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L’amnesia del M5S

Avevo già scritto un editoriale, il 13 Novembre 2017, commentando il ruolo assunto da Pierferdinando Casini che, presiedendo la commissione di inchiesta sulle banche italiane, su “La Stampa” abbandonava il suo tradizionale stile alla “Fasulein” e assumeva quelli del saccente Balanzone, dichiarando perentoriamente: “ L’Italia non diventi terreno di azione della speculazione finanziaria internazionale”.

Adesso il M5S, sulla triste vicenda del Banco Popolare di Bari, riprende il tema, criticando anche in questo caso la mancata o insufficiente vigilanza di Banca d’Italia su quell’istituto.

Ma come? A seguito di mirato Q-Time ( interrogazione a risposta immediata in commissione 5-10709) della Commissione Finanze, del Mov. Cinque Stelle, formulati proprio dall’On Villarosa con altri ( Villarosa, Alberti, Pesco, Sibilia e Ruocco), allora presidente della Commissione e attualmente sottosegretario del MEF, ricevettero le conferme dal MEF e da Banca d’Italia (Mercoledì 1 marzo 2017, seduta n.751) che:

1) fondi speculatori kazari controllerebbero le banche quotate italiane e quindi dal 1992/93 anche Banca d’Italia (risposta del MEF). Vari giornali, tra cui il Fatto Quotidiano, Il Messaggero, hanno riportato la notizia di “Mister 99%” rappresentante di fondi speculatori stranieri;

2) ” i depositi”, utilizzati per concedere prestiti, dal 1992/93 non derivano più da attività di raccolta tra il pubblico, ma sono virtuali, “creati” digitalmente. Banca d’Italia, con una dichiarazione epocale (in allegato), in risposta al Question –Time della Commissione Finanze del Movimento Cinque Stelle, ha infatti confermato che i depositi della clientela non sono veri depositi, ma virtuali , creati ossia da qualcuno con un clic. Questa importante asserzione costituisce implicita conferma da parte di Banca d’Italia che pertanto anche gli importi del prestiti (dei mutui ipotecari/fondiari,… ), accreditati, a titolo di tali depositi, dal 1992/93 sui conti correnti degli italiani, sono stati a monte creati con un clic e poi illegittimamente prestati in Italia, illegittimamente in quanto le banche in Italia essendo intermediarie del credito possono solo fungere, per la Legge italiana, da intermediarie tra “il denaro raccolto tra il pubblico” ( e non invece creato) e prestito.

CHI E’ QUEL QUALCUNO CHE CONTROLLA LE BANCHE ITALIANE QUOTATE E QUINDI PURTROPPO ANCHE BANCA D’ITALIA, SI PRESUME DAL 1992/93.

Tutte le banche italiane quotate sono risultate controllata nel capitale flottante (che costituisce dal 1992/93 circa l’85% del totale capitale delle banche quotate italiane ) da una decina di fondi speculatori stranieri, precisamente kazari, attraverso interposte persone fisiche, in realtà avvocati dello studio legale Trevisan di Milano, delegati di circa 1900 entità finanziarie, che a loro volta è risultato che abbiano sub-delegato ad essi fondi speculatori. Pertanto essi fondi speculatori stranieri controllando si presume sin dal 1992/93 Banca Intesa, Unicredit , Carisbo Carige e BNL, unitamente alle rappresentate al voto Inps e Generali, controllerebbero , eseguiti tutti i calcoli di sbarramento al voto, con 265 voti su 529 anche l’organo di vigilanza Bankitalia Spa, dal 1992/93 illegittimamente, quindi in aperta violazione dell’art. 47 della Costituzione Italiana “la Repubblica controlla il credito” e la Repubblica non sono certamente una decina di fondi speculatori stranieri, con tutte le conseguenze che sono derivate, essendo venuta improvvisamente a mancare la vigilanza bancaria in Italia, in termini di colossali truffe (derivati sul tasso e sulla valuta ), costi abnormi (CMS per 270 miliardi di euro addebitate oltre ad interessi ) ed illegittimo prestito di denaro creato con un clic . Fondi speculatori stranieri controllanti le banche italiane e pertanto amministratori di fatto responsabili secondo Cass. n. 25432/2012 e n. 19716/2013 , quanto le banca, in solido ed in via principale, nel risarcimento del danno.

Questa, gentile On Villarosa, è la realtà bancaria e finanziaria italiana che Lei ben conosce e dovreste allora partire proprio da lì, non crede? Si tratterebbe di assicurare:

1) il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia;

2) il ripristino della legge bancaria del 1936, con la separazione tra banche commerciali o di prestito e banche speculative, ri-appropriandosi in tal modo della sovranità monetaria, sottratta all’Italia nel 1992/93 col d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992 che abolì di soppiatto, dopo 56 anni, la separazione bancaria, decreto emesso da Amato e Barucci e sottratta col Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992, emesso da Lamberto Dini, con cui è stata modificata inspiegabilmente all’insaputa di tutti, non essendo, né una legge , né un decreto legge , né un decreto legislativo, la contabilità di partita doppia del sistema bancario italiano; fatto che avrebbe consentito, a questi fondi speculatori , secondo alcuni autori, una colossale miliardaria evasione fiscale (circa 1350 miliardi di euro evasi) della quota capitale pagata dagli ignari piccoli mutuatari italiani, denaro creato da questi fondi speculatori con un clic a Nassau, doc. desecretati dimostrano, invece che raccolto tra il pubblico in Italia e ad essi ignari mutuatari italiani illecitamente prestato a partire dal 1 Gennaio1993. Questa sarebbe la riforma fondamentale da compiere senza la quale ogni altro progetto riformatore sarà vano, ma si sa, andare contro il potere dei fondi speculatori non è nelle corde di una classe dirigente disponibile a galleggiare piuttosto che a governare a sostegno del bene comune.

Risposta Q. Time

Il referendum confermativo per il taglio dei parlamentari

Continua il silenzio del capo politico del M5S, Luigi Di Maio in  tema di taglio dei parlamentari, una volta incassato, l’8 ottobre scorso, il secondo e ultimo ok della Camera dei Deputati. È un atteggiamento politico in contraddizione con la vocazione del M5S alla democrazia diretta. Un atteggiamento coerente con questa vocazione sarebbe il richiedere il referendum confermativo: sarebbe un modo per verificare se davvero gli italiani sono favorevoli o contrari; in tal modo potrebbero esprimersi tutti gli elettori e non solo quelli che hanno accesso alla piattaforma Rousseau. Hanno forse paura che possano vincere i NO?

Non sono soltanto però i Grillini a tacere. In questi mesi di dibattito su quale debba essere il ruolo dei cattolici in politica non mi è capitato di leggere articoli sul tema, salvo quelli pubblicati dai quotidiani a commento del voto  dell’8 ottobre. Nelle tante chat si scrive di tutto, di economia, di salute, di istruzione, ma nulla sui rischi che correrebbe il sistema rappresentativo se dovessimo arrivare al prossimo 12 gennaio senza richieste di referendum, rischi che i nostri “Padri Costituenti” hanno voluto evitare per non ricadere in un nuovo possibile “Ventennio”. 

A livello popolare nell’ottobre scorso davanti alla Corte di Cassazione si sono costituiti solo due Comitati per il NO, quello promosso dai radicali e quello promosso da SOLIDARIETÀ – Libertà, Giustizia e Pace (www.solidarieta-italia.eu).

A livello parlamentare sono state aperte due raccolte di firme: alla Camera per iniziativa del deputato Roberto Giachetti, ma sembra essersi fermata al primo timido avvio; al Senato per iniziativa del Senatore Andrea Cangini, che, invece, sta per raggiungere quel quinto di Senatori necessario per l’indizione del referendum confermativo (65 firme). Per questo SOLIDARIETÀ ha rivolto ai Senatori un appello affinché sottoscrivano la richiesta di referendum.

Il modulo deve essere firmato presso la segreteria della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Sembra che manchino davvero poche firme! Anche i lettori di questo articolo facciano lobbying sui Senatori che conoscono senza distinzioni di partito o di gruppo. È in gioco la rappresentanza della democrazia nel nostro Paese. Grandi collegi pochi eletti, per forza di  cose qualche territorio resterà fuori dal gioco politico per sempre senza rappresentanti, ed altri ne avranno anche troppi in proporzione agli abitanti. Ci conviene? Credo proprio di no!. 

Dalla Manualità alla rivoluzione digitale

Da molto tempo ho desiderato di raccontare quelle mie prime esperienze di quando ero bambino che conducono all’autostima; di quando senti quella fierezza dentro, perché hai la consapevolezza che hai conquistato l’autonomia.

Quelli sono i tempi più belli della infanzia: quando riesci a costruirti la fionda e diventi capace di usarla, mancando pochi bersagli. Una volta tanto avrei fatto a meno di scrivere di sociale, di economia, di politica. Ma dopo il proposito fermo di parlare solo di quelle esperienze, ho deciso di dargli un’altro taglio. Avrei certamente raccontato di quei bei tempi, ed avrei proseguito anche nel descrivere lo sviluppo di altre mie abilità professionali da adulto.

D’altro canto, ho pensato che ho avuto la fortuna di abbracciare idealmente un intero millennio, acquisendo le abilità manuali per la costruzione di giochi che anche in quell’epoca impegnavano i ragazzi, e poi passando per l’era analogica e fino a questi giorni di rivoluzione digitale. Così ho potuto narrare non solo i lati tecnici ed i vantaggi pratici da vero lavoratore che opera in regime di ‘smartworking’, e poi sui significati sociali economici e spirituali che agiscono in questa rivoluzione. Ho incitato così i giovani a rifiutare la suggestione neo-luddista che considera le tecnologie digitali nemiche del lavoro, così come le teorie dell’ozio creativo, o dei strampalati programmi della decrescita felice. Queste posizioni deviate, scoraggiano lo sviluppo tecnologico, spingono verso soluzioni risarcitorie con salari non sudati, negano il fatto banale che l’uomo, da quando ha incominciato a pensare, ha bruciato innumerevoli tappe e in ciascuna di esse ha soppiantato le vecchie abilità, imparando le nuove con l’aiuto di Dio.

Certamente nel loro superamento si generano difficoltà, ma subito dopo, le nuove tecnologie pretendono nuove abilità e conoscenze. Insomma in questo continuo dismettere e costruire cose nuove, ritroviamo la teoria della ‘ distruzione creatrice’ Schumpeteriana: nel cambiamento, le aziende che si autodistruggono per incapacità a rinnovarsi, e simultaneamente molte altre ne nascono. Il problema allora non è rifiutare il futuro, ma accelerarlo con l’acquisizione delle capacità di dominio sulle nuove tecnologie, per passare rapidamente ed agevolmente dal vecchio al nuovo.

Dunque la istruzione e la formazione sono fondamentali per cogliere interamente le possibilità di libertà, di autonomia, di sviluppo della nostra personalità e professionalità della rivoluzione digitale. Il superamento dello spazio e del tempo, la circolazione delle informazioni e delle idee, il superamento degli ostacoli nell’apprendere, lo sviluppo a proiezioni geometriche dei servizi comuni ed alla persona, realizzano uno dei progressi più dirompenti che l’uomo abbia mai saputo concepire con la energia che il creatore gli ha voluto infondere per renderlo co-protagonista nella manutenzione del creato.

Il buongoverno tra etica e mestiere

Sarebbe utile rileggere le pagine de “La politica come professione” di Max Weber per cogliere il nesso che lega l’essere politico di ‘mestiere’ con l’ispirazione etica che ne sottende e ne promuove il comportamento.
Pena il decadere della politica ad una concezione mercantile e opportunistica, legata ad interessi personali e di parte e svincolata dalla motivazione ideale che invece la nobilita fino a renderla ad un tempo scienza e arte al servizio della collettività.

Così come sarebbe opportuno richiamare i principi elaborati da Elinor Ostrom, insignita nel 2009 del Premio Nobel per i suoi studi sul rapporto tra “buon governo” e ricerca del bene comune, per capire quanto sia importante la dimensione valoriale nei comportamenti umani: la consapevolezza che ci guida nelle nostre azioni nasce dal presupposto di essere parte dell’umanità, nel suo incessante cammino verso condizioni migliori di vita per tutti, senza sacche di privilegi o nicchie di profitto e speculazione.
Poiché se è vero che – come ricorda il filosofo Umberto Galimberti – è il “pensiero-che-fa-di-conto” la molla che spinge oggi l’organizzazione del mondo, diventa persino impensabile immaginare una politica come arte del buon governo al servizio di interessi superiori e condivisi, nelle azioni praticate e nei risultati conseguiti.

Il malessere e l’insoddisfazione diffusi, le mille sfumature della solitudine esistenziale sono lo specchio di una condizione antropologica piegata ad un destino di incertezza e soccombenza.
Dobbiamo peraltro esser grati a Zygmunt Bauman per le sue ricerche sulla “società liquida” che è stata forse la suggestione culturale più efficace e colorita per descrivere i fenomeni del nostro tempo e la collocazione dell’uomo negli eventi, nei disagi e nei conflitti della contemporaneità in una società dove sono venuti meno- ad uno ad uno – i punti di riferimento rassicuranti che costituivano la base dell’idea di progresso e di miglioramento della condizione esistenziale.

L’individualismo sfrenato che emerge con la crisi della comunità, rende fragili i contorni della società e la trasforma, appunto, in una entità liquida, dove tutto è possibile, nel trionfo del relativismo culturale e di un mondo dell’apparire più che dell’essere.
Pare utile infine richiamare l’analisi sociologica sempre puntuale del Rapporto Censis e del suo Presidente Prof. De Rita perché risulta una chiave di lettura straordinaria della società italiana e della politica nei loro rapporti speculari e non sempre univoci, tanto che da decenni viene evidenziato il gap che separa il paese legale dal paese reale.

L’arte del saper governare non è un dono di natura: in una società complessa e cosmopolita essa richiede una preparazione culturale che le è prodromica poiché è impensabile scindere o spezzare il nesso che lega l’esercizio della responsabilità con il possesso di una sicura competenza.
Il passaggio dalla protesta alla proposta non è facile e non sempre garantisce soluzioni praticabili.

Volendo contestualizzare questo assioma che è un po’ la sintesi dei riferimenti cui si è fatto cenno in premessa con la situazione attuale, si evidenziano alcuni passaggi che meglio spiegano il senso di una crisi tra popolo e istituzioni ormai di lunga deriva.
Il primo rilievo riguarda la discrasia tra rappresentanti e rappresentati, la difficoltà di osservare, leggere, cogliere, interpretare i problemi della società e di metabolizzarli nel contesto istituzionale.

Non per niente si invoca sempre il dovere di immedesimarsi nelle problematiche esistenziali della gente pena una evidente autoreferenzialità della politica.
Una seconda osservazione concerne la tendenza alla personalizzazione: la politica non è più luogo di elaborazione progettuale di nuovi modelli sociali poiché si esaurisce in una dimensione asfittica di appartenenza e in una organizzazione verticistica e piramidale.
L’iconografia del leader riassume un bisogno positivo di identificazione ma impoverisce la dimensione dialogica interna ai partiti poiché prevalgono i valori dell’appartenenza e della fedeltà su quelli del confronto e del merito.

Nella tanto vituperata Prima Repubblica i partiti celebravano i congressi come momento di approfondimento e di elaborazione di proposte. Oggi la democrazia virtuale sembra sostituire quelle dinamiche: tutto è sincopato, ci si esprime per frasi fatte e luoghi comuni, gli slogan prevalgono sui ragionamenti, i blog sostituiscono le sezioni e i luoghi di incontro, si assiste ad un decadimento del linguaggio come strumento di comunicazione, poiché prevalgono gli insulti, le invettive e le mirabolanti promesse.
La politica come professione non è il “beruf” di cui ci parla Max Weber ma una ribalta per dilettanti allo sbaraglio.
Tutto resta sottotraccia e sovente inespresso, la rete ha imposto schemi e metodi comunicativi che producono “effetti speciali” piuttosto che favorire l’interlocuzione e la comprensione.

Senza contare che molto deve essere ancora spiegato e capito sui meccanismi di funzionamento della democrazia on line, delle candidature attraverso internet, della certificazione e validazione delle scelte, siano esse riferite alle singole persone o espressione di una linea politica senza matrice culturale e dalle origini incerte.
Molto di quanto avviene oggi si esaurisce nelle suggestioni del momento.
Manca alla politica – per diventare luogo del buon governo e della tutela degli interessi generali – una prospettiva di lungo periodo, una “stabilità” che consenta riforme strutturali durature e credibili, un aggancio paradigmatico alla dimensione internazionale delle dinamiche sociali e culturali del nostro tempo, una serietà propositiva che non ci renda ridicoli al cospetto degli osservatori esteri.

Un conto è raccogliere consensi sulla base di promesse elettorali – e sarebbe importante riflettere sul perché questo schema, nonostante la storia ci insegni il contrario funzioni sempre – un altro è esprimere una “visione” politica della società e delle sue istituzioni, degli stili di vita individuali e collettivi sostenibili.
Non è richiesto di seguire le derive e le scelte altrui: all’Italia serve oggi una dignità nazionale che si va affievolendo, la scelta di una classe dirigente capace e responsabile, la riconquista di un prestigio perduto.

Non ci mancano tradizioni culturali, riferimenti ideali, risorse umane da valorizzare.
Ma dobbiamo riprendere saldamente il timone della nostra navigazione nel mare magnum della contemporaneità e orientarlo verso mete più rassicuranti.

Aumentano gli italiani che si trasferiscono all’estero, diminuiscono le immigrazioni

Nel 2018 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 157 mila unità, in aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Lo comunica l’Istat nel report “Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente” relativo all’anno 2018

Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 74% del totale (116.732). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 46.824, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) restituisce un valore negativo di 69.908 unità. Il tasso di emigratorietà dei cittadini italiani è pari a 2,1 per 1.000. Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l’estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l’anno .

La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia (4 italiani su 1.000 residenti), Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta (3 italiani su 1.000), grazie anche alla posizione geografica di confine che facilita i trasferimenti con i paesi limitrofi. Tassi più contenuti si rilevano nelle Marche (2,5 per 1.000), in Veneto, Sicilia, Abruzzo e Molise (2,4 per 1.000).

Le regioni con il tasso di emigratorietà con l’estero più basso sono Basilicata, Campania e Puglia, con valori pari a circa 1,3 per 1.000. A un maggior dettaglio territoriale, i flussi di cittadini italiani diretti verso l’estero provengono principalmente dalle prime quattro città metropolitane per ampiezza demografica: Roma (8 mila), Milano (6,5 mila), Torino (4 mila) e Napoli (3,5 mila); in termini relativi, tuttavia, rispetto alla popolazione italiana residente nelle province, sono Imperia e Bolzano (entrambe 3,6 per 1.000), seguite da Vicenza, Trieste e Isernia (3,1 per 1.000) ad avere i tassi di emigratorietà provinciali degli italiani più elevati; quelli più bassi si registrano invece a Parma e Matera (1 per 1.000).

Nel 2018 il Regno Unito continua ad accogliere la maggioranza degli italiani emigrati all’estero (21 mila), seguono Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila), Svizzera (quasi 10 mila) e Spagna (7 mila).

In questi cinque paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri di concittadini. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 18 mila). Nel corso del decennio 2009-2018, i flussi diretti verso i principali paesi europei sono aumentati considerevolmente. Nel caso del Regno Unito sono più che quadruplicati, passando da poco più di 5 mila espatri nel 2009 a 21 mila nel 2018, con un picco (25 mila espatri) in corrispondenza del 2016, anno in cui sono state votate le risoluzioni per i negoziati di uscita del Paese dall’Unione europea (Brexit).

In questa occasione molti dei cittadini italiani, verosimilmente già presenti nel territorio britannico ma non registrati come abitualmente dimoranti, hanno ufficializzato la loro posizione trasferendo la residenza nel Regno Unito. Complessivamente dal 2009 al 2018 gli espatri verso il Regno Unito sono stati circa 133 mila .

Anche la Germania è una meta privilegiata dagli italiani che emigrano; verso questo Paese gli espatri risultano triplicati rispetto all’inizio del decennio (da 6 mila nel 2009 a 18 mila nel 2018). I flussi diretti in Svizzera, Francia e Spagna, invece, sono raddoppiati rispetto ai valori registrati nel 2009. Durante il decennio 2009-2018 il volume degli espatri di cittadini italiani in questi paesi ammonta complessivamente a 341 mila emigrazioni. Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine stranierai : si tratta di cittadini nati all’estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana.

Le emigrazioni di questi “nuovi” italiani, nel 2018, ammontano a circa 35 mila (30% degli espatri, +6% rispetto al 2017). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12 mila), il 10% in Marocco, il 6% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia e in Bangladesh, il 3,5% in India e in Argentina. I paesi dell’Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei “nuovi” italiani (55% dei flussi degli italiani nati all’estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell’Ue, si osserva che il 17% è nato in Marocco, il 16% in Brasile, il 7% nel Bangladesh.

Ancora più in dettaglio, i cittadini italiani di origine africana emigrano perlopiù in Francia (62%), quelli nati in Asia nella stragrande maggioranza si dirigono verso il Regno Unito (90%) così come fanno, ma in misura molto più contenuta, i cittadini italiani nativi dell’America Latina (26%). I cittadini nati in un paese dell’Ue invece emigrano soprattutto in Germania (42%).

Qui l’analisi completa 

Milano è la migliore città per qualità della vita

In Italia Milano conferma la sua leadership e vince per il secondo anno consecutivo la Qualità della vita 2019, la consueta graduatoria del Sole 24 Ore giunta alla trentesima edizione e pubblicata oggi sul quotidiano e sul sito. L’ultima classificata, quest’anno, è Caltanissetta.

A dare la spinta a Milano sono fattori diversi: “l’andamento controcorrente dal punto di vista demografico, con un aumento dei residenti che continua costantemente dal 2012, ma anche lo stile di vita sempre più verde e sempre più smart (la città è prima nell’ICityRank, l’indice di ForumPa che valuta le città intelligenti). E, ancora: l’offerta culturale particolarmente nutrita, i piani di sviluppo della periferia e la locomotiva imprenditoriale che in città genera lavoro e ricchezza, tanto da attirare nuovi abitanti. Unico neo: la sicurezza, complice l’alto numero di reati denunciati”. Il capoluogo lombardo, con la sua provincia, si piazza in ultima posizione soprattutto per numero di reati denunciati e litigiosità. Un dato che potrebbe essere letto anche come segno che a Milano, a differenza di altre realtà geografiche, i cittadini denunciano di più i reati.

Subito dietro il capoluogo lombardo, nella classifica generale 2019, si confermano le province dell’arco alpino: sul podio ci sono Bolzano e Trento, rispettivamente al secondo e al terzo posto, seguite da Aosta. A spingerle sono i record “di tappa”, cioè le macro aree tematiche di cui è composta la classifica generale: Aosta è prima in “Ricchezza e consumi”, Trento vince in “Ambiente e servizi” e Bolzano in “Demografia e società”. Per gli altri record di tappa, Oristano è prima in “Giustizia e sicurezza” e Rimini in “Cultura e Tempo libero”.

Nella top ten delle province più vivibili, dove si incontrano anche Trieste (5ª) e Treviso (8ª), quest’anno entra la provincia di Monza e Brianza, che sale di 17 posizioni fino alla sesta, Verona che ne guadagna sette e arriva al settimo posto e – a chiudere la top ten – Venezia e Parma che salgono rispettivamente di 25 e 19 piazzamenti.

Se il caso di Milano è emblematico, questa classifica fotografa le performance positive di tutte le province delle grandi città: Roma, 18esima, sale di tre posizioni rispetto alla classifica dello scorso anno. Napoli, pur essendo nella metà inferiore della classifica generale (81°), rispetto alla scorsa edizione della “Qualità della vita” ha all’attivo una salita di 13 posizioni. Sulla stessa linea le performance di Cagliari, che fa un balzo di 24 posizioni (20°), Genova sale di 11 gradini (45°), Firenze di sette (15°) e Torino è 33esima (+ 5 sul 2018). Infine, Bari mette a segno un incremento di 10 posizioni, raggiungendo il 67° posto. Bologna in calo pur restando nella parte alta della classifica al 14° posto.

Non accenna a diminuire invece il gap tra Nord e Sud, una costante nelle fotografie scattate dall’indagine del quotidiano di Confindustria. In fondo alla classifica, tutte città del Mezzogiorno: da Palermo fino ad arrivare a Foggia, passando per Enna e Crotone (oltre alla già citata Caltanissetta, fanalino di coda).

Incidenti stradali: nel primo semestre dell’anno in calo quelli con lesioni a persone

Secondo le stime preliminari, nel primo semestre 2019 si registra una riduzione sia del numero di incidenti stradali con lesioni a persone (82.048, pari a -1,3%) sia del numero dei feriti (113.765, -2,9%), mentre il totale delle vittime entro il trentesimo giorno (1.505, + 1,3%) è in lieve aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Con riferimento agli anni di benchmark 2001 e 2010 per la sicurezza stradale, nei primi sei mesi dell’anno il numero di morti scende del 23,6% rispetto al primo semestre 2010 e del 54,2% nel confronto con lo stesso periodo del 2001. L’aumento della mortalità registrato nel primo semestre 2019 allontana dunque l’obiettivo europeo di riduzione del 50% delle vittime entro il 2020.

L’indice di mortalità, calcolato come rapporto tra il numero dei morti e il numero degli incidenti con lesioni a persone moltiplicato 100, è pari a 1,8, stabile rispetto al primo semestre 2018.

L’aumento delle vittime è frutto, in particolare, dell’incremento registrato sulle autostrade (oltre il 25%) e sulle strade extraurbane (+0,3%). Per le strade urbane si stima, invece, una diminuzione pari a circa il 3%.

Nel primo semestre 2019, le prime iscrizioni di autovetture sono diminuite del 3,4% ; le percorrenze medie annue sulle autostrade in concessione sono sostanzialmente stabili (+0,6% rispetto allo stesso periodo del 2018) mentre aumenta il traffico di veicoli pesanti (+2,1%).

Artrosi del ginocchio

L’artrosi del ginocchio consiste nell’indebolimento della cartilagine articolare e dal progressivo deterioramento delle altre strutture che compongono il ginocchio.

Quando la cartilagine si consuma, i primi sintomi sono:

dolore al ginocchio;
gonfiore;
ridotta capacità di movimento;
scricchiolii dell’articolazione.

La soluzione terapeutica più efficace per l’artrosi del ginocchio è la sostituzione dell’articolazione danneggiata con una protesi artificiale. Chiaramente, l’intervento ha i suoi limiti e va considerato caso per caso, scegliendo il tipo di protesi più adatto. Un ruolo importante è ricoperto anche dall’artroscopia, una procedura che permette di eseguire la pulizia dell’articolazione, rimuovendo eventuali elementi di attrito.

 

La politica tra le mode e le culture politiche.

Nella società liquida e, soprattutto, nella politica liquida, il richiamo delle mode nella politica è pressoché debordante. Non c’è limite alla moda del momento. Nessuno la può contenere. Appunto, e’ straripante e contagiosa. Ma è anche rapida e veloce. Molto veloce. E’ sufficiente scorrerle queste mode. Sono sotto gli occhi di tutti. Il movimento 5 stelle su tutti. Appena 18 mesi fa ottiene quasi il 34% dei consensi. Oggi, dopo il voto in Umbria, e in attesa dell’Emilia Romagna e della Calabria, sarebbe abbondantemente sotto il 10%. Al di là, com’è ovvio, di cosa dicono i sondaggi amichevoli. Ma la moda maggiore, adesso, sono le cosiddette “sardine”. Un movimento che dice di usare il linguaggio dell’amore ma che, concretamente, punta ad annientare il centro destra, la destra, Salvini, la Lega, la Meloni e via discorrendo. Obiettivo politico del tutto legittimo, com’è ovvio e scontato. Ma sarebbe anche più onesto riconoscerlo senza offendersi se qualcuno sostiene una banalissima verità. E cioè, che si tratta di un movimento di sinistra, di estrema sinistra e progressista accomunato dalla volontà e dall’obiettivo di azzerare il centro destra e la destra nel nostro paese. Senza accampare strane ragioni che il movimento si limiterebbe a svolgere solo un ruolo pedagogico, educativo e sentimentale. Ci sarà anche questo, per carità. Ma l’obiettivo che tutti sentono e registrano e’ un altro. Ed è quello che punta a sconfiggere definitivamente un nemico e, al contempo, riaffermare e far vincere un’altra parte politica. Un altro campo politico. E’ tutto legittimo e corretto, com’è ovvio. Basta ammetterlo. 

E potremmo fare un lungo elenco di mode e di tendenze passeggere. 

Ma, al di là di queste ovvie e scontate riflessioni politiche, quello su cui mi preme richiamare l’attenzione e’ che persiste oggi uno scarto fortissimo tra il richiamo alla cultura politica – nella concreta dialettica democratica e nel modo di condurre l’azione politica – e la partecipazione emotiva e convinta alla moda del momento. Due modalità diverse, due approcci diversi, due linguaggi diversi e, immancabilmente, due progetti e due prospettive politiche diverse. Appunto, alternative. Ora, si tratta di capire se la politica sempre più liquida, in una società altrettanto liquida e sempre più frammentata, sarà appaltata alla moda del momento – che è destinata a durare poco per poi essere rapidamente sostituita da una moda più fresca e più convincente – o se, al contrario, le culture politiche, e costituzionali, possono ancora svolgere un ruolo decisivo e determinante nell’orientare e nel condizionare la scelte politiche complessive. Certo, non basta rifarsi al passato o limitarsi a rimpiangere quello che ci ha preceduto. Anche le storiche e tradizionali culture politiche – riformiste o conservatrici, progressiste o restauratrici poco importa – devono capire che possono ancora giocare un ruolo importante e decisivo nello scenario pubblico italiano se riescono ad interloquire con le mode correnti. Che sono passeggere, come tutti sappiamo, ma che comunque esistono e non possono essere aggirate o, peggio ancora, strumentalizzate. Ecco perche’ tra le sempre più frequenti mode e le culture politiche va riaperto un dialogo proficuo e costruttivo. Per il bene della politica italiana ma, soprattutto, per la stessa qualità della democrazia italiana. 

Sotto l’albero un regalo da 43 miliardi

Anche quest’anno a festeggiare un ricco Natale sarà sicuramente il fisco che sotto l’albero troverà un “regalo” da 42,9 miliardi di euro. A consegnarlo, tuttavia, non sarà Babbo Natale, bensì i contribuenti italiani che in questi giorni sono chiamati a onorare un elevato numero di scadenze fiscali da far tremare i polsi.

Entro oggi , infatti, dal saldo dell’Imu-Tasi il fisco riceverà 9,6 miliardi, dal pagamento delle ritenute Irpef dei lavoratori dipendenti e dei collaboratori altri 13,6 miliardi e dal versamento dell’Iva ben 19,7 miliardi.

Il dato complessivo, fa notare l’Ufficio studi della CGIA, è comunque sottostimato, in quanto non tiene conto dell’eventuale pagamento dell’ultima rata della Tari che, in molti Comuni, avviene a dicembre. Questa gragnuola di tasse, ovviamente, avrà anche quest’anno degli effetti negativi sui consumi di Natale.

“Se la spesa natalizia registrata l’anno scorso ha sfiorato i 10 miliardi di euro – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – va ricordato che negli ultimi 10 anni è crollata del 30 per cento. Questa contrazione ha penalizzato soprattutto i negozi di vicinato, mentre gli outlet e la grande distribuzione sono riusciti, almeno in parte, ad ammortizzare il colpo inferto dall’e-commerce che, negli ultimi 4-5 anni, ha assunto dimensioni sempre più importanti. Con meno tasse e con una tredicesima più pesante, daremmo sicuramente più slancio alla domanda interna che, in Italia, rimane ancora troppo debole, anche nei restanti 11 mesi dell’anno”…

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Cop25: il vertice si chiude con il fallimento.

Fumata nera per la Cop 25 di Madrid che, nonostante i tempi supplementari si è chiusa senza un’intesa sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi sulla regolazione globale del mercato del carbonio.

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, si è detto “deluso” dall’esito:. “Un’occasione persa”, l’ha definita il capo delle Nazioni unite.
Pochi progressi anche sul loss and damage, quei meccanismi finanziari che dovrebbero aiutare i paesi più vulnerabili dal punto di vista climatico, che rischiano di finire sommersi per l’innalzamento dei mari o devastati dalla siccità.

Giudizio durissimo anche da un’altra veterana del Cop, Jennifer Morgan, attuale direttrice esecutiva di Greenpeace International: “Ancora una volta la politica si è lasciata condizionare dagli interessi legati ai combustibili fossili e ha sbattuto la porta in faccia ai valori della società civile e alle conoscenze degli scienziati”.

L’unico punto positivo l’obbligo per i Paesi ricchi di indicare di quanto aumenteranno gli impegni per tagliare i gas serra.

I negoziati continueranno l’anno prossimo alla COP26 di Glasgow, quella delle grandi decisioni.

Spumante italiano è record nel mondo

Con un balzo del 9% nelle bottiglie esportate, lo spumante italiano conquista le tavole nel mondo, dove per Natale e Capodanno 2019 ci sarà il record storico di brindisi made in Italy. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti. A fine anno sarà raggiunto per la prima volta il record storico annuale delle vendite all’estero con una quantità superiore a 560 milioni di bottiglie.

Se in Italia lo spumante si classifica tra gli acquisti irrinunciabili nello shopping delle feste, all’estero non sono mai state richieste così tante bollicine italiane che in quantità dominano nettamente nei brindisi globali davanti allo champagne francese, che però riesce ancora a spuntare prezzi superiori.

Fuori dai confini nazionali i consumatori più appassionati sono gli inglesi che non sembrano essere stati scoraggiati dalla Brexit e sono nel 2019 il primo mercato di sbocco delle spumante italiano con le bottiglie esportate che fanno registrare un aumento del 7% nelle vendite. Mentre gli Stati Uniti sono al secondo posto con un balzo dell`11% pur in presenza di tensioni commerciali e timori collegati ai dazi. In posizione più defilata sul podio si trova la Germania, che rimane il terzo consumatore mondiale di spumante italiano, ma che con la frenata dell`economia tedesca paga un calo dell`8% rispetto all`anno precedente.

Nella classifica delle bollicine italiane preferite nel mondo ci sono tra gli altri il prosecco, l’Asti e il Franciacorta che ormai sfidano alla pari il prestigioso champagne francese, tanto che proprio sul mercato transalpino si registra una crescita record delle vendite del 30%.

Lo spumante italiano piace molto anche nel Paese di Putin, visto l`incremento del 17% in Russia nonostante le tensioni causate dal perdurare dell`embargo su una serie di prodotti agroalimentari made in Italy. E un aumento in doppia cifra si riscontra anche in Giappone, con +37%.

 

Il Pembrolizumab ora si può usare anche su altri 4 tipi di tumore

Si allarga la schiera di pazienti che potranno usare l’immunoterapia per trattare il loro tumore, anche in una fase più precoce. L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha infatti allargato l’uso del pembrolizumab ad altri quattro tipi di tumore: melanoma, polmone, linfoma di Hodgkin e uroteliale.

Pembrolizumab potrà essere usato anche per il tumore uroteliale (che interessa vescica e via escretrice), di cui in Italia nel 2019 si sono avute 31.600 diagnosi, e per il melanoma nel trattamento adiuvante (o precauzionale) del terzo stadio.

L’immuno-oncologia ha già dato risultati importanti questa molecola aiuta a ridurre il rischio di recidiva e migliora la sopravvivenza, guarendo in modo definitivo un’alta percentuale di pazienti.

 

Damiano Coletta: “Dobbiamo saper accettare le diversità, saper tutelare le persone più fragili.”

 Il discorso del Sindaco di Latina Damiano Coletta

Oggi si inaugura un monumento intitolato a Eunice Kennedy, fondatrice degli Special Olympics, il più grande movimento sportivo del mondo cui aderiscono 190 Paesi che ha contribuito a sensibilizzare gli americani e il mondo intero sui diritti dei portatori di handicap

E di questo ringrazio la Fondazione Varaldo Di Pietro, in special modo il Dr. Gianni Di Pietro, per la donazione fatta all’intera collettività di Latina.

E’di fatto un monumento ai valori dell’inclusione, dell’integrazione e della solidarietà.

E quando facciamo riferimento a questi valori parliamo di Libertà e Democrazia.

E quando parliamo di Libertà e Democrazia dobbiamo fare necessariamente riferimento al “Manifesto di Ventotene”, la splendida isola della nostra provincia luogo simbolo dell’Europa unita.

Vi chiederete cosa c’entra Ventotene con il monumento che andiamo ad inaugurare?

Il Manifesto di Ventotene formulato da Altiero Spinelli, cui prossimamente dedicheremo uno spazio all’interno del Parco Falcone e Borsellino, da Eugenio Colorni e da Ernesto Rossi e pubblicato nel 1944.

La grandezza di questi uomini sta nell’aver visto, al di là delle apparenze, la linea evolutiva profonda della storia contemporanea. Ebbero la forza intellettuale di lanciare l’idea degli Stati Uniti d’Europa in un momento in cui gli orrori del nazismo e del fascismo si consolidavano e si espandevano.

Con il progetto degli Stati Uniti d’Europa si intendevano creare le condizioni istituzionali e sociali per rendere le nostre democrazie durevoli nel tempo in opposizioni ai sovranismi imperanti.

E’ probabilmente grazie a questa idea di Europa che si è riusciti a garantire 75 anni di pace nel nostro continente.

Una pace che è stata sancita poi nel 1948 dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalla nostra meravigliosa Costituzione.

Entrambe mettono al centro la persona senza alcuna forma di discriminazione come recita l’art. 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Questo articolo rappresenta la base su cui costruire una società civile basata sui diritti e ovviamente sui doveri.

Purtroppo in questo tempo della storia stanno saltando i valori che quei diritti sottendono e sostengono.
Il 10 dicembre ho avuto l’onore di rappresentare la comunità di Latina nel corteo dei Sindaci scesi in corteo per Liliana Segre, un bene comune da tutelare e concordo con la proposta della sua candidatura al Nobel per la Pace, per ribadire che “l’odio non ha futuro” . Eravamo tanti sindaci a ricordare che una società civile va costruita sui valori del rispetto, dell’integrazione, dell’inclusione e della tolleranza. Ed è per questo che la città di Latina ha voluto recentemente conferire la cittadinanza onoraria, con voto unanime del consiglio comunale, a Liliana Segre e a Sami Modiano. Perché la memoria è il vaccino contro l’indifferenza..
Dobbiamo saper accettare le diversità, saper tutelare le persone più fragili.
Cito una frase tratta da uno scritto di Barak Obama: “ Una delle cose che rendono grande il nostro Paese è che la nostra unione non si basa sui legami di stirpe, sul nostro aspetto, sui nostri cognomi, sul luogo di provenienza dei nostri genitori o dei nostri nonni, né da quanto tempo siano arrivati ma sull’adesione al credo comune che siamo stati tutti creati uguali. Dotati dal nostro creatore di diritti inalienabili”.

Perché nessuno sceglie dove nascere.

Il bambino della Somalia non sceglie di nascere nella Somalia, così come quello della Norvegia.

Il bambino dello Yemen non sceglie se stare o non stare in guerra. Cosi come non ha potuto scegliere il ragazzo del Mali morto annegato nel Mediterraneo con la sua pagella con tutti 10, cucita all’interno del giubbotto. Era la sua identità. Il suo documento d’identità.

Così come la persona disabile non sceglie di avere la sua disabilità.
Ma noi possiamo scegliere.

Possiamo scegliere se tendere una mano per aiutare chi sta affogando, in coerenza con il principio di reciprocità che sostanzia il legame sociale, possiamo scegliere se dare un futuro a chi è nato qui, a chi ha scelto di studiare qui, di rispettare le nostre leggi e la nostra Costituzione.                                                        

E’ questo il codice e l’abc della società civile che deve avere l’obbligo di non lasciare indietro chi è più fragile.

E lo sport, la forza dello sport si basa proprio sui valori del rispetto, della capacità di aggregazione, dell’integrazione, dell’inclusione e della solidarietà di cui Special Olympics è la massima espressione.
Per questo oggi inauguriamo questo monumento all’inclusione intitolato a Eunice Kennedy.
È lei che ha avuto il grande merito di trasformare la vita di tantissime persone nel mondo con disabilità mentale attraverso gli Special Olympics.

Cito ancora Barak Obama: “ Eunice ha insegnato alla nostra nazione e al mondo che nessuna barriera fisica o mentale può limitare il potere dello spirito umano”

Latina deve essere molto orgogliosa di questa opportunità, soprattutto perché un monumento come questo esprime valori di cui potranno e dovranno far tesoro le future generazioni.

E’ un monumento che deve diventare identitario per una comunità inclusiva e solidale, che sappia prendersi cura dell’altro.

Vorrei chiudere con le parole di John Kennedy:” Se non siamo in grado di porre fine alle differenze, non possiamo aiutare a rendere il mondo sicuro di tollerare le diversità”

Morta una Roma, se ne faccia un’altra. I sei punti di Tobia Zevi per ripartire

Articolo pubblicato sulle pagine del sito internet formiche.net a firma di Tobia Zevi

C’è un fantasma che si aggira nel dibattito sulla città di Roma. Ovvero di che cosa vivrà nel prossimo futuro e nel medio/lungo periodo (come diceva Keynes… nel lungo periodo siamo tutti morti. Fermiamoci allora al futuro prossimo e al medio periodo). Ovvero come uscirà dalla crisi, sapendo che il vecchio “Modello Roma” non può tornare. “Lo sviluppo di Roma nel quindicennio è stato una sorta di Minotauro, metà new economy e metà old economy. La nuova economia romana era un fenomeno reale, un successo in controtendenza rispetto a un Paese declinante, ma la sorgente del processo era collocata nei vecchi monopoli pubblici” (una corretta descrizione del “Modello Roma”, apparsa in “Roma. Non si piange su una città coloniale” di Walter Tocci).

Quel modello – al di là dei meriti che pure ha avuto – è ormai superato. I romani, dopo, hanno imparato a fare meno dividendo i pani e i pesci che già possedevano. Si è sezionato e si diviso, ci si è arrangiati e chi aveva un po’ di più metteva a valore le micro-rendite. Pensiamo ai turisti, aumentati in 10 anni di oltre il 50%: in una città con servizi in crisi si è puntato molto sulla quantità – nuovi hotel, B&B, case-vacanza – e assai poco sulla qualità. Oggi ci si arrangia e ci si adatta, come ha descritto il ricercatore del Censis Stefano Sampaolo nel volume collettaneo “Roma in transizione”: si perde il posto di lavoro e lo si reinventa, oppure si fa lo stesso lavoro guadagnando meno; il grafico, il disegnatore di software, l’estetista, il corriere e l’autista di NCC, l’avvocato… chiedono meno o offrono più servizi allo stesso prezzo. Processi adattivi: il calo del Pil romano dall’avvio della crisi è stato del 6,3%.

Oggi, racconta ancora Sampaolo, mentre il numero delle imprese in Italia diminuisce, a Roma la crisi porta un aumento del 11,7% delle ditte (i dati sono del 2017). Il romano (e l’immigrato) si mette in proprio, si arrabatta e saluta il posto al ministero: ditte individuali, partite iva e tanta “economia dei piani terra”. Corsi da pasticciere, da pizzaiolo (muore tanto commercio tradizionale, tranne il “food”) e poi l’attività in proprio: minimarket e ristoranti/take away crescono, in 6 anni, del 20%. E Roma si scopre periferica, con una ricaduta negativa peraltro sull’intero sistema-Paese: “l’area romana pesa appena per il 9% circa del Pil nazionale, contro percentuali ben più elevate ad esempio di Parigi (30%), Vienna (26%), Lisbona (37%), Copenaghen (39%), Londra (22%)”.

E quindi? La mia idea è semplice. Morta una Roma, se ne faccia un’altra. La resilienza è nel dna dei romani, da più di duemila anni e anche in un passato più recente che ricordiamo con una punta di nostalgia. Ma ci vuole un progetto, ci vuole lavoro, ci vogliono “disegnatori” di futuro (sostenuti da una volontà politica). Le domande a cui rispondere, in fondo, sono banali: si può fare impresa? Si può lavorare e vivere, in pace e in libertà, con servizi adeguati alla vita quotidiana e a un’economia dei servizi che assomigli a quella di una città funzionale, con salari adeguati e motori di sviluppo adatti a una città con le caratteristiche di Roma?

Di cosa vive Roma, allora? Non fidatevi di chi promette miracoli: ci vuole serietà, energia e si deve rompere il potere di rendita e di veto di molti. Qui di seguito elenco sei punti da quali penso si debba partire (prometto di approfondirli presto e meglio).

Qui l’articolo completo

Come useremo le tredicesime

Un’indagine Coldiretti/Ixè ha rivelato che quasi tre italiani su dieci (29%) che ricevono la tredicesima quest’anno devono destinarla prioritariamente al pagamento di tasse, mutui, rate e bollette in scadenza. Mentre al (45%) la mensilità aggiuntiva servirà a finanziare gli acquisti di Natale.

Quest’anno – sottolinea Coldiretti – ben il 20% ha deciso di destinarla al risparmio di fronte alle incertezze sul futuro mentre il restante 6% ha altri programmi. La conferma dell’importanza delle tredicesime per lo shopping viene dal fatto che il valore economico degli acquisti negli ultimi dieci giorni prima del Natale è molto alto nonostante l’appuntamento del Black Friday di novembre e le numerose offerte che spingono ad anticipare gli acquisti.

“L‘appuntamento con la tredicesima per un importo stimato in circa 44 miliardi di euro – conclude la Coldiretti – coincide con il saldo dell’Imu che rappresenta una componente importante del peso fiscale di fine anno secondo l’analisi della Cgia di Mestre”.

La Rotta dei valori. Da Troia e Antandros a Lavinium e Roma

Il 16 dicembre a Palazzo Patrizi Clementi, sede della Soprintendenza, si terrà il meeting “La Rotta dei valori. Da Troia e Antandros a Lavinium e Roma”.

Il mitico viaggio di Enea” che segna, con la firma di un protocollo d’intesa tra la Soprintendenza e l’Associazione Rotta di Enea,  l’avvio della fase conclusiva  del percorso di candidatura del nuovo itinerario culturale europeo per la certificazione del Consiglio d’Europa.  La presenza a Roma del Prof. Rüstem Aslan, Direttore degli scavi del sito UNESCO di Troia, segna il ricongiungimento del punto di partenza e del punto di arrivo del mitico viaggio di Enea.

I  ricchi interventi di esperti archeologi saranno anticipati dai saluti della Soprintendente Margherita Eichberg; di Serra Aytun Roncaglia, Direttrice Ufficio Cultura e Informazioni dell’Ambasciata di Turchia; di Lorenza Bonaccorsi, Sottosegretario Mibact; di Luca Bergamo, vicesindaco di Roma Capitale; di Barbara Toce, vicepresidente Congresso Poteri Locali del Consiglio d’Europa; di Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente ai Beni culturali di Roma Capitale e di Tara Francesco Borghese, Fondazione Lavinium.

 

ProCultHer, il progetto europeo sulla tutela del patrimonio culturale in emergenza

«Tutti i paesi partecipanti a Proculther hanno sviluppato un rapporto sulla propria organizzazione nazionale sulla gestione del patrimonio culturale in emergenza. Nella riunione di questi due giorni stiamo confrontando i risultati dei rapporti nazionali alfine di mettere insieme le buone pratiche realizzate dai partner, obiettivo principale del progetto. Nella seconda fase vogliamo immaginare e proporre la costituzione di un team di esperti che possa essere attivato a livello europeo su richiesta di paesi colpiti da catastrofe per sostenerli a raggiungere il grande obiettivo di tutelare al meglio il patrimonio culturale».

Spiega così il senso del progetto Proculther Giovanni De Siervo, dirigente del Servizio Relazioni internazionali del Dipartimento della Protezione civile a margine dei lavori del workshop internazionale conclusosi ieri sera presso la sede operativa del Dipartimento a Roma.

Al Workshop partecipano i rappresentanti dei paesi coinvolti fin dal primo momento nella realizzazione del progetto Proculther. Si tratta del Dipartimento della Protezione civile italiana che è anche leader del consorzio, della Direzione generale di sicurezza interna e di gestione delle crisi del Ministero dell’interno francese, del Ministero della cultura e del turismo del Governo regionale di Castilla y Leòn in Spagna, dell’Autorità di gestione delle emergenze del Ministero dell’interno turco (AFAD), del Centro internazionale per gli studi sulla salvaguardia e il restauro della Proprietà culturale (ICCROM) e infine della Fondazione HallGarten del Centro Studi Villa Moresca.

Proculther è stato realizzato in collaborazione con la Direzione generale per le operazioni di aiuto umanitario e di protezione civile della Commissione Europea (DG Echo) nell’ambito del Meccanismo europeo di protezione civile. I lavori sono iniziati nel gennaio del 2019, la conclusione delle attività del progetto è prevista nel dicembre 2020. Il progetto dispone di un budget di 799mila euro circa.

I paesi partecipanti, Italia, Francia, Spagna e Turchia ospitano nei propri territori in tutto 160 siti nominati “Patrimonio mondiale” dall’UNESCO. Per la prima volta questi paesi che hanno sviluppato negli anni importanti esperienze e le cosiddette “buone pratiche” nella gestione del patrimonio culturale in conseguenza di grandi emergenze causate da catastrofi naturali uniscono le forze nell’ottica della creazione di team di esperti adeguatamente formati secondo procedure condivise, in grado di coadiuvare tutti i paesi che avranno bisogno, in futuro di dover gestire la tutela dei beni culturali in situazioni di grande difficoltà.

Il lavoro vuole sviluppare un’adeguata preparazione ad affrontare situazioni particolarmente complesse quando una catastrofe naturale colpisce un territorio e la popolazione è duramente colpita per preservare il più possibile il patrimonio culturale. Non solo, l’intento è anche quello di creare strumenti adatti a raggiungere tali obiettivi e infine di creare assetti di esperti che siano adeguati e pronti a coadiuvare le risposte delle autorità nazionali nei contesti appena citati.

Il destino di Malpensa

Pubblichiamo l’abstract dell’Articolo apparso sulle pagine di Arcipelago Milano a firma di Pietro Modiano

Milano si prepara a crescere ancora, sull’onda dei progressi e dei progetti di questi anni, come polo tecnologico e di innovazione, come polo universitario e di attrazione turistica e culturale, forse anche come centro finanziario (più difficile: l’obiettivo di un tempo, di valorizzarne il ruolo di capitale europea dell’asset management facendo leva sull’entità del risparmio nazionale è un po’ più lontano, dopo la vendita di Pioneer ai Francesi, ma questo è quasi un problema personale). Bisogna pensare in anticipo ad un salto di qualità anche del suo sistema aeroportuale, che non deve diventare una strozzatura allo sviluppo.

Non basta che Malpensa sia cresciuta, cosa che ha fatto egregiamente, con quasi 7 milioni di passeggeri in più dal 2013 al 2018 (Linate più di tanto non può fare, è quasi satura), ma bisogna pensare a ridurre e in prospettiva colmare la troppa distanza che resta nei confronti dei grandi hub europei. E’ un tema strategico importante. Linate è un city airport comodo e saturo, e Malpensa è un buon aeroporto punto a punto, al centro di un bacino di traffico ricco, eccellente in Europa per la qualità “milanese” della sua offerta commerciale, ma non è ancora un hub, cioè un aeroporto in grado di concentrare voli passeggeri a lungo raggio coordinati con voli di connessione a breve e medio raggio, e quindi in grado di svilupparsi al di là del potenziale del proprio territorio, e di fornire ad esso un apporto aggiuntivo di ricchezza e connessioni globali.

Qui l’articolo completo

Sclerosi multipla, meno recidive post-partum

Secondo una recente revisione degli studi, l’allattamento al seno sembra proteggere dalle ricadute della Sclerosi Multipla post-partum. “L’allattamento al seno non sembra essere dannoso e potrebbe essere addirittura protettivo contro le recidive della Sclerosi Multipla– dice Kristen M. Krysko dell’Università della California a San Francisco, principale autrice della revisione – Le donne con questa patologia dovrebbero quindi essere incoraggiate ad allattare esclusivamente quando possibile”.

I tassi di recidiva della Sclerosi Multipla aumentano nei tre mesi successivi al parto di una donna e in quel periodo fino al 30% delle donne ha una ricaduta.

Una meta-analisi del 2012 ha suggerito che le donne che non allattavano al seno avevano maggiori probabilità di avere una ricaduta post-partum rispetto a quelle che lo facevano, ma l’associazione era poco chiara.
Gli apparenti effetti protettivi dell’allattamento al seno sono stati più robusti negli studi sull’allattamento esclusivo per due mesi e i supposti benefici sono sembrati persistere per sei mesi dopo il parto.

A chi non piace la zuppa inglese

Inutile negarlo: il voto inglese vola portato da due venti: il declino della sinistra, servito, nel caso, in salsa massimalista e il sovranismo, nel caso servito in salsa brexit.
Qualche democratico potrà anche veder confermate le proprie convinzioni che la sinistra non porta più da nessuna parte e, quindi, vedere accresciute le proprie aspirazioni  ad una svolta del centro sinistra verso direzioni più moderate e centriste.

Il fatto è che il vento  della brexit  si tradurrà in folate neo-neoliberiste in quei Paesi dove più drammatica è la crisi economica. I mercati stanno vedendo aumentare la competizione tra i soggetti economici a causa dell’incertezza sul futuro e di una contrazione dell’area di libero mercato a causa delle nuove politiche sui dazi.

Come reagiranno le imprese italiane? Potrebbero aumentare la propria competitività innalzando know-how, innovando le gamme di prodotto e/o le tecniche di produzione. Ma ci vorrebbero grandi investimenti e non pare che tiri quest’aria in un Paese con difficoltà di credito e costi di sistema (trasporti, contenzioso, energia) così elevati.
Potrebbero delocalizzare in cerca di futuro meno incerto e con costi e tassazioni più favorevoli.

Potrebbero anche cercare di modificare il mercato del lavoro per averne maggiore flessibilità e più alta produttività.

Credo che le nostre imprese, quelle che rimarranno, batteranno la seconda e la terza strada e già si comincia a leggere qua e là, dal Corsera al Sole, più di un articolo contenente pressioni in tal senso.

Queste politiche, facilitate dalla brexit, sono quasi costrette e le elezioni inglesi evidenziano quanto sarebbe perdente cercare di contrastarle – muro contro muro – à la Corbyn.

Per questo, prima che sia troppo tardi, occorrerebbe, con qualche correzione alla proposta di Landini, aprire un tavolo di concertazione  sindacato-imprese per un patto del lavoro (produttività in cambio di occupazione) e invitare, poi, il sistema politico, a partire dal governo, a un vero e proprio tavolo di coalizione.

Dopo il trionfo di Boris Johnson che fare in Italia?

Dopo il voto trionfale per Boris Johnson e la riconferma della maggioranza degli inglesi per la Brexit, in Italia, Salvini e la Meloni, la destra nazionalista e populista, hanno immediatamente salutato gaudenti questo risultato. Ora non ci sono più né dubbi né alibi: la Gran Bretagna esce dall’Unione europea e ci saranno conseguenze sia per gli inglesi sia per l’Unione europea.

Anche sull’assetto dei partiti italiani s’imporranno scelte non più eludibili, soprattutto in Forza Italia, partito aderente al PPE che, con Berlusconi, segue una strategia di alleanza a destra, proprio insieme ai due partiti nazionalisti e anti europei della Lega salviniana e di Fratelli d’Italia. La distinzione tra partiti europeisti e partiti schierati contro l’Unione europea diverrà sempre più netta e crescerà l’esigenza di un nuovo centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra.

Un progetto al quale noi “ DC non pentiti” stiamo lavorando, con l’avvenuta formazione della Federazione popolare dei DC e con l’adesione di altri amici popolari al manifesto Zamagni. Comprendiamo che, per esigenze collegate alle leggi elettorali di alcune regioni, gli amici dell’UDC abbiano deciso di collegarsi al nome e simbolo di Forza Italia, superando l’impegno della raccolta delle firme, ma deve essere chiaro che si tratta di una scelta tattica, tale da non pregiudicare la strategia che abbiamo concordato nel patto-statuto della Federazione popolare dei DC. Alla fine dovremo presentare liste della Federazione unita e/o del nuovo soggetto politico di centro che intendiamo concorrere a costruire.

Gli amici di Forza Italia, sempre più divisi tra quanti sentono forte l’attrazione a destra, in un’area cioè sempre più a netta dominanza salviniana, e quanti rivendicano la propria autonomia, sarebbe auspicabile si impegnassero, almeno questi ultimi, nella costruzione del nuovo soggetto politico di centro suddetto.

Costruire un gruppo parlamentare autonomo di centro dovrebbe essere il primo passo da compiere, come vanno richiedendo alcuni parlamentari di Forza Italia. Un gruppo nettamente schierato sulle posizioni europee del PPE, distinto e distante dagli amici che hanno deciso di allearsi con la Lega. La Federazione popolare dei DC, intanto, assuma come suo obiettivo a breve, il raggiungimento dell’unità con gli amici del manifesto Zamagni, per concorrere a costruire, nei tempi politicamente possibili, il nuovo soggetto politico di centro di cui l’Italia ha bisogno. Ciò porrà fine finalmente alla diaspora politica dell’area popolare e sarà la premessa indispensabile per uscire dall’attuale condizione di irrilevanza politico istituzionale.

Sulla riforma della governance europea abbiamo scritto le nostre idee nel saggio: “ Elezioni europee: la visione dei Liberi e Forti” editato alla vigilia delle recenti elezioni per il Parlamento europeo. Sono due i temi essenziali per indicare una seria proposta riformatrice di ispirazione popolare, europeista e trans nazionale, secondo i principi dei padri fondatori.

Il primo è quello del rapporto da rinegoziare nei trattati, al fine di superare i conflitti rivelatisi insanabili con la nostra Costituzione, specie quando, come nel caso del fiscal compact, quella decisione, nettamente in contrasto con gli stessi trattati liberamente sottoscritti, è stata il frutto di un regolamento di grado normativo inferiore ai trattati, redatto da euro burocrati, con l’avallo irresponsabile anche di nostri autorevoli esponenti di governo. Fatto quest’ultimo ampiamente dimostrato dai saggi del Prof. Giuseppe Guarino, ahimè, sin qui volutamente e colpevolmente misconosciuti.

Il secondo è il tema della sovranità monetaria che, nei modi in cui si è sin qui realizzata a livello dell’Unione e in quasi tutti i Paesi componenti della stessa, con il controllo de facto della BCE e delle banche centrali dei diversi Paesi da parte degli hedge fund anglo caucasici (kazari), riduce la “sovranità popolare” a un ectoplasma senza sostanza; con le politiche economiche prone al dominio degli interessi dei poteri finanziari, che subordinano ad essi tanto l’economia reale che la politica. In sostanza, annullano de facto la democrazia e le fondamenta stesse su cui si regge il nostro patto costituzionale.

Noi non crediamo sia utile né opportuno uscire dall’UE che i nostri padri hanno voluto, ma sappiamo che è assolutamente necessario cambiare rotta se vogliamo che l’Unione europea possa progredire verso un progetto di autentica confederazione di stati e regioni, con un Parlamento eletto a suffragio universale e un governo centrale eletto dallo stesso Parlamento, superando in tal modo l’attuale insostenibile costruzione artificiosa, inefficiente e inefficace, funzionale sin qui solo agli interessi dei poteri finanziari dominanti.

Questo, a nostro parere, dovrebbe essere uno degli obiettivi di tutti i Popolari europei che si riconoscono nel PPE e di tutti i democratici che si sentono impegnati nella costruzione dell’unità politica dell’Europa.

L’alternativa, altrimenti, sarà la progressiva dissoluzione della stessa Unione. Questa azione riformatrice dell’Unione europea, in ogni caso, non può essere condotta da posizioni isolazioniste come quella salviniana o della destra estrema, ma all’interno delle grandi forze politiche europee che, per quanto ci riguarda, sono quelle che si riconoscono nel PPE. Avanti, dunque, da “Liberi e Forti”, eredi della migliore tradizione europeista dei padri DC fondatori dell’Unione europea: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.

Il paradosso della povertà in Africa

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Stando ai dati ufficiali, la povertà nel mondo sta diminuendo in modo significativo, con la sola eccezione dell’Africa sub-sahariana. Si tratta di una materia estremamente complessa che merita un’attenta disamina, sia in riferimento ai dati globali, come anche per quanto concerne, nello specifico, la cosiddetta «Black Africa». Andiamo dunque per ordine. La soglia si è sicuramente spostata rispetto al passato, anche se poi le cifre e le percentuali impongono un’attenta esegesi dal punto di vista dei significati. Secondo la Banca mondiale (Bm) oggi nel mondo una persona su dieci è in condizioni di estrema povertà, vale a dire che sopravvive con meno di 1,90 dollari al giorno. Si consideri che nel 1990 erano due miliardi su una popolazione mondiale allora di 5,3 miliardi di persone. Ciò non toglie che in un’epoca in cui il tasso di povertà tocca il suo minimo storico, sarebbe troppo riduttivo ritenersi soddisfatti e sottovalutare le sfide che incombono anche perché oggi vi sono ancora, pur sempre, tre miliardi di persone nel mondo che devono sbarcare il lunario con 5,5 dollari al giorno.

In effetti, a una lettura più approfondita, dalle statistiche sulla povertà diffuse dalla Bm, emerge un dato che mette in una diversa prospettiva anche i miglioramenti del passato. Infatti, la diminuzione del numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà è in gran parte dovuta all’aumento di quelli che si collocano appena sopra questo limite. In sostanza, secondo l’economista Martin Ravallion della Georgetown University’s Center for Economic Research, «c’è stato un piccolissimo guadagno assoluto per i più poveri, perché l’aumento del livello della base negli ultimi 30 anni circa è di gran lunga inferiore alla crescita del consumo medio».

Guardando alla povertà in termini assoluti piuttosto che in termini comparativi risulta che «la gran parte del progresso vissuto dai paesi in via di sviluppo rispetto alla povertà — spiega Ravallion — è consistita nel ridurre il numero di persone che vivono in prossimità del livello minimo del consumo, piuttosto che aumentare il livello dei consumi, e in questo modo si può dire che i più poveri sono stati effettivamente lasciati indietro». Un quadro complessivo che trova conferme anche nel rapporto 2019 Oxfam, che evidenzia come l’aumento della disparità di reddito in molti paesi del mondo escluda gran parte della popolazione dai benefici della crescita economica e la disuguaglianza sia in aumento. Una situazione decisamente drammatica che ha visto nel solo arco di un anno solare la ricchezza dei miliardari del mondo aumentare di 900 miliardi di dollari (pari a 2,5 miliardi di dollari al giorno) mentre quella della metà più povera dell’umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11 per cento. Per chiarire meglio lo “stato dell’arte”, basti pensare che tra il 2017 e il 2018 i miliardari sono aumentati al ritmo di uno ogni due giorni e che 26 ultramiliardari possiedono oggi la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale.

È dunque evidente che qualcosa non funziona nell’economia planetaria: chi si trova all’apice della piramide distributiva continua a godere in maniera sproporzionata dei benefici della crescita economica, mentre un numero indicibile di persone vivono in condizioni di estrema povertà nei bassifondi del mondo.

L’Africa sub-sahariana è quella parte del mondo che è messa peggio, continuando a essere in assoluto l’area geografica dove l’indigenza aumenta in modo preoccupante con 400 milioni di persone che sopravvivono ancora con meno di due dollari al giorno: in pratica, più del 40 per cento dei poveri del mondo si trova lì. Proprio in questa parte del mondo, stando agli ultimi dati, il 37 per cento delle persone non usufruisce di acqua potabile; il 65 per cento non ha accesso all’elettricità; i bambini rischiano di morire entro il quinto anno di vita; il parto stesso talora è causa di morte per le partorienti e il tasso di fecondità è di 7 figli per donna.

D’altronde, è sufficiente dare un’occhiata alla classifica dello Hdi (Human Development Index) redatta nell’ambito dello United Nation Development Program da cui si evince che nelle ultime dieci posizioni, non a caso, troviamo dieci paesi africani: Mozambico, Liberia, Mali, Burkina Faso, Sierra Leone, Burundi, Ciad, Sudan del Sud, Repubblica Centrafricana e Niger, che chiude al 189° posto. Bisogna ammettere che lo scenario è a dir poco inquietante se si considera che l’Hdi viene quantificato calcolando tre fattori ritenuti essenziali: l’indice di aspettativa di vita (che considera l’aspettativa di vita alla nascita), l’indice di istruzione (considerando gli anni medi di istruzione e quelli previsti) e l’indice di reddito (ovvero il reddito nazionale lordo, che include tutti i redditi percepiti dai cittadini del Paese in questione).

Prendiamo ad esempio il caso del Niger, un paese che dal punto di vista delle commodity (materie prime) potrebbe davvero essere un Eldorado. Pur disponendo di immense risorse minerarie ed energetiche strategiche come l’uranio, l’oro e il petrolio, si trova all’ultimo post per sviluppo umano e al 146° posto — su 197 — per pil, che ammonta a 8,12 miliardi di dollari. E cosa dire della Repubblica Centrafricana le cui ricchezze vanno dal petrolio all’uranio, oltre ai diamanti presenti nei grandi depositi alluvionali delle regioni occidentali del Paese; per non parlare dell’immenso patrimonio boschivo nazionale. Sta di fatto che questo Paese ha un pil che si attesta attorno ai due miliardi di dollari: un vero e proprio paradosso economico che mette in evidenza la connessione tra gli interessi delle compagnie straniere nei confronti delle commodity e la povertà oggetto della nostra riflessione.

Se da una parte in questi paesi si registra l’abbondanza di determinate risorse naturali, dall’altra si genera spesso un eccesso di esportazioni a costi irrisori, a danno della produzione interna e dell’industrializzazione. Una fenomenologia che trova nella corruzione un fattore altamente destabilizzante, con il conseguente indebolimento delle istituzioni locali, il rifiuto dei principi fondamentali di contabilità del bilancio statale e un elevato tasso di disuguaglianza. A questo proposito è illuminante la riflessione di uno studioso britannico, Mick Moore, il quale ha ampiamente dimostrato come più uno Stato dipende da quelle che egli chiama «entrate immeritate» — risorse che non richiedono un grande impegno amministrativo, come il petrolio e altre risorse naturali — meno quello Stato tende a servire i propri cittadini. Tali guadagni facili, infatti, incoraggiano lo sviluppo di forme di governo non certo trasparenti e l’affermazione della corruzione come una sorta di istituto occulto nelle concessioni. Ecco che allora lo Stato stesso diventa un obiettivo sensibile per i parassiti interni o esterni che siano, come i cosiddetti «signori della guerra» e le compagnie estrattive transnazionali.

Una riflessione analoga è quella dell’economista Daron Kamer Acemoğlu e del politologo James Alan Robinson, che hanno pubblicato nel 2012 un interessante saggio intitolato Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity and Poverty. Essi spiegano con grande chiarezza che, nel tempo, si sono configurate delle vere e proprie «istituzioni economiche estrattive» che hanno privato le popolazioni autoctone di qualsiasi tipo di incentivo o servizio, concentrando il benessere nelle mani di un manipolo di nababbi. Ma il colmo sta nel fatto che i Paesi produttori di materie prime, per le ragioni di cui sopra, nonostante la loro potenziale ricchezza, presentano spesso tassi di crescita procapite e un tenore di vita medio molto bassi rispetto addirittura a certi Paesi poveri o comunque sprovvisti di materie prime. Lo rileva l’«Extractive Industries Transparency Initiative» (Eiti), un progetto di regolamentazione e responsabilizzazione in materia di estrazione di petrolio, gas e minerali. Il protocollo Eiti impone la divulgazione di informazioni lungo l’intera filiera, dal punto di estrazione al modo in cui si distribuisce la ricchezza che ne deriva e, soprattutto, al modo in cui i governi trasformano i profitti in vantaggi per la popolazione. L’iniziativa, nata nel 2003, è rivolta a tutti i Paesi che vogliono migliorare la propria gestione delle risorse naturali, rendendone trasparenti i processi e i proventi derivanti dal loro sfruttamento. Il quadro normativo di riferimento (standard Eiti) viene oggi implementato da 52 paesi e da oltre 60 società di estrazione e commercializzazione e sostenuto da 400 organizzazioni della società civile. Grazie all’iniziativa sono stati dichiarati 2500 miliardi di dollari americani versati ai governi dei Paesi estrattori da parte delle imprese di materie prime. Per quanto riguarda la pubblicazione dei flussi finanziari dalle società di estrazione e commercializzazione ai governi, certamente sono stati compiuti progressi tangibili, anche se l’adesione, tuttavia, è ancora parziale. La trasparenza è certamente un rimedio, perché sollecita chi di dovere a rendere conto del proprio operato, anche perché, come ha ben spiegato Papa Francesco nel corso della sua visita in Madagascar, «la povertà non è una fatalità».

Quella forza irriducibile nascosta nei miti

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Alessandro Rivali

Giuseppe Conte è uno dei riferimenti imprescindibili della poesia contemporanea: cantore dei miti e del mare, di epopee e ballate, nella sua ricerca ha scelto per padri tutelari Lawrence, Sterne, Goethe, Foscolo e Shelley. L’Oceano e il ragazzo (1983), la prima opera in versi di Conte, fu salutata da Italo Calvino come un libro decisivo per il rinnovamento della poesia italiana: in effetti, era un viaggio insolito tra «animali etruschi», la «conquista del Messico» e gli splendidi «Altari achei».

Il tuo nuovo libro è molto aperto alla speranza. In questo tempo così distratto, c’è ancora spazio per la poesia oggi?

Per secoli, la letteratura e la poesia sono state la colonna vertebrale di una lingua, di una cultura e di un popolo. Oggi non è più così. Il prevalere assoluto della tecnica e dell’economia, dell’utilitarismo, dell’effimero, della moda e del consumismo come arbitri subdoli della vita delle masse, relega la letteratura, la tradizione, l’umanesimo e temo ogni manifestazione dello spirito ai margini della società, tentando di spegnerne la voce. Eppure, quando tutto sembra perduto, è allora che bisogna lottare con ancora più determinazione per quello in cui si crede. Di Ezra Pound, dei suoi Canti Pisani, mi ripeto sempre, quasi come un mantra, quei versi straordinari: «formica solitaria d’un formicaio distrutto / dalle rovine d’Europa, ego scriptor». Non conosco nessuna manifestazione di fede nella letteratura più solenne, drammatica e drastica: prigioniero in una gabbia di ferro, accusato di tradimento, con alle spalle la guerra che ha distrutto il Vecchio Continente, il poeta rivendica il suo ruolo di fabbro di parole, di custode di memorie e sogni, di banditore di idee e di conoscenza: ego scriptor. La poesia non morirà mai. È energia spirituale che porta il linguaggio al punto di incandescenza più alto del suo senso e della sua bellezza umana: si chiama canto. La poesia in cui si uniscono nel canto tutto il dolore e tutta la gioia del mondo, in cui l’anima dell’uomo cerca l’anima misteriosa, sacra dell’universo, avrà sempre spazio. È più di una speranza, credimi.

In tutta la tua ricerca è molto presente il Mito. Perché? Per molti anni sembrava bandito dalla poesia.

Il mito oggi è tornato sulla scena, spesso in modo sbagliato e superficiale, ed è stato così anche per la bellezza, entrata ora in tutti i discorsi, condita in tutte le salse, abusata, dopo che come concetto estetico era stata bandita per più di mezzo secolo. Quando ho cominciato a parlare io di mito e di natura, negli anni Settanta, era sostanzialmente proibito da una dittatura intellettuale pervasiva e feroce. Dicevo: le radici del nostro pensiero sono poetiche, il mito è la conoscenza delle origini, quella che si pone le domande eterne sui perché della vita, sul mistero, sul sacro: la natura è energia vivente, da amare, da sentire abitata da un soffio di divinità. Quante accuse mi sono state rivolte, quanto scherno. Allora io dicevo: torniamo a parlare di alberi, e i più lo consideravano un delitto (salvo accorgersi mezzo secolo dopo dell’importanza capitale degli alberi, che bisogna preservare, piantare e amare). Ma non mi sono messo paura: ho continuato a cercare la persistenza del mito nella natura, e nell’anima dell’uomo, nel suo destino sulla terra. È grazie a questa concezione del mito che ho potuto scrivere poesie e romanzi, e restare fedele al mio sogno di adolescente, di fare lo scrittore, di aggiungere qualche piccolo libro sugli scaffali della infinita biblioteca dell’universo.

Chi sono stati i tuoi maestri, sia dal punto di vista letterario, sia dal punto di vista esistenziale?

I miei maestri non sono tra i poeti del secondo Novecento italiano. Con nessuno di loro ho avuto un vero rapporto di vicinanza, salvo l’affetto e la simpatia con cui vedevo Mario Luzi. Per me sono stati importanti gli incontri intellettuali con D.H. Lawrence e con Henry Miller, di cui ho condiviso la polemica contro la civiltà industriale che distrugge la natura e crea una realtà che è un «incubo ad aria condizionata». Poi con Jorge Luis Borges, con i suoi simboli arcani, le sue Biblioteche, la sua Buenos Aires e le sue incursioni nel fantastico. Con Eliot, con Montale e la sua metafisica inaridita, con Ungaretti e il suo palpito cristiano, la sua musica meticcia che rievoca il canto del muezzin. Poi con Adonis, in seguito anche amico insostituibile, per capire la poesia orientale e gettare un ponte verso di essa. Ho imparato molto da James Hillman per la rilettura del mito, da Mircea Eliade, per l’interpretazione del sacro. Con loro avevo sostituito Marx e Freud. Quando ho cominciato a scrivere di mare, ho cercato di assorbire la tradizione di Melville, Stevenson, Kipling, Conrad. Ho amato Scott Fitzgerald, Truman Capote, Graham Greene, e un po’, devo confessarlo, anche Somerset Maugham. Ho avuto poi la fortuna di essere amico di Italo Calvino e di Mario Soldati, per me maestri della prosa, i migliori del Novecento italiano.

Quali sono i libri che ti hanno segnato di più negli ultimi anni?

Tutti quelli di Victor Hugo, che il Novecento aveva vilipeso, e che ho letto relativamente tardi, avendone una impressione di grandezza sconfinata. I libri di viaggio di Bruce Chatwin e di Michael Crichton (sì, quello di Jurassic Park). Sono poi l’unico in Italia che legge e ama Le Clézio, che qualche volta incrociavo, alto, elegante, sull’ultimo volo da Parigi per Nizza. Deserto è un bellissimo libro. A rileggerlo dopo tanti anni, ho cambiato il mio giudizio su Il nome della rosa di Umberto Eco, che mi è sembrato un romanzo molto meglio costruito della media dei romanzi italiani.

Quali gli autori che vorresti più presenti nel nostro canone? Oppure minori che per te sono maggiori?

Ho sempre in mente la poesia di Borges, uno dei miei maestri più cari, intitolata A un poeta minore della Antologia, un poeta lontano da ogni gloria, semplice nome in un indice, di cui sappiamo soltanto che sentì un usignolo, una sera. Ci sono poeti “minori” adorabili. Ma la storia la fanno i maggiori. Nella tradizione dei maggiori, in Italia, vedo oggi orribilmente sottovalutati e ignorati Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri. Anche Foscolo non gode di molta attenzione. E non vorrei che perfino Manzoni, autore centrale e decisivo, oggi fosse messo un po’ da parte. Venendo al canone della poesia del Novecento, chiederei più spazio per il Mario Novaro di Murmuri ed echi, e che finalmente apparisse nel pantheon dei grandi Camillo Sbarbaro. Mi piacerebbe che si riconoscesse il ruolo importante di un libro come Lavorare stanca di Cesare Pavese non per il suo realismo, ma per la sua potenza mitica. Infine, non vorrei che la fortuna di Caproni, dovuta alla sua cantabilità ma anche al suo nichilismo antimetafisico, nella cultura italiana media sempre molto gradito, stesse gettando ombra sui suoi contemporanei. Mario Luzi, per esempio, è indubbiamente più significativo.

Sei più per Foscolo che per Leopardi, perché?

Considero Leopardi grandissimo e il numero di pagine che occupa nella mia antologia La lirica d’occidente lo dimostra. Non conosco poesia dalla costruzione più assolutamente mitica del Canto notturno del pastore errante dell’Asia, vertice della letteratura mondiale. Diciamo che sono affinità elettive che mi portano invece verso Foscolo: uomo senza schermi di protezione familiare e aristocratica, borghese ribelle dai tanti mestieri, viaggiatore, innamorato della bellezza, convinto della funzione civilizzatrice della poesia contro la violenza guerresca dei tempi, costruttore di “illusioni” che somigliano a miti e a utopie, infine esule e povero, Foscolo mi attrae per le qualità umane oltre che poetiche. A fasi alterne, ho sentito in me la passione disperata e debordante di Jacopo Ortis e la saggezza lieve e distaccata di Didimo Chierico, i suoi due volti. E poi mi attrae la potenza civile della poesia di Foscolo. La recita corale dei Sepolcri che promossi nel 1994 in Santa Croce a Firenze davanti alla sua tomba, ricordando alla società contemporanea che la poesia italiana c’è e che resiste a ogni barbarie, resta uno dei momenti indimenticabili della mia insignificante esistenza.

Hai conosciuto Premi Nobel come Heaney e Miłosz, cosa ricordi degli incontri con loro?

Ho conosciuto anche Gao Xingjian e letto la traduzione francese de La montagna dell’anima prima che vincesse il Nobel, a tavola tra tanti chiassosi letterati parigini e bretoni, era sempre il più silenzioso, astratto, chiuso in un accenno di sorriso taoista. Anche Seamus Heaney lo conobbi prima del Nobel, in Svezia, al Festival di Malmö. Fraternizzammo di fronte a certi comportamenti arroganti dei poeti americani. La sera sua moglie cantò una canzone in gaelico, fu un bel momento. Poi lo rividi più volte. Al premio Flaiano ricordo con divertimento il suo imbarazzo nel doversi riassettare gli abiti e la chioma bianca e folta per presentarsi all’ambasciatore d’Irlanda. L’ho intervistato in pubblico a Lerici e a Cetona: difendeva con sapienza e sensibilità le ragioni della poesia. Non riuscii mai a farlo parlare dell’Ira e di Bobby Sands, cui io avevo dedicato una poesia in memoriam, che tradotta in gaelico girava per i pub di Belfast e Dublino. Ma capivo che quei temi, visti dall’interno della società irlandese, erano ben più difficili da gestire. Con Miłosz fu un incontro fuori da ogni ufficialità, un pranzo al Chez Panisse di Berkeley, lui con la moglie e io con la mia traduttrice americana. Era un uomo affascinante, di cui ricordo sempre la voracità con cui mangiò quaglie e polenta, che mi stupì non so perché, come se un grande poeta premio Nobel dovesse vivere di puro spirito. Mi parlò del destino del cristianesimo e dell’Europa, del magistero del suo connazionale Giovanni Paolo II, da lontano, dalla costa del Pacifico, con una partecipazione alta e intensa, su cui ho continuato a riflettere.

La tua inquietudine metafisica ti ha portato a studiare le diverse religioni, hai mai pensato a un tuo “ritorno” al cattolicesimo?

Ho esplorato, in quella che tu chiami inquietudine metafisica, le religioni sciamaniche (negli anni Settanta leggevo Alce nero parla come un Vangelo della natura) e quelle orientali, per poi arrivare all’Islam. Quei versi di Goethe nel suo Divano occidentale-orientale mi colpirono enormemente: «Se islam vuol dire sottomissione a Dio / noi tutti viviamo e moriamo nell’Islam». La radicalità spoglia del monoteismo islamico, la preghiera collettiva, il misticismo Sufi, il fervore di giovinezza quasi turbolento nelle moschee il venerdì mi attrassero. Studiai l’islam, cercai di capirne l’essenza. Ma non ho mai rinnegato la religione in cui sono nato. Dopo anni in cui mi sembrava di esserne andato molto lontano, ho ripreso a sentirla vicina. Anche se trovo bellissimo l’inizio di ogni Sura: «In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso» le preghiere che recito rimangono il Padre Nostro e l’Eterno riposo: a cui, da poco, dopo la morte di mia madre, si è aggiunta l’Ave Maria, come se insieme al Padre fosse arrivato il momento di rivolgersi anche alla Madre divina da cui tutto ha vita. Al funerale di mia madre, ho ringraziato piangendo il sacerdote per le preghiere davanti al feretro, per l’aspersione rituale dell’acqua benedetta e dell’incenso: niente avrebbe potuto commuovermi e consolarmi di più.

La Perdonanza Celestiniana diventa patrimonio dell’Unesco

“The Celestinian Forgiveness” è stata ufficialmente iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale immateriale.

La candidatura sostenuta dal Comune dell’Aquila, dal Comitato Perdonanza Celestiniana, in collaborazione con i gruppi e le associazioni di praticanti locali, è stata presentata dall’Italia con il coordinamento tecnico-scientifico dell’Ufficio UNESCO del MIBACT.

La celebrazione della Perdonanza Celestiniana costituisce un simbolo di riconciliazione, coesione sociale e integrazione. Riflette l’atto di perdono tra le comunità locali e ne promuove i valori di condivisione, ospitalità e fraternità. Inoltre, rafforza la comunicazione e le relazioni tra le generazioni creando un intenso coinvolgimento emotivo e culturale. Come elemento in grado di coinvolgere una vasta comunità di persone, indipendentemente da genere, età e origine, l’iscrizione della celebrazione del Perdono Celestiniano contribuisce a garantirne e a moltiplicarne la visibilità. Il Cammino del Perdono, il Corteo storico della Bolla e l’attraversamento della Porta Santa della Basilica di Collemaggio, rappresentano tre momenti significativi della Festa della Perdonanza Celestiniana: simboleggiano i valori della solidarietà per tutti coloro che partecipano e trasmettono l’elemento, sono testimonianza dell’importanza del patrimonio culturale immateriale per la società civile, in particolare per le nuove generazioni. Sono esempio di resistenza della comunità, anche di fronte a emergenze naturali, e dell’importanza che esso rappresenta come strumento chiave per la costruzione di società inclusive e per lo sviluppo sostenibile dei territori.

La comunità aquilana, custode dal 1294 di questo rito solenne annuale di riconciliazione, che promuove i valori di condivisione, ospitalità e fraternità, ha attraversato i secoli seguendo una tradizione di pace di generazione in generazione. “Oggi, grazie all’UNESCO – dichiara il sindaco del capoluogo abruzzese, Pierluigi Biondi – lo spirito di riconciliazione e la rinascita tanto attesa dopo la distruzione del 2009, si fondono e sostengono, attraverso la Festa del Perdono, in una rinnovata dimensione di città di pace, aperta e solidale, pronta ad accogliere tutte le comunità che nella conservazione e salvaguardia dei loro patrimoni culturali immateriali vorranno con noi partecipare al bene dell’Umanità”.

Gli aquilani hanno sempre custodito gelosamente la Bolla della Perdono. Gli antichi statuti civici vollero che, proprio perché erano stati i cittadini a proteggere il prezioso documento, fosse l’autorità civile a indire la Festa del Perdono, rispettando, comunque, il dettato di Papa Celestino. La Bolla viene letta dal Sindaco poco prima dell’apertura della Porta Santa della Basilica di Collemaggio, che viene dischiusa per ordine di un Cardinale designato dalla Santa Sede.

L’originale della Bolla è conservata nella sede aquilana della Banca d’Italia e esposta al pubblico nei gironi antecedenti alla Perdonanza Celestiniana.

Industria: Istat, il fatturato è diminuito

A ottobre si stima che il fatturato dell’industria aumenti in termini congiunturali dello 0,6%. Nella media degli ultimi tre mesi l’indice complessivo è invece diminuito dello 0,6% rispetto alla media dei tre mesi precedenti.

Anche gli ordinativi registrano, a ottobre, un incremento congiunturale dello 0,6%, mentre nella media degli ultimi tre mesi evidenziano una flessione dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti.

La crescita congiunturale del fatturato deriva da un leggero aumento sul mercato interno (+0,4%) e uno più sostenuto su quello estero (+0,9%). Per gli ordinativi l’incremento congiunturale riflette una sostanziale stazionarietà delle commesse provenienti dal mercato interno (-0,1%) e una crescita di quelle provenienti dall’estero (+1,7%).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a ottobre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano aumenti congiunturali per i beni strumentali (+1,4%), per i beni di consumo (+1,0%) e per l’energia (+0,3%); i beni intermedi, invece, diminuiscono dello 0,4%.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 23 come a ottobre 2018), il fatturato totale cala, in termini tendenziali, dello 0,2%, con diminuzioni dello 0,1% sul mercato interno e dello 0,3% su quello estero.

Con riferimento al comparto manufatturiero, l’industria farmaceutica registra la crescita tendenziale più rilevante (+8,9%), mentre il settore delle raffinerie petrolifere registra il maggiore calo (-5,7%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce dell’1,5%, con riduzioni su entrambi i mercati (-0,7% quello interno e -2,6% quello estero). Il maggior aumento si registra nell’industria farmaceutica (+12,7%), mentre il calo più marcato si rileva nell’industria chimica (-5,8%).

E.Romagna, quasi 100 mln per riqualificare edilizia scolastica

Quasi 100 milioni di euro per riqualificare le scuole dell’Emilia-Romagna. Il finanziamento (98,9 milioni) è stato concesso alla Regione Emilia-Romagna dalla Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito del programma di edilizia scolastica 2018-2020 ed è il frutto del protocollo di intesa con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur – che coordina il piano e monitorerà l’utilizzo dei fondi), il ministero dell’Economia e delle finanze (Mef), la Banca europea per gli investimenti (Bei) e la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa (Ceb).

Grazie a questo pacchetto di risorse potranno essere realizzati lavori di ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento sismico, efficientamento energetico su 106 edifici scolasti di proprietà degli enti locali, da Piacenza a Rimini,e in alcuni casi ricostruzione dell’edificio in sostituzione di quello già esistente.In particolare, nelle province si avranno 21 interventi a Bologna; 6 a Forlì-Cesena; 10 a Ferrara; 15 a Modena; 17 a Piacenza; 10 a Parma; 12 a Ravenna, 9 a Reggio Emilia e 6 a Rimini.

L’influenza inizia ad intensificarsi

La circolazione dei virus influenzali inizia ad intensificarsi e si avvicina l’inizio del periodo epidemico.

Nella settimana passata i contagi sono stati 177.000 portando a 887.000 il totale degli allettati da inizio stagione, ovvero molto vicino al milione di casi. A fare il punto è il bollettino Influnet, a cura del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità(Iss).

Secondo il Sistema di Sorveglianza Integrata dell’Influenza, nella settimana dal 2 all’8 dicembre 2019 l’incidenza totale è stata pari a 2,88 casi per mille assistiti e a esser colpiti sono stati soprattutto i bambini.

Nella fascia di età 0-4 anni, infatti, l’incidenza è pari a 6,64 casi per mille assistiti, il doppio rispetto agli adulti.

In Piemonte, Lombardia, La provincia autonoma di Trento, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Sicilia è stata superata la soglia epidemica.

Approvato il processo di impeachment

La commissione Giustizia della Camera statunitense ha approvato le accuse di abuso di potere e di intralcio alla giustizia contro il presidente Donald Trump nell’ambito del processo di impeachment.

Ora le due accuse saranno sottoposte al voto dell’intera Camera.

In caso di approvazione, Trump sarebbe messo formalmente in stato d’accusa e il procedimento si sposterebbe al Senato che dovrebbe decidere se rimuoverlo o meno dalla carica.

Trump diventa così il terzo presidente della storia – dopo i democratici Andrew Johnson e Bill Clinton ad essere inviato alla camera per il processo di impeachment.

 

Storica vittoria dei conservatori di Boris Johnson

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani

 

Larga vittoria dei conservatori guidati da Boris Johnson alle elezioni nel Regno Unito: il partito conquista un’ampia maggioranza alla Camera dei Comuni ottenendo 364 seggi, ben 66 in più rispetto alle elezioni del 2017. Sconfitta storica dei laburisti che di seggi ne perdono 42, fermandosi a 203. Dimezzata la rappresentanza dei liberaldemocratici, buona affermazione degli indipendentisti scozzesi, contrari alla Brexit.

Non elegge neanche un deputato il Brexit Party di Nigel Farage, che si trova nella paradossale situazione di chi sparisce dalla scena politica, ma vede realizzati i suoi obiettivi; va segnalato che il partito aveva attuato una sorta di desistenza non presentando candidati nei collegi sicuri dei Tory.

Il risultato generale è ovviamente una grande affermazione personale di Boris Johnson che con il suo stile diretto, la fiducia assoluta in sé stesso, la sua refrattarietà ai compromessi e alle lungaggini, ha conquistato il consenso degli elettori. La Gran Bretagna ha votato per la quarta volta in poco più di quattro anni, ma questa volta il risultato è chiaro e rappresenta soprattutto il via libera definitivo che Boris Johnson attendeva per attuare senza indugi la Brexit.

Il risultato è naturalmente prodotto dalle scelte degli elettori, ma non bisogna dimenticare che il sistema elettorale in vigore nel Regno Unito è un maggioritario puro, in cui in ognuno dei 360 collegi viene eletto il candidato che ottiene la maggioranza relativa dei consensi. Un modello che favorisce il primo partito (i conservatori hanno ottenuto il 43,6 % dei voti e circa il 55% dei seggi) e tutte le formazioni che hanno un forte radicamento in alcune aree del Paese; lo Scottish National Party con una percentuale generale del 3,4% ha ottenuto 48 seggi vincendo praticamente ovunque in Scozia, mentre i liberaldemocratici con il loro 11,5 % distribuito in numerosi collegi ottengono soltanto 11 deputati.

In ogni caso, il verdetto è chiaro; Johnson si accinge a riformare il partito per gestire il successo, realizzare la Brexit e affrontare cinque anni di governo. Jeremy Corbyn, rieletto alla Camera di Comuni in una giornata che ha fatto registrare il peggior risultato del partito dal 1935, ha annunciato che non guiderà i laburisti alle prossime elezioni, ma ha intenzione di restare in carica per gestire la riflessione postelettorale e la transizione con il rinnovamento dei vertici; Jo Swinson si è invece dimessa subito dalla guida del partito Liberal Democrats, dopo aver perso anche nel suo collegio di East Dunbartonshire, in Scozia.

L’uscita dal Regno Unito dall’Unione Europea in tempi rapidi è la conseguenza di portata storica che il voto sancisce, chiudendo definitivamente la porta alla stagione dei compromessi e dell’incertezza e alle speranze di chi proponeva un secondo referendum. La Brexit verrà attuata probabilmente entro il 31 gennaio e Donald Trump si è affrettato a congratularsi con Johnson, prospettando in tempo reale accordi proficui in campo commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Ursula von der Leyen si dichiara pronta a negoziare e chiede ai leader europei un mandato chiaro. Il terremoto annunciato da Boris Johnson per il Regno Unito avrà grandi ripercussioni sugli scenari globali.

Riapre l’Auditorium della Biblioteca nazionale centrale di Roma con il monologo di Luigi Sturzo

In occasione dell’inaugurazione dell’Auditorium della Biblioteca nazionale centrale di Roma, che riapre al pubblico dopo mesi di lavori di ristrutturazioni e migliorie, giovedì 19 dicembre alle ore 18:00, verrà offerto il monologo L’Appello ai Liberi e Forti di Luigi Sturzo, che si inserisce nell’ambito delle iniziative promosse per la celebrazione del centesimo anniversario della fondazione del Partito Popolare Italiano, con il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura.

«Non molto noto, eppure tanto intenso, è stato il rapporto che Luigi Sturzo ebbe con le biblioteche. – spiega Andrea De Pasquale, Direttore della Biblioteca nazionale centrale di Roma. – Egli fu infatti Direttore della Biblioteca del Seminario di Caltagirone tra il 1893 e il 1895 e il principale protagonista della ricostruzione della Biblioteca comunale distrutta da un incendio.»

Quella di Don Lugi Sturzo è una concreta idea di libertà che deriva dall’attenzione nei confronti dell’Altro. Solo un sostanziale interessamento proattivo agli sviluppi della società, vista come moltitudine perennemente accogliente e arricchita dalle individualità che la formano, garantisce l’altrui e la propria libertà. Questa idea di libertà è alla base dell’Appello ai Liberi e Forti che, la sera del 18 gennaio del 1919, dall’albergo Santa Chiara di Roma, veniva diffuso con l’annesso Programma in 12 punti a fondazione del Partito Popolare Italiano.

Il monologo teatrale ha avuto il suo debutto il 5 luglio scorso in prima nazionale al Festival dei Due Mondi di Spoleto ed è stato replicato a Bologna e a Siracusa con grande successo di pubblico e consensi. È un don Sturzo più intimo e privato, più immediato, anche nel linguaggio fruibile da un grande pubblico, con riflessioni personali e ricordi privati tratti dall’immensa mole dei suoi scritti.

La cornice questa sera è l’Auditorium completamente rinnovato della Biblioteca nazionale centrale di Roma: sono stati completamente ridefiniti gli usi degli spazi, rispettando alcuni tratti salienti del disegno originale. Sono stati ripensati il foyer, i percorsi del pubblico, il palcoscenico e la grande platea. Sono migliorate l’acustica, l’insonorizzazione e la climatizzazione, per i trecento spettatori che potranno comodamente usufruire dell’imponente spazio.

Il testo del monologo è stato curato e adattato da Francesco Failla, Direttore della Biblioteca e dell’Archivio Storico della Diocesi di Caltagirone; a interpretare don Luigi Sturzo è l’attore siracusano Sebastiano Lo Monaco; il regista è Salvo Bitonti, direttore dell’Accademia Albertina di Torino e le musiche originali sono state composte da Dario Arcidiacono, siracusano, da tempo trapiantato a Roma. L’Organizzazione generale della rappresentazione è a cura di Salvatore Aricò del Centro Internazionale Studi Sturzo.

Sul palco sono disposti gli originali scrivania, sedia, bastone, attaccapanni, busto, quadro e macchina da scrivere che arredavano le due stanze presso il Convento delle Canossiane a Roma in cui don Sturzo visse dal 1946 alla morte nel 1959, conservati presso l’Istituto Luigi Sturzo e per l’occasione prestati alla Biblioteca nazionale centrale di Roma.

 

Migranti: nel 2019 poco più di 11mila persone sbarcate sulle coste italiane.

Sono finora 11.097 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno, di cui 215 nei primi giorni di dicembre (il picco si è avuto il 4 dicembre con 121 migranti sbarcati). Rispetto agli anni scorsi, complessivamente si è registrata una diminuzione delle persone arrivate in Italia via mare del 52,01% sul 2018 (furono 23.122) e del 90,60% sul 2017 (118.019).

Degli oltre 11mila migranti sbarcati in Italia nel 2019, 2.654 sono di nazionalità tunisina (24%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Pakistan (1.180, 11%), Costa d’Avorio (1.135, 10%), Algeria (1.005, 9%), Iraq (871, 8%), Bangladesh (581, 5%), Sudan (444, 4%), Iran (434, 4%), Guinea (281, 3%) e Marocco (253, 2%), a cui si aggiungono 2.259 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Sono stati 1.583, invece, i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare.

Poesia, cibo dell’anima e della mente

Serbo un’intima gratitudine – che custodisco con gelosia e affetto – verso la scuola della mia adolescenza: ne conservo un ricordo sfocato e leggero dove, come in una magica e fiabesca rievocazione, trovano posto apprendimenti e personaggi e riaffiorano dettagli allora apparentemente insignificanti.

La rivisito con nostalgia e vi cerco spiegazioni e risposte al mio presente.
Trovo che fosse una scuola che sapeva affiancare la vita, senza forzature: svolgeva la sua parte, in genere con umiltà e in silenzio.

Non erano tutte rose e fiori, c’erano difficoltà, ingiustizie, discriminazioni: qualcuno l’ha poi ben evidenziato, scrivendo la sua lettera ad una professoressa e il sessantotto ha scoperchiato molte viltà ma le ‘vestali della classe media’, cioè gli insegnanti di quel tempo, erano le prime vittime della situazione dovendo vivere come i fedeli depositari di una cultura da tramandare in un mondo dove stavano emergendo con forza dei valori diversi: il successo, l’arrivismo, i lesti guadagni, la facilitazione, la stagione dei diritti, l’apertura al sociale, l’egualitarismo irriverente che ha poi partorito i mostri sacri della trasparenza e della privacy, mettendo di fatto le manette ai polsi delle relazioni personali e della comprensione tra la gente.

La scuola è stata forse in questi anni il contesto sociale più attraversato dalla massa d’urto del cambiamento ed è successo di tutto, un vero ribaltone generale: molti somari sono passati dai banchi direttamente alle cattedre, molti insegnamenti sono stati giudicati inutili e superflui, molti libri sostituiti dai giornali e dalla ‘cultura della realtà’, molti soloni hanno fatto a gara per stabilire più aggiornati paradigmi culturali fino alle recenti derive delle ‘tre i’ e dell’ondata delle nuove tecnologie, delle nuove educazioni e dei ‘progetti’.
Ripenso all’intuizione di Pascal che in una geniale definizione aveva spiegato la complementare compresenza nell’uomo della razionalità e del sentimento: “l’esprit de geometrie e l’esprit de finesse’.

Una sintesi somma e raffinata di secoli di cultura e un punto di partenza imprescindibile per conservare nell’uomo un equilibrio interiore, dosando con sapienza le ragioni dell’intelletto e quelle del cuore, suggestione che la pedagogia del post-moderno ha poi ribattezzato come “formazione integrale della persona umana”.
Eppure, come sempre accade nei corsi e ricorsi storici e senza farne un dramma (perché ci sono le andate ma poi ci sono anche i ritorni) mi pare che la deriva degli anni più recenti abbia fatto pendere solo uno dei due piatti della bilancia.

Guai se la scuola fosse solo luogo di apprendimenti strumentali, guai se dovesse esaurire il sapere da far apprendere ai ragazzi nel mero soddisfacimento dei bisogni sociali, se dovesse parlare ed esprimersi solo con il linguaggio delle nuove e più avanzate tecnologie.
Credo che stia accadendo invece questo: che la scuola abbia in parte perduto “il gusto” della conoscenza, il dovere della formazione critica, lo stimolo della riflessione, il piacere culturalmente provocante della digressione e del pensiero divergente, in una parola (paradossalmente, nonostante il proliferare di un numero insensato di progettini sciocchi e dal fiato corto) abbia mal gestito la sua naturale vocazione alla creatività.

Il sapere, anche quello trasmesso nella sua più idonea sede istituzionale – la scuola – appunto, non è mai duplicazione della realtà ma sua rielaborazione, il pensiero più alto e originale è anzi quello che dalla realtà e dai suoi condizionamenti palesi o occulti sa prendere le distanze: la cultura è applicazione ma anche e soprattutto “astrazione”.
Ora, mi pare che da molto tempo la scuola sia orfana dell’educazione sentimentale, una ‘piccola fiammiferaia’ che accende zolfanelli effimeri e dalla luce fioca.

Più che ingolfare le menti di dettagliati contenuti e addestrare a sempre più complesse abilità sarebbe forse primariamente utile stimolare la motivazione ad apprendere, la gioia di esprimere e confrontare opinioni, il piacere dell’espressione a volte, perché no, dissacrante e liberatoria, lo scandaglio dell’anima, l’avventura della fantasia, il gusto della scoperta immateriale, l’immaginazione, lo stupore e l’incanto del far parte di un pensiero universale.
“L’uomo dovrà sempre inventare, dobbiamo aiutarlo stimolando in lui la creatività e la curiosità, educarlo ad essere esploratore”: mi pare che questa breve riflessione di uno dei padri dell’intelligenza artificiale – il Prof. Mario Somalvico – ben si adatti anche a spiegare un più esteso ambito spirituale.

Penso alla poesia, espunta dalla cultura prevalente del mondo giovanile e soverchiata proprio dalle nuove tecnologie, sconfitta da internet, dalla Tv e dai loro disvalori, che trova ancora forse solo nella scuola diritto di cittadinanza e di senso.
Mi riferisco ovviamente alla poesia non come formula da mandare a memoria, mera concatenazione di versi e strofe, materia di studio, genere letterario più o meno ostico ai ragazzi di oggi: la penso invece come aspetto raffinato dell’espressività umana, completamento della dimensione antropologica, così come intuitivamente colto da Shelley, come parte della storia e, quindi, della vita.

Rifletto spesso sulle straordinarie potenzialità culturali dello studio della poesia sia come fonte di conoscenza delle vicende umane, sia come apprezzamento della sua ineguagliabile capacità di rappresentare la gamma estesa e infinita dei sentimenti, sia – infine – come forma emotivamente liberatoria delle personali capacità comunicative di ciascuno.
La penso come slancio vitale.
Ma se l’educazione sentimentale sta diventando la piccola fiammiferaia della formazione scolastica in senso stretto, la poesia è cenerentola nella scuola e nella vita.
Deve far posto ai nuovi saperi e alle mille esigenze che allontanano l’uomo di oggi dalla riflessione e dalla contemplazione: maiora premunt, ci sono cose più importanti, appunto.
Ripenso spesso ad una suggestiva metafora, appresa negli anni della mia esperienza professionale, di cui sono grato all’autore – il Prof. Luigi Lombardi Vallauri – per la sua illuminante e originale prospettiva didattica, cui mi sono sovente, timidamente ispirato.
Mi riferisco all’allegoria della scuola come “astronave di assorti”: un luogo dove insegnanti ed allievi sono idealmente uniti nell’impegno della meditazione intesa come riflessione sulla vita e sul mondo, non per legare gli apprendimenti alla considerazione della mera, contingente realtà ma per liberare il pensiero e la fantasia in quanto spunto di trascendenza dalle cose.

Nulla di più sideralmente lontano, nella creatività dell’intuizione e nell’oggetto di studio di quel cenacolo pedagogico, dagli odierni rituali delle tavole rotonde e dei lavori di gruppo.
Due impostazioni assolutamente non omologabili tra loro: avvincente e creativa l’una, logorante e logorroica l’altra.
Quando ripenso a questa suggestiva idea mi viene in mente la trama del film “L’attimo fuggente” di Peter Weir, magistralmente interpretato da Robin Williams nei panni del professor Keating.

Utilizzare la meditazione come occasione di formazione e di crescita significa davvero valorizzare tutte le capacità formative della scuola, sancire un patto etico tra docenti e alunni, condividere l’avventura dell’esplorazione dell’anima.
Credo che la poesia – non quella ‘dell’orecchio’ ma della mente e del cuore – conservi ancora la sua straordinaria potenzialità di affinamento della sensibilità umana e di formazione dell’intelligenza e del carattere, e resti alla fin fine, insieme alla musica, la modalità espressiva più ricca, intima e coinvolgente.
“Il potente spettacolo continua e tu puoi contribuire con un verso. Quale sarà il tuo verso?”.

Al via la Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera

La Casa delle Tecnologie Emergenti ha l’obiettivo di supportare progetti di ricerca e sperimentazione, sostenere la creazione di startup e il trasferimento tecnologico verso le PMI, nell’ambito dei programmi su Blockchain, IoT e Intelligenza Artificiale. Avrà al suo interno diversi laboratori di innovazione: uno dedicato al settore audiovisivo, all’extended reality e alle tecnologie per le riprese 3D, un altro dedicato alla blockchain e alla quantum key distribuition, uno alla robotica avanzata per lo sviluppo di strumenti e sistemi basati sull’Internet delle Cose, un altro ancora alle applicazioni del 5G.

Un ulteriore progetto innovativo sarà quello del “Gemello Digitale”, ideato dal CNR, che svilupperà una copia virtuale di processi o servizi reali sui quali effettuare dei test per prevenire errori e migliorare le funzionalità in virtù dei dati raccolti dai sensori. Questi laboratori, con le loro rispettive attività di servizio, saranno messi a disposizioni di startup, sviluppatori e PMI interessate a sviluppare prodotti e servizi innovativi.

 

Natale, gli italiani spendono più dei tedeschi

La spesa di Natale degli italiani per feste è stimata quest’ano complessivamente pari a 549 euro a famiglia su valori superiori del 19% a quanto si spende in media in Europa e ben al di sopra di quella dei tedeschi fermi a 487 euro. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui consumi di Natale, sulla base della Xmas Survey della Deloitte. La forbice rispetto all’Unione Europea peraltro si allarga con gli italiani che – sottolinea la Coldiretti – prevedono di incrementare le spese dell’1,2% mentre l’aumento in Europa è stimato pari ad appena l’1%.

Gli italiani con 140 euro a famiglia – sottolinea la Coldiretti – spendono ben il 21% in più dei tedeschi a tavola ma spendono di più anche in viaggi e divertimenti mentre non emergono grandi differenze nel budget per i regali. La spesa degli italiani per i cibi delle feste di fine 2019 – sottolinea la Coldiretti – è superiore del 7% ai 131 euro a famiglia stanziati in media in Europa a conferma della maggiore attenzione dei cittadini del Belpaese alla convivialità a tavola che trova proprio nel Natale la sua massima espressione.

Non a caso un trend che si sta affermando – afferma la Coldiretti – è la preferenza accordata all’acquisto di prodotti Made in Italy, spesso legati al territorio, anche per aiutare l’economia nazionale e garantire maggiori opportunità di lavoro a sostegno della ripresa. Accanto ai tradizionali luoghi di acquisto dei cibi delle feste un crescente successo viene così rilevato per i mercati degli agricoltori di Campagna Amica che per le festività si moltiplicano nelle città e nei luoghi di villeggiatura dove spesso – conclude la Coldiretti – si realizzano anche show cooking degli agrichef per aiutare la riscoperta delle ricette natalizie del passato.

Che cos’è l’angioplastica coronarica?

L’Angioplastica Coronarica  è una metodica che consente, senza un vero e proprio intervento chirurgico, di dilatare le arterie che diffondono il sangue alle strutture cardiache nel caso che queste arterie siano totalmente o parzialmente occluse dalle placche aterosclerotiche.

Scopo della angioplastica coronarica è di ripristinare in una determinata regione del muscolo cardiaco un adeguato flusso sanguigno evitando la comparsa degli eventi clinici che caratterizzano l’ischemia miocardica (angina da sforzo e/o a riposo, infarto miocardico).

I tipici sintomi e segni associati al fenomeno delle coronarie ostruite consistono in:

Dolore al petto o senso di pressione al petto;
Dolore che, dal petto, può irradiarsi alla schiena, al braccio, alla spalla, al collo, alla mandibola e/o allo stomaco;
Dispnea, cioè mancanza di respiro;
Nausea con o senza vomito;
Limitazione delle abilità fisiche. Per esempio, il paziente avverte stanchezza dopo qualsiasi sforzo, anche se minimo;
Sudorazione profusa;
Vertigini;
Senso d’ansia.

Lo stile di vita che deve seguire  chi soffre di coronarie ostruite prevede: l’adozione di una dieta sana e bilanciata, l’abolizione del fumo e di qualsiasi tipo di stupefacente, un consumo minimo di alcolici, il raggiungimento e il mantenimento di uno stato di normopeso, il controllo della pressione arteriosa e del colesterolo e, infine e la pratica regolare di una giusta e misurata attività fisica.

Il dialogo dei Popolari, contro l’incantesimo del mugugno.

Non siamo più all’amarcord, si assiste piuttosto a una lenta e positiva maturazione. Sul ritorno al “partito cattolico” fioccano le opinioni contrarie, a dimostrazione che l’insegnamento di Sturzo De Gasperi e Moro ha lasciato un segno indelebile nel pensare e nel vivere laicamente l’azione politica. Ci si ostina semmai a ipotizzare la resurrezione della Dc, partito di progresso e ponderatezza, quasi fosse possibile riavvolgere il filo del tempo nel quale la diaspora dei cattolici ha dispiegato gli effetti più marcati. Perciò, a dispetto degli oltranzisti, appare meno ingenua e pretenziosa la volontà di reagire alla dissipazione di un patrimonio che mostra la forza di crescere su se stesso, tanto da effondere i suoi algoritmi di esperienza nell’atmosfera della vita pubblica. Morta la Dc, non cessa di esistere la cellula madre del suo organismo storico, vale a dire la cellula riproduttiva di un sano realismo innovatore.

Finora, con il disfacimento della Prima repubblica, è valsa la logica delle minoranze contrapposte e quindi la fantasia del loro diritto a resistere all’inclemenza della sorte, per rivendicare le ragioni di chi ha avuto ragione nel lungo e duro confronto della guerra fredda tra Occidente e Unione Sovietica. È capitato in Italia che al crollo del comunismo sia subentrato il turbine della cancellazione di ogni esame di coscienza collettivo, sebbene fosse necessario. L’anima cristiana della nazione ha mutato l’appello alla clemenza dei vincitori in alibi per un “cambiamento di regime” dai tratti ambigui. Si è imposto il rigurgito del trasformismo con l’inaugurazione di un modello di democrazia maggioritaria che in nome della contendibilità del potere ha sdoganato la disordinata personalizzazione della lotta politica. 

Oggi si avverte la fragilità di uno schema che in pratica è servito a relegare a bordo campo la presenza organizzata dei cristiani, spinti con benevola tracotanza nell’universo fluttuante della società civile. Il mondo del volontariato e dell’assistenza ha conosciuto il largo presidio di un nuovo prototipo di militante. A prescindere dal colore delle giunte, l’assessore ai servizi sociali è divenuto nel corso degli ultimi venticinque anni una figura pressoché identificabile con la specializzazione del quadro dirigente cattolico. Qualche Cardinale ha tratto perciò la conclusione che la Chiesa dovesse premunirsi di nuovi strumenti d’intervento, senza più deleghe al laicato e quindi senza più intermediazioni superflue. I popolari hanno resistito a modo loro, non riuscendo a difendere fino in fondo l’autonomia della propria rappresentanza. Con ciò, tuttavia, non è venuta meno la qualità del personale cattolico, forte dell’appartenenza a quel mondo riccamente motivato, che una volta la Dc interpretava come il cemento ideale della sua prolungata e non effimera funzione di governo.

La novità è che al termine di questo ciclo l’invito alla ricomposizione dell’area del cattolicesimo democratico e popolare, in fondo con l’obiettivo di restituire dignità e consistenza alla politica di centro, non proviene tanto o solo dagli “esuli pensieri” dei sopravvissuti. Si muove infatti un qualcosa di più profondo, nella società e nelle istituzioni, qualcosa che denuncia un vuoto, una mancanza, un’insufficienza; qualcosa che incarna al tempo stesso, come principio ordinatore, un’esigenza e una speranza. E si muove appunto a reclamare una correzione strutturale dell’assetto politico, perché il Paese non regge – gli indicatori del debito pubblico e del blocco di produttività lo attestano ampiamente – se perdura uno squilibrio di rappresentanza e di ruolo, dopo l’abbandono del felice connubio tra laici e cattolici risalente alla magistrale operazione degasperiana del secondo dopoguerra.

Bisogna fare leva sulla ritrovata partecipazione popolare, con le oneste “sardine” in prima linea, che si oppone all’ondata sovranista, anti europea e xenofoba. Questo è il pericolo maggiore, la vera causa di un’emergenza democratica, corrosiva delle basi di civile convivenza, da cui è nata per reazione la svolta di governo dell’estate scorsa. Contro la Lega non vale la pretesa di un’unica risposta in capo alla sinistra: anzi, lo spettro dell’elettorato intermedio accoglie un’istanza anti sovranista, autonoma e diversa, per certi versi più complessa e potenzialmente più efficace. Qui risiede, in fin dei conti, l’auspicabile dialogo di tutti i democratici di matrice popolare, aperto alla collaborazione con i riformisti di altra formazione culturale, senza perciò che l’originaria ispirazione cristiana assuma il carattere di riserva integralista a detrimento di una sana  politica delle alleanze. 

Si vince, questa scommessa? La cautela è d’obbligo, il rischio fallimento incombe sempre. Ciò non toglie che sia da prendere sul serio e messo a fondamento di una grande iniziativa politica, con un tratto di sapiente generosità e innovazione, il desiderio non più marginale nella vita democratica italiana di rompere l’incantesimo del mugugno  a cui ha ceduto da troppo tempo una parte della pubblica opinione, rinunciando persino ad esprimersi nelle competizioni elettorali. Occorre riattivare il flusso della fiducia in un Paese infiacchito dalla dialettica del rancore e della perenne incomprensione degli uni contro gli altri, per non essere dunque subalterni alle nostre inadempienze.

 

[L’articolo è stato scritto per il foglio ufficiale dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani – www.democraticicristiani.com]

 

Regno Unito si aprono le urne

Oggi è il grande giorno della democrazia inglese.

Elezioni che rappresenteranno uno spartiacque tra i sostenitori della Brexit e coloro che vogliono un nuovo referendum.

I sondaggi danno in vantaggio il premier uscente, il conservatore Boris Johnson, accreditato di un 43% dei consensi. Tuttavia, risultano in ascesa le simpatie per il leader laburista, Jeremy Corbyn, sinora fermo al 33%.

Secondo diversi analisti politici, la sorte dell’Isola si risolverà in una sessantina di costituencies, nelle quali la differenza di voti è abbastanza risicata da far pendere la bilancia per uno o per l’altro partito.

Infatti il sistema elettorale britannico è molto particolare e produce spesso risultati bizzarri. Si chiama “first past the post”, che significa in sostanza “il primo prende tutto”. È un sistema maggioritario a collegio uninominale. Significa che in ogni collegio viene eletto il candidato che prende anche un solo voto più del secondo. Per questa ragione, partiti come i LibDem, che prendono pochi voti ma distribuiti in tutto il paese, non sono molto rappresentati, mentre lo scozzese SNP, che prende in percentuale meno della metà dei voti dei LibDem, ma tutti concentrati in Scozia, risulta quasi sempre il terzo partito più grande del parlamento (anche se è solo il quarto o il quinto in termini assoluti).

Dunque con tale sistema diventano due gli scenari possibili. Una vittoria dei conservatori di Boris Johnson, che innescherà  il completamento della Brexit oppure, un nuovo “hung parliament”, ossia un parlamento bloccato, a causa di una rimonta di Corbyn nei seggi decisivi. A quel punto, l’unica soluzione per uscire dal pantano della Brexit, sarebbe un secondo referendum.

Non ci resta che aspettare le 22, ora inglese, di questa sera

 

Commercio: Istat, nel terzo trimestre 2019 bene le esportazioni delle Regioni del Nord e del Mezzogiorno.

Nel terzo trimestre 2019 si stima una crescita congiunturale delle esportazioni per il Nord-ovest (+1,3%), il Nord-est (+1,0%) e per il Sud e Isole (+1,5%), mentre si registra un’ampia diminuzione per il Centro (-4,2%).

Nel periodo gennaio-settembre 2019, la crescita tendenziale cumulata dell’export mostra notevoli differenziazioni territoriali: resta sostenuta per il Centro (+15,2%), più contenuta per il Nord-est (+1,9%), in lieve flessione per il Nord-ovest (-0,9%) e in netto calo per il Mezzogiorno (-2,8%), a seguito di una marcata flessione per le Isole (-11,1%), parzialmente compensata dalla crescita del Sud (+1,4%).

Nei primi nove mesi dell’anno, tra le regioni più dinamiche all’export su base annua, si segnalano Lazio (+21,4%), Toscana (+17,1%), Puglia (+9,0%), Campania (+7,9%) ed Emilia-Romagna (+4,8%). Diversamente, si registrano ampi segnali negativi per Calabria (-22,0%), Basilicata (-19,4%) e Sicilia (-15,8%).

Nei primi nove mesi del 2019, le vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici dal Lazio e dalla Lombardia, e le vendite di articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili e di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti dalla Toscana contribuiscono alla crescita tendenziale dell’export nazionale per 2,1 punti percentuali.

Nel periodo gennaio-settembre 2019, un impulso positivo alla crescita su base annua dell’export nazionale proviene dalle vendite della Toscana verso la Svizzera (+118,4%), del Lazio e della Lombardia verso gli Stati Uniti (+92,0% e +17,6% rispettivamente) e dell’Emilia Romagna verso il Giappone (+89,1%).

Nell’analisi provinciale dell’export, si segnalano le performance positive di Firenze, Latina, Arezzo, Milano, Bologna, Roma e Frosinone.

Milano diventa monopattino free

Monopattini, segway, hoverboard e monoruote elettrici potranno circolare liberamente. Con la posa di 130 cartelli lungo la cintura esterna della città, parte la sperimentazione che proseguirà fino luglio 2021, come previsto dalle linee guida del Ministero dei Trasporti lo scorso giugno.

Il Comune spiega che i cartelli indicano le strade sulle quali possono o non possono muoversi i micro veicoli elettrici. La circolazione è consentita nelle aree pedonali purché la velocità del mezzo non superi i 6 chilometri orari e, ma solo per monopattini e segway, su piste e percorsi ciclabili, ciclopedonali e nelle Zone 30 con il limite di velocità di 20 chilometri orari.

Il Comune ricorda il rispetto delle regole anche per quanto riguarda la sosta, permessa negli stalli dedicati alle biciclette oppure al lato della strada.

In questi giorni, inoltre, sono state anche selezionate tre società che potranno effettuare lo sharing della micromobilità a Milano, ciascuna avrà in dotazione una flotta di 750 monopattini per un totale di 2.250 dispositivi presenti in città e una volta ultimate le pratiche con l’amministrazione potrà iniziare a fornire il servizio di sharing.

Campidoglio: al via gli appuntamenti per le Feste nei Musei

Al via con l’undicesima edizione di sabato 14 dicembre di MUSEI IN MUSICA gli appuntamenti delle Feste di Roma Capitale negli spazi dei Musei Civici e negli altri spazi culturali della città. Il consueto appuntamento di dicembre con la manifestazione culturale promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzata da Zètema Progetto Cultura, sarà così il primo appuntamento del NATALE CON LA MIC, il ricco programma delle Feste di eventi, attività didattiche, aperture straordinarie e laboratori pensato per i cittadini e per i turisti fino al 6 gennaio 2020.

Un’opportunità per i visitatori per ammirare le collezioni e le mostre presenti negli spazi appartenenti al Sistema Musei Civici gratuitamente presentando la propria Mic Card o acquistando il biglietto d’ingresso di 1 euro, ad eccezione dei musei ad ingresso libero per tutti e della mostra Canova. Eterna bellezza che seguirà la bigliettazione ordinaria con riduzione per i possessori della MIC Card.

I visitatori potranno scegliere inoltre tra numerosi altri spazi espositivi e culturali gratuiti della città come il Macro Asilo, lo spazio WeGil, l’Accademia Nazionale di San Luca, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il Museo archeologico e Museo Aristaios dell’Auditorium Parco della Musica, lo spazio espositivo Tritone della Fondazione Sorgente Group, Vigamus – Museo del Videogioco, il Polo museale de La Sapienza Università di Roma e i musei dello Stato Maggiore della Difesa.

Avranno accesso libero ad alcune delle più importanti istituzioni culturali straniere come Casa Argentina, la Real Academia de España, l’Accademia di Francia (con contributo volontario all’ingresso), il Forum austriaco di cultura e l’Istituto svizzero o potranno scegliere di usufruire della bigliettazione speciale offerta da Palazzo Bonaparte, Palazzo delle Esposizioni o dal Museo Ebraico di Roma.

Sarà una notte alla ricerca della bellezza tra le opere d’arte e una lunga lista di concerti e spettacoli dal vivo diffusi nella città. Con circa 115 artisti nazionali e internazionali, 13 tra bande, ensemble, cori e orchestre e 17 associazioni culturali selezionate con l’avviso pubblico “Musei in Musica 2019” diffuso da Zètema Progetto Cultura, l’edizione di quest’anno accompagnerà i visitatori lungo un percorso musicale che toccherà tutti i generi – dal jazz al rock, dalla classica all’elettronica – e tutte le tradizioni popolari del mondo, mescolandosi con le arti performative, la poesia e le lezioni d’arte.

L’appuntamento per tutti sarà sulla Piazza del Campidoglio dove, alle ore 19.00, si partirà ufficialmente con l’undicesima edizione della manifestazione inaugurata dal concerto della Banda musicale del corpo di Polizia locale di Roma Capitale.

Si proseguirà poi fino al 6 gennaio 2020 con il programma di NATALE CON LA MIC. Tra le iniziative L’Ara com’era, per il periodo festivo, dal 20 al 30 dicembre – ad eccezione del 24 e del 25 dicembre – rimarrà aperta tutte le sere dalle 19.30 alle 23.00 (ultimo ingresso alle 22.00). Attraverso una visita immersiva e multisensoriale, tra realtà aumentata e virtuale e ricostruzioni 3D, si potrà rivivere la storia dell’altare monumentale dell’Ara Pacis voluto da Augusto per celebrare la pace da lui imposta su uno dei più vasti imperi mai esistiti. Ingresso intero 12 € – ridotto 10 €.

Gratuitamente con la MIC Card o con ingresso ad 1 euro, anche i fine settimana di fine dicembre saranno arricchiti dai concerti della manifestazione l weekend della MIC. La musica proseguirà sabato 21 dicembre ai Musei Capitolini con un concerto a cura di Roma Tre Orchestra. Si continua domenica 22 dicembre, sempre ai Musei Capitolini, con il Concerto di Natale eseguito dal Coro delle Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma. Venerdì 27 dicembre al Museo di Roma Palazzo Braschi concerto La Vienna ai tempi di Canovaa cura di Roma Tre Orchestra Ensemble. Sabato 28 dicembre ai Musei Capitolini concerto Gospel Night in collaborazione con Fondazione Musica per Roma.

Nel periodo natalizio proseguiranno anche gli appuntamenti con i concerti gratuiti a cura di Roma Tre Orchestra: Le suite per violoncello solo di Johann Sebastian Bach, alla viola in programma sabato 14 dicembre alle 16.00 al Museo Barracco; Il pianoforte da Bach a Debussy previsto per sabato 21 dicembre alle 16.00 al Museo Napoleonico; Il pianoforte a quattro mani: Fantasie e Visioni, domenica 22 dicembre alle 11.00 al Museo Carlo Bilotti; Intorno all’ultimo Beethoven, parte prima, in programma sabato 28 dicembre alle ore 16.00 al Museo Napoleonico; Solisti emergenti: Ivos Margoni e Giulia Loperfido, domenica 29 dicembre alle 11.00 al Museo Carlo Bilotti.

Le festività nei Musei Civici non saranno solo all’insegna della musica: sono in programma le visite e i laboratori di Musei in giocodedicati a bambini e ragazzi e si potrà usufruire, nel Museo Civico di Zoologia, degli spettacoli dal vivo a tematica astronomica di Open Star a cura degli astronomi del Planetario e alle attività di “scienza divertente”.

Per tutto il periodo natalizio i Musei Civici rimarranno aperti ad eccezione del 25 dicembre. L’orario d’apertura del 24 e del 31 dicembre sarà dalle 9.30 alle 14 mentre il 1° gennaio, per la Festa di Roma, saranno eccezionalmente aperti dalle 14 alle 20, i Musei Capitolini, i Mercati di Traiano, il Museo dell’Ara Pacis e il Museo di Roma Palazzo Braschi. Il biglietto di ingresso sarà a tariffazione ordinaria, gratuito per i possessori di MIC Card.

Domenica5 gennaio 2020, per la prima domenica del mese, ingresso gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana in tutti i Musei e per le mostre in programma, tranne le mostre C’era una voltaSergio Leone, in corso al Museo dell’Ara Pacis, e Canova. Eterna bellezza in corso al Museo di Roma Palazzo Braschi. Sarà inoltre aperto al pubblico gratuitamente il percorso di visita nell’area dei Fori Imperiali dalle ore 8.30 alle 16.30, con l’ultimo ingresso alle 15.30.

Infine la mostra Canova. Eterna bellezza in corso al Museo di Roma Palazzo Braschi, alle aperture straordinarie serali di sabato e domenica (ore 19-22) vedrà aggiungersi anche quelle di giovedì 26, venerdì 27 dicembre e lunedì 6 gennaio.

Le proprietà del Ribes nigrum

Il ribes nero è una di quelle piante di cui s’impiegano varie parti  e quindi si hanno diverse attività terapeutiche.

Il suo uso più comune è quello sotto forma di gemmoderivato o macerato glicerinato

Viene utilizzato in fitoterapia e gemmoterapia per stimolare le ghiandole surrenali a produrre cortisolo, un cortisone endogeno che aiuta l’organismo a reagire alle infiammazioni. Utilizzato anche per malattie cutanee (eczema e psoriasi). Il cortisolo genera una reazione essenziale ad ogni tipo di stress o lesione. Stimola la conversione di proteine in energia ed elimina le infiammazioni, inibisce inoltre temporaneamente l’azione del sistema immunitario.

Le foglie, i cui componenti principali sono triterpeni e un complesso di polifenoli, hanno proprietà
 depurative e diuretiche, vengono utilizzate in fitoterapia sotto forma di infusi e tinture madri per favorire l’eliminazione dell’urea e dell’acido urico, ridurre i livelli di colesterolo nel sangue, stabilizzare le membrane cellulari e drenare l’organismo.

Anche frutti, ricchi di acido citrico, acido malico, vitamina C, oligoelementi, acidi polinsaturi, flavonoidi e antociani, si rivelano utili per la loro azione astringente, vasoprotettore-capillarotropo, protettore della retina e rinfrescante. Sono quindi indicati, sotto forma di succo o infuso, per fragilità capillare e couperose.

E’ possibile un accordo di ampio respiro per tirare l’italia fuori dalla palude?

Non sono un economista, ma il quadro che alcuni esperti offrono è, a mio parere, del tutto convincente: l’Italia necessita di un intervento di politica economica di ampio respiro e di impegno di lunga durata.

Non basta quindi una normale azione di governo di breve durata. Se non ho capito male, qui necessita una scelta di politica economica di così ampio respiro da impegnare le volontà e le forze per più legislature. E, se si paventano giustamente in questa prospettiva serie pericoli di sommovimenti sociali che potrebbero porre in pericolo la nostra democrazia e la pacifica convivenza del Paese, è necessaria una forte iniziativa che impegni ogni forza politica.

È necessario cioè un coinvolgimento di tutte le rappresentanze parlamentari, di maggioranza e di opposizione, perché concordino una piattaforma di politica economica sulla base delle poche comuni visioni sulle attuali necessità socio-politiche del Paese. E questo, al di là di ogni diatriba sulle responsabilità storiche su tale situazione, che a ben vedere possono essere individuate in taluni errori largamente condivisi nel passato da pressoché tutte le parti politiche e sociali.

Agli storici libero campo per gli studi futuri, agli attuali politici la responsabilità di un impegno e quindi di un lungo e largo sostegno che mi sembra indifferibile. Ma vi sono oggi tra i partiti di maggioranza e tra quelli di opposizione, nessuno escluso, statisti e non politici improvvisati, capaci di assumersi tali responsabilità? E siamo già noi stessi, cattolici democratici, sociali popolari e liberali, che dir si voglia, tali da assumerci fin nelle basi culturali, la responsabilità di condividere un tale invito al consenso?

Questo mi sembra l’oggetto di oggi.

Sempre più rifiuti urbani da gestire

Dopo sei anni di decrescita, sotto 30 milioni di tonnellate,  la produzione nazionale dei
rifiuti urbani torna a superare tale cifra e si attesta a quasi 30,2 con un aumento del 2% rispetto all’anno precedente. La crescita è ancora maggiore se si guarda al dato pro capite: +2,2%, che in termini di quantità è pari a poco meno di 500 chilogrammi per abitante.

I valori più alti di produzione pro capite si osservano per il Centro, con 548 chilogrammi per
abitante, con un aumento di oltre 10 kg . Il valore medio del nord Italia si attesta a circa ai 517 chilogrammi per abitante,mente il Sud si attesta a 449 chilogrammi per abitante,

Sono 7 le regioni italiane che superano l’obiettivo del 65% di differenziata fissato, al 2012, dalla normativa: Veneto (73,8%), Trentino Alto Adige (72,5%), Lombardia (70,7%), Marche (68,6%), Emilia Romagna (67,3%), Sardegna (67%) e Friuli Venezia Giulia (66,6%).

Percentuali ancora più alte di differenziata si registrano a livello provinciale: a Treviso, che si attesta all’87,3%, seguita da Mantova (87,2%), Belluno (83,4%) e Pordenone (81,6%).
Significativa la crescita in Sicilia di Siracusa: quasi 11 punti in più di differenziata (dal 15,3% del 2017 al 26,2% del 2018) e Messina (dal 20,8% del 2017 al 28,7%). In Calabria cresce Crotone (27,3%, a fronte del 22,9% del 2017)

Confermato anche per il 2018 quanto l’Ispra va osservando da alcuni anni sul “Pay-As-You-Throw”, il sistema di tariffazione puntuale applicato dai diversi comuni italiani.

Grazie ad uno studio condotto su un campione di 593 comuni, con una popolazione di 4 milioni di abitanti, si osserva che il costo totale medio pro-capite a carico del cittadino è inferiore rispetto ai comuni a Tari normalizzata. Il dato medio nazionale del Pay-As-You-Throw si attesta a 157,79 euro/abitante per anno.

A Trento, unica città capoluogo di regione del campione ad adottare il sistema di tariffazione puntuale fa registrare, per l’anno 2018, uno dei costi pro capite più bassi, attestandosi a 153,67 euro/abitante per anno, con un livello di raccolta differenziata pari al 81,5%”.

Sammezzano tra i 14 monumenti più a rischio d’Europa

La federazione pan-europea per il patrimonio culturale – ha  notificato l’inserimento del Casello di Sammezzano nella lista dei 14 siti europei più in pericolo.  La lista è stata istituita nell’ambito della 5° edizione del “ 7 Most Endangered”, programma comunitario che ha l’obiettivo di individuare i siti culturali più in pericolo presenti sul territorio europeo e mobilitare, per 7 di essi, soggetti pubblici e privati affinché ne venga promosso il recupero.

Gli altri siti inseriti nella lista sono: National Theatre of Albania (Albania), Karas – Traditional Wine Vessels (Armenia), Khoranashat Monastery (Armenia), Castle Jezeří (Repubblica Ceca), Tapiola Swimming Hall (Finlandia), Parco Archeologico di Sibari (Italia), Ivicke House, Wassenaar (Olanda), Y-block – Government Quarter (Norvegia) Szombierki Power Plant (Polonia), Belgrade Fortress and its surrounding (Serbia), Plečnik Stadium (Slovenia), Cuatro Caminos Metro Depot (Spagna), Egyptian Halls (Regno Unito).

 

La candidatura di Sammezzano ha ottenuto il supporto ufficiale del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Toscana, del Comune di Reggello, del Comitato Ferdinando Panciatichi Ximenes D’Aragona e della Kairos Srl, creditore procedente della procedura fallimentare che fino a pochi giorni fa aveva per oggetto Sammezzano.  Da metà novembre la Sammezzano Castle Srl, società proprietaria del Castello di Sammezzano, è infatti uscita dal fallimento, riottenendo la disponibilità sostanziale del bene.

Nonostante  sia il più importante esempio di architettura eclettica della nostra nazione, da molti considerato addirittura il castello più bello d’Italia, e sia da tempo oggetto di una campagna di sensibilizzazione che lo ha portato ad essere uno dei monumenti nostrani più amati e discussi di sempre, Sammezzano permane in stato di degrado e inutilizzo da quasi un trentennio, con un conseguente peggioramento della sua già drammatica situazione strutturale.

Con la sua riconferma tra i luoghi più in pericolo d’Europa, viene mandato un messaggio forte e chiaro: Sammezzano è internazionalmente riconosciuto come un sito culturale dall’elevatissima importanza storico-monumentale, e va quindi fatto il possibile per fermare lo stato di decadimento in cui versa.

A marzo 2020 si saprà se Sammezzano verrà incluso anche tra i 7 luoghi finalisti che parteciperanno al programma completo, che prevede l’organizzazione di “missioni di salvataggio” in loco, a seguito delle quali gli esperti multidisciplinari di Europa Nostra  elaboreranno dei report comprendenti idee e raccomandazioni per il recupero di ciascun sito.

 

Lombardia, nuova legge sulla rigenerazione urbana e territoriale

Approvata dal Consiglio regionale, la legge, si compone di 13 articoli e affronta in modo sistemico il grave problema dei centri abitati degradati, oltre che degli edifici agricoli e rurali abbandonati, ponendo i presupposti per tentare di risolvere anche questioni di carattere sociale.

L’obiettivo, risanare singole case o porzioni di quartieri, realizzando iniziative di rigenerazione con ricadute positive su abitabilità e attrattività dei centri abitati (anche in termini turistici e non solo urbanistici), nonché sul piano della sicurezza e della vivibilità urbana.

A tal fine, la legge regionale incoraggia la trasformazione di aree con spazi verdi, servizi e infrastrutture. I progetti dovranno rientrare nelle previsioni dei piani territoriali, rispettando la già operante legge sul consumo del suolo. E dovranno essere in armonia con la carta di consumo del suolo che i Comuni dovranno realizzare, una sorta di censimento degli immobili abbandonati o dismessi da aggiornare annualmente.

Tra gli incentivi, previsti uno sconto fino al 60% sugli oneri di urbanizzazione e la possibilità di incrementi delle volumetrie fino al 20%, a fronte di tutta una serie di prescrizioni che comporteranno, in sostanza, il miglioramento delle condizioni degli edifici innanzitutto dal punto di vista energetico e della sicurezza.

Il gesso del futuro

Un team di Chicago, ha sviluppato un gesso per  l’avambraccio capace di rendere il periodo di guarigione dei pazienti che hanno subito una frattura meno invalidante.

Il loro gesso ortopedico appare come un semplice bracciale a rete. La conformazione a maglie larghe e il materiale di cui è costituito, la resina, permette al bracciale rivoluzionario di distinguersi dal gesso tradizionale e da altre soluzioni alternative sviluppate di recente.

L’utilizzo della resina offre vantaggi rispetto al gesso classico, poiché è traspirante (così si evitano irritazione delle pelle e cattivi odori) e impermeabile (ci si può fare il bagno!). L’idea degli sviluppatori è usarlo su larga scala sfruttando i suoi vantaggi – peso piuma incluso – magari inserendolo nei kit di primo soccorso.

Nota sul PD di Zingaretti

Ieri Zingaretti ha comunicato la nomina di Michele Meta, ex parlamentare di Roma, a capo della sua segreteria politica. In parallelo, dopo l’uscita di Landini, ha inteso esprimere l’adesione del Pd alla proposta di un nuovo patto per il lavoro lanciato dal leader della Cgil. Due atti differenti e apparentemente scollegati – l’uno ha una valenza tutta interna, l’altro incide sulla scena politica generale – tracciano le coordinate dell’ultimo aggiustamento di linea del Pd. In qualche modo vanno letti insieme, per decifrare le vere mosse del partito che doveva essere, secondo le speranze o le ambizioni dei fondatori, il grande coagulo del riformismo plurale, associando il contributo laico socialista a quello cattolico democratico.

Sul primo aspetto, sembra innanzi tutto consolidarsi la tendenza a fare dei rapporti con la Cgil il perno della “politica sindacale” del Nazareno. Nell’intervista a “Repubblica”, si può notare come Landini abbia messo da parte l’appello all’unità sindacale. Ne aveva fatto il cavallo di battaglia appena eletto alla guida della Cgil, tanto da suscitare l’improvvisa e finanche entusiastica  approvazione di Annamaria Furlan. Poteva essere un elemento di rimobilitazione degli iscritti delle storiche sigle sindacali (Cgil-Cisl-Uil) in chiave di superamento di vecchi schemi, ma non se ne ha più traccia.

Landini, per giunta, inserisce nel suo colloquio con l’autorevole quotidiano romano la richiesta di abolizione del job act. Questo punto, in effetti, è molto delicato. Mentre appare ragionevole sollecitare alcune correzioni o integrazioni alla legge varata dal governo Renzi, ben sapendo che la sua debolezza sta principalmente nella mancanza di risorse collegate all’accompagnamento del disoccupato nella transizione da un lavoro all’altro, non è convincente mettere sul tavolo la pura cancellazione del provvedimento. In questa maniera la Cgil torna nel guscio del conservatorismo di stampo classista e il Pd,  plaudendo a Landini, finisce per adombrare un suo distacco dalle forze più innovative e dinamiche del sindacato. Cisl e Uil rimangono fuori dall’orizzonte del centro sinistra?

In ultimo, come si accennava in apertura, balza in evidenza la nomina di Meta, un dirigente di sperimentate qualità, ma nondimeno espressione di quel vecchio “modello Roma” che i principali attori della stagione di Rutelli e Veltroni, a partire dallo stesso Zingaretti, avevano da tempo classificato come un esperimento datato, con aspetti positivi e negativi, circoscritto perciò a un determinato ciclo della vita amministrativa e politica della Capitale. Questa nomina trasmette allora un messaggio che sa di (involontaria) restaurazione di un certo egemonismo del quadro militante e dirigente uscito dalle file del Partito comunista, per altro negli anni che ne avrebbero segnato, come si dice, l’inizio della fine.

Cosa manca all’appello per dare il tocco conclusivo a un poco entusiasmante deja vu? Manca probabilmente il tentativo di adattare su misura la dialettica interna, chiamando sul palcoscenico donne e uomini capaci di esercitare una funzione di adornamento dell’immagine complessiva di partito, senza perciò condizionare, per parte loro, i processi di elaborazione della volontà politica.

Sotto questo profilo l’area degli ex popolari, da Franceschini a Guerini, è soggetta al rischio di un suo svilimento qualora si appalesasse un’operazione di tipo strumentale, con l’intento  di selezionare gli interlocutori sulla base di un principio di simpatia e affidabilità. Bisogna che scatti l’allarme. Ciò che mina la credibilità degli ex popolari, sempre più preziosi dopo gli abbandoni di Renzi e Calenda, mette a repentaglio la credibilità dell’intero partito. Qualche sondaggio, con le Sardine in campo, stima il Pd in forte caduta (addirittura al 13 per cento). Nell’aria si avverte un’ansia collettiva di rompere assetti ed equilibri, non si sa bene per andare dove, se verso un ispessimento o una riduzione della capacità di presa del populismo. Ira, anche i fautori di un nuovo centro possono tuttavia temere che gli arretramenti del Pd, così leggibili nelle recenti opzioni di Zingaretti, comporti un’ulteriore crescita dei fattori di instabilità, favorendo di fatto l’arrembaggio della destra. Non è una prospettiva da prendere alla leggera, magari con l’illusione di trarre utili, secondo il banale calcolo degli imbalsamatori di un centrismo senza storia, dal possibile cedimento strutturale dell’unico partito in grado di rappresentare oggi una forma libera e democratica di partecipazione alla vita pubblica del Paese.

 

 

 

Siamo tutti sardine?

Stando a ciò che raccontano i cosiddetti “giornaloni”, ormai siamo quasi tutti sardine. Migliaia di persone in piazza – il che non può che essere salutato positivamente – a cantare “Bella ciao” o “Bandiera Rossa”; giovani e meno giovani che lanciano strali contro la destra, il centro destra, Salvini, la Lega e la Meloni; voglia di tacitare l’attuale opposizione politica e parlamentare; e, soprattutto, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, la voglia di ripristinare un linguaggio rispettoso, chiaro, coerente e profondamente democratico. Sottolineo stando alle dichiarazioni ufficiali perché, anche da queste parti, non mancano i segnali tipici di questa stagione politica della demonizzazione delle persone, degli attacchi personali e della delegittimazione morale e politica dell’avversario se non del nemico dichiarato. 

Ora, al di là di tutto ciò che sappiamo a prescindere dalle dichiarazioni ufficiali – e cioè che si tratta, e del tutto legittimamente, di una piazza itinerante di sinistra anche se, curiosamente e misteriosamente, moltissimi lo smentiscono – e’ indubbio che su almeno 3 elementi possiamo convenire. 

Innanzitutto dobbiamo prendere atto che la politica italiana e’ sempre più liquida. Appena 3 mesi un autorevole esponente della politica italiana come Romano Prodi esaltava il Premier Conte per le sue capacità politiche e di governo, poi l’accordo strategico tra il Pd e il partito di Grillo e Casaleggio e oggi già si spertica le mani per il movimento delle sardine. Il tutto nell’arco di 90 giorni. Ecco, se un autorevole statista come Prodi – che appartiene di diritto alla vecchia politica – esprime questi giudizi, oggettivamente molto diversi tra di loro, vuol dire la politica liquida ha ormai contagiato l’intera società italiana. Purtroppo quasi nessuno escluso. 

In secondo luogo, e questo va pur sottolineato anche se tutto è prematuro e rapido, il movimento delle sardine – che è e resta un movimento di sinistra come tutti i sondaggisti confermano – e’ destinato, forse, a cambiare in profondità l’offerta politica di questo campo della politica italiana. Dico questo campo perché, come è persin facile dedurre senza scomodare vari sondaggisti, questo protagonismo politico può essere un elemento potente per rinnovare il campo del centro sinistra nel nostro paese. Ovvero, con una nuova offerta politica, un nuovo linguaggio politico e anche con una nuova soggettualita’ politica e culturale. 

In ultimo, se si vuole cercare di attenuare – perché di più non si può fare, purtroppo – la liquidità della politica italiana, ormai sempre più palese e dilagante, diventa urgente, anche per il movimento delle sardine, passare rapidamente dalla protesta bella e simpatica delle piazze alla proposta politica ed organizzata. E questo perché si corre veramente il rischio che una bella pagina democratica e di libera e disinteressata partecipazione, si trasformi altrettanto rapidamente in una delle tante mode passeggere del passato che abbiamo conosciuto, sperimentato e anche apprezzato – a volte – e che poi si sono prontamente eclissate nel momento in cui si doveva passare dalla protesta alla proposta. E le sardine non possono aggirare questo nodo. Per questo occorre sempre essere cauti a sposare a prescindere o a cavalcare, altrettanto a prescindere, la piazza. Un supplemento di riflessione, e di prudenza, a volte non guasta. Anche quando si parla delle simpatiche sardine. 

L’Italia terza in Europa per il riciclo degli imballaggi

L’Italia si conferma avanguardia dell’industria europea del riciclo, attestandosi per il recupero degli imballaggi al terzo posto (con un tasso di riciclo al 67%), dopo Germania (71%) e Spagna (70%). Diverse filiere degli imballaggi (carta, vetro, plastica, legno, alluminio e acciaio) hanno già superato, o sono a un passo dal farlo, i nuovi obiettivi previsti a livello europeo per il 2025, altre (RAEE, veicoli fuori uso) crescono più lentamente. Un settore strategico per un Paese, il nostro, povero di materie prime e che ogni anno dal riciclo riceve 12 milioni di tonnellate di materie prime per l’industria nazionale.

Sono queste le principali evidenze emerse nel corso della presentazione dello studio annuale “L’Italia del Riciclo”, il Rapporto giunto alla decima edizione, promosso e realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da FISE UNICIRCULAR (l’Unione Imprese Economia Circolare), tenutasi stamane nel corso di un convegno a Roma.

10 anni di crescita per le filiere del riciclo, tra luci e ombre
Negli ultimi 10 anni in Italia i rifiuti totali prodotti sono passati da 155 a 164 mln di tonn. (+6%) e il riciclo è cresciuto da 76 a 108 mln di tonn. (+42%).
Molte filiere del riciclo hanno registrano ottime performance in questi anni, con dati positivi sia a livello europeo che italiano. I rifiuti di imballaggio, per esempio, hanno visto crescere del 27% l’avvio a riciclo, passando da 6,7 a 8,5 mln di tonn. Il tasso di riciclo rispetto all’immesso al consumo è aumentato dal 55% al 67%, in linea col dato europeo e con i nuovi obiettivi del 65% al 2025 e del 70% al 2030. Rispetto alle principali economie europee (Germania, Francia, Spagna e Regno Unito) l’Italia si colloca al terzo posto, dopo Germania (71%) e Spagna (70%). Le singole filiere dei rifiuti di imballaggio in diversi casi hanno già superato gi obiettivi previsti per il 2025 e in alcuni anche quelli per il 2030.

I tassi di riciclo delle singole filiere dei rifiuti d’imballaggio hanno raggiunto livelli di avanguardia: carta (81% e terzo posto in Europa), vetro (76% e terzo posto), plastica (45% e terzo posto), legno (63%, secondo posto), alluminio (80%), acciaio (79%).

Luci e ombre arrivano dalle altre filiere. In decisa crescita nei dieci anni la raccolta degli oli minerali usati, ormai vicina al 100% dell’olio raccoglibile e la raccolta degli oli vegetali esausti (+81% nel confronto con 10 anni fa).
Nell’arco di un decennio la raccolta della frazione organica è passata da 3,3 mln di tonn. del 2008 a oltre 6,6 nel 2017, con una crescita del 100%. Per raggiungere gli obiettivi europei sarà necessario strutturare il settore sull’intero territorio nazionale garantendo lo sviluppo di un’adeguata rete impiantistica.
Per quanto riguarda gli pneumatici fuori uso, la raccolta ha raggiunto l’obiettivo nazionale e in 10 anni il recupero di materia è passato dal 43% al 58%.

Il nostro Paese sconta, invece, ancora un ritardo in termini di raccolta dei RAEE (42% vs obiettivo del 65% fissato per il 2019) e delle pile (42%, ultimo posto tra le potenze europee) e per il reimpiego e riciclo dei veicoli fuori uso, cresciuto di un solo punto percentuale in 10 anni (dall’82% all’83%).

Ogni anno dal riciclo 12 milioni di tonnellate di materie prime per l’industria nazionale
Lo sviluppo del riciclo, anche in chiave strategica per la produzione di materie prime seconde e per il loro impiego all’interno del ciclo produttivo, passa necessariamente dalla sua integrazione con l’industria manifatturiera. All’interno de L’Italia del Riciclo, uno studio svolto da Ecocerved sulla base dei dati MUD quantifica i rifiuti effettivamente trasformati in materie prime seconde (MPS) in Italia e permette di valutare il reale contributo del settore all’evoluzione verso un sistema economico di tipo circolare.

A fronte di quantitativi di rifiuti pressoché stabili negli ultimi dieci anni in Italia si osserva, invece, una sempre maggiore mole di rifiuti veicolati verso le operazioni di recupero e quantità in calo avviate a smaltimento. Nel 2017 (ultimi dati disponibili) le circa 1.200 imprese dell’industria del riciclo hanno trattato 18 mln di tonnellate di rifiuti di carta, vetro, plastica, legno, gomma e organico (+15% vs 2014, anno della precedente rilevazione). In linea con l’aumento dell’avvio a recupero, si è registrata una maggiore produzione dei materiali secondari provenienti dal riciclo di questi rifiuti, con 12 milioni di tonnellate di materie prime seconde per l’industria nazionale.

La resa media delle attività di riciclo (il rapporto tra la quantità di materiali secondari prodotti e quella di rifiuti recuperati) oggi si attesta al 67%. Un aspetto di particolare interesse in termini di economia circolare, emerge dai dati: anche se i riciclatori trattano quantità più alte di rifiuti, a valle delle attività di riciclo resta una quantità di rifiuti pari a 2,6 mln di tonnellate, pressoché equivalente a quella del 2014; dato che mostra una migliore prestazione nella lavorazione, favorita anche da una più elevata qualità della raccolta e della selezione dei rifiuti.

“Alla vigilia del recepimento di nuove direttive europee”, ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “il sistema del riciclo italiano è, in generale, già ben predisposto. Oggi occorre quindi intervenire con precisione per mantenere le posizioni conquistate, superare le carenze che ancora permangono e compiere ulteriori progressi. Per aumentare il riciclo dei rifiuti urbani occorre, in particolare, proseguire nell’incrementare le quantità e nel migliorare la qualità delle raccolte differenziate, recuperando i ritardi che ancora ci sono in diverse città. Va, inoltre, adeguato il fabbisogno di impianti di trattamento e di riciclo, in particolare per la frazione organica, ancora particolarmente carente in alcune Regioni. Per la transizione verso un modello di economia circolare, occorrerà prestare maggiore attenzione alla promozione, come previsto dalle nuove direttive, di un impiego più consistente dei materiali generati dal riciclo nella realizzazione dei prodotti”.

“Il nuovo pacchetto di direttive europee per i rifiuti e l’economia circolare contiene ambiziosi target di riciclo”, evidenzia Andrea Fluttero, Presidente di FISE UNICIRCULAR, “Perché si raggiungano va affrontato il tema dell’eco-progettazione, deve essere certa la cessazione della qualifica di rifiuto dopo adeguato trattamento (End of Waste), va assicurato maggiore sbocco ai materiali recuperati attraverso un ‘pacchetto di misure’ finalizzate a promuovere lo sviluppo dei mercati del riutilizzo e dei prodotti realizzati con materiali riciclati: maggiori costi per lo smaltimento in discarica dei rifiuti indifferenziati (salvaguardando la possibilità di smaltire gli scarti delle attività di riciclo), estensione dell’uso di materiali riciclati negli appalti pubblici, agevolazioni fiscali per l’uso di materiali e prodotti riciclati, sostegno alla ricerca e all’innovazione tecnologica per il riciclo, eliminazione graduale delle sovvenzioni in contrasto con la gerarchia dei rifiuti”.