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venerdì, 4 Settembre, 2026
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Natale 1925: Papa Pio XI istituisce la Festa del Cristo Re

L’iniziativa di celebrare il Cristo Re con una festa liturgica apposita può essere attribuita a Papa Leone XIII, perché fu lui, nel lontano 1899, ad avanzare l’idea che gli uomini dovessero consacrare universalmente il Sacro Cuore di Gesù mediante l’istituzione di un giorno solenne. Solo non ebbe tempo di ufficializzare la pratica. Pio XI, al secolo Ambrogio Damiano Achille Ratti, pochi anni dopo si occupò esclusivamente di accelerarne il processo istitutivo promulgando l’enciclica Quas Primas, che vide la luce l’11 dicembre 1925 (non a caso, a poche ore dall’omaggio all’Immacolata Concezione e a ridosso del Natale).

A fare pressione sui pontefici che si erano succeduti negli anni furono alcune suppliche rivolte dal collegio cardinalizio e dai vescovi, i quali, in più di un’occasione, si erano dedicati anche a una serie di raccolte di firme. Ma i dubbi e le obiezioni, all’interno dello stesso mondo cattolico, erano altrettanto vivaci e motivo di inibizione. Le cause erano diverse e abbastanza complesse. Cerchiamo di decifrarle.

In primo luogo, sotto l’aspetto teologico puro, l’iniziativa trovò le resistenze di coloro che ritenevano l’Epifania una celebrazione analoga in cui era già contemplata la glorificazione del Signore, in particolare nella Natività; ma c’era anche una componente politica: per i cattolici liberali, in un’epoca contraddistinta dalla forte crescita dei partiti di ispirazione popolare, il potere monarchico rappresentava una forma di governo superata ed estemporanea. C’era infine un terzo elemento, di natura sociologica, che investiva direttamente la condizione geopolitica internazionale, ed era la progressiva affermazione dei totalitarismi, i quali, passato poco tempo dalla tragedia della Grande Guerra, stavano reclutando milioni di proseliti. A questa politica – era la posizione assunta dalla Chiesa – andava contrapposta la fede in Cristo, unico vero Sovrano di fronte all’intera umanità. Il Re, per l’appunto.

Che il Santo Padre, naturalmente stimolato dalla “spinta centrifuga” del cattolicesimo tradizionalista ancora ferito dai segni secolarizzanti imposti dalla presa di Roma, tempio della cristianità, volesse rimettere le cose al loro posto, lo si evinse dalle frasi introduttive scandite nell’enciclica: “(…) Tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore.” E’ evidente il richiamo al capitolo XIX dell’Apocalisse, allorché agli ebrei apparve Colui che figurava come “Re dei re e Signore dei signori” abbracciando “anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo”.

Quas primas, benché possa sembrare una delle tante promulgazioni cattedratiche perpetuate nel corso dei secoli, ha invece un significato profondo e arriva in una fase molto delicata per l’intera comunità. Il testo interpreta il moto di disapprovazione della Chiesa a seguito di decenni di scontri e controversie con l’autorità civile, e la sottolineatura che – nel corso di un’epoca caratterizzata dalla diminuzione delle libertà, dal crescente odio e dall’ira – l’amore e la fede restano le prerogative più adatte per scongiurare ogni guerra o violenza di alcun tipo.

Per risollevarsi, l’intera umanità dovette tuttavia attendere sino al 1946, anno spartiacque che rappresentò solo l’inizio della ricostruzione e il momento di redenzione per chi aveva appena seminato livore e disfacimento. Affinché “i desiderati frutti fossero più abbondanti e durassero più stabilmente nella società umana”. Come Quas Primas aveva in precedenza auspicato.

Quante Dc?

C’è poco da fare. Ormai diventa quasi una abitudine. E cioè, ogniqualvolta un partito assume una importanza politica significativa accompagnato da un consenso altrettanto significativo, il confronto con la storia, l’esperienza e la vicenda della Democrazia Cristiana diventa quasi obbligatorio. A 25 anni dalla fine di quel partito, gli esempi si moltiplicano e, come da copione, sono destinati a sciogliersi come neve al sole perché, molto semplicemente, non ci sono gli elementi basilari per tracciare qualsiasi confronto.
In ordine temporale, Forza Italia, il Partito democratico, il movimento 5 stelle e, infine, la Lega di Salvini, sono stati puntualmente paragonati alla Dc e puntualmente sono stati smentiti dalla concreta esperienza politica italiana. E questo, senza entrare nei dettagli, per tre motivi sostanziali.

Innanzitutto la classe dirigente. Al di là della sostanziale criminalizzazione politica declinata e raccontata per svariati lustri – giudizio poi leggermente rivisto nel corso degli anni – di quasi tutta la classe dirigente democristiana, non c’è dubbio che è difficile non prendere atto che la Dc era popolata da molti statisti e da esponenti politici con una levatura nazionale ed internazionale degna di nota. E’ possibile, se dobbiamo essere intellettualmente onesti, fissare qualche paragone tra quella classe dirigente e quella dei partiti che virtualmente avrebbero dovuto raccogliere quella eredità? Ogni commento è francamente superfluo.

In secondo luogo la cultura politica che ha ispirato per quasi 50 anni la prospettiva della Democrazia Cristiana. Si trattava di una cultura politica che affondava le sue radici nel cattolicesimo politico, nel cattolicesimo sociale e nel cattolicesimo popolare. Cultura, sensibilità, valori e principi che nei partiti virtualmente eredi si riducono a semplici titoli del tutto disancorati dal progetto politico perseguito da quei medesimi partiti.
In ultimo il progetto politico, la cultura delle alleanze e la stessa prospettiva politica della Dc. Certo, si tratta di un confronto impossibile ed anacronistico perché, rispetto ai tempi del Dc, sono profondamente cambiate le condizioni storiche, politiche, culturali e anche ecclesiali e religiose. Ma, al di là di questo elemento, e’ del tutto evidente che i singoli progetti perseguiti da quei partiti sono estranei, esterni e avulsi da ciò che ha rappresentato politicamente e storicamente la Democrazia Cristiana.

Ecco perché la voglia e l’enfasi di confrontarsi con la Dc – anche solo sotto il profilo del consenso elettorale – resta del tutto fuori luogo. Semmai, e prendendo atto definitivamente che la Dc e’ stata un “prodotto storico”, come ha detto con lucidità Guido Bodrato che quando si è “sciolta è andata in mille frantumi come un vetro infrangibile”, sarebbe opportuno consegnare definitivamente alla storia e agli archivi quella esperienza politica, culturale, programmatica ed umana e, al contempo, evitare che improvvidi e scaltri opinionisti e commentatori continuino ad esercitarsi in impossibili e anche ridicoli confronti. Per serietà politica sopratutto e anche per il rispetto del passato.

Il Natale allegro e gentile di R. L. Stevenson

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Sostiene Borges nella poesia I giusti che le persone che sono contente «che sulla terra ci sia Stevenson», magari senza saperlo, «stanno salvando il mondo». Nel novero di quei giusti che amano Stevenson fanno parte, insieme al poeta argentino, uno stuolo numerosissimo di lettori colpiti e avvinti dalla felicità che scaturisce dall’arte poetica e narrativa dello scrittore scozzese e che ora, grazie alla casa editrice Vita e Pensiero, possono aggiungere un altro piccolo gioiello al loro già grande tesoro letterario. La pubblicazione del Sermone di Natale del 1887 insieme ad altri pochi e brevi testi “natalizi” (Milano, 2019, pagine 100, euro 13) rappresenta una tessera di piccole dimensioni ma essenziale per ricostruire l’enigmatico profilo di questo grande narratore, spesso sbrigativamente liquidato come autore di romanzi d’avventura per ragazzi. Anche perché ha ragione Albert Manguel (un altro dei “giusti”) quando nella prefazione afferma che «Ogni scrittore incarna un mistero (…).

Nel caso di Stevenson, innumerevoli studi biografici e critici tentano di definire l’uomo da una varietà di punti di vista. Nessuno lo coglie per intero e nessuno, certamente, ne spiega il mistero». Questi testi illuminano una zona della “geografia stevensoniana” poco esplorata, quella della fede e più direttamente anche delle preghiere. Manguel cita una riflessione della moglie dello scrittore, Fanny, per cui per il marito «la preghiera, l’appello diretto, era una necessità. Quando era felice si sentiva spinto a offrire ringraziamenti per quella gioia immeritata; quando era triste o soffriva, invocava la forza per sopportare ciò che si deve sopportare». Colpisce la profondità del pensiero presente in questi testi scritti con la consueta semplicità e il nitore che i lettori dei romanzi di Stevenson conoscono e apprezzano, al punto che un altro suo grande lettore, Chesterton, nel saggio biografico che gli ha dedicato, lo ha definito «teologo cristiano senza saperlo», anche perché, continua l’inventore di padre Brown, «Stevenson aveva l’onestà splendida e squillante di testimoniare, con una voce simile a una tromba a favore di una verità che lui stesso non comprendeva».

Il “teologo” Stevenson mostra in questi testi squisitamente religiosi la sua dottrina di cui aveva già intriso le sue opere letterarie, come ad esempio la sua avversione verso il moralismo e la sua predilezione per l’allegria. Scrive nel Sermone di Natale: «La gentilezza e l’allegria: ecco due cose che vengono prima di ogni moralità; questi sì sono i perfetti doveri. Il problema con i moralisti è che essi non possiedono né l’uno né l’altro» e aggiunge: «C’è un’idea che circola tra i moralisti, e cioè che si debba rendere buono il prossimo. Debbo rendere buona una sola persona: me stesso. Mentre il mio dovere verso il prossimo si esprime più efficacemente dicendo che debbo, per quanto posso, renderlo felice». Si capisce allora perché questo scrittore che con le sue opere ha reso felici milioni di persone, si scagliasse con veemenza contro il reverendo Charles M. Hyde che aveva pubblicato sul «Sidney Presbyterian» un articolo con cui infamava la memoria del missionario cattolico Damiano De Veuster (poi beatificato nel 1995 da Giovanni Paolo II) in una lettera riportata in questo volume ispirato al Natale.

Lo scontro tra Stevenson difensore del missionario e il reverendo Hyde è lo scontro tra l’operosità della carità e il freddo (pre)giudizio dei moralisti, uno scontro a cui lo scrittore era particolarmente sensibile: nel suo capolavoro che vede tra i suoi protagonisti, per sorprendente coincidenza, un altro Hyde, è proprio questo il tema dominante perché, con dolente saggezza, Stevenson sa bene che il mondo è il campo in cui male e bene sono mischiati, attorcigliati l’uno sull’altro come la zizzania si intreccia sulla spiga del grano buono e che ogni approccio manicheo e ogni soluzione moralistica sono destinati a fallire.

Il moralismo non è mai morale, ci dice Stevenson, e come al cuore del Natale c’è la discesa di Dio che si china sull’uomo fino a diventare uomo lui stesso, così nel “natale” di ogni giorno il cristiano è chiamato a fare lo stesso cammino di abbassamento: «Esigiamo compiti più elevati perché non siamo capaci di riconoscere l’elevatezza di quelli che già ci sono assegnati. Cercare di essere gentili e onesti sembra un affare troppo semplice e privo di risonanza per uomini del nostro stampo eroico; piuttosto ci getteremmo in qualcosa di audace, arduo e decisivo: preferiremmo scoprire uno scisma o reprimere un’eresia, tagliarci una mano o mortificare un desiderio.

Ma il compito davanti a noi, cioè quello di sopportare la nostra esistenza, richiede una finezza microscopica, e l’eroismo necessario è quello della pazienza. Il nodo gordiano della vita non può essere risolto con un taglio: ogni intrico va sciolto sorridendo». Questi testi dimostrano come la luce del sorriso di Stevenson si sia irradiata nel mondo e lo abbia contagiato, al punto che l’affermazione poetica e paradossale di Borges può risultare anche portatrice di una credibile e sorprendente verità.

Il senso missionario del Natale in Africa

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Per comprendere il senso e il significato del Natale in chiave missionaria è utile riflettere sull’esperienza di un caro amico che vive in Kenya. Ho trovato, proprio in questi giorni, nelle pagine di uno dei miei tanti taccuini di viaggio, una serie di appunti che riguardano proprio lui: Gianfranco Morino. Si tratta di un medico che conobbi nel 1993 a Nairobi. È una persona affabile, generosa e perspicace, con un’innata passione per i poveri che ha sempre servito con zelo e dedizione. Chirurgo abilissimo, sessantuno anni, originario di Acqui Terme (Alessandria), Gianfranco vive in Kenya ormai da oltre 33 anni con la moglie Marcella Ferracciolo, di Casalpalocco (periferia di Roma). Dal loro matrimonio sono nati quattro figli, tre dei quali ora sono in Italia per completare gli studi universitari. 

La famiglia Morino è missionaria per vocazione: Gianfranco e Marcella si sono conosciuti quando erano volontari a Tigania nel distretto del Meru, nel nord del Kenya, e d’allora si sono voluti così bene che hanno deciso di rimanere in Africa riuscendo straordinariamente a coniugare professione, servizio e vita familiare. Gianfranco ha lavorato per anni con il Comitato Collaborazione Medica (CCM), una Ong di Torino presso il Nazareth Hospital, gestito dalle suore della Consolata. Successivamente, nel 2001, ha fondato World Friends, una Ong che gli ha consentito, sette anni dopo, di fondare alla periferia di Nairobi il Ruaraka Uhai Neema Hospital, un ospedale moderno ed efficiente costruito tra le baraccopoli di Mathare e di Korogocho, lungo la trafficata Thika Road. I pazienti in corsia — 70 posti letto — sono soprattutto donne e bambini. Le cifre parlano chiaro se si considera che ogni anno vengono effettuati tremila parti, oltre 1600 interventi chirurgici di vario genere e 130 mila visite ambulatoriali. Inoltre, l’ospedale è un centro di formazione per medici e infermieri. Il chiodo fisso che Gianfranco ha in testa, alla luce della sua lunga esperienza, è quello di avere un approccio globale alla medicina, che includa educazione, prevenzione, attività clinica, diagnostica, chirurgica, formazione e lotta alla disabilità. Da rilevare che questo approccio olistico trova anche un felice riscontro nel cosiddetto progetto Medical camp: medici e infermieri del Neema che fanno visite, distribuiscono farmaci, effettuano medicazioni nelle baraccopoli di Nairobi. Spesso, in passato, mi è capitato di seguire Gianfranco nei suoi itinerari attraverso lo slum di Korogocho, dove vivono 100 mila persone che per fame rovistano nei rifiuti in condizioni impossibili. Più della metà è malata di Aids. «La mancanza di tutto ha alimentato la miseria materiale e spirituale, mentre la solidarietà è stata minata alle radici, e la prostituzione e la violenza dilagano» mi ha spiegato Gianfranco che in questi anni ha svolto la sua missione anche grazie al sostegno della sua diocesi d’origine, quella di Acqui che, attraverso la Caritas locale, gli ha consentito di assistere schiere di ammalati. 

La situazione sanitaria del Kenya è un po’ la cartina di tornasole dell’intero continente dal punto di vista dell’esclusione sociale. Vi sono vari tipi d’ospedali: quelli statali, generalmente fatiscenti e male organizzati; quelli privati, spesso adeguati agli standard occidentali (come quello costruito dall’Aga Khan a Nairobi), ma molto costosi e quindi riservati ai pochi che possono permetterselo; e poi dulcis in fundo vi sono quelli missionari e delle Ong che cercano di fare quello che possono e spesso anche di più. L’Africa è un continente bellissimo, anche se la povertà d’infrastrutture, l’endemica corruzione, lo sfruttamento delle risorse e le fallimentari politiche di sviluppo, rendono dura la vita e spesso impediscono alla gente di curarsi adeguatamente. Si è poi soliti pensare che in un ospedale, di un Paese come il Kenya, le patologie con cui si viene più frequentemente a contatto siano quelle della cosiddetta medicina tropicale. Questo è vero solo in parte, poiché una minima quota delle malattie diffuse ai tropici trova la sua unica spiegazione nel fattore climatico. Nella maggior parte dei casi si ritrovano quelle malattie che erano maggiormente diffuse nei Paesi occidentali prima della rivoluzione industriale. «È stato dimostrato — mi ha spiegato Gianfranco — che in Europa la diminuzione di certe patologie come quelle infettive, si è verificata, prima dell’introduzione di farmaci quali gli antibiotici e dell’immunoprofilassi, grazie al miglioramento delle condizioni alimentari e dello standard di vita. Ecco che allora il termine “medicina tropicale” molte volte maschera quella che invece sarebbe più giusto chiamare medicina del sottosviluppo, del mancato sviluppo, o ancora, meno eufemisticamente, medicina della povertà». Infatti, il tragico stato di salute delle popolazioni della fascia tropicale è sintomatico soprattutto del fatto che questi Paesi sono caratterizzati da una terribile mancanza di risorse, soprattutto economiche, ma anche formative, sociali e professionali. «Come altrimenti si potrebbe spiegare — sono sempre parole di Gianfranco — l’altissima frequenza di lesioni perineali da parto, dovute alla mancanza d’adeguata educazione e assistenza, oppure la presenza di pazienti con ernie inguinali strozzate che giungono all’ospedale in condizioni generali disperate, con ritardi di giorni o settimane, a causa della mancanza di trasporti adeguati?».

Il lettore potrebbe comunque domandarsi come mai, chi scrive, abbia associato il Natale ormai alle porte, con la figura del dottor Morino? A parte lo stretto legame spirituale tra il mistero dell’Incarnazione e la testimonianza di tanti missionari come Gianfranco, vi è anche un’altra ragione. Non molti anni fa egli lanciò, a nome di World Friends, una campagna intitolata “Fiori degli slum”, in riferimento ai bambini nati fra le baracche e le fogne a cielo aperto. Da quelle parti, nelle baraccopoli non cresce niente: non ci sono prati, fiori o alberi. Un paradosso se si pensa che i turisti vengono in Kenya per ammirare la natura rigogliosa delle savane o delle foreste. I fiori degli slum, allora, sono la metafora di quelle creature che vengono al mondo in un contesto di grande miseria, come Nostro Signore duemila anni fa in Palestina.

Finisce l’era del franco Cfa

Il presidente francese Emmanuel Macron e l’omologo ivoriano Alassane Ouattara annunciano la fine del franco Cfa, la moneta in vigore dl 1945 in diversi paesi dell’Africa centrale e occidentale.

Lo riferisce la stampa francese, spiegando che la notizia è stata data dai due capi di Stato durante un conferenza stampa congiunta tenuta il 21 dicembre scorso ad Abidjan.

Il franco Cfa verrà sostituito con una nuova moneta unica chiamata Eco.

La riforma riguarderà otto paesi dell’Unione economica e monetaria ovest-africana (Uemoa). Questo passaggio ad un’altra valuta prevede due importanti cambiamenti. Il primo riguarda la fine dell’obbligo per la Banca centrale dell’Africa dell’ovest (Bceao) di piazzare il 50 per cento delle sue riserve di cambio presso il Tesoro francese.

Il secondo, invece, mette fine alla presenza della Francia all’interno degli organi di gestione dell’Uemoa.

Firenze: “Nella luce degli angeli”

Si intitola “Nella luce degli angeli” ed è la mostra virtuale a tema che gli Uffizi hanno deciso di regalare ai visitatori virtuali di tutto il mondo in occasione del Natale. Dell’ipervisione fanno parte 12 riproduzioni in altissima definizione di altrettante celebri opere appartenenti alle Gallerie. Tra i capolavori, “Madonna col Bambino in trono, angeli e santi (Maestà di Ognissanti)” di Giotto.

Nella Bibbia, erano identificati con la parola mal’ak cioè messaggero, un termine in seguito utilizzato anche nel Corano, il testo sacro rivelato a Maometto proprio dall’arcangelo Gabriele, inviato da Dio.

L’equivalente greco è anghelos, e connotava Hermes, il messaggero degli dei; dalla mitologia la parola transita nel Cristianesimo e assume il significato valido ancora oggi in quasi ogni lingua. E proprio in quanto messaggeri di Dio gli angeli popolano l’Antico Testamento, appaiono nel libro del Genesi a mettere in atto la cacciata di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden, corrono a fermare Abramo un attimo prima che vibri il colpo mortale sul figlio Isacco, o rivestono il ruolo di spirito guida: è il caso del giovane Tobiolo, scortato amorevolmente dall’arcangelo Raffaele nel lungo viaggio intrapreso per recuperare i crediti del vecchio padre.

Anche nei Vangeli il compito di queste creature eteree, né umane né divine, è quello di connettere terra e cielo, accompagnando la vita di Gesù e della sua famiglia.

In ognuno dei capolavori scelti ci sono gli angeli, mediatori tra il mondo umano e quello divino, che catturano la nostra attenzione, sia per la bellezza della resa pittorica sia per certe tenerissime invenzioni figurative.

 

 

Stelle di Natale in una famiglia su due

Quest’anno più di una famiglia su due (54%) comprerà una Stella di Natale per un totale di quasi 14 milioni di piante. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti/Ixè sugli acquisti verdi degli italiani nel periodo delle feste. L’andamento delle vendite è stabile con prezzi vanno dai 2,5 euro per gli esemplari più piccoli per arrivare anche ai 150 euro degli alberelli più strutturati.

Le stelle di Natale – spiega la Coldiretti – sono divenute protagoniste delle feste grazie al loro colore rosso intenso tipico della festa e alla disposizione delle foglie che le rendono simili ad una cometa, una forma affascinante tanto che il suo nome latino “Euphorbia pulcherrima” significa bellissima. Anche se non tutti sanno – spiega Coldiretti – che i veri fiori della stella di Natale, pianta originaria del Messico, sono quelli di colore giallo all’interno, mentre le parti di colore rosso non sono altro che foglie che assumono tale colorazione in particolari periodi dell’anno.

Solitamente tali brattee sono rosse, ma possono essere anche rosa o bianche e tendono, per motivi fisiologici, a cadere dopo le feste, verso la primavera. Ma questo non vuol dire che sia morta, infatti bastano alcuni accorgimenti per averla ancora in casa l’anno dopo: quando la pianta rimane “nuda” – spiega la Coldiretti – è importante mantenerla all’ombra, lontana da luoghi dove possa ricevere luce artificiale (lampadine, televisioni) perché si tratta di una pianta “brevidiurna” che fiorisce in conseguenza di un adeguato periodo trascorso con un basso numero di ore di luce.

Durante il periodo primaverile – informa la Coldiretti – è opportuna una potatura e un trasloco in terrazzo per poi farla rientrare in case verso ottobre/novembre in un ambiente poco luminoso (8 ore massimo di luce al giorno) al fine di facilitare la crescita di nuovi rami e foglie che assumeranno il caratteristico colore rosso. Questa pianta – conclude Coldiretti – predilige concimazioni a base di potassio e fosforo, soprattutto nel periodo autunno invernale.

Per Natale arriva il pandoro di mozzarella

Ogni anno in Italia si producono circa 40 milioni di chili di mozzarella di bufala campana Dop. Questo latticino è prodotto solo con latte fresco e intero di bufala di razza mediterranea italiana.

Ma quest’anno c’è una novità sotto l’albero.

L’idea è stata partorita da un ristorante di Ercolano, in provincia di Napoli, che ha lanciato sul mercato il pandoro di mozzarella di bufala.

Un prodotto che nasce dall’esperienza di antichi maestri artigiani, da sempre legati alla produzione e alla lavorazione del latte di Bufala e dei suoi derivati.

 

Tumore seno. Elevato rischio di mortalità cardiovascolare.

Nei dieci anni che seguono al trattamento del tumore del seno, le donne sono ad aumentato rischio di morte per il carcinoma mammario stesso o per altri tipi di tumori, nonché per malattie cardiache, ictus e infezioni.

L’indagine ha preso in considerazione più di 750mila donne con diagnosi di carcinoma mammario e seguite per una media di 15 anni. Di queste, circa 183mila pazienti, pari al 24%, sono morte entro 15 anni dalla diagnosi, a un’età media di 73 anni. Il numero più elevato di decessi, 84.500, pari al 46%, si è verificato entro uno o cinque anni dalla diagnosi, mentre le morti non dovute a cancro più comuni sono state quelle causate da infarti, ictus ed emorragie cerebrali.

Dobbiamo formare dei Comitati locali per il “no” al taglio dei parlamentari.

Il referendum sul taglio dei parlamentari si farà. Sono, infatti, prive di fondamento le opinioni circolate appena data la notizia dell’ormai raggiunto quinto dei senatori necessario per l’indizione del referendum sulla legge costituzionale in materia di riduzione del numero dei parlamentari. Un’eventuale crisi di governo non bloccherebbe l’iter referendario. È bene pertanto non lasciarsi condizionare dai dubbi; dobbiamo da subito iniziare a spiegare agli italiani perché sarebbe opportuno votare NO a questa riforma.

Per quanto riguarda noi di Solidarietà, è stata obbligata, dal nostro stesso statuto, la scelta di affiancare con il lobbyng sui senatori l’iniziativa di Andrea Cangini, Tommaso Nannicini e Nazario Pagano di aprire la raccolta di firme a Palazzo Madama per chiedere il referendum.
Nel nostro statuto sta scritto: Sul piano costituzionale, l’Associazione vuole uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, rispettando e promuovendo i nuclei e gli organismi naturali, come la famiglia fondata sul matrimonio, la personalità individuale e le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domanda la riforma dell’istituto parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale.

Noi di Solidarietà siamo innamorati del meno peggiore dei sistemi di governo, cioè della democrazia; siamo contrari al sistema oligarchico e alla dittatura.
Allora ragioniamo da subito su quel che dobbiamo fare per organizzare la campagna referendaria. Noi di Solidarietà proponiamo che si formino Comitati locali a livello provinciale in tutto il Paese e all’Estero. Invitiamo a promuovere la formazione dei Comitati, in particolare, tutte le Associazioni cattoliche e tutti i gruppi politici che dicono di ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa, quelli che si richiamano direttamente alla Democrazia Cristiana, ma anche quelli che aspirano alla formazione di un soggetto politico nuovo, come lo sono i gruppi di Politica Insieme, Costruire insieme e Rete Bianca.

Pensiamo che in tutto il Paese deve essere attivato un unico grande coro per far comprendere quale grande esercizio di democrazia diretta sia questo del referendum su una legge costituzionale, che sarà promulgata solo se malauguratamente avranno vinto i SÌ. Per questo varrà la pena alzarsi dalla sedia o dalla poltrona e andare a votare.
Noi siamo per il NO e pensiamo che la vittoria dei SI recherebbe un gravissimo vulnus al sistema democratico. Basterebbe far capire che alcuni territori in Italia come all’Estero, resterebbero senza rappresentanza: nessun senatore né deputato porterà la loro voce in Parlamento. È questo il Paese che vogliamo? Noi crediamo di no e voteremo per il NO.

Verso una nuova forma di democrazia?

Diceva quasi testualmente Philip Kotler nel suo Democracy in Decline. Rebuilding its: la democrazia non è più un prodotto soddisfacente in quanto al cittadino è sottratto il potere di decidere, passato saldamente in mano a milionari e miliardari, a lobby e centrali mediatiche e finanziarie. Questa situazione, aggiungeva poi Giuseppe De Rita, ha determinato il distaccamento tra corpo sociale e potere. Con la conseguenza che il corpo sociale non accetta che il potere prescinda da esso ed invece diventi dipendente dal potere finanziario e dal mercato.

Il risultato oggettivo è che popolo e potere appaiono ormai dissociati: «soggetti indipendenti incapaci di comunicare». Rotti i canali di intermediazione, l’unico elemento che li accomuna resta la reciproca accusa di populismo. Che, come è stato detto, è la “malattia infantile” che colpisce la democrazia rappresentativa, che la sempre più marcata degenerazione tende a trasformare in democrazia “esecutoria”.

Insomma, la retorica populista avanza sempre di più e con la sua vision morale della politica, che tende a marcare la diversità del popolo dalle élites corrotte che devono essere spazzate via, nega ogni pluralismo all’interno del popolo

Verso una nuova forma di democrazia

I 70 anni della nato : dall’ordine geopolitico all’ordine geoeconomico

Nel 2019 che ci sta lasciando si è compiuto il 70° compleanno della NATO.
Un profondo conoscitore del mondo americano come Federico Rampini si è spinto a scrivere su Repubblica che questa ricorrenza assomiglia oggi più ad un funerale che ad un evento celebrativo dai toni rassicuranti. Questa acuta sottolineatura di un attento lettore delle dinamiche internazionali della politica fa il paio con un articolo comparso sul Financial Times nel quale un docente dell’Università di Cambridge evidenziava come, dall’osservatorio europeo, l’Alleanza Atlantica indugi a superare una visione geopolitica dell’ordine mondiale ancorata al XX secolo.

Ciò avviene mentre Russia e Cina stanno dispiegando una strategia geoeconomica nel XXI secolo alla quale quella geopolitica è di fatto subordinata.
Washington è consapevole che la sua egemonia sulla gestione della globalizzazione non è più duratura.
La transizione dal multilateralismo al bilateralismo è netta con un chiaro costo per i paesi più deboli politicamente ed economicamente.
La creazione di prodotti sotto forma di servizi tecnologici tipica di Giappone e Corea del sud, alleati americani, contribuisce a spostare gli asset strategici dell’economia globale verso l’Asia.

Ciò comporta da parte della Casa Bianca un riconoscimento della Cina quale potenza in grado di determinare nuove primazie e tassonomie in evoluzione nel nuovo ordine mondiale.
Ma implica altresì per i partner europei una diversa riconsiderazione dei fondamentali e dei corollari della NATO all’inizio del terzo millennio, superando gli schemi e i rapporti di forza derivati dalla rivoluzione industriale per adeguarsi alle dinamiche economiche e alla mondializzazione tecnologica del tempo presente.

Ciò che un tempo era considerato l’arbitro indiscusso della stabilità politica planetaria (il controllo della NATO quale agente di garanzia di tutele) ora è subordinato ad uno svincolo sulla condivisione delle strategie dell’alleanza atlantica da parte degli USA che sotto la guida di Trump hanno già lanciato messaggi all’Europa alternando trionfalismi (America first) e recriminazioni sugli investimenti in tema di sicurezza del vecchio continente. Pur chiedendo all’Europa di destinare il 2% del PIL alle spese militari e pur minacciando dazi per 11,2 miliardi di dollari per ritorsione verso la concorrenza Airbus – Boeing.
Le politiche economico-commerciali sono imprescindibili rispetto al rafforzamento dei sovranismi dei singoli concorrenti: USA, Russia e Cina hanno imboccato la strada dell’implementazione delle economie interne per ritagliarsi un ruolo egemone di superpotenze tale che le relazioni internazionali sono viste sotto l’ottica dell’espansione sui mercati mondiali.

Peraltro la priorità della politica asiatica rispetto a quella europea non è incominciata con Trump, bensì già con lo State Department ai tempi di Obama, anche se in maniera meno sfacciata.
La parte debole dell’Europa è assai vulnerabile rispetto a tali politiche espansive, ciò che l’U.E. non ha ancora metabolizzato è che passare da una fase di tutela militare ad una basata sulla conquista dei mercati la rende vulnerabile, un boccone ghiotto in particolare per la lenta avanzata della Cina nel vecchio continente.

Nell’Europa attuale non avvertiamo identità e senso di appartenenza, piuttosto cogliamo attriti, frazionamenti, distinguo, veti incrociati. Dalla Brexit ai gilet gialli a Parigi, dal declino della Merkel al compattamento dei governi nazionali dei Paesi di Visegrad, essa è un ibrido istituzionale malaticcio e diviso quasi su tutto.
Ciò determina un indebolimento nella negoziazione politica che è speculare al declino economico.

USA, Unione Sovietica, Cina e India perseguono visibilmente interessi contrapposti per essere reciprocamente prevalenti: Trump non ha certo visto di buon occhio un’OPA della Cina lanciata sull’Italia ma – attraverso il nostro Paese- tendenzialmente estensibile al vecchio continente. Né credo che Putin ne sia soddisfatto. Qual è il potere contrattuale di un’Europa frazionata, con Governi che la vogliono lasciare, forze politiche sovraniste e nazionaliste, Paesi in recessione economica?

Se L’Europa si presenta indebolita e fragile ai consessi mondiali non saranno certo i brodini e i pannicelli caldi dell’U.E. a rinforzarla.
Il MES , meglio noto come Fondo salva Stati, sembra l’ineluttabile conclusione della crisi del 2008 ma non gode della unanimità dei consensi tra le forze politiche che siedono a Strasburgo.

Il passaggio da una dimensione geopolitica ad una dimensione geoeconomica nel nuovo ordine mondiale che si va configurando deve fare i conti con lo statuto fondativo della Nato, il permanere delle ragioni dell’alleanza atlantica, i focolai di guerra e l’onda d’urto del fondamentalismo islamico, le dinamiche di cooperazione internazionale e la forza prevalente dei mercati rispetto alle matrici ideologiche.

L’espansione della Cina, la crescita economica dell’India, quella demografica della Nigeria, le pressioni migratorie verso l’Europa dalle dimensioni imponderabili (anche in assenza di una politica di gestione condivisa dei flussi e di univocità nelle relazioni con i governi africani) impongono una diversa valutazione delle relazioni internazionali: ciò non significa allentare le ragioni che legano i Paesi aderenti al sodalizio atlantico.

Su questo aspetto Il Domani d’Italia pubblicherà a breve un’intervista all’illustre demografo Giancarlo Blangiardo, che all’incarico accademico assomma la prestigiosa Presidenza dell’ISTAT.

L’equilibrio mondiale è determinato da un mix di fattori di natura politica in senso stretto, economica (ora prevalente) e di scelte di civiltà, di costumi e stili di vita dei popoli.
Occorre affrontare le sfide del presente e del futuro salvaguardando le identità storicamente costituite e consolidate negli ultimi due secoli, per garantire un ordine mondiale basato su pesi e contrappesi.

Trump è inoltre impegnato a delineare una strategia di difesa alla procedura di impeachment nella quale la vicenda Ucraina è solo causa occasionale: lo scontro politico metterà a confronto Camera (a maggioranza democratica) e Senato (a maggioranza repubblicana). Il vero obiettivo è chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca, una variabile affatto insignificante nello scacchiere della geopolitica e della geoeconomia mondiali.
Si respira a livello mondiale un clima da guerra fredda per le interconnessioni tra politica ed economia.

L’annuncio di un “funerale della NATO” non può essere giustificato dalla primazia degli USA che impone dazi doganali agli alleati o chiede di destinare il 2% dei loro PIN nazionali alla difesa militare senza condividere scelte strategiche di tipo politico o economico: per questo è fondamentale che l’Europa recuperi in fretta le ragioni fondative dell’U.E. e dispieghi una politica condivisa e veramente “comunitaria”, che la promuova dal ruolo di partner a quello di soggetto attivo con potenzialità interlocutorie tangibilmente esprimibili. Anche se l’uscita del Regno Unito la renderà inevitabilmente più debole.
La vittoria senza se e senza ma di Boris Johnson avrà ripercussioni difficilmente immaginabili anche se profonde e divisive per il vecchio continente.

Sport di tutti: il bando pubblico per attività sportive dai 5 ai 18 anni

Pubblicato l’avviso pubblico per il progetto Sport di tutti-edizione young rivolto a bambini/e e ragazzi/e dai 5 ai 18 anni e contenente tutti i dettagli e i relativi requisiti per poter partecipare, con allegata la lista delle ASD/SSD aderenti e le relative discipline sportive.
Per iscrivere i ragazzi, le famiglie interessate possono presentare la domanda di partecipazione entro e non oltre le ore 16.00 di giovedì 16 gennaio 2020, accedendo al sito http://sportditutti.it/o direttamente attraverso il seguente link http://area.sportditutti.it.

Per favorire la più ampia partecipazione e facilitare le famiglie nell’iscrizione al progetto, sono state previste due modalità di presentazione del modulo di adesione:
1. modalità online, sul sito www.sportditutti.it, o direttamente accedendo al portale area.sportditutti.it;
2. modalità cartacea, consegnando il modulo presso le società sportive prescelte, consultando l’elenco delle ASD/SSD aderenti.

Sport di tutti“ è un modello d’intervento sportivo e sociale che mira ad abbattere le barriere economiche di accesso allo sport e declina concretamente il principio del diritto allo sport per tutti, fornendo un servizio alla comunità. L’obiettivo è di promuovere, attraverso la pratica sportiva, stili di vita sani tra tutte le fasce della popolazione, al fine di migliorare le condizioni di salute e benessere degli individui e di garantire il diritto allo sport per ragazzi e famiglie in condizioni di svantaggio economico. Come già indicato, l’intervento si rivolge alla fascia di età dai 5 ai 18 anni, con l’avvio dell’edizione dedicata ai giovani che, grazie alla rete capillare di associazioni e società sportive dilettantistiche che operano sul territorio, avranno la possibilità unica di praticare gratuitamente attività sportiva pomeridiana, per 2 ore alla settimana, scegliendo tra molteplici discipline sportive.

Tutte le informazioni sono disponibili anche consultando il sito www.sportidutti.it, inoltre è possibile rivolgersi ai riferimenti delle Strutture territoriali di Sport e salute (elenco allegato all’Avviso Pubblico).

Scoperte due stelle siamesi a 800 anni luce

Un team di astrofili italiani ha individuato a circa 800 anni luce della Terra una nuova stella variabile, con un aspetto alquanto bizzarro.
Si tratta di un sistema binario, la cui luminosità varia nel corso del tempo, composto da due stelle unite tra loro come due gemelle siamesi, che ruotano l’una attorno all’altra.

La scoperta è stata approvata ufficialmente dall’American Association of Variable Star Observers (Aavso), sul quale sito ufficiale è comparsa una pagina dedicata alla nuova scoperta.

Le stelle siamesi si trovano nella costellazione dell’Auriga e sono state scoperte grazie alla collaborazione tra gli esperti Giuseppe Conzo, Paolo Giangreco Marotta, Stefano Meneguolo, Mara Moriconi e Gabriele Spaziani del Gruppo Astrofili Palidoro, il collega Giorgio Biancardi dell’Unione Astrofili Italiani, Nello Ruocco dell’Osservatorio Nastro Verde e Giorgio Mazzacurati e Paolo Zampolini del Gruppo Astrofili Galileo Galilei.

Le due stelle sono di classe spettrale G5 e ruotano una intorno all’altra in 8.6 ore. Questo sistema binario è di tipo a contatto, per cui le stelle componenti occupano per intero il proprio lobo di roche

La colica renale

La colica renale è un dolore acuto dell’uretere che è provocato dal passaggio di calcoli e che comporta prima dilatazione e in seguito spasmi.

Il dolore è dovuto allo spasmo muscolare dell’uretere conseguente alla presenza di un calcolo ed è presente anche se il calcolo non determina ostruzione al flusso urinario. In caso di ostruzione, l’aumento della pressione stimola la sintesi ed il rilascio di prostaglandine che induce lo spasmo della muscolatura liscia.

Fra i sintomi, il più comune è il dolore addominale acuto con irradiazione verso il basso, fino all’inguine, talvolta fino ai genitali. Il dolore può localizzarsi anche al fianco e posteriormente a livello lombare. L’entità del dolore non è commisurata alle dimensioni del calcolo: calcoli molto piccoli possono dare dolore molto intenso e frequentemente l’irradiazione del dolore si sposta man mano che il calcolo procede nell’uretere verso la vescica. Il dolore cessa quando il calcolo passa nella vescica (dove spesso subito dopo viene eliminato). Il cessare del dolore, tuttavia, può essere anche dovuto al fatto che il calcolo si è arrestato nell’uretere.

Tale evenienza può impedire il normale deflusso di urina attraverso l’uretere; in questo caso si assiste alla dilatazione dell’uretere e in seguito del rene che può seriamente danneggiarsi e comportare infezioni. Tale condizione è rilevabile con una ecografia renale e, a volte, è necessario intervenire per via chirurgica, endoscopica o con il bombardamento con onde d’urto.

Fra gli altri sintomi, possono riscontrarsi ematuria, cioè la presenza di urine rosse per perdite di sangue, nausea, vomito.

La partita della Democrazia, tra Imperialismo e idea di Nazione

Articolo pubblicato sulle pagine di https://www.mosaico-cem.it/ a firma di Fiona Diwan

Che accezione diamo oggi al termine Nazionalismo? Una parola dalla sfumatura opaca, sporca, un vecchio arnese da gettare alle ortiche, l’idea di una dimensione piccina e ombelicale che evoca fiumi di sangue versato per un’idea di nazione che sarebbe quanto di più lontano dall’identità plurale e globale dei nostri giorni. Un concetto da scaraventare nella discarica della Storia e in nome del quale si sarebbero compiuti i peggiori abominii. La sensibilità contemporanea maturata nell’immediato Dopoguerra aveva giubilato senza possibilità di appello l’Idea di Nazione, relegandola a vizio inemendabile di tutte le dittature, peccato originale del più sanguinoso dei secoli, il XX. Tuttavia, quando il filosofo, politologo e biblista israeliano Yoram Hazony parla di Nazionalismo non intende declinarlo né nella vecchia accezione di heimat o patria né tantomeno dell’attuale idea di sovranismo. No, scrive Hazony, il Nazionalismo è semplicemente l’antitesi del concetto di Imperialismo e lo è da sempre, dalla notte dei tempi, dall’epoca della Pax Romana e dell’Impero carolingio, dell’Impero Britannico e di quello Asburgico fino a quello cinese, ivi compresi gli ultimi Imperi, quello americano e sovietico. Persino l’idea del Lebensraum di Hitler, lo spazio vitale di cui il Terzo Reich andava alla ricerca, era un’idea imperialista e imperiale, espansiva, e solo falsamente nazionalista. Persino la Francia Repubblicana covava un modello imperialista aggressivo e protervo. Falsa anche l’idea che sotto il governo degli Imperi sovranazionali si vivesse meglio, una narrativa dei dominatori, non dei dominati.

Con un saggio audace e controcorrente, spiazzante e a dir poco scomodo, il filosofo, politologo e biblista israeliano Yoram Hazony, 55 anni, presidente del prestigioso Herzl Institute of Jerusalem, manda oggi alle stampe Le Virtù del nazionalismo (Guerini e Associati, traduzione di Vittorio Robiati Bendaud), l’ultimo di svariati ed eclettici saggi, accolto da altrettanti plausi e polemiche. L’idea centrale è che ogni ideale universalistico celi al suo interno un progetto fondamentalmente imperialista, e che il nazionalismo altro non sia che la più antica forma di difesa della libertà, sia essa individuale, collettiva, politica e democratica. Un’idea di autodeterminazione dei popoli, di nazioni libere e indipendenti che si oppongono all’Imperialismo ovvero a forme di governo che in nome di alte idealità universalistiche – esportare la pace, la democrazia e la prosperità nel mondo-, in verità intendono imporre controllo, dominio e sudditanza. Basterebbe dare un occhiata ai dissesti prodotti dalla Pax Americana che ricalca il modello imperiale della Pax Romana, per averne un’idea recente. Da un’attenta rilettura della Bibbia ebraica fino al pensiero del filosofo inglese John Locke e alla dottrina dei pensatori liberali, dall’ebraismo al protestantesimo, da Kant alla caduta del Muro di Berlino fino all’Israele di oggi, Hazony rilegge la nostra travagliata contemporaneità gettando nuova luce su antiche e intramontabili categorie.

Qui l’articolo completo 

Il regionalismo differenziato deve coinvolgere pienamente gli Enti Locali

Nel momento in cui il processo di attuazione del regionalismo differenziato -richiesto in particolare dalle regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto- sembra faccia registrare una ulteriore pausa di riflessione, all’Università di Messina, per una fortunata coincidenza temporale, ad iniziativa dei Dipartimenti di Giurisprudenza e di Scienze politiche ed organizzato dai professori Franco Astone e Giovanni Moschella, si è svolto un interessantissimo convegno di studi su “Specialità e differenziazione.

Le nuove frontiere del regionalismo italiano” nel corso del quale, accanto ad innumerevoli profili, prepotente è balzata all’attenzione del dibattito la quistione del rapporto tra autonomia differenziata e principio di sussidiarietà. Tema, fino all’avvento dell’attuale Governo ‘giallorosso’, ampiamente trascurato, se non del tutto ignorato. Basti pensare che le varie edizioni di ‘bozze d’intesa’ tra Regioni e Stato, che si sono succedute a seguito della ripresa dell’iter per l’attuazione dell’art. 116/3 Cost. iniziata con la celebrazione il 22 ottobre 2017 dei famosi referendum popolari di Lombardia e Veneto, non ne fanno cenno alcuno. Come, del resto, la stessa dottrina giuspubblicistica, che fin qui non si è mostrata particolarmente interessata. Non che, ad esempio, non abbia ricordato al Governo che la nostra è una Repubblica delle Autonomie e non un sistema duale Stato-Regioni. Anzi è stato chiaramente detto che l’ordinamento repubblicano per fare un salto di qualità verso il federalismo comunitario non può prescindere dal protagonismo dei Comuni, delle Città metropolitane e delle Province (nella loro dimensione di sistemi urbani diffusi). Ciò nonostante, però, fino ad ora, anche il dibattito scientifico-istituzionale non ha dato grande rilievo al ruolo ed alle funzioni degli Enti Locali nel prospettato nuovo ordinamento regionale ad autonomia differenziata.

La bozza di disegno di legge generale predisposta per rimettere nei giusti binari l’iter delle intese con le Regioni dal ministro per gli Affari regionali e delle Autonomie, Francesco Boccia, ha, invece, previsto alla lettera c) del primo comma dell’art. 1 che “nelle materie oggetto di attribuzione differenziata” bisogna rispettare i “principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, previsti dall’art. 118 Costituzione”, oltre il principio solidaristico che connota il sistema degli Enti locali.

Introducendo così un positivo rivoluzionamento di tutta la questione del regionalismo asimmetrico, almeno per il modo come era stato prospettato fin qui, sia sul piano procedurale che sostanziale.

Ma se questo è vero, per quanto attiene al profilo procedurale, allora, non può essere il parere che Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto -per rispettare il dettato dell’art. 116/3 Cost.: “sentiti gli enti locali”- si sono affrettate a procurarsi attraverso i rispettivi Consigli delle Autonomie Locali, le prime due Regioni, ed un’apposita Assemblea costituita con provvedimento della Giunta, la terza Regione, ad ottemperare al principio di sussidiarietà. Al di là del burocratico adempimento ad una formalità, il parere obbligatorio ma non vincolante non mi pare che sia in grado di coinvolgere pienamente gli Enti locali. Lo conferma il fatto che nelle Regioni interessate non si sia svolto alcun dibattito di merito con le istituzioni locali e, soprattutto, che nessun indirizzo dei Comuni, delle Città o delle Province sia stato preso in considerazione dalle Regioni per rivolgere le loro richieste di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” allo Stato.

Per adeguarsi a questa svolta ed attuare un coinvolgimento reale delle Istituzioni locali, invece, io credo che il rapporto tra Regione ed Enti locali debba superare il semplice parere, anche se obbligatorio, e trasformarsi in una vera e propria intesa vincolante per entrambe le parti. Non solo. Ma ritengo anche che le intese così raggiunte presso le singole Regioni non possano essere negoziate e definite con il Governo nazionale senza un passaggio anche dalla nazionale Conferenza unificata per coinvolgere gli Enti locali del resto del Paese non direttamente interessati ai singoli accordi regionali.

E qui entriamo nel merito del rapporto tra regionalismo differenziato e principio di sussidiarietà che finora è stato escluso per via di una interpretazione del primo (il regionalismo differenziato) come capace di trasferire alle Regioni, in ordine alle materie del terzo e del secondo comma (limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, alle norme generali sull’istruzione ed alla tutela dell’ambiente e dei beni culturali) dell’art. 117 Cost., non solo la potestà legislativa ma anche quella inerente le funzioni amministrative che, in virtù dell’art. 118 Cost., è invece di competenza generale dei Comuni e solo sussidiariamente, “per assicurarne l’esercizio unitario”, può essere attribuita ad altre istituzioni come le Regioni sulla base dei principi di differenziazione ed adeguatezza. Giammai in termini generali. E soprattutto partendo dal vecchio criterio del “parallelismo delle funzioni” secondo il quale la funzione amministrativa segue quella legislativa e quindi in origine è competenza di chi è titolare di quest’ultima. E’ stata proprio il capovolgimento di questo principio una delle ‘rivoluzioni’ introdotte dal nuovo Titolo V della Costituzione e non può essere certo una norma di attuazione di esso (come le costruende intese Stato-Regioni) a determinarne un vulnus così clamoroso.

Tanto che l’annunciato disegno di legge del ministro Boccia, sempre alla lettera c) del primo comma dell’art. 1, si preoccupa di affermare che “al conferimento delle funzioni (alle Regioni) si procede tenuto conto delle funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane definite dalla legislazione statale, ai sensi dell’art. 117, 2° comma, lettera p) della Costituzione”. Ora, è vero che qui non si tratta delle funzioni amministrative inerenti le ulteriori materie legislative attribuite alle Regioni in virtù dell’art. 116/3 Cost., ma avere evocato l’intangibilità delle competenze amministrative fondamentali delle Istituzioni locali fa immediatamente capire che la regola richiamata è insopprimibile e quindi che non si può giustificare che le Regioni nel chiedere “le ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” ritengano di potere diventare attributarie di tutte le funzioni amministrative inerenti le materie loro devolute dallo Stato.

Al proposito, però, è da sottolineare che il ddl. predisposto da Boccia, per quanto costituisca un passo importante nella giusta direzione, non è ancora soddisfacente. Perché il vero obbiettivo di una amministrazione sussidiaria non si realizza con il solo rispetto da parte delle Regioni delle materie attribuite agli Enti locali come funzioni fondamentali ma con il riconoscimento in capo a questi ultimi di tutte le funzioni amministrative ivi comprese quelle che sono connesse con le funzioni legislative che saranno ulteriormente devolute alle Regioni. Il che significa che le funzioni amministrative che dovessero essere trasferite in base all’assegnazione alle Regioni delle competenze legislative non si allocano automaticamente in capo a queste ultime ma soltanto nella misura in cui, in base al principio di sussidiarietà, le Regioni si rivelino le istituzioni più adeguate ad esercitarle.
Di tutto ciò, però, come cennato, nella bozza Boccia non c’è molto.

Anzi al 3° comma dell’art. 2 si dice che “i beni nonché le risorse finanziarie, umane e strumentali correlate alle funzioni attribuite ai sensi delle intese” sono assegnate alle Regioni, lasciando quindi intendere che saranno queste ultime a decidere se e come devolverle ai Comuni ed alle altre istituzioni locali. Circostanza che, evidentemente, contrasta con il modello delineato dall’art. 118 Cost. ma che rileva soprattutto perché annienterebbe i presupposti che devono motivare la richiesta del riconoscimento dell’autonomia differenziata. Infatti, se non sono l’efficienza e l’efficacia degli apparati amministrativi che presiedono allo sviluppo culturale, sociale ed economico, quali sono le ragioni che possono giustificare il riconoscimento dell’autonomia differenziata ad una Regione?

Non certo lo sviluppo del suo apparato amministrativo che mortificherebbe non solo le esigenze di crescita dei territori concreti che ne formano lo spazio geografico ma anche quelle dell’intero Paese che soltanto da una cooperazione generale di tutte le Autonomie può trarre la spinta necessaria ad una sua ripresa.

Del resto, come è noto, oggi tutti i processi di sviluppo partono ed hanno come soggetti propulsori le Istituzioni locali ed, in particolare, le grandi Città. Senza un loro protagonismo difficile è immaginare percorsi virtuosi di sviluppo e di progresso economico, sociale, culturale. Le Regioni (soprattutto, queste Regioni derivanti dai Dipartimenti statistici di Piero Maestri e Cesare Correnti) non possono quindi farcela da sole. Sarebbero travolte dal ritorno di una logica da microstaterelli. Per evitarlo, l’apporto degli Enti locali diventa allora irrinunciabile ed il ddl. Boccia deve sancirlo pienamente.

Natale, in vacanza 12,9 mln di italiani (+19%)

Ben 12,9 milioni di italiani hanno deciso di trascorrere almeno un giorno fuori casa durante le festività natalizie e di fine anno con un forte aumento del 19% rispetto allo scorso. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ per le partenze nelle festività di Natale dalla quale si evidenzia un deciso orientamento a rimanere in Italia, scelta quest’anno come meta dall’81% dei vacanzieri.
La spesa media sarà di 434 euro per persona con un aumento del 7% rispetto allo scorso anno e si allunga ad una media di sei giorni la durata della vacanza natalizia con – sottolinea la Coldiretti – il 26% che starà fuori tre giorni al massimo, il 51% dai quattro ai sette giorni, il 17% da otto a quindici giorni ed il restante 6% ancora di più.
Il 67% ha scelto di alloggiare in case proprie, di parenti e amici o in affitto mentre il 24% preferisce l’albergo ma tengono le formule alternative come bed and breakfast e agriturismi.
La stragrande maggioranza dei vacanzieri (74%) prenota le ferie da solo, soprattutto attraverso internet, – continua Coldiretti – mentre un 19% si affida a tour operator e agenzie viaggi e un 7% si affida ad altri o preferisce improvvisare.
Sul podio delle destinazioni – continua la Coldiretti – salgono le città e le località d’arte con il 48% seguite dalla montagna con il 38% mentre il resto si divide tra terme, mare e campagna. Sono quasi un milione – stima la Coldiretti – i vacanzieri che per Natale e/o Capodanno hanno scelto l’agriturismo alla ricerca di riposo e di tranquillità lontano dalle preoccupazioni. La capacità di mantenere inalterate le tradizioni enogastronomiche nel tempo resta – continua Coldiretti – la qualità più apprezzata degli agriturismi italiani che si confermano infatti come la più valida alternativa ai pranzi e ai cenoni casalinghi delle feste.
Nel tempo gli oltre 23mila agriturismi italiani – conclude la Coldiretti – hanno però qualificato notevolmente la propria tradizionale offerta di alloggio e ristorazione con servizi innovativi per sportivi, nostalgici, curiosi e ambientalisti, come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking o attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici, ma anche corsi di cucina e wellness.

Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci

Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci.

“Si tratta – spiega Gregorio Aversa,afferente al Polo museale della Calabria, – di una pregiata museruola in bronzo che rappresenta una vera e propria rarità, non solo per il tipo di oggetto, ma anche per la sua decorazione. Nobile ornamento per cavalli, esso costituiva certamente una significativa offerta votiva da parte di un membro della cavalleria crotoniate per il santuario di Hera nella località Vigna Nuova.

Simbolo di prestigio sociale e di disponibilità economica, nel mondo antico il cavallo è sempre stato oggetto di grande attenzione da parte dell’uomo, che molto presto ha dovuto ideare strumenti di imbrigliamento per controllarlo e guidarlo. Per questo – conclude Aversa – nell’ambito del progetto VIDE (VIaggio Dell’Emozione) che lega in un affascinante percorso i vari siti appartenenti al Polo museale della Calabria, si è pensato di approfondire la tematica del cavallo come mezzo di trasporto e compagno nella guerra, nel lavoro, nel gioco anche grazie ad altri reperti riferibili al mondo equino”.

Il manufatto andrà, quindi, ad arricchire le già cospicue collezioni che detiene il Museo Archeologico Nazionale di Crotone.

La vergogna del volo

Prendere l’aeroplano? Condotta di cui vergognarsi! Tuonano così i movimenti no-aerei del Nord Europa – dagli scandinavi ai tedeschi, passando per i belgi e gli olandesi – contro chi si azzarda a scorrazzare per i cieli. L’accusa non riguarda il fattore sicurezza, bensì i presunti danni all’ecosistema.

Per costoro gli aeroplani con le loro emissioni di CO2 sarebbero tra i principali artefici del peggioramento climatico; e a nulla serve far notare che, al momento, il settore contribuisce ad una piccola percentuale delle emissioni globali. Macché; secondo i detrattori l’aviazione civile, entro una ventina d’anni, potrebbe contemplare addirittura 8 miliardi di viaggiatori con effetti devastanti sul clima e sull’ambiente.

Dunque si preferisca il treno, con buona pace dei bilanci delle compagnie. Le quali, annusando il pericolo, cominciano a correre ai ripari; talune, ad esempio, utilizzando biocarburanti. La “vergogna di volare” – così è stato battezzato il boicottaggio dei velivoli per scongiurare le emissioni dannose – fa proseliti alimentata dal tam tam dei social. Finirà in una bolla di sapone? Può darsi. Frattanto abituiamoci ad allungare il tempo dei nostri percorsi. Magari illudendoci di allungare quello delle nostre vite.

(Fonte My Pegaso)

Approvato uno spray nasale contro la depressione

E’ stato approvato dalla Commissione europea uno spray nasale per gli adulti che soffrono di disturbo depressivo maggiore resistente al trattamento (Trd).

Il disturbo depressivo maggiore (Mdd) colpisce circa 40 milioni di persone in Europa ed è la principale causa di invalidità al mondo. Per questi pazienti, l’obiettivo principale del trattamento è alleviare i sintomi della malattia e ottenere infine la remissione, eliminando totalmente o in larga parte i sintomi depressivi. Tuttavia, un terzo circa dei pazienti con Mdd non risponde alle terapie attualmente disponibili.

L’approvazione di esketamina si basa sui dati del programma di sperimentazione clinica condotto su pazienti con Trd, in cui oltre 1600 soggetti hanno ricevuto esketamina. I dati emersi dimostrano che nei pazienti adulti (18-64 anni), a partire dal secondo giorno di terapia, il trattamento con esketamina spray nasale e un antidepressivo orale iniziato ex novo era associato a una maggiore riduzione dei sintomi depressivi rispetto al trattamento con un antidepressivo orale iniziato ex novo e uno spray nasale placebo.

Il 70% circa dei pazienti trattati con esketamina ha risposto al trattamento, ottenendo una riduzione dei sintomi pari o superiore al 50%.

L’area cattolico democratica. Una nuova speranza per gli italiani

Nati dall’intuizione di un comico intelligente e dalla strategia di una società di comunicazione, affidato alla guida di un giovane senz’arte né parte, il M5S è ora in balia di un saltimbanco della politica, quel Gianluigi Paragone, che sta creando un movimento di transumanti pentastellati verso la Lega, col rischio di far saltare il governo.

Oggi la politica italiana è rappresentata da alcune forze politiche in preda a una grande confusione culturale e strategica, espressione della deriva che si trascina dalla fine della prima repubblica e dalla scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale.

Una crisi della politica che: nel PD fa i conti con un processo di lunga e complessa trasformazione del vecchio PCI ( PDS,DS, PD), nel quale non si è potuto realizzare quella corretta sintesi tra le aree culturali di provenienza social comunista e democratico cristiana, aggravata dal caso Renzi, alla ricerca di una leadership perduta col suo nuovo partito della secessione. Nella Lega, si è consumato  il passaggio da quella secessionista padana di Bossi, alla nuova realtà di un partito a guida solitaria del conducator Salvini, capace di acquisire consensi dal Nord al Sud dell’Italia; una destra italiana, che si compatta sempre di più attorno a Giorgia Meloni su posizioni estreme nazionaliste e antieuropee e, infine, il M5S che corre velocemente verso la sua dissoluzione.

Al centro è rimasta Forza Italia, guidata da una leadership consunta e sempre meno efficace del Cavaliere, in preda a un processo inarrestabile di disgregazione. Alla sinistra estrema sopravvive la LEU, in attesa di  come meglio orientarsi a misura che detterà la nuova o vecchia legge elettorale.

Manca in tutta questa rappresentazione l’espressione politico culturale dell’area cattolico democratica  e cristiano sociale che, dopo la lunga stagione della diaspora ( 1994-2019) è ridotta alla condizione di pressoché totale irrilevanza sul piano istituzionale. Unica eccezione, il caso del Presidente Mattarella, punto di riferimento essenziale per la nostra democrazia.

Non è un caso se la condizione di anomia vissuta dalla società civile e dal divario esistente tra quest’ultima e la classe dirigente del Paese, abbia preso forma e sostanza rilevante il fenomeno delle “sardine” che riempiono le piazze in tutte le più importanti città italiane. Esse sono sostenute dalla volontà di ritornare a una convivenza civile fondata sulla tolleranza e sulla solidarietà organica propria di una comunità, in alternativa alla condizione di rissa e di scontro permanente indotte dalla deriva nazionalista e populista del duo di destra Salvini-Meloni.

L’elemento che meglio caratterizza il caso delle “sardine” è la loro conclamata fedeltà alla Costituzione repubblicana e, al di là dei sei punti programmatici delineati nella loro recente assemblea romana (punti sicuramente condivisibili nella loro elementare semplicità, come fondamentali della convivenza civile e politica) ed  è proprio da questa loro conclamata fede costituzionale repubblicana che bisogna ripartire, per avviare un dialogo costruttivo con una nuova generazione di italiani cui guardare con interesse anche da parte di noi popolari.

Tornando alla situazione di casa nostra, due sono le iniziative che meglio esprimono lo stato dell’arte: quella avviata dagli amici che hanno dato vita alla Federazione popolare dei DC, che punta a ricomporre l’unità delle diverse schegge ex democratiche cristiane insieme a numerosi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolico popolare e quella degli amici che hanno sottoscritto “il Manifesto Zamagni”, nel quale si riconoscono anche tutti gli amici della Federazione popolare DC.

Se, da un lato, abbiamo la situazione espressa dai partiti oggi rappresentati in parlamento in preda alle loro convulsioni interne e alla ricerca di un difficile equilibrio attorno a quella che sarà la prossima legge elettorale, e, dall’altro, quella di un’area cattolica e popolare in movimento che punta alla ricomposizione politica, ciò che distingue nettamente tutte le forze in campo e in qualche modo è destinata a ricomporle, è la distinzione profonda che passa tra chi si pone in alternativa sovranista e isolazionista rispetto all’Unione europea e chi, invece, come noi dell’area popolare, si batte per più Europa. Un’Europa certamente da riformare nella sua governance, per farla tornare ai principi e ai valori dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman, ahimè, superati dal prevalere dei valori relativistici propri del “manifesto di Ventotene” che, alla fine, sono quelli che hanno finito col prevalere nell’Unione europea.

Contro l’attuale confusione e frammentazione politica serve allora un colpo d’ala delle due parti più importanti di quest’area, entrambe impegnate a inverare nella città dell’uomo i principi della dottrina sociale cristiana che, con le ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, costituiscono la fonte principale di indicazione pastorale e politico culturale in questa complessa fase della globalizzazione. Un’età, quella che stiamo vivendo, dai profondi sconvolgimenti sul piano antropologico, ambientale, economico, finanziario e sociale, che, come in quella della prima rivoluzione industriale, richiede l’impegno dei cattolici sul piano politico e istituzionale, sia in Italia, sia nel resto dell’Europa e del mondo, insieme agli altri uomini di buona volontà che credono nel valore della pace e della giustizia nella libertà.

Abbiamo una data importante davanti a noi: 18 Gennaio 2020. Mancano poche settimane alla celebrazione del 101 esimo anniversario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di Luigi Sturzo e della nascita del PPI. Ritroviamoci dunque al convento della Minerva, a due passi dal luogo in cui Sturzo redasse il suo appello, e tutti insieme impegniamoci a costruire il Partito Popolare Europeo in Italia, dando fine alla lunga e suicida stagione della diaspora,  per un nuovo inizio e per dare, finalmente, una nuova speranza agli italiani.

La mappa della sconfitta del Labour

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Domenico Cerabona

Le elezioni del 12 dicembre sono state un vero e proprio trionfo per il primo ministro uscente Boris Johnson, che sperava di incrementare la propria maggioranza di “soli nove seggi”, come chiedeva nel suo ultimo spot elettorale, e che invece tornerà giovedì in Parlamento con una maggioranza effettiva di ben 80 parlamentari.

Il merito va in gran parte al suo stratega, Dominic Cummings, che è riuscito a trasformare questa elezione in una riedizione del referendum sulla Brexit e, in tal modo, a portare molti elettori del Labour a non votare seguendo l’asse destra-sinistra, ma quello Leave-Remain.

Questo esito è stato certamente favorito dalla compattezza del fronte anti-Brexit: l’alleanza tra Boris Johnson e Nigel Farage ha aiutato in maniera decisiva i Tories a sconfiggere il Labour in quei collegi del Nord in cui il Leave aveva ottenuto grandi maggioranze, zone in cui infatti il Brexit Party ha ricevuto molti voti erodendo il consenso dei candidati laburisti.

Al contrario, la divisione del fronte del Remain ha danneggiato tutti i partiti, in primis il Labour e i Liberal Democrats (LibDems) che, competendo ferocemente gli uni con gli altri, hanno finito per favorire, nei singoli collegi, il candidato conservatore: un esempio su tutti è dato dal collegio di Kensington, a Londra, vinto per 20 voti – per la prima volta in decenni – dal Labour nel 2017 e perso per 200 questa volta anche grazie ad un 20% di voti conquistati dai LibDem, con il risultato di consegnare il collegio ad un candidato pro-Brexit.

Un vero cataclisma per il Labour è stato però il crollo del cosiddetto “Red Wall”, una fascia di collegi nel Nord-Est inglese ex minerario che da sempre garantiva maggioranze agevoli al Partito laburista e che in questa elezione sono passati per la prima volta da più di 50 anni al Partito conservatore. In quelle zone la crisi del Partito laburista era endemica almeno dal 2005, ma, nonostante ciò, la fedeltà al Labour non era mai venuta meno. Questa volta, complice il messaggio “Get Brexit Done”, la muraglia rossa è crollata, con risultati anche clamorosi come la perdita del seggio di Dennis Skinner, la Bestia di Bolsover, parlamentare ex minatore eletto a Westminster in quel collegio sin dal 1970. Così come clamorosa è stata la sconfitta di Laura Pidcock, giovane astro nascente del Labour indicata da più parti come possibile successore di Jeremy Corbyn alla leadership che però è stata sconfitta nel suo seggio di North West Durham. Entrambi questi seggi, da sempre laburisti, avevano dato grandi maggioranze al Leave nel 2016 ed erano rimasti fedeli al Labour e alla sua promessa di una soft Brexit nel 2017, ma questa volta hanno voltato le spalle alla proposta di un secondo referendum fatta dai laburisti.

Forte della vittoria ottenuta, Boris Johnson non ha ora più avversari, interni o esterni, in grado di impedirgli di perseguire la sua strategia per una Brexit il più rapida possibile. È facile immaginare che già dalla prossima settimana il Parlamento inizierà a votare l’accordo trattato da Johnson con l’Unione Europea e che non ci saranno problemi per il primo ministro a ratificare il compimento dell’abbandono dell’Unione entro il 31 gennaio 2020.

Johnson avrà inoltre una grande libertà nelle trattative successive, che saranno ancora più decisive per modellare il futuro dei rapporti tra l’Unione e il Regno Unito negli anni a venire e soprattutto per stabilire i nuovi rapporti commerciali con gli Stati Uniti di Donald Trump, che si è subito congratulato con il suo amico Boris per l’elezione.

Qui l’articolo completo 

Commercio estero: Istat, a novembre ampia diminuzione per le esportazioni (-8,1%)

A novembre 2019, per entrambi i flussi commerciali da e verso i paesi extra Ue, si stima una diminuzione congiunturale; essa risulta nettamente più ampia per le esportazioni (-8,1%) che per le importazioni (-0,9%).

La flessione congiunturale dell’export è da ascrivere principalmente ai beni strumentali (-19,6%). I beni energetici (+2,5%) e i beni di consumo non durevoli (+0,5%) registrano invece un aumento. Dal lato dell’import, si rilevano cali congiunturali per i beni di consumo durevoli (-4,0%), i beni di consumo non durevoli (-2,7%) e i beni intermedi (-2,4%), mentre sono in aumento gli acquisti di beni energetici (+1,8%) e di beni strumentali (+0,9%).

Nell’ultimo trimestre mobile (settembre-novembre 2019), la dinamica congiunturale dell’export verso i paesi extra Ue risulta positiva (+2,6%) ed è particolarmente intensa per l’energia (+11,3%) e i beni strumentali (+5,8%). Nello stesso periodo, per le importazioni, si rileva un calo congiunturale (-1,5%), imputabile a energia (-4,6%), beni strumentali (-2,0%) e beni intermedi (-1,8%).

A novembre 2019, le esportazioni sono in diminuzione su base annua (-3,8%). La contrazione è rilevante per l’energia (-19,8%) e i beni strumentali (-12,0%). Rispetto alle esportazioni, le importazioni registrano una flessione tendenziale più ampia (-10,7%) cui contribuiscono tutti i raggruppamenti principali di industrie e, in particolare, quello dell’energia (-20,7%).

Il surplus commerciale a novembre 2019 è stimato pari a +4.164 milioni, in aumento rispetto a +3.253 milioni di novembre 2018. Da inizio anno aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +61.400 milioni di gennaio-novembre 2018 a +66.681 milioni di gennaio-novembre 2019).

A novembre 2019 l’export verso Cina (-15,4%), Stati Uniti (-10,4%) e paesi OPEC (-10,1%) è in forte contrazione su base annua. In aumento, le vendite di beni verso Giappone (+17,8%), Turchia (+13,3%) e Svizzera (+11,4%).

Gli acquisti da paesi OPEC (-33,3%), paesi MERCOSUR (-17,7%) e Svizzera (-14,9%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue. In aumento gli acquisti da Stati Uniti (+5,9%), Turchia (+4,8%) e Russia (+3,7%).

Banda Ultra Larga: connessa la prima scuola nelle aree bianche

Nel comprensorio scolastico di Montalto delle Marche è accesa la connessione alla banda ultra larga. Si tratta del primo caso di un istituto scolastico nelle cosiddette “aree bianche”, incluso nei bandi Infratel, che vanta della connessione ad 1 gigabit al secondo.

Infratel Italia, società in house del Mise, si è occupata, nell’ambito del Piano nazionale BUL, di progettare, pianificare e affidare a bando i lavori, eseguiti da Open Fiber.
Connettere all’ultrabroadband uffici pubblici, famiglie e imprese proprio nelle aree bianche, cioè nelle zone a fallimento di mercato: è questa una delle priorità dell’agenda digitale italiana, varata dal governo e condivisa dall’Unione Europea. Montalto delle Marche, è uno degli 87 comuni marchigiani colpiti dal sisma nel 2016: per questo la progettazione Infratel prevede la connessione sia delle zone che ospitano unità immobiliari temporanee che di quelle coinvolte nella ricostruzione .

Quello di Montalto è uno degli interventi previsti da un piano che prevede un investimento complessivo, nella regione Marche, di 57 milioni di euro per realizzare una rete pubblica in tutte le sedi della PA e delle aree industriali incluse nelle aree bianche. Durante la cerimonia di inaugurazione del collegamento in fibra ad alta velocità, aperta dal sindaco Daniel Matricardi è stato realizzato una connessione video con un istituto scolastico di San Benedetto del Tronto che ha permesso ai ragazzi di San Benedetto e di Montalto delle Marche di dialogare tra loro nell’ambito di un progetto di continuità didattica.

Luigi Cudia, direttore Operations di Infratel Italia, ha ricordato che sono 236 i comuni interessati: in 147 i cantieri sono già attivi, per 156 impianti in corso di realizzazione. In Italia l’investimento pubblico è fondamentale per raggiungere l’ obiettivo di annullare il digital divide.

Il Presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli, ha ricordato il complesso percorso amministrativo con il quale il pubblico ha portato i servizi dove il mercato non sarebbe arrivato.

La missione Cheops

La missione Cheops durerà in tutto tre anni e mezzo, durante i quali il satellite osserverà oltre 7000 stelle. I primi dati arriveranno già il 7 gennaio, costringendo quindi i ricercatori a rimanere “ancora un po’ con il fiato sospeso prima di avere conferma che tutto funzioni come programmato”, come spiegato dalla direttrice Inaf di Catania Isabella Pagano.

Cheops è stato sviluppato per fornire informazioni uniche, come la misura accurata delle dimensioni degli esopianeti, che darà modo di “determinare la densità e quindi la struttura interna”, spiega l’Inaf.

Sarà così possibile capire se questi corpi celesti siano di roccia, gassosi o di ghiaccio, in maniera da stabilire se possano vantare condizioni tali da poter ospitare la vita.

Cheops sarà in grado di misurare così precisamente le dimensioni degli esopianeti grazie alla propria strumentazione di bordo all’avanguardia, composta anche da un telescopio hi-tech che è stato progettato e realizzato in Italia.

Lombardia: con Move-In gli ambulanti potranno continuare a circolare anche con gli euro 0

Il provvedimento consentirà agli operatori del commercio ambulante di aderire a Move-In su base triennale, con la possibilità di percorrere la somma dei chilometri concessi annualmente nell’arco del triennio.

Ciò rende possibile una maggiore flessibilità organizzativa e la sostituzione dei veicoli. Per gli autonegozi e gli automarket, in ragione del loro limitato numero (circa 500 in tutta la Lombardia), degli elevati costi di allestimento e della difficoltà di reperirne di nuovi in tempi brevi, sarà prevista l’assimilazione ai veicoli di classi Euro superiori (Euro 0 assimilati a Euro 2 e Euro 1 e 2 assimilati a Euro 3) se aderiranno entro il 31 marzo 2020 a Move-In.

Ciò consentirà la percorrenza di 6000 km/anno per i veicoli Euro 0 e di 9000 km/anno per i veicoli Euro 1 e 2″.

Agli operatori che avranno aderito a Move-In sarà consentito muoversi per recarsi ai mercati anche in caso di limitazioni temporanee.

‘accordo prevede un’adesione coordinata e massiva a Move-In da parte di tutti gli associati a Fiva-Confocommercio e Apeca e Anva Confersercenti nei prossimi tre mesi. Le associazioni si impegneranno altresì a raccogliere e fornire le adesioni al progetto Move-In entro il 31 marzo 2020 e a fornire a Regione Lombardia l’elenco dei soggetti che hanno aderito al servizio e che rientrano nella categoria degli operatori del commercio ambulante, individuabili tramite la carta di esercizio, e nella categoria degli autoveicoli ad uso negozio, individuabili dal libretto di circolazione.

Successivamente al 31 marzo 2020 non saranno concesse ulteriori deroghe.

La protonterapia

La protonterapia è un trattamento radiante oncologico per la cura di tumori che si sono sviluppati nelle vicinanze di organi critici o di strutture nobili e delicate, come il cervello, il cuore o il midollo spinale.

A differenza dei raggi X, utilizzati nella radioterapia convenzionale, i protoni possono essere indirizzati per fare in modo che le radiazioni colpiscano le cellule tumorali con estrema precisione salvaguardando i tessuti sani circostanti.

Questa accuratezza può rivelarsi particolarmente vantaggiosa per coloro che hanno subito un precedente trattamento radiante, sia per quelli che hanno un’alta probabilità di sopravvivenza a lungo termine nei quali il rischio di tumori indotti dal trattamento con protoni è inferiore a quello della radioterapia convenzionale.

Nella protonterapia i protoni (particelle molto più pesanti dei fotoni) vengono accelerati, tramite un’apparecchiatura chiamata Ciclotrone, fino ad una velocità pari a circa metà della velocità della luce. Quindi vengono concentrati in fasci, trasportati e rilasciati con estrema precisione sulla sede del tumore da un sistema chiamato Gantry. L’accelerazione dota i protoni di un’energia che raggiunge i 230 MeV (Mega Electron Volts), rispetto ai 30 MeV della fotonterapia, e che permette di colpire dall’esterno i tessuti tumorali che si trovano fino a 30 cm di profondità all’interno del corpo.

Il principale vantaggio del raggio protonico è che la maggior parte della sua energia è rilasciata sul tumore, dove esercita il massimo del suo effetto distruttivo.

Le rivolte globali dell’autunno caldo

Sulla rivista Civiltà Cattolica viene proposto un articolo che prova a disegnare i tratti comuni delle proteste in corso in Paesi come l’Algeria, il Libano, l’Iraq, l’Egitto, Haiti, il Cile, l’Ecuador, la Bolivia e la Colombia, per non parlare della Francia dei gilet gialli e di Hong Kong. Le condizioni politiche e sociali spesso sono diverse, ma in tutti questi Paesi si chiedono le stesse cose: riforme economiche giuste, meno tasse, più occupazione, e spesso un sostanziale «cambiamento di sistema». La rabbia è di solito indirizzata contro la «casta» al potere (non contro un particolare parti­to, una etnia o una confessione religiosa), contro chi in questi anni di crisi economica ha accumulato ricchezze sorprendenti, sottraendole alla maggioranza della popolazione.

Poi, l’articolo cerca di individuare la questione di fondo. Secondo il politologo francese Bertrand Badie, le ribellioni in corso sono «un secondo atto della globalizzazione», dove però il si­stema neoliberale, in vigore a partire dagli anni Novanta, è rimesso in discussione. In particolare, a causa della crisi economica che tra il 2007 e il 2008 ha colpito il mondo intero. Caso emblematico è quello del Cile, il Paese sudamericano ri­tenuto più stabile e pacificato, dopo il feroce colpo di Stato del ge­nerale Pinochet. Connotati particolari hanno invece le rivolte in Bolivia: il paradosso della crisi boliviana è che il Paese è cresciuto molto negli ultimi anni e il tasso di povertà è sceso drasticamente.

Infine, si tenta di inquadrare un possibile percorso politico costruttivo. «La strada è in salita – scrive Badie – e l’obiettivo è ambizioso: reinventare la democrazia. Ma è quello che chiedono queste rivolte».

Manuale di conversazione su panettone e porti aperti

Articolo pubblicato da Studiorama, la newsletter di Studio a firma di Davide Coppo

Con la consueta stupefacente ripetitività sta per tornare, con il solstizio invernale e le feste religiose a esso collegate, la altrettanto rituale discussione sulle virtù del panettone o contro la semplicità del pandoro. I detrattori del panettone, solitamente, lamentano un difetto in particolare: la presenza, nell’impasto del dolce, di uvetta o canditi. La discussione è rituale e si ripropone annualmente in quanto impossibile da risolvere, può offrire però buoni spunti per disquisizioni più interessanti, per spostare l’argomento dai capricci gastronomici alla geopolitica del cibo.

Che Milano fosse città aperta a migrazioni e spunti culturali da ogni parte del mondo è rappresentato proprio da quell’uvetta e quei canditi, arrivati dall’Oriente sul Mediterraneo via Venezia. Qualche giorno fa sul T Magazine allegato mensilmente al New York Times è stato pubblicato un bell’articolo sulla storia delle spezie, ingrediente di lusso che ha caratterizzato e sporcato di sangue migliaia di anni di imperi e conquiste. «A proposito di uvette», potrete esordire, «conoscete il nuovo mercato della curcuma in America Centrale?».

Se invece avete a che fare con l’archetipico zio leghista, altre letture consigliate a partire dal panettone e i suoi canditi sono i libri di Braudel sul Mediterraneo, con cui spiegare le origini di molti piatti della cucina non solo meridionale. I tortelli cremaschi, ad esempio, pieni proprio di quell’uva sultanina (appunto) originaria della Turchia e oggi diffusa soprattutto nel cultivar di Corinto, città portuale bizantina e ottomana e veneziana e di nuovo ottomana prima dell’indipendenza, e di canditi, altro dono arabo passato dalla Serenissima. Concludere con Predrag Matvejevic da Breviario mediterraneo: «Lungo le coste di questo mare s’incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli olii e dei profumi, della sapienza e della conoscenza. Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa». Buon appetito.

Roma: i detenuti di Isola Solidale cucineranno e distribuiranno i pasti per i senzatetto

Oggi alle ore 21, in occasione delle prossime feste di Natale, in via della Conciliazione, i detenuti dell’Isola Solidale insieme ai volontari dell’Opera Divin Redentore distribuiranno i pasti alle numerose persone senza fissa dimora che vivono nelle vicinanze della basilica di San Pietro.

L’Isola Solidale è una struttura che da oltre 50 anni accoglie a Roma detenuti grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000.

Saranno serviti 40 pasti che prevedono riso con verdura e diverse varietà di frutta. Tutto fatto in casa dai detenuti dell’Isola Solidale che si sono mobilitati per questa nuova esperienza. Due di loro hanno avuto un permesso speciale dal magistrato e saranno in via della Conciliazione per distribuire i pasti insieme agli altri volontari, mentre gli altri detenuti si occuperanno della cucina, della preparazione delle porzioni e del loro confezionamento. Questa nuova iniziativa segue quelle che si sono susseguite nell’anno tutti i terzi venerdì del mese.

Seat testerà il biometano ottenuto direttamente dalle discariche

In una piccola città della Catalogna, i maiali vengono usati per alimentare il futuro della mobilità.

Mentre le maggiori case automobilistiche in tutta Europa promuovono i veicoli a batteria, la casa automobilistica spagnola Seat vede una nicchia nel mercato delle auto alimentate da un’alternativa: il gas naturale compresso (GNC). 

Ma invece di produrre metano estraendolo dai pozzi, sta provando a creare gas verde generato da immondizia, rifiuti industriali e ​​feci di maiale.

Il progetto, che conterà su un budget complessivo di 4,6 milioni di euro (di cui il 55% finanziati dalla Commissione UE), amplia l’orizzonte del progetto Life Metamorphosis su cui Seat è attualmente al lavoro.

L’idea alla base di Life Landfill Biofuel nasce dall’esigenza di rendere remunerative le quasi 500.000 discariche presenti in Europa.

Inoltre risolve anche un problema futuro, infatti le nuove normative imposte dall’Unione Europea, che enetreranno in vigore dal 2035 limiteranno al 10% i rifiuti urbani che possono essere gettati in discarica.

Inoltre, Seat ha anche sviluppato un progetto simile con Aqualia per convertire le acque reflue in biocarburanti.

 

Premio Cultura+Impresa.

E’ aperta la settima edizione del Premio CULTURA + IMPRESA, iniziativa che premia i migliori progetti di Sponsorizzazione e Partnership culturale, Produzione culturale d’Impresa e di attivazione dell’Art Bonus realizzati in Italia nel 2019.
Il Premio, fondato nel 2013 da Federculture e da The Round Table e patrocinato da Anci, è promosso dal Comitato non profit Cultura + Impresa con il contributo di Fondazione Italiana Accenture e di ALES e quest’anno grazie alla collaborazione con il Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale, si arricchisce della Menzione Speciale dedicata alla “Cultural Corporate Responsibility”.
Il nuovo bando è on line ed è possibile candidare il proprio progetto fino al 28 febbraio 2020.

Il testo completo del Bando si può visualizzare qui

Italy for climate, l’allenza delle imprese per il clima

L’Italia può e deve fare la sua parte per affrontare la crisi climatica perché l’impegno per il clima non è rinviabile. Deve con urgenza non limitarsi a generiche dichiarazioni di consenso o a misure simboliche, ma varare un nuovo programma più ambizioso di misure climatiche che riveda il target ormai superato della riduzione del 37% entro il 2030 e lo porti almeno alla riduzione del 50% attraverso misure adeguate, praticabili e incisive.

Questa la sollecitazione di Italy for climate, l’alleanza per il clima fra le imprese italiane della green economy per supportare la transizione verso un’economia carbon neutral che vede tra i primi sostenitori aziende come ERG, Conou, ING, e2i, illy, Davines, lanciata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, guidata da Edo Ronchi.

La sfida della grande crisi climatica – sottolinea Ronchi- può essere ancora vinta se, come chiede l’Europa, un gruppo di Paesi, invece di stare fermi, alla coda dei negazionisti irresponsabili, dimostra che misure ambiziose ed efficaci si possono attuare con un’economia competitiva, con vantaggi, o almeno con costi sostenibili, e benefici per l’occupazione oltre che per l’ambiente”.  Per Ronchi la COP 25 di Madrid poteva e doveva essere preparata e gestita meglio dalle Presidenze di turno, “ma è ormai chiaro che il tempo stringe e che non si può più aspettare un accordo mondiale unanime per attuare misure impegnative ed efficaci per affrontare la grande crisi climatica. Del resto l’Accordo di Parigi per il clima è stato raggiunto proprio perché, a differenza del Protocollo di Kyoto, si basa su impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra”.

Per far sì che la COP 26 di Glasgow del dicembre del prossimo anno non sia una nuova delusione serve, secondo Ronchi, una condizione: che un gruppo importante di Paesi si presenti con impegni nazionali di riduzione dei gas serra al 2030 già deliberati e avviati, più ambiziosi rispetto a quelli presentati prima dell’Accordo di Parigi, risultati largamente insufficienti per la traiettoria prevista da tale Accordo.

Ronchi ricorda che il nuovo Parlamento europeo, la nuova Commissione Europe, con l’assenso del Consiglio – nonostante la resistenza della Polonia – hanno già indicato di volersi muovere in questa direzione con un impegnativo programma di Green Deal che, insieme ad obiettivi climatici ambiziosi di neutralità carbonica al 2050 e di taglio delle emissioni del 50/55% entro il 2030, prevede misure per grandi investimenti per fare dell’innovazione dell’economia decarbonizzata un grande sfida epocale.

Questo ambizioso programma europeo -conclude Ronchi- è aperto alla collaborazione di tutti i Paesi, sollecita l’impegno di tutti, ma non è subordinato all’assenso di tutti i governi del mondo. Sono 58 i Paesi che si sono già espressi in questa direzione aderendo all’Alleanza dei Paesi ambiziosi per il clima che si è formata in ambito delle Nazioni Unite. L’impegno per affrontare la grande crisi climatica è almeno di pari importanza di quello per la libertà e la democrazia”.

Tumori. “Le terapie agnostiche sono il futuro della cura”.

Le terapie agnostiche sono il futuro della cura contro i tumori perché forniranno a ogni paziente nuove e più efficaci chance di guarigione, un cammino di cambiamento già cominciato ma che ha ancora un grande potenziale da sprigionare.

L’arrivo dell’immunoterapia e delle terapie mirate a bersagli molecolari espressi dalle cellule tumorali sta già cambiando la filosofia complessiva della terapia dei tumori, sia dal punto di vista della probabilità di risposta clinica che dal punto di vista regolatorio. Ma le terapie oncologiche agnostiche rappresentano un punto di svolta, soprattutto concettuale. Siamo solo all’inizio, ma il futuro è questo.

 

 

La Camera vota sì all’impeachment per Donald Trump

Con 230 voti a favore e 197 contro, la Camera americana ha approvato l’impeachment, per abuso di potere e ostruzione del Congresso, mettendo formalmente Donald Trump in stato d’accusa per l’Ucrainagate. Solo due dem hanno votato contro, mentre uno non ha votato. Dei repubblicani 195 hanno detto no e due non hanno votato.

Trump è così il terzo presidente Usa a finire a giudizio.

Anche se i Democratici, ora, sono dubbiosi che il Senato, a maggioranza Repubblicana, faccia il suo dovere.

“La Camera dei Rappresentanti Usa ha fatto il suo dovere costituzionale. Sfortunatamente sembra sempre più evidente che il Senato repubblicano non lo farà. Questa questione non sarà risolta fino al prossimo novembre dal popolo americano”. Così Michael Bloomberg, candidato alla presidenza con i democratici.

 

 

Le sirene che cercano di irretire le sardine.

La pressione mediatico-politica comincia a farsi seducente. Il “portavoce” delle sardine arriva a dire, ad una domanda tendenziosa su una probabile candidatura, “mai dire mai”. Eh sì, quando la strada si fa erta, la tentazione delle scorciatoie diventa l’aiuto , ma è un inganno che mina tutto l’impianto etico morale che dà a questo movimento l’attuale forza e una prospettiva di stimolo per la buona politica.

Certo, bisogna avere dei contenuti e un carattere di spessore tale da essere “incorruttibili” perché portatori di un messaggio più alto che fa della politica una missione e le missioni hanno la caratteristica del duro lavoro e di forti sacrifici personali e rinunce seducenti. Attenzione “sardine”, Ulisse, nel mare procelloso, fece tappare le orecchie dei suoi indeboliti marinai e si fece legare all’albero della nave, per riuscire a resistere alle “sirene”, ma volle ascoltare tutta la terribile seducente malía di quelle creature e farne forza interiore per ciò che lo aspettava, che era ignoto.

Trentanni fa: Franco Carraro eletto Sindaco di Roma

ra il 18 dicembre 1989 e il nuovo Consiglio Comunale di Roma, che era stato rinnovato con le elezioni del 29 e 30 ottobre 1989, nominava Franco Carraro, Sindaco di Roma. Sono trascorsi 30 anni. Quante cose sono cambiate? Tante ! Oggi sembra un altra era, infatti Carraro è stato l’ultimo Sindaco di Roma ad essere eletto dagli 80 Consiglieri Comunali capitolini. Infatti la legge 81 del 1993, ha introdotto “ l’elezione diretta del Sindaco”, e la riduzione a 60 Consiglieri, il rinnovo dell’Assemblea Capitolina del novembre 1993, avvenne con questa nuova norma: i cittadini sceglievano il candidato a Sindaco, procedura attualmente in vigore.

Carraro è stato il 13° Sindaco di Roma, dal dopoguerra ad oggi (18 dicembre 1989 – 20 aprile 1993), e il primo cittadino socialista della Capitale. La composizione del Consiglio Comunale rappresentava un significativo spaccato della società e dei cittadini romani: ambienti, categorie e professioni. Alcuni nomi, anche se ciascuno degli 80 eletti era espressione di competenza, conoscenza ed esperienza, hanno dato prestigio e autorevolezza all’Istituzione della Città Eterna, fra questi: Enrico Garaci, Antonio Cederna, Oscar Mammi, Loredana De Petris, Francesco Rutelli, Marco Pannella, Teodoro Bontempo, Ruspoli Sforza, Enzo Forcella, Susanna Agnelli, Beatrice Medi Jacovoni, Renato Nicolini.

Fra i Consiglieri eletti, che i partiti avevano candidato, si riscontravano personalità come giornalisti, ambientalisti, medici, ministri e parlamentari, sindacalisti, imprenditori, avvocati, architetti, docenti, dirigenti e funzionari pubblici, rettori di università, esponenti dell’aristocrazia romana, ecc., e tante persone, meno titolate, ma volenterose di servire la città . Non a caso, molti Consiglieri di quel periodo, nel corso degli anni successivi, sono stati eletti in incarichi di rappresentanza istituzionale come Consiglieri e Assessori Regionali, Deputati e Senatori, Ministri ed Europarlamentari, Presidenti di Enti e Aziende pubbliche.

Nei 40 mesi della consiliatura Carraro, si sono tenute 280 riunioni di Consiglio Comunale, ma che periodo era nel nostro Paese? Non era di facile lettura, perché si risentiva di vicende italiane e internazionali, che hanno avuto riflessi sulla politica e sull’economia del nostro Paese. Si ricordano vicende come la caduta del “muro di Berlino”, la prima guerra del Golfo, le tragedie causate dalla mafia con la morte di Falcone e Borsellino, la difficile elezione del Presidente della Repubblica Scalfaro, le inchieste di tangentopoli con la stagione di “mani pulite”, quindi una fase di grande incertezza e di aspettative, spesso andate deluse, di cambiamento.

E’ doveroso richiamare anche accadimenti ed eventi, che hanno segnato quel periodo della vita della Capitale, come la 14a edizione del Campionato del Mondo di calcio (noto anche come Italia ‘90), la presenza in Campidoglio di un eroe del XX secolo, Nelson Mandela, per il conferimento della cittadinanza onoraria di Roma, definito l’uomo della “convivenza pacifica”, la definizione da parte del Parlamento, di due leggi importanti per il Campidoglio: sull’ordinamento delle autonomie locali e interventi per Roma, capitale della Repubblica. In questo contesto le attività del governo cittadino e dell’Aula Giulio Cesare andavano avanti per realizzare il miglioramento della vivibilità e lo sviluppo necessario per garantire a Roma la crescita come Capitale europea. Si manifestarono, occorre ricordarlo, perché fu considerato un fatto nazionale, nella Città Eterna i primi problemi collegati all’immigrazione, l’esempio significativo fu l’occupazione, per molti mesi dell’ex Pastificio Pantanella, dopo Porta Maggiore, a via Casilina, dove confluirono oltre 2.500 stranieri di diverse nazionalità. Questo anche per capire il clima che si respirava a Roma.

Molti i provvedimenti e le decisioni importanti e assunte per i cittadini e per la città, fra questi il trasferimento dei Mercati Generali da Ostiense, con la localizzazione e realizzazione nella Tenuta del Cavaliere a Guidonia, la scelta per il sito dell’Auditorium Parco della Musica, tra Villa Glori e il Villaggio Olimpico, progettato da Renzo Piano, per ospitare eventi musicali e culturali, la progettazione della linea tranviaria 8, che unisce Casaletto a Torre Argentina (successivamente fino a Piazza Venezia). L’approvazione dello Statuto del Comune di Roma, ( a seguito della legge 142/1990), che sanciva i principi generali e definendo l’ordinamento circoscrizionale, la partecipazione popolare e la tutela dei diritti civici.

La realizzazione del Sistema Direzionale Orientale e le connesse infrastrutture, nel quadrante Est della Città, che doveva rappresentare il trasferimento della burocrazia/ministeriali dal Centro Storico della città, si è fermato nella fase istruttoria, salvo lo stralcio del Piano Direttore, anche se considerato dalla Legge 396/1990, di “ preminente interesse nazionale nell’assolvimento da parte della città di Roma nel ruolo di capitale della Repubblica”. L’altro progetto fondamentale, per la gestione del patrimonio pubblico era il Census, un reale e specifico censimento per l’utilizzo delle risorse di edilizia residenziale del Comune di Roma che non è decollato, anche per un accanimento giudiziario, che ha visto coinvolti tutti consiglieri comunali che l’avevano approvato la delibera, salvo poi sentenziare, dopo qualche anno: il fatto non sussiste. Tutti assolti.

La vita del Consiglio Comunale andava avanti con qualche difficoltà, mani pulite era presente anche a Roma, e qualche mela marcia aveva rinunciato all’incarico capitolino, nessuno si sentiva nella maggioranza di trovare un altro Sindaco, perché Carraro si era sempre comportato bene e leale con tutti. I Consiglieri Comunali, a partire da quelli della Democrazia Cristiana decisero l’autoscioglimento, dimettendosi dall’incarico elettivo insieme a quelli degli altri partiti, firmando al Segretariato Generale, senza andare dal notaio. Si chiudeva cosi una bella esperienza, che ha lasciato l’amaro in bocca. Il rinnovo del Consiglio Comunale nel novembre !993, è avvenuto con la nuova legge, perché era stata introdotta la norma dell’elezione diretta del Sindaco e la riduzione dei consiglieri a 60, anziché 80. Ecco, anche il perchè oggi è un altra era.

Sassoli: “il Trattato di Lisbona ha rafforzato la democrazia”

Il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, nel suo intervento in aula a Strasburgo in occasione della celebrazione dei dieci anni del Trattato di Lisbona ha dichiarato che: “L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona è stato un grande passo in avanti per le istituzioni europee e in particolare per il Parlamento, poiché ha rafforzato il carattere democratico della nostra Unione”.

 “Grazie al Trattato di Lisbona, il rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza, della democrazia, della solidarietà e dello Stato di diritto sono diventati pilastri su cui si fonda l’Unione europea e sono da dieci anni giuridicamente vincolanti per tutti gli Stati membri e per tutte le istituzioni. Purtroppo le discriminazioni continuano a colpire i nostri Paesi. Le notizie ci ricordano instancabilmente che la violenza contro le donne, il razzismo e le varie forme di intolleranza stanno ancora distruggendo la vita dei nostri cittadini”.

“Con un voto massiccio alle ultime elezioni, i nostri cittadini ci hanno trasmesso un messaggio chiaro: vogliono partecipare e contribuire al progetto europeo. Sono convinto che la Conferenza per il futuro dell’Europa che intendiamo istituire nei prossimi mesi sia un’opportunità da non perdere. Sarà l’occasione per ascoltare i cittadini, per comprendere le loro aspettative, le loro esigenze e le loro speranze. Sarà nostro dovere tradurre in pratica tali richieste e portare a termine questo compito per assicurare un’Unione che sappia affrontare in modo ancora più efficace le sfide globali che la attendono”.

Alessandro Valeri: An Iron Ring

An Iron Ring chiude il cerchio di un percorso di ricerca artistica e personale iniziato nel 2011, quando l’artista visita per la prima volta l’orfanatrofio di Zippori, vicino a Nazareth. L’istituto, con le suore cattoliche e i volontari ebrei musulmani e cristiani, appare a Valeri un’isola di tolleranza e collaborazione interreligiosa, in un territorio che è teatro da sempre di incroci e scontri tra culture, religioni ed etnie diverse. Questo incontro lo segna profondamente: la casa di accoglienza diventa per lui un simbolo, il totem di una “promessa di felicità” che può esistere al di là del presente stato delle cose. Gli appunti fotografici, filmici e audio che prende nelle sue visite sono il materiale vivo da cui scaturisce, nel 2015, Sepphoris, al Molino Stucky, per la 56esima Biennale di Venezia. La mostra segna anche l’impegno concreto dell’artista a realizzare il cambiamento, attraverso la donazione delle sue opere all’istituto.
Il totem diventa poi generativo di altre esperienze: Lasciami entrare al MACRO Testaccio, nel 2016, dove iniziano i laboratori didattici, Una sola possibilità, al MACRO di Via Nizza, nel 2017, in cui la possibilità del cambiamento si declina anche nei toni del dissenso e della ribellione creativa.

An Iron Ring, progettato come un laboratorio fisico/mentale per bambini e adulti da Valeri per la Sala Carlo Scarpa del MAXXI, si struttura in quattro momenti, legati tra loro da anelli narrativi che restituiscono al pubblico la storia di questo percorso artistico nella sua complessità.

Questo progetto rappresenta la più matura espressione della coerenza intellettuale e stilistica del lavoro di Valeri, fondato sulla capacità di cogliere, con uno sguardo nomade e immune da pregiudizi, i segni attraverso cui il mondo stesso si presenta, invitando ad assumersi la responsabilità del proprio sguardo, delle proprie emozioni, e in questo modo, del proprio essere nel mondo.

Polizia: Progetto di razionalizzazione dei presidi nelle 14 città metropolitane

Il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, presieduto al Viminale dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha adottato la pianificazione dei presidi delle Forze di Polizia per l’anno 2020.

Si tratta di un intervento previsto dalla legge n. 121 del 1981, che trova, ora, per la prima volta, concreta attuazione alla luce dell’impulso impresso con la direttiva ministeriale del 15 agosto 2017 e dopo aver avuto una preliminare condivisione in ambito sindacale lo scorso 31 luglio.

La pianificazione 2020 comprende, oltre al progetto di rimodulazione dei presidi delle 14 città metropolitane, anche singoli interventi per potenziare la presenza delle strutture di Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri nelle province di Avellino, Caserta e Cosenza.

Le misure distinte per le 14 città metropolitane

In particolare, per le 14 città metropolitane, il lavoro ha visto come protagonisti gli attori del territorio. A seguito dell’azione svolta dai prefetti nell’ambito dei Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica e della successiva attività di sintesi da parte del Tavolo di coordinamento interforze presso il Dipartimento della pubblica sicurezza, è stato possibile definire un assetto organizzativo delle Forze di polizia che tiene conto delle peculiarità locali, evitando sovrapposizioni ed assicurando una copertura omogenea dei territori.

Gli obiettivi sono assicurare una più efficace azione di controllo e prevenzione da parte delle Forze dell’ordine ed incrementare la percezione di sicurezza dei cittadini, specie nelle aree che presentano profili di particolare fragilità, attraverso l’istituzione di nuovi presidi o il potenziamento di quelli esistenti, considerando, non solo i tradizionali indicatori legati alla delittuosità, ma anche la presenza di insediamenti industriali, di porti, aeroporti, di infrastrutture critiche, centri per l’accoglienza di immigrati, obiettivi sensibili ecc.

«Grande soddisfazione per un lavoro complesso che si inserisce nell’ambito di una azione di rafforzamento dell’attività di prevenzione e controllo svolta dalle Forze di polizia e della loro presenza sul territorio, tenuto conto della specificità dei contesti locali in cui sono chiamate a svolgere i compiti istituzionali», ha commentato il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese.
«Il nuovo assetto dei presidi di polizia intende dare una concreta risposta alle esigenze di sicurezza dei cittadini, rivolgendo una particolare attenzione alle periferie urbane, e consentire un più efficace contrasto a quei fenomeni di criminalità diffusa che generano allarme sociale, operando anche attraverso lo sviluppo di maggiori sinergie con gli enti locali, volte a superare le situazioni di degrado e disagio sociale», ha aggiunto la titolare del Viminale.

Progetto di razionalizzazione dei presidi nelle 14 città metropolitane

Il peperoncino dimezza il rischio di infarto e ictus

Uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology e coordinato dagli epidemiologi dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, l’Università dell’Insubria a Varese e il Cardiocentro Mediterraneo di Napoli suggerisce che usare abitualmente il peperoncino in cucina (circa 4 volte a settimana) riduce il rischio di morte per infarto del 40% e per ictus di oltre il 60%. Inoltre riduce del 23% il rischio di morte per qualunque causa.

Lo studio si è basato sull’analisi delle abitudini alimentari di 22.811 molisani il cui stato di salute è stato monitorato per un tempo medio di otto anni. Gli esperti hanno visto che usare il peperoncino 4 o più volte a settimana si associa a una riduzione del rischio complessivo di morte del 23%, una riduzione del rischio di morte per infarto del 40%, e una riduzione di oltre la metà del rischio di ictus.

Raggiunte le firme per il referendum sul taglio dei parlamentari

Con la firma di 64 senatori sulla proposta presentata da Tommaso Nannicini del Pd e dai senatori di Forza Italia Andrea Cangini e Nazario Pagano, è stato infatti raggiunto il quorum necessario per avviare un referendum contro la riduzione di deputati e senatori, fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle.

I risultati saranno presentati oggi pomeriggio in una conferenza stampa (alle 17.30 alla Camera) per rendere note le adesioni pervenute e comunicare le iniziative da intraprendere. Alla conferenza stampa parteciperanno Giuseppe Benedetto e Davide Giacalone, presidente e vicepresidente della Fondazione Einaudi e i tre senatori proponenti Andrea Cangini, Tommaso Nannicini e Nazario Pagano.

 

Brexit, ma a quale prezzo?

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Gianfranco Baldini

Dopo le elezioni del 12 dicembre, la mappa del Regno Unito è sempre più blu, in Inghilterra e in parte del Galles, ma gialla in Scozia. I laburisti sono trincerati nei bastioni delle maggiori aree urbane: un quarto dei 200 parlamentari rimasti al partito, e gran parte della sua dirigenza, sono stati infatti eletti a Londra. Come e ancor più che nel referendum sulla Brexit del 2016, la capitale appare un mondo diverso rispetto al resto del Paese.Certo, le mappe a colori sono il frutto della radicalità del sistema elettorale, che può avere effetti brutali. I lib-dem, l’unico partito che aumenta i propri voti in modo significativo rispetto al 2017, sono anche l’unico con la loro leader fuori dal Parlamento: Jo Swinson, sconfitta nel suo collegio scozzese per meno di 150 voti. I conservatori avanzano rispetto a due anni fa, soprattutto nei collegi più working class e Johnson trionfa al di là delle aspettative disinnescando la minaccia del Brexit Party assumendone di fatto lo slogan: “Get Brexit done”. Le prime analisi post-elettorali confermano che Johnson ha vinto sulla Brexit: tra i primi quattro partiti, nei conservatori e nei lib-dem – su versanti opposti – prevaleva questo tema, rispetto a sanità o altri, nella decisione di voto.

Gli storici parleranno di questo voto come del terzo atto della saga della Brexit, in cui gli elettori hanno detto di averne abbastanza di tre anni e mezzo di incertezze. Nel 2016 il referendum spaccò il Paese 52 a 48. Il secondo atto – le elezioni del 2017, targate May – aveva illuso qualcuno che Corbyn rappresentasse la nuova frontiera della sinistra europea. Ma quel 40% era frutto del timing stesso della saga: dando l’assenso all’avvio dell’approvazione parlamentare della Brexit, il partito aveva tenuto insieme il consenso cosmopolita della capitale con i terreni tradizionali (Galles, Scozia fino al 2015) e le roccaforti del Red Wall del Nord dell’Inghilterra, oggi travolte dall’onda blu.

Sarà interessante leggere la stampa euroscettica britannica nel 2020, quando molti elettori scopriranno che il Paese entrerà in una fase di transizione in cui continuerà a contribuire al bilancio europeo, con una voce molto limitata o assente a Bruxelles. Dalle prime dichiarazioni di Johnson sembra emergere un atteggiamento pragmatico, almeno nella partita europea. Infatti, la maggioranza ottenuta a Westminster libera Johnson dalla pressione dell’ala più radicale del suo partito. Come sottolinea uno dei maggiori esperti di temi europei, Simon Hix, Johnson potrebbe ora svincolarsi dal radicalismo dello European Research Group a favore di un pragmatismo One Nation, con tanto di rimpasto “centrista” di governo e mano tesa ai parlamentari espulsi nei mesi scorsi per non averlo sostenuto in Parlamento.

Nel negoziato commerciale con Bruxelles, il quinto atto dopo l’approvazione parlamentare dell’uscita che tutti ora danno per scontata, Johnson potrebbe tenere quindi un approccio più soft, finendo con l’allineare il Paese agli standard regolativi europei, per evitare le ripercussioni economiche più gravi e nuove trattative pluriennali.

Qui l’articolo completo 

Riaperta a Testaccio la mensa del Circolo San Pietro

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Marco Chiani

Eddy ha 41 anni, viene dalla Libia. È arrivato a Roma dieci anni fa, alla fine del 2009. È sposato e ha figli, ma da tempo non li vede. Eddy è uno dei tanti che giornalmente frequentano la Cucina economica del Circolo San Pietro in via Mastro Giorgio 37, al Testaccio.

Lunedì scorso, 16 dicembre, l’assistente ecclesiastico dell’antico sodalizio, monsignor Franco Camaldo, ha inaugurato la rinnovata sede al termine dei lavori di ristrutturazione, che dalla fine dell’estate avevano imposto una sospensione delle attività della struttura nel cuore del popolare quartiere romano.

Alla presenza del presidente Leopoldo Torlonia, dei soci e degli assistiti, il prelato ha benedetto la mensa, sottolineando come «la ristrutturazione sia stata fortemente voluta nell’ambito delle celebrazioni del 150° di fondazione, per dare ancora di più una risposta concreta alle tante esigenze e un effettivo sollievo alle sofferenze di tante persone». Come Eddy, appunto. Il quale racconta: «Mi sono trasferito qui per cercare un’occupazione, ma ho difficoltà. Dormo sotto un ponte del Tevere. Ho scoperto la mensa tramite ragazzi della zona: “Guarda che c’è un posto dove si pagano solo 2 euro e 50”. E così vengo qui a mangiare. Durante il giorno cerco lavoro come carpentiere, ma mi arrangio a fare qualsiasi cosa. La sera torno sotto il ponte, mi copro e cerco di dormire. Al mattino ci sono persone che fanno footing lungo la pista ciclabile che corre accanto al fiume. Non mi piace farmi vedere sdraiato per terra, anche per una questione di decoro. Così mi alzo presto. Qui ho trovato persone fantastiche: mi sento accolto come se fossi a casa mia. Mi manca tutto, i figli, la famiglia, la Libia. Ma dalla rivolta del 2009 lì non si può più stare. Avevo un lavoro, vendevo auto, è finito tutto. Preferisco dormire sotto i ponti piuttosto che tornare in Libia. Lì o spari o ti sparano. Una situazione intollerabile».

Per dare un’idea dell’attività della Cucina, occorre fare riferimento al 2018, anno in cui è stata in funzione per dodici mesi: Mastro Giorgio, attiva dal 1890, ha distribuito 15 mila dei complessivi 45 mila pasti che il Circolo San Pietro ha donato ai bisognosi della città di Roma anche attraverso le due altre cucine di via della Lungaretta 91/b e di via Adige, entrambe inaugurate nel 1933. E ben 39.600 sono stati i buoni pasto distribuiti dal sodalizio a parrocchie, istituti e all’Elemosineria apostolica. Del totale complessivo fanno parte circa 8000 buoni acquistati da benefattori. 

Ma anche chi si presenta in una Cucina sprovvisto di buono mangia ugualmente: «Siamo presenti a ogni pranzo. Per noi è importante stare coi poveri, esserci. A volte la nostra presenza può sembrare quasi superflua, ma non lo è», spiega Marcello, un socio del Circolo che presta servizio come volontario. «Spesso gli ospiti ci chiedono consigli — continua — cercano aiuto oltre il pranzo stesso e seppure la mensa svolga solo e soltanto il servizio di ristorazione cerchiamo per come possiamo di aiutare».

«A Mastro Giorgio ospitiamo cinquanta persone al giorno, con picchi di settanta — dice ancora Marcello — e se il pasto caldo finisce perché arrivano tante persone, serviamo tonno o carne in scatola. Vogliamo, infatti, che nessuno se ne vada senza aver mangiato qualcosa. Il nostro piano è di dare primo, secondo, contorno e frutta, un pasto completo».

Non sono mai i soci o i volontari — a Mastro Giorgio circa 25 dei complessivi 90 impegnati nelle tre Cucine economiche — a fare il primo passo nei confronti degli ospiti: «Noi non chiediamo mai nulla. Se una persona entra e vuole da mangiare, noi non le chiediamo nulla. Se invece è lei ad aprirsi, ci siamo. La discrezione, infatti, è per noi un elemento decisivo. Se uno entra e chiede di mangiare, io non gli domando nulla. A volte vengono anche persone distinte, vestite bene, ma non chiediamo spiegazioni».

Alcune persone sono ospitate in mensa per anni. Racconta Marcello: «Ci sono abitudinari che vengono da anni, per noi è triste perché significa che il bisognoso non risolve i suoi problemi economici. Se si assentano per dei mesi, invece, spesso vuol dire che sono stati in prigione. A ogni modo le uniche persone che non accettiamo sono spacciatori e approfittatori. Li mandiamo via e basta».

Alle Cucine del Circolo San Pietro si rivolgono, accanto agli avventori tradizionali, anche i “nuovi poveri” rappresentati da anziani senza sostegno economico, giovani privi di lavoro, uomini separati, immigrati extracomunitari, la maggior parte dei quali clandestini, ma anche chi entra ed esce dal carcere, e chi semplicemente vive nell’indigenza.

Dagli inizi delle Cucine economiche del Circolo San Pietro sono trascorsi 140 anni, ma la spinta caritativa è sempre la stessa. Tutto iniziò con Pio IX che istituì le mense nel 1877 con l’intenzione di sfamare i bisognosi, donando al sodalizio le pentole degli Zuavi, battaglione pontificio disciolto dopo il 1870, affinché a Roma «l’esercito dei poveri, che non sarebbe mai mancato alla Chiesa, avesse sempre una minestra calda». Il Circolo San Pietro, attivo già dal 1869, concretizzò così la propria vocazione più profonda con l’apertura di alcune Cucine, nelle quali si forniva un servizio, fatto non solo di aiuto materiale, ma anche di ristoro e cura dell’anima. Da allora le mense hanno cambiato diverse sedi, ma non hanno mai chiuso e i poveri hanno sempre avuto, 365 giorni all’anno, il loro pasto caldo. 

Dieci anni fa il sodalizio romano riuscì ad acquisire con grandi sforzi la proprietà delle mura della Cucina di via Mastro Giorgio, decidendo di ricordare con una targa i soci e gli amici benefattori che avessero partecipato attivamente all’acquisto dei locali. Oggi ripropone l’idea per rendere la struttura non più semplicemente una “mensa”, ma un’accogliente sala da pranzo dove gli ospiti possano ritrovare, o trovare per la prima volta, il calore di un pasto in famiglia. Le offerte superiori a mille euro saranno ricordate con una targa.

Giorgio Ambrosoli. Il prezzo del coraggio

Si intitola Giorgio Ambrosoli. Il prezzo del coraggio la docufiction di Stand By Me con Alessio Boni, in onda oggi in prima serata su Rai1, che ricorda il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana a quarant’anni dal suo assassinio.

Una narrazione che unisce l’impatto emotivo della ricostruzione in fiction – affidata all’interpretazione degli attori Alessio Boni (Giorgio Ambrosoli), Dajana Roncione (Annalori Ambrosoli), Claudio Castrogiovanni (Silvio Novembre), Fabrizio Ferracane (Michele Sindona) – alla forza del racconto documentaristico che si avvale di materiali di repertorio, documenti esclusivi e testimonianze inedite, tra cui l’intervista alla moglie Annalori e l’intervento del figlio Umberto Ambrosoli che ha collaborato alla realizzazione del docufilm.

Il racconto si concentra sugli anni cruciali della vicenda, dall’ottobre del 1974 fino all’uccisione l’11 luglio 1979, periodo in cui Giorgio Ambrosoli fu commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Il punto di vista è quello del maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre, recentemente scomparso, che fu accanto ad Ambrosoli nei cinque anni del suo incarico, collaboratore prima, amico poi. La “sua” voce fuori campo – interpretata da Claudio Castrogiovanni, ma allo stesso tempo autentica perché ispirata alle parole espresse dallo stesso Novembre in alcune interviste e articoli tra cui “Le fatiche della legalità” – guida lo spettatore nelle scene di finzione e nelle parti documentaristiche, restituendo un’immagine inedita dell’Ambrosoli pubblico e privato, dell’avvocato coerente e lavoratore instancabile ma anche del marito e padre devoto verso la moglie e i tre figli.

I cinque anni in cui Ambrosoli indagò gli snodi di un sistema politico-finanziario corrotto e letale sono ricostruiti nelle scene di finzione e approfonditi con estremo rigore filologico all’interno dei contenuti documentaristici, tra materiali di repertorio e documenti chiave (in particolare le agende private, in cui Ambrosoli annotava tutto, custodite nell’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Milano, e gli atti relativi alla Banca Privata Italiana e alla sua liquidazione, che dopo il deposito presso l’archivio della Camera di Commercio di Milano sono stati resi disponibili al pubblico solo alla fine del 2016).

Tra le testimonianze autorevoli, l’intervista esclusiva alla moglie Annalori, donna coraggiosa ed eroica, che nonostante le evidenti preoccupazioni, non farà mai mancare il suo sostegno al marito, occupandosi dei figli e cercando di mostrarsi serena. Una donna eccezionale come del resto aveva scritto lo stesso Ambrosoli nella lettera-testamento a lei indirizzata: “Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”.

Tra i testimoni illustri della docu-fiction, il figlio Umberto; i cari amici di famiglia Giorgio Balzaretti e Franco Mugnai; il professor Vittorio Coda e l’avvocato Sinibaldo Tino, che affiancarono Ambrosoli nel lavoro di liquidazione; i magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone, incaricati dei processi a carico di Sindona; lo scrittore Corrado Stajano che con il suo libro “Un eroe borghese” per primo gli restituì la giusta ‘fama’; il giornalista Antonio Calabrò; Anna Maria Tarantola, all’epoca dei fatti in Banca d’Italia; il procuratore americano John Kenney, titolare delle indagini sul fallimento della Franklin Bank di Sindona, che collaborò assiduamente con Ambrosoli.

Ora Google traduce in tempo reale

Avere un interprete a portata di mano può fare molto comodo, soprattutto quando si viaggia all’estero o si lavora in un ambiente multiculturale.

Google ha reso disponibile una nuova funzione che consente di chiedere all’assistente vocale di tradurre frasi in altre lingue in modo rapido, semplificando le interazioni tra persone che parlano idiomi diversi.

Finora la modalità traduttore era disponibile solo sugli altoparlanti e gli schermi smart dell’azienda di Mountain View, ma ora è in fase di distribuzione a livello globale sugli smartphone Android e iOS.

La nuova funzione permette a Google Assistant di tradurre e parlare in ben 44 lingue, incluso l’italiano. Per utilizzarla è sufficiente impartire un comando vocale all’assistente, come “Devi essere il mio interprete francese”, o simile. Una volta ricevuta la richiesta, Assistant tradurrà in tempo reale le frasi delle persone coinvolte nella conversazione.

 

 

Una piattaforma digitale per la notifica di multe e avvisi

Nella nuova finanziaria vi è anche  la realizzazione di una piattaforma digitale per le notifiche della pubblica amministrazione. La piattaforma, primo passo per il domicilio digitale, sarà utilizzata dalle amministrazioni pubbliche per effettuare, con valore legale, le notifiche di atti, provvedimenti, avvisi e comunicazioni.

I destinatari riceveranno un “avviso digitale” dell’avvenuta notifica e potranno accedere alla propria aria riservata per consultare i documenti, multe comprese.

La piattaforma sarà istituita dalla presidenza del Consiglio dei ministri attraverso una società per azioni interamente partecipata dallo Stato. Presso la Presidenza del Consiglio nasce anche il “Nucleo per il monitoraggio della piattaforma”.

Terapia genica per una forma rara di retinite

Due pazienti di otto e nove anni affetti da una forma particolare di distrofia retinica ereditaria che li rendeva ipovedenti dalla nascita hanno recuperato la vista grazie a una tecnica innovativa eseguita per la prima volta in Italia nella Clinica oculistica dell’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ in collaborazione con la Novartis.

Va comunque sottolineato che la cura riguarda solo i pazienti con mutazioni del gene RPE65, non altre forme di retinite pigmentosa.

La retinite pigmentosa con mutazioni del gene RPE65 colpisce poche migliaia di persone in tutto il mondo, in Italia i pazienti sono una cinquantina.

Papa Francesco abolisce il segreto pontificio per le cause di abusi su minori

Per il suo compleanno Papa Francesco ha abolito il segreto pontificio per le cause canoniche di abusi sessuali su minori.

La svolta segue quella decisa con il Motu Proprio Vos estis lux mundi, «Voi siete la luce del mondo», firmato da Papa Francesco il 7 maggio contro i crimini pedofili e gli abusi sessuali.

Ma di cosa si tratta?

Il primo e più importante documento è un rescritto a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il quale comunica che il Pontefice il 4 dicembre scorso ha disposto di abolire il segreto pontificio sulle denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti citati nel primo articolo del recente motu proprio “Vos estis lux mundi”, vale a dire: i casi di violenza e di atti sessuali compiuti sotto minaccia o abuso di autorità.

Con un secondo rescritto, a firma dello stesso Parolin e del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Luis Ladaria Ferrer, si stabilisce che ricada tra i delitti più gravi riservati al giudizio della Congregazione per la dottrina della fede «l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di diciotto anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento».

Infine, in un altro articolo, si permette che nei casi riguardanti questi delitti più gravi possano svolgere il ruolo di «avvocato e procuratore» anche fedeli laici provvisti di dottorato in Diritto canonico e non più soltanto sacerdoti.