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Il Decreto Dignità e il gioco d’azzardo

La tessera sanitaria è necessaria per poter giocare alle slot machine.

Dal 2020 bisogna infatti dimostrare, documento magnetico alla mano, di essere maggiorenne per accedere agli apparecchi.

Una novità prevista da tempo, che non ha trovato impreparata l’industria dei giochi. Secondo fonti del settore, praticamente tutte le macchine sono già state adattate, oltreché installate in sale il cui accesso è vietato ai minori.

Inoltre il Decreto Dignità ha attuato delle severe restrizioni nell’ambito della pubblicità, infatti, secondo le linee guida stabilite dall’Autorithy,  si sono subito vietate la pubblicità e le sponsorizzazioni di scommesse sportive sulle maglie dei giocatori di calcio e a bordocampo, l’inserimento di prodotti pubblicitari legati al gioco nei programmi televisivi e nei film e molto altro ancora.

 

Svizzera: il tragitto casa-ufficio dei dipendenti pubblici riconosciuto come orario lavorativo

Il tragitto casa ufficio comunque vi muoviate è lavoro.

Così  dal primo gennaio  in Svizzera per i dipendenti pubblici federali che lo richiederanno verrà incluso nel calcolo della giornata lavorative e quindi pagato.

La modifica della direttiva “Lavoro mobile nell’Amministrazione federale” ha permesso di introdurre la novità, a patto che “durante il viaggio per recarsi in ufficio” si svolga effettivamente del lavoro e che “il tipo di lavoro, la durata e le condizioni del viaggio” rendano effettivamente possibile.

Un altro fattore che ha contribuito a compiere questo passo è probabilmente la tecnologia moderna.

Jagtap non è in grado di dare una stima di quanti dipendenti federali in futuro potranno lavorare in treno mentre vanno in ufficio. Tuttavia ha sottolineato che “il nuovo regolamento non è automatico”. L’autorità decisionale per l’attuazione spetta ancora alle singole unità amministrative e ai diretti superiori. Si tratta inoltre di una cosiddetta “disposizione facoltativa”.

Monopattini elettrici come le bici

Tutti i possessori di un monopattino elettrico da adesso in poi potranno utilizzare i loro 2 ruote per potersi muovere agevolmente nella giungla urbana senza grossi problemi e limiti.

La rivoluzione della micromobilità elettrica può quindi finalmente davvero iniziare in Italia. La sperimentazione avviata alcuni mesi fa, infatti, aveva causato non pochi problemi. Oltre a specifiche limitazioni d’uso, i monopattini elettrici potevano essere utilizzati solamente nei Comuni che avevano deciso di aderire alla sperimentazione.

Una situazione che aveva generato molta confusione tanto che in alcuni Comuni erano fioccate diverse e salatissime multe per l’utilizzo non conforme dei 2 ruote elettrici. Ma grazie alla nuova norma i monopattini elettrici possono finalmente essere utilizzati legalmente in tutta Italia.

Il testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale precisa che questa equiparazione è riservata solo ai “monopattini che rientrano nei limiti di potenza e velocità” definiti dal citato DM del 4 giugno e cioè in una potenza massima di 0,5 kW e entro i 20 km/h. Il tutto viene rimandando al DL del 30 aprile 1992 in cui era stato modificato l’articolo 50 del Nuovo Codice della Strada con la precisazione che andavano considerate “velocipedi le biciclette a pedalata assistita, dotate di un motore ausiliario elettrico”.

Viene così attuata, con maggiore chiarezza, una parte della strategia voluta da Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in tema di micromobilità, distinguendo i monopattini elettrici (e i Segway con manubrio) da altre nuovi dispositivi come hoverboard e monowheel, la cui circolazione può essere autorizzata solo in determinate zone definite dai singoli Comuni, come le aree pedonali e le piste ciclabili.

Per i monopattini elettrici – che sono in tutto il mondo un diffuso sistema di mobilità condivisa – viene risolto il problema della diffusione anche in Italia dei servizi di sharing, avviati (e in molti casi bloccati) perché questi veicoli non erano di fatto contemplati dal Codice della Strada.

La dissezione aortica

La dissezione aortica è una patologia cardiovascolare piuttosto rara e silenziosa, ma non per questo va sottovalutata. Se non viene trattata adeguatamente, infatti, può portare alla rottura della aorta.

La dissezione aortica è più comune nei soggetti con una storia di ipertensione, alcune particolari malattie del tessuto connettivo che interessano la parete dei vasi sanguigni e ne causano un indebolimento strutturale (come la sindrome di Marfan,] in chi ha una valvola aortica bicuspide e nei soggetti in precedenza sottoposti ad un intervento chirurgico al cuore. Un trauma maggiore, l’abitudine al fumo di tabacco, l’assunzione di cocaina, lo stato di gravidanza, una diagnosi di aneurisma dell’aorta toracica, una vasculite con interessamento delle arterie e livelli lipidici anormali sono tutti fattori associati a un aumento del rischio. La diagnosi è sospettata in base ai sintomi accusati dal paziente e confermata dall’esecuzione di imaging radiologico (ecografia addominale oppure TAC addome o RMN: questi esami sono utilizzati oltre che per conferma diagnostica anche per una migliore definizione di sede ed estensione della dissezione. I due tipi principali di dissecazione sono il tipo A di Stanford (coinvolgimento della prima parte dell’aorta) e il tipo B (assenza di coinvolgimento).

La prevenzione della patologia si basa su un buon controllo della pressione sanguigna e sulla cessazione del fumo di sigaretta. Il trattamento della dissezione aortica dipende da quale parte dell’aorta è stata coinvolta. La chirurgia è solitamente necessaria per le dissecazioni che coinvolgono la prima parte dell’aorta; al contrario le dissecazioni che non coinvolgono l’aorta ascendente possono anche essere trattate con farmaci che riducono la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca, a meno che non si verifichino complicanze. Il trattamento chirurgico può essere eseguito a cielo aperto (con un’incisura che comporta l’apertura del torace) o ricorrendo ad un intervento riparativo di aneurisma per via endovascolare (si infila protesi vascolare nella sacca aneurismatica passando per l’arteria femorale).

La dissecazione aortica è un evento relativamente raro e si verifica a un tasso stimato di 3 per 100.000 persone all’anno. È più comune nei soggetti di sesso maschile che nelle femmine. Tipicamente l’età al momento della diagnosi è di 63 anni, con circa il 10% dei casi che si verificano prima del compimento dei 40 anni.

Senza trattamento, circa la metà delle persone con morfologia di tipo A muore entro tre giorni e circa il 10% delle persone con morfologia di tipo B muore entro un mese.

Al Sermig le religioni insieme contro l’odio

Articolo pubblicato già sulle pagine della Voce e il Tempo

Tutte le religioni mercoledì primo gennaio, nella Giornata Mondiale della Pace, si sono ritrovate al Sermig di Torino per chiedere insieme il dono della pace nella costruzione del bene comune contro l’emergere di odio e violenze sia da parte della politica sia da fondamentalismi di vario genere.

A promuovere l’incontro, in una sala gremita in ogni posto, il coordinamento interconfessionale «Noi siamo con Voi», guidato da Giampiero Leo.

Nell’aprire la serata Leo ha evidenziato i contenuti di un documento condiviso dai rappresentanti delle religioni presenti, cristiani delle diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddisti e induisti, che sottolinea «sia la necessità che, a livello locale e globale, si torni a respirare un’atmosfera di concordia o, quanto meno, di dialogo, tolleranza e rispetto reciproco, sia che si faccia ‘pace con il clima’, ovvero con il nostro pianeta, il creato».

Don Andrea Pacini, presidente della Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, ha letto un messaggio inviato dall’Arcivescovo mons.  Cesare Nosiglia a nome delle diverse confessioni religiose, a partire dal messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace 2020: «La pace come cammino di speranza, dialogo, riconciliazione e conversione ecologica».

«La cultura dell’incontro», ha sottolineato mons. Nosiglia, «tra persone che si riconoscono fratelli e sorelle rompe ogni cultura della minaccia, dell’estraneità o del rifiuto».

Ed ecco l’appello alle comunità religiose e ad ogni credente: «nel contesto odierno», scrive l’Arcivescovo, «diventa sempre più urgente testimoniare ogni giorno e in qualsiasi circostanza della vita, anche sociale, che si può e si deve scommettere sulla forza del bene che vince il male, su un progetto di società assicurato da una giusta e pacifica solidarietà tra tutte le persone, differenti tra loro ma parte della stessa umanità. La diffusa insicurezza e paura dell’altro, infatti, tarpano le ali dell’amore e rendono indifferenti verso tutti, poco

inclini a credere e sperare in un mondo dove dominano i ponti e non i muri».

Tra le istituzioni sono intervenuti il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, che ha richiamato la necessità di una politica che metta al centro il rispetto dell’altro, e in rappresentanza del Comune di Torino l’assessore Marco Giusta.

Significativa la presenza di una nutrita delegazione del movimento delle «Sardine», che si oppone ai populismi e all’odio in politica, e del gruppo studentesco «Fridays for future» che sta chiedendo ai governi dei diversi Paesi del mondo interventi urgenti e concreti per salvaguardare l’ambiente.

«Il movimento ‘Noi siamo con Voi’», sottolinea Leo, «nato cinque anni fa fin dalla sua fondazione lavora sui temi della pace, del dialogo e di una politica per il bene comune e il rispetto dell’ambiente. Per questo guardiamo con stima tutti quei movimenti che si battono per questi obiettivi e che respingono i rischi di strumentalizzazione politica e demagogia».

«È giunto il tempo», recita il documento «2020 Un clima di Pace» sottoscritto dalle diverse confessioni religiose, «in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, per aiutare l’umanità a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace: una visione di ampio respiro che affronti il ruolo positivo e propositivo delle religioni dell’epoca attuale».

Qui l’articolo completo

Cosa resterà di questi anni Dieci?

Articolo pubblicato da StudioCult

Come ricorderemo gli anni dal 2010 al 2019 e come li riassumeremo? Ce lo siamo chiesti sul numero 41 di Rivista Studio, raccogliendo e mettendo in relazione gli avvenimenti, i personaggi e le trasformazioni che hanno plasmato gli ultimi dieci anni, in tutti i campi. Oltre alle tradizionali liste di fine anno (i libri, i film e le serie tv), abbiamo provato a ripensare al decennio appena trascorso dal punto di vista letterario, musicale, della moda, del cibo e della tecnologia. «Gli anni Dieci ce li ricorderemo come quelli in cui i libri persero definitivamente la loro centralità, anche se in realtà sono probabilmente quelli in cui l’umanità ha scritto e letto di più; mail, messaggi di testo, post sui social network, ovviamente», ha scritto Cristiano de Majo nella sua riflessione sui libri e sulle tendenze che hanno definito la letteratura degli anni Dieci: dalla “fame di realtà” ai romanzi seriali, dal ritorno delle distopie (vecchie e nuove) a un nuovo modo di usare il tempo.

Dal punto di vista della moda, gli anni Dieci sono stati quelli in cui, come ha scritto Silvia Schirinzi, «la moda è passata di moda»: dal successo dello streetwear ai cambiamenti strutturali dell’industria, gli abiti non hanno mai contato meno di oggi, eppure tutto quello che è fashion ha invaso la società. È cambiato anche il nostro modo di ascoltare la musica: grazie a un nuovo tipo di ascolto fluido, senza confini, i generi si sono contaminati e hanno dato forma ai fenomeni musicali che hanno caratterizzato gli anni Dieci, dal trionfo di Beyoncé all’esplosione della trap. Mai come in questi anni, poi, abbiamo visto, discusso e fotografato così tanti piatti, alimenti e ricette: ne abbiamo parlato ripensando al decennio del cibo sui media. Ma è nel campo della tecnologia che abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione. Hardware, social media, privacy, politica, media, logistica e mobilità, ecommerce e banking, questioni irrisolte e nuovi orizzonti: negli ultimi 10 anni le novità tecnologiche sono emerse con un’immediatezza fino a questo momento sconosciuta e hanno raggiunto una pervasività senza precedenti nella vita delle persone.

Per un umanesimo digitale

Articolo pubblicato sulle pagine di civiltà cattolica a firma di Giovanni Cucci

Il contesto dell’articolo. Le novità che l’introduzione del digitale nelle sue variegate sfac­cettature, non sempre facili da separare con precisione (computer, web, robot, intelligenza artificiale), presenta in ogni campo del­la vita umana sono sterminate e affascinanti; tutto ciò nello stesso tempo suscita anche interrogativi rilevanti.

Perché l’articolo è importante?

L’articolo prende in considerazione alcuni ambiti specifici della vita umana nei quali l’assenza di controllo può portare a gravi conseguenze sociali, ossia a una possibile «dittatura del digitale»; e altri invece dove l’apporto dell’intelligenza artificiale può offrire un contributo, oltre che utile, anche correttivo nei confronti della volubilità umana.

Così esso offre molteplici spunti e casi di studio che disegnano le luci e le ombre dell’automazione; approfondisce le differenze tra la comunicazione di informazioni (e la loro sintassi), e la ricchezza di significati del linguaggio umano (semantica), e come esso – nella sua dimensione essenzialmente biologica, corporea, vivente – sia collegato alla salute mentale di una persona.
Celebre l’esperimento mentale, ideato dal filosofo John Searle, chiama­to «stanza cinese», in cui emerge come la mente umana sia irriducibile non solo a un algoritmo o a una macchina, ma anche a una dimensione meramente materiale. Un’evidenza divenuta visivamente esemplare grazie al celebre film di Stanley Kubrick 2001, Odissea nello spazio, nel dialogo tra un astronauta e il mega­computer di bordo, Hal 9000.

L’articolo dunque illustra come alcune attività della vita ordinaria mostrano una complessità che si pone su un livello qualitativamente differente ri­spetto all’intelligenza artificiale. E cerca di offrire la prospettiva di un «umanesimo digitale», che implica un dialogo sempre più attento tra le in­novazioni tecnologiche e le scienze umane.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • Quali sono i vantaggi, le opportunità, e quali invece i rischi e le preoccupazioni destate dallo sviluppo delle «intelligenze artificiali»?
  • Le macchine hanno una morale?

Alimentare, nel 2019 è la prima ricchezza del Paese

Il cibo è diventato la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare estesa, dai campi agli scaffali e alla ristorazione, che raggiunge in Italia una cifra di 538 miliardi di euro pari al 25% del Pil ed offre lavoro a 3,8 milioni di occupati. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti nel tracciare un bilancio del 2019. Si tratta di una leva strategica per la crescita del Paese, che cresce più e meglio degli altri e che in poco tempo è stato capace di diventare un traino per l’intera economia Made in Italy nei confini nazionali e all’estero, oltre ad essere di fondamentale importanza per l’ambiente e la salute degli italiani.

Lo dimostra il fatto – spiega Coldiretti – che mai così tanto cibo e vino italiano sono stati consumati sulle tavole mondiali con il record storico per le esportazioni agroalimentari Made in Italy che nel 2019 hanno registrato un aumento del 4% rispetto al record storico di 41,8 miliardi messo a segno lo scorso anno. Quasi i due terzi delle esportazioni agroalimentari – sottolinea la Coldiretti – interessano i Paesi dell’Unione Europea dove il principale partner è la Germania mentre fuori dai confini comunitari continuano ad essere gli Stati Uniti il mercato di riferimento dell’italian food. E l’andamento sui mercati internazionali potrebbe ulteriormente migliorare – sottolinea la Coldiretti – con una più efficace tutela nei confronti della “agropirateria” internazionale che fattura oltre 100 miliardi di euro miliardi di euro utilizzando impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. Un’industria del falso sempre più fiorente che ha paradossalmente i suoi centri principali nei paesi avanzati, a partire dall’Australia al Sudamerica, dal Canada agli Stati Uniti dove una spinta importante e venuta daqi dazi punitivi nei confronti dei formaggi e dei salumi italiani che hanno favorito le “brutte copie” locali.

Ma il cibo italiano è diventato nel mondo anche sinonimo di salute grazie anche alla Dieta mediterranea. Pane, pasta, frutta, verdura, carne, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari hanno consentito agli italiani – ricorda la Coldiretti – di conquistare primati nella longevità. Un ruolo importante per la salute che – precisa la Coldiretti – è stato riconosciuto anche con l’iscrizione della Dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco gia’ dal 16 novembre 2010.

L’enogastronomia rappresenta poi un patrimonio anche per l’ambiente. Il paesaggio nazionale è, infatti, fortemente segnato – spiega la Coldiretti – dalle produzioni agricole, dalle dolci colline pettinate dai vigneti agli ulivi secolari, dai casali in pianura alle malghe di montagna, dai verdi pascoli ai terrazzamenti fioriti, che contrastano il degrado ed il dissesto idrogeologico. Si tratta di un valore aggiunto non solo ambientale ma anche di armonia e bellezza per l’Italia che rappresenta anche un elemento di attrazione turistica che identifica il Belpaese all’estero.

Un successo ottenuto soprattutto grazie ai primati conquistati dall’agricoltura italiana, che è oggi la più green d’Europa, con 297 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole bio, la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (ogm), 40mila aziende agricole impegnare nel custodire semi o piante a rischio di estinzione e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,8%) contro l’1,3% della media Ue o il 5,5% dei prodotti extracomunitari. E l’Italia è anche leader nella biodiversità. Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e 533 varietà di olive contro le 70 spagnole.

“I primati del made in Italy a tavola sono un riconoscimento del ruolo del settore agricolo per la crescita sostenibile del Paese” afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre dunque salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare soprattutto in un momento in cui il cibo è tornato strategico nelle relazioni internazionali, dagli accordi di libero scambio alle guerre commerciali come i dazi di Trump, la Brexit o l’embargo con la Russia”. “Ma per sostenere il trend di crescita dell’enogastronomia Made in Italy serve anche agire sui ritardi strutturali dell’Italia e sbloccare tutte le infrastrutture che migliorerebbero i collegamenti tra Sud e Nord del Paese, ma anche con il resto del mondo per via marittima e ferroviaria in alta velocità, con una rete di snodi composta da aeroporti, treni e cargo. Una mancanza che ogni anno – conclude Prandini – rappresenta per il nostro Paese un danno in termini di minor opportunità di export al quale si aggiunge il maggior costo della “bolletta logistica” legata ai trasporti e alla movimentazione delle merci.

Losanna 2020, Alessia Tornaghi la nuova portabandiera azzurra

Sarà la pattinatrice milanese Alessia Tornaghi la portabandiera azzurra ai Giochi Olimpici Giovanili di Losanna 2020. La decisione è stata ufficializzata oggi dal CONI considerando che il regolamento di accrediti non consente all’iniziale prescelta Elisa Confortola di essere presente nella prima settimana dei Giochi e quindi di sfilare il 9 gennaio alla Cerimonia d’Apertura dei Winter Youth Olympic Games 2020.

La Confortola, che gareggerà nella seconda settimana, sarà quindi il portabandiera nella cerimonia di chiusura prevista per il 22 gennaio.

Alessia Tornaghi è nata a Milano il 3 luglio 2003. Ha iniziato a pattinare all’età di 5 anni per l’Agora Skating Team. Nel 2019 ha già ottenuto importanti affermazioni come i primi posti al Sofia Trophy e al Golden Bear di Zagabria e si è recentemente confermata campionessa italiana, dopo aver conquistato il primo titolo Assoluto senior nel 2018. E’ considerata una delle migliori atlete junior del pattinaggio di figura.

La squadra italiana alle Olimpiadi giovanili, che si svolgeranno in Svizzera, sconfinando sulle montagne francesi di Les Tuffes, sarà composta da 67 atleti (44 tesserati per la FISI, 23 per la FISG), di cui 33 uomini e 34 donne. Il Capo Missione sarà Anna Riccardi. La cerimonia di apertura si terrà il 9 gennaio a partire dalle ore 19:30, alla Vaudoise Aréna di Losanna.

Nella via Lattea individuata una fonte di materia oscura

Il telescopio spaziale Fermi ha individuato nuovi possibili indizi della presenza di materia oscura, proprio nel cuore della Via Lattea.

L’origine di questo segnale è in realtà ancora sconosciuta al momento, ma stando all’inedito modello utilizzato dai ricercatori del Mit)  l’energia rilevata di raggi gamma potrebbe presentare una connessione proprio con la materia oscura.

L’eccesso di raggi gamma che caratterizza il centro della Via Lattea è noto agli scienziati ormai da anni: si tratta di un surplus di energia che proviene da una regione sferica situata nel cuore della galassia e si estende in ogni direzione per circa 5000 anni luce.

 

Guida ai tumori pediatrici.

Ogni anno, in Italia, i tumori colpiscono 1.400 bambini da 0 a 14 anni e circa 800 adolescenti tra i 15 e i 18 anni. Sono la seconda causa di morte tra i più giovani (0-14 anni), ma grazie al progresso della ricerca e delle cure, oltre l’80% dei pazienti guarisce. Nel numero speciale di A scuola di salute, il magazine digitale a cura dell’Istituto per la Salute del Bambino Gesù, diretto dal prof. Alberto G. Ugazio, gli esperti dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede hanno riassunto le informazioni sulle patologie oncoematologiche più frequenti nei bambini e negli adolescenti, sui percorsi di cura, sul significato di alcuni esami diagnostici e sulla preparazione necessaria per eseguirli.

«L’obiettivo di questa breve guida è fornire uno strumento di orientamento nel mondo dell’onco-ematologia pediatrica alle famiglie che devono improvvisamente affrontare una realtà nuova e difficile come quella che si configura dopo una diagnosi di neoplasia» spiega il prof. Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia del Bambino Gesù. «Un periodo in cui c’è la necessità urgente di intraprendere un percorso di diagnosi e di cura che passa attraverso esami clinici e strumentali che richiedono una grande collaborazione da parte del bambino e della sua famiglia. La comunicazione trasparente con le famiglie e con i bambini e i ragazzi in cura è fondamentale nel percorso terapeutico. Le indicazioni contenute in queste pagine rappresenteranno degli spunti importanti e utili per facilitare il dialogo tra personale sanitario, famiglia e paziente e, quindi, in ultimo, per costruire l’alleanza terapeutica fondamentale in questo impegnativo percorso».

Il tumore si caratterizza per una crescita rapida e incontrollata di cellule che hanno la capacità di infiltrarsi negli organi e nei tessuti dell’organismo, modificandone la struttura e il funzionamento. Può essere solido, caratterizzato cioè da una massa compatta di tessuto, o del sangue, caratterizzato dalla presenza di cellule tumorali nel midollo osseo e nel sangue in circolo. Le cause dei tumori in età pediatrica sono ancora poco conosciute e rappresentano uno dei campi di ricerca in oncologia. Ad oggi è stata dimostrata l’esistenza di precisi fattori di rischio sia ambientali e che genetici solo in una minoranza dei pazienti (4-6% dei casi). In pochi casi, la genesi del tumore può avere origine anche da agenti infettivi. La forma di tumore più frequente in età pediatrica è la leucemia acuta (33% dei casi), seguita dai tumori cerebrali (25%) e dai linfomi (15%).

La diagnosi di tumore si avvale di una serie di esami che possono essere di laboratorio e strumentali. Esami del sangue, radiografia del torace, ecografia, TC (tomografia computerizzata), risonanza magnetica, aspirato midollare, puntura lombare, scintigrafia, PET fluorodesossiglucosio, biopsia, sono indagini diagnostiche basate su tecniche e principi diversi che servono ad evidenziare la presenza di cellule tumorali nell’organismo e a definire sia l’estensione che la tipologia di tumore. Per ogni esame utile ad ottenere una diagnosi, nella guida si spiega a cosa serve, in quali casi si esegue, come si procede, le precauzioni da prendere e quanto è invasivo per il bambino.

I tumori pediatrici sono patologie sempre più curabili. La probabilità di guarigione, negli ultimi decenni, è in aumento costante e progressivo. Il miglioramento dei risultati è dovuto alle conquiste della ricerca scientifica, alle maggiori conoscenze delle caratteristiche cellulari, metaboliche e molecolari dei tumori pediatrici che consentono di effettuare terapie personalizzate e a trattamenti farmacologici (chemioterapia) e non (radioterapia, chirurgia), sempre più mirati ed efficaci. Per alcuni tipi di tumore oggi sono disponibili strumenti terapeutici molto avanzati, come il trapianto di midollo e l’immunoterapia anche con cellule geneticamente modificate per aggredire il bersaglio tumorale, di cui i medici italiani sono stati promotori e pionieri.

Dal 2003 al 2008 la sopravvivenza dei bambini e dei ragazzi tra 0 e 19 anni dopo 5 anni dalla diagnosi della malattia è arrivata a valori intorno all‘80%. Si calcola che ad oggi 1 giovane su 800 all’età di 20 anni sia guarito da un tumore dell’età pediatrica. Sono i tumori del sangue a mostrare i successi maggiori, con una sopravvivenza che, in alcuni tipi di leucemia, oggi supera il 90% dei casi. «La consapevolezza sempre crescente sulle patologie oncoematologiche del bambino e dell’adolescente – conclude il prof. Locatelli – ha permesso di migliorare significativamente i trattamenti e di ottimizzare i percorsi di cura, adattandoli all’età del bambino, alla sua capacità collaborativa e alle caratteristiche biologiche della malattia. Fondamentale per ottimizzare le probabilità di guarigione è che anche i soggetti adolescenti (fino ai 18 anni) vengano trattati in strutture pediatriche con protocolli pediatrici».

Centro si, ma perché non decolla?

Dunque, siamo di fronte ad una palese contraddizione. Da un lato alcuni autorevoli commentatori e politologi continuano a sostenere la tesi che la crisi del sistema politico italiano è sostanzialmente riconducibile all’assenza di un “partito di centro” che possa garantire la stabilità in un contesto che ormai, di fatto, è sempre più proporzionale. Un “partito di centro” che, sostengono sempre gli opinionisti e i cattedratici di questo filone, si rende anche necessario perché rappresenta una costante storico e politica del sistema democratico vigente nel nostro paese dal secondo dopoguerra. Al contempo, però, una seconda corrente di commentatori e di opinionisti – cioè quelli che rappresentano l’ormai nota intelligentia italiana, anche se prevalentemente salottiera e aristocratica – sostiene all’unisono che i presunti quattro partiti che puntano oggi ad occupare quello spazio politico, e cioè Renzi, Calenda, Carfagna e Toti, sono destinati a giocare un ruolo del tutto marginale perché si tratta di uno spazio politico virtualmente richiesto ma elettoralmente incapace di sfondare. Appunto, una contraddizione in se’. 

Ora, senza neanche prendere in considerazione i vari partiti cattolici, o di cattolici, o dei cattolici o di ispirazione cristiana spuntati in questi ultimi tempi – che del resto non vengono mai citati o ripresi da nessun commentatore laico o cattolico che sia – è indubbio che si tratta di un nodo che prima o poi dovrà essere politicamente sciolto. Perché se è vero che una “politica di centro” – e non un “partito di centro”, quindi – si rende più necessaria nel nostro paese per la specificità e la profondità che storicamente rappresenta in un sistema politico come quello italiano, forse è giunto anche il momento di dire che questa politica non si traduce con un nuovo partito ma all’interno di partiti già esistenti. Perché ci sarà pure un motivo se le decine di esperienze e di tentativi messi in campo in questi lunghi 25 anni dopo la fine della Dc sono miseramente ed irreversibilmente falliti. E questo, quindi, resta il vero nodo da sciogliere. Un nodo che chiama in causa anche e soprattutto i cattolici democratici e i cattolici popolari. La vera sfida, dunque, seppur in un contesto politico, sociale, e culturale fortemente trasformistico e quindi destinato a cambiare rapidamente e rocambolescamente, resta quella di far sì che la “politica di centro” tanto decantata ricominci ad avere una cittadinanza attiva all’interno della dialettica politica italiana. Una politica che, come tutti sanno, significa molte cose contemporaneamente: dal senso della moderazione alla cultura di governo; dalla capacita’ di ricomporre gli interessi contrapposti attraverso una sintesi feconda e costruttiva al senso delle istituzioni; da una cultura riformista alla qualità della democrazia alla volontà stessa di battere la radicalizzazione della lotta politica italiana. Altroché il “linguaggio dell’odio” e la riproposizione del semplice – seppur sempre utile – “buon senso ed educazione”.

Un patrimonio e un giacimento culturale, politico, sociale, di governo, etico e intellettuale che non possono più essere sacrificati sull’altare della povertà e della mediocrità del dibattito politico contemporaneo. E il doppio, anche se opposto e alternativo, richiamo dei nostri commentatori, opinionisti e politologi sulla necessità della “politica di centro” e, al contempo, sulla inconsistenza “dei partiti di centro”, alla fine ci aiuta a riflettere e a ritrovare una via d’uscita da uno stallo ormai sempre più insopportabile e nocivo per la stessa democrazia italiana e per le nostre istituzioni democratiche.

Un nuovo Welfare per il Quinto Stato

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Marco Trentini

I precari possono essere considerati un gruppo sociale o la precarietà è una condizione individuale? Quali politiche si possono mettere in atto? Maurizio Ferrera risponde a questi interrogativi ne La società del Quinto Stato (Laterza, 2019) un libro agile per numero di pagine e stile di scrittura, in cui non si limita a descrivere le trasformazioni in atto nel lavoro, ma presenta anche una proposta di riforma del Welfare.
Più volte Ferrera fa riferimento a La grande trasformazione di Karl Polanyi (trad. it. Einaudi 1974), un volume del 1944 in cui colui che è considerato uno dei padri della sociologia economica si occupa di quella che può essere definita la crisi della società liberale, avvenuta all’inizio del secolo scorso, in particolare a partire dagli anni Trenta. Egli non si limita a sostenere che anche in questi anni stiamo attraversando una fase di profondi mutamenti economici e sociali (per dire questo non sarebbe stato necessario citare lo studioso di origini ungheresi), ma richiama lo schema di analisi utilizzato da Polanyi che aveva ipotizzato l’esistenza di un doppio movimento: il primo, ispirato dal liberismo economico, è caratterizzato dall’espansione del mercato e il secondo (definito anche contro movimento) dalla resistenza, grazie alla domanda di protezione sociale avanzata soprattutto dalla classe lavoratrice.

Tre capitoli del libro sono dedicati ad analizzare i tratti del primo movimento (la fase di espansione del mercato) di quella che viene chiamata la Grande trasformazione 2.0, che è tuttora in corso e le cui caratteristiche sono il passaggio a un’economia post-industriale, la globalizzazione e l’economia digitale. L’attenzione è posta, come si può intuire dal titolo del libro, su un gruppo sociale generato da questi mutamenti e che viene definito “Quinto Stato” in cui rientrano i lavoratori precari. La precarietà riguarda soprattutto i giovani ed è una condizione sociale caratterizzata dall’instabilità lavorativa, dalle scarse protezioni sociali e dalla vulnerabilità economica provocata dalle basse retribuzioni. Ma parlare di Quinto Stato presuppone che la precarietà non sia una situazione transitoria e abbia invece una certa continuità nel tempo.

Definendo i lavoratori precari come Quinto Stato Ferrera si discosta dalla definizione di Guy Standing che in Precari. La nuova classe esplosiva li considera una classe sociale, facendo riferimento alla posizione dei lavoratori precari nel processo produttivo. Quello che secondo Standing li caratterizzerebbe è l’insicurezza del lavoro nelle sua varie dimensioni (ad esempio, dell’occupazione, del posto di lavoro, del ruolo professionale, del reddito ecc.). Per Ferrera, invece, sono un ceto: un gruppo sociale accomunato dalla condizione sociale e più precisamente dalla vulnerabilità e dall’insicurezza. Inoltre è improprio parlare di classe sociale visto che si tratta di un gruppo sociale fluido, piuttosto eterogeneo al suo interno e con un basso grado di politicizzazione. Un’affermazione, quest’ultima, che non appare del tutto convincente. In fondo, lo stesso Standing scrive che il precariato non ha già una consapevolezza di classe, ma è una classe in divenire.

Indipendentemente dal fatto che i precari siano uno stato/ceto o una classe, un punto su cui c’è convergenza è che la precarietà provoca un forte ridimensionamento delle tutele e dei diritti conquistati dai lavoratori nel corso del Novecento grazie anche all’azione collettiva del movimento operaio. Molti rischi sociali che erano coperti dal Welfare vengono ora trasferiti sull’individuo. Si può parlare di una sorta di lato oscuro della flessibilità, pensando a tutta la letteratura che ne enfatizza solo gli aspetti positivi per le organizzazioni e per il lavoro.

Qui l’articolo completo 

Concerto dell’Epifania e Bacio del Bambinello

Domenica 5 Gennaio, alle ore 21:00, a Giulianello (LT), presso la Chiesa di San Giovanni Battista, si terrà il Concerto dell’Epifania che vedrà esibirsi la corale polifonica locale “Schola Cantorum”, organizzatrice e promotrice dell’iniziativa, e il Coro polifonico “Armonia Mundi”. L’appuntamento rientra nella 3ª edizione di “PACE TRA I POPOLI – NATALE 2019”, il cartellone di eventi per le festività messo a punto dal Comune di Cori e dalla Pro Loco Cori con il contributo della Regione Lazio – Le Feste delle Meraviglie – e BCC di Roma – Agenzia di Cori.

La “Schola Cantorum” è il coro della Parrocchia di San Giovanni Battista di Giulianello fondato nel 1994 da don Antero Speggiorin per curare il canto nella liturgia. I cantori non sono professionisti, ma portano avanti l’impegno con fede, passione e spirito di comunione, prestando servizio in parrocchia con costanza e dedizione. Per l’occasione proporrà una selezione di brani del repertorio liturgico di grande bellezza e forza, con l’intervento di incantevoli voci soliste.

Il Coro “Armonia Mundi”, formazione a quattro voci miste diretto dal M° Matteo Sartini, nasce in seno alla Parrocchia Santissimo Nome di Maria di Genzano di Roma nel 2003. Il suo repertorio concertistico spazia dalla polifonia pura alla musica sacra classica e lirica e operistica. Domenica presenterà un programma che guarda alla tradizione popolare italiana, francese e americana, con brani sacri di Mozart, Verdi, Adam. Insieme alla Corale ci saranno due voci soliste: il Soprano Angelica Ercolani e il Mezzosoprano Michela Moroni.

L’ingresso ad offerta libera servirà a finanziare le opere della Parrocchia, in particolare la prosecuzione dei lavori di ristrutturazione e restauro della facciata danneggiata della cinquecentesca Chiesa di San Giovanni Battista, luogo sacro di rilevanza storica e architettonica, ma anche simbolica per tutta la comunità, essendo l’unica parrocchia del borgo, intorno alla quale si è sviluppato l’antico Castrum Julianum. Nel parcheggio della Chiesa si potrà inoltre godere del suggestivo Presepe realizzato da giovani parrocchiani, ricco di effetti, statue in movimento, cascata, suoni e musica.

Lunedì 6 Gennaio, sempre a Giulianello, si rinnova la tradizione del Bacio del Bambinello. La statuetta del Bambin Gesù, scolpita nel XVI secolo da un devoto francescano sul legno d’ulivo del Getsemani, è custodita all’interno della sacra cappella della Chiesa di San Giovanni Battista, ed è stata benedetta da Sua Santità Giovanni Paolo II durante l’udienza papale del 2 Dicembre 1998. Come dal 1798, la mattina dell’Epifania, dopo la santa messa delle ore 10:30, la statuetta viene fatta sfilare in processione per le vie del paese, portata in spalla dagli storici “Incollatori”. Alle ore 15:30, avrà luogo il Bacio del Bambinello, un rito che da sempre riesce a coinvolgere tanti cittadini, che trovano tranquillità e conforto nello sguardo rasserenante e fiducioso del Gesù Bambino.

Papa Francesco: “scendiamo dai piedistalli del nostro orgoglio”

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! E buon anno!

Ieri sera abbiamo concluso l’anno 2019 ringraziando Dio per il dono del tempo e per tutti i suoi benefici. Oggi iniziamo il 2020 con lo stesso atteggiamento di gratitudine e di lode. Non è scontato che il nostro pianeta abbia iniziato un nuovo giro intorno al sole e che noi esseri umani continuiamo ad abitarvi. Non è scontato, anzi, è sempre un “miracolo” di cui stupirsi e ringraziare.

Nel primo giorno dell’anno la Liturgia celebra la Santa Madre di Dio, Maria, la Vergine di Nazareth che ha dato alla luce Gesù, il Salvatore. Quel Bambino è la Benedizione di Dio per ogni uomo e donna, per la grande famiglia umana e per il mondo intero. Gesù non ha tolto il male dal mondo ma lo ha sconfitto alla radice. La sua salvezza non è magica, ma è una salvezza “paziente”, cioè comporta la pazienza dell’amore, che si fa carico dell’iniquità e le toglie il potere. La pazienza dell’amore: l’amore ci fa pazienti. Tante volte perdiamo la pazienza; anch’io, e chiedo scusa per il cattivo esempio di ieri [probabilmente si riferisce alla reazione verso una persona che, in Piazza, lo aveva strattonato]. Per questo contemplando il Presepe noi vediamo, con gli occhi della fede, il mondo rinnovato, liberato dal dominio del male e posto sotto la signoria regale di Cristo, il Bambino che giace nella mangiatoia.

Per questo oggi la Madre di Dio ci benedice. E come ci benedice, la Madonna? Mostrandoci il Figlio. Lo prende tra le braccia e ce lo mostra, e così ci benedice. Benedice tutta la Chiesa, benedice tutto il mondo. Gesù, come cantarono gli Angeli a Betlemme, è la «gioia per tutto il popolo», è la gloria di Dio e la pace per gli uomini (cfr Lc 2,14). E questo è il motivo per cui il Santo Papa Paolo VI ha voluto dedicare il primo giorno dell’anno alla pace – è la Giornata della Pace –, alla preghiera, alla presa di coscienza e di responsabilità verso la pace. Per quest’anno 2020 il Messaggio è così: la pace è un cammino di speranza, un cammino nel quale si avanza attraverso il dialogo, la riconciliazione e la conversione ecologica.

Dunque, fissiamo lo sguardo sulla Madre e sul Figlio che lei ci mostra. All’inizio dell’anno, lasciamoci benedire! Lasciamoci benedire dalla Madonna con il suo Figlio.

Gesù è la benedizione per quanti sono oppressi dal giogo delle schiavitù, schiavitù morali e schiavitù materiali. Lui libera con l’amore. A chi ha perso la stima di sé rimanendo prigioniero di giri viziosi, Gesù dice: il Padre ti ama, non ti abbandona, aspetta con pazienza incrollabile il tuo ritorno (cfr Lc 15,20). A chi è vittima di ingiustizie e sfruttamento e non vede la via d’uscita, Gesù apre la porta della fraternità, dove trovare volti, cuori e mani accoglienti, dove condividere l’amarezza e la disperazione, e recuperare un po’ di dignità. A chi è gravemente malato e si sente abbandonato e scoraggiato, Gesù si fa vicino, tocca le piaghe con tenerezza, versa l’olio della consolazione e trasforma la debolezza in forza di bene per sciogliere i nodi più aggrovigliati. A chi è carcerato ed è tentato di chiudersi in sé stesso, Gesù riapre un orizzonte di speranza, a partire da un piccolo spiraglio di luce.

Cari fratelli e sorelle, scendiamo dai piedistalli del nostro orgoglio – tutti abbiamo la tentazione dell’orgoglio – e chiediamo la benedizione alla Santa Madre di Dio, l’umile Madre di Dio. Lei ci mostra Gesù: lasciamoci benedire, apriamo il cuore alla sua bontà. Così l’anno che inizia sarà un cammino di speranza e di pace, non a parole, ma attraverso gesti quotidiani di dialogo, di riconciliazione e di cura del creato.

Mattarella: «L’Italia riscuote fiducia»

Questa sera, care concittadine e cari concittadini, entriamo negli anni venti del nuovo secolo.

Si avvia a conclusione un decennio impegnativo, contrassegnato da una lunga crisi economica e da mutamenti tanto veloci quanto impetuosi.

In questo tempo sono cambiate molte cose attorno a noi, nella nostra vita e nella società.

​Desidero, anzitutto, esprimere a tutti voi l’augurio più cordiale per l’anno che sta per iniziare.

​Si tratta, anche, di un’occasione per pensare – insieme – al domani. Per ampliare l’orizzonte delle nostre riflessioni; senza, naturalmente, trascurare il presente e i suoi problemi, ma anche rendendosi conto che il futuro, in realtà, è già cominciato.

Mi è stata donata poco tempo fa una foto dell’Italia vista dallo spazio.

Ve ne sono tante sul web, ma questa mi ha fatto riflettere perché proviene da una astronauta, adesso al vertice di un Paese amico.

Vorrei condividere con voi questa immagine.

Con un invito: proviamo a guardare l’Italia dal di fuori, allargando lo sguardo oltre il consueto.

In fondo, un po’ come ci vedono dall’estero.

Come vedono il nostro bel Paese, proteso nel Mediterraneo e posto, per geografia e per storia, come uno dei punti di incontro dell’Europa con civiltà e culture di altri continenti.

Questa condizione ha contribuito a costruire la nostra identità, sinonimo di sapienza, genio, armonia, umanità.

E’ significativo che, nell’anno che si chiude, abbiamo celebrato Leonardo da Vinci e, nell’anno che si apre, celebreremo Raffaello. E subito dopo renderemo omaggio a Dante Alighieri.

Incontro sovente Capi di Stato, qui in Italia o all’estero.

Registro ovunque una grande apertura verso di noi, un forte desiderio di collaborazione. Simpatia nei confronti del nostro popolo. Non soltanto per il richiamo della sua arte e dei paesaggi, per la sua creatività e per il suo stile di vita; ma anche per la sua politica di pace, per la ricerca e la capacità italiana di dialogo nel rispetto reciproco, per le missioni delle sue Forze Armate in favore della stabilità internazionale e contro il terrorismo, per l’alto valore delle nostre imprese e per il lavoro dei nostri concittadini.

Vi è una diffusa domanda di Italia.

Abbiamo problemi da non sottovalutare.

Il lavoro che manca per tanti, anzitutto. Forti diseguaglianze. Alcune gravi crisi aziendali. L’esigenza di rilanciare il nostro sistema produttivo. Ma abbiamo ampie possibilità per affrontare e risolvere questi problemi. E per svolgere inoltre un ruolo incisivo nella nostra Europa e nella intera comunità internazionale.

L’Italia riscuote fiducia.

Quella stessa fiducia con cui si guarda, da fuori, verso il nostro Paese deve indurci ad averne di più in noi stessi, per dar corpo alla speranza di un futuro migliore.

Conosco le difficoltà e le ferite presenti nelle nostre comunità. Le attese di tanti italiani.

Dobbiamo aver fiducia e impegnarci attivamente nel comune interesse. Disponiamo di grandi risorse. Di umanità, di ingegno, di capacità di impresa. Tutto questo produce esperienze importanti, buone pratiche di grande rilievo. Ne ho avuto conoscenza diretta visitando i nostri territori.

Vi è un’Italia, spesso silenziosa, che non ha mai smesso di darsi da fare.

Dobbiamo creare le condizioni che consentano a tutte le risorse di cui disponiamo di emergere e di esprimersi senza ostacoli e difficoltà.

Con spirito e atteggiamento di reciproca solidarietà.

Insieme.

In particolar modo è necessario ridurre il divario che sta ulteriormente crescendo tra Nord e Sud d’Italia. A subirne le conseguenze non sono soltanto le comunità meridionali ma l’intero Paese, frenato nelle sue potenzialità di sviluppo.

Naturalmente, per promuovere fiducia, è decisivo il buon funzionamento delle pubbliche istituzioni che devono alimentarla, favorendo coesione sociale. Questo è possibile assicurando decisioni adeguate, efficaci e tempestive sui temi della vita concreta dei cittadini.

La democrazia si rafforza se le istituzioni tengono viva una ragionevole speranza.

E’ importante anche sviluppare, sempre di più, una cultura della responsabilità che riguarda tutti: dalle formazioni politiche, ai singoli cittadini, alle imprese, alle formazioni intermedie, alle associazioni raccolte intorno a interessi e a valori.

La cultura della responsabilità costituisce il più forte presidio di libertà e di difesa dei principi, su cui si fonda la Repubblica. Questo comune sentire della società– quando si esprime – si riflette sulle istituzioni per infondervi costantemente un autentico spirito repubblicano.

La fiducia va trasmessa ai giovani, ai quali viene sovente chiesta responsabilità, ma a cui dobbiamo al contempo affidare responsabilità.

Le nuove generazioni avvertono meglio degli adulti che soltanto con una capacità di osservazione più ampia si possono comprendere e affrontare la dimensione globale e la realtà di un mondo sempre più interdipendente.

Hanno – ad esempio – chiara la percezione che i mutamenti climatici sono questione serissima che non tollera ulteriori rinvii nel farvi fronte.

Le scelte ambientali non sono soltanto una indispensabile difesa della natura nell’interesse delle generazioni future ma rappresentano anche un’opportunità importante di sviluppo, di creazione di posti di lavoro, di connessione tra la ricerca scientifica e l’industria.

Torniamo con il pensiero alle popolazioni delle città minacciate, come Venezia, dei territori colpiti dai sismi o dalle alluvioni, delle aree inquinate, per sottolineare come il tema della tutela dell’ambiente sia fondamentale per il nostro Paese.

I giovani l’hanno capito. E fanno sentire la loro voce proiettati, come sono, verso il futuro e senza nostalgia del passato.

Ogni società ha sempre bisogno dei giovani. Se possibile ancor di più oggi che la durata della vita è cresciuta e gli equilibri demografici si sono spostati verso l’età più avanzata.

Questa nuova condizione impone di predisporre nei confronti degli anziani – parte preziosa della società – maggiori cure e attenzioni. Occorre, al tempo stesso, investire molto sui giovani.

Diamo loro fiducia, anche per evitare l’esodo verso l’estero. Diamo loro occasioni di lavoro correttamente retribuito. Favoriamo il formarsi di nuove famiglie.

Dobbiamo riporre fiducia nelle famiglie italiane. Su di esse grava il peso maggiore degli squilibri sociali. Hanno affrontato i momenti più duri, superandoli. Spesso con sacrificio.

Fornire sostegno alle famiglie vuol dire fare in modo che possano realizzare i loro progetti di vita. E che i loro valori – il dialogo, il dono di sé, l’aiuto reciproco – si diffondano nell’intera società rafforzandone il senso civico.

E’ una virtù da coltivare insieme, quella del civismo, del rispetto delle esigenze degli altri, del rispetto della cosa pubblica.

Argina aggressività, prepotenze, meschinità, lacerazioni delle regole della convivenza.

Una associazione di disabili mi ha donato per Natale una sedia. Molto semplice ma che conserverò con cura perché reca questa scritta: “Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi”.

Esprime appieno il vero senso della convivenza.

Due mesi fa vicino Alessandria, tre Vigili del Fuoco sono rimasti vittime dell’esplosione di una cascina, provocata per truffare l’assicurazione. Nel ricordare – per loro e per tutte le vittime del dovere – che il dolore dei familiari, dei colleghi, di tutto il Paese non può estinguersi, vorrei sottolineare che quell’evento sembra offrire degli italiani due diverse immagini che si confrontano: l’una nobile, l’altra che non voglio neppure definire.

Ma l’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere. L’altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente.

Quella autentica è l’Italia del Sindaco di Rocca di Papa, Emanuele Crestini. Nell’incendio del suo municipio ha atteso che si mettessero in salvo tutti i dipendenti, uscendone per ultimo. Sacrificando così la propria vita.

Senso civico e senso della misura devono appartenere anche a chi frequenta il mondo dei social, occasione per ampliare le conoscenze, poter dialogare con tanti per esprimere le proprie idee e ascoltare, con attenzione e rispetto, quelle degli altri.

Alle volte si trasforma invece in strumento per denigrare, anche deformando i fatti. Sovente ricorrendo a profili fittizi di soggetti inesistenti per alterare lo scambio di opinioni, per ingenerare allarmi, per trarre vantaggio dalla diffusione di notizie false.

Il mosaico che compone la società italiana ha tante tessere preziose.

Penso – tra le altre – al mondo delle nostre università, ai centri di ricerca, alle prestigiose istituzioni della cultura.

Ho conosciuto e apprezzato in tante occasioni l’attività che si svolge in questa costellazione di luoghi del pensiero, dell’innovazione, della scienza.

Si tratta di un patrimonio inestimabile di idee e di energie per costruire il futuro.

E’ essenziale che sia disponibile per tutti.

Che sia conosciuto, raccontato, condiviso. Che siano rimossi gli ostacoli e reso più agevole il rapporto tra istituzioni culturali e società e l’accesso al sapere.

In questo senso un ruolo fondamentale è assegnato ai media e in particolare al nostro servizio pubblico.

Abbiamo bisogno di preparazione e di competenze.

Ogni tanto si vede affiorare, invece, la tendenza a prender posizione ancor prima di informarsi.

La cultura è un grande propulsore di qualità della vita e rende il tessuto sociale di un Paese più solido.

Ringraziamo Matera che ha fatto onore all’Italia e al suo Mezzogiorno, in questo anno in cui è stata Capitale della cultura europea.

Con questo spirito rivolgo gli auguri a Parma che, con il suo straordinario patrimonio umano e artistico, da domani sarà Capitale italiana della cultura per il 2020.

Un saluto particolarmente grato e sentito rivolgo a Papa Francesco, Vescovo di Roma, che esercita il suo alto magistero con saggezza e coraggio e che mostra ogni giorno di amare il nostro Paese, a partire da coloro che versano in condizioni di bisogno e da chi, praticando solidarietà, reca beneficio all’intera comunità civile.

Nel rinnovare gli auguri a quanti sono in ascolto in Italia e all’estero, a tutti i nostri concittadini, a quanti il nostro Paese ospita, vorrei rivolgere un saluto particolare a coloro che, in queste giornate festive, assicurano – come sempre – il funzionamento dei servizi necessari alla nostra vita comune.

Rivolgo gli auguri alle donne e agli uomini delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine, a tutti coloro che, con vari ruoli e compiti, operano a beneficio della Repubblica e di tutti noi cittadini.

Per tutti, saluto Luca Parmitano – il primo astronauta italiano al comando della stazione spaziale internazionale – impegnato nella frontiera avanzata della ricerca nello spazio, in cui l’Italia è tra i principali protagonisti.

Da lassù, da quella navicella – come mi ha detto quando ci siamo collegati – avverte quanto appaiano incomprensibili e dissennate le inimicizie, le contrapposizioni e le violenze in un pianeta sempre più piccolo e raccolto.

E mi ha trasmesso un messaggio che faccio mio: la speranza consiste nella possibilità di avere sempre qualcosa da raggiungere.

E’ questo l’augurio che rivolgo a tutti voi !

Buon 2020 !

All’alba di un anno nuovo

Ogni inizio d’anno racchiude in sé una molteplicità infinita di speranze: ne è la sintesi e il culmine, così da sempre per l’intera umanità.

La storia è un continuum ininterrotto di fatti, una concatenazione di eventi, nulla del presente può prescindere dal passato, fosse anche quello delle cronache di ieri.

Dobbiamo averne consapevolezza perché non esisterà mai un anno zero, un momento in cui magicamente tutto si annulla – le colpe, gli errori, gli inganni – e si riparte da capo: sarebbe solo una effimera illusione destinata ad essere smentita in ogni campo dell’agire umano, in ogni suo contesto.

Però l’uomo, la società hanno bisogno che il tragitto della storia sia contrassegnato dalle convenzioni del calendario: per scandire lo scorrere stesso della vita, per dare la giusta misura a tutte le cose, per ricordare ma anche per far tesoro del passato, correggere il cammino, esercitare il dovere della speranza.

Finisce poi che le buone intenzioni sono lentamente assorbite e metabolizzate in una quotidianità fatta di scelte e di progetti nuovi, ma anche di abitudini e di destino, oltre le nostre migliori volontà.

Ma all’alba di un anno nuovo abbiamo un bisogno quasi organico, fisiologico di guardare avanti, di immaginare, di ripartire, non possiamo prescindere da questa precisa speranza: che il domani possa essere migliore a partire dall’impegno coerente di ciascuno di noi.

Viviamo – da molto tempo – una condizione esistenziale dove realtà e virtualità si sovrappongono, fino a confondersi e questo genera insoddisfazioni, incertezze e molta solitudine.

Trovo persino paradossale che in un’ epoca in cui disponiamo di straordinarie potenzialità comunicative la gente finisca tendenzialmente per appartarsi, non trovando il conforto di una parola, una presenza amica, una relazione positiva e aperta alla fiducia: c’è un numero crescente di persone che rinunciano alla vita stessa perché si sentono isolate, incomprese, avvertono intorno a sé relazioni superficiali, indifferenti, persino ostili.

Ci nominiamo al plurale, chiamandoci “umanità” ma siamo come monadi isolate in un universo globalizzato che ci priva della nostra stessa identità.

Io credo che in questi ultimi anni abbiamo collettivamente parlato troppo, sovrapponendo e confondendo le parole fino a non comprenderci più.

Siamo spesso circondati da una sorta di nebulizzazione della parole, una specie di gigantesco aerosol collettivo che ci ha gradatamente privato di antiche sensibilità e di concreti orizzonti di senso, fino a negare il valore dell’incontro, del dialogo, l’importanza di conoscere e stimare la vita degli altri.

Ultimamente la nostra esistenza è ansiosamente sincopata da esigenze traumatiche, finiamo per subire messaggi ultimativi oltre i quali ci viene prospettato il baratro, la catastrofe, l’apocalisse: vivere diventa una sorta di colpa, di peccato originale legato al raggiungimento di performances.

Contano il PIL, il pareggio di bilancio, le aliquote, le indicizzazioni, i tassi, gli spread.

Qualcuno parla forse di sentimenti? Monitorati e analizzati, scandagliati e controllati, tartassati e asfissiati: ma sideralmente lontani tra noi, spesso resi antagonisti e opposti.

Contano i numeri. E’ vero. Ma ancor più contano le sensibilità individuali e collettive, i valori che ci rendono potenziali interlocutori, gli uni degli altri. Conta la vita, la sua dignità.

Vorrei allora, lo dico con assoluta umiltà ma con altrettanta convinzione etica, che l’anno che ci aspetta ci possa restituire una dimensione meno conflittuale dell’esistere, che ci apra al dialogo, che ci faccia riscoprire l’importanza della vita degli altri.

Capacità di saper ascoltare: questo è il dono che chiedo all’anno nuovo, un dono di civiltà.

 

La Comunità Sant’Egidio apre ai clochard una chiesa a Trastevere

Contro l’emergenza freddo a Roma interviene la Comunità di Sant’Egidio, che apre nuovamente la chiesa di San Callisto a Trastevere per ospitare ulteriori 40 persone per la notte. Solo nella Capitale, la Comunità offre già a chi vive in strada un letto nelle strutture di Palazzo Migliori, gestito insieme all’Elemosineria Apostolica, e della Villetta della Misericordia, all’interno dell’ospedale Gemelli.

A causa del freddo, ricorda la Comunità di Sant’Egidio, in soli due giorni sono già morti due clochard, uno a Verona e uno a Roma. L’ultimo, Damiano, è stato ritrovato senza vita nel parcheggio di un supermercato nel quartiere di Tor Bella Monaca.

Tumore al seno: nuove speranze

Un team di ricercatori dell’Istituto di ricerca bio-sanitaria di Granada, in Spagna, ha messo a punto una nuova terapia basata sulle nanoparticelle, che avrebbe meno effetti collaterali rispetto ai trattamenti tradizionali.

Il nuovo trattamento, testato su un campione di topi da laboratorio, utilizza un terzo delle molecole attualmente impiegate nella chemioterapia e avrebbe un’azione più mirata, in quanto andrebbe ad agire solo sulle cellule tumorali.

La nuova terapia, si basa sull’utilizzo di nanoparticelle contenenti una soluzione di più ingredienti: la doxorubicina, un medicinale abitualmente utilizzato per combattere il cancro al polmone, il fluoroforo, ovvero un marcatore fluorescente utile per monitorare l’azione del trattamento e il Crgdk, un peptide fondamentale per garantire il legame tra le nanoparticelle e il recettore neuropilina-1 (l’Nrp-1), particolarmente presente nelle cellule del tumore al seno triplo negativo.

 

Non è’ tempo di finirla con i ‘balletti’ intorno alla legge elettorale?

Una volta erano tra le leggi più longeve. In molti casi, addirittura, costituivano parte integrante della legge fondamentale, cioè la Costituzione, e godevano di un regime giuridico resistente ai cambiamenti ordinari delle leggi. In poche parole -le regole elettorali che determinano come si trasformano i voti in seggi parlamentari- costituivano normative stabili il cui cambiamento segnava la fine di un’epoca. Come avvenne nel nostro Paese nel 1919 quando si passò dal maggioritario al proporzionale, per assorbire pienamente nel sistema politico liberal-democratico i socialisti ed i popolari che con il nuovo secolo erano diventate le forze politiche emergenti. E come si sarebbe verificato, dopo il Fascismo, con l’avvento del sistema democratico-repubblicano, quando si varò una legge elettorale che durò fino al 1993 e fu improntata anch’essa al criterio proporzionale di distribuzione dei seggi.

A partire dalle ccdd. leggi Mattarella (Mattarellum), invece, questa situazione si è completamente capovolta. E’ iniziato una sorta di balletto dei sistemi di voto che non solo ha portato, oggi, il nostro Paese alla soglia della ennesima legge elettorale in poco più di un venticinquennio ma ha anche piegato i due classici modelli elettorali (proporzionale e maggioritario) alla convivenza forzosa in sistemi misti diversamente dosati attraverso vari marchingegni inventati al solo scopo di favorire nelle successive elezioni i partiti che se ne erano fatti promotori. E così abbiamo avuto in rapida successione il Porcellum, l’Italicum, il Rosatellum, tutti strumenti “fatti su misura” e quindi non per cambiare in senso innovativo il sistema politico ma, al contrario, per conservarlo nei suoi equilibri, difesi con tenace resistenza a favore della posizione di vantaggio di chi li aveva proposti.

Del preoccupante e sempre più incalzante problema dell’astensionismo degli elettori -che, ormai, disertano le urne in modo non congiunturale ma strutturale, permanente, non episodico- e, soprattutto, del gravissimo fenomeno della divisione tra popolo ed élites -che si percepiscono sempre più come entità portatrici di valori ed interessi inconciliabilmente opposti- nessuna adeguata percezione. Come se qui non fosse in gioco direttamente la democrazia, che con l’affermarsi della retorica populista è colpita con un taglio netto nei suoi legami di intermediazione e quindi delegittimata in maniera decisiva nei partiti politici e nelle istituzioni rappresentative. Anzi, bisogna segnalare una sempre più esclusiva accentuazione del dibattito in ordine alla ‘modellistica’ dei criteri elettorali proposti tra: proporzionali puri o variamente corretti con clausola di sbarramento più o meno bassa; maggioritari con o senza scorporo; uninominali ad uno o doppio turno alla francese o all’australiana; sistemi vari tra modello spagnolo, svedese, greco e, naturalmente, inglese e tedesco. Con la connessa conseguenza di una sempre più distratta attenzione alle radici di questi meccanismi elettorali che, come è noto, stanno alla base della funzionalità e democraticità del sistema istituzionale e quindi non possono essere configurati né di per sé né per il tornaconto particolare di questo o quel partito. Men che meno dell’uno o dell’altro leaders politico, addirittura, dello stesso schieramento o partito come pretenderebbero all’interno del PD Franceschini, che propugna un proporzionale con sbarramento, ed il segretario, Zingaretti, che sfida gli alleati ed apre alla Lega sul maggioritario. Lega che, a sua volta, con Salvini, per un verso, promuove il referendum per abolire la quota proporzionale e trasformare il Rosatellum in un sistema completamente maggioritario e, per un altro verso, si dichiara pronta a chiudere un patto con Sinistra e M5S sul proporzionale.

Dunque, non è sulla base di calcoli e tornaconti di partito o di schieramento che si deve guardare alla riforma elettorale se, peraltro, non si vuole ripetere ancora una volta, dopo due sentenze di incostituzionalità seppure parziale, l’esperienza del Porcellum e dell’Italicum. Tutt’altra deve essere, invece, la strada da imboccare. E precisamente quella che, come meta, ha la migliore funzionalità e democraticità del sistema istituzionale. Che, è necessario tenere presente, non dipende dalla sola e adeguata strutturazione politica del parlamento ma dalla organizzazione e dalla efficienza ed efficacia dell’intero apparato di governance della Repubblica. Circostanza questa che quindi implica l’abbandono dell’idea di fondare la riforma elettorale tenendo in conto la configurazione del solo parlamento e l’assunzione di un diverso criterio basato sul ruolo e le funzioni svolte dagli organi che costituiscono il complessivo sistema di governo del Paese. Senza la cui profonda trasformazione, in direzione del superamento del cd. “stato legislativo” fondato sulla supremazia della legge e conseguentemente del parlamento, difficilmente potrebbe garantire una nuova governance efficiente, efficace, ‘al passo’ con la velocizzazione del tempo e quindi in grado di dare risposte adeguate per uscire dalla paralisi che caratterizza l’attuale sistema democratico ormai incapace di continuare a soddisfare i bisogni primari dei cittadini.

Non è certo questa la sede per affrontare il tema di quella che sarebbe una nuova forma di democrazia se si decidesse di riformare la governance del Paese non facendola dipendere più dalla sola legge del parlamento ma la si collegasse anche agli atti del governo, assunti con autonome decisioni, e si instaurasse così un sistema non più monista ma duale di governance, con linee di legittimazione popolare separate per parlamento e governo. Una cosa mi sembra però possibile stabilire fin da ora con certezza: che, se si procedesse tenendo conto di questa inoppugnabile prospettiva, il problema elettorale non potrebbe consistere più nel solo criterio con il quale formare la camera rappresentativa ma dovrebbe riguardare anche il modo di legittimare direttamente il premier. Il che significa che, poiché è un organo monocratico e non consente una rappresentazione pluralistica, quest’ultimo dovrebbe essere eletto con il sistema maggioritario. Mentre, essendo il parlamento un organo collegiale, il suo sistema di elezione non dovrebbe essere mai diverso da quello proporzionale.

Ma c’è di più. In quanto le ragioni di tali scelte non sarebbero fondate esclusivamente su questi argomenti di carattere tecnico-giuridico. Vi sono altre profonde motivazioni, di natura politico-istituzionale, che non possono essere trascurate e che spingono univocamente in direzione di una riforma elettorale consistente nell’adozione di due differenti sistemi. Mi riferisco, innanzi tutto, alla necessità in questa fase di cambiamento epocale di rilanciare la democrazia della responsabilità e, poi, all’esigenza di costruire tra governo e parlamento un nuovo circuito comunicativo che consenta al popolo di controllare attraverso il parlamento l’attività amministrativa del governo. Il ‘combinato disposto’ di queste modalità istituzionali è infatti, a mio giudizio, in grado di dare un decisivo contributo al superamento sia della grave situazione di astensionismo che oggi caratterizza qualsiasi sistema elettorale sia della condizione di incomunicabilità che si è determinata tra élites e popolo. Istaurando così una forma di democrazia in cui il responsabile del governo è costantemente controllato nella sua attività di indirizzo politico dai rappresentanti del popolo in parlamento, permanentemente collegati con le forze politiche che hanno determinato l’elezione di entrambi gli organi della governance.

Inoltre, da tutto quanto ora detto, è facile rilevare come si delineino due funzioni politiche assolutamente inedite i cui connotati influenzano anche i poteri nei quali si sostanziano, determinandone un sistema di relazioni che non sono più quelle che intercorrono tra esecutivo e legislativo, tali perché legati da un rapporto fiduciario, ma quelle funzionali che intercorrono tra un organo che governa ed un organo che controlla. Circostanza che fa emergere chiaramente come, rispetto all’attuale modello costituzionale, non si tratta di modificarne la “forma di governo” parlamentare in senso presidenziale ma di creare un sistema organizzativo non più improntato alla logica monista dell’esercizio della medesima funzione da parte di entrambi i poteri ma di prendere atto del dualismo delle funzioni che governo, da un lato, e parlamento, dall’altro, esercitano. Realizzando così un circuito democratico finalmente virtuoso in cui il principio di responsabilità si collega con quello di rappresentanza e nella loro interazione garantiscono entrambi la piena partecipazione del popolo alla vita istituzionale.

In altri termini, strutturando un sistema di democrazia comunitaria (o di “civismo”, per ripetere il termine di autoqualificazione usato da qualche recentissima esperienza politica) della quale già qualche elemento di apprezzamento si poteva cogliere in quegli ordinamenti locali e regionali in cui non è solo l’organo collegiale del consiglio ad essere eletto direttamente dal corpo elettorale ma anche quello monocratico del sindaco o del presidente della regione che così riallacciano con il popolo un vero rapporto di condivisione dell’indirizzo politico-istituzionale di volta in volta stabilito con il pronunciamento elettorale.

Organizzazione, quest’ultima, che peraltro, da un lato, costituirebbe il fondamento di una vera riforma dell’attuale democrazia capace di assicurare la sopravvivenza degli stessi partiti politici legati attraverso il parlamento al principio della rappresentanza pluralistica ed attraverso il governo a quello della responsabilità comunitaria e, dall’altro, implicherebbe, come già detto, la diversificazione dei sistemi per eleggere il premier ed il parlamento.
Ora, se tutto questo è condivisibile e viene assunto come modello istituzionale da perseguire seppure con i tempi e la sequenzialità imposte dall’agenda politica che certamente in questa fase non prevede (e non consentirebbe) alcuna modifica costituzionale della ‘forma di governo’ e quindi di elezione diretta del premier, la conseguenza che ne deriva è che la riforma della legge per l’elezione del parlamento -pur nella persistenza di un bicameralismo perfetto che comunque ne condiziona inevitabilmente gli effetti benefici- non potrebbe che essere improntata ad un rigido proporzionalismo. Magari attenuato da una soglia di sbarramento. Ma quanto più contenuta possibile, giusto per evitare la polverizzazione del sistema politico. Non certo per introdurre un surrettizio elemento di maggioritario che nel mosaico in cui si verrebbe ad inserire servirebbe soltanto a distorcere la volontà manifestata dal popolo e quindi ad indebolire la democrazia. Come sarebbe pure una mortificazione della partecipazione e della democrazia se al calcolo proporzionale si accoppiasse poi il voto di lista bloccato.

Insomma ed in conclusione, se il sistema elettorale è connesso al sistema istituzionale e si fa dipendere dalla funzionalità nei confronti di quest’ultimo, allora lo spazio per discussioni, dibattiti, confronti e quant’altro in ordine alla legge elettorale per il parlamento si restringerà ineluttabilmente ed i ‘balletti’ argomentativi a cui abbiamo assistito finora finiranno di alimentare affermazioni strumentali come quelle che sostengono che “il processo politico italiano va verso una netta bipolarizzazione” e “richiede (quindi) un sistema elettorale maggioritario”. E si capirà, inoltre, una volta per tutte, che l’unica strada da seguire è, invece, quella di una legge proporzionale. Meglio se coniugata con collegi uninominali, così come già avveniva per il Senato della Repubblica e per l’elezione dei Consigli delle vecchie Province.

Molte cupole e qualche guglia

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano firma di Mario Panizza

Il profilo di Roma, la città della Cupola, o, più affettuosamente, del “Cupolone”, è un susseguirsi di cupole che, fedeli a rigorose regole geometriche e sormontate da lanterne più o meno svettanti, individuano, anche al di fuori del centro storico, i luoghi di culto. Imbattersi invece a Roma nelle guglie, così come è possibile a Parigi e in molte altre città europee, è alquanto difficile.

La cupola descrive un sistema che si richiude nell’esattezza della struttura e nella completezza dello spazio interno. Essa, quasi sempre, conclude in copertura l’incrocio del transetto e della navata di una chiesa; sottende tuttavia, in edifici non religiosi, anche vasti spazi centrali di architettura civile, spesso di origine romana. È il caso del Planetario, attualmente non in uso, ricavato nell’aula ottagonale delle Terme di Diocleziano, inaugurato nel 1928, dopo un lavoro molto accorto di consolidamento delle antiche strutture murarie. Al suo interno, funzione e simbolo si ricompongono in pieno equilibrio: la copertura voltata raccoglie un cielo stellato, che muta, in base alle stagioni, come la lanterna magica dei vecchi teatri. Il suo compito didattico si arricchisce della suggestione che coinvolge chi partecipa alla proiezione.

Ed è proprio nel coinvolgimento e nella suggestione la forza espressiva della cupola. I fattori che la generano dipendono da più variabili: la sezione che, in base alla geometria strutturale, può essere a tutto sesto, ribassata o ogivale, combinandosi in vario modo con la forma del perimetro, circolare o poligonale; la disposizione rispetto alla quota del terreno, sopraelevata come accade in quasi tutte le chiese, oppure ribassata, prevalentemente nei luoghi di sepoltura, infine perfettamente in linea con la quota della città, come è previsto, per lo più, negli impianti che ospitano manifestazioni sportive. Variabile è anche il rapporto con l’esterno e quindi l’effetto che si ottiene al momento dell’ingresso. In questo caso le condizioni percettive ed emotive possono variare, anche molto, in base alla continuità o al contrasto tra l’interno e l’esterno. Talvolta infatti la sala a cupola, sebbene sia un interno, può costruire l’effetto di dilatare lo spazio urbano.

La guglia, al contrario, si rivolge quasi esclusivamente all’esterno: costruisce un profilo, in prevalenza conico, e lo proietta sullo skyline della città. Solo marginalmente interferisce nella definizione del volume interno; qui la sua presenza si limita alla base di appoggio, generalmente poco ingombrante, che trova la sua impronta, ma solo quando contribuisce al sistema strutturale, nel piano di fondazione. La cupola accompagna con una forma rassicurante e protettiva il profilo della città, invece la guglia pronuncia un’eccezione, un’emergenza che tende a imporre una presenza da guardare e riconoscere tra molte forme che esprimono il desiderio di isolarsi ed esporsi.

Le guglie e i pinnacoli, che svettano al di sopra della copertura, caratteristici soprattutto del Gotico, hanno un compito prevalentemente decorativo e quasi sempre si moltiplicano fino a costruire facciate molto ornate nel bordo superiore; svolgono tuttavia, e in non pochi casi, anche una funzione statica, collaborando ad appesantire, per rinforzarli, i muri perimetrali, sottoposti alle spinte orizzontali degli archi che sostengono la copertura o i solai intermedi.

Una raccolta che descriva le cupole di Roma obbliga a una selezione molto restrittiva, impegnata a cercare un criterio che sappia cogliere le singolarità, le eccezioni che, proprio perché tali, aiutino a comprendere con maggiore ordine l’intero panorama delle chiese del Rinascimento e del Barocco.

Un primo elenco riguarda quelle che coprono un edificio volumetricamente unitario, dove un solo corpo di fabbrica si identifica in toto con la cupola stessa. In questi casi, ne deriva un edificio singolo che esprime la compiutezza statica, precisando le linee che si proiettano sul terreno. Tra loro si evidenziano le costruzioni di epoca romana che, quando in buono stato, hanno assunto, come il Pantheon e la già ricordata sala ottagonale delle Terme di Diocleziano, una nuova funzione religiosa o civile. Il Pantheon, con la sua cupola aperta, del diametro di oltre 43 metri, fondato come tempio pagano, è attualmente una basilica cristiana che raccoglie le sepolture di artisti famosi e di due re d’Italia.

Più espressiva, soprattutto in relazione all’ambiente circostante, è la cupola, sempre romana, del padiglione di Minerva Medica (inizio iv secolo) che, perfettamente visibile dal treno in partenza dalla Stazione Termini, costruisce un’ambientazione molto singolare dove una scenografia alquanto audace colloca una preesistenza romana, compromessa in molte sue parti, ma perfettamente riconoscibile nel suo insieme volumetrico, tra imponenti edifici di servizio e fasci di binari ferroviari. Minerva Medica, che avrebbe ispirato Brunelleschi per la costruzione di Santa Maria del Fiore a Firenze, illustra, anche, con precisione la meccanica strutturale di una cupola in muratura: il suo punto più fragile è al centro della volta che, come in questo caso, è venuto giù quando la spinta sui fianchi, causata dal peso e dalle infiltrazioni, ha portato a ridurre la coesione tra la malta e i conci.

La selezione delle cupole da preferire durante una visita a Roma sarebbe sicuramente caratterizzata dall’elenco delle assenze. Solo come memorandum, orientativo e personale, si indicano le chiese che, dopo San Pietro in Vaticano, non possono rimanere escluse: Sant’Andrea della Valle, la cui cupola, la seconda per dimensione tra quelle antiche dopo San Pietro, realizzata da Carlo Maderno nel 1620, raffigura l’Assunzione della Vergine; Santi Luca e Martina, opera di Pietro da Cortona del 1664 che, alla suggestione del Barocco aggiunge l’immersione tra gli imponenti resti archeologici del Foro romano; Santi Ambrogio e Carlo al Corso, con una cupola, molto alta e ben illuminata da tre tipi diversi di aperture, terminata nel 1669 su disegno di Pietro da Cortona; la Chiesa del Gesù, progetto del Vignola che dirige i lavori tra il 1568 e il 1573, con la cupola su tamburo ottagonale di Giacomo della Porta. Un caso a parte è rappresentato dalla chiesa di Sant’Ignazio di Loyola dove, all’interno, anticipata da una navata che costruisce, con l’illusione prospettica di Andrea del Pozzo, due templi sovrapposti, una cupola finta, che rappresenta la Gloria di Sant’Ignazio, si impone su un soffitto assolutamente piatto.

Al contrario delle cupole, guglie e pinnacoli, espressione distintiva del Gotico, a Roma sono molto poco presenti. Gli esempi che si incontrano sono “in stile”, piuttosto che autentici: due campanili a guglia, a Piazza Cavour, concludono la facciata eclettica del Tempio Valdese (1911-1914); una torre neogotica, sormontata da una cuspide in travertino e da una corona di pinnacoli, definisce il volume della chiesa anglicana All Saints’ Church di via del Babuino (1882); infine, a Lungotevere Prati, la Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, realizzata all’inizio del Novecento in pieno stile gotico, interpreta, sulla facciata, la trama del Gotico maturo del Duomo di Milano.

Tra due delle cupole di maggior rilievo nel profilo della città — il Pantheon e la chiesa di Sant’Andrea della Valle — svetta la guglia più nota a Roma, quella di Sant’Ivo alla Sapienza, che si arrampica verso l’alto attraverso una spirale che nasce dalla geometria perfettamente equilibrata della cupola sottostante. Poco oltre, sempre di Borromini, a Piazza Navona, si impongono, su una cortina continua, le cuspidi delle due torri simmetriche di Sant’Agnese in Agone che anticipano la cupola poligonale retrostante.

L’opera religiosa più recente marcata da guglie è il Tempio Mormone di Porta di Roma, noto anche come il “grattacielo” proprio per la sua esuberante spinta verso l’alto che si isola in un’area urbana molto poco strutturata.

Alcuni esempi di guglie discrete si incontrano nella Roma moderna degli anni Venti del secolo scorso. Il loro linguaggio è piuttosto quello delle edicole svettanti, spesso aperte, che richiamano il tema dell’altana. Due gli esempi più eleganti nell’architettura civile di quegli anni: l’Albergo rosso della Garbatella (Innocenzo Sabbatini 1927-1928) e la Scuola Pistelli in Prati del 1928.

Tornando all’insieme degli edifici appena descritti, le numerose cupole e le poche guglie individuano due forme che, pur esprimendo, soprattutto nell’architettura religiosa, un valore dal forte carattere simbolico, spesso prevalente sulla funzione, costruiscono condizioni spaziali molto diverse, dove però l’intento comune di sovrapporre alla qualità formale significati e valori, sebbene distanti nelle varie epoche, tende a combinarle in un disegno, che, unitario nella lettura, racconta il profilo storico di Roma.

Nascite al minimo storico e speranza di vita in aumento

L’Italia è uno dei Paesi più vecchi al mondo.

“Nel 2018 – spiega l’istat – continua il calo delle nascite”, da 458.151 nel 2017 a 439.747, “nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia”. La speranza di vita media, invece, “si attesta su 80,8 anni per i maschi e 85,2 per le femmine”.

Nel 2018 diminuisce anche il numero dei decessi, che “raggiunge le 633.133 unità”: l’Italia si ritrova così a essere ai vertici mondiali per età media della popolazione, “con 173,1 persone con 65 anni e oltre ogni cento persone con meno di 15 anni al primo gennaio 2019”.

Inoltre, le famiglie italiane sono sempre di più ma sempre più piccole: i nuclei familiari sono infatti arrivati a essere 25 milioni e 700mila, e se nel 33,2% si tratta di coppie con figli (la tipologia che ha fatto registrare la maggiore diminuzione negli ultimi anni: +11,5% dal 1997-98), addirittura il 33% sono “famiglie unipersonali” (cioè i single), in costante aumento nel corso degli anni.

2019: un anno di Caritas

Mettere insieme Carità e Cultura è stato l’obiettivo che Caritas Italiana ha scelto per il 2019 e a cui ha dedicato il 41° Convegno nazionale delle Caritas diocesane (25-28 marzo). Collocato nell’anno che ha visto Matera capitale europea della cultura, è stato un momento di confronto fondamentale per dare – o restituire – speranza alle nostre comunità riscoprendo la dimensione “educante”, con un rinnovato investimento nella formazione e sulla cultura.

In Italia l’impegno di Caritas Italiana e delle Caritas diocesane è proseguito accanto alle popolazioni colpite da calamità naturali, un impegno prolungato nel tempo, come ha ricordato il 10° anniversario del sisma de L’Aquila, o più recente come per i progetti di ricostruzione post-sisma nel Lazio, Marche, Abruzzo ed Umbria.

Il 2019 ha visto però anche un’azione quotidiana delle oltre 200 Caritas diocesane in tutta Italia, documentata nel “Flash Report sulla povertà ed esclusione sociale 2019” pubblicato alla vigilia della terza Giornata Mondiale dei Poveri celebrata il 17 novembre scorso. Per questa edizione si è deciso di dedicare un focus, curato insieme a Legambiente, alle strette connessioni tra ambiente, degrado, povertà e giustizia sociale. A giugno poi si è svolto l’Incontro nazionale dei Centri di Ascolto delle Caritas diocesane, dove è stato presentato il nuovo vademecum di indirizzo: in Italia sono 3.364 i centri di ascolto (diocesani, zonali, parrocchiali), quasi il doppio di venti anni fa, che hanno realizzato lo scorso anno 208.391 interventi di ascolto, orientamento, consulenza e, nei servizi collegati, si sono registrate 1.017.960 erogazioni di beni e servizi materiali (viveri, vestiario, prodotti per l’igiene personale, buoni pasto, ecc.) e 176.685 interventi di accoglienza residenziale.

Accanto all’azione quotidiana e alla ricerca, è proseguito il lavoro di rete con l’Alleanza contro la Povertà e il Forum Disuguaglianze e Diversità, nonché con la firma di due importanti protocolli di intesa: uno con il Ministero della Giustizia per promuovere i lavori di pubblica utilità per favorire l’accettazione della funzione riparativa, l’altro con INPS e ANCI per favorire l’orientamento e l’accesso alle prestazioni sociali e previdenziali per quelle fasce della popolazione che vivono in condizioni di disagio economico, lavorativo, sociale e abitativo.

Sul fronte dell’immigrazione è stato rinnovato l’accordo con il Governo sui “Corridoi umanitari” per l’arrivo, in due anni, di 600 richiedenti asilo da Etiopia, Niger e Giordania. Si tratta di persone vulnerabili per le quali è prevista un’accoglienza in parrocchie, strutture e comunità diocesane, famiglie. L’esito del precedente accordo è stato presentato ad aprile con la pubblicazione di “Oltre il mare”, il primo Rapporto nell’ambito della protezione internazionale sui corridoi umanitari in Italia e altre vie legali e sicure d’ingresso. Questa interessante esperienza ha visto anche il riconoscimento dell’UNHCR, vincendo per la regione Europa l’edizione 2019 del Premio Nansen per i Rifugiati. Da segnalare anche il protocollo firmato con l’Ispettorato del lavoro sullo sfruttamento lavorativo e caporalato, che rafforza l’azione del progetto Presidio. L’attività Caritas su questo tema passa anche dallo studio e dall’approfondimento, come dimostrano la pubblicazione del XXVIII Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, e del Rapporto “Common Home” promosso da 11 Caritas europee (tra cui Caritas Italiana), nell’ambito del progetto europeo MIND, giunto al secondo anno dal suo avvio.

Nel 2019 è continuato poi l’ultra quarantennale impegno per e con i giovani attraverso il servizio civile, con l’avvio a gennaio di 1.194 volontari, coinvolti per 12 mesi in 195 progetti presso 588 sedi. La collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) ha invece sviluppato l’attenzione al mondo della scuola, con il concorso “Comunità che condividono: creiamo legami”. E sempre con un’attenzione pedagogica, sono stati pubblicati due nuovi volumi della serie “VivaVoce” dell’EDB: “Uno zaino da riempire. Storie di povertà educativa dei giovani e degli adulti” e “Per piccina che tu sia. Quando la casa diventa un problema”.

E’ poi proseguito il costante lavoro di formazione base dei nuovi direttori di Caritas diocesane e dei loro più stretti collaboratori, così come le attività di formazione permanente della Comunità professionale di formatori Caritas, a sostegno del Piano Integrato di Formazione che da oltre 4 anni coinvolge le Caritas diocesane e le Delegazioni regionali Caritas.

In ambito europeo ed internazionale, nell’anno appena trascorso è stato portato avanti il servizio ordinario di accompagnamento delle Chiese locali nei vari Paesi del mondo, grazie anche ai Microprogetti di sviluppo. Le emergenze internazionali hanno poi visto, come sempre, Caritas Italiana in prima fila in collegamento con Caritas Internationalis, come avvenuto per i terremoti nello Sri Lanka e nelle Filippine, la crisi umanitaria in Libia, il ciclone che ha colpito Mozambico, Zimbabwe e Malawi e l’uragano che si è abbattuto sulle Bahamas, il recente sisma in Albania e le alluvioni nei Paesi del Corno d’Africa. Un’attenzione specifica con la Campagna “Amata e martoriata” è stata dedicata alla tragedia che da ormai 9 anni vive la popolazione siriana, e ci si è anche concentrati sulla situazione in Sud Sudan a 8 anni dall’indipendenza e sulla drammatica situazione che vivono i profughi lungo la rotta balcanica.

Ai vari Paesi del mondo e alle loro problematiche sono stati dedicati anche quest’anno 11 Dossier con Dati e Testimonianze (DDT), le cui pubblicazioni sono iniziate nel 2015 per un totale di 53 realizzati finora. Sempre sul versante internazionale sono continuate le collaborazione nelle Campagne “Chiudiamo la forbice”, “Share the journey” e “Liberi di partire, Liberi di restare”.

Nel 2019 Caritas Italiana ha visto avvicendarsi due Presidenti, prima con l’interim di S. Ecc. rev.ma mons. Corrado Pizziolo, Vescovo di Vittorio Veneto, e poi con la nomina dell’attuale Presidente S. Ecc. rev.ma mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, Arcivescovo di Gorizia. Al giovane Alberto Marvelli e alla figura di Luciano Tavazza sono stati dedicati gli ultimi due audiolibri, realizzati insieme a Rete Europea Risorse Umane.

L’anno si chiude con la 52a Marcia della Pace che si svolge il 31 dicembre a Cagliari, promossa dal movimento cattolico internazionale Pax Christi, da Caritas Italiana, dall’Ufficio per i Problemi sociali e del lavoro della CEI e dall’Azione Cattolica Italiana, in collaborazione con il Comitato promotore della Marcia della pace in Sardegna e il Centro di servizio per il volontariato Sardegna Solidale. Il tema del Messaggio di papa Francesco per la 53a Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2020 “La Pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica” fa anche da tema per la Marcia.

L’Italia dei Musei

Nel 2018, l’Italia vanta 4.908 tra musei, aree archeologiche, monumenti ed ecomusei aperti al pubblico. È un patrimonio diffuso su tutto il territorio: in un comune italiano su tre (2.311) è presente almeno una struttura a carattere museale. Ce ne è una ogni 50 Kmq e una ogni 6 mila abitanti. La maggior parte sono musei, gallerie o raccolte di collezioni (3.882), cui si aggiungono 630 monumenti e complessi monumentali, 327 aree e parchi archeologici e 69 strutture ecomuseali.

I visitatori sono in forte crescita: oltre 128 milioni di persone (di cui 58,6 stranieri) hanno visitato il patrimonio culturale italiano nel 2018:,quasi 10 milioni in più (+8%) rispetto al 2017. L’incremento maggiore è registrato dai monumenti e i complessi monumentali (+11,5%) e dai musei (+9,6%). Diminuiscono i visitatori delle aree archeologiche (-11,3%).

Le prime 10 città sono nell’ordine Roma, Firenze, Napoli, Venezia, Milano, Torino, Pisa, Pompei, Siena e Verona, nelle quali si concentra oltre la metà dei visitatori (il 55,5%).

Oms: morbillo l’emergenza della salute nel 2019

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) come ogni anno ha effettuato il ritratto della popolazione globale.

Nel corso del 2019  l’organizzazione aveva già puntato l’attenzione sulle principali emergenze sanitarie, come morbillo e malaria.

Anche sul fronte della guerra contro i superbatteri non ci sono buone notizie: ogni anno 700mila persone muoiono per infezioni resistenti agli antibiotici. Aumenta poi al ritmo di 125 milioni ogni anno il numero di persone esposte a caldo eccessivo.

Le buone notizie del 2019 arrivano dai vaccini: c’è la lotta per eliminare la rosolia, che se contratta dalle donne in gravidanza provoca difetti congeniti nei feti e che è prevenibile con il vaccino; contro la malaria è stata avviata la prima vaccinazione su larga scala in Malawi Ghana e Kenya con l’obiettivo di raggiungere 360mila bambini l’anno; il virus Ebola continua a uccidere in Congo, ma grazie a vaccino e terapie sperimentali, la mortalità è più contenuta rispetto alla precedente epidemia in Africa Occidentale.

Il “manifesto Zamagni” e i cattolici solitari

1) L’irrilevanza  dei cattolici                                                                                                                      

Per chi ci ha fatto caso, la notizia circolata tempo fa sull’elezione di Mara  Cartabia a presidente della Corte costituzionale, non è stata soltanto quella di essere la prima donna a ricoprire tale autorevole e prestigiosa carica. Ma anche che si  trattava di una “Giurista cattolica”. Il che avrà confortato quanti lamentano l’assenza dei cattolici nello spazio pubblico. Che, se anche presenti, sono comunque appartati e isolati.  Con poca voglia di incontrarsi e mettersi insieme. Diciamo la verità : la notizia sulla cattolicità di un personaggio pubblico non è così frequente. Era già comparsa altre volte, è vero. Per uomini politici, soprattutto. Ma sui media di oggi  che rispecchiano una società in progressiva secolarizzazione, non capita spesso di leggerla o sentirla. Il fatto è che ci stiamo incamminando verso una società multiculturale e interreligiosa. Verso una irreversibile convivenza tra fedi e culture  diverse – neonazionalisti e sovranisti, difensori della terra, del sangue, e della razza permettendo.

In questa epocale transizione , la notizia fa però toccare con mano un vero paradossoSe infatti da un lato non è difficile incontrare  qualificati cattolici che ricoprono alte cariche  istituzionali e molto più frequentemente ci si imbatte in  intellettuali e bravi studiosi cattolici , dall’altro questa loro presenza risulta  personalizzata . Frammentata e sparsa. Irrilevante. Non esiste insomma un visibile, incisivo e laico cattolicesimo culturale di livello nazionale, orientato al politico  e al sociale. E quando lo scoviamo, lo scoviamo rivolto a pochi intimi in spazi e dimensioni molecolari e marginali. Eppure , in questo dirompente passaggio d’epoca , di un laicato cristiano attento alla Polis si avverte  un certo bisogno. Non sono solo i credenti a dirlo. Ma anche una schiera di agnostici e atei-devoti che guarda al Vangelo come fonte irrinunciabile di valori per una futura e pacifica convivenza tra diversi, e come continuo alimento dei diritti umani e della democrazia all’insegna della eguaglianza . Partiti col marchio cristiano  non ne esistono più. Il sindacato di matrice cattolica non ha una sua specificità e , giustamente , si trova unito nella tutela dei lavoratori agli altri sindacati. Lo storico associazionismo cattolico, oggi in crisi e alquanto defilato dai grandi temi epocali, ha sempre operato in contesti ecclesiali ed è servito a formare classe dirigente. E le tante associazioni di volontariato hanno altri meritevoli ed impagabili  compiti. Insomma grandi, incisive e laiche associazioni cattoliche nazionali non ce ne sono. E’ forse di questa assenza che si è fatto carico il “Manifesto Zamagni” ?                             

Me lo domando retoricamente  sapendo che dietro le quinte si nasconde la nostalgia di un partito politico del passato consegnato alla storia e irrecuperabile.  Interpretato con incredibili voli pindarici e semplificazioni come Manifesto per la rinascita di un partito cattolico, se non della  stessa Democrazia Cristiana. Una nuova Dc da riproporre grazie – come si è banalmente affermato – al sistema proporzionale esistente, e alla errata convinzione che quel 50% di aventi diritto che non va a votare, risulta tutto formato da “cattolici moderati” che non si riconosce nei partiti esistenti. Non sono solo a pensare che se il cattolico coniuga veramente il Vangelo con (questa) società in mano al potere finanziario e ad un liberismo tarato sull’individuo e non sulla persona, tutto potrà essere tranne che moderato. E  mi rende difficile capire chi sono oggi i moderati, anche perché nessun Dizionario di politica serio li contempla. Vorrei infine evitare di supporre che Renzi, dal suo nuovo ‘Centro’ , non sia interessato al Manifesto. In questo stesso giornale si era scritto, tempo fa , che era prudente evitare di pensare al partito politico, in quanto la sua ri-nascita era fuori tempo massimo e non c’erano le condizioni culturali e sociali, necessarie : quelle delle classi sociali, dei ceti medi saliti sul discensore,  e della scomparsa borghesia . E che era molto meglio rivolgersi allo spazio libero del prepolitico e culturale. Uno spazio ancora poco compreso nelle sue potenzialità politiche, e oggi più indispensabile del partito, in quanto spazio, se proprio vogliamo, “prepartitico”. E cioè di tutto quello che sta prima del partito, in termini di esperienze, conoscenze, formazione, comportamenti, “etica della responsabilità” ecc., la cui carenza la sta dimostrando la veloce “Piattaforma Rousseau” per la selezione dei suoi casuali e sprovveduti parlamentari. Qualche anno prima della sua morte, Pietro Scoppola chiacchierando con Giuseppe Tognon sulla “Democrazia dei Cristiani”, dava una precisa idea della laicità e dell’impegno non partitico del cattolico. Alla domanda se fosse possibile    “… conservare o ricostruire una prospettiva politica che veda i cattolici protagonisti”,   ricordando la  Lettera a Diogneto non ha avuto remore nell’affermare  che “…non è mai esistita un’identità politica definitiva per i cristiani e per i cattolici”,  perché il loro impegno non è legato “…alla loro appartenenza  alla comunità ecclesiale” , e perché sarebbe molto meglio indirizzarlo verso una “…strategia dei comportamenti  in relazione ai valori della fede” .

2) Il ‘Manifesto Zamagni’ e una divagazione sulla  “CLI” .                                                                                                                                          

Proprio nel  centenario del “Manifesto” di Sturzo  e dopo i falliti tentativi strettamente partitici di Todi, spunta dunque quest’altro “Manifesto”. Col quale si chiamano  a raccolta quei laici sparsi e disimpegnati, assieme a quel laico associazionismo frammentato nei territori, sensibile alla “Polis del Duemila“ e agli “Argomenti del 2000”.  Ai “valori della fede”. Chiarendo, con  poca convinzione e con un linguaggio ambiguo da parte dei proponenti, che il Manifesto non è teso a  creare un partito politico. Se allora lo scopo non è il partito, l’idea non è peregrina. Potendo aprire serie e stimolanti riflessioni e percorsi. Mi si lasci solo nella convinzione che   se l‘obiettivo finale potrebbe essere una sorta di “CLI” ( Conferenza Laicale Italiana), ‘pungolo’ dei partiti politici italiani, luogo di incontro e di riferimento in grado di fare sintesi delle diverse  e solitarie realtà associative locali , con una sua rivista, un suo sito, una sede, una sua periodica attività convegnistica, l’idea non solo andrebbe sostenuta, ma incoraggiata. Si potrebbe dare ragione a Scoppola. Potrebbero  nascere quel Forum dei cattolici italiani e quella “Fondazione” , suggerite molti anni addietro da Giorgio Campanini. E potrebbero scaturire luoghi di elaborazione e formazione permanente su quell’umanesimo cristiano, sulla ‘carità’ cristiana e sui Diritti dell’uomo che  assieme alla cultura dell’accoglienza non possono essere i partiti politici a gestire. Tantomeno i “Progetti culturali” nelle mani del Presidente della Cei.   “Il partito cattolico  non serve(…) servono i cattolici in politica” dice Papa Francesco. E il  Presidente della attuale Cei , Cardinale Bassetti, aggiunge che “ (… )il Papa non si attende partiti cattolici. Ma per i cattolici occorrono nuovi metodi di presenza”.  Nuovi metodi di presenza  ? Si, proprio così : nuovi metodi di presenza!  Anche perché sul partito cattolico, è buona norma non dimenticare mai la  profetica distinzione sturziana tra cattolici democratici e cattolici moderati , tra cattolici popolari e cattolici intransigenti e  clericali, che ancora oggi distingue mentalità diverse e criteri diversi di mediare il rapporto tra il Vangelo e la storia, tra l’insegnamento sociale della Chiesa e la società. Distinzioni queste che ci aiutano anche a  comprendere le attuali difficoltà di Francesco. C’è ancora da ricordare che le finalità dei partiti politici non riguardano la cultura, la formazione , il prepolitico dei mondi vitali e l’etica dei comportamenti. Né l’antropologia “liquida” e  volatile dei nostri giorni. Ma sono sempre rivolte all’ottimizzazione del consenso, oggi da affidare ad un leader solitario dotato di “pieni poteri”. Possibilmente carismatico. Indispensabile risolutore , anche senza partito, in quella ‘Democrazia del Pubblico ’  che grazie ai media, lo porta in diretto contatto col “popolo”,  come ci ha avvertito tempo fa Bernard Manin.
3
) Le novità
Quali sono allora le novità  per tali ultimi propositi ? Ebbene esse dal  punto di vista della notizia non appartengono al mondo cattolico. Ma lo stesso Zamagni ha chiarito in una intervista che le vedrebbe bene far parte del suo disegno. Se  è destinato a durare , le novità sono quelle del fenomeno Sardine.  Quel bisogno di “Buona Politica” urlato e cantato con educazione in una  piazza totalmente diversa da quella di Salvini. Meno odiosa. Più tollerante e rispettosa del prossimo, anche se “ diverso”. Più accogliente , giusta e solidale verso gli esclusi e i lontani senza diritto di  parola. Quella “Buona Politica” del dialogo e della mediazione insomma, che difende il clima e l’ambiente sulla scia della “Laudato sì” , con una spontanea e creativa libertà di “Vita Activa” nella  “Polis”,  come ci ha ricordato tanti anni fa Hannah  Arendt. Una Buona Politica da leggere fra le righe dei Testi conciliari, declinandola come forma di carità cristiana, che a ben vedere è nelle radici culturali del silenzioso cattolicesimo universale. Sicuramente distante chilometri  dai cattolicesimi sovranisti nazionali : specie di quelli locali da cortile mirati alle autonomie egoistiche. Dalle paure, dalle ansie emergenti e dagli “stress” messi in risalto dal Censis. Più certamente lontana dall’“Uomo Forte” oggi evocato con incosciente leggerezza e preoccupante seguito, che non ha mai fatto parte del bagaglio culturale del cattolico democratico e popolare, e totalmente  sconosciuto a quei Padri Costituenti cattolici che ci hanno regalato la Costituzione.     

La buona società

Da quando il linguaggio si è evoluto ho sentito molte perorazioni verso i doveri sociali: aggregazione, motivazioni, campi progressisti, “cose nuove”, check-up, check-in, diagrammi dinamici, flow chart, flussi comunicativi, role playing, outsourcing, decision making, change management, climax, follow up.

Per non parlare dei tavoli: di concertazione, discussione, contrattazione. Si aprono tavoli ovunque.
Parole che circolano in molti contesti, sono assai gettonate, suscitano fervore ma come mai i risultati tardano a venire? Forse dipende anche questo dal buco nell’ozono, oppure è un effetto perverso della globalizzazione?

Ai tempi di mio nonno bastava una stretta di mano, la parola data era sacra, guai a venir meno a un impegno: adesso vai in banca e il giorno dopo ti accorgi che le postille a piè di pagina complicano l’atto che hai appena sottoscritto. Se non te ne accorgi rischi di andare in rovina. Non parliamo di mutui, certificati medici, pensioni e diritti acquisiti: mi pare di aver sentito dire che le manovre finanziarie si fanno senza mettere le mani in tasca agli italiani: come mai allora sono quasi tutte bucate? Certe frasi i politici potrebbero risparmiarsele, hanno le fattezze palesi della spudorata presa per i fondelli.
Il paese è allo sbando: magari tassando la plastica e risparmiando sulle mense scolastiche si coprirà il deficit.

L’Italia è una delle poche nazioni al mondo a non aver avuto la sua rivoluzione e forse dipende dalla nostra abilità ad arrangiare sempre le cose.
Eppure c’è chi giura che presto o tardi il Balilla di turno scaglierà la prima pietra: non se ne può veramente più. Credo proprio che ne basti uno: poi scenderebbe in piazza un fiume in piena.
Tra il caldo e le liti di palazzo abbiamo passato un’estate indimenticabile: ho sentito un politico dire che “c’è stata una decomposizione nel quadro dei partiti”. Forse voleva dire ‘sparigliamento’ ma ha usato involontariamente un termine più adatto: la politica è morta e ormai siamo in pieno verminaio.

Per salvare il governo in molti si presentano col cappello in mano: non esce nessun coniglio bianco ma qualche obolo ci scappa lo stesso. Faranno il partito dei siciliani, i popolari liberali, quelli democratici, i nordisti, i moderati di sinistra, quelli di destra e quelli trasversali: peccato che si tratti di popolari senza popolo. Ci sono pure le sardine ma presto saranno divorate dai pescecani.

Per curiosità morbosa ho presenziato in ultima fila ad un’assemblea politica, oltre due ore di manfrine per spaccare il capello in quattro: se perdiamo lo 0,2 nel tal paese forse recuperiamo lo 0,3 in quell’altro. Nessuna parola sulle idee, sui contenuti, eppure bastava alzare lo sguardo al soffitto: c’era scritto ‘pace’….‘lavoro’….’libertà’, era sufficiente aggiungere ‘giustizia sociale’ e ‘tutela ambientale’ e il programma era bell’e fatto.
Il consenso della gente si acquisisce durante l’esercizio del mandato politico, non in campagna elettorale, eppure questo malvezzo si allarga a macchia d’olio, non è più prerogativa dei palazzi romani.

Sento anche molti elogi per l’avvicendamento nella gestione politica: dal centro-destra al centro sinistra ma penso che sia un fenomeno di autosuggestione, una specie di Fata Morgana che fa vedere quello che non c’è. Nessuno se n’è accorto: nelle città le strade sono sempre più sporche e dissestate, le periferie desolate e anonime, dopo una certa ora scatta il coprifuoco, si moltiplicano le rapine, gli stupri, le esecuzioni per strada, le truffe agli anziani e le aggressioni, se ti fermi a chiedere l’ora l’interlocutore ti ignora o affretta il passo per paura.

Ho sentito il programma elettorale di un aspirante sindaco: “voglio una città meno cattiva”. Da tempo non ascoltavo una frase tanto sensata e calzante: si adatta perfettamente ad ogni contesto metropolitano, chissà che non venga raccolta l’idea anche altrove.
E poi c’è la vicenda dei senza casa, tutti dicono che ne hanno diritto ma alla sera sprangano ben bene il portone della propria: “non mi compete”.
Circola con insistenza la formuletta di rito: “bisogna coniugare equità e rigore”, i più trasgressivi parlano di “risanamento e sviluppo”.

Ma chi parte per primo? Chi applica a se stesso ciò che chiede per gli altri? Da dove veniamo lo sappiamo già ma c’è qualcuno che ha una pallida idea su dove stiamo andando?
Non siamo in epoca di guelfi e ghibellini, figuriamoci di bianchi e di neri: il grigio è una tinta cangiante, ha tante sfumature, copre bene le magagne e pure tante ipocrisie.
Tutto è ispirato a questa nuova tendenza, perché il grigio è incolore, senza speranza: i rapporti tra noi, la diffidenza, il rancore, l’invidia per chi sta meglio, la pietà pelosa per chi sta peggio.

E soprattutto l’egoismo e la solitudine: sono loro gli abitanti più illustri di questa sorniona, indifferente società.

Austria, accordo tra Popolari e Verdi per formare il nuovo governo

Tre mesi dopo le elezioni politiche è stato raggiunto l’accordo di massima tra il partito popolare Oevp di Sebastian Kurz e i Verdi di Werner Kogler.

Kurz aveva corteggiato i Verdi da quando la sua coalizione con l’estrema destra era crollata in seguito a uno scandalo che ha portato alle elezioni anticipate.

Ora dopo questa svolta non resta che aspettare la decisione dell’assemblea del  partito ecologista convocata per il 4 gennaio. Il giuramento – secondo la stampa austriaca – potrebbe avvenire il 7 gennaio.

Per Kogler, restano da chiarire solo alcuni dettagli. Secondo il quotidiano Salzbuger Nachrichten, i ministeri di peso (Esteri, Interni, Finanze, Economia, Istruzione e Agricoltura) vanno alla Oevp, mentre i Verdi riceveranno, oltre al ‘superministero’ infrastrutture-ambiente-energia, anche giustizia, salute e affari sociali.

Trump pubblica il nome dell’agente Cia

E’ la prima volta che l’account presidenziale fa circolare un nome riferibile all’agente Cia che, con la sua denuncia, ha dato il via allo scandalo che ha portato all’impeachment del capo della Casa Bianca.

Il New York Times era stato il primo giornale a rendere pubbliche alcune informazioni sul funzionario che ha fatto partire la denuncia.

L’account che aveva pubblicato il nome, @Surfermom77, è pro-trumpiano e ha oltre 70 mila follower. Da tempo i media americani hanno deciso di non pubblicare l’identità dell’informatore per proteggerne l’incolumità.

 

Le proprietà benefiche delle lenticchie

Ricche di proteine vegetali, le lenticchie contengono anche molti carboidrati, tante fibre, molte vitamine, soprattutto A, B1, B2, C, PP, sali minerali come calcio, potassio e ferro e pochissimi grassi. Proprio per l’alto contenuto proteico, le lenticchie vengono considerate una valida alternativa a un secondo a base di carne, pesce, uova o formaggio.

Le lenticchie sono tra i legumi dotati della più efficace azione antiossidante. L’elevato contenuto di fibre permette invece di regolarizzare l’attività dell’intestino e mantenere sotto controllo il colesterolo. Inoltre, lo scarso contenuto di grassi di tipo insaturo rende le lenticchie un alimento perfetto per la prevenzione di alcune patologie cardiovascolari.

Le lenticchie sono anche molto ricche di tiamina, utile per migliorare i processi di memorizzazione, mentre il contenuto consistente di vitamina PP fa sì che esse abbiano anche la proprietà di fungere da potente equilibratore del sistema nervoso, con azione antidepressiva e antipsicotica. Infine, sono molto indicate per tutti coloro che necessitano di ferro, mentre sono assolutamente controindicate nei soggetti iperuricemici.

Le prime tracce della loro esistenza risalgono addirittura al 7000 a.C, epoca in cui già risultano coltivazioni, specialmente in Asia e soprattutto nella regione che oggi corrisponde alla Siria e da questa zona si diffusero facilmente in tutto il mediterraneo. Per quanto riguarda il consumo, le notizie riferiscono che in Turchia erano soliti farne uso già dal 5.500 a.C.

 

L’UE e l’etichettatura di origine degli alimenti

Mentre l’UE vanta una posizione difensiva nei settori che vanno dall’alta tecnologia alle automobili, questo non avviene per le migliaia di cibi tipici del nostro continente.

Così già il 16 dicembre scorso Francia, Spagna, Italia, Portogallo e Grecia hanno inviato una dichiarazione congiunta alla Commissione europea chiedendole di “rafforzare e armonizzare la legislazione dell’UE sull’etichettatura di origine degli alimenti” sottolineando che le attuali norme dell’UE “non sono esaustive in questo settore”.

I nazionalisti del cibo sanno che questo porterà a una battaglia su uno degli argomenti più spinosi nel processo decisionale dell’UE: etichette di origine obbligatorie, che rendono obbligatorio timbrare gli alimenti con “Made in France” o “Prodotto dell’Italia”.

Per anni i burocrati dell’UE a Bruxelles, incaricati di salvaguardare il mercato unico e le relazioni commerciali dell’UE hanno preso decisioni deboli riguardo all’etichettatura obbligatoria. Negli ultimi anni, tale etichettatura è stata autorizzata solo come misura temporanea di crisi per sostenere i caseifici francesi e i fornitori italiani di grano per la pasta.

La prima preoccupazione dei funzionari dell’UE, che sino ad oggi hanno prodotto solo deboli norme, è che tale etichettatura mina il mercato unico dell’UE incoraggiando i consumatori – e i responsabili degli acquisti nei supermercati – a preferire i prodotti nazionali.

Nel 2017, il Belgio si è lamentato , ad esempio, che le etichette obbligatorie “Made in France” su prodotti lattiero-caseari hanno ridotto le esportazioni di latte belga verso la Francia, anche se un’azienda agricola belga potrebbe essere il fornitore più vicino a un negozio francese.

La seconda preoccupazione dell’UE è che i paesi al di fuori dell’UE sono disposti a vendicarsi di etichette obbligatorie con armi commerciali. Nel 2018, il Canada ha protestato per il fatto che l’ Italia desiderasse che i produttori di spaghetti etichettassero la provenienza del grano duro usato nella pasta per rafforzare i coltivatori di grano italiani contro i concorrenti canadesi.

Nonostante queste proteste, il quintetto dell’Europa meridionale ora ritiene che i tempi siano maturi per spostare l’etichetta obbligatoria verso qualcosa di più permanente.

L’Onu condanna le violazioni dei diritti umani perpetrati dalla ex Birmania

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani perpetrati dalla ex Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione. Il documento è stato approvato a Palazzo di Vetro a New York con 134 sì su 193 Paesi rappresentati contro 9 no e 28 astensioni.

L’ambasciatore birmano all’Onu, Hau Do Suan, ha definito il documento di condanna “un altro classico esempio di ‘due pesi e due misure’, che applica principi sui diritti umani in modo parziale e discriminatorio” per “esercitare pressione politica non richiesta sulla Birmania”

La Corte penale internazionale dell’Aja dell’Onu, su denuncia del Gambia, ha istruito un’inchiesta per “genocidio” nei confronti della Birmania: accuse alle quali all’Aja ha di recente risposto, negandole, la leader “de facto” birmana, Aung San Suu Kyi,  alla quale la comunità internazionale rimprovera un colpevole silenzio nei confronti delle azioni di militari del suo Paese contro la minoranza musulmana.

 

Al Ces 2020 LG presenterà Column Garden

In occasione dell’edizione 2020 del Consumer Electronics Show (Ces), una delle più importanti fiere dedicate all’hi-tech, LG presenterà Column Garden, un nuovo elettrodomestico per la coltivazione indoor. L’apparecchio a colonna incorpora un sistema avanzato per il controllo della luce, della temperatura e dell’acqua, oltre a dei pacchetti di semi all-in-one (contenenti semi, torba e fertilizzanti e progettati per la semina immediata) e a un’app che permette di monitorare la crescita delle verdure all’interno dell’ambiente domestico.

LG ha progettato Column Garden per venire incontro alle esigenze degli utenti vegetariani e vegani o che, semplicemente, desiderano seguire uno stile di vita più sano. Utilizzandolo, infatti, sarà possibile coltivare in casa erbe e verdure fresche per tutto l’anno.

Column Garden sfrutta i moduli flessibili di cui è dotato per replicare le condizioni esterne ottimali, facendo corrispondere con precisione la temperatura all’interno dello scomparto di coltivazione isolata con l’orario effettivo del giorno. Altre caratteristiche che aiutano la crescita delle verdure sono le luci a LED, la circolazione forzata dell’aria e la gestione dell’acqua tramite uno stoppino. In totale, l’elettrodomestico può contenere fino a 24 confezione di semi all-in-one.

Tre orche avvistate nello Stretto di Messina

Un gruppo di tre orche è stato avvistato nello Stretto di Messina.

Si tratta della prima volta che la presenza di orche viene segnalata nello Stretto di Messina. Ad avvistare le orche è stato un pescatore sportivo.

Le orche avevano stazionato per qualche giorno nel mare ligure ed era stato accercato che erano arrivate dall’Islanda dopo un viaggio di 5.200 chilometri. I ricercatori islandesi le hanno chiamate Riptide (Sn113) il maschio adulto, S114 la madre adulta, Aquamarin (Sn116) e Dropi, i due esemplari più giovani, un maschio e una femmina.

 

Politica, la piazza e i partiti.

Le piazze sono ritornate protagoniste. Finalmente. Proprio quando, qua e là, veniva ricordato il cinquantennale dell’ormai mitico “1969” con le sue contraddizioni, le sue conquiste, la sua indubbia violenza accompagnata, però, anche da una massiccia partecipazione popolare, abbiamo preso atto che la piazza nella politica contemporanea non è del tutto evaporata. Anzi, prima la Lega di Salvini, poi le manifestazioni dei ragazzi al seguito di Greta e della battaglia per un “mondo pulito e sano” e infine con il cosiddetto movimento/partito delle “sardine”, c’è stato un indubbio risveglio della coscienza politica di alcuni settori della società italiana. 

Certo, non possiamo suonare le fanfare. La politica italiana continua, purtroppo, a districarsi tra la pochezza della sua classe dirigente, la sostanziale assenza di un pensiero politico e culturale organico capace di orientare e consolidare la presenza dei vari partiti e cartelli elettorali, la proliferazione di gruppi e partiti legati esclusivamente alle fortune dei suoi capi o guru di turno, tutto ciò conferma che la caduta di credibilita’, da un lato, e la crisi di autorevolezza della classe politica dall’altro continuano a farla da padrone. Me se è questo che passa il convento, con questa messe occorre pur fare i conti. 

Comunque sia, per tornare al ritorno imprevisto e inaspettato delle “piazze”, forse è anche arrivato il momento per avanzare una riflessione più specifica. E cioè, se i partiti – piaccia o non piaccia e’ così- continuano ad essere, giustamente, gli strumenti democratici per eccellenza capaci di orientare e canalizzare la volontà popolare, non ci si può non porre la questione centrale e decisiva. Ovvero, bene le piazze, benissimo la partecipazione popolare più o meno spontanea, ancor meglio alzare la voce attorno a temi che sono e restano decisivi per garantire un futuro sempre più vivibile al nostro pianeta. Ma queste proteste, questa rivendicazione di valori e principi, questo richiamo ad una trasformazione democratica della nostra società, prima o poi non possono non porsi il tema cruciale: e cioè, per rendere più efficaci ed incisive queste rivendicazioni servono i partiti. Ovvero, strumenti democratici, guidati da un pensiero e da una cultura e disciplinati da una organizzazione, che si fanno carico di tradurre nei vari livelli istituzionali quelle istanze e quelle domande in proposte e in progetti di governo. E questo non per ingabbiare o, peggio ancora, per mettere il cappello sopra queste libere manifestazioni. Ma, al contrario, per far sì che le piazze non siano solo una importante e divertente fiammata destinata a spegnersi nell’arco di poco tempo. Come, purtroppo, e’ capitato per altri movimenti e altre esperienze similari. 

Ecco, il tema dei partiti, della loro presenza, del loro ruolo e della loro preziosa funzione democratica e costituzionale forse può ricevere una spinta decisiva anche e soprattutto dal protagonismo delle piazze. E ne può trarre giovamento la stessa qualità della nostra democrazia e, soprattutto, la credibilità delle nostre istituzioni. Per questi motivi la piazza non va mai demonizzata ne’, tantomeno, sottovalutata. 

Centro studi Livantino: “un terzo degli studenti italiani ha fatto uso di droga”

I dati sulla diffusione della droga sono allarmanti, eppure c’è una dissociazione dalla realtà da parte delle istituzioni preoccupante. A denunciarlo è  il Centro studi Livantino.

A inizio dicembre il Dipartimento per le politiche antidroga della presidenza del Consiglio ha diffuso la sua annuale “Relazione al Parlamento sullo stato delle varie dipendenze in Italia”, utilizzando i dati relativi al 2018, da cui emerge, ricorda oggi in una nota il Centro studi Livatino, che “un terzo degli studenti italiani, pari a 870.000 ragazzi circa, ha fatto uso di almeno una sostanza drogante durante la propria vita; un quarto, pari a 660.000 studenti, ne ha fatto uso nel solo 2018; gli stupefacenti più diffusi sono i derivanti della cannabis, che sono il 96% delle sostanze sequestrate; la quantità di piante di cannabis sequestrata è cresciuta in un anno del 93,9%; aumentano i ricoveri ospedalieri droga-correlati (+14%), le infrazioni alla guida per uso di droga al volante (+12%), i decessi derivanti dall’assunzione di stupefacenti (+12.8%)”.

Il Centro studi Livatino fa notare: “La Relazione, pur diretta al Parlamento, non è stata discussa nell’Aula della Camera o del Senato né in alcuna Commissione. Pur se il Dipartimento che l’ha redatta rientra nella competenza politica del presidente del Consiglio, né il premier né il Governo hanno detto una parola su di essa.

Ci sono state le risposte istituzionali, ma sono andate nella direzione” opposta all’allarme che viene dai dati, “dall’emendamento che ha tentato di inserire nella manovra la vendita di hashish e marijuana nei cannabis shop alla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 19 dicembre, di cui ieri è stato reso noto il principio di diritto, che ritiene lecita la coltivazione casalinga di cannabis ‘in modica quantità’: così di fatto favorendo la vendita dei semi di canapa che le medesime Sezioni Unite avevano escluso con la sentenza sui cannabis shop del 30 maggio”.

“Preoccupa una tale dissociazione dalla realtà. Essa suona ipocrita, negli stessi giorni in cui si piangono con troppa frequenza vittime innocenti dell’aumento della diffusione della droga, voluto da leggi antiquate e stolte, da una giurisprudenza creativa e dall’indifferenza dei più”.

Capodanno, 6 mln in partenza per le vacanze (+20%)

Quasi sei milioni di italiani hanno scelto di partire per trascorrere il Capodanno fuori casa con un aumento di circa il 20% rispetto allo scorso anno. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti dalla quale si evidenzia peraltro che resta in Italia l’81% dei vacanzieri. Sul podio delle destinazioni nelle vacanze di fine anno – sottolinea la Coldiretti – salgono le città e le località d’arte con il 48% seguite dalla montagna con il 38% mentre il resto si divide tra terme, mare e campagna.

Il 67% ha scelto di alloggiare in case proprie, di parenti e amici o in affitto mentre il 24% preferisce l’albergo ma tengono le formule alternative come bed and breakfast e agriturismi. Nel tempo gli oltre 23mila agriturismi italiani – continua la Coldiretti – hanno però qualificato notevolmente la propria tradizionale offerta di alloggio e ristorazione con servizi innovativi per sportivi, nostalgici, curiosi e ambientalisti, come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking o attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici, ma anche corsi di cucina e wellness. Il budget stanziato – conclude la Coldiretti – è di 434 euro per persona con un aumento del 7% rispetto allo scorso anno.

Google Recorder una delle novità più interessanti

Google Recorder è senza dubbio una delle novità più interessanti tra quelle introdotte dal colosso di Mountain View con la gamma Google Pixel 4 e che purtroppo al momento è disponibile in via ufficiale soltanto per gli smartphone di Google.

Ricordiamo che si tratta di un registratore vocale completamente offline con trascrizioni in tempo reale e ricerca audio.

I servizi di trascrizione automatica stanno diventando sempre più comuni, ma il vantaggio dell’app Recorder di Google è che fa tutto sul dispositivo e funziona anche quando il telefono è senza una connessione Internet.

Ovviamente come sempre accade per Android non mancano le APK non ufficiali distribuite online pronte per essere installate, benchè non sia una soluzione sicura e consigliabile.

L’applicazione in versione ufficiale che funziona anche su smartphone non Pixel è soltanto una (la release 1.0.271) e può essere scaricata da APK Mirror.

Il tutto ha però qualche limitazione:

  • Lo smartphone deve avere Android 9 o 10: l’app infatti è stata creata puntando a queste due versioni

Tumori al fegato bruciati con le microonde: il primato di Padova

Azienda ospedaliera universitaria di Padova, diretta dal professor Umberto Cillo, detiene un primato mondiale: è sua la più alta ampia casistica di termoablazioni con microonde, vale a dire quella procedura mininvasiva che utilizza il calore localizzato per distruggere una massa tumorale epatica.

Il risultato è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale “Journal of Surgical Oncology”, esito di 815 procedure eseguite con microonde su 674 pazienti affetti da epatocarcinoma al fegato (hcc), riportando una percentuale di sopravvivenza a 5 anni pari al 35.9%, il tutto in un arco temporale compreso tra il 2009 al 2016.

La somma degli addendi digitali

Nei giorni scorsi i media hanno pubblicato alcune notizie riguardanti il mondo delle nuove tecnologie e della digitalizzazione che meritano di essere riprese e considerate con la dovuta attenzione.

Prima notizia. Il Ministero della Difesa con procedura d’urgenza ha sostituito i cellulari acquistati dal colosso cinese Huawei, applicando il parere del Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) che ha ritenuto non infondate le preoccupazioni circa l’ingresso delle aziende cinesi nelle attività di installazione, configurazione e mantenimento delle infrastrutture delle reti 5G”. “A parere del Comitato, il Governo e gli organi competenti in materia dovrebbero considerare molto seriamente, anche sulla base di quanto prevede la recente disciplina dettata dal decreto-legge n. 105/2019, la possibilità di limitare i rischi per le nostre infrastrutture di rete, anche attraverso provvedimenti nei confronti di operatori i cui legami, più o meno indiretti, con gli organi di governo del loro Paese appaiono evidenti”.

Consegnare la rete di ultima generazione a questi attori potrebbe compromettere “informazioni e dati sensibili riconducibili a cittadini, enti e aziende italiani”. In altri termini il timore è che l’utilizzo di hardware e software prodotti dal marchio citato – legato secondo gli USA al Partito comunista cinese – possa minare la sicurezza nazionale e la riservatezza dei dati. La delicatezza della questione è di tutta evidenza e la decisione del Ministero della Difesa di sostituire l’intera dotazione di cellulari con analoghi prodotti di altro marchio sollecita approfondimenti a tutela dello Stato e dei cittadini. Considerando altresì che il punto 29 del Memorandum Italia-Cina sottoscritto nel marzo scorso (e contestato duramente dai Paesi UE e dalla Nato) considera le aree portuali di Genova e Trieste come prossimi terminali europei dei traffici commerciali della cd. “via della seta”. Ciò mentre gli USA (e alla uscita dall’U.E, il Regno Unito) vanno nella direzione opposta con una severa politica dei dazi che limiti le importazioni di prodotti materiali, tecnologici o digitali dalla Cina.

Seconda notizia. Un attacco phishing al portale NOI.PA ha consentito ad alcuni malintenzionati di accedere ai dati di alcuni dipendenti della P.A. modificando le loro credenziali per impadronirsi di stipendi o pensioni e tredicesime. Pare che il fatto riguardi solo un numero limitato di persone ma colpisce la facilità di accesso ai dati privati con l’artifizio della sostituzione del codice IBAN del conto corrente e del telefono di sicurezza, fatto che costituisce – da qualsivoglia visuale lo si osservi- un pericoloso precedente che rende vulnerabili le vie d’accesso al sistema e i dati personali degli utenti che se ne avvalgono.

Dopo i bancomat clonati, gli attacchi hacker a governi, apparati militari, banche , istituzioni, le infiltrazioni nei sistemi WI-FI di locali pubblici, stazioni e aeroporti, i cellulari intercettati attraverso sistemi che consentono alla malavita organizzata di entrare materialmente all’interno del terminale e di carpire o modificare, alterare, duplicare, sostituire e utilizzare in modo fraudolento rubriche, messaggi, memorie dell’ignaro proprietario, le truffe telefoniche dei contratti che “scattano” alla semplice risposta, il prosciugamento dei crediti delle schede, i falsi esattori, gli addetti improbabili di inesistenti compagnie fornitrici di utenze, questo episodio, pur se circoscritto, costituisce un pessimo biglietto da visita per chi propugna la digitalizzazione totale dei servizi e dei rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione. Mentre proliferano PIN e codici alfanumerici sempre più complicati per l’utente comune, esponenzialmente cresce e si ramifica la rete delle organizzazioni criminali dedite alla truffa e all’imbroglio.

Pensando alle persone anziane si può solo immaginare come possano essere facili prede per menti raffinate che creano marchingegni che interagiscono con tutte le reti digitali, enfatizzate invece dai loro fautori come sicure e protette. Trasformare il reale in virtuale è un compito che la politica ha assunto come missione, la presunta facilitazione e semplificazione amministrativa è un’arma a doppio taglio per la sicumera con cui viene gestita. Senza contare che le reti telematiche degli stessi uffici erogatori di pubblici servizi vanno in tilt con crescente frequenza e sono essi stessi vulnerabili nella custodia dei dati personali degli utenti.

Terza notizia. Un ragazzo chiede alla fidanzatina una sua foto intima: lei gliela invia con modalità riservata ma lui la socializza mettendola in rete, rendendola di dominio pubblico. Da un’altra notizia emerge come un minore fosse stato da tempo abusato da un uomo senza scrupoli che lo aveva agganciato in rete. Da tempo ci si preoccupa in famiglia e a scuola della disinvoltura con cui gli adolescenti usano smartphone e tablet, ne facciano un uso distorto e quanto pericoloso possa essere avventurarsi nell’universo sconosciuto del web attraverso i molteplici canali che la rete dei provider mette a disposizione.
Il virtuale sta sostituendo il reale: nella conoscenza, nelle relazioni, nei servizi. Nella stessa identità.

La somma delle notizie che riguardano il mondo digitale crea una nebulosa imperscrutabile senza punti di riferimento tangibili e approdi al naufragio delle emozioni e della mente nella ‘rete’.
Purtroppo la tecnologia digitale non è più neutra: le serve il supporto ancillare dell’etica e del pensiero critico, indispensabili per riscostruire una tassonomia di valori che si sta perdendo, nella dissoluzione impalpabile e indescrivibile del vero e del giusto.
Da parte dello Stato, della famiglia e della scuola, per dirla con un’espressione efficace usata dal Prof. Vittorino Andreoli, è fondamentale veicolare questo messaggio: che nei comportamenti individuali e sociali ciascuno pensi e agisca avvalendosi del cervello che ha in testa anziché di quello artificiale che ha in tasca.

Le previsioni economiche per il 2020 di Credit Suisse

Anche in caso di distensione nella guerra commerciale USA-Cina e di minore incertezza sulla Brexit, è improbabile che nel 2020 vada tutto liscio: una campagna presidenziale USA polarizzata, pressione sui margini, debito societario alto e meno tagli dei tassi, metteranno sporadicamente alla prova i nervi degli investitori, e non parliamo di eventuali sviluppi politici inaspettati.

Al link che segue potrete leggere il testo completo dello studio.

investment-outlook-2020-it

Federico Pizzarotti: “Lamorgese meglio di Salvini”

Sulla sicurezza delle nostre città “è Roma che deve prendere  provvedimenti, lo dico da tempo: ogni volta che cambia un ministro  dell’Interno, richiedo sempre un incontro per avere più forze  dell’ordine sul territorio e leggi più efficaci”. Così il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, in un colloquio con Labparlamento.it.

“Salvini è l’unico che ci ha fatto incontrare un sottosegretario. Recentemente, invece, ho avuto un incontro con il ministro Lamorgese: nel corso del 2020 arriveranno 50 forze dell’ordine in più in città. Siamo sotto organico da tempo, lo Stato deve fare di più per le proprie città. Il ministro Lamorgese, a differenza del predecessore, ha dimostrato sensibilità e competenza”.

Quanto alla prestigiosa nomina di Parma Capitale della Cultura 2020, spiega con orgoglio il sindaco, “non vogliamo realizzare un anno della cultura come fosse una grande festa di capodanno, che il giorno dopo nelle piazze lascia il vuoto di chi ha appena festeggiato. Guardiamo già oltre: il 2020 è per Parma un esempio di quello che potrà essere tra 10
anni. Una città viva e produttiva”.Il presidente di Italia in Comune si è poi soffermato sui tagli subiti dagli Enti Locali negli ultimi anni: “Il punto è molto semplice: meno soldi ci sono, più è difficile esprimere qualità. Molto spesso a farne le spese sono le città, quindi i cittadini. Per questo come Anci chiediamo costantemente di non tagliare risorse ai Comuni. Negli ultimi 10 anni ne sono stati fatti tanti, ultimamente il trend si è invertito”.

La Russia ora si può disconnettere da Internet

In Russia è stata testata con successo la possibilità di disconnettere RuNet, la rete interna del Paese, dai DNS mondiali, trasformandola nella più grande Intranet della Terra. Il buon esito dell’operazione, di cui non sono noti tutti i dettagli, è stato annunciato pubblicamente dal governo russo.

Secondo il Ministero dello sviluppo digitale, delle comunicazioni e dei mass media, i comuni utenti non hanno notato alcun cambiamento nel corso dei test. Disconnettendo RuNet dai DNS mondiali, la Russia potrebbe ridirezionare sui server interni tutte le richieste provenienti da siti web esterni al territorio nazionale.

Non sono però mancate delle critiche alla nuova legge sulla sovranità di Internet, entrata in vigore lo scorso novembre, da molti ritenuta un possibile strumento di censura.

Gli esiti dei test saranno presentati al presidente Vladimir Putin nel corso del 2020. Oltre a RuNet, la Russia è al lavoro su altri progetti legati a Internet, tra cui un’alternativa nazionale a Wikipedia.

Inoltre, il Paese ha da poco approvato una legge che vieterà, a partire dall’1 luglio 2020, la vendita di smartphone e computer che non abbiano preinstallati software e app totalmente russe.

Il ministro dell’Istruzione Fioramonti ha dato le dimissioni

Lorenzo Fioramonti ha consegnato ieri le dimissioni a Conte. Il ministro dell’Istruzione nelle ultime settimane aveva più volte dichiarato che, se non fosse rimasto soddisfatto, avrebbe lasciato il suo ruolo dopo l’approvazione della legge di bilancio.

Le dimissioni non avrebbero però un sapore antigovernativo. Fioramonti andrebbe a costituire un gruppo alla Camera a sostegno del premier come embrione di un nuovo soggetto politico.

Nei giorni scorsi si sono fatti i nomi di alcuni deputati che potrebbero seguirlo, tra cui Nunzio Angiola e Gianluca Rospi, ma anche l’ex M5s Andrea Cecconi.

 

Chi era Santo Stefano?

Del grande e veneratissimo martire s. Stefano, si ignora la provenienza, si suppone che fosse greco, in quel tempo Gerusalemme era un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse.

Fu eletto dagli Apostoli primo dei sette diaconi per provvedere ai bisogni dei primi fedeli.

La festa è stata da sempre fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio, furono posti i “comites Christi”, cioè i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.

Gli Atti degli Apostoli, ai capitoli 6 e 7 narrano gli ultimi suoi giorni.

Atti degli Apostoli – 6

1In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. 2Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». 5Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. 6Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
7E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
8Stefano intanto, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. 9Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, 10ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. 11Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». 12E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio. 13Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. 14Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato».
15E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Atti degli Apostoli – 7

1Disse allora il sommo sacerdote: «Le cose stanno proprio così?». 2Stefano rispose: «Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo quando era in Mesopotamia, prima che si stabilisse in Carran, 3e gli disse: Esci dalla tua terra e dalla tua gente e vieni nella terra che io ti indicherò. 4Allora, uscito dalla terra dei Caldei, si stabilì in Carran; di là, dopo la morte di suo padre, Dio lo fece emigrare in questa terra dove voi ora abitate. 5In essa non gli diede alcuna proprietà, neppure quanto l’orma di un piede e, sebbene non avesse figli, promise di darla in possesso a lui e alla sua discendenza dopo di lui. 6Poi Dio parlò così: La sua discendenza vivrà da straniera in terra altrui, tenuta in schiavitù e oppressione per quattrocento anni. 7Ma la nazione di cui saranno schiavi, io la giudicherò – disse Dio – e dopo ciò usciranno e mi adoreranno in questo luogo. 8E gli diede l’alleanza della circoncisione. E così Abramo generò Isacco e lo circoncise l’ottavo giorno e Isacco generò Giacobbe e Giacobbe i dodici patriarchi. 9Ma i patriarchi, gelosi di Giuseppe, lo vendettero perché fosse condotto in Egitto. Dio però era con lui 10e lo liberò da tutte le sue tribolazioni e gli diede grazia e sapienza davanti al faraone, re d’Egitto, il quale lo nominò governatore dell’Egitto e di tutta la sua casa. 11Su tutto l’Egitto e su Canaan vennero carestia e grande tribolazione e i nostri padri non trovavano da mangiare. 12Giacobbe, avendo udito che in Egitto c’era del cibo, vi inviò i nostri padri una prima volta; 13la seconda volta Giuseppe si fece riconoscere dai suoi fratelli e così fu nota al faraone la stirpe di Giuseppe. 14Giuseppe allora mandò a chiamare suo padre Giacobbe e tutta la sua parentela, in tutto settantacinque persone. 15Giacobbe discese in Egitto. Egli morì, come anche i nostri padri; 16essi furono trasportati in Sichem e deposti nel sepolcro che Abramo aveva acquistato, pagando in denaro, dai figli di Emor, a Sichem.
17Mentre si avvicinava il tempo della promessa fatta da Dio ad Abramo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, 18finché sorse in Egitto un altro re, che non conosceva Giuseppe. 19Questi, agendo con inganno contro la nostra gente, oppresse i nostri padri fino al punto di costringerli ad abbandonare i loro bambini, perché non sopravvivessero. 20In quel tempo nacque Mosè, ed era molto bello. Fu allevato per tre mesi nella casa paterna 21e, quando fu abbandonato, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come suo figlio. 22Così Mosè venne educato in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente in parole e in opere. 23Quando compì quarant’anni, gli venne il desiderio di fare visita ai suoi fratelli, i figli d’Israele. 24Vedendone uno che veniva maltrattato, ne prese le difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egiziano. 25Egli pensava che i suoi fratelli avrebbero compreso che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. 26Il giorno dopo egli si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e cercava di rappacificarli. Disse: “Uomini, siete fratelli! Perché vi maltrattate l’un l’altro?”. 27Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice sopra di noi? 28Vuoi forse uccidermi, come ieri hai ucciso l’Egiziano?”. 29A queste parole Mosè fuggì e andò a vivere da straniero nella terra di Madian, dove ebbe due figli.
30Passati quarant’anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente. 31Mosè rimase stupito di questa visione e, mentre si avvicinava per vedere meglio, venne la voce del Signore: 32“Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Tutto tremante, Mosè non osava guardare. 33Allora il Signore gli disse: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo in cui stai è terra santa. 34Ho visto i maltrattamenti fatti al mio popolo in Egitto, ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli. Ora vieni, io ti mando in Egitto”.
35Questo Mosè, che essi avevano rinnegato dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice?”, proprio lui Dio mandò come capo e liberatore, per mezzo dell’angelo che gli era apparso nel roveto. 36Egli li fece uscire, compiendo prodigi e segni nella terra d’Egitto, nel Mar Rosso e nel deserto per quarant’anni. 37Egli è quel Mosè che disse ai figli d’Israele: “Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me”. 38Egli è colui che, mentre erano radunati nel deserto, fu mediatore tra l’angelo, che gli parlava sul monte Sinai, e i nostri padri; egli ricevette parole di vita da trasmettere a noi. 39Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, anzi lo respinsero e in cuor loro si volsero verso l’Egitto, 40dicendo ad Aronne: “Fa’ per noi degli dèi che camminino davanti a noi, perché a questo Mosè, che ci condusse fuori dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. 41E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono un sacrificio all’idolo e si rallegrarono per l’opera delle loro mani. 42Ma Dio si allontanò da loro e li abbandonò al culto degli astri del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti:
Mi avete forse offerto vittime e sacrifici
per quarant’anni nel deserto, o casa d’Israele?
43Avete preso con voi la tenda di Moloc
e la stella del vostro dio Refan,
immagini che vi siete fabbricate per adorarle!
Perciò vi deporterò al di là di Babilonia.
44Nel deserto i nostri padri avevano la tenda della testimonianza, come colui che parlava a Mosè aveva ordinato di costruirla secondo il modello che aveva visto. 45E dopo averla ricevuta, i nostri padri con Giosuè la portarono con sé nel territorio delle nazioni che Dio scacciò davanti a loro, fino ai tempi di Davide. 46Costui trovò grazia dinanzi a Dio e domandò di poter trovare una dimora per la casa di Giacobbe; 47ma fu Salomone che gli costruì una casa. 48L’Altissimo tuttavia non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo, come dice il profeta:
49Il cielo è il mio trono
e la terra sgabello dei miei piedi.
Quale casa potrete costruirmi, dice il Signore,
o quale sarà il luogo del mio riposo?
50Non è forse la mia mano che ha creato tutte queste cose?
51Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. 52Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, 53voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata».
54All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano.
55Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio 56e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». 57Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, 58lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. 59E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». 60Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

 

Dove si voterà nel 2020

Sono ben otto, infatti, le regioni che andranno al voto. Si tratta di una serie di test importanti per l’attuale maggioranza di governo.

Le elezioni in Emilia Romagna
In Emilia Romagna il voto è previsto il 26 gennaio 2020. Il governatore uscente del centrosinistra Stefano Bonaccini si ripropone per un secondo mandato. A sfidarlo dal centrodestra è Lucia Borgonzoni, della Lega.

Le elezioni in Calabria
Anche qui si voterà il 26 gennaio 2020. Il centrosinistra ha scelto di non candidare il presidente di Regione uscente, Mario Oliverio, e di puntare sull’imprenditore Pippo Callipo. Il M5s ha scelto il docente universitario Francesco Aiello, approvato dalla piattaforma Rousseau. Il centrodestra ha scelto la deputata di Forza Italia Jole Santelli.

Le elezioni in Campania
Voto in primavera invece in Campania, dove la data deve essere ancora ufficializzata. Salvo colpi di scena, per il centrosinistra dovrebbe ricandidarsi il presidente uscente Vincenzo De Luca. Già deciso, invece, il candidato della coalizione di centrodestra: è Stefano Caldoro.

Le elezioni in Puglia
Si vota entro la primavera anche in Puglia. Il presidente uscente Michele Emiliano, di centrosinistra, ha deciso di ricandidarsi, ma dovrà affrontare le primarie di coalizione. Il centrodestra candida Raffaele Fitto.

Le elezioni in Toscana
La Toscana andrà alle urne sempre in primavera.  Per il centro sinistra il nome è quello di Eugenio Giani, attuale presidente del Consiglio regionale. Il centrodestra deve ancora trovare un accordo: potrebbe sostenere Susanna Ceccardi, ex sindaca di Cascina (Pisa), ed europarlamentare della Lega. Ma si parla anche di Paolo Del Debbio. In questa regione resta invece piuttosto debole il M5S.

Le elezioni nelle Marche
In primavera si vota anche nelle Marche. La ricandidatura del presidente uscente del centrosinistra, Luca Ceriscioli, deve passare attraverso le primarie. Il centrodestra sembra aver raggiunto un accordo sul nome Guido Castelli, ex Forza Italia passato Fratelli d’Italia.

Le elezioni in Liguria
In Liguria è ancora da chiarire se il governatore uscente Giovanni Toti, fuoriuscito da Forza Italia e fondatore del nuovo partito Cambiamo!, otterrà la ricandidatura. Il centrosinistra deve invece sciogliere il nodo. Anche qui potrebbe non riproporsi l’alleanza tra Pd e M5s.

Le elezioni in Veneto
Anche il Veneto viene da una (lunga) esperienza di centrodestra. È una vera e propria roccaforte della Lega, che alle ultime Europee da sola ha ottenuto quasi il 50 percento dei consensi. È molto probabile la ricandidatura del presidente uscente Luca Zaia (Lega). Il centrosinistra sembra intenzionato a proporre la candidatura dell’attuale capogruppo Stefano Fracasso. Anche per il Veneto voto nella primavera 2020.

La Brexit fa volare il prosecco

L’avvicinarsi della Brexit fa volare del 13% nel 2019 le esportazioni di bottiglie di Prosecco in Gran Bretagna dove è corsa agli acquisti per fare scorte del prodotto Made in Italy più apprezzato dagli inglesi, tradizionali bevitori di birra. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat.

A spaventare è il rischio che il prodotto simbolo del Made in Italy in Gran Bretagna – continua la Coldiretti – possa essere colpito dalle barriere tariffare e dalle difficoltà di sdoganamento che potrebbero nascere da una Brexit con una maggiore difficoltà per le consegne.

Dopo il vino, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti in Gran Bretagna c’è l’ortofrutta fresca e trasformata come i derivati del pomodoro con 234 milioni, ma rilevante è anche il ruolo della pasta, dei formaggi e dell’olio d’oliva. Importante anche il flusso di Grana Padano e Parmigiano Reggiano per un valore attorno ai 85 milioni di euro.

Venezia: Patricia Shira Mano Tolentino, “Niñez Rubata”.

La Mostra dell’artista israeliana Patricia Shira Mano Tolentino “Niñez rubata”, s’ispira ai ritratti dei bambini presenti nel Museo della Memoria di Gerusalemme Yad Vashem e sarà allestita presso lo spazio Magazzino Gallery a piano terra di Palazzo Contarini Polignac ai piedi del Ponte dell’Accademia a Venezia che è stato messo a disposizione per gentile concessione della proprietà.

L’iniziativa si inserisce fra quelle ufficiali promosse dal Coordinamento per la Giornata della Memoria, l’opening sarà martedì 21 gennaio alle ore 17.30 dopodiché la mostra resterà aperta al pubblico fino al 4 febbraio 2020.

“L’idea del progetto Niñez Rubata è nata quasi un anno fa mentre guardavo le foto delle vittime della Shoah, nello specifico quelle del Ghetto di Varsavia – dice la Tolentino – Mi ha colpito vedere un bambino nella foto intitolata “Un bambino vestito di stracci seduto in una strada del ghetto” e ho deciso di dipingere un piccolo ritratto del solo volto, della sua espressione impaurita. Successivamente ho iniziato a cercare altri bambini da ritrarre e mi è venuta l’idea di creare un muro composto di ritratti ad olio sul Ghetto di Varsavia, ispirato all’opera dell’artista francese Christian Boltansky. Questo progetto riguarda la memoria, e si propone di combattere la caduta nell’oblio, nell’antisemitismo e nel negazionismo della Shoah”.

Il 22 gennaio alle ore 17.00, è previsto l’incontro: “Niñez rubata” per ricordare i bambini vittime della Shoah e contro le ingiustizie di ieri e di oggi presso il Museo ebraico di Venezia (in Campo di Ghetto Nuovo), durante il quale sarà presentato il piccolo catalogo della mostra. Interverranno Michela Zanon codirettrice del Museo ebraico di Venezia, Roberta Semeraro curatrice della mostra; Iris Peynado organizzatrice del progetto, Patricia Shira Mano Tolentino che in dialogo con la lettura delle poesie da parte di Rosalia Ramirez, racconterà la sua esperienza/presa di coscienza e la necessità e di esprimersi sul tema della Shoah.
Un contributo speciale all’incontro sarà dato inoltre da Lia Finzi Federici testimone e autrice del libro “Dal buio alla luce”.

Niñez Rubata, a cura del critico d’arte Roberta Semeraro, è presentata e sostenuta da Iris Peynado, Vicepresidente dell’associazione culturale Ro.Sa.M ed è ospitata, per i suoi contenuti profondamente morali l’installazione da Bikem de Montebello, nello spazio espositivo Magazzino Gallery di Palazzo Polignac Contarini.

Dalla ricerca arrivano nuove promettenti armi contro la Sla

Dalla ricerca arrivano nuove promettenti armi contro la Sla, la sclerosi laterale amiotrofica, una malattia neurogenerativa caratterizzata dalla perdita progressiva del controllo muscolare.

Un team internazionale di ricercatori coordinato dall’Università della California a San Diego è riuscito a bloccare nei topi la Sla provocata da una mutazione del gene Sod1.
Per farlo gli esperti hanno iniettato nel midollo spinale degli animali, tramite l’utilizzo di un vettore virale, shRNA una molecola di Rna artificiale, in grado di silenziare il gene bersaglio.
Utilizzando questo nuovo metodo su topi affetti da Sla, gli esperti sono riusciti a fermare la degenerazione dei neuroni responsabili del movimento e conseguentemente la progressione della patologia.

Il risultato ottenuto suggerisce che l’uso di questo nuovo metodo di consegna sarà probabilmente efficace anche nel trattamento di altre forme di altri disturbi neurodegenerativi.

 

Papa Francesco: “Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta”.

«Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). Questa profezia della prima Lettura si è realizzata nel Vangelo: infatti, mentre i pastori vegliavano di notte nelle loro terre, «la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9). Nella notte della terra è apparsa una luce dal cielo. Che cosa significa questa luce apparsa nell’oscurità? Ce lo suggerisce l’Apostolo Paolo, che ci ha detto: «È apparsa la grazia di Dio». La grazia di Dio, che «porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11), stanotte ha avvolto il mondo.

Ma che cos’è questa grazia? È l’amore divino, l’amore che trasforma la vita, rinnova la storia, libera dal male, infonde pace e gioia. Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù. In Gesù l’Altissimo si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi. Ma, possiamo ancora chiederci, perché San Paolo chiama la venuta nel mondo di Dio “grazia”? Per dirci che è completamente gratuita. Mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo.

È apparsa la grazia di Dio. Stanotte ci rendiamo conto che, mentre non eravamo all’altezza, Egli si è fatto per noi piccolezza; mentre andavamo per i fatti nostri, Egli è venuto tra noi. Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”. Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate, puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene. Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso; è fedele, è paziente. Ecco il dono che troviamo a Natale: scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. La sua gloria non ci abbaglia, la sua presenza non ci spaventa. Nasce povero di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore.

È apparsa la grazia di Dio. Grazia è sinonimo di bellezza. Stanotte, nella bellezza dell’amore di Dio, riscopriamo pure la nostra bellezza, perché siamo gli amati di Dio. Nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, felici o tristi, ai suoi occhi appariamo belli: non per quel che facciamo, ma per quello che siamo. C’è in noi una bellezza indelebile, intangibile, una bellezza insopprimibile che è il nucleo del nostro essere. Oggi Dio ce lo ricorda, prendendo con amore la nostra umanità e facendola sua, “sposandola” per sempre.

Davvero la «grande gioia» annunciata stanotte ai pastori è «di tutto il popolo». In quei pastori, che non erano certo dei santi, ci siamo anche noi, con le nostre fragilità e debolezze. Come chiamò loro, Dio chiama anche noi, perché ci ama. E, nelle notti della vita, a noi come a loro dice: «Non temete» (Lc 2,10). Coraggio, non smarrire la fiducia, non perdere la speranza, non pensare che amare sia tempo perso! Stanotte l’amore ha vinto il timore, una speranza nuova è apparsa, la luce gentile di Dio ha vinto le tenebre dell’arroganza umana. Umanità, Dio ti ama e per te si è fatto uomo, non sei più sola!

Cari fratelli e sorelle, che cosa fare di fronte a questa grazia? Una cosa sola: accogliere il dono. Prima di andare in cerca di Dio, lasciamoci cercare da Lui, che ci cerca per primo. Non partiamo dalle nostre capacità, ma dalla sua grazia, perché è Lui, Gesù, il Salvatore. Posiamo lo sguardo sul Bambino e lasciamoci avvolgere dalla sua tenerezza. Non avremo più scuse per non lasciarci amare da Lui: quello che nella vita va storto, quello che nella Chiesa non funziona, quello che nel mondo non va non sarà più una giustificazione. Passerà in secondo piano, perché di fronte all’amore folle di Gesù, a un amore tutto mitezza e vicinanza, non ci sono scuse. La questione a Natale è: “Mi lascio amare da Dio? Mi abbandono al suo amore che viene a salvarmi?”.

Un dono così grande merita tanta gratitudine. Accogliere la grazia è saper ringraziare. Ma le nostre vite trascorrono spesso lontane dalla gratitudine. Oggi è il giorno giusto per avvicinarci al tabernacolo, al presepe, alla mangiatoia, per dire grazie. Accogliamo il dono che è Gesù, per poi diventare dono come Gesù. Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo migliore per cambiare il mondo: noi cambiamo, la Chiesa cambia, la storia cambia quando cominciamo non a voler cambiare gli altri, ma noi stessi, facendo della nostra vita un dono.

Gesù ce lo mostra stanotte: non ha cambiato la storia forzando qualcuno o a forza di parole, ma col dono della sua vita. Non ha aspettato che diventassimo buoni per amarci, ma si è donato gratuitamente a noi. Anche noi, non aspettiamo che il prossimo diventi bravo per fargli del bene, che la Chiesa sia perfetta per amarla, che gli altri ci considerino per servirli. Cominciamo noi. Questo è accogliere il dono della grazia. E la santità non è altro che custodire questa gratuità.

Una graziosa leggenda narra che, alla nascita di Gesù, i pastori accorrevano alla grotta con vari doni. Ciascuno portava quel che aveva, chi i frutti del proprio lavoro, chi qualcosa di prezioso. Ma, mentre tutti si prodigavano con generosità, c’era un pastore che non aveva nulla. Era poverissimo, non aveva niente da offrire. Mentre tutti gareggiavano nel presentare i loro doni, se ne stava in disparte, con vergogna. A un certo punto San Giuseppe e la Madonna si trovarono in difficoltà a ricevere tutti i doni, tanti, soprattutto Maria, che doveva reggere il Bambino. Allora, vedendo quel pastore con le mani vuote, gli chiese di avvicinarsi. E gli mise tra le mani Gesù. Quel pastore, accogliendolo, si rese conto di aver ricevuto quanto non meritava, di avere tra le mani il dono più grande della storia. Guardò le sue mani, quelle mani che gli parevano sempre vuote: erano diventate la culla di Dio. Si sentì amato e, superando la vergogna, cominciò a mostrare agli altri Gesù, perché non poteva tenere per sé il dono dei doni.

Caro fratello, cara sorella, se le tue mani ti sembrano vuote, se vedi il tuo cuore povero di amore, questa notte è per te. È apparsa la grazia di Dio per risplendere nella tua vita. Accoglila e brillerà in te la luce del Natale.