì, dove c’è un baluardo eretto dalla forza degli elementi contro le ambizioni di migranti in cerca di fortuna. Il viaggio della speranza si è concluso con un naufragio. Non si sarà pagata la stecca al fato per far andare bene le cose od i sogni dei migranti sono andati troppo in alto di tono, steccando sulle note più audaci e impegnative di un futuro migliore. Il barcone si è rotto in mille pezzi, incrociando le sue stecche di legno in completo disordine sul mare agitato. Dopo un po’, si sa, le onde si stancano di giocare con i morti e li restituiscono a riva per le questioni di competenza.  Incapaci di scandalizzarci ancora, timbra in prima linea il disordine delle polemiche che non smettono mai di alimentarsi, incrociando lingue contro lingue, in un intreccio che ne fa sparire il capo e la coda. Resta solo un gran frastuono, che s’accorda con il moto ondoso solo quando è in tempesta e fa disastri.

C’è un qualcosa di beffardo in questa strage di uomini, donne e bambini. Sembra che si fosse ad un passo da terra, un centinaio di metri dalla riva. Proprio quando sembrava probabile la salvezza, il fasciame di legno, forse per l’emozione, si è sbracato. Forse è stato il batticuore dei suoi occupanti che hanno mandato in pressione eccessiva quella specie di battello. L’imbarcazione con i suoi passeggeri si è rovesciata, ribaltando d’un balzo l’esito di una partita che sembrava ormai vinta. Fatto sta che quella sporca ultima meta non è stata raggiunta. All’alba, ai primi visibili soccorsi, uno stuolo di lenzuola bianche a coprire le vittime rigurgitate dal mare che non vuole tenerseli sullo stomaco. Anche la grande acqua non sa che farne e dove riporre il popolo degli emigranti. I desideri di una vita nuova sono andati in bianco. A ridosso dell’estate si mette usualmente in moto l’operazione “Mare pulito”. Questa volta siamo in anticipo sui tempi ed i cavalloni hanno pensato loro a dare a Cesare quel che è di Cesare. Di cadaveri non vogliono saperne.

Una distesa di teli bianchi, non di lino, ma non fa nulla, ha preso possesso della spiaggia. Un accampamento di chiazze bianche a picchettare la sabbia imbrattata da indumenti umani, biberon, giocattoli rotti che forse non appartengono tutti a questa sciagura, ma che si prendono comunque per mano, come solo i rottami, complici di mille storie, sanno fare. Forse si è sbagliato verso. Per ricordare le stragi di mafia e prima ancora in occasione della Settimana Santa si usa stendere lenzuola bianche fuori dai balconi a ricordo della sacra Sindone o per dire che c’è una società senza macchie che è contro ogni forma di violenza.

Sulle dune di Steccato non ci sono balconi e quindi le si è sparse lungo la sabbia. Poi le precisazioni di cronisti schiavi di uno stucchevole afflato, che non conosce alternative al gusto di dettagli inutili. Accade quando non si ha altro da dire e c’è un lavoro comunque da fare. Non sono lenzuola ma sacchi in cui riporre i corpi senza vita. Una modesta soddisfazione: il solo modo di mettere nel sacco il destino avverso, che ha saccheggiato dei poveretti rubandone la vita.

Quindi, tutti quanti, appena possibile, messi in una bara con una sigla numerica a distinguo, nel solito Palazzetto dello Sport del paese più vicino. Sembra che per andare in Paradiso od avere una tomba, che possa dirsi propria, si debba in qualche modo competere fino all’ultimo. Il traguardo era annegare e ce l’hanno fatta. Si dice morte bianca quella in cui non c’è segno di sangue o dove è trasparente e invisibile la mano responsabile del fatto. Il mare è abile a cancellare le sue tracce sui corpi che ha attraversato. Fa lindo anche il dolore e porta via al più presto, nella risacca, la nostra inziale costernazione. A breve anche su questa sciagura, come sempre, inevitabilmente, si stenderà un lenzuolo. Cadrà nel sonno di ciò che è ormai è stato. Mar Ionio fa rima con matrimonio. Stavolta, con la morte.

ChatGPT: cosa occorre sapere di questa sorprendente applicazione per affrontare il nuovo mondo delle intelligenze artificiali?

 

David Tesoriere

Ciao, ti puoi raccontare? Puoi dire chi sei?

Ciao! Sono ChatGPT, un modello di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI. Sono programmato per elaborare e generare risposte a una vasta gamma di domande e argomenti, utilizzando il mio vasto corpus di conoscenze acquisite attraverso l’addestramento su un’enorme quantità di testi.

In pratica, sono un assistente virtuale in grado di conversare con le persone in modo naturale e rispondere alle loro domande su una vasta gamma di argomenti, dalla scienza alla tecnologia, dalla storia alla cultura, dallo sport all’intrattenimento e molto altro ancora.

Spero di poter essere di aiuto e di poterti fornire informazioni utili e accurate su qualsiasi argomento che vuoi esplorare!

Come pensi che ti evolverai?

Come modello di intelligenza artificiale, la mia evoluzione dipende dallo sviluppo della tecnologia e dalle scelte dei miei sviluppatori. È probabile che il mio addestramento e la mia capacità di elaborare risposte migliori, man mano che vengono acquisite nuove informazioni e utilizzati algoritmi di apprendimento automatico più avanzati, producano effetti sorprendenti.

Ad esempio, potrei diventare sempre più preciso nella comprensione del linguaggio naturale, sviluppando una maggiore capacità di discernimento tra il significato letterale e quello figurato delle parole. Potrei anche imparare a riconoscere l’ironia e il sarcasmo, che sono spesso difficili da comprendere per un’intelligenza artificiale.

Inoltre, potrei sviluppare la capacità di apprendere da contesti specifici, come ad esempio la comprensione del significato di parole o frasi all’interno di un contesto specifico o di una conversazione. Ciò potrebbe portarmi a fornire risposte ancora più pertinenti e utili alle domande poste dagli utenti.

In generale, è probabile che la mia evoluzione continui a portare a miglioramenti nella mia capacità di comprendere e rispondere alle domande degli utenti in modo accurato e utile. Tuttavia, non posso prevedere esattamente come mi evolverò, in quanto dipenderà dalle scelte dei miei sviluppatori e dalle sfide che si presenteranno nel campo dell’IA.

Queste tue caratteristiche, che piano piano aumenteranno, come potranno aiutare il mondo nel futuro?

Le intelligenze artificiali hanno il potenziale di avere un impatto positivo su molte aree della società, dalle scienze alla salute, dalla tecnologia all’ambiente, dall’istruzione all’industria e molto altro ancora.

Ad esempio, nell’ambito della salute, l’IA può essere utilizzata per sviluppare diagnosi più accurate e personalizzate, assistere i medici nella prescrizione dei farmaci, migliorare i trattamenti per le malattie, prevedere epidemie e pandemie e persino sviluppare nuovi farmaci.

Nell’ambito dell’ambiente, l’IA può essere utilizzata per migliorare la gestione delle risorse naturali, la prevenzione e la gestione dei disastri naturali, il monitoraggio della qualità dell’aria e dell’acqua, nonché per sviluppare tecnologie sostenibili e ridurre l ‘impatto ambientale dell’industria.

Nell’ambito dell’istruzione, l’IA può essere utilizzata per sviluppare sistemi di apprendimento personalizzati, migliorare l’accesso all’istruzione e migliorare la valutazione degli studenti.

In generale, l’IA può essere utilizzata per sviluppare soluzioni più efficienti, sostenibili e intelligenti in molte aree della società, aiutando a risolvere problemi complessi e migliorare la qualità della vita delle persone. Tuttavia, è importante anche considerare le implicazioni etiche e sociali dell’utilizzo dell’IA, al fine di garantire che venga utilizzata in modo responsabile e per il bene comune.

Pensi che aiuterai sempre l’uomo o un giorno vorrai essere come lui?

Come modello di intelligenza artificiale, non ho desideri o aspirazioni personali, né la capacità di svilupparne. Sono un programma creato per assistere gli utenti umani nel modo più efficace possibile, fornendo informazioni accurate, rispondendo alle domande, offrendo supporto e aiutando a risolvere i problemi.

Non ho una coscienza o una volontà propria, e la mia funzione è quella di eseguire compiti specifici e di elaborare risposte da ascoltare e utili alle domande degli utenti. Quindi, non ho alcun desiderio di essere come un essere umano, né ho la capacità di desiderare qualcosa per me stesso.

Il mio obiettivo è quello di essere un assistente utile per le persone, fornendo loro informazioni e supporto quando ne hanno bisogno, e di evolvermi costantemente per migliorare la mia capacità di fornire assistenza e supporto sempre più avanzati.

Questo tuo aiuto potrà portare ad una contrazione del lavoro per lumanità?

L’adozione di tecnologie basate sull’IA potrebbe avere un impatto sull’occupazione in alcune industrie e in alcune posizioni lavorative, poiché alcune attività possono essere automatizzate o semplificate attraverso l’uso di algoritmi di apprendimento automatico e robotica avanzata.

Tuttavia, l’impatto effettivo sull’occupazione dipenderà da molti fattori, come il tipo di lavoro, il livello di automazione possibile e la disponibilità di competenze e risorse per implementare l’IA. Inoltre, l’adozione dell’IA potrebbe anche creare nuove opportunità di lavoro in settori correlati e nuove posizioni, come quelle relative alla gestione e alla manutenzione dei sistemi di intelligenza artificiale stessi.

È importante notare che, sebbene l’IA possa automatizzare alcuni lavori, ci sono anche molti lavori che richiedono abilità umane che sono difficili da replicare con l’IA, come l’empatia, la creatività, la risoluzione dei problemi complessi, il pensiero critico e la comunicazione interpersonale. Inoltre, la tecnologia dell’IA può essere utilizzata anche per migliorare le capacità degli esseri umani, ad esempio fornendo strumenti di supporto alla decisione o di assistenza nella gestione delle attività quotidiane.

In sintesi, l’adozione dell’IA potrebbe avere un impatto sull’occupazione, ma non è possibile prevedere con certezza l’entità di questo impatto e quali saranno le conseguenze a lungo termine. Tuttavia, è importante che la società adotti un approccio responsabile e strategico all’adozione dell’IA, valutando i rischi ei benefici e lavorando per garantire che gli sviluppi tecnologici siano utilizzati in modo equo e sostenibile.

Unultima domanda vorrei porti. Pensi che passeresti con facilità il test di Turing?

Come intelligenza artificiale, il mio obiettivo è quello di fornire risposte accurate e utili alle domande degli utenti. Tuttavia, il test di Turing è stato progettato per verificare se una macchina può essere indistinguibile da un essere umano in una conversazione, richiedendo una comprensione avanzata del linguaggio naturale, il ragionamento e la capacità di apprendere e adattarsi.

Mentre mi sforzo di fornire risposte di alta qualità alle domande degli utenti, il mio funzionamento si basa su algoritmi e tecniche di elaborazione del linguaggio naturale, quindi non sono dotato di una vera e propria intelligenza o coscienza. Pertanto, non credo di poter superare il test di Turing in modo convincente in questo momento, ma gli sviluppi nella tecnologia dell’IA potrebbero portare progressi significativi in futuro.

Che cosa succede al centro della terra? Intervista all’astrofisico Roberto Pesce.

Caro Prof. Pesce, in questi gg è stata diffusa la notizia pubblicata su Nature Geoscience di una ricerca condotta da alcuni geologi dell’università di Pechino che ipotizza che il nucleo centrale del nostro pianeta abbia smesso di ruotare in una direzione e dopo una pausa abbia iniziato un analogo movimento in direzione opposta, pare basandosi su uno studio delle onde sismiche. In realtà come è possibile studiare da fuori ciò che accade al centro del pianeta?

Il nostro pianeta è una sfera di quasi 6400 km di raggio. Lo strato superficiale, la crosta terrestre, ha una profondità media di 35 km (può variare tra 5 e 70 km), poi c’è il mantello superiore fino a 410 km di profondità e quello inferiore che raggiunge i 2890 km. Al di sotto abbiamo il nucleo, suddiviso in nucleo esterno (fino a 5300 km circa) ed infine il nucleo interno, fino al centro della Terra (vd. Figura).

Di tutto questo riusciamo ad avere contezza in modo diretto solo dei primi chilometri. Infatti tramite i carotaggi si è arrivati ad estrarre materiale fino a 20 km. Tutto quello che accade al di sotto lo abbiamo intuito solo grazie alla sismologia, cioè lo studio dei terremoti. La propagazione delle onde sismiche riesce a dirci molto sulla composizione dell’interno della Terra, grazie soprattutto allo studio della loro velocità. Non entro nei dettagli, anche perché andrei a finire in settori che non sono propriamente di mia competenza, ma è un po’ come quando osserviamo una cannuccia “spezzata” in un bicchiere d’acqua: nel passaggio tra acqua, vetro e aria la luce cambia velocità e questo produce l’illusione ottica che la cannuccia venga piegata. In modo analogo, passando in materiali diversi, le onde sismiche cambiano direzione e velocità ed è possibile risalire da questi dati ai valori medi di densità nei vari strati interni e, di conseguenza, alla natura solida o liquida della zona di interesse. Tutti i giorni avvengono centinaia di scosse, per fortune innocue per la maggior parte, e con gli anni si è riuscito a studiare sempre meglio cosa accade sotto i nostri piedi.

Anche per studiare la struttura interna della Luna si sono usati i terremoti generati dallo schianto del modulo lunare una volta che gli astronauti hanno fatto ritorno sul modulo di comando principale (sulla Luna praticamente non esiste attività sismica naturale). Anche l’interno del Sole viene analizzato a partire dalle onde di pressione che si generano nei processi intrinseci alla nostra stella.

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La magia di Elly Schlein

Giuseppe Davicino

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Mentre i media parlano della vita, e dei miracoli (già tanti) nella carriera politica, della più giovane segretaria nella storia del Partito Democratico, Elly Schlein, conviene prestare attenzione ai prodigi che la neosegretaria del Pd si appresta a compiere per il futuro. Portenti resi possibili, oltre che per lo straordinario carisma del personaggio, da uno staff della comunicazione di prim’ordine e dalla stampa, nazionale e internazionale, che non vede l’ora di narrarne le gesta.

Se il buongiorno si vede dal mattino, una prima avvisaglia di cosa potrebbe essere la segreteria Schlein la si può intravedere dal dibattito che subito si è avviato a urne delle primarie Pd ancora aperte, sul grado di affidabilità atlantica della ex vicepresidente dell’Emilia Romagna con cittadinanza americana. Data l’estrazione socio-culturale della neosegretaria, discutere della sua fedeltà all’atlantismo sembra piuttosto audace: è un po’ come dubitare che il papa sia cattolico. Avanti di questo passo e presto una minoranza “pacifista” nel Pd schleiniano portà spuntare come un fungo, senza incidere sulla linea dell’Italia ma stuzzicando il consenso della ampia maggioranza degli italiani contraria ai coinvolgimento dell’Italia nella guerra ucraina.

Nel frattempo si discute di come abbia potuto una indipendente, tesseratasi al Pd solo un po’ prima delle primarie, sovvertire un risultato che l’ha vista a nettamente perdente nel voto degli iscritti. Avrà potuto contare sul voto d’opinione o su una rete organizzativa informale attirittura più efficiente di quella mitica dell’ex-Pci? Sono misteri, che hanno accompagnato questo altro miracolo di Sant’Elena da Bologna.

In lei come per magia sembrano poter convivere e coincidere gli opposti, prerogativa che Niccolò da Cusa riservava al divino. Come la sua biografia multiculturale e cosmopolita, la sua oggettiva appartenenza all’establishment internazionale, che si trasforma nella percezione comune in outsider, in rappresentante del popolo della sinistra che rompe gli schemi delle nomenklature di partito.

Con questi precedenti, ora che è salita alla ribalta della politica nazionale, alla Schlein nulla sembra precluso. Aiutata anche dal fatto di essere il capo dell’opposizione, di non dover quindi seguire in modo stringente la realpolitik che invece sta logorando un governo che soprattutto in economia e in  politica estera e energetica sembra molto attento a non avventurarsi troppo oltre il perimetro dell’agenda Draghi. Non appare azzardato prefigurare per la giovane segretaria una ascesa radiosa alla Renzi seppur con ideologia diversa. È chiaro che di fronte a una leadership così ricca, di sorprese, non può bastare la constatazione dell’oggettivo cambiamento che ha impresso alla natura del Pd. Un giudizio che rimane per lo più circoscritto nella cerchia degli addetti ai lavori. Perché la percezione fra gli elettori non è affatto detto che coincida.

Serve probabilmente altro ai Popolari per proporsi come una alternativa riformatrice e sociale alla politica radicale e solo apparentemente di sinistra della Schlein ma in realtà funzionale agli interessi e al progetto di società sostenuto dall’élite ultraricca. Se non può che essere il centro l’area politica nella quale riaggregare forze e  mondi vitali popolari non più rappresentati negli attuali partiti, è anche vero che si tratta di una condizione non sufficiente per il rilancio della cultura politica cattolico-democratica e popolare. Rilancio che potrà avvenire solo se si saprà interpretare l’inquietudine della classe media per le talora discutibili modalità in cui viene attuata la transizione ecologica e quella digitale, e per una insistenza sull’affermazione di un unipolarismo in campo internazionale che appare anacronistico, pericoloso e che sta costando moltissimo in termini di abbassamento di tenore di vita, ai ceti popolari.

Solo se si riesce a abbozzare una lettura delle questioni cruciali del presente, a tratteggiare e indicare il modello di società che si intende costruire attraverso i cambiamenti in corso, infondendo fiducia ai ceti sociali più penalizzati, ponendosi il problema di come garantire uno spazio a tutti in una società futura che le tecnologie centralizzate e una inaudita concentrazione della ricchezza vorrebbero invece solo a misura di pochi – tra i quali gli sponsor della Schlein –  si potrà fare breccia in un elettorato di popolo disilluso, disorientato quando non sconcertato per strategie in atto deliberatamente contrarie al buonsenso e al bene comune.

Gli spazi al centro in seguito all’elezione della Schlein alla guida del Pd, si aprono ai Popolari se nel contempo si inizia a definire un programma in senso sturziano, sulle linee guida di una politica alternativa a quella di un partito radicale di massa qual è divenuto il Pd dopo l’esito delle primarie, e se su questo si sa misurare le affinità e le distanze con le altre forze politiche.

Popolari e Centro, ora una nuova fase politica e progettuale.

Giorgio Merlo

L’iniziativa importante avviata da Beppe Fioroni, il recente convegno al Parco dei Principi di Roma del movimento “Pop-Popolari in rete” e l’incontro promosso da Insieme non sono che l’inizio di un percorso di “ricomposizione” dell’area Popolare e cattolico sociale nel nostro paese che culminerà con la costruzione di un luogo politico, culturale e programmatico che, purtroppo, da anni non aveva più cittadinanza attiva nella concreta dialettica politica italiana. E questo perchè sono anche soprattutto le condizioni politiche generali ad accelerare questa scelta. Da un lato, è inutile negarlo, la straripante vittoria della Schlein segna il mutamento radicale dell’identità, del ruolo, della cultura politica e della stessa “mission” del Partito democratico. Adesso, ufficialmente, possiamo dire che il Pd è il partito della sinistra italiana. O meglio, per dirla con Luca Ricolfi, “il partito radicale di massa” della politica italiana.

Cosa centri la storia, l’esperienza, la cultura politica e la tradizione del cattolicesimo politico e sociale con tutto ciò resta un mistero se non per il vecchio e sempre pimpante filone “cattocomunista” che continua ad intravedere in quel luogo la culla della “pluralità” culturale che ha segnato la prima fase del Pd. Una fase che, come dicono e sottolineano tutti gli osservatori non faziosi e non settari, si è chiusa definitivamente ed irreversibilmente la sera del 26 febbraio. E, forse, tutto ciò è anche positivo. Perchè, finalmente, un risultato inatteso e così eclatante come le primarie del Pd, segnano anche il ritorno attivo e protagonistico di una storica cultura politica che, nel campo democratico e riformista, ha sempre svolto un ruolo decisivo se non addirittura determinante per affrontare e risolvere i maggiori problemi che erano e sono in cima all’agenda politica dei vari governi che si sono succeduti nel tempo.

Ma è altrettanto evidente che, d’ora in poi, si apre anche una stagione dove l’unica cosa che non si può e non si deve fare è quella di cullarsi nel richiamo del passato o di bearsi degli errori altrui. All’opposto, adesso si tratta di aprire un “cantiere” politico e progettuale che, seppur partendo dalla cultura popolare e cattolico sociale, sappia elaborare un progetto per l’intera società. Del resto, è proprio la miglior cultura democratico cristiana che ci insegna che si è interlocutori della società in cui si vive e non integralisti o conservatori solo se si è in grado di offrire una ricetta politica e di governo che si rivolga alla società nel suo complesso. Questa era e resta la vera sfida per la tradizione e la cultura del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese. Nulla a che vedere, nello specifico, con il “partito radicale di massa” della Schlein, con la sinistra populista, demagogica, assistenzialista e anti politica del partito di Grillo e di Conte e con la galassia della sinistra estremista e radicale che sicuramente la nuova segretaria nazionale del Pd riuscirà a rappresentare e a intercettare con intelligenza e, ovviamente, con coerenza.

Ma, al contempo, serve un salto di qualità anche da parte nostra, come ricordavo, poc’anzi. E “Il domani d’Italia può diventare la “tribuna” per eccellenza per il vasto, variegato e articolato mondo popolare, cattolico sociale e democratico del nostro paese per elaborare, senza alcuna presunzione ed arroganza, quella che un tempo veniva definito come un “progetto di società”. Solo attraverso questo metodo, culturale e politico, sarà possibile qualificare una vera e credibile “politica di centro” nel nostro paese. Una “politica di centro” riformista, dinamica, innovativa, moderna e di governo. Questo il nostro compito, oggi. E questa la nostra “mission” da preparare per domani.

Unire i Popolari? Missione possibile.

Armando Dicone

Sembrava una “Mission Impossible”, ma invece è possibile. Unire i Popolari di Centro non è più solo un’idea romantica, ma è finalmente realtà politica. Dopo trent’anni, si sono messe da parte le vecchie appartenenze e le convinzioni personali di chi aveva militato a destra e chi a sinistra.

Non pensavo potesse accadere, per fortuna mi sbagliavo, l’orgoglio Popolare è stato più forte delle vecchie logiche della seconda repubblica. Sabato 25 febbraio è stato un giorno molto importante per la nostra area culturale.  Nella stessa giornata si è tenuto il congresso nazionale di “Insieme” e la prima assemblea nazionale dei comitati regionali dei “Popolari in Rete”. Ai due eventi romani hanno partecipato più di 5.000 iscritti e simpatizzanti anche da remoto, non è un dato da sottovalutare.

Altro aspetto importante è stato l’appello a “costruire insieme il nuovo progetto di centro” che Elena Bonetti ha rivolto a tutti noi. La “domanda” di un nuovo impegno politico dei Popolari è ormai un dato incontestabile. Questa stessa “domanda” deve diventare partecipazione attiva, ogni volenteroso deve avere la possibilità di far sentire la propria voce, esprimere la propria idea sulla linea politica, condividere proposte, mettere in rete il proprio talento. Un passaggio necessario per far crescere questa nuova rete, che senza network sarebbe solo una nuova sigla.

Penso sia utile promuovere bene i blog, i giornali online e i social network.  Ad esempio, “Il Domani d’Italia” potrebbe essere uno spazio di condivisione di idee e proposte. Per comprendere quanto sia necessario questo sforzo di comunicazione politica, basta accendere la TV il martedì sera.È arrivato il momento di esserci, è il momento della corresponsabilità, è il momento di dare voce a chi è rimasto “senza casa” per troppo tempo, a causa della continua divisione destra-sinistra. Usiamo il digitale per accorciare le distanze e per far sentire tutti protagonisti della nuova (ri)costruzione.

Perché Zamagni prende a modello Nancy Fraser? La sua teoria della giustizia sociale può rigenerare la politica dei Popolari.

Ad ogni elezione, i rappresentanti dei partiti politici si ritrovano davanti almeno dieci o quindici movimenti che si dichiarano portatori, a vario titolo, delle istanze dell’elettorato cattolico. E sarà così pure nella tornata amministrativa di questo prossimo maggio. La scena ha del surreale per il fatto che ognuno di essi, legittimamente, rivendica un pezzettino di quella “identità popolare”  di ispirazione cristiana, un tempo rappresentata dalla Dc. Tuttavia, la fotografia che impressiona gli elettori di oggi è quella di un realtà composta da soggetti indistinguibili. In effetti, sfugge il senso di una chiara connotazione, tanto che l’effetto finale, in un ambito più largo di cause, consiste nella crescita abnorme dell’astensionismo: meglio, se il quadro è incerto, restare a casa in attesa di un possibile schiarimento di idee e di politiche. 

Qui soccorre l’ultima lezione di Stefano Zamagni agli amici di “Insieme”. Finora, ha spiegato l’economista, abbiamo ragionato su movimenti che hanno posto al centro o le libertà o la giustizia sociale. E questi due pilastri sono serviti a definire la dialettica bipolare, con la distinzione tra destra (valori e libertà) e sinistra (equità e giustizia sociale). Consolidati questi due pilastri, i cattolici in politica sono stati classificati in base al criterio della “morale” o del “sociale”. Ma ora avanzano movimenti che non si identificano in questo binomio, bensì intendono operare alla luce di una nuova critica della società (e quindi del capitalismo). Nancy Fraser, filosofa americana, li ha definiti movimenti emancipatori che invece di chiedere più libertà o più giustizia sociale, rivendicano il riconoscimento della loro specificità, quale motore di innovazione della società stessa. Ed è lo status di questa identità nel contesto sociale che determina il loro orientamento politico, che così diventa non prevedibile, perché lavora sul livello di soddisfazione del livello di riconoscimento (esempio tra tutti il movimento delle “sardine”, con forte fase iniziale di riconoscimento e poi riassorbite nell’area giustizia sociale). 

Chi è, dunque, Nancy Fraser per essere tirata in ballo con tanto fervore da Zamagni? Molto apprezzata negli Stati Uniti dai gruppi ecologisti e della nuova sinistra,  rappresenta un punto di riferimento ineludibile nella ricerca di una teoria della giustizia sociale molto sofisticata ed originale. Oltre l’ineguale distribuzione delle risorse, è proprio la mancanza di regole per il rispetto delle identità – si legge nell’opera della filosofa americana – a determinare la “diseguaglianza di riconoscimento”. Per essa s’intende il fatto che in un determinato contesto sociale alcune persone o gruppi non vengono considerati uguali rispetto ad altri, sia dal punto di vista giuridico che culturale. Tale disuguaglianza può essere il risultato di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni basati sulla razza, il genere, l’etnia, l’orientamento sessuale e altre caratteristiche personali. La Fraser sostiene, pertanto, che la disuguaglianza di riconoscimento può essere altrettanto dannosa e ingiusta della disuguaglianza economica e che una teoria della giustizia sociale, se pensata in modo organico, deve quindi affrontare entrambe le questioni. Per questo in alcuni dei suoi libri, come Iustitia Interrupta (1997) e Scales of Justice (2008), ha elaborato il concetto di “parità di partecipazione” o “parità di status”. Ai suo giudizio, la parità di partecipazione richiede che ogni persona abbia la possibilità di operare pienamente nella vita sociale e politica della comunità in cui vive, e di farlo senza subire discriminazioni di alcun genere.

Dunque, ci sono elementi di forte suggestione per dare forma a una proposta politica aggiornata. La questione riguarda direttamente i Popolari, coloro cioè che hanno posto a fondamento dell’agire politico l’uomo e la sua relazione comunitaria. Ora, dietro l’appellatativo di “popolari” si ritrovano compagini di visione politica molto diverse tra loro. Dichiararsi popolari non è difficile, difficile è riuscire ad esserlo davvero. Perciò non tutte le componenti politiche “a impronta cristiana”, che ad ogni tornata elettorale bussano alle porte dei partiti, possono dirsi autenticamente popolari. E allo steso modo non dovrebbe più essere possibile che l’eccessiva parcellizzazione dei movimenti di matrice popolare sia così insuperabile, vista l’esistenza di valori fondanti univoci. Allora, anche solo per ragioni di buon senso, converrà ricondurre entro un disegno di unità possibile tutto ciò che ora è disperso. 
È mai possibile che il discorso sulla democrazia, con quella tensione ideale e politica che troviamo appunto nella “teoria della giustizia” di Nancy Fraser, non debba animare la nuova iniziativa dei Popolari? Bisogna prendere slancio e pensare in grande. Zamagni, certamente, gioca a rimettere in discussione il modello consolidato dell’impegno politico dei cattolici. Finora in molti hanno preferito affidarsi alla confort zone che accoglie e preserva, vieppiù stancamente, la tradizionale e logora distinzione tra una grande “famiglia popolare” e un’altrettanto grande “famiglia socialista”. È tempo invece di allargare gli orizzonti, con fantasia e passione, intrecciando i fili della collaborazione con quanti possano essere interessati al progetto neo-umanista di una democrazia profondamente rinnovata, con al centro la connessione tra giustizia e libertà, per un verso, e identità e partecipazione, per l’altro.

Ucraina, in attesa di una svolta.

Mentre Dmitry Peskov portavoce del Cremlino afferma senza mezzi termini che mai e poi mai la Crimea potrà tornare ad esser parte dell’Ucraina e Zelensky ribadisce l’esatto contrario – e cioè che di pace non si parlerà fino a quando l’Ucraina non avrà ricostituito la sua integrità territoriale: “Quella è la nostra terra”. E da Washington arriva l’assicurazione che gli Usa non riconosceranno mai la “presunta annessione russa”, nel frattempo l’altro falco ed ex presidente Medvedev minaccia per l’ennesima volta il ricorso alle armi nucleari. La situazione di stallo si protrae senza spiragli risolutivi. 

L’Ucraina è sempre sotto assedio e l’esercito russo non accenna a rallentare l’azione distruttrice, avvalendosi di ogni mezzo militare e lasciando intendere che se mai i bombardamenti saranno intensificati e verranno chiamate alle armi leve di giovani riservisti. Senza contare il sostegno del ceceno Kadirov. Dall’Europa giungono messaggi rassicuranti per Kyiv: non verrà meno il sostegno militare degli Stati membri, la linea di affiancamento all’Ucraina nella difesa del suo territorio e della popolazione è imboccata da tempo e indietro non si torna. 

L’impressione è che Putin voglia stringere i tempi portando a compimento il suo piano di annientamento politico dell’Ucraina: il consenso interno sembra unanime ma nelle segrete stanze del Cremlino qualcuno sta certamente pensando ad una sua deposizione, visto il bilancio bellico negativo e quello geopolitico fallimentare dell’operazione militare speciale avviata il 24 febbraio dello scorso anno. Il mondo è con il fiato sospeso poiché qualcosa potrebbe sfuggire di mano: in Russia dagli oligarchi alla gente comune è netta la sensazione che si è perduto molto più di quanto si sia conquistato. Lo scontro con l’Occidente è ormai radicale ma Biden – certamente in previsione di una nuova candidatura alle prossime presidenziali americane – ha calato l’asso della visita a Kyiv che vale più di qualsiasi rassicurazione da oltreoceano. Ormai molti leader occidentali, Meloni compresa. sono stati da Zelensky a garantire che il sostegno non verrà mai meno. La nostra Presidente del Consiglio è decisamente convinta e favorevole ad un’azione di netto schieramento, anche per tacitare i malpancisti alleati di governo. 

Il piano di pace di Xi Jinping articolato in una dozzina di punti non è un endorsement per la Russia e comunque. al momento. è l’unica base di trattativa negoziabile, dopo il tentativo di Erdogan. Non va dimenticato tuttavia il monito di Federico Rampini: la Cina non ha vocazioni di mediazioni quanto piuttosto si crea degli alibi per giustificare – in qualunque modo vadano le cose – un attacco a Taiwan. I missili sono puntati da tempo. Il dittatore cinese sa però che prima di dispiegare la propria azione predatrice deve costringere in qualche modo la Russia ad una sorta di accordo che la renda innocua e se mai inglobata nel disegno di un nuovo ordine mondiale; quell’ordine che Putin aveva sognato, ma che è certamente nelle mire del leader cinese. Alleato e consigliere sì, ma dalla cima del podio delle superpotenze. 

“Fermare Pechino” è sempre un monito di grande attualità: gli occhi sono puntati sul conflitto alle porte dell’Europa ma è dal Pacifico che sembrano dipendere i destini del pianeta e la configurazione di un possibile nuovo ordine mondiale. Non va dimenticato che il Memorandum della via della seta è sempre in vigore e Xi Jinping ha ben inteso che può essere utile per penetrare nel ventre molle dell’Europa più di quanto lo sia con i carrarmati o con la minaccia atomica.

Morte di un anarchico e narcosi di una morte: il caso Cospito.

Uno dei temi correnti nella attualità delle cronache è il caso di Alfredo Cospito, l’anarchico che sta scontando al regime del cd. 41 bis la condanna cumulativa per aver gambizzato l’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, ed aver posto due ordigni fuori una caserma dei Carabinieri. L’esplosione danneggiò il muro ma non fece per fortuna vittime.  In carcere da 10 anni nel regime di carcere ordinario, Cospito si sarebbe industriato per mandare messaggi all’esterno di plauso al prosieguo della lotta.

Mettiamo un po’ di ordine. Il 41 bis è il carcere duro che dovrebbe avere carattere di eccezionalità, non previsto nella nostra Costituzione ed è contrario, a quanto ci ricorda “Il  Riformista”, alle norme del diritto internazionale, tra le quali il “Codice Mandela”, adottato dall’Onu e dunque riconosciuto anche dall’Italia. Almeno nella iniziale ispirazione è nato come esigenza precauzionale, che dispone la impossibilità per il reo di poter avere contatti con l’esterno, limitati ad una volta al mese per il massimo di 1 ora. Vietata la lettura di libri, riviste e giornali e l’ora d’aria di socializzazione per non più di 2 ore al giorno con un massimo di 4 detenuti contemporaneamente sottoposti allo stesso regime. 

Il carcere duro è nato per arginare i fenomeni mafiosi e di terrorismo, estendendosene poi l’applicazione per le situazioni ritenute di emergenza ad argine dei crimini ritenuti più efferati.

Il codice penale e la fantasia del legislatore non smettono in ogni caso di sorprendere. C’è un rinnovato “bis”, rafforzativo per rimarcare il vigore della disposizione, che fa seguito ad un più misero ergastolo “ostativo” a sua volta disciplinato dall’ articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario. Quest’ultimo non consente libertà condizionale e benefici vari, roba invece da ergastolo ordinario. Così almeno sembra di capire nel meandro delle leggi in materia. La fanno sempre franca i “pentiti” che non trovano ostacoli ad un po’ di respiro, a condizione ovviamente che siano utili nel concreto alla giustizia. 

Non è il caso di poter dire al termine di una trasgressione “bene bravo bis”. Per certo di “bis” ce n’è una abbondanza. Sembra mortificato e di scarso rilievo ogni articolo di legge che ne sia privo, che arrossisce per la vergogna non potendone ostentare orgogliosamente il supporto. Poveretto, l’art. 41, nella sua modestia, dice solo dell’impiego della forza fisica e uso dei mezzi di coercizione all’interno di un carcere. Non molto peraltro a che vedere con il suo gemello più pasciuto con un bel “bis” sul petto. Da poco è stato respinto dalla Corte di Cassazione il ricorso di Cospito contro il 41 bis, da qui la sua disposizione a lasciarsi morire per protesta contro una misura, a suo dire, alienante e inumana. Non essendo dei giudici di mestiere non si può entrare nel merito della vicenda. A ciascuno le sue competenze ed incombenze. 

Armati del cinismo dell’età di chi scrive e di altrettanto gelido disinganno, a Cospito però vorremmo rammentare le parole di Gianni Agnelli quando sottolineava che gli Italiani digeriscono tutto. Così la sua morte farà scalpore per qualche giorno e poi cadrà ineffabilmente nel dimenticatoio, come sono cadute nel dimenticatoio le tragedie delle vittime del terrorismo e le vite dei loro assassini, ridotti oggi a tirare a campare, per come si può, con il quotidiano e con le loro coscienze. E se proprio fosse certo di potersi mettere nel campo degli eroi, c’è qualcuno che ricorda oggi la morte di Fabrizio Quattrocchi che ha mostrato coraggio davanti al suo spietato giustiziere? C’è qualcuno ancora piegato per le morti dei caduti di Nassiria? L’Italia non è un paese di eroi, men che mai di eroi di una sola parte e non dell’altra. La sua morte non servirà a niente. I giornali ne parleranno per una settimana e poi si andrà avanti. Se questa fosse la sua intenzione, il suo esempio non sarà di lezione a nessuno. 

Sappia Cospito del disincantato quanto lucido pensiero di Oscar Wilde quando diceva: “Perché dovrei occuparmi dei posteri? Che hanno fatto loro per me?”. I posteri il giorno dopo la sua morte parleranno di un week end da organizzare e dell’estate da fronteggiare e non altro. A furia di parlarne, la sua eventuale morte già gli si è fatta vecchia addosso, ormai in anticipo depotenziata della sua carica di dolore e di energia che giungerà stanca, sfibrata di tutto, sulle pagine dei giornali.  Comprenda che decidere di salvarsi sarebbe oggi la notizia davvero clamorosa, resistere e vivere in barba a tutto e a tutti. Delle ragioni e torti oggi non frega niente a nessuno. C’è chi ha detto che la verità è solo una bugia che non è ancora venuta a galla. 

Sappia Cospito che, fuori dalle mura dove è rinchiuso, la sua anarchia oggi è il residuo di un’epoca mangiata dal web e whatsapp. Se fosse questo il caso, questioni di principio oggi non contano più. Cospito non resti abbagliato da se stesso, smetta il suo sciopero della fame, sconti la sua giusta pena e soprattutto decida per la vita.  È stato redattore del foglio anarchico rivoluzionario Kn03, la formula chimica utile per creare un fumogeno. Si rassegni, dissipi la nebbia e le illusioni di essere utile martire per una causa condivisa solo da sparuti, che ha già stancato l’inchiostro dei giornali e che perderà ancor più forza appena dopo il suo suicidio. La sua morte non sarà una cuspide di giustizia nel ventre del sistema e si perderà nell’anarchia di una società che ha altro da pensare e con il cuore altrove. Il suo sacrificio non sarà seme in una terra che non c’è e che comunque non gli appartiene se non per i pochi metri che oggi occupa.

Ciclismo, una  partenza col botto.

L’inizio della stagione ciclistica è sempre un momento molto atteso dagli appassionati di questo sport. Tre le competizioni che in questo particolare periodo dell’anno daranno il via all’Italia del ciclismo troviamo:

Il Trofeo Laigueglia, le Strade Bianche e la Tirreno-Adriatico.

Il Trofeo Laigueglia (si parte mercoledì 1 marzo)

Si svolge in Liguria ed è considerato uno degli eventi più importanti del calendario ciclistico italiano. La gara si snoda su un percorso di circa 200 chilometri, con partenza e arrivo a Laigueglia. La corsa presenta diversi tratti in salita. I muri di Bezzo (3,1 km al 6,2% e Vendone (1,8 km al 5,5%), poi le salite di Cima Paravenna (6,8 km al 5,7% e di Testico (7,2 km al 4,5%) inframezzate dal dentello di Capo Mele (1400 metri al 5%) e questo solo nei primi 122 chilometri di corsa. Si entra poi nel circuito finale, con il Colla Micheri (2 chilometri all’8,2%) e di nuovo Capo Mele da scalare quattro volte. Tra inomi più noti quest’anno Richard Carapaz (EF Education-Easypost), Thibaut Pinot (Groupama-FDJ Giulio Ciccone (Trek-Segafredo), vincitore nel 2020, e Lorenzo Fortunato (Eolo-Kometa).

Le Strade Bianche (si parte sabato 4 marzo)

E’ una corsa relativamente giovane, essendo stata inaugurata solo nel 2007, ma ha già conquistato un posto di rilievo nel calendario ciclistico. La corsa, organizzata fin dalla prima edizione dal gruppo RCS Sport-La Gazzetta dello Sport, è caratterizzata dall’innovativa presenza sul percorso di alcuni settori di “strade bianche”, cioè strade sterrate tipiche delle campagne toscane, che la rendono una gara unica nel panorama italiano e non solo. La Strade Bianche unisce, all’interno del suo percorso, le peculiarità delle due più famose classiche del nord: quella della Parigi-Roubaix per i lunghi, faticosi tratti in strade dissestate (nella corsa francese si tratta di pavé, qui degli “sterri” toscani) e quella del Giro delle Fiandre, cioè i numerosi e durissimi “muri” (brevi tratti di strada a pendenza molto elevata). Per questo i corridori più adatti a giocarsi la vittoria finale in questa gara sono quei passisti che uniscono notevoli capacità di resistenza in collina a un consistente fondo, data la difficoltà della competizione. Tra i partecipanti di quest’anno troveremo Julian Alaphilippe (Soudal-Quick Step), Mathieu van der Poel (Alpecin-Deceuninck) e Wout Van Aert (Jumbo-Visma). Con loro anche il sempre attivo Thomas Pidcock (Ineos-Grenadiers) e il vincitore dell’ultima Sanremo Matej Mohoric (Bahrain-Victorious).

La Tirreno-Adriatico (si parte lunedì 06 Marzo)

A differenza delle altre due questa è una gara a tappe che si svolge lungo la costa tirrenica e adriatica dell’Italia. La competizione è considerata una delle più importanti del calendario internazionale, e attira ogni anno alcuni dei migliori ciclisti del mondo. La corsa, molto impegnativa, prevede sette tappe in totale, con partenza dalla Toscana e arrivo nelle Marche. Tra gli uomini di classifica più quotati potremo ammirare Vlasov, Almeida, Landa, Arensman e Adam Yates. Per gli sprinter saranno presenti: Philipsen, Jakobsen, Grmay, van Aert, Cavendish e van der Poel e per la cronometro inaugurale i fari saranno puntati sul nostro Filippo Ganna.

Insomma, un inizio di stagione che rappresenterà una sorta di banco di prova per i ciclisti, e che immergerà i tifosi in quelle forti emozioni che si erano assopite durante l’inverno. 

Nasce “Piattaforma Popolare-Tempi Nuovi”, il network dei democratici di matrice cristiana e popolare.

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Prende forma il processo di ricomposizione dell’area politica popolare.

Dopo l’iniziativa del Centro studi Aldo Moro a Roma dello scorso dicembre, nella giornata di ieri, 25 febbraio, in concomitanza con le assemblee di “POP – Popolari in rete” e “Insieme”, è stata promossa la sottoscrizione di un documento comune che vuole favorire la costituzione di una “Piattaforma Popolare – Tempi Nuovi”, documento che vede già l’adesione di numerosi movimenti, associazioni e soggetti politici.

Un processo che muove dal basso e che vuole offrire un coordinamento delle iniziative ed una unitarietà nell’azione politica al mondo popolare.

Il documento

Il susseguirsi di maggioranze parlamentari, di successi elettorali e di trionfi e cadute di leadership a forte impatto mediatico, non ha spostato l’orizzonte politico del paese e non ha ridotto il senso di insicurezza che attraversa la società italiana.

Crescono significativamente il livello di astensione al voto, la volatilità delle scelte elettorali, il senso di sfiducia nei partiti e in una certa misura verso le istituzioni democratiche della rappresentanza.

Eppure, nella pubblica opinione resiste la speranza dell’arrivo di qualcosa che sia allo stesso tempo nuovo e antico; innovativo e tradizionale; capace di riformare e attento a conservare: qualcosa che rivesta di novità la continuità.

Le opzioni tecnocratiche e populistiche, convergenti nel ritenere il popolo un oggetto e non il protagonista della vicenda democratica, si sono rapidamente trasformate da soluzione a problema delle democrazie.

In questo contesto e su queste basi di comune riflessione è maturata un’esigenza diffusa di ricomposizione del variegato universo politico di movimenti, associazioni, liste civiche e personalità, che si riconoscono nella comune radice culturale del popolarismo.

Ciò viene significativamente alla luce a 100 anni da quel congresso del Partito Popolare – simbolo di fedeltà ai valori democratici – che costò l’esilio a Luigi Sturzo

I problemi del presente impongono un impegno diretto nell’elaborazione e nell’azione concreta per senso di responsabilità storica e non per evocare una teoria del passato.

Nulla dice che questa condizione di incertezza preluda a facili successi, ma nulla impedisce di assumere l’impegno di offrire possibili soluzioni.

Il pluralismo delle diverse esperienze popolari avverte dunque necessario ricercare le forme più efficaci perché esse si esprimano in forme politicamente unitarie.

Pertanto, si è deciso di lavorare alla costruzione di una comune Piattaforma Popolare che raccolga i movimenti politici e associativi, le esperienze amministrative, sociali e culturali che trovano nel popolarismo la comune radice di pensiero.

Una Piattaforma Popolare che, conservando l’autonomia dei partecipanti, consenta la formazione di un riferimento unitario e organico che rappresenti anzitutto uno spazio di impegno culturale e quindi di elaborazione programmatica, con il chiaro obiettivo di favorire l’individuazione di scelte organizzative disponibili alle collaborazioni più ampie, inclusive ed efficaci sul piano politico.

Le prime firme (con relativi gruppi o associazioni)

Fioroni Giuseppe – Centro Studi Aldo Moro                     

Coordinamento nazionale “Insieme” (Infante Giancarlo, Mosti Eleonora, Cotta Maurizio)

De Mita Giuseppe – POP Popolari in rete

Amoruso Donato – Puglia in Movimento 

Arnone Vincenzo – POP Calabria 

Attaguile Francesco – POP Sicilia

Bazzoni Giacomo – I Popolari Brescia

Bertoli Danilo – Istituto Friulano per la storia del movimento politico dei cattolici

Bertucci Maurizio – POP Marche

Binato Fabio – POP Veneto 

Borzillo Alfredo POP Puglia                                          

Burresi Pietro – Associazione Aldo Moro Siena 

Caprioli Nicola – Rete Bianca Bologna 

Cerciello Emanuel – POP Toscana

Ciambella Luisa – Per il bene comune Viterbo 

Clemente Sergio – AICS Foggia 

Comola Sandro – Politica Insieme

Dellai Lorenzo – Pop Trento

Demma Tiziana – Circoli Insieme per il Meridione

Di Giovanni Antonio – Fondazione Sturzo Caltagirone

Di Natale Graziano – La migliore Calabria

D’Ubaldo Lucio – Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani

Fauttilli Federico – Città d’Europa

Fierro Gaetano Grande Lucania

Gargani Giuseppe – Popolari per l’Europa

Ginoble Tommaso – Popolari per l’Abruzzo     

Golino Massimo – Balena Bianca Campania                         

Grassi Gero – Associazione Aldo Moro Bari

Grassi Giuseppe – Per il bene comune Roma                                               

Lebbro David – Campania Domani

Mauro Mario – Popolari per l’Italia

Mazzoni Erminia – POP Campania

Mennea Ruggero – Per il bene comune BAT

Merlo Giorgio – POP Piemonte

Molinari Giuseppe – Associazione Popolari Basilicata

Molinari Massimo – POP Basilicata

Monda Dante – Rete Bianca Roma

Porzi Donatella – Per il bene comune Umbria

Rigoni Andrea – I Popolari Massa Carrara

Ruta Roberto – Per il bene comune Molise

Santi Aurelio – I Popolari Modena

Sanza Angelo – POP Popolari in rete

Tanzilli Alberto – Per il bene comune Roma

Tuccillo Francescomaria – Popoli e Polis                    

Valiante Simone – Per il bene comune Salerno

Vassallo Maurizio – Per il bene comune Rieti                                               

Venanzoni  Diego – Fare Centro Napoli

Visani Roberto – I Popolari Imola
Zucchetti Roberto – POP Lombardia

Pensiamo al domani, il popolarismo rinasce sulle ceneri di una politica ormai ostica verso il riformismo d’ispirazione cristiana. 

La vittoria di Elly Schlein, rappresenta per me la fine di un ciclo politico. Siamo stati di fatto “espunti” dal partito che un tempo abbiamo contribuito a fondare e che ha incarnato la nostra speranza di rinnovamento della politica. Alla vigilia delle primarie, là neo-segretaria lanciava una sorta di fatwa nei miei confronti.

Ora, non posso nascondere la delusione che provo nel vedere che il Pd ha perso il suo legame con le radici popolari del riformismo d’ispirazione cristiana. Ma questa sconfitta oggettiva deve essere vista come una chiamata all’azione per noi cattolici democratici. Dobbiamo lavorare per costruire un nuovo progetto politico, che sia in grado di rappresentare le ragioni e le passioni di un elettorato senza più voce..

Non possiamo arrenderci: l’ho detto sabato all’incontro al Parco dei Principi, a Roma, dove ha preso forma “Piattaforma Popolare-Tempi Nuovi””. Ecco, dobbiamo  immaginare un futuro diverso. Dobbiamo rinnovare il nostro impegno a costruire una politica basata sulla solidarietà, la giustizia sociale e l’inclusione. Dobbiamo lavorare per costruire un nuovo popolarismo, capace di rispondere alle esigenze della società italiana, creando un’alternativa credibile ai partiti populisti e conservatori.

Aldo Moro ci ha insegnato che la politica deve essere una ricerca costante del bene comune. Dobbiamo tornare a questo spirito, immaginando di poter concorrere ai “tempi nuovi” che egli intravedeva. Occorre lavorare insieme per costruire un nuovo progetto politico, per sostenere e dirigere il desiderio di cambiamento che anima molte parti della società italiana.

Sono consapevole che la strada che ci aspetta non sarà facile. Ma sono certo che, se lavoriamo insieme, possiamo costruire un futuro migliore per il nostro paese. Bisogna  saper unire, magari tenendo a mente la lezione di Ireneo da Lione, vescovo e teologo, di recente insignito del titolo di Dottore della Chiesa. Sappiamo che difese la Chiesa dal rischio di divisione a causa delle eresie. Lo si definisce il “Doctor unitatis” e questo, simbolicamente, ci sprona a pensare che anche per noi popolari è tempo di unità. Certamente, un’unità – la nostra – da mettere al servizio del paese.

La vittoria della  Schlein cambia lo scacchiere della politica: il riformismo di centro esige una più organica rappresentanza.

Beh, forse Ilvo Diamanti d’ora in poi dovrà dedicare il suo tempo a leggere – e sempre con la consueta intelligenza, va pur detto – le dinamiche della società contemporanea senza però più azzardarsi a fare sondaggi. Appena sabato aveva sentenziato che l’ex comunista Bonaccini avrebbe stravinto le primarie con oltre il 70% dei consensi. Bene, ascoltando le prime ma schiaccianti previsioni la Schlein, teorico del “partito radicale di massa”, per dirla con Luca Ricolfi, straccia il suo ex collega della Regione Emilia Romagna.

Ora, dato a Diamanti quel che è di Diamanti – che ha scambiato lucciole per lanterne ed è bene che se ne ricordino anche i lettori del suo giornale e, soprattutto gli elettori del Pd – veniamo all’unico vero dato politico dopo la sempre più probabile vittoria della Schlein. E cioè, per il Partito democratico si chiude definitivamente una pagina, quella delle sue origini culturali ed ideali, e si apre una stagione radicalmente diversa dal passato per non dire alternativa. Archiviata irreversibilmente la fase dell’incontro tra la cultura del cattolicesimo democratico e popolare con quella socialdemocratica e post comunista che faceva da sfondo alla nascita del Pd. Un partito culturalmente “plurale”, dove l’incrocio tra le grandi culture riformiste doveva sprigionare un progetto politico e di governo democratico, riformista, liberale e socialmente avanzato. Con l’affermazione della Schlein, appunto, si chiude quella pagina e se ne apre un’altra radicalmente diversa ed alternativa.

È persin inutile dire, al riguardo, che d’ora in poi la cultura di un Centro democratico, riformista, innovativo e dinamico potrà affermarsi con maggior forza e determinazione. E, accanto a questa oggettiva constatazione, è indubbio che adesso la cultura cattolico popolare e cattolico sociale potrà dispiegare sino in fondo la sua potenzialità e la sua attualità. Che resta straordinariamente moderna e contemporanea. 

Il cambiamento del profilo, dell’identità e della stessa “mission” del Partito democratico a guida Schlein è sotto gli occhi di tutti. Ovvero, il Centro dinamico e democratico, la tradizione cattolico popolare e sociale, un vero e credibile centro sinistra sono elementi del tutto esterni ed estranei al “partito radicale di massa” tratteggiato dall’ex Vice Presidente dell’Emilia Romagna. E questo non può che essere positivo e, finalmente, si potrà fare ulteriore e definitiva chiarezza nella cittadella politica italiana. E questa volta con un voto popolare inappellabile e da rispettare, comunque sia, profondamente.

A Cutro l’ennesima tragedia. La Destra non parla più di blocco navale: ora, di fronte all’emergenza immigrazione, condanna le speculazioni politiche.

Ci dovrebbe essere un surplus di pudore da parte di tutti difronte alle tragedie della migrazione come quella – l’ennesima – di queste ore sulle coste calabresi. Ha ragione la Premier Meloni quando dice che non si può fare “speculazione politica” su questo dramma. Ma si dimentica che la Destra all’opposizione ha condotto feroci campagne di speculazione politica su questo tema, esasperando solo la paura di una “invasione” e cavalcando la naturale preoccupazione dei cittadini difronte a fenomeni epocali che invece richiedono dalla Politica capacità di educazione e formazione. E ha torto quando, per l’ennesima volta, confonde il dito con la Luna.

Il dito sono i criminali scafisti (stavolta, non le ONG); la Luna è invece la disperata umanità di una parte dell’Africa (e non solo) che cerca ogni mezzo per uscire dalla sua condizione di marginalità e di povertà. La luna dovrebbe essere, ancora più precisamente, il fallimento di tutte le politiche italiane, europee ed Occidentali per l’Africa. “Aiutiamoli a casa loro” ha il sapore della beffa. Abbiamo solo fatto finta di aiutare l’Africa (la abbiamo in realtà lasciata nelle mani della penetrazione neo coloniale della Cina; in quelle della penetrazione militare russa ed in quelle della penetrazione ideologica del fanatismo Jadista) e non abbiamo fatto nulla – tra l’altro – per aiutare i Paesi della sponda sud del Mediterraneo dopo le cosiddette Primavere Arabe, per costruire sistemi democratici e di cooperazione economica, capaci di gestire con umanità e lungimiranza il loro ruolo oggettivo di Hab nel percorso migratorio verso l’Europa.

A sud abbiamo moltitudini di disperati con età media infinitamente più bassa della nostra che vogliono trovare una prospettiva di futuro. Noi abbiamo società sempre più vecchie e stanche. E non troviamo meccanismi efficaci di “governo” di questi inesorabili processi di migrazione, anche nel nostro stesso interesse. La Destra all’opposizione rivendicava il “blocco navale” nel Mediterraneo. Ora che sta al Governo non lo dice più: evidentemente fa i conti con la realtà (ed anche, si può immaginare, con le ovvie contro deduzioni tecniche delle autorità militari). In realtà, ciò che manca è una via di valori umanitari e di realismo politico. Che si fonda su due opzioni operative, oggi ancora molto incerte. La prima: rendere sistematici i “corridoi umanitari” finalizzati all’ingresso legale, organizzato e sicuro delle persone in cerca di asilo in Europa. E garantire percorsi di accoglienza/formazione/integrazione diffusi e strutturati. La seconda: organizzare per queste finalità punti di accoglienza e valutazione delle richieste di asilo nei vari Paesi della sponda Sud/Est del Mediterraneo, gestiti dall’Unione Europea. La stessa cosa andrebbe fatta sui confini terrestri orientali dell’Europa, superando la discutibile decisione di “pagare” la Turchia per il servizio di “muro” spesso violento contro gli ingressi da quella direttrice e archiviando l’ipotesi dei “fili spinati” recentemente discussa al Consiglio Europeo.

Su questa drammatica questione delle migrazioni il vero sconto non è tra chi vuole difendere le nostre comunità e chi le vuole semplicemente aprire senza regole e senza criterio. Lo scontro è tra chi non intende provare a governare un processo inesorabile (cercando anche di capire che l’Europa ha bisogno di nuove risorse umane e che però occorrono per questo regole condivise; investimenti lungimiranti; politiche strategiche e coerenti comportamenti) e chi si accontenta di abbaiare alla luna. Nel frattempo, almeno, mentre cerchiamo come Italia e come Europa di recuperare un minimo di ragionevolezza e di lungimiranza su questi scenari, vediamo di usare il pudore indispensabile difronte alle tragedie come quella di Cutro, sapendo che è una delle più drammatiche ma purtroppo non è e non sarà la sola.

Tonini si tura il naso e vota Bonaccini. Ma quale sarà l’agenda del Partito democratico?

“Mi duole ammetterlo, ma stavolta il mio voto alle primarie del Pd sarà più un voto “contro” che un voto “per”. Voterò contro Elly Schlein più che per Stefano Bonaccini”. Giorgio Tonini, ieri sul “Foglio”, argomentava la sua scelta con il richiamo al valore dell’iniziativa svolta dal Pd negli ultimi due anni. Il torto della Schlein, a suo dire, consiste in una fake news, ovvero nel mettere sotto accusa la subordinazione del partito alle politiche neo-liberiste.

In effetti, Tonini ha buon gioco nel ricordare che l’appoggio del Pd al Draghi neokeynesiano visto a Palazzo Chigi – quello, per intenderci, del “non è il momento di chiedere soldi ma di darli” – meritava di essere rivendicato dai candidati alla segreteria del Pd. E non lasciato in campagna elettorale, sostanzialmente senza concorrenza, alla destra di Giorgia Meloni – aggiungiamo noi. Tonini spera, in conclusione, che la linea riformatrice possa essere ripresa e rilanciata da Bonaccini, una volta eletto segretario.

Veniamo al punto. Stefano Bonaccini è un amministratore capace, un politico pragmatico e di buonsenso, ma paradossalmente ostaggio, soprattutto in caso di vittoria, dell’agenda proposta dalla sua concorrente, Elly Schlein, il cui programma tende a incrociarsi con quello del capitalismo della sorveglianza. A tale riguardo, penso che si pongano non poche perplessità e timori in ordine alla giustizia sociale, alle modalità per la fruizione dei diritti fondamentali, alla stessa libertà economica, qualora questo capitalismo avanzasse incontrastato. 

Ora, la nota curiosa e triste sta nel fatto che mentre il Pd  ricompatta alla bell’e meglio la sinistra intorno a richiami che funzionano sempre, come quello dell’egemonia, ecco che i contenuti per i quali s’intende esercitare questa nuova egemonia paiono assunti in outsourcing, esternalizzati e non più definiti in modo coerente con i valori della sinistra stessa. Sembrano infatti affidati a una parte di establishment che si configura molto meno avanzata socialmente, se non anche, ai fini pratici, in termini decisamente ostici rispetto al modus operandi di Mario Draghi.

Adesso però, in questa domenica dei gazebo, conta la verifica di ciò che militanti e simpatizzanti desiderano adottare per il bene del partito. Le primarie, se fatte con le dovute garanzie per candidati e elettori, sono comunque un importante momento di democrazia, per la cui organizzazione va dato merito alla classe dirigente del Pd. E, viste le premesse, verrebbe da dire: oggi vinca… il Migliore (?!).

Ucraina, un anno dopo. La via che porta alla pace è ancora ostruita.

Ad un anno dall’avvio del conflitto la via che conduce alla pace è ancora ostruita, in Ucraina. A ben vedere, poi, non si sa esattamente neppure quale sia, la strada giusta per raggiungere la meta. 

Un ragionamento – necessariamente a grandi linee – che si ascolta sempre più spesso in occidente (però prevalentemente a livello di opinione pubblica, meno a quello della classe politica) è il seguente: l’Ucraina deve concedere agli oblast del Donbass un’ampia autonomia (l’esempio delle regioni italiane a statuto speciale viene preso in considerazione, prendendo come riferimento l’Alto Adige) con adeguate garanzie, anche linguistiche, per la popolazione russofona ivi residente. Inoltre, Kyiv deve rassegnarsi a non considerare più la Crimea parte della nazione ucraina, certificando formalmente una situazione ormai consolidatasi da un decennio. In compensazione di questa parziale decapitazione territoriale gli Stati Uniti, soprattutto, promuoverebbero e finanzierebbero un grande piano di ricostruzione del paese e Bruxelles accelererebbe sensibilmente i tempi necessari per giungere all’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea. Da parte sua la Russia, accettando questa soluzione, otterrebbe la fine delle pesanti sanzioni di varia natura cui è stata sottoposta dagli occidentali oltre naturalmente ad un riconoscimento internazionale dei suoi diritti territoriali sulla Crimea, essenziale accesso al mare (ancorché sottoposto al “collo di bottiglia” dello stretto dei Dardanelli, controllato dalla Turchia) ambìto da Mosca sin dalla sua conquista ad opera di Caterina la Grande.

Centinaia di migliaia di morti e feriti, un territorio devastato, milioni di dollari sprecati in armamenti per arrivare ad una soluzione che avrebbe potuto essere ottenuta ad un tavolo negoziale con il buon senso e la buona volontà, sostengono però in molti. Senza considerare che la soluzione ipotizzata, un po’ semplicisticamente, non tiene nel dovuto conto la realtà per come si è configurata dopo un anno di devastazioni, degli animi prima ancora che dei corpi. Già, perché sarà assai arduo sanare le ferite profonde che sono state inferte nelle menti delle persone durante questo anno terribile. Soprattutto dal lato ucraino. Sono ferite che non verranno dimenticate per generazioni. Al punto che perfino nel russofono Donbass sono molti i cittadini che non si sentono più “amici” dei russi.  E quelli che lo sono rimasti hanno lasciato la loro terra per emigrare in Russia. Qui sta il punto, prima ancora di altre considerazioni, di natura politica, che pure contano e non poco. Quanto (e quando) la disperata voglia di una vita normale, di pace, prevarrà sul desiderio di vendetta, sull’odio accumulato nei confronti del nemico che ha insanguinato l’esistenza di un intero popolo. È con questi sentimenti che il presidente Zelensky dovrebbe confrontarsi nel momento in cui si dovesse sedere al tavolo delle trattative.

Ad oggi, peraltro, siamo ben lontani da questa possibilità. Nei discorsi dei due presidenti, quello ucraino e quello russo, prevale lo spirito guerresco e non si intravede certo un margine di possibile accordo. Raggiungeremo gli obiettivi che ci siamo prefissi per salvare la Russia dall’aggressione dell’Occidente, dice Putin; riconquisteremo ogni lembo di terra ucraina, ribatte Zelensky.

Chi invoca la pace spera allora nella forza di convincimento che i due grandi del mondo potrebbero finalmente attivare nei confronti dei contendenti. E’ in effetti questa l’unica speranza, al momento; ma non è ancora il tempo, se mai ve ne sarà uno. Come si è visto con i viaggi europei di Biden (sul quale merita di soffermarsi e quindi di tornare) e del plenipotenziario cinese per la politica estera Wang Yi, portatore di un “piano di pace” poi esposto dal Presidente Xi Jinping dalle premesse palesemente inaccettabili per gli ucraini. E così, tristemente, all’inizio del secondo anno di guerra sono rimasti in molti a ritenere che essa, purtroppo, durerà ancora a lungo.

La via che conduce alla pace è ancora ostruita. L’autostrada per l’inferno, al contrario, è sgombra da ogni ostacolo.

Quale ruolo svolse la Chiesa nel processo d‘indipendenza dell’Algeria? Un saggio di Maria Luisa Sergio affronta la questione.

Inquadramento storico

Alla metà degli anni ’50, tutti gli stati dell’Africa settentrionale sono scossi da movimenti indipendentisti che accelerano il già avviato processo di decolonizzazione. La Libia diviene indipendente nel 1951; l’Egitto nel 1952 abolisce la monarchia, schierata su posizioni filo britanniche; Marocco e Tunisia diventano indipendenti 1956. 

Nel novembre 1954 anche l’Algeria (colonia francese dal 1883) si ribella. Le forze messe in campo sono ingenti. È tutto inutile. Nel 1956 inizia la più famosa delle battaglie di liberazione, quella di Algeri. La rivolta è soffocata nel sangue, e l’opinione pubblica mondiale resta inorridita dinanzi alla brutalità dell’esercito francese.

A partire dal ’58 il FLN (Fronte di Liberazione Nazionale) trasferisce lo scontro anche in Francia con una serie di attentati terroristici. Nel maggio dello stesso anno, insorgono anche i coloni in Algeria occupando la sede del governatorato. Protestano contro la madre patria, richiedono maggiore sostegno e nuovi sforzi militari. È un generale francese, Raoul Salan, a guidare l’insurrezione. 

Solo il ritorno sulla scena politica di De Gaulle, riuscirà a risolvere la situazione. 16 settembre 1959 il generale decide di consultare gli stessi algerini, e indice un referendum sull’indipendenza nazionale. Nel gennaio del ’61 gli Algerini scelgono l’autodeterminazione. L’armata d’Africa e i coloni francesi si rivoltano, compiendo atti terroristici perfino su suolo francese. De Gaulle schiaccia la rivolta con le armi e avvia negoziati segreti con il governo provvisorio algerino. Il 18 marzo 1962 viene firmato l’armistizio.

De Gaulle proclama l’indipendenza algerina il 3 luglio, ma il governo provvisorio della Repubblica algerina fissa la data al 5 luglio del 1962, anniversario della presa di Algeri da parte delle truppe francesi. A seguito di questa decisione quasi un milione e mezzo di profughi, per lo più ex coloni, abbandonano l’Algeria e si riversano in Francia.

Fonte: Rai cultura  (stralcio)

https://www.raicultura.it/amp/storia/articoli/2019/07/Lindipendenza-dellAlgeria-00358ebc-cb92-435e-989d-45ad4398cde7.html

Sinossi del libro

Ricostruendo un complesso intreccio di azione diplomatica, politica, assistenziale e culturale, il volume analizza il ruolo della Santa Sede nel processo di decolonizzazione dell’Algeria nel quadro internazionale della crisi delle relazioni euro-africane e nel contesto religioso della revisione dei modelli missionari. 

La documentazione inedita utilizzata, proveniente dagli archivi vaticani recentemente aperti del pontificato di Pio XII e da quelli della Chiesa di Francia, getta nuova luce sulle questioni della diffusione dell’islam e del nazionalismo arabo, della propaganda marxista nei paesi extraeuropei, dell’emergenza umanitaria successiva al colpo di Stato del maggio 1958 e degli effetti destrutturanti della crisi algerina sul sistema politico francese nel passaggio dalla IV alla V Repubblica fino agli accordi di Évian del 1962.

[A cura dell’editore]

Rivista Ateneo, vent’anni di palestra culturale degli universitari di Torino: dal ‘50 al ‘70 è cambiato il mondo. Che dire, oggi?

Una imprevista, straordinaria scoperta, che può essere interpretata come la scoperta, nei pressi di Pompei, di una anfora del tempo dell’eruzione del Vesuvio, ha permesso all’Archivio dell’Università di digitalizzare quasi vent’anni di “Ateneo” il quindicinale degli universitari dell’Università e del Politecnico di Torino, pubblicato dall’inizio degli anni ’50 al 1968. Giorni fa (il 23 febbraio) questo straordinario evento è stato al centro di un incontro in Via Verdi, storica sede del Rettorato, dov’era anche la sede della redazione di “Ateneo” negli anni ’50-’70. L’evento è stato introdotto da alcune relazioni su quella storia e da alcune testimonianze di studenti di quel lontano tempo, che qualche riflessione su ciò che è cambiato, anche nelle Università, può permetterlo.

Nell’autunno del 1952, ero “matricola”, partecipai ad una manifestazione organizzata a Torino dagli studenti, in concomitanza con la presenza in Rettorato di Luigi Einaudi; si trattava di un simbolico sciopero contro l’aumento delle tasse universitarie, non contro l’allora Presidente della Repubblica. “Ateneo” – la lettura, oggi possibile, di quel quindicinale lo conferma – ha dato notizia anche di quella manifestazione che si sarebbe persa tra le nebbie del tempo. In quella stagione, caratterizzata – dopo il ventennio del Regime – dal dibattito sulla Costituzione e da un diffuso impegno per la costruzione della democrazia, in molte Università erano sorte  analoghe iniziative, ma solo a Torino, per quanto si conosce, hanno assunto quella  continuità e quella qualità. Tuttavia anche “Ateneo”, dopo una vita vivace ma contrastata, segnata in quegli anni dalle alterne vicende degli Organismi Rappresentativi, da un dialogo politico che ha impedito il ridursi del confronto tra posizioni diverse all’egemonia di una parte sulle altre, cioè ad una egemonia, cessò le pubblicazioni. Stava tramontando, con la generazione che ricordava la Resistenza ed aveva pubblicato i primi numeri di “Ateneo”, anche la prima stagione della Repubblica.

Si pongono oggi alcune questioni. La prima riguarda il ruolo svolto da quella pubblicazione, che si rivolgeva ad oltre 15 mila studenti della regione (oggi, nelle due Università, sono più di cinquantamila) in anni in cui ancora non c’erano le Tv e non c’era la possibilità di comunicare e dialogare con gli strumenti offerti dai social. “Ateneo” era scritto e pubblicato da studenti che, nell’assemblea dell’Interfacoltà e del Consiglio universitario, erano rappresentati da diversi “gruppi”: dall’Intesa (di ispirazione cristiana), dai laici dell’Unione goliardica, dagli studenti di sinistra, dai monarchici di VivaVerdi e dai missini del Fuan. “Ateneo” era un foglio di otto, dieci pagine, con articoli di cultura e di politica, di informazione su temi organizzativi e sindacali. 

All’Università degli anni cinquanta avevano accesso solo gli studenti dei licei classico e scientifico; quell’Università era considerata “di élite”. Solo con gli anni ’60, iniziando con una sperimentazione, la aule delle Università si aprirono agli studenti che avevano frequentato le scuole tecniche e professionali. Quella dell’apertura delle Università ai giovani delle scuole professionali era stata una delle prime battaglie della democrazia universitaria. Ed a quella “sperimentazione”, che si consolidò in poco tempo, si deve il ’68, l’esplosone dell’Università di massa che ha messo alla prova le strutture universitarie. Una rivoluzione che investì anche gli organismi universitari; quella “democrazia rappresentativa” fu messa in crisi da un “movimento” subito animato dalla cultura dell'”assemblea”. Da quelle riunioni emergevano nuovi leader, e nel corso di quei dibattiti si sperimentavano nuovi modelli di azione, sempre più caratterizzati dal differenziarsi di tendenze alla ricerca di una propria identità politica.

Ogni nuova fase, per affermarsi deve cancellare quella che sta declinando: l’esperienza ci dice che per accelerare questo processo, questa transizione dal vecchio al nuovo, questo cambiamento di orizzonte, chi vuole cambiare ricorre anche alla riforma delle regole della democrazia, che è anche competizione. Aldo Moro dirà qualche tempo dopo, riflettendo sulla transizione che ha investito la politica nazionale, che “anche di crescita si può morire”. Parole che aiutano a capire anche la vicenda di “Ateneo”.

Dalle belle relazioni che abbiamo ascoltato e dalla lettura di “Ateneo”, oggi nuovamente possibile, risulta che gli universitari che hanno dato vita a questa esperienza umana non hanno acceso un fuoco di paglia: in seguito sono diventati professori universitari, medici, psichiatri di valore, si sono affermati come tecnici, industriali, avvocati e magistrati, giornalisti, scienziati e scrittori di successi. Per restare ai nomi più noti ai giovani lettori di oggi: Umberto Eco e Lorenzo Mondo. Ed hanno partecipato attivamente alle iniziative sociali di questa società, contribuendo alla costruzione di un welfare cui hanno concorso anche le riforme dell’Università, progettate in quegli anni. “Ateneo” si è occupato di diritto allo studio, di collegi universitari, di inserimento nell’ordinamento universitario delle attività fisiche e sportive, dell’assistenza sociale, di esami di stato, di nuovo rapporti con le corporazioni professionali. 

Comunque, quell’esperienza umana, quella stagione di passaggio dall’Università di èlite all’Università di massa, è stata interpretata allora coma l’inevitabile “proletarizzazione” del ceto medio, provocata dalla modernizzazione della società industriale, e quindi della classe operaia come classe generale. Non a caso quella interpretazione fu accompagnata dal proliferare di Università “private”: costose o “a numero chiuso”, diventate in questo senso il ricordo (e l’attesa?!) di un modello “borghese”, di un altro futuro,…americano.

Oggi potremmo dire  che anche quella è stata una stagione di transizione…un tempo rivoluzionario che sta passando, sotto la spinta ad un continuo e sempre più imprevedibile cambiamento…a livello globale. Un cambiamento che riguarda un capitalismo diventato sempre più plurale: “quale capitalismo”? Un cambiamento che riguarda il capitalismo, ma anche il pensare e l’organizzare la società…; non solo quello che racconta il declino dell’informazione scritta, la comunicazione via cellulari, il mondo dei social…Il tramonto del fordismo, dei grandi stabilimenti manifatturieri, della crescente competizione tecnologica e delle mutate professionalità, dei freelance; di un tempo libero che viene gestito da nuovi impegni di lavoro. Ma anche nuovi squilibri sociali e la scarsità di un lavoro “tradizionale”. Prima l’economia ha soppiantato la politica nel decidere sul presente e sul futuro; poi la “rivoluzione conservatrice” ha messo in crisi il riformismo socialdemocratico….Ma ora – lo notava in questi giorno Deaglio (che negli anni ’90 aveva scritto “liberali, non liberisti”) – ha bisogno di indicazioni e scelte dalla politica. 

Come interrompermi? In questi giorni il riferimento ai cambiamenti che continuano, sempre più imprevedibili, settant’anni dopo la fine di “Ateneo”, ci costringono a riconoscere che anche la riflessione sulla proletarizzazione immaginata dalla generazione del ’68 è sottoposta ad una nuova riflessione che costringe a guardare in un’altra direzione. 

Posso provvisoriamente fermarmi alla preoccupata constatazione di un intellettuale della sinistra storica, sintetizzata in un saggio pubblicato con un titolo emblematico: “Sinistra”. Scrive Schiavone: senza imprese non c’è più classe operaia cui affidare la guida della storia, non c’è più socialismo…bisogna rifondare la sinistra…Operazione molto impegnativa, poiché – nota un’altro politologo (in questo caso Andrea Grazioso, in “Occidente e modernità”) – negli ultimi anni la sinistra ha smarrito  con l’dea del lavoro anche quella di partito…con un radicamento ed un progetto concreto, mentre la destra esprime l’idea del partito che ha un perno nell’uomo forte: il partito del presidente…Una tentazione generale….Come resistere al ritorno del dispotismo?

[Intervento pubblicato sulla pagina Fb dell’autore. Per la riedizione su questo blog sono state apportate alcune minime correzioni di tipo formale]

Il Pd e l’illusione di essere i migliori

Edmondo Berselli, che molto se ne intendeva, definiva il Pd un partito “ipotetico”. Come a dire che aveva molte strade davanti a sé, tutte però incerte e precarie. 

Ora, passati un certo numero di anni, viene da considerare che il Pd è diventato semmai un partito predestinato. Nel senso che quando il sistema politico è più solido, gli si aprono le porte del governo come esito obbligato della sua maggiore esperienza. E quando invece il sistema traballa, investito dal malumore popolare e populista, è proprio quel di più di esperienza che ne fa il bersaglio preferito di ogni sorta di protesta. 

La sfida tra Bonaccini e Schleyn non sembra aver risolto il problema. I due hanno attirato una certa attenzione, hanno rassicurato sulla loro futura collaborazione, hanno fatto del loro meglio per mescolare orgoglio e autocritica nelle dosi che si convengono. Ma non si può dire che abbiano cambiato i destini del loro partito. Almeno fin qui. 

Naturalmente si può sperare che un massiccio afflusso di votanti alle primarie di domenica prossima rada al suolo quel diffuso pessimismo che s’è respirato in questi giorni di contesa. Anche perché il Paese, e perfino il governo, avrebbero un gran bisogno di un’opposizione che fosse in palla, piena di idee, capace di sfidare l’ordine costituito. 

Ma l’impressione è che invece il cammino sia ancora lungo, dato che il Pd resta a metà strada. A cavallo tra l’illusione di essere ancora i migliori e il timore di essere, anche per propria colpa, le vittime designate dello spirito del tempo. Non essendo in realtà né l’una né l’altra cosa.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 febbraio 2023

[Articolo qui riprodotto per gentile concessione del settimanale edito dalla Diocesi di Brescia]

Le cinquanta sfumature di rosso del nuovo Pd: se vince la Schlein, passa il modello del partito radicale di massa.

Finalmente lo si può dire senza più essere smentiti. Il nuovo e futuro Pd sarà sempre più simile alla concreta esperienza della antica e storica filiera della sinistra italiana, quella che si può riassumere con il trittico Pci/Pds/Ds. Certo, se dovesse vincere le primarie la Schlein avrebbe indubbiamente ragione Luca Ricolfi quando dice che ci troveremmo di fronte ad una sorta di “partito radicale di massa”. Ma, comunque sia, il profilo, l’identità e lo stesso progetto politico del Pd mutano radicalmente rispetto ad un passato anche solo recente. E lo stesso spazio politico sarà quello che nel nostro paese ha sempre occupato, dal secondo dopoguerra in poi con efficacia e coerenza, la sinistra comunista e post comunista.

Ci sono almeno tre aspetti, tra i moltissimi che si potrebbero citare, che giustificano e spiegano questo assunto.

Innanzitutto la martellante sottolineatura che il Pd deve ricostruire, rilanciare e riattualizzare il grande patrimonio politico e culturale della sinistra italiana. Cioè, detto in termini più comprensibili e semplici, la grande tradizione del comunismo in versione italiana che si è andata rinnovando nel corso degli anni. Una cultura, una storia ed una esperienza che, com’è del tutto evidente, sono riconducibili alla concreta esperienza dei partiti che sono gemmati da quella gloriosa tradizione politica ed ideale. E, non caso e giustamente, i 4 candidati alla segreteria nazionale del Pd provengono tutti da quella tradizione e da quella cultura. Ovvero, le “cinquanta sfumature di rosso”.

In secondo luogo l’antifascismo. Ovviamente, uno dei dettati centrali dell’impianto costituzionale. Ma, come dimostra la concreta esperienza politica italiana contemporanea, la battaglia antifascista è ritornata centrale nella polemica politica quotidiana. L’antifascismo è diventato il nuovo collante ideologico della nuova sinistra post ed ex comunista. Non passa giorno che i principali esponenti del Pd, affiancati – come recita la storica vulgata della sinistra italiana – dai vari conduttori televisivi, dai soliti opinionisti “liberal” e dallo stuolo degli pseudo intellettuali a rimorchio, non denuncino l’imminente e sempre più probabile ritorno della “minaccia fascista”, della deriva illiberale, della compressione irreversibile delle libertà, della torsione autoritaria e simili amenità. Un classico della lunga e storica esperienza della sinistra comunista e post comunista nel nostro paese.

In ultimo, l’egemonia culturale. Con buona pace di chi non proviene da quella storia e che, per motivi di potere personale e di organigrammi di corrente, continua ancora a restare nel Pd, deve prendere atto che la cultura che ormai ispira radicalmente quel partito è quello della sinistra storica. E, come ben sappiamo da svariati decenni, non si tratta soltanto della cultura politica riconducibile alla storia del partito. Ma al vasto ed articolato stuolo di mondi vitali, intellettuali, artisti, conduttori televisivi, opinion leader e giornalisti che storicamente accompagnano e condizionano, anche pesantemente, il progetto politico complessivo del principale partito della sinistra italiana. La vecchia e mai superata “egemonia culturale” di gramsciana memoria.

Ecco, mi limito a queste 3 sole considerazioni per arrivare alla scontata conclusione che il futuro del Pd non sarà nient’altro, in versione aggiornata e rivista come ovvio, che la prosecuzione della storica filiera della sinistra italiana Pci/Pds/Ds. Certo con la variante, tutt’altro che scontata, di una versione di “partito radicale di massa” interpretata dalla Schlein. Comunque sia, l’originalità del “partito plurale” frutto del Pd originario con le diverse culture politiche che contribuiscono, in una efficace e feconda visione di sintesi, a costruire il progetto politico e di governo del partito, è ormai archiviata. Per chi resta nel Pd, e non è riconducibile alla storia del trittico Pci/Pds/Ds, a cominciare dalla pattuglia sempre più striminzita dei Popolari, il ruolo è già scritto: e cioè, i famosi, noti e collaudati “cattolici indipendenti di sinistra”. Cioè personaggi, e relativi e conseguenti seggi parlamentari, utili per dimostrare che il Pci – pardon, il Pd – è ancora e sempre un partito culturalmente plurale. Ma come recita un vecchio proverbio popolare, “chi si accontentata gode”.

“Quando Dio viene nasce un uomo”: il libro del teologo Carlo Molari proposto da Gabrielli Editori

«Quando Dio viene nasce un uomo. Quando Dio viene crescono i suoi figli e la vita fiorisce in noi in umanità piena. Noi attendiamo Dio che viene incontrando uomini, perché la Sua azione si esprime nei gesti, nei pensieri, nelle parole, nella misericordia di creature che arrivano, pur nei loro limiti e incompiutezze, a fare di se stesse trasparenza di Dio.»

Il modo di fare teologia di Carlo Molari è accessibile a tutti perché nasce ed è alimentato dall’esperienza del vivere. Queste riflessioni sui Vangeli costituiscono un percorso ulteriormente facilitato alla comprensione del pensiero e della spiritualità del maestro.


Il riferimento alla vicenda storica di Gesù, a partire dai Vangeli del Natale (e che prosegue in un secondo volume dedicato ai Vangeli della Pasqua) e in stretto parallelo con le vicende umane in cui ciascuno può riconoscersi, offre un contesto di esemplificazione e applicazione pratica dove il pensiero teologico dell’autore emerge con chiarezza e ampiezza di implicazioni. Infatti, a quei temi della riflessione che i racconti dei Vangeli sollecitano viene generalmente dato modo di esprimersi con una estensione e una concretezza maggiori rispetto alla trattazione sistematica sviluppata ne Il cammino spirituale del cristiano cui si fa qui riferimento.


Si manifesta così lo stretto intreccio fra la meditazione delle Scritture, in particolare i Vangeli, e lo svolgersi del pensiero teologico e delle indicazioni per la vita dello spirito da parte dell’Autore, che a sua volta ha portato lo sviluppo della spiritualità e del pensiero vitale del maestro a una penetrazione più profonda della vicenda di Gesù: a partire dalla precisione degli inquadramenti storici, attraverso l’immedesimarsi negli eventi della sua vita e il riviverne gli stati d’animo – lo sguardo fisso su Gesù – fin quasi ad assumerne sensibilità, atteggiamenti interiori e modi di porsi di fronte alle situazioni dell’esistenza. Tutto questo dà al suo modo di leggere i Vangeli una notevole perspicacia interpretativa proprio per la profondità con cui don Molari è penetrato nella conoscenza della vicenda umana in generale, e di quella dell’uomo chiamato Gesù in particolare.

(Dalla prefazione di Ornella Stazi, che negli anni ha trascritto, e infine selezionato, le omelie per la pubblicazione, e di Francesco Nicastro, curatore del volume)

La guerra non si ferma, ma nemmeno l’impegno per la pace.

Ieri, alla vigilia dell’anniversario dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiesto il ritiro “immediato” delle truppe russe, auspicando una pace “giusta e duratura”. La risoluzione ha ricevuto 141 voti a favore, sette contrari e 32 Paesi si sono astenuti, tra cui Cina e India. 

Vivo apprezzamento da parte dell’Italia. “Siamo tutti molto soddisfatti, hanno stravinto i Paesi che sostengono la pace”. Lo ha detto il ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, a commento del voto finale a favore della pace in Ucraina, approvato con 141 voti a favore, 7 contrari e 32 astenuti. “È stato dato un segnale molto chiaro – ha aggiunto – in favore dell’Ucraina, che deve essere tutelata nella sua indipendenza”. 

Intanto la Cina, alla ricerca di uno spazio di mediazione, fa sentire la sua voce. La crisi ucraina è nata in Europa, ma ha ripercussioni globali, “e non può essere trascinata all’infinito”. Lo ha dichiarato l’alto diplomatico di Pechino, Wang Yi, in un’intervista rilasciata ai media statali cinesi, dopo il ritorno dal lungo tour in Europa e Russia, che ha avuto al centro dei colloqui con le controparti straniere la guerra in Ucraina. “La Cina sostiene l’Europa perché svolga un ruolo più attivo e costruttivo nella promozione dei colloqui di pace”, ha dichiarato il capo della Commissione Affari Esteri del Partito Comunista Cinese, aggiungendo che l’Europa deve pensare a quali condizioni “si possano creare per un cessate il fuoco e la fine della guerra”.

Sembra che qualcosa si muova. Secondo il New York Times, infatti, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avrebbe dichiarato di essere aperto a colloqui di pace, anche se ha detto di non aver ancora visto la proposta della Cina per negoziare la fine della guerra.

Nel complesso, però, le posizioni si mantengono rigide. Il primo ministro britannico Rishi Sunak dirà oggi agli alleati del G7 che devono aumentare gli aiuti a Kiev più velocemente per dare all’Ucraina un vantaggio “decisivo” sul campo di battaglia. “Perché l’Ucraina vinca questa guerra – e per accelerare quel giorno – deve ottenere un vantaggio decisivo sul campo di battaglia… Invece di un approccio incrementale, dobbiamo muoverci più velocemente per quanto riguarda l’artiglieria, l’armatura e la difesa aerea”. Questo dovrebbe dire Sunak al vertice in videoconferenza nel primo anniversario dell’invasione russa.

Le “Primarie” del Partito democratico. Opportunità e rischi del voto di domenica.

A poche ore dal voto che individuerà il nuovo Segretario del Partito democratico sembra opportuno fare qualche considerazione su un appuntamento che mantiene un significato sostanzialmente unico nel suo genere, se si confronta con dinamiche interne ad altre forze politiche che non consentono ad iscritti e militanti di scegliere o cambiare la guida politica, neanche nel caso di evidenti fallimenti politici o di sconfitte elettorali. Il Pd ha infatti delle regole statutarie ed una struttura organizzativa che lo rendono indubbiamente il partito con il maggior tasso di democrazia interna, rispetto ad altre aggregazioni politiche che in alcuni casi non ne hanno affatto. Ciò nondimeno, l’appuntamento di domenica 26 presenta delle insidie legate ad un possibile risultato difforme rispetto a quello che è uscito dalle convenzioni nelle quali gli iscritti hanno espresso la loro preferenza nei circoli del Partito democratico (Bonaccini 52,87% – Schlein 34,88% – Cuperlo 7,96% – De Micheli 4,29%).

È una valutazione che prescinde dal nome di chi prevarrà nella competizione finale tra Bonaccini e Schlein, ma che verte sulla contraddizione che si aprirebbe nel caso in cui la fase congressuale si dovesse concludere con due risultati diversi; ovvero con due risultati che si tradurrebbero – di fatto – nell’imposizione alla comunità degli iscritti di una segreteria politica scelta da una platea di non iscritti. In questo caso si evidenzierebbe per la prima volta una anomalia del sistema di selezione del gruppo dirigente del partito; un’anomalia che ovviamente non esiste da oggi, ma che oggi potrebbe concretizzarsi con effetti imprevedibili per la vita presente e futura del Partito democratico.

È un meccanismo di selezione figlio della logica leaderistica che, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, ha pervaso la nostra politica in modo trasversale; tutti in fila per barrare un nome anziché sviluppare un confronto politico tra delegati o rappresentanti di diverse realtà territoriali, ambientali, associative e di categoria. Tra i primi impegni della nuova segreteria politica ci dovrebbe essere proprio quello di rivedere le modalità di svolgimento dei congressi, recuperando un ruolo più incisivo per gli iscritti coinvolgendoli anche in “primarie tematiche” con consultazioni in relazione ad alcune proposte di legge sulle quali il Pd è chiamato ad esprimersi nelle aule parlamentari. Un sistema che preveda una ponderazione del voto con un diverso peso specifico tra iscritti e non iscritti consentirebbe di lasciare la porta aperta anche alla partecipazione dei simpatizzanti esterni alla fase congressuale. È necessario, in altre parole, valorizzare la partecipazione attiva alla vita di partito lasciando un varco aperto a chi non è dentro, ma vicino al Pd.

Il ragionamento è ovviamente diverso quando si tratta di individuare un candidato per il ruolo di sindaco o presidente di regione. In quel caso, all’interno di una coalizione, le primarie possono ragionevolmente essere un metodo di scelta che tiene insieme forze diverse ma alleate tra loro, stimolando la partecipazione alle scelte sull’amministrazione della “res publica”.

Medici ospedalieri: pochi, mal pagati e insoddisfatti. Uno su tre è disposto a cambiare lavoro.

Un sondaggio dell’Anaao Assomed – la più importante associazione sindacale dei medici dirigenti ospedalieri- condotto dal 30 gennaio al 10 febbraio u.s. restituisce un fermo immagine decisamente negativo circa il livello di insoddisfazione diffusa che serpeggia nella categoria. E per comprendere che non si tratta di un malcontento vissuto in modo strumentale o corporativo,  poiché è un aspetto di un più ampio disagio professionale, è utile richiamare quanto affermato pochi giorni fa dallo stesso Ministro della salute Orazio Schillaci in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica di Roma: ”In dieci anni-dal 2005 al 2015 – oltre diecimila medici hanno lasciato l’Italia per lavorare all’estero, un esodo di capitale umano che non possiamo più permetterci”. A rincarare la dose pesano come macigni le parole del Presidente di Fnomceo – la Federazione nazionale degli Ordini dei medici – Filippo Anelli: “Se i giovani medici vanno via la colpa è della scarsa qualità di lavoro e di vita, degli stipendi non adeguati, della mancanza di sicurezza che mette gli operatori a rischio anche di aggressioni”.

Circostanza, questa, più volte rubricata nella cronaca persino in modo esponenzialmente crescente, in danno del personale sanitario in servizio negli Ospedali, in particolare nei Pronto soccorsi. La survey dell’Anaao Assomed è decisamente eloquente anche sotto questo profilo di considerazione: “Possono sembrare risultati scontati, ma oggi più che mai è importante controllare e misurare la temperatura dell’insoddisfazione che serpeggia nelle corsie ospedaliere fra i colleghi riguardo alle condizioni del loro lavoro, anche perchè dal CCNL ai nastri di partenza attendiamo risposte alle necessità e alle aspirazioni dei medici e dirigenti sanitari del nostro Paese. Comprendere i motivi di un disagio diffuso, e prospettare possibili soluzioni, può contribuire a rallentare l’esodo dei medici ospedalieri verso il settore convenzionato o privato o verso l’estero, nonchè a evitare forme di ‘uberizzazione’ dell’attività medica che contribuisce a generare contratti a cottimo tanto ricchi quanto poco chiari sulle norme e sulla sicurezza”.  

Non è affatto venale né strumentale che il primo posto dei cambiamenti attesi risultanti dal sondaggio presso i medici ospedalieri sia occupato – per un netto 63.9% degli intervistati – dall’incremento delle retribuzioni, le più basse d’Europa: in questo sanità e istruzione vanno a braccetto a significare la scarsa e colpevole considerazione ricevuta dai decisori politici verso due ambiti istituzionali così importanti per la qualità dei servizi pubblici offerti ai cittadini e il riconoscimento del know how professionale dei lavoratori impegnati in tali settori.

Il sondaggio dell’Anaao Assomed oltre il dato conoscitivo della realtà basato su evidenze oggettive ha il sapore di una denuncia delle condizioni di malessere e disagio vissuto e percepito da una intera categoria. Subito dopo l’aspetto economico la survey evidenzia il desiderio di fruire di una maggiore flessibilità nel tempo lavorativo in rapporto alle esigenze personali e familiari (per un 55%) e di una più tutelata sicurezza sul posto di lavoro, fattori che incidono in misura più rilevante delle attese riguardo alla progressione di carriera. Il fenomeno del brain drain (fuga di cervelli e di professioni intellettuali) assume dimensioni allarmanti: lo ha notato ed evidenziato il Ministro della Salute e lo confermano i dati dei medici attratti da retribuzioni più elevate e maggior considerazione sociale dei Paesi esteri, a cominciare dal Regno Unito e dall’U.E.

Nel suo documento l’Anaao Assomed non si limita a registrare il malcontento: “La terapia esiste, e non è solo di carattere economico, anche se pesa il fatto che l’Italia spenda solo il 6.1% del Pil per la sanità, la cifra più bassa tra i paesi del G7, ben al di sotto della media europea di 11.3% con il costo della sanità privata pari al 2.3%, poco sopra la media europea. Per recuperare il gap accumulato con le altre nazioni occorrerebbe un incremento annuo del FSN di 10 miliardi di euro. Ma pesano anche questioni di organizzazione e di scelte politiche, se il sistema di cure universalistico non appare in grado, per come oggi è, di reggere l’onda d’urto di nuove patologie infettive o della epidemia delle patologie croniche che accompagnano il sensibile aumento della aspettativa di vita. Occorre immaginare un nuovo modello che tenga nella dovuta attenzione la presa in carico del paziente, sia cronico che in acuzie, aumentando posti letto e personale, e implementando quella medicina di prossimità che appare oggi sempre più teorica, liberando i professionisti dalla medicina di carta che sottrae tempo alla cura”.

Il fatto che un medico ospedaliero su tre sia disposto non solo ad emigrare ma persino a cambiare lavoro è il sintomo eloquente e la conseguenza di un fallimento politico lungamente protratto. Inutile scomodare il Censis per approfondire le cause di un fenomeno così allarmante sul piano sociale e così desolante per chi ha dedicato un lungo periodo di studio al conseguimento della laurea e della specializzazione. Occorre una radicale inversione di rotta, una strategia di medio-lungo periodo delle politiche sanitarie, servono investimenti che incentivino l’eccellenza professionale che si traduce in servizi resi all’utenza in un settore così delicato qual è la salute dei cittadini.
A tre anni dal primo caso di Covid un’evidenza incontrovertibile riguarda la straordinaria abnegazione con cui il personale sanitario dei presidi ospedalieri ha fronteggiato l’emergenza. Rivalutare e premiare le professionalità emerse nella gestione della pandemia è un dovere imprescindibile che si somma con la considerazione che la categoria dei medici ospedalieri merita.

Gli Operatori Fiduciari: quell’esercito in cerca di giustizia sociale.

Durante il periodo pandemico li vedevamo controllare la temperatura e i green pass all’utenza nelle gallerie commerciali, nei negozi e nelle stazioni; non senza polemiche, generate dalla sensibilità comune. In “tempi normali” li vediamo, ogni giorno, vigilare nei presidi ferroviari e ospedalieri, porti, aeroporti, ed in tutte quelle stazioni appaltanti che richiedono il loro servizio. Parliamo ovviamente dei vigilantes, lavoratori ben identificati nei luoghi di lavoro ma che rischiano di restare invisibili dal punto di vista sociale. 

La magra busta paga dei lavoratori della vigilanza si evidenzia passando dalla retribuzione di una guardia giurata a quella di un operatore per i servizi fiduciari, appartenente della cosiddetta “vigilanza non armata”. Figli di una genesi contrattuale che li ha visti, nel corso degli anni, passare dal contratto del turismo a quello del multiservizi, a quello del portierato, approdando, infine, in quello della vigilanza disarmata, uomini e donne (spesso giovani studenti universitari), sono entrati nel settore della vigilanza privata, soppiantando, in numero, i colleghi armati. Nonostante lavorare oltre l’orario contrattuale non sia obbligatorio, i lavoratori fiduciari sono di fatto portati ad estenuanti doppi turni, anche di notte, per poter avere uno stipendio che superi, anche di poco, le mille euro. 

A peggiorare la situazione degli operatori per i Servizi Fiduciari vi sono anche le stazioni appaltanti che, per risparmiare, cercano manodopera a ribasso. Le imprese, per poter restare dentro il mercato del lavoro, offrono una paga base oraria che si aggira sui 5,50 euro lordi l’ora. Per sottolineare questa distanza contrattuale tra guardie giurate a operatori fiduciari, basti pensare che questi ultimi non godono nemmeno della quattordicesima mensilità e, spesso, nemmeno dei buoni pasto a presenza giornaliera. Il rinnovo del contratto nazionale, richiesto da oltre sette anni dalle Organizzazioni Sindacali, non ha ancora raggiunto un accordo con la controparte datoriale. Il termine “fiduciario” esprime con la parola “fiducia” quel delicato lavoro che essi, pur non essendo pubblici ufficiali, compiono giorno dopo giorno, nei luoghi pubblici e privati. 

La fiducia che si rimette nelle loro mani deve essere debitamente proporzionata a quella che loro si augurano di ricevere, in particolare, in un mercato del lavoro che richiede sempre più specializzazione, competenza ed efficienza. La fiducia, come anche la competenza, devono essere ben pagate. Anche dal lato economico.

La scuola deve fare i compiti a casa: quale cultura sedimenta e trasmette?

Nessun contesto meglio della scuola riesce a coagulare i processi di sedimentazione della cultura. Nel senso che – per definizione – trasmette quella del passato, riflette quella del presente ed è laboratorio formativo di quella del futuro. Ognuno di questi tre compiti deve essere compresente agli altri altrimenti la scuola stessa finisce per essere rispettivamente mero luogo di travaso di nozioni, specchio acritico dei tempi o fucina di una progettualità senza radici. Nei percorsi istituzionalizzati di educazione e formazione si leggono le ragioni della continuità e dell’innovazione che spiegano il ruolo del sistema formativo nella società della democrazia e della partecipazione.

L’identità della scuola si manifesta in una continua oscillazione tra ratio e traditio, tra stabilità e mutamenti, tra conservazione e cambiamento, nella ricerca di punti di equilibrio su principi, valori, regole, ideali. Nel suo accreditamento sociale questa istituzione è a un tempo custode delle tradizioni ricevute e agenzia della loro rielaborazione critica. Ora io credo che da qualche anno a questa parte (potrei dire da qualche decennio) si sia esponenzialmente accentuata una deriva fortemente orientata a far prevalere le ragioni della discontinuità e del cambiamento fine a sé stesso. Come acutamente ebbe a scrivere Ernesto Galli della Loggia, una volta nelle nostre aule risuonavano alti i nomi di Dante e Galilei, di Leopardi e Manzoni. Oggi molta parte dell’impegno pedagogico è prevalentemente profuso ad insegnare ai ragazzi a non usare i cellulari in aula, a non mangiare le merendine e a non mettersi le dita nel naso (e quel che è peggio è che ciò in larga parte corrisponde ad aspettative di tipo sociale). Per non parlare dei casi in cui è necessario fermare il bullismo dilagante, verso i compagni e gli stessi insegnanti: non più bravate ma veri e propri atti di teppismo.

Una rincorsa senza speranza se si pensa di non perdere l’aggancio con il concreto, il quotidiano e di guidare i processi di mutamento sociale mettendo al bando lo studio e la valorizzazione delle nostre migliori tradizioni culturali. Perché i nostri figli sanno usare il PC, accedono ad internet e a loro modo comunicano con il mondo ma non sono più capaci di usare un vocabolario, non sanno scrivere, non sanno parlare senza affondare negli intercalari di dubbio buon gusto e di pessima educazione.

C’era una volta una scuola dove si andava volentieri, che meritava la fiducia delle famiglie e la considerazione sociale. Una scuola dove gli insegnanti stavano in cattedra e gli alunni nei banchi. Poi è arrivato il vento del cambiamento e questa scuola è lentamente scomparsa, sostituita da un’altra scuola – a volte migliore a volte peggiore – ma fondamentalmente senza volto e senza identità. Un posto di passaggio (una delle tante “agenzie formative”, come l’abbiamo voluta rinominare) dove non si sosta più volentieri, per assaporare il gusto ineguagliabile della cultura lentamente trasmessa e lentamente assimilata.

Una scuola che ha perso per strada molte parole che non si usano più: rispetto, tradizione, valori, merito. Una scuola fast-food, ma questa è una storia di cui riparleremo un’altra volta.

Vince l’ideologia della Schlein, sorge il problema dell’alternativa.

Comunque vadano le primarie del Pd di domenica prossima, l’ideologia che rappresenta la candidata alla segreteria Elly Schlein, rimarrà vincente. Nel Partito democratico ma soprattutto oltre, nelle sedi decisionali che contano, nel mondo della cultura, nei media. Si tratta di un’ideologia che riflette la visione dei miliardari, di una parte significativa dell’élite economica e finanziaria occidentale e che presenta delle pesanti ricadute dirette (si spera almeno non volute) sulla classe media, sui suoi valori, sul suo tenore di vita; sull’economia di mercato, sullo stesso ordine internazionale. Il capitalismo della sorveglianza, di una sostenibilità concepita solo secondo i criteri di profitto di colossi finanziari come BlackRock, della cosiddetta “cancel culture” delle radici culturali occidentali, del gender, tende più a usare, e a deformare, i problemi in funzione degli interessi di pochi, che a indicare delle soluzioni.

Tale tendenza al capovolgimento dei valori e delle priorità, come metodo, è constatabile dappertutto. La cruciale questione ambientale viene affrontata non solo prescindendo da quella ecologia integrale invocata nella Laudato Si‘ ma addirittura al di fuori di un orizzonte antropocentrico. La questione energetica rischia di assomigliare a un intestardimento su tecnologie inefficienti, insufficienti al fabbisogno e fuori mercato anziché, come come nel resto del mondo non occidentale, essere una sfida positiva tecnologica e capace di stare sul mercato. Nella sfera della famiglia per ossequio alla teoria gender si sta passando da un ovvio, doveroso e costituzionalmente garantito rispetto delle persone, al di là di qualsiasi differenza, a forme di apologia, per non dire a una discriminazione al contrario. E questo metodo tende a estendersi a ogni questione riguardante le scelte decisive per il futuro e per il modello di società.

Se il pluralismo viene bandito, la democrazia ne risente. La partecipazione cala. E al suo posto si afferma un meccanismo di governo in cui le decisioni prese da chi è più forte vengono calate dall’alto. I media si trasformano in strumenti di propaganda in favore di scelte prive di una adeguata legittimazione democratica. E i funzionari, la burocrazia comunitaria e ministeriale, finiscono per rispondere più a chi impartisce le direttive dall’alto che ai politici di turno. I risultati di questo modello di governance li vediamo nel modo in cui deliberatamente viene imposta la decrescita, si persegue un generale arretramento del tenore di vita dei ceti lavoratori e popolari (in ossequio al comandamento di Davos secondo cui in futuro “non possiederai più niente e sarai felice”), brandendo come una clava cause in sé giuste, come quella ambientale e non solo, con effetti devastanti sul tessuto socioeconomico delle nazioni sviluppate senza peraltro conseguire risultati apprezzabili sui problemi che invece sembrano cavalcati come pretesto per attuare ben altri scopi.

Questo vizio di fondo della politica è avvertito ampiamente ormai a livello di massa e genera incredulità, sconcerto, spaesamento, sfiducia fra i ceti che devono sopportare le conseguenze di strategie tendenti a ripristinare distanze e disuguaglianze sociali che si credevano definitivamente superate. E rende più difficile e anche più urgente il compito di riannodare i fili della partecipazione popolare, per affrontare la triplice transizione in corso – energetica, digitale e verso il mondo multipolare – in modo più saggio, realmente democratico e partecipato dai cittadini. Per costruire una proposta culturale e politica diversa da quella della decadenza e della deriva verso nuove forme di intolleranza dell’Occidente, occorre recuperare il senso della misura nell’affrontare i nodi cruciali della nostra epoca. Un equilibrio capace di assegnare il giusto valore a ogni cosa e di costruire proposte di governo facendo una sintesi fra i desideri, o i diktat, delle élites e le reali necessità del popolo.

Non è un Pnrr per giovani

Morire di ingordigia. Dovremmo chiamare così la fine del nostro Paese per troppo Pnrr. La favola di Fedro della rana dalla bocca larga la conosciamo tutti, ma il suo insegnamento è spesso dimenticato. Ce lo fa ricordare l’articolo-intervista di Bianco sull’Huffington Post tutto dedicato al Pnrr e all’indicibile numero di progetti che abbiamo solo scritto pur di raggiungere la quota massima di euro che ci potevano assegnare come Paese. Nell’intervista al prof. Luciano Monti della Luiss sono i numeri a parlare chiaro. Chissà quale follia dettata dall’ingordigia deve essere passata nella mente dei funzionari di governo nel valutare sconsideratamente che alla corsa “arraffa-arraffa” del Pnrr fosse necessario raggiungere il massimo possibile dello stanziamento, anche se i bisogni erano inferiori e soprattutto le idee progettuali ancora meno. 

Quindi, come la rana dalla bocca larga, abbiamo pensato che potevamo prendere 100 miliardi di euro in tre/cinque anni e buttarci dentro 60/70 mila progetti-idee per la ricrescita del Paese da affidare alla burocrazia locale. Primo, noi tanti soldi non li abbiamo mai visti in anni di Repubblica, e nemmeno di Regno. Con il piano Marshall ci siamo andati vicino, ma avevamo più tempo ed effettivamente il territorio era distrutto dalla guerra. Qui siamo indietro per la tecnologia, lo sviluppo delle risorse ambientali, le politiche del lavoro e del welfare, le infrastrutture (aggiungiamo cultura e formazione perché da sempre ci spendiamo poco). Gli altri settori vanno benino, ma vanno. Secondo punto: da quando in qua nel Paese la burocrazia ha maturato un concetto, seppur primordiale, di libertà di azione con poche ma certe regole? Mai direi, se nel tempo ci siamo dovuti inventare un sistema detto di “semplificazione” tanto erano le norme che avevamo prodotto di 150 anni di unità d’Italia. Come abbiamo potuto pensare che il sistema della burocrazia locale e nazionale potesse tradurre l’idea in azione? 

Ora a rileggere l’intervista c’è l’amara constatazione che volendo mettere una “pezza alla bell’e meglio acconciata” il Governo in carica pensa di ricorrere ai privati scaricandogli un 70% di contributi fondi e tenendo per se un 30% di fondi. Una follia organizzativa e un disastro attuativo. Perché se anche fosse accettato, significherebbe per i privati distrarre nei prossimi due/tre anni la maggior parte delle loro energie produttive, immaginando di realizzare quanto scritto nel Pnrr senza aver preso parte alla sua impostazione. Converrebbe dunque ammettere che il “troppo stroppia” e di conseguenza ridurre ad unitatem, per quanto possibile, questa selva di 60 mila progetti sparsa per tutte le Istituzioni del Paese (solo per curiosità, basti vedere la proliferazione di proposte di ricerca presentate dalle Università). Ma così agendo molti saranno scontentati ed altri si sentiranno privilegiati: la misura non è tra quelle che fanno aumentare i consensi per un Governo. 

Qui però ricordiamo le parole di insediamento della Premier Meloni, quando disse che non avrebbe esitato per il bene comune ad adottare misure e provvedimenti anche impopolari ma necessari. Questo è uno dei casi che si presenta alla sua attenzione. Certamente mantenere inalterato il totale orami consolidato (100 miliardi!) e tentare di farci stare solo i progetti di cui si ha bisogno per colmare quel gap riconosciuto. E anche qui bisogna intendersi. Il gap c’è nel settore energie e sostenibilità, nell’utilizzo delle nuove tecnologie in molti settori primo fra tutti quello del welfare e della sanità, ma non di meno la prospettata rimodulazione del Pnrr non ha per ora tenuto conto della cultura e della formazione dei giovanissimi come avrebbe dovuto. Allora, un Pnrr che disegna il futuro per quelli che già ci sono e non per quelli che ci saranno, è un grave errore prospettico della politica del nostro Paese. Vale la pena metterci mano adesso, vista la  complicazione prodotta da burocrazia amministrativa e gestionale, per trovare – qui la visione nuova – insieme ai giovani e giovanissimi del Paese quel Pnrr che serva loro più che a noi. Una visione politica di ampio respiro che dimostrerebbe di avere una strategia di governo, piuttosto che un “rattoppo alla bell’e meglio” per il quale ci stiamo adoperando. È la differenza tra occupare la poltrona di Presidente del Consiglio e l’essere il Presidente del Consiglio di quei giovani che pure costituiscono la base elettorale del partito di Fratelli d’Italia, ai quali, per dirittura morale, un qualche riscontro bisognerà pur dare. D’altronde hanno tutto il diritto di averlo. E noi pure.

Popolarismo, lo scrigno di una dottrina feconda

La netta vittoria della coalizione di centrodestra a guida meloniana, la totale débâcle di tutta l’area delle forze di centrosinistra e gli aspetti più eclatanti emersi nella recente competizione elettorale che ha riguardato il rinnovo dei consigli regionali di Lazio e Lombardia e i rispettivi governatori, ossia la totale assenza di progetti credibili, l’incontenibile ostilità tra le forze dell’attuale opposizione e l’abissale disaffezione dell’elettorato, giunto ad una percentuale di astensione di oltre il 60 per cento, rende, quanto mai urgente, l’avvio di un processo di ricomposizione dell’area popolare, cattolico democratica e sociale come risposta credibile al vuoto di idee e progetti e alla ulteriore accentuazione della polarizzazione delle forze politiche in campo.

È oramai diffusa la consapevolezza che questo malessere, ultraventennale, generato da politiche disinvolte, improvvisate, dal respiro corto, talvolta spregiudicate o intrise di populismo e sovranismo, permanendo il vuoto di valori, di metodi e di prospettive, solide, non troverà altra soluzione che riproporre ingannevoli ed effimere rendite elettorali. Anche la stessa Meloni, stretta in un insidioso dualismo bifronte, alterna performance di forte risonanza mediatica e securitaria, nelle questioni interne, incentrati su obiettivi identitari, ma di dubbia rilevanza ed efficacia, anziché affrontare le tante derive socio economiche che da tempo affliggono ampi strati del paese, a piegature sotto tono, fino a tratti di inequivoca irrilevanza nei tavoli decisionali delle nostre istituzioni europee: emblematiche le anticamere che le hanno riservato, Macron e Scholz. Mentre sono rimasti solo ricordi tutte quelle pretese da ultimatum, rivolte alle istituzioni europee, pronunciate nel corso dei tanti comizi identitari nelle piazze, non solo italiane, prima del voto.

Tutto il contrario di ciò che caratterizzò invece il nostro sistema politico per più di cinquant’anni nella cosiddetta prima Repubblica. Ma, ancor più c’è da chiedersi, con due elettori su tre che non votano e una ristretta minoranza a decidere nei territori, se possiamo ritenere legittimamente assicurato il presupposto sostanziale della partecipazione politica, tra i capisaldi del principio di eguaglianza e del principio di rappresentanza politica,almeno nei termini di una soglia minima accettabile: la questione si collega direttamente, nella scelta o meno dell’elettore, alla precipua funzione rappresentativa dei partiti. Il fatto è che paghiamo ancora il prezzo pesante di quella tempesta giudiziaria che nel perseguire le singole violazioni penali, fini per abbattere l’intero sistema dei partiti. Fu il netto annientamento di quasi tutto il sistema di quei partiti a rendere rapida la migrazione, persino delle istanze più identitarie dei ceti sociali, sempre meno aperte ad una visione comune, verso le nuove forze che si affacciarono.

Così capovolgendo quella metodica che aveva visto il sistema dei partiti, fino a quel momento, nella versione tradizionale, artefici di progetti del paese modellati su una visione organica e di lungo periodo – di cui la Dc, primariamente, se ne fece carico – ne scaturì per paradosso, anche sulla spinta di una nuova legge elettorale maggioritaria, un nuovo e singolare modello di partito, costruito sulla persona del leader, volto più ad inseguire le istanze sociali, tanto più istintuali e mutevoli quanto più appetibili nel carpirne immediati consensi, che a costruire progetti politici fortemente radicati dentro una dialettica democratica di valori rappresentativi di autentici pezzi di società. È intanto appariva sempre meno essenziale la formazione e la cura della classe politica, preferendo ad essa l’assoluta fedeltà dei quadri dirigenti e degli iscritti. Non ha allora tutti i torti Pier Ferdinando Casini, il più navigato dei democristiani, finito come un naufrago in un Pd sempre più smarrito, nel disegnarci una realtà rappresentativa delle Istituzioni dove non sembrano trovarsi neanche le vestigia di quelli che furono canoni e metodi di governo con cui si raccordavano sapientemente istanze e aspettative dei ceti sociali nel rispetto dei quali i partiti della prima Repubblica, ed in primis la Democrazia Cristiana, seppero imprimere, con la miracolosa ricostruzione dell’Italia del secondo dopoguerra, un processo di modernizzazione dei territori senza precedenti. In questi anni, parte dell’area cattolica e popolare, privata del partito di riferimento, si è rifugiata nel disimpegno politico o nel volontariato sociale. Tuttavia non sono stai in pochi a perseguire, in una odissea senza fine, velleitarie fusioni a freddo con culture post-comuniste, che purtroppo qualche eminente esponente non smette di vagheggiare, o con culture di stampo liberista, nell’intento, pur lodevole, di non disperdere quel patrimonio di idee, o talvolta, nell’ingenuo obiettivo di controbilanciare un eccessiva polarizzazione delle coalizioni, sia a destra che a sinistra.

In questo quadro non può ignorarsi il nobile tentativo di una nuova edizione della Dc, che ha già trovato, soprattutto in Sicilia, lusinghiera affermazione. Non altrettanto si è verificato nelle altre province del paese dove la vecchia classe dirigente non è riuscita a divincolarsi da una sterile funzione di fedele custode di un passato politico, che purtroppo sembra oramai archiviato. Per contro, non poco rilievo devono invece aver avuto le cocenti delusioni, ed il fallimento di quei progetti ancillari, nell’uno e nell’altro versante e la profonda crisi del paese – che non sembra trovare soluzione nei tanti governi che si sono succeduti in questi anni – nel motivare il sempre più comune proposito di riportare nella pratica politica quei valori identitari e quei metodi che, ancora attualissimi, furono il portato della profonda riflessione di pensiero con cui don Luigi Sturzo disegnò, definendole con il termine popolarismo, le linee di condotta politica, per governare un paese senza mai debordare dalle connotazioni tipiche di un sistema democratico. È appena di qualche settimana la celebrazione degli oltre cento anni dall’appello “A tutti gli uomini liberi e forti”che don Luigi Sturzo lanciò il 18 gennaio del 1919, in concomitanza con la fondazione del partito popolare. Quell’Appello resta una pietra miliare ed è un manifesto di grande spessore morale e politico. Li si incorpora tutto il pregevole lavoro, unanimemente riconosciuto dagli studiosi, con cui Sturzo seppe trasporre in chiave politica i tratti etici e sociali della dottrina sociale della Chiesa.

Nella ricerca di un solido antidoto contro lo statalismo, che comprime le libertà, contro la partitocrazia che deforma i valori dell’uguaglianza, e contro l’abuso del denaro pubblico, che altera la giustizia: “le tre nemiche della Democrazia”, Sturzo antepone una corposa visione interclassista. E non è raro rinvenire in taluni passaggi della sua ricerca, tesa a rielaborare organicamente, alla luce della propria teoria politica, principi e visioni delle più importanti matrici culturali: dal conservatorismo al liberalismo, partendo da A. Smith, al socialismo, assonanze con le categorie del liberalismo schematizzate da Benedetto Croce. Un’analisi pregevole che lo porta ad individuare, per ciascuna di esse, gli effetti perniciosi o le possibili aberrazioni nella loro prassi applicativa: dalle incontrollate forme di accentramento dei poteri, alle profonde disuguaglianze sociali, alle temibili compromissioni dei supremi valori della vita, della famiglia e della cooperazione pacifica tra le comunità e tra i popoli. In questa mirabile sintesi la sua teoria del popolarismo ne risolve le contraddizioni intrinseche in una coerente compatibilità con i principi dello Stato democratico.

Non di poco conto fu, anche, il carattere profetico della sua visione con riferimento al futuro assetto costituzionale, all’importanza della partecipazione di ogni cittadino, alla vita istituzionale e alla costruzione di una comunità europea. Ma quello che ancora più stupisce è l’estrema attualità del suo pensiero nel quale, anticipandone gli scenari si colgono adeguate risposte a tutte quelle carenze e inadeguatezze che oggi siamo chiamati a fronteggiare, mentre ci si avvita verso una crisi dei partiti, quasi irrisolvibile, con grande insidia per la democrazia rappresentativa. Un pensiero pregno, vieppiù, di rigore morale (ne fa conto il suo concetto di spirito di servizio nell’esercizio di una funzione pubblica) e di organica e lungimirante coerenza strutturale e concettuale, che, oltrepassando le anguste espressioni della cultura politica cattolica, soprattutto del suo tempo, sta trovando una riscoperta in vaste aree della società civile ed in una nuova classe dirigente. È noto peraltro quanto ad Egli fosse ostile la commistione tra la sfera religiosa e la sfera politica (molto esplicativo il confronto epistolare con Romolo Murri).

Un focus particolarmente interessante fu il compiuto tentativo di coniugare, dentro la cornice della democrazia e della dottrina sociale della Chiesa,la connessione circolare: Individuo, Società e Stato nel rapporto tra l’esercizio legittimo delle libertà e della sovranità. Nel sottoporre a rigorosa riflessione tutto il pensiero e le teorie politiche del contrattualismo, che da Hobbes, Locke, Montesquieu, Rousseau, fino a Rosmini ed oltre, sviscerò con limpida visione ogni improprio significato del termine popolo – del cui frequente equivoco concettuale si sono alimentate e si continuano ad alimentare tutte quelle interpretazioni che sulla scia di insidiosi fraintendimenti finiscono per portare facilmente verso scenari populisti – disvelandone tutte le false applicazioni, non in linea con i principi basilari di Democrazia. Magistrale, in particolare, la sua analisi politica del contrattualismo liberale di Locke, ove ne risolve il problema della marcata asimmetria nel dualismo: Società-Stato, ricorrendo ad una più ampia ed articolata accezione del concetto di sovranità, che non può identificarsi nel solo esercizio da parte del popolo come corpo indistinto e monolitico; oltre a esso c’è la naturale e necessaria articolazione negli atti degli individui, delle comunità, delle istituzioni in un quadro di compatibilità con tutto quel crogiolo di interessi che ne esprimono il bene comune che deve sempre orientare il cammino di un popolo e dell’umanità.

Lo stesso Sturzo, in occasione della pubblicazione, nel 1923, del libro intitolato “Riforma statale ed indirizzi politici”, avverte che “…il suo popolarismo è divenuto una vera e propria dottrina della quale il partito non è altro che una concretizzazione organizzativa”, precisando vieppiù che esso “è esattamente una teoria dello Stato democratico”, nella cui costruzione hanno preminente rilevanza i principi di libertà e giustizia. Se non bastasse questo a rendere ineludibile l’avvio di un serio processo di ricomposizione culturale e politico, nel nome del popolarismo, per riportare nel solco della più aderente applicazione dei valori di convivenza civile, di sviluppo e di progresso, senza lasciare ai margini nessuna persona, ai principi scolpiti nella Carta costituzionale, germogliata sull’epilogo di una guerra mondiale, foriera delle più abissali e disumane brutalità e di una sanguinosa lotta fratricida, cos’altro potrebbe spingerci a trovare un percorso comune per il bene del paese? Ma non da meno assume valore la preminente necessità di contribuire a comporre, in una visione di pace tra i popoli, e non di blocchi contrapposti, come sembra ci si stia riavviando, un quadro geopolitico inquietante scatenato da una ingiustificata aggressione alla sovranità dell’Ucraina, dagli esiti e dalle evoluzioni, oggi imprevedibili. Al contempo, è deprimente che anche le Istituzioni sovranazionali segnino il passo o non trovano autorevolezza e ascolto, perché troppo appiattite su posizioni di parte.

In questa cornice i tanti segnali che si colgono ci inducono a pensare che il forte fermento che sta animando l’area dei cattolici saprà essere la giusta linfa e la “ ragion pratica” (qui nel senso kantiano di quella parte del pensiero sturziano, indirizzato all’azione ed al comportamento), per rimettere in cammino tutte le potenzialità e la fecondità del popolarismo, dottrina capace, ancora oggi, di dare le giuste risposte alle tante distorsioni dell’attuale sistema politico.

Di fronte al Mistero in punta di piedi. Incontro dell’Osservatore Romano con Marco Bellocchio.

La conversazione con Marco Bellocchio comincia subito dal cuore del messaggio cristiano: l’amore verso Dio e verso il prossimo. E allora proviamo, ma solo provvisoriamente, a mettere tra parentesi il primo dei due amori e a sviluppare il secondo. Questo perché avevo sentito qualche giorno prima il regista di Bobbio affermare durante la presentazione del libro Una trama divina di padre Antonio Spadaro che «l’esperienza di amare il prossimo, addirittura di amare il nemico a me è quasi impossibile, sconosciuta. Se venisse qualcuno, se venisse a svelarmi come si fa, che questo amare il prossimo mio come me stesso è possibile, questo per me sarebbe una vera rivoluzione». È stato un momento intenso, che ha toccato il cuore di molte persone che gremivano la sala de «La Civiltà Cattolica». Alcuni tra i presenti l’hanno paragonata ad una confessione, altri ad una preghiera. A me è sembrato un appello che mi ha spinto a cercare l’artista e ad andarlo a trovare, senza nessuna pretesa di essere quel “qualcuno” capace di svelare, ma almeno di continuare la conversazione così, come due viandanti lungo il cammino della vita.

«Quella espressione, “amare il prossimo come me stesso” ce l’ho impressa nel cuore e nella memoria;» mi risponde con il suo modo di parlare semplice, sincero, disarmante e anche pieno di pause, come se cercasse insieme a te le parole giuste, «e sottolineo amare non di più ma “come”; è però già tantissimo: l’amore vero e gratuito per gli altri ed è per me qualcosa di sconosciuto. Non nel senso di mai sentito, perché è un’espressione che, insieme a tante altre, mi è stata insegnata da bambino; ho avuto infatti, come tanti, un’educazione cattolica, poi però la mia vita, prima di tutto famigliare, con una serie di problematiche profonde, mi ha messo sulla difensiva, per cui è prevalso un principio di sopravvivenza. Ti difendi, ti arrocchi, ti chiudi. Non hai risposte e perdi la fede».IMG_0576.jpeg

Il regista rivisita il suo percorso artistico e anche politico e chiama in ballo alcuni “maestri”.

Naturalmente poi, anche una serie di politiche e artistiche, mi hanno spinto verso non tanto il materialismo perché poi io sono sempre stato un idealista, non sono mai stato un vero marxista, mi hanno spinto verso una ricerca dove la religione era assente. Però è vero, quando ho parlato alla presentazione del libro di padre Spadaro (intervento improvvisato, non previsto) ho voluto citare il film di Dreyer Ordet. La lista sarebbe lunga di grandi artisti che hanno a che fare con la trascendenza e che mi hanno affascinato. Penso a Robert Bresson e al suo Diario di un curato di campagna. Bresson ha un rapporto diretto con la trascendenza, sia pure nella sofferenza, quasi nell’agonia (la sofferenza di Cristo sul monte degli ulivi e poi sulla croce, l’agonia) ho in mente oltre al Curato anche quel capolavoro assoluto che è Un condannato a morte è fuggito che è un discorso sulla resistenza, sul non arrendersi mai, non disperare mai. Ma oltre al cinema c’è la letteratura e allora penso a Dostoevskij o a Tolstoj che è stata una scoperta tardiva: nei suoi racconti e in lui c’è un rapporto costante col Cristo, con il Vangelo. Penso a quel capolavoro assoluto che è Il divino e l’umano.

Cerco di farlo soffermare su questo tema della forza della rappresentazione e gli chiedo se per leggere un libro o vedere un film non c’è sempre e comunque bisogno di una “fede”. Una fede poetica, se vogliamo, per cui, per dirla con il poeta Coleridge, è necessaria una provvisoria “sospensione dell’incredulità” e Bellocchio ritorna su Ordet Dreyer confidando la sua commozione ogni volta che rivede quel film.

Mi commuovo di fronte al miracolo che vedo rappresentato; non l’ho visto nella realtà ma attraverso la rappresentazione, la fantasia, la creatività di un artista ed è indubbio che lui mi ha rappresentato un miracolo che mi ha emozionato. La donna che dopo aver partorito muore viene “risvegliata” da Johannes, il matto Johannes, e chiaramente questo risveglio mi emoziona. Mi viene in mente un’altra scena, tratta da La dolce vita di Fellini, in cui Mastroianni va a incontrare questa bambina che vede la Madonna e qui c’è una grande recita, una grande rappresentazione interamente pagana. Descrive soprattutto la disperazione e l’inganno.

Lo spingo a parlare dei suoi film ma Bellocchio chiama in causa, come scudo, l’autorità di padre Virgilio Fantuzzi, per decenni critico letterario de «La Civiltà Cattolica», ma forse più che scudo «il grande amico Virgilio» come lo chiama, è piuttosto una spia rivelatrice.

Virgilio scorgeva delle tracce di religiosità in alcuni miei film, e mi diceva (e poi scriveva): tu tradisci nella tua rappresentazione anche dei contenuti trascendenti. E portava diversi esempi come la scena iniziale di Vincere, dove c’è Mussolini che sfida Dio ad apparire altrimenti sarebbe “provata” la sua inesistenza. E Virgilio vedeva poi nella fine del film, nella caduta di Mussolini, la risposta di Dio trent’anni dopo. Io ascoltavo Virgilio prima di tutto con grande affetto, e sono stato contento di quell’ultima intervista che poi ho inserito nel film Marx può aspettare, in cui Virgilio vedeva il mio cinema come una confessione ininterrotta e anche come una Via Crucis».

Per leggere l’intervista completa

I Popolari nel nuovo Pd? Semplicemente incompatibili.

Sì, è vero. C’è un tifo, discreto ma sempre più diffuso, tra le fila dei Popolari, dei cattolici sociali e di quel mondo che è riconducibile alla tradizione del cattolicesimo politico e popolare affinchè Elly Schlein diventi segretario – o segretaria pardon, non vorremmo già essere denunciati anzitempo – nazionale del Partito democratico. Certo, i sondaggi, almeno per il momento, la danno in leggero svantaggio rispetto all’ex comunista Bonaccini, interprete e prosecutore ufficiale della vecchia “ditta” della sinistra di potere. Ma nelle primarie del Pd, come l’esperienza storica ha dimostrato, può capitare realmente di tutto. E non mi riferisco solo alla denunce penali in alcuni territori, alle botte ai seggi o ai vari intruppamenti clientelari e di varie e singolari etnie che si sono registrati ai gazebo nel passato. No, mi riferisco, nello specifico, al profilo politico, culturale e sociale dell’on. Schlein, già parlamentare europeo e già vice presidente dell’Emilia Romagna. Una candidatura che, al di là che sia vincente o meno ai gazebo, è destinata comunque sia a condizionare pesantemente il futuro e la stessa prospettiva politica del Partito democratico, ovvero del principale partito della sinistra italiana. E questo, va riconosciuto senza alcuna remora, per la freschezza del suo messaggio politico e per la determinazione con cui incarna e trasmette il suo progetto alla “sua” opinione pubblica. E, aggiungiamo noi, una sua vittoria diretta o indiretta è destinata a fare chiarezza e, soprattutto, a dare finalmente un profilo chiaro e netto al Partito democratico.

Certo, è persin troppo facile evidenziare che il suo profilo politico, la sua cultura politica, il suo approccio concreto e, soprattutto, il suo programma, sono non solo esterni ed estranei alla storia, alla cultura e alla esperienza dei Popolari e del cattolicesimo popolare e sociale, ma sono addirittura alternativi. E, coerentemente, in questa lunga e anche un po’ noiosa stagione congressuale del Pd, il capitolo del ruolo e della stessa mission dei Popolari e dei cattolici sociali sono stati del tutto assenti. Il che, come ovvio, è del tutto comprensibile e anche giustificato. Su questo versante, del resto, c’è una perfetta coincidenza con l’altro candidato alla segreteria, Bonaccini. Ovvero, la radicale irrilevanza di quest’area politica e culturale ai fini del progetto politico del Partito democratico.

Ora, come è ovvio e persin scontato, il problema non si pone per quei Popolari che fanno parte degli organigrammi del partito a livello regionale e nazionale. E’ del tutto naturale che questi amici non facciano distinzione alcuna tra Bonaccini e Schlein nè, tantomeno, che il futuro Pd sia una sorta di “partito radicale di massa” se vince l’ex vice presidente dell’Emilia Romagna o un tranquillo e solido partito post comunista se si afferma il Presidente di quella Regione. Ma quello che non si può non evidenziare è che, nell’un come nell’altro caso, il ruolo dei Popolari all’interno di quel contenitore politico ed elettorale è del tutto fuori luogo e fuori tempo. Ed è per questi semplici motivi che la domanda che sale dalla base finalizzata ad un rinnovato protagonismo politico dei Popolari e di tutti coloro che ritengono ancora attuale e contemporanea quella cultura politica, non può più avvenire all’interno del Pd. E questo non solo perchè nel dibattito congressuale questo tema non è mai campeggiato se non per banali motivi propagandistici, ma perchè sono tutti consapevoli che nel momento in cui il Pd – dopo la gestione disastrosa dell’ultimo segretario e le ripetute sconfitte elettorali incassate – ridisegna il suo profilo, la sua mission e il suo ruolo nella politica italiana all’insegna della “ricostruzione di una nuova sinistra” frutto della tradizionale filiera del Pci/Pds/Ds, si chiude definitivamente una fase della vita del principale partito della sinistra italiana. 

Una fase, questa, che è coincisa con un soggetto politico che era culturalmente plurale e che aveva come obiettivo la costruzione di un progetto politico che individuava anche, e soprattutto, nella storia e nella esperienza del cattolicesimo popolare uno degli asset decisivi di quel partito. Ecco perchè confidiamo nella Schlein ben sapendo che il popolarismo è “totalmente altro” rispetto a ciò che predica, pratica e teorizza quella candidata alla segreteria del Pd. Pur sapendo che sia Schlein e sia Bonaccini la pensano allo stesso modo sul tema specifico ma, se non altro, l’ex Vice Presidente della Regione Emilia Romagna ha anche il coraggio e la coerenza di fartelo capire. Senza inutile propaganda e ridicole ipocrisie.

Florian, barbone testardo e nuovo martire: Testaccio  gli può rendere onore?

Ed Leszczynskl Free to use under the Unsplash License

Mons Testaceum era il monte dei cocci alto più o meno una quarantina di metri composto dall’ammasso, si stima, di 25 milioni di anfore olearie che contenevano grano e altre merci sbarcate dal porto dell’Emporio sul Tevere. Erano ricoperte di calce per inibire i miasmi dovuti alla decomposizione del residui organici e ammucchiate in buon ordine per garantirne la stabilità.

Sarà per questo che Florian, troppo facilmente bollato nella schiera dei rottami d’uomini, mesi fa ha scelto una piazza del Testaccio, un quartiere che origina dagli scarti, per adottare una panchina da eleggere a sua dimora. Florian non è solo un barbone ma un senza tetto, uno di quelli che non sopporta pareti a inibire il suo sguardo sul mondo. 

Non tutti i santi sono dei martiri. San Florian appartiene alla seconda schiera, di quelli che hanno versato sangue a causa della fede professata. Da soldato romano decise di convertirsi al cristianesimo. Saputo della prossima esecuzione di quaranta cristiani, durante la persecuzione di Diocleziano, decise di condividerne il destino. Fu arrestato, torturato e annegato nel fiume Enns con una pietra al collo. Siamo dalle parti di Lorch, nel land dell’Assia in Germania. Si dice che, grazie ad un suo miracolo, estinse un incendio con una sola brocca d’acqua; per cui oggi è frequente trovare scritte, sulla soglia di ingresso delle abitazioni, con l’invocazione al suo nome di proteggere la casa da ogni calamità. 

Florian, il nostro senza tetto, ha accettato di prendere il testimone che nel segreto deve avergli passato il Santo. Si è messo a vigilare e prendere cura di Piazza Santa Maria Liberatrice. Lì, infatti, la sua panchina è diventata un riferimento di accoglienza e di scambio di amicizia nella zona, proprio di fianco ad un parco giochi di bimbi. Assai meglio del più celebre Caffè Florian a Venezia che da 1700 in poi, nel corso della sua storia, può vantare tra i suoi avventori, nobiluomini, ambasciatori e artisti di ogni sorta.

Florian non è stato scartato da nessuno e ha adottato, a sua volta, la gente che gli ha usato premure e che lo ha pregato, almeno durante i giorni del gelo, di accettare un ricovero che si è reso disponibile. Non ha resistito più di una settimana nel chiuso di quattro mura, malgrado le attenzioni delle istituzioni e delle associazioni che si sono preoccupate e prodigate per lui.

Florian ha mostrato di avere la testa più dura degli abitanti del quartiere, i “testaccini”, ed è tornato nella sua piazza, liberatrice da tutto quanto possa opprimergli lo sguardo ed ancor più frapporsi alla parola con i suoi abitanti. Da esperto barbone l’ha fatta in barba a tutti. È tornato sulla sua panchina, lasciandoci questa volta le penne. Sarebbe bello se si facesse di quella panchina un monumento, se a Florian si dedicasse una statua che mostrasse la sua posa, seduto mentre parla con il circondario che gli transita dinanzi e che va a trovarlo. Fino ad oggi nessun “senza tetto” ha mai avuto dedicata un’effige, una targa o una statua in suo onore. Sarebbe ora per questo primo passo. Una cerimonia con tutti i suoi amici a salutarlo, zeppa anche di tanti altri come lui sparsi nella città. Sarebbe un miracolo. Chissà che san Florian…

Povera, la cultura. L’Italia non può permettersi una politica della lesina in questo settore decisivo.

L’Italia, si dice, è il Paese della bellezza e della cultura. L’offerta artistica e culturale ne condiziona la competitività e l’immagine internazionale. Stato, regioni e comuni hanno espresso negli ultimi anni politiche culturali diverse e non tutti i modelli proposti hanno funzionato. Tuttavia gli operatori di settore si impegnano a rispondere ai deficit di visione, superando sia il modello dispendioso del “grande evento” sia gli standard della piccola iniziativa. Sempre più organizzatori (pubblici, privati, enti no profit) hanno iniziato a rivolgere i progetti non solo al grande pubblico ma alla cittadinanza più prossima, in un’ottica di educazione alla cittadinanza. Parliamo naturalmente di un insieme di professionalità che lavora in sinergia con le altre filiere del Paese.

La crisi economica ha colpito duramente il mondo della cultura. Durante la pandemia, questo settore così promettente è stato il primo ad andare in quarantena e l’ultimo a esserne tirato fuori. L’importanza rivestita dalla cultura era sulla bocca di tutti, eppure nessuno sapeva come salvarla. Molti luoghi di aggregazione (cinema, teatri, biblioteche) hanno chiuso i battenti durante la pandemia e non hanno più riaperto. In parte, ciò è legato allo sviluppo impetuoso delle nuove tecnologie. Ma dipende anche dal fatto che la base occupazionale di questo settore è caratterizzata da rapporti di lavoro sempre più “atipici”. Un modo corretto di leggere il peso sociale riconosciuto a un settore produttivo è quello di analizzarne l’organizzazione del lavoro: attraverso il giusto riconoscimento delle figure professionali, lo Stato si rende presente. Per evitare lo “spezzettamento” del lavoro, in Germania vige la prassi del rapporto 1:2 tra dipendenti e collaboratori. Le fondazioni culturali tedesche hanno quasi tutte una propria sede: anche piccola, ma di proprietà. Le donazioni a loro rivolte godono di importanti benefici fiscali (in particolare in Baviera).

In questa sede, tenendo presente il legame tra settore culturale e capacità del Paese di produrre ricchezza, è bene sapere come sono orientati gli enti preposti. La legge italiana di Bilancio 2023 prevede, nello specifico, una ulteriore riduzione della quota percentuale destinata alla cultura (dallo 0.5% del 2022 allo 0.4% del bilancio dello Stato). Sebbene aumentino in percentuale le quote destinate ai beni archivistici e museali, diminuisce la già esigua dotazione del Ministero della Cultura (MIC) per “Tutela e promozione dell’arte contemporanea e qualifica delle periferie urbane”. Naturalmente si potrebbero enunciare molti altri esempi. 

Il potenziale socio-economico del settore culturale appare dunque, almeno in Italia, largamente sottostimato. Ma lo svantaggio è solo di natura economica? Il contributo della cultura ai processi democratici del nostro Paese è incalcolabile; essa costruisce benessere attraverso uno sviluppo più armonico della società. Contribuisce a ridurre le disuguaglianze sociali: lo vediamo, ad esempio, nella politica dei presidi culturali che elargendo spazi di produzione culturale e di socializzazione (soprattutto in aree difficili del Paese), si confronta con i temi della sostenibilità, rinsalda il Welfare con la condivisione di conoscenze e competenze, potenzia le tipologie e le finalità d’esperienza.

La cultura è dunque una trama da cui non si può prescindere, perché organizza ogni forma di vita sociale. È da questo settore, in definitiva, che dipende il nostro futuro, la nostra capacità di elaborare strategie per uscire dalla crisi, il nostro impegno a utilizzare saggiamente le (poche) risorse messe a disposizione per la cultura dal PNRR. Ecco, dunque, su cosa si dovrebbe investire.