Home Blog Pagina 719

Padre Robert Ballecer apre un server per combattere il cyberbullismo

Padre Robert Ballecer vuole tramite uno videogames più famosi dell’ultimo decennio creare una community intenzionata a sposare i valori di positività, uguaglianza e condivisione, che combattono la tossicità che si “respira” spesso e volentieri nelle community online.

La scelta di Minecraft è derivata da un sondaggio proposto da Ballecer su Twitter.

I risultati sono stati chiari. Con il 64% i partecipanti  suggerivano al sacerdote di promuovere questa iniziativa sul sandbox creato da Mojang. Una preferenza netta che ha permesso al gioco di superare alternative come Rust, Ark: Survival Evolved e Team Fortress 2.

Adesso resta solo da convincere il Vaticano, che valuterà la proposta di padre Robert Ballecer e che dovrà tener conto anche dei consensi di oltre 24mila fan del popolare frate con una passione per l’informatica e i videogiochi.

La guerra a Trump come patologia dell’Occidente

Pubblichiamo in anteprima il primo, di due capitoli, dedicati al controverso tema dell’impeachment a Donald Trump, che è presente nel nuovo libro di Claudio Taddei. “La guerra a Trump come patologia dell’Occidente” è il titolo della nuova fatica di letteraria di Taddei che uscirà a fine febbraio per le Edizioni Robin.

Alla fine di settembre 2019 si giunge all’atto estremo della guerra a Trump, qualcosa di cui i Democratici parlano dal giorno in cui Trump fu eletto presidente. Il 24 settembre l’impresentabile Pelosi, leader dei Democratici alla Camera, sale su un podio e annuncia ai media una “richiesta di impeachment” nei confronti di Trump. Possiamo notare che l’annuncio è implausibile, fuorviante, anche dal punto di vista procedurale: per avviare un impeachment deve votare tutta la Camera, non basta il consenso delle Commissioni, i cui vertici nel 2019 sono occupati dai turpi personaggi di cui ho detto altrove. Il processo di impeachment deve avere una motivazione, che in questo caso non c’è. Che poi i media e la cospirazione consentano di portare avanti le accuse è un’altra questione. Ma l’impeachment, come afferma correttamente Tom Fitton (che presiede il credibile Judicial Watch), non scavalca e non annulla le regole costituzionali. Quello annunciato dalla Pelosi è un attacco premeditato a Trump e ai suoi elettori. L’annuncio è lo scopo in sé: l’annuncio mediatico per confondere le menti e costruire la sovversione.

Il difetto procedurale è il minore dei mali in una disonesta iniziativa politica, spinta avanti da media corrotti, in accordo con un partito politico, con lo scopo di abbattere o almeno danneggiare un presidente. Per quanto privo di fondamento e dunque ignobile sia il tentativo di impeach, il pericolo esiste, perché il pubblico non sa o non può approfondire gli eventi, e forma il proprio giudizio su quanto gli arriva dai media. L’annuncio del 24 settembre dà inizio anche fuori dall’America a una sordida manipolazione mediatica dei fatti. Per esempio in Italia il titolo di Repubblica è: “Trump sotto accusa per abuso di potere”; quello del Corriere della Sera: “Trump trema. La telefonata che lo accusa”.

Il rinnovato colpo di stato è costruito intorno all’accusa, derivante dalla “denuncia” (complaint) presentata da un “informatore” (whistleblower), secondo cui in un colloquio telefonico del 25 luglio 2019 con il presidente ucraino Zelensky, Trump avrebbe “fatto pressioni” (secondo le false parole della Pelosi e dei media) su Zelensky affinché indagasse su illeciti compiuti dall’ex vicepresidente Joe Biden in Ucraina, e avrebbe “minacciato” Zelensky di fermare gli aiuti finanziari in caso contrario. Nessuna delle due cose è avvenuta: le “pressioni” sono smentite dal presidente ucraino, le “minacce” o anche solo il collegamento con gli aiuti non vi sono stati. Il contenuto della telefonata diviene pubblico il giorno dopo l’annuncio della Pelosi, quando Trump – con una decisione che toglie ossigeno alle accuse – autorizza la pubblicazione del testo integrale. Il 25 luglio, il motivo del colloquio con Zelensky è il successo nelle elezioni parlamentari ucraine del partito di Zelensky, che promette la lotta alla corruzione. Il contrasto alla corruzione è l’argomento della telefonata, e in tale ambito trova posto la richiesta di Trump di indagare su un eventuale ruolo di cittadini ucraini nella fase iniziale dell’indagine Mueller (il precedente governo ucraino fu, come quello italiano e altri, contattato quando il direttore della CIA Brennan e i vertici Democratici cercarono di costruire accuse a carico di Trump), e poi di indagare sul licenziamento nel 2015 di un alto procuratore ucraino: episodio di cui si è vantato Joe Biden, il quale nel luglio 2019 è soltanto un cittadino americano candidato alla presidenza. Di aiuti finanziari nella telefonata non si parla affatto. Il tono della telefonata è gentile, mite. Ma, indifferente ai reali contenuti del colloquio con Zelensky, la messa in scena dei Democratici e dei media è costruita intorno al complaint dell’informatore, cioè di una spia, di cui sapremo che è un ex collaboratore di Brennan (il direttore della CIA vicino a Obama); dopo la pubblicazione del complaint, Brennan si complimenta con lui in TV. Veniamo anche a sapere che la spia è un “registered Democrat”, cioè iscritto al partito Democratico. Nell’ottobre 2019 un’inchiesta del Washington Examiner rivela poi che il delatore ha lavorato per Biden quando questi era vicepresidente.

Ora, la parola whistleblower in americano non ha un significato negativo; potremmo tradurla “informatore autorizzato di illeciti”, spesso illeciti governativi. Ma per essere tale, la sua denuncia deve avere criteri di credibilità, che il complaint della spia di Brennan non ha: per esempio, dev’essere basata su conoscenza diretta, non sul sentito dire e non su fatti riferiti da terze persone. Invece la denuncia di cui parliamo è del tutto, in modo dichiarato, basata su dati di seconda mano (la prima restando sconosciuta, il che sembra non interessare i media), su voci anonime e addirittura su rapporti di media come il Washington Post, la rete ABC, Bloomberg, tutti notoriamente avversi a Trump. Il complaint è un documento disonesto, denunciato come tale da osservatori credibili (Mark Levin, Lou Dobbs, John Solomon e altri). Mark Levin per primo, poi altre voci, fanno anche notare che il complaint è scritto come una deposizione legale, costruita da uno o più avvocati. Riguardo poi al fatto che la denuncia è basata sul sentito dire, sconcertante è l’apprendere che, pochi giorni prima del 24 settembre, su un sito ufficiale dell’Intelligence è apparsa la notizia di una modifica alle regole che riguardano i whistleblowers, in base a cui non è più necessario che le informazioni riportate siano di prima mano. La modifica risale ad agosto; la lettera con la “denuncia” inviata dal delatore alla Commissione Intelligence della Camera è del 12 agosto. Se sono coincidenze, sono davvero straordinarie.

I tempi della vergognosa farsa iniziata dall’annuncio della Pelosi sono premeditati. I vertici Democratici della Commissione Intelligence (cioè l’abbietto, squilibrato Schiff, a cui la Giustizia americana dovrebbe togliere l’immunità per le menzogne che propaga da tre anni) avevano in mano la lettera da sei settimane. La scelta di occupare i media con l’annuncio dell’impeachment ha lo scopo immediato di cancellare le importanti notizie di quei giorni di fine settembre. Pelosi sale sul podio il giorno dopo l’eccellente e puntuale discorso all’ONU di Trump, con quella magnifica affermazione (“Il futuro non appartiene ai globalisti, bensì ai cittadini delle nazioni”) che così tanto disturba i custodi del gregge globale. Sono anche i giorni in cui i Democratici in Congresso e i loro giudici in alcuni distretti cercano, di nuovo, di bloccare la costruzione del muro sul confine sud. E sono i giorni in cui in Senato viene presentata la rovinosa legge, voluta dalle grandi società di Internet e dalla Chamber of Commerce, sull’aumento dei visti H1-B, che riempiono le aziende USA, soprattutto in settori scientifici, di diplomati stranieri (in particolare indiani), senza dubbio a danno dei giovani americani.

L’isteria percebile nelle parole della Pelosi, o negli annunci da ciarlatano di Schiff (presentati come notizie da media corrotti come la CNN o la MSNBC), aggiunge patologia alla macchinazione. Come nelle calunnie verso il giudice Kavanaugh, tra media e Democratici vi è una competizione nel rivestire di falsa legalità le menzogne, allo stesso modo in cui brutte figure del mondo dello spettacolo e del cinema competono sui social media riguardo ai migliori modi per decapitare, pugnalare, smembrare il presidente. In Congresso si distingue Schiff, il quale arriva a leggere, mentre milioni di cittadini lo guardano alla TV, una versione falsificata, alterata, della telefonata di Trump con Zelinsky. Come è accaduto per oltre due anni riguardo alla collusione “russa”, di nuovo Schiff dice il falso e inganna il pubblico. La richiesta da parte di Trump di sue dimissioni è più che giustificata. Egli non può restare a capo della Commissione Intelligence. Ma poiché la destituzione dovrebbe venire dalla Pelosi e dunque non vi sarà, da un’autorità di giustizia dovrebbero venire il suo arresto e la detenzione per azioni proditorie, superando l’immunità di cui i politici godono. Rudy Giuliani afferma che l’immunità decade quando Schiff o altri politici parlano fuori dal Congresso, per esempio ai media. Ci chiediamo anche se possono restare impuniti i tre senatori Democratici (Durbin, Menendez, Leahy) che nel maggio 2018 scrissero una lettera al procuratore generale in Ucraina minacciando, in modo esplicito, di fermare in Congresso gli aiuti per l’Ucraina se la procura di Kiev non si fosse adeguata alle richieste degli avvocati di Mueller, volte a costruire accuse verso Trump. E ci chiediamo se può restare impunito il ricatto del senatore Democratico Murphy, che in una conversazione (di cui esiste l’audio) con Zelensky a inizio settembre 2019 minacciò il taglio degli aiuti finanziari se il governo ucraino avesse mandato avanti l’indagine sulla società ucraina del gas che pagò, secondo il giornalista investigativo John Solomon, stipendi molto alti (fino a 83 mila dollari al mese) al figlio di Biden, senza che quest’ultimo avesse competenze da offrire. I Democratici hanno fatto, lontano dai media, ciò di cui accusano Trump, e che Trump non ha fatto. Ma nessuno ne parla, e nessuno indaga.

Nel colloquio di Trump con Zelensky non vi sono minacce, non si propone uno “scambio” (come afferma, mentendo, la Pelosi), non vi è menzione degli aiuti all’Ucraina. In quel colloquio Trump chiede a Zelensky, con tono non perentorio, di verificare la vicenda del procuratore ucraino licenziato su richiesta di Joe Biden: vicenda denunciata da quello stesso procuratore (Victor Shokin) con un “affidavit” (dichiarazione scritta e giurata) consegnato a Rudy Giuliani nel novembre 2018. Trump dice a Zelensky: “Si parla del figlio di Biden e del fatto che Biden fermò il procedimento penale. In tanti vorrebbero sapere che cosa è accaduto. Qualunque cosa potete fare, o se potete sentire il nostro ministro della Giustizia, andrebbe bene. Biden si vanta di aver fermato l’azione penale. Vedi se potete verificare (look into) la cosa. Mi sembra una gran brutta faccenda”. Quanto egli dice è del tutto lecito e in gran misura (come osservatori credibili hanno detto) doveroso. Trump è il capo dell’esecutivo: ha il diritto-dovere di rivolgere a un leader straniero una richiesta riguardo a un possibile caso di corruzione che coinvolge un cittadino americano, e più in generale di sollecitare da un leader straniero le informazioni che ritiene opportuno avere. Il fatto che Biden in quel momento sia un candidato alla presidenza non cambia niente, e non è – dicono gli esperti della materia – una violazione delle regole elettorali. Un candidato alla presidenza non è al di sopra della legge. Del licenziamento del procuratore ucraino, Biden si è vantato in una conferenza di cui esiste un video. Se un ex vicepresidente ha abusato del suo potere d’ufficio, Trump ha il dovere di chiedere chiarezza; poi, ovviamente, può farlo o no. Il reato commesso, e che rimane senza conseguenze, è l’aver spiato una telefonata del presidente, inducendolo a renderla pubblica e compromettendo (come si è detto) le future relazioni con leader esteri, che devono restare riservate.

Il reato è avere un ex agente della CIA che spia il presidente. Il mandato della CIA è difendere la nazione dalle minacce dall’estero. Chi ha messo l’ex agente CIA a spiare Trump? Brennan (leggi Obama)? Chi nella CIA attuale l’ha autorizzato? Vi sono contraddizioni tra la “denuncia” pubblicata dai media e ciò che il delatore scrisse all’ispettore dell’Intelligence: nel modulo delegato allo scopo, egli scrisse di avere informazioni “di prima mano”. Nella “denuncia” invece egli, o l’avvocato che scrive per lui, afferma e ribadisce l’opposto: tutto gli è stato riferito da persone terze. I promotori del falso impeachment sono impegnati nel tenere nascosta l’identità del delatore, con il pretesto di un’esigenza di protezione. La realtà è che l’informatore è un infiltrato, collocato in quella posizione per dare il via all’inganno premeditato. Riguardo alla sua “denuncia” egli dev’essere interrogato in Congresso dai Repubblicani. Il delatore non è un whistleblower, cioè un informatore riconosciuto e “da proteggere” (come si usa dire degli informatori). La sua lettera, fitta di richiami legali e accuse incoerenti, lo squalifica secondo le misure usate per valutare la credibilità di una spia: misure che restano in vigore, anche dopo le (peraltro sospette e da indagare) modifiche dell’agosto 2019. Il delatore ebbe contatti con lo staff di Schiff prima di scrivere la sua lettera. È molto probabile che la “denuncia” sia stata preparata e scritta da avvocati di Schiff (lo stesso avvocato ufficiale del delatore fu in passato al servizio di Schumer e di Hillary). Il delatore è un “attivista di partito” (“partisan hack”): così lo giudicò il direttore dell’Intelligence Maguire, che in agosto inviò il reclamo dell’informatore al ministro Barr, il quale confermò il giudizio di Maguire.

Non così la Pelosi e i deformi custodi della legalità che presiedono le Commissioni della Camera. Essi portano avanti la messa in scena perché i media – braccio operativo del partito Democratico – lo consentono. Alcune ore prima dell’annuncio di impeachment, Trump aveva dichiarato che il giorno successivo il testo integrale del colloquio con Zelensky sarebbe stato divulgato. La Pelosi non aspetta, perché i fatti e la verità non contano, e perché è già a conoscenza della “denuncia” dell’informatore (divenuta pubblica due giorni dopo), su cui basare la messa in scena. Quando poi, due settimane più tardi, la credibilità del delatore appare compromessa, da parte del suo avvocato arriva la notizia che vi è un secondo whistleblower della telefonata sotto accusa. È lo schema seguito dai Democratici nel caso del giudice Kavanaugh: prima un’accusa falsa, poi una seconda e così via. Ma con il rendere pubblico il testo integrale del colloquio telefonico, Trump smonta l’accusa, perché a quel punto ognuno di noi sa, del colloquio con Zelensky, più di quanto ne sapesse il delatore quando ha scritto, o lasciato scrivere a un avvocato, la “denuncia”. E ognuno di noi può giudicare da sé, leggendo il testo della telefonata, in cui non vi è nulla, assolutamente nulla, che conduca ad accusare il presidente.

In un’intervista dell’ottobre 2019, il primo e più importante testimone riguardo alle accuse di cui è investito Trump, cioè il presidente ucraino Zelensky, conferma – benché sollecitato a fare il contrario dal giornalista americano della ABC che lo intervista – che nel colloquio con Trump non vi furono “né pressioni né ricatti”, come il testo della telefonata documenta. Zelensky afferma anche che il suo governo aveva iniziato indagini sulla società del gas, che fu così prodiga con il figlio di Biden, già mesi prima del colloquio con Trump. Quanto alla decisione di Trump di rendere pubblica la telefonata, non si tratta di una prassi ripetibile. La diplomazia richiede riservatezza, anche quando le intenzioni sono buone. E non sempre lo sono. Se pensiamo, per esempio, al rendere pubblici i colloqui telefonici di Obama con il regime iraniano, c’è da rabbrividire. Trump non era obbligato a rilasciare il testo. Il privilegio esecutivo consente a un presidente di non farlo, anche se richiesto dal Congresso. In questo caso i Democratici non chiesero il rilascio del testo, anzi ne furono sorpresi.

Con il nuovo atto del colpo di stato, l’iniziativa e gli annunci mediatici rimangono ai Democratici. Alla Camera i congressmen Jordan, Ratcliffe, Gaetz, Meadows e altri del Freedom Caucus fanno quello che possono, ma ai Repubblicani è negata (dalle regole senza precedenti fissate dalla banda Pelosi-Schiff and Co.) la possibilità di convocare i propri testimoni e, per sei settimane, di interrogare in pubblico quelli della controparte. Schiff impedisce che testimonianze come quella dell’inviato USA in Ucraina (Volker) siano rese pubbliche. Inoltre Schiff svolge il ruolo di procuratore dell’accusa nei confronti del presidente, però è anche un testimone, perché lui o il suo staff hanno incontrato il delatore: voci competenti in materia affermano che in nessun caso, nel sistema di giustizia americano, le due funzioni sono svolte da una stessa persona.

L’esito del falso impeachment dipende dal Senato. La Commissione Intelligence del Senato, presieduta dal Repubblicano Burr, che non ha mai sostenuto Trump, è inerte. Tale Commissione dovrebbe, invece, rendere pubblica una lista di testimoni da interrogare, a cominciare dal delatore e dallo stesso Schiff. Vi è un’altra strada, che potrebbe smontare la messa in scena: il leader del GOP in Senato, McConnell, potrebbe non accettare il dibattito in Senato sull’impeachment, che comunque non avrebbe la maggioranza dei due terzi per essere approvato. Purtroppo, oltre agli uomini del Freedom Caucus alla Camera, solo pochi senatori del GOP sembrano capaci di denunciare la sarabanda di aggressioni verso il presidente e le turpi esibizioni di politici Democratici con la schiuma alla bocca (Schiff, Nadler, Pelosi e altri; quanto alle vicende interne dei Democratici, poco interesse ha il fatto che la Pelosi usi la procedura di impeachment per proteggere la sua posizione di speaker da chi è ancora più a sinistra di lei: ciò che conta è che essi non si curano di recare danno al paese). Poiché il Senato ha il potere costituzionale di vigilare sull’operato della Camera, McConnell e senatori come Lindsey Graham, che è a capo della Commissione Giustizia, devono spegnere il fuoco del falso impeachment. Si deve portare a conoscenza del pubblico ciò che è avvenuto, si devono costringere i media a parlarne, si deve mettere in chiaro il carattere illegittimo e falso della “richiesta di impeachment”. Più che giustificato è il tono risentito con cui Trump scrive, in un tweet (ottobre 2019): “Quando i Democratici pagheranno per ciò che stanno facendo al nostro paese, e quando i Repubblicani reagiranno all’attacco?”.

Poi vi è la è parte facile (in teoria, perché in pratica i media operano per trascurare il tema e il GOP in Senato non si muove): indagare su quanto emerso riguardo alle vicende ucraine del figlio di Biden e chiamarlo a testimoniare sotto giuramento. Il problema non è la candidatura di Joe Biden alla presidenza, che era comunque compromessa da altri fattori. Il problema è portare attenzione su una vicenda che era nota ma fu insabbiata e sparì dai media. Attenzione significherebbe un’indagine sul via libera di Joe Biden ai finanziamenti del governo Obama a Kiev. Vi furono “pressioni” (quelle che Trump non ha fatto, se non nella misura in cui vi è sempre uno “scambio” nelle relazioni diplomatiche) da parte di Biden sul precedente governo ucraino per il licenziamento del procuratore Shokin, che stava indagando. Biden minacciò, come egli stesso si è vantato di aver fatto, di bloccare i finanziamenti se Shokin (di cui si afferma che sia ancora disposto a testimoniare) non fosse stato allontanato. Nel video registrato presso il CFR, Biden racconta di aver detto all’ex presidente ucraino Poroshenko: “Se non mi credi, telefona a Obama”. Dunque vi sono evidenze poco confutabili. Più difficile sarà portare alla luce, per l’opposizione del governo cinese, un’analoga vicenda di corruzione tra Biden e il governo di Pechino. Governo che, in cambio del silenzio sulle proprie scorrette politiche commerciali, trasferì (come ha documentato, tra gli altri, Peter Schweitzer, in un libro dal titolo Secret Empires e in interviste a Fox News), cifre ingenti, addirittura 1,5 miliardi dollari, a una società in cui aveva interessi il figlio di Biden.

La Costituzione americana assegna alla Camera, con molte cautele, la possibilità di impeach un presidente. Ma quello di fine 2019 non è un impeachment della Camera, bensì solo del partito Democratico. Dunque non è ciò che prevede la Costituzione; anzi, è quanto essa intendeva evitare. Non è mai accaduto nella storia americana che un’indagine di impeachment abbia inizio senza che vi sia un voto della Camera intera. Non è mai accaduto che un partito convochi dei presunti testimoni e impedisca agli avvocati dell’accusato, cioè del presidente, di interrogarli. I Democratici cambiano le regole procedurali, nascondono l’identità dei delatori, chiamano a deporre burocrati avversi a Trump e residuati del governo Obama. I media sostengono la messa in scena. Essi ricevono dai Democratici notizie parziali, scelte con l’intento di distorcere la testimonianza (un caso che ho citato è quello di Volcker), e le rendono pubbliche come se si trattasse di fatti veri. L’ultima volta che vi fu l’impeachment di un presidente, nel 1998 nei confronti di Clinton, ai Democratici furono dati pieni diritti di difendere Clinton, convocare testimoni, interrogare i testi dell’accusa, e agli avvocati del presidente fu consentito di partecipare a ogni fase. Tutto era pubblico. L’intenzione dichiarata (da Newt Gingrich) era di rendere la procedura “corretta nei confronti del presidente”. Del resto si tratta di procedure osservate anche per i delinquenti (Mark Levin: “I terroristi ottengono un processo regolare più di quanto la Camera conceda a Trump”). Come può difendersi Trump, o chiunque, da accuse anonime, gestite da una parte politica e presentate dai media come rivelazioni? Non occorre un esperto costituzionale per affermare che si tratta di un sopruso. Le regole non contano, perché si tratta di un colpo di stato. I nemici di Trump non hanno in mano niente per formulare un’accusa credibile, se non il polverone mediatico.

Davanti a una coreografia così disonesta, concordo con chi in America afferma che Trump non deve collaborare in alcun modo (a differenza di quanto fece per l’indagine Mueller), né consegnare documenti, né autorizzare collaboratori a testimoniare, né tantomeno rispondere lui alle accuse in Congresso (come è tentato di fare dalla sua indole pugnace e incline ad accettare la polemica). In nessun modo la procedura dev’essere avallata. La Costituzione, oltre alla realtà dei fatti, sono dalla parte di Trump. Negli USA non vi è il sistema parlamentare inglese, dove il primo ministro è in carica a discrezione della Camera uscita dalle elezioni. Gli USA sono una repubblica presidenziale, dove il potere esecutivo ha pari diritti e autonomia del potere legislativo e di quello giudiziario. Peraltro il Congresso non è al di sopra della legge. L’impeachment messo in scena dai Democratici a fine 2019, in violazione della Costituzione, delle leggi in materia e dei precedenti storici, è “void”, cioè privo di validità.

Dunque corruzione, ostruzione della giustizia, utilizzo proditorio delle strutture di intelligence, abuso del potere conferito dalla maggioranza alla Camera e abuso del potere mediatico a danno dei cittadini: questi e altri reati sono imputabili nella vicenda del falso impeachment, e nessuno di essi è a carico di Trump. La pubblicazione del testo del colloquio telefonico ha smontato la cospirazione. Davanti al coro dei media che in America attaccano Trump (o, in Italia, dei loro ripetitori), per il pubblico la vicenda è un’occasione per prendere le distanze dal pensiero di gruppo. Di nuovo, come per la truffa della “collusione” russa, i responsabili devono pagare, e non in un giorno vicino a quello del Giudizio, bensì subito. Dovrebbero pagare, ed essere esposti a pubblico disonore per infamia e tradimento, i politici che hanno mentito, come la Pelosi, Schiff, Nadler; dovrebbero essere espulsi dal Senato i senatori che hanno cospirato con un governo straniero per danneggiare il presidente; dovrebbero pagare gli operatori mediatici che sostengono il colpo di stato e la truffa del falso impeachment. Dovrebbero.

La “denuncia” del delatore-attivista politico fu scritta per i media e fu scritta da avvocati al servizio di Schiff. Questo è un grave illecito. Al contrario, per un presidente dialogare con leader stranieri riguardo a indagini criminali, o riguardo ad accuse di corruzione, è una procedura abituale e reciproca. Alla Camera, quando nel novembre 2019 alcune deposizioni divengono pubbliche, i congressmen del Freedom Caucus lavorano bene, mettendo in chiaro l’inconsistenza delle accuse. Essi chiedono di interrogare il delatore: di conoscere le sue relazioni, di sapere se ha violato accordi di sicurezza e dunque commesso un reato, se ha consegnato agli avvocati di Schiff documenti riservati, il che è di nuovo un reato. La presidenza della Commissione Intelligence (Schiff) respinge la richiesta. I Democratici vogliono portare avanti la truffa il più a lungo possibile. Siamo davanti a una congiura di palazzo consentita dai media; e, come afferma l’ex procuratore Joe DiGenova, siamo a un passo dalla “distruzione dell’ordine costituzionale che i Fondatori della nazione stabilirono”. L’impeachment non fu previsto per consentire alla Camera di prevaricare il potere esecutivo. Forse anche per il carattere senza precedenti di quanto avviene, il sistema di governo non ha forze sufficienti per abbattere la congiura con un urto frontale. Gli agenti del Deep State (che poi, come dice Steve Bannon, non è tanto deep, poiché le sue azioni sono evidenti a chiunque) sono pronti a distruggere la credibilità della giustizia e del sistema politico americani per i loro scopi. Molto grave è che solo una parte del pubblico comprenda gli eventi. Il continuo battere di messaggi fuorvianti da parte dei media più diffusi ha un effetto sul pubblico. Se al pubblico arriva una quantità sufficiente di bugie, esse possono divenire concetto dominante e pregiudizio. È già successo in passato.

L’impeachment è una cosa seria. La decisione di aprire un processo di impeachment è un atto estremo. Gli autori della Costituzione americana intesero impedire che interessi politici ne fossero la motivazione quando scrissero che l’impeachment avviene per “crimini e misfatti di grave entità”. In seguito, dopo che per la prima volta un presidente fu impeached (Andrew Johnson nel 1868), davanti al pericolo che l’equilibrio tra potere legislativo ed esecutivo fosse compromesso, la Corte Suprema confermò il principio che il Congresso non può rimuovere un presidente soltanto perché è in disaccordo con lui “riguardo alla sua politica, al suo stile e alla sua gestione dell’incarico”. Nei tre casi in oltre due secoli in cui si è giunti a impeach un presidente, vi fu alla Camera un consenso bipartisan, prima di passare la decisione al Senato. Nessun presidente nella storia recente è stato indagato, esaminato, sottoposto a cause legali, senza trovare prove di condotta illecita, quanto Trump. Siamo di fronte a un colpo di stato che prosegue con modalità pianificate per condizionare il pubblico nelle elezioni del 2020. Il falso impeachment è una vetrina di ipocrisia, gestita dai media e dai politici Democratici con il sostegno della piovra che si usa definire Deep State. Nel 2020 la nazione americana è di fronte a una scelta decisiva. I senatori del GOP dovrebbero comprenderlo e avere la fibra sufficiente per mandare al pubblico – cioè a quella parte di società disposta a capire e non vincolata da manipolate ottusità – un messaggio non equivoco.

Epilessia: nuove speranze

Arvelle Therapeutics, una società biofarmaceutica emergente focalizzata su trattamenti innovativi per pazienti con disturbi del sistema nervoso centrale, ha annunciato la pubblicazione su The Lancet Neurology di un importante studio in cui si dimostra che il trattamento con cenobamate ha migliorato significativamente il controllo delle crisi parziali (focali) in pazienti adulti affetti da epilessia.

I risultati di questo studio multicentrico, in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo, dimostrano che il cenobamate, somministrato in dosi di 100, 200 e 400 mg/die, ha migliorato significativamente il controllo delle crisi rispetto al placebo in pazienti con crisi focali che assumevano da 1 a 3 farmaci antiepilettici (AED). Il cenobamate ha registrato tassi di risposta significativamente più elevati (percentuale di pazienti che hanno ottenuto una riduzione ≥ 50% delle convulsioni) con tutti i dosaggi durante la fase di mantenimento di 12 settimane rispetto al placebo.

La sfida delle sardine

In tante città italiane ha avuto grande successo l’iniziativa delle cosiddette “sardine”.
È un fenomeno che va capito ed interpretato, piuttosto che “giudicato” oppure “cavalcato”.
Molti lo vedono come sfida a Salvini, il “tonno” dal quale le sardine vogliono difendersi.
In realtà, temo, il tonno in questione non subirà decisivi danni nell’immediato, anche perché si tratta di una manifestazione di impegno molto legata alle realtà urbane e rappresentativa di un mondo già immune rispetto alle lusinghe della destra.

Ciò non di meno, bisogna guardare con fiducia, interesse e simpatia a queste manifestazioni pubbliche, perché puntano dichiaratamente ad un “risveglio delle coscienze personali” contro un declino segnato da odio, pregiudizi e paure.
Si tratta di una delle tante manifestazioni di disagio da parte di quella parte di società che ancora non si rassegna al declino culturale e civile della vita democratica.

Una parte di società che non “abbocca” alla lusinga dell’Uomo Forte e Solo al comando; che non rinuncia allo sforzo di mantenere vivi i valori di umanità; che non intende barattare la propria libertà per una illusoria promessa di sicurezza.
Non è e non sarà – immagino – un nuovo “partito”. E neppure rappresenta una compiuta risposta “politica” alla deriva che sta interessando il nostro paese e molte nazioni europee, in conseguenza di cambiamenti epocali e radicali.
Ne costituisce però una delle premesse civili e culturali. Perciò è importante: attenua la diffusa passività di molti difronte ad un modo di fare politica che sta minando alla radice la democrazia.
È una fiammata di consapevolezza e di partecipazione salutare: effimera magari nel tempo e nelle basi costitutive, come tutti i fenomeni maturati attraverso la Rete, ma salutare.

In questo senso, più che per Salvini, è una sfida positiva alle culture politiche democratiche, popolari ed europeiste.
Tocca a loro leggere questo fenomeno, rispettarlo per ciò che esprime, abbandonare ogni velleità impropria di “reclutamento” nelle vecchie categorie partitiche e rispondere invece con un progetto politico che sia all’altezza di ciò che questa partecipazione inedita intende evocare.
Cioè con una una politica credibile, affidabile, trasparente, coraggiosa e coerente con il “bisogno” di futuro.

Una politica rinnovata nei linguaggi, nei contenuti, nei metodi e nella classe dirigente, oltre ogni tentazione di praticare un inesistente “populismo buono”, ma impegnata nel riconquistare il senso autentico della sua missione di guida dei processi di cambiamento. In altre parole, il suo carisma e il suo consenso sociale.
Una bella sfida per quella parte della politica italiana che intende rigenerare su basi nuove il percorso della nostra democrazia intesa come progetto di comunità aperta, solidale, europea, come bene è stato descritto nel Manifesto Zamagni.

Fare teologia dopo Auschwitz

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Isabella Guanzini

Johann Baptist Metz, una delle voci più autorevoli del pensiero teologico contemporaneo, è scomparso il 2 dicembre all’età di 91 anni a Münster, dove ha insegnato molti anni ed era professore emerito di teologia fondamentale. Fondatore della “nuova teologia politica”, che dichiara la propria discontinuità rispetto alla “classica” teologia politica legata all’opera filosofico-giuridica di Carl Schmitt e alla sua legittimazione religiosa dell’egemonia dello Stato e del regime totalitario, ha avuto un grande impatto sul pensiero teologico post-conciliare. Nato il 5 agosto 1928 ad Auerbach, in Baviera, Metz ha compiuto i propri studi a Bamberga, Innsbruck e Monaco di Baviera laureandosi in filosofia e in teologia. Ordinato sacerdote nel 1954, fu, negli anni post-conciliari, consigliere a Roma nel Segretariato per i non-credenti e cofondatore della rivista teologica internazionale «Concilium».

Discepolo di Karl Rahner (1904-1984), Metz ha saputo intrecciare la sua enorme eredità teorica con la potenza teologico-critica di un pensiero radicalmente innestato nel presente e nel passato della storia. Il programma teologico di Metz si è per questo impegnato sistematicamente nel tradurre politicamente la prospettiva trascendentale rahneriana, accentuando nello stesso tempo le potenzialità mistiche che percorrono l’intera opera del maestro. Per questo si può interpretare la sua opera complessiva — della quale l’importante editore Herder ha nel frattempo pubblicato dieci volumi — come una teologia della contemporaneità in cui mistica e politica si incontrano nello spazio della società plurale e secolarizzata, compenetrandosi reciprocamente.

Teologia politica significa qui, in primo luogo, la considerazione del Cristianesimo come risorsa per il nostro tempo: non certo per ragioni di identità culturale, ma per ragioni di fecondità culturale, umana e spirituale. Contro la tendenza contemporanea di una privatizzazione del Cristianesimo, che reagisce alla sua crescente marginalizzazione culturale ritirandosi in una sfera separata, più intima e personale, Metz si è impegnato a mostrare gli effetti pubblici, sociali e profetici del messaggio cristiano, nella convinzione — che muove in effetti l’intera teologia rahneriana — che la speranza e la salvezza che esso annuncia non siano affatto private, ossia destinate a una parte, ma siano, al contrario, per tutti. Perché «Dio è un tema del genere umano o non è affatto un tema. Gli dèi sono pluralizzabili e regionalizzabili, ma non Dio, non il Dio biblico». Per questo la sua «mistica dagli occhi aperti» rimanda a un atteggiamento che non si riconosce in uno spiritualismo estatico e in una religiosità intimistica, ma in una fondamentale attenzione critica al mondo e ai drammi della storia, che invoca una sorta di risveglio umano e spirituale alle fatiche del vivere comune. Perché l’universalità del monoteismo biblico si fonda secondo Metz sul fatto che si tratta di un discorso su Dio sensibile al dolore.

È chiaro come la sua teologia politica desideri rifuggire dalla riflessività sterile di un linguaggio teologico auto-riferito, destoricizzato, tanto lucidamente e logicamente fondato da non poter non solo integrare ed elaborare ma nemmeno percepire le opacità e le incongruenze dell’umano. La sua proposta teologica, biblicamente ispirata e legata alla tradizione della filosofia critica della cosiddetta scuola di Francoforte, si rivolge agli spazi cittadini del mondo globale, incalzando sia l’insensibilità atmosferica del vivere attuale, segnata da una sempre più profonda amnesia culturale, sia l’apatia di sistema della ricerca teologica di scuola, che mostra una «sorprendente resistenza allo sconcerto».

Alla luce di tale «mistica che cerca il volto», Metz si rivolge in particolare alla lingua della compassione, che non chiude gli occhi di fronte alle storie di dolore, passato e presente, del mondo. La sua teologia politica non intende promuovere una vaga «empatia» (Mitgefühl), ma una percezione partecipante e obbligante del dolore altrui, capace di sostenere lo sguardo dell’altro sofferente almeno un poco più a lungo di quanto lo permettano i riflessi spontanei della nostra autoaffermazione. Si tratta di una sensibilità per la situazione (Situationsempfindlichkeit), disponibile a farsi interrompere dal dolore altrui, in cui l’io non viene semplicemente dissolto, quanto piuttosto rivendicato nella sua responsabilità sociale e politica. Il primo sguardo di Gesù, ha ricordato Metz in più occasioni, non si è infatti diretto al peccato degli uomini, ma al loro dolore. «Questa basilare sensibilità per il dolore degli altri contraddistingue il nuovo modo di vivere di Gesù».

Nel contesto atonale della società contemporanea, in cui si mettono sistematicamente in atto dispositivi di stordimento e di distrazione di massa, soprattutto le giovani generazioni sembrano oggi avere perso la potenza del grido, che per Metz rappresenta la possibilità più autentica di fare esperienza della questione del senso e, non da ultimo, dell’invocazione di Dio. Entro questo orizzonte, in un tempo «della crisi di Dio dalla forma religiosa», ossia in una atmosfera benigna nei confronti delle religioni ma in cui è assente la domanda delle domande, la teologia politica di Metz ha avuto il coraggio di porre, non senza durezza, la questione di Dio come questione della teodicea, ossia il «discorso su Dio come grido per la salvezza degli altri, per coloro che soffrono ingiustamente, per le vittime e gli sconfitti della nostra storia» (Memoria passionis. Ein provozierendes Gedächtnis in pluralistischer Gesellschaft, 16). Per il teologo l’esperienza religiosa non ha nulla a che fare con una pratica di superamento della contingenza o con la ricerca di un supplemento d’anima capace di armonizzarci con l’ambiguità del reale. Metz invita a osservare l’atteggiamento biblico del popolo di Israele che, nel momento della tribolazione, nel tempo del deserto, è rimasto «povero in spirito»: di fronte all’evenienza del dolore non ha infatti cercato vie compensatorie o mitizzazioni che lo elevassero al di sopra della sofferenza, della schiavitù, dell’esilio. È stato capace di rimanere nella tribolazione della vita, accettando la propria debolezza senza mistificazioni. La questione della teodicea non riesce ad acquietarsi attraverso risposte teologiche riconcilianti, che in certo modo sorvolano quei traumi individuali e collettivi che sconvolgono ogni fede nella redenzione ed eludono il grido di sdegno, di protesta o di disperazione di fronte a eventi privi di ogni giustizia e di ogni senso. La questione della teodicea deve restare non-dimenticabile, benché irrisolvibile: non può essere rimossa, benché a essa non sia possibile rispondere del tutto. Metz ritiene che l’intera storia della teologia cristiana abbia trovato un punto di arresto nell’abisso umano di Auschwitz come «topografia dell’orrore», che diviene un passaggio di non ritorno per la questione di Dio per l’uomo contemporaneo. Auschwitz non lascia indenni né il cristianesimo e la sua teologia né la società e la sua politica, in quanto «ha abbassato profondamente il limite del pudore, di natura metafisica, tra uomo e uomo» ed è «diventato un irrinunciabile sopralluogo della nostra coscienza storica». Sarà, in effetti, proprio l’autorità dei sofferenti, nella celebre scena del giudizio in Matteo 25, che giudicherà i singoli e la storia alla fine dei tempi. Si tratta certo di un’autorità «debole», ma che può essere fatta valere in tutte le grandi religioni e regioni del mondo, là dove qualcuno soffre ingiustamente e innocentemente.

Fare teologia dopo Auschwitz significa per Metz porre al centro della dottrina della creazione il grido apocalittico: «Dov’è finito Dio?», ossia la questione non-rispondibile e non-dimenticabile della teodicea, anche come questione di responsabilità e di giustizia per i morti. Si tratta non soltanto di ripensare il rapporto del cristianesimo con l’intera tradizione del popolo d’Israele, ma anche di ripensare la teologia cristiana alla luce di una cultura anamnestica, che si esprime come memoria, come memoria passionis.

Johann Baptist Metz ha mostrato con vera passione politica e onestà intellettuale che il cristianesimo può essere ancora una risorsa per il presente plurale e secolare se non rinuncia alla sua irreconciliatezza, se conserva una sana ritrosia nel rispondere, se vive quella «irrequietezza mistica dell’interpellanza» che è segno di una sensibilità biblica per la situazione. La sua nuova teologia politica resti non solo un ricordo per la società pluralista, ma una viva provocazione per il discorso teologico del presente e del futuro.

L’altro lato della medaglia

Il capolavoro si è ripresentato nel 2019. Pensavamo a un quadro senza precedenti e, invece, l’anno successivo l’artista ci ha consegnato un’espressione ancora più sfavillante.

All’inizio del giugno 2018 eravamo tutti scettici nei confronti di una lunga elaborazione con un prodotto del tutto fuori luogo, eppure l’opera ci era stata consegnata: governo tra 5Stelle e Lega. All’inizio del settembre di quest’anno, un’ulteriore prova di sublime maestria: l’artista è riuscito a sfornare una tela del tutto inconsueta. Due espressioni, una di seguito all’altra che meritano davvero il plauso per l’industriosa e febbrile abilità immaginativa.

Il secondo governo 5Stelle-Pd è sembrato un’altra opera divina. Una divinità burlona, ovviamente. Mettere assieme, saldare il dritto e il rovescio è indubbiamente un’arte non ascrivibile alla facoltà umana. Eppure, tutto questo è successo. Increduli, ma questa giravolta è capitata per ben due volte di seguito.

Qual è la costante che ha permesso una giravolta di questo tipo? Si potrebbe dire che sia il movimento di Grillo: era nel primo come nel secondo esperimento. Ma non è poi così. I 5Stelle hanno modificato le loro rappresentanze e hanno subito sostanziali trasformazioni per passare da un esperimento all’altro. La vera costante, la figura che ha fato e fa da perno a tutto questo è il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Ditemi voi, se nella nostra storia può essere riconosciuta una figura capace di simili miracoli. Né De Gasperi, né Fanfani, figuriamoci Berlinguer, nemmeno Moro e tolgo anche il funambolico Andreotti, infine escludo pure il fine De Mita e il rubicondo Craxi, nessuna di queste autorevoli figure è riuscita a fare quanto sta compiendo l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri.

Era mia intenzione illuminare anche questo tratto, che per lo più rimane sepolto nell’oscurità e nel totale disinteresse. Tutti volti, me compreso, a vedere cosa combinano i Ministri, oggi, come allora. È raro, pertanto, illustrare certe virtù che, a conti fatti restano ai margini. Ma io ho inteso, almeno oggi, non passarci sopra.

Non so che cosa accadrà dopo il varo di questa finanziaria, intoppi, nodi, spine si troveranno lungo il cammino del governo giallo rosso. Sapranno superarli? Difficile rispondere, posso solo affermare che avendo un cocchiere con simili attitudini, non posso escludere che sappiano pure attraversare l’inferno.

Certo è che siamo ormai abituati a correre su un filo teso, sempre inclini alle incertezze e ad improvvisi brividi prodotti dal funambolismo in carica.

Non va bene, così non va bene, lo spettacolo è meglio assisterlo al circo o tutt’al più al cinematografo. l’Italia avrebbe bisogno di uno standard più conforme alla tranquillità, non solo per dormire meglio, ma per svegliarci con quella saggia voglia di svolgere i propri compiti, avendo dalla propria qualche rassicurante certezza.

L’attesa dell’inatteso

Articolo pubblicato da Civiltà cattolica a firma di Giancarlo Pani

Il contesto dell’articolo. La nascita di Gesù apre – come è noto – la narrazione dei Van­geli di Matteo e di Luca, con connotazioni diverse legate ai contesti storici in cui essi hanno preso forma. L’Antico Testamento, pur per­meato dall’attesa del Messia, non dà riferimenti espliciti sull’evento, ma una serie di passi può aiutarci a scoprire il senso del racconto evangelico.

Perché l’articolo è importante?

L’articolo commenta infatti i quattro oracoli presenti nel libro di Isaia. I testi sono di epoca diversa e di vario genere letterario, ma uniti da una linea di fondo: un castigo angosciante e drammatico sta per incombere sul popolo di Dio. Quando non c’è più alcuna speranza di evitarlo, ecco giungere all’improvviso la salvezza collegata alla nascita di un bambino, erede di Davide, di nome «Emmanuele», che significa «Dio con noi».

Poi, in questa luce, l’articolo rilegge le due genealogie presenti nel Vangelo di Matteo, in apertura, e in quello di Luca; e propone un’interpretazione del mistero del Natale.

Gesù sembra essere il fanciullo della profezia di Isaia: nasce proprio nella città di Davide, ma si rivela da subito come l’«atteso inatteso», poiché nel suo «natale» egli capovolge radicalmente una idea messianica puramente umana. Il popolo di Israele aspettava infatti un Messia vittorioso, glorioso, potente, capace di liberare il popolo dall’oppressione romana.

Un fatto colpisce nella genealogia di Matteo: essa è formata da una storia umana sconcertante per infedeltà e peccato, fallimenti e miserie, povertà e sofferenza, prostituzione e tradimenti, ambiguità e compromessi. Ogni personaggio, da Abramo in poi, è portatore di una storia pesante. Eppure il Signore si incarna proprio in quella storia; e così nella nostra storia, anche nei risvolti più drammatici e difficili, la fa sua, la prende su di sé, la ama e la redime, perché solo ciò che si ama davvero viene redento.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • Quale Messia attendeva il popolo d’Israele?
  • Qual è il mistero, il significato del Natale?

Qui l’articolo completo

Come Giuseppe Leogrande vuole risolvere il problema Alitalia

Cinque mesi di tempo per salvare Alitalia. Così Giuseppe Leogrande, da poco nominato commissario unico la vuole salvare. I tre obiettivi anticipati da Il Messaggero: tagliare i costi, ridurre gli organici e trovare un partner industriale e una nuova alleanza internazionale che permetta alla società di non chiedere altri soldi al governo.

Il primo problema sono i 2.500 esuberi. In questa ottica sarà fondamentale l’incontro con i sindacati. L’avvocato, esperto in diritto fallimentare, dovrà mettercela tutta per convincerli che il suo piano di risanamento è quello giusto. Nel curriculum ha dalla sua l’aver portato fuori dalla secche della crisi la compagnia Blue Panorama e si spera che replichi quel risultato. Non solo licenziamenti, ma prepensionamenti mirati e scivoli per favorire al massimo le uscite volontarie.

Poi ci sono i risparmi sui costi. Ovvero la revisione di tutti i contratti, dal leasig al catering, dalla manutenzione agli slot. Infine c’è il probabile passaggio da Sky Team a Star Alliance, nell’ottica di un possibile matrimonio della nostra compagnia di bandiera con Lufthansa. La scelta tedesca vedrebbe già d’accordo i sindacati che considerano il gruppo il più affidabile in termini industriali.

Il giorno di Maria madre nostra

Oggi è la festa di Maria Madre nostra, e gli italiani timorati di Dio si rivolgeranno a Lei con invocazioni di figli amorevoli e fedeli. In Maria Madre nostra confidano tutti coloro che cercano la serenità, che cercano la forza di una fede adulta, che vogliono piegare il proprio cuore alla carità, che sperano nella capacita di coltivare la virtù della pazienza, che vogliono trasformare il proprio duro carattere a dolcezza, che vogliono dedicarsi agli altri senza nulla chiedere, che desiderano essere obbedienti come solo la Madre del Signore ha saputo fare.

Sono sicuro, che tra coloro che pregheranno Maria Madre nostra, saranno anche quei cattolici che hanno promesso di rinnovare la politica italiana, per riportare il paese nel cammino delle nostre tradizioni e principi ispirati dalla fede Cristiana.

La loro preghiera, non potrà che riguardare la promessa di obbedire esclusivamente al bene della Nazione e del suo popolo, rifuggendo le tentazioni di adagiarsi al comportamento degli altri che propongono soluzioni facili ma nocive; di adottare uno stile e contegno adatto a persone che hanno delle responsabilità, e fare della umiltà e della disponibilità incondizionata la cifra del servire persone che soffrono; nel fare della propria missione, il segno distintivo nel reprimere le deviazioni personalistiche e giungere alla collaborazione senza condizioni verso le persone impegnate a raggiungere le stesse mete di bene comune.

Se queste preghiere saranno sincere, il germe del rinnovamento della politica in Italia, darà copiosi frutti: queste virtù invocate sono le perle del Cristianesimo regalate a noi tutti da Maria nostra Madre.

“ La responsabilità politica del cristiano” – etica e partecipazione del cristiano in politica

La politica va considerata non come un male necessario per il bene dell’umanità,ma non è nemmeno una realtà negativa da aborrire,bensì una realtà che serve a consentire all’uomo una vita libera. Il valore della politica chiama in causa “l’ordine delle cose” che può essere funzionale rispondendo ad uno scopo specifico delle cose medesime e parlare dell’uomo significa preliminarmente parlare della natura dell’uomo. Quando Iddio stabili “L’uomo non è bene che sia solo”(Gen.2,18) creò il suo simile ordinandogli di crescere assieme e stabili la nascita della società e che la vita umana potesse essere concepita solo all’interno della società che è il mezzo naturale per la crescita,la sua condizione originale di esistenza.

Tuttavia ogni società ha un proprio ordine ed un fine determinato e quello delle società naturali non può essere stabilito convenzionalmente anche se per scopi eticamente legittimi,ma moralmente inaccettabili,perché non si perseguirebbe il fine oggettivo della comunità,bensì un fine soggettivamente scelto,sostituendo l’ordine naturale con quello convenzionale ed arbitrario,all’ordine della creazione inseguendo  l’utopia dell’uomo che,per limiti intrinseci, può conoscere le cose ma non crearle.La società politica,in quanto società naturale,viene contemporaneamente a quella civile e familiare che non sono da essa assorbite ma garantite per il raggiungimento del loro specifico fine;in quanto società naturale anche quella politica ha un fine in sé,che va ricercato e riconosciuto,con la conseguenza che le tesi del cosiddetto “pensiero debole” rendono tutto arbitrario e non esiste la verità, per cui un opinione non si può affermare su un’altra;comunque va anche respinta anche la tesi contrattualistica che non riesce ad individuare l’essenza della politica ontologicamente,quantunque abbia avuto nel tempo il merito di garantire la libertà di pensiero e la proprietà dei frutti dell’onesto lavoro.

Soltanto se si riconosce la politica come società naturale si è in grado di distinguere il potere come mera violenza dall’autorità effettiva deputata a rappresentarlo,che fa crescere l’uomo  in quanto persona,secondo il fine intrinseco ad ogni soggetto. L’essere “società naturale” implica poi che la comunità politica abbia un fine in sé che è il bene comune,che non è il bene pubblico,il bene della “persona civitatis”,nato a seguito del contratto sociale,ma il bene di ciascun uomo in quanto tale che la comunità politica deve perseguire.

Il problema del valore etico della politica va perciò inquadrato nelle conseguenze di un fenomeno storico di vasta portata che comunemente definiamo “modernità”.  Il binomio etica-politica è una formula che esprime la strutturale problematicità dell’uomo nelle relazioni col suo simile e nello stato postmoderno tale vincolo è caratterizzato da presupposti normativi che esso stesso non è in grado di mantenere e nel quale i legami sociali tra gli uomini si ritirano sempre più in una dimensione privata.

Tuttavia la modernità ha avuto comunque il merito di aver dato concretezza politica alla grande conquista del cristianesimo,ovvero la scoperta e proclamazione che ogni uomo,senza discriminazione alcuna,è da considerarsi libero,proprio per la sua appartenenza ad una stessa natura creata da Dio, pur in presenza di un forte secolarismo che consiste nel processo di emancipazione di taluni aspetti della vita dell’uomo che si sono gradualmente liberati dall’influenza della religione cristiana,che oggi non risulta sovente essere il collante della convivenza civile. Per questo occorre che il cristiano dimostri una sua maturità proprio nel momento più delicato ma aperto a nuove prospettive che stiamo vivendo,perché l’ontologia democratica non è costituita da leggi o da diritto ma da spessore etico :riconoscere la libertà politica come salvaguardia della stessa democrazia e tutelare le libertà essenziali come rifugio della coscienza.

La democrazia è “evangelica”perche si fonda sul riconoscimento dell’altro come “persona” ed è la virtù della pazienza che rende agile il regime di democrazia attraverso confronto,dialogo ed integrazione. Per rinnovare la democrazia e renderla partecipativa autenticamente occorre superare il binomio nato con lo stato – nazione a seguito della pace di Westfalia nel lontano 1648,tra un umanesimo borghese e la legittimazione della fecondità del denaro.

Il cristiano che  affronta la vita politica deve ricercare la perfezione,valorizzare la profondità ontologica dell’essere persona e raffinare gli istinti in impulsi, realizzando una fraternità che non è sistemazione ascetica della debolezza ma cultura della partecipazione e incontro con le differenze di fronte all’omologazione antiontologica del capitalismo postglobalizzato: occorre possedere le “virtù sociali”. Combattere il divario tra progresso e sviluppo affrontando le ricchezze delle identità,questo significa,come ammoniva S. Giovanni Paolo II “fare un governo dei popoli e non delle nazioni!”

Ogni vera conoscenza dei valori non è mai un operazione astratta , non avrebbe senso sviluppare una retorica della persona umana e del bene comune se poi non si fosse in grado di perseguire la loro attuazione nei contesti concreti. Ogni vera conoscenza dei valori implica la loro pratica  e praticare i valori vuol dire saperli riconoscere nelle situazioni in cui essi sono veramente in gioco,sapere valutare le situazioni alla loro luce,essere in grado di applicarli nelle vicende concrete. Per questo appartiene all’agire “in quanto” cristiani e quindi alla vita interna di una comunità ecclesiale,sviluppare una piena presa di coscienza della problematica socio politica del tempo presente  e del territorio in cui la comunità stessa risulta inserita; non si può difendere il valore della persona se non si prende coscienza dei modi e delle forme in cui la dignità dell’uomo risulta violata nel contesto in cui si agisce.

Risulta indispensabile trovare nuove forme di raccordo  tra l’impegno politico della comunità ecclesiale e l’impegno politico  del laico cristiano;chiedersi cioè se abbia più senso un vero e proprio progetto politico cristiano in senso globale,oppure se non occorra cercare di animare con singole azioni, cristianamente ispirate, il tessuto socio politico,pur riaffermandosi fortemente l’importanza che il cristianesimo manifesta  per la vita politica,per i valori politici e per le stesse regole politiche,i modi e le forme in cui oggi questo influsso possa e debba essere esercitato. Vi è certamente una crisi morale che attraversa soprattutto il primo corpo intermedio della società:la famiglia, che è alla base della società stessa;in questo il ruolo del cristiano risulta ancora fondamentale perché l’uomo non può diventare se stesso nella solitudine in cui sembra lo abbiano relegato i progressi staccati dagli sviluppi promozionali del suo essere nel mondo. Il bene comune realizza l’uomo pienamente come “essere politico” nello scambio amoroso.

Non nell’egoismo,nell’edonismo,ma nell’altruismo,cioè nell’amore autentico c’è posto per il bene comune,infatti nella “Gaudium et Spes” si ricorda che:”…L’uomo per sua intima natura è un essere sociale e senza il rapporto con gli altri non può né vivere,né esplicitare le sue doti”(n.12)..

L’autorità e la libertà sono due fondamentali valori che si integrano perché la libertà non è la facoltà di fare qualsiasi cosa,giacchè questo potrebbe portare molto lontano,ma di realizzare la propria natura,che non abbiamo scelto volontariamente ed è anche la facoltà di ubbidire alla propria legge che è iscritta in noi, ma libera da qualsiasi vincolo. Dunque la libertà non ha alcun rapporto con l’indipendenza con la quale si confonde troppo spesso:l’uomo libero non è colui che è indipendente,ma colui che  può amare ciò da cui dipende e svilupparsi in questa relazione,in questo collegamento.n

Ne deriva che la libertà è ubbidienza a un ordine che è espressione di coerenza ,maturità ed armonia,ovvero un ordine che ci impartisce degli impulsi positivi e l’autorità si afferma in funzione del bene comune al servizio delle persone su cui esso si riversa,la coscienza umana esige che l’autorità sia  giusta.

Se non vi è giustizia,vi è solo potere,dominanza,non autorità vera e un potere che rompe con la coscienza morale tende sempre di più a porsi come forza di costrizione,come assoluto senza fondamento di diritto e senza limiti nel disprezzo della persona . Quindi alla base della politica anche per il cristiano vi è l’educazione della volontà:essa in una prima fase è ancora qualcosa di determinato,anche se l’oggetto è indeterminato,nello stesso modo in cui ogni essenza è qualcosa di determinato,come lo può essere una figura geometrica.

Affermare quindi che la volontà è libera non equivale a dire che è libera l’essenza della volontà,bensì riconoscere che altrimenti sarebbe un’altra cosa,perché l’essenza della volontà non sceglie se stessa. La libertà del volere consegue all’essenza della libertà,è una sua proprietà,ma non costituisce l’essenza della volontà,che non realizza ancora l’atto del libero volere il quale rappresenta,per sua natura,qualcosa di veramente concreto. Il primo momento del volere è quello astratto,orientato  al bene universale,ma esso non è il volere vero e proprio che ha sempre una declinazione esistenziale. In questo processo si esercita il libero arbitrio che consente di superare lo stato di necessità.

Non si può  quindi disprezzare l’indeterminatezza del bene concepito dalla ragione,perché vi si realizza il primo nucleo fondante della dignità   e delle dimensioni del nostro volere e,percio,della stessa esistenza della libertà. La ragione prepara,con la sua attività,l’esercizio della volontà e perciò della libertà e l’atto della libera volontà deriva sempre dalla ragione:ecco perché la ragione e la libertà sono una l’effetto dell’altra,giacchè “radix libertatis est in ratione costituita” e perciò i Vangeli ci ricordano l’ammonimento di Gesù “Veritas liberavit vos!”:Ecco quello che il cristiano può offrire alla comunità politica !

Viceversa David Hume nel suo “Trattato sulla natura umana”cerca di fondare l’identità personale,riprendendo le mosse dal padre del liberalismo moderno,John Locke,che nel “Saggio sull’intelligenza umana” si rifiuta di definire la persona attraverso l’idea di sostanza e propone l’idea dell’io come un fascio di sensazioni prodotte da una serie di esperienze successive,come la coscienza di sé derivi dalla più vivace e distinta delle rappresentazioni.

Il paradosso della visione contemporanea della libertà consiste nell’aver rivendicato come radice della responsabilità morale l’autonomia individuale e l’autodeterminazione personale,ma questa a sua volta non è capace di essere concepita come il risultato  di un processo immanente alla natura o alla storia,i cui condizionamenti l’uomo,pur dichiarato libero,c non è in grado di dominare o superare. Per essa ogni morale che non risulti dal processo dell’autodeterminazione umana conduce alla negazione della libertà sia da un punto di vista etico che politico. La libertà di perfezione non è tuttavia esclusiva dell’uomo perché la possiedono anche gli animali:è il libero arbitrio che caratterizza la dignità dell’uomo ed è il motivo per cui non possiamo parlare di ragione autentica senza unirla alla vera libertà,particolarmente difficile in un contesto di democrazia non ancora deliberativa come dovrebbero essere invece ormai le democrazie occidentali.

Pirovano: “Documento Zamagni: Perché dico no”.

Tra le tante sottoscrizioni del Manifesto targato Politica Insieme, Rete Bianca e Costruire Insieme non c’è la mia e quindi nemmeno quella di Solidarietà, anche se ne condividiamo il titolo, ovvero l’obiettivo: la costruzione di un soggetto politico “nuovo” d’ispirazione cristiana e popolare.

Ci si potrebbe chiedere il perché visto che siamo un partito politico di ispirazione cristiana.
Già alla prima lettura del Manifesto la mia attenzione è caduta su questa frase: “nel deserto della natalità cui assistiamo”, deve essere consentito “il diritto reale alla procreazione”.
Considero questa una frase che presenta delle ambiguità, poiché, ammesso e non concesso che la procreazione sia un diritto, si deve precisare che il diritto è reale quando riguarda una cosa (un bene) e questo non è il caso della procreazione; mi sembra di tutta evidenza. L’aggettivo “reale” è pertanto inappropriato.

La procreazione, infatti, è un’aspirazione naturale di ogni coppia formata da uomini e donne. Il primo comma dell’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti umani recita poi: “Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione…” E nell’ambito della famiglia possono essere concepiti dei figli, ma l’avere un figlio non è un diritto della coppia.
Occorre però considerare che con le attuali tecniche di riproduzione quasi tutto è possibile, ma attenzione, in questa società di disvalori, la donna è trattata al pari degli animali con l’uso della inseminazione artificiale (primi fra tutti i bovini). La cura dell’infertilità umana con lo sviluppo della ricerca ha portato alla possibilità della PMA (procreazione medicalmente assistita); in Italia è stata giuridicamente disciplinata con la legge n. 40 del 19 febbraio 2004, che è stata progressivamente distrutta con “sentenze creative” della Cassazione, nella parte con la quale si vietava la fecondazione eterologa. A quest’ultima possibilità si è aggiunta quella della maternità surrogata (utero in affitto), che almeno per il momento in Italia è vietata.

Ecco perché ravviso una pericolosità nella presenza in un Manifesto politico di cattolici dell’espressione “diritto reale alla procreazione”. Il consentire “il diritto” può far pensare ad una apertura politica anche verso la pratica dell’utero in affitto.
È questa la società che noi vogliamo costruire? Io non credo e non lo voglio perché vedo una fortissima questione di etica in questi nostri tempi: da una parte c’è chi sostiene che i neonati di animali non devono essere strappati dalle loro madri (giustissima questione che vede la mia piena adesione), mentre dall’altra vedo quel che avviene ai cuccioli di uomo con la maternità surrogata o in affitto; essi sono forse da meno?

Insoluta la questione etica che sottende la questione del “diritto alla procreazione” ho deciso, e abbiamo deciso di non firmare.

Tre considerazioni sulle primarie democratiche

Articolo pubblicato sulle pagine del Magazine Treccani a firma di Mario Del Pero

Mancano ormai due mesi ai caucus dell’Iowa che apriranno le lunghe primarie per la scelta dell’avversario democratico di Donald Trump. Il quadro si è fatto in parte più chiaro. Dai ventiquattro candidati iniziali si è passati alla dozzina ancora in corsa oggi.

Alcuni che sembravano avere una possibilità seria di ottenere la nomina – ultima in ordine di tempo la senatrice della California Kamala Harris – hanno infine abbandonato la contesa. I sondaggi e, forse anche più, i dati sulla raccolta di finanziamenti ci dicono che quattro appaiono favoriti: la senatrice Elizabeth Warren, il senatore Bernie Sanders, l’ex vicepresidente Joe Biden e il giovane sindaco della cittadina di South Bend in Indiana, Pete Buttigieg. A loro si potrebbe aggiungere l’ex sindaco di New York, il miliardario Michael Bloomberg, che è entrato tardissimo nella competizione e non parteciperà alle prime quattro attribuzioni di delegati in febbrario – i caucus di Iowa e Nevada e il voto in New Hampshire e South Carolina –, ma che può contare su risorse economiche impareggiabili, già dispiegate per un primo raid di blitz pubblicitari in tutto il Paese. Improbabile – ancorché non impossibile – che altri candidati rientrino in gioco, soprattutto il senatore del New Jersey Cory Booker, eccellente nei dibattiti televisivi secondo tutti i commentatori, ma incapace di trarne un significativo ritorno in termini di sondaggi o di fund raising.

La partita rimane insomma apertissima. Ce lo dicono – giova sempre ricordarlo – i precedenti delle primarie repubblicane del 2016 e di quelle democratiche del 2008. Pochi a inizio dicembre avrebbero allora scommesso su Trump, che in Iowa non aveva mai messo praticamente piede e la cui impoliticità aveva tratti quasi caricaturali, o – otto anni prima ‒ sullo stesso Obama, ancora goffo e a disagio nei dibattiti televisivi, spesso schiacciato da Hillary Clinton e John Edwards. Sappiamo poi come è andata. Fatta salva questa banale cautela preliminare, tre sono le considerazioni generali che si possono fare a questo stadio della competizione.

La prima è che si sta riproponendo, sia pure in termini diversi, la frattura politica dello scontro Sanders-Clinton del 2016: una divisione, per schematizzare, tra sinistra democratica e centro liberal che è andata facendosi più acuta e marcata nelle ultime settimane soprattutto nel dibattito su temi che stanno dominando queste primarie, a partire dalla sanità, dall’istruzione e dalla fiscalità. È un cleavage, questo, particolarmente visibile nel quartetto di candidati che secondo i sondaggi stanno facendo una corsa loro: Sanders e Warren (sinistra); Biden e Buttigieg (centro). Cercare di collocarsi a cavallo tra i due non paga elettoralmente, come hanno scoperto la Harris e lo stesso Buttigieg, cui sembra avere invece giovato la decisione di accentuare la soglia dello scontro con Warren e Sanders e riposizionarsi al centro (gli ultimi sondaggi lo danno primo in Iowa). Questa polarizzazione interna è accentuata dalla competizione elettorale, ma riflette anche la natura – composita ed eterogenea – di un partito, quello democratico, assai meno coeso ideologicamente (e anche demograficamente e razzialmente) della controparte repubblicana. Mille dati evidenziano questa differenza, radicale ed essenziale, tra i due partiti. Se compariamo ad esempio le ultime primarie democratiche e repubblicane in South Carolina, nel febbraio del 2016, scopriamo che alle prime il 35% dei votanti fu bianco contro ben il 96% delle seconde; che tra i democratici ci fu una partecipazione molto più elevata tra le donne (61 a 39) e tra i repubblicani a votare furono invece in lieve maggioranza gli uomini; che l’età media fu assai più alta tra i repubblicani. La maggior diversità dei democratici è per molti aspetti una ricchezza, come stiamo vedendo in un confronto elettorale articolato, denso e sotto diversi punti di vista di alto livello. Essa però alimenta uno scontro che – come quattro anni fa – potrebbe lasciare scorie pesanti e nel quale sembrano per il momento distinguersi alcune delle giovani leve radicali del partito, come la famosa deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez che ha recentemente accusato Buttigieg di essere, di fatto, un repubblicano mascherato.

La seconda considerazione è relativa a Joe Biden, candidato a lungo favorito e che si trova oggi evidentemente sulla difensiva: perché l’asse del partito, e della discussione, si sono spostati a sinistra; e perchè Biden i suoi 77 anni li sta mostrando tutti, nella visibile fatica di una campagna elettorale di per sé logorante e in dibattitti, televisvi e non, durante i quali è apparso frequentemente impacciato e incerto. Le difficoltà di Biden si sono manifestate sia nei sondaggi ‒ che lo vedono ancora in testa in quelli nazionali (che però non sono particolarmente significativi), ma in netto calo in Iowa, dove il consenso di cui gode si sarebbe dimezzato – sia nella raccoltà di finanziamenti, dove l’ex vicepresidente non riesce a tenere il passo di Sanders, Warren e Buttigieg. La crescita del consenso e della popolarità di quest’ultimo si spiega appunto con lo spazio liberato al centro dalle difficoltà di Biden, che aiutano a comprendere anche la decisione di Bloomberg di candidarsi in opposizione ovviamente alle proposte di Sanders e Warren, nel convincimento che al centro si possano vincere tanto le primarie quanto la presidenza, e con un occhio anche al modello di Trump 2016. Di quest’ultimo Bloomberg – ancor privo di una infrastruttura elettorale sul terreno – pensa in una certa misura di poter replicare la strategia, nazionalizzando la competizione e usando in modo intenso i media.

Qui l’articolo completo

Lotta all’usura: Napoli, il premio intitolato a padre Massimo Rastrelli

L’11 dicembre si terrà a Napoli, presso la Sala del Concistoro dell’Isis Alfonso Casanova, la consegna del premio intitolato al gesuita padre Massimo Rastrelli, il primo ad aver dato vita a una fondazione antiusura a Napoli.

In attuazione della campagna di informazione all’educazione finanziaria e di sensibilizzazione al contrasto dell’usura e del gioco d’azzardo, promosso dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, di cui è membro il Ministero dell’Economia e delle Finanze, si terrà l’incontro con tutti gli studenti delle ultime classi dell’Istituto Casanova, del Liceo Genovesi, del Liceo Vittorio Emanuele II-Garibaldi e dell’Istituto Pimentel Fonseca e di altri Istituti siti a Salerno, per l’assegnazione e consegna del premio intitolato a padre Massimo Rastrelli del valore di 1.000 euro per il miglior tema su “Prevenzione all’usura (art. 15 L. 108/96) – Gioco d’azzardo: tentazioni – dipendenza – rovina”.

Il Papa alle Ong cattoliche: “Un’adeguata formazione è oggi un impegno prioritario”

Sono lieto di darvi il benvenuto in questa sede di Pietro, simbolo di comunione con la Chiesa universale. Grazie per essere venuto da diversi paesi del mondo per condividere esperienze e riflessioni sul tema dell’inclusione. Grazie per questo sforzo. Gli occhi non lavoreranno più duramente perché possono leggere con calma. Con questo, vuoi trasmettere una testimonianza concreta per incoraggiare i più vulnerabili ad essere accolti, incluso, per rendere il mondo una “casa comune”. Tutto ciò è fatto con esperienze sul campo e anche nell’arena politica internazionale.

Molti di voi sono interessati e cercano di essere presenti nei luoghi in cui vengono discussi i diritti umani delle persone, le loro condizioni di vita, il loro habitat, la loro istruzione, il loro sviluppo e altri problemi sociali. In questo modo danno vita a quanto affermato dal Concilio Vaticano II: la Chiesa “esiste in questo mondo e vive e agisce con esso” (Const. Past. Gaudium et spes , 40).

È una “frontiera” per la Chiesa in cui possono svolgere un ruolo notevole, come ha ricordato il Consiglio stesso parlando della cooperazione del cristiano nelle istituzioni internazionali, cito: «Alla creazione pacifica e fraterna della comunità di i popoli possono anche servire in vari modi le varie associazioni cattoliche internazionali, che devono essere consolidate aumentando il numero dei loro membri ben addestrati, i mezzi di cui hanno bisogno e il corretto coordinamento delle energie. L’efficacia in azione e la necessità di un dialogo richiedono iniziative di gruppo nel nostro tempo »( ibid ., 90).

Questa affermazione conciliare ha una grande rilevanza e vorrei evidenziarne tre aspetti: 1) formazione dei membri; 2) disporre dei mezzi necessari; 3) condividere iniziative che sappiano lavorare in “team”.

Primo: la formazione . La complessità del mondo e la crisi antropologica in cui siamo immersi oggi richiedono una testimonianza coerente della vita per creare un dialogo e una riflessione positiva sulla dignità umana. Questa testimonianza suppone due esigenze: da un lato, grande fede e fiducia nel conoscerci strumenti dell’azione di Dio nel mondo; non è la nostra efficacia a prevalere; dall’altro, è necessario disporre di un’adeguata preparazione professionale in materie scientifiche e umane per saperle presentare dal punto di vista cristiano; In questo senso, la Dottrina sociale della Chiesa offre la cornice di adeguati principi ecclesiali per servire meglio l’umanità. Ti consiglio di conoscerla, allenarti bene in lei e poi “tradurre” i suoi progetti.

Un’adeguata formazione e istruzione, in quanto dimensione trasversale ai problemi della vita socio-politica, è oggi un impegno prioritario per la Chiesa. Non possiamo parlare a memoria. Ecco perché, ho voluto lanciare un appello globale, ricostruire un Patto globale sull’istruzione, un passo avanti, che forma per la pace e la giustizia, che forma per l’accoglienza tra i popoli e la solidarietà universale, oltre ad avere Spiega la cura della “casa comune”, nel senso espresso nell’enciclica Laudato si ‘ . Pertanto, ti incoraggio ad aumentare ulteriormente la tua professionalità e la tua identità ecclesiale.

Secondo: disporre dei mezzi materiali necessari per realizzare gli scopi indicati. Ricorda la parabola dei talenti. I mezzi sono importanti, sono necessari, sì, ma a volte possono essere insufficienti per raggiungere gli obiettivi proposti. Non dobbiamo scoraggiarci. Dobbiamo ricordare che la Chiesa ha sempre fatto grandi opere con mezzi poveri. Dobbiamo cercare, certamente, e sfruttare al massimo i nostri talenti, ma dimostrando con esso che ogni potere ci viene da Dio, che ogni potere non è nostro. È lì che sta la sua ricchezza; per il resto, dice San Paolo:”Dio ha il potere di riempirti di tutti i tuoi doni, in modo da avere sempre ciò di cui hai bisogno e avere ancora abbastanza per fare tutti i tipi di buone opere” ( 2 Co9.8). A volte l’eccesso di materiale significa eseguire un’opera è controproducente perché anestetizza la creatività. E che, dall’amministrazione di una casalinga, alle grandi industrie o alle grandi organizzazioni benefiche, devo scuotere la testa per vedere come nutro seimila, con una porzione per quattromila; Ciò aumenta la creatività, ad esempio. Inoltre, esiste una malattia in questo dei mezzi materiali nelle istituzioni; A volte le risorse quando sono abbondanti non raggiungono dove devono andare. Perché, poiché disponiamo di risorse, qui paghiamo una sotto-segreteria e una sotto-segreteria; e, quindi, l’organigramma amministrativo cresce così tanto che il 40, 50, 60% dei contributi ricevuti rimangono nell’apparato organizzativo e non raggiungono dove devono andare. Questo non invento,

Infine, condividendo iniziative per lavorare in gruppo . L’esperienza della fede, saper portare la grazia del Signore, ci dice che questo è possibile, condividere le iniziative per lavorare in gruppo. Collaborare a progetti comuni fa risplendere ancora di più il valore delle opere, perché mostra qualcosa che è innato per la Chiesa, la sua comunione, camminando insieme nella stessa missione ( syn-odos ) al servizio del bene comune, attraverso corresponsabilità e contributo di ciascuno. Il tuo forumVuole essere un esempio di ciò, quindi i progetti che realizzano in ogni luogo, unendo le forze con altre organizzazioni cattoliche e in comunione con i loro pastori e con i rappresentanti della Santa Sede prima delle organizzazioni internazionali, avranno l’effetto moltiplicatore del lievito del Vangelo, e la luce e la forza dei primi cristiani. Il mondo di oggi richiede nuova audacia e nuova immaginazione per aprire altre strade per il dialogo e la cooperazione, per favorire una cultura dell’incontro, dove la dignità dell’essere umano, secondo il piano creativo di Dio, è posta al centro.

Cari amici, la Chiesa e il Papa hanno bisogno del vostro lavoro, del vostro impegno e della vostra testimonianza al confine dell’arena internazionale. La parola bordo per te deve avere molto significato. Continua con coraggio e speranza sempre rinnovata. Grazie

Terapia genica contro l’emofilia

La tecnica impiegata al Policlinico di Milano sfrutta virus inattivati, cioè resi innocui, per trasferire all’interno delle cellule del midollo prelevate direttamente dal paziente il gene corretto, che integrandosi nel genoma della cellula ripristina la funzione mancante.

La sperimentazione meneghina è la prima nel nostro Paese, e segue alcuni tentativi condotti in Nord America. Il paziente ha ricevuto l’infusione delle sue cellule modificate agli inizi di novembre.

Gli esperti stimano che l’effetto dell’inserzione del gene possa perdurare per diverso tempo, anni, con grande impatto positivo sul paziente e anche sul sistema sanitario nazionale.

Alitalia, con la nomina del super commissario occorre una visione strategica.

Con il super commissario in Alitalia spero siano finite le stagioni dove a pagare sono stati i lavoratori della società e a perdere grandi occasioni tutto il Paese.

Con una società di trasporto aereo di bandiera funzionante e ben gestita, si rimette in moto il lavoro, si torna a dare sicurezza e diritti ai lavoratori e aumentano le connessioni e le possibilità di sviluppo, a cominciare dalla Capitale, Roma, e tutta la Regione Lazio, che con l’aeroporto di Fiumicino- migliore hub di Europa nel 2018 – potrebbe sviluppare ancor di più tutto il lavoro fatto in questi anni sullo sviluppo economico e il turismo e contribuire in modo consistente al rilancio delle imprese del territorio e del Paese intero.

Alitalia, quale compagnia di bandiera, nasce come noto il 21 ottobre 1957 dalla fusione disposta dall’IRI, che era proprietaria delle due compagnie di trasporto aereo: Alitalia e LAI (linee aeree italiane).

In quegli anni la gestione pubblica “imprenditoriale” ha dato uno sviluppo alla Compagnia, che negli anni novanta è arrivata a trasportare mediamente 28 milioni di passeggeri per anno, mentre nel 2018 sono stati poco più di 21 milioni. La gestione di Alitalia ha addirittura conseguito utili nel 1997, cosa inconsueta fino ad allora.

Poi è iniziata una crisi lenta e progressiva, determinata da diverse cause: prepotente avanzata delle compagnie low-cost, riduzione delle tratte intercontinentali, messa in esercizio di treni veloci, etc.

L’assenza di una strategia lungimirante del trasporto aereo, in un mondo in costante e veloce evoluzione, come la ottusa riduzione delle tratte intercontinentali – di sicuro rendimento – e alla ostinata corsa alla cattura degli slots per voli nazionali, che hanno in pratica trasformato Alitalia in una compagnia domestica, è stato uno degli errori di questi ultimi decenni.

È finito il tempo degli annunci, ora con il super commissario, Alitalia dovrà dotarsi di una strategia del trasporto aereo e non vivere alla giornata con rimedi temporanei.

Oltre la ricerca dei soci per iniettare capitale, occorre una vera visione strategica per la società, che dovrebbe prevedere il focus sulle rotte internazionali, l’intermodalità, puntare su una customer experience eccellente, sul digitale e sulla semplificazione dei processi interni ed esterni.

Un piano industriale strategico, che porti la compagnia a diventare motore di sviluppo e possibile esempio di buona gestione e controllo di un settore fondamentale come quello del trasporto aereo”.

Augusto Gregori, componente Segreteria e Responsabile Industria Commercio Artigianato e Turismo del Partito Democratico del Lazio.

Le domande di Bonanni sono quelle decisive, molto più del Mes

La discussione intorno alla riforma di quello che giornalisticamente viene definito “fondo salva-stati”, ma che in realtà, usando un’espressione dell’ex presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, fa parte di quegli “strumenti di tortura” di cui dispone l’Europa a egemonia tedesca, per disciplinare gli stati ancora riottosi all’obbedienza cieca all’ordoliberismo, rischia di mettere in secondo piano le questioni fondamentali da cui passa il futuro dell’integrazione europea.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità, infatti, anche se si riuscirà a bloccare quegli aspetti legati alla sua riforma che lo rendono più pericoloso per l’Italia, al di là di una assicurazione superficiale ed illusoria ai mercati, nulla può offrire ai partners europei sul piano della fiducia e del progetto riguardo al nostro comune futuro. Tocca alla politica indicare dei traguardi adesso che siamo all’inizio di una nuova legislatura europea, superando quell’immobilismo che lascia che tutto proceda per inerzia al punto da non prevedere neanche una correzione di rotta rispetto ad uno schianto sociale ed economico prossimo e più che prevedibile a politiche economiche e monetarie immutate, i cui prodromi sono avvertibili in tutti i più grandi Paesi dell’Unione.

Il 3 dicembre scorso sul Domani d’Italia è apparso un articolo di Raffaele Bonanni nel quale sono racchiuse le questioni davvero decisive, assai più del Mes, riguardo al nostro avvenire, nazionale e comunitario, che con grande efficacia l’Autore ha raccolto in tre domande.
“Perchè in politica si litiga continuamente su cose di poca importanza, e sulle cose vitali non si fiata nemmeno?”.

Le cose decisive sono le politiche economiche e monetarie, che si decidono, almeno formalmente, a Bruxelles. Dopo aver constatato la cronica assenza, anche nella finanziaria in discussione, di adeguati “investimenti per infrastrutture materiali ed immateriali”, e per interventi vitali per il Paese, Bonanni si domanda perché i nostri governanti non prendono in considerazione una nuova politica monetaria, non necessariamente inedita perché era quella della Democrazia Cristiana pre-Andreatta, e che ha un solido modello, agli antipodi di quello imposto all’Europa dalla Germania, nella Abenomics del Giappone di Shinzō Abe? Ed infine pone la domanda che è la vera questione politica di questa fase storica: a fronte del conclamato fallimento dell’ordoliberismo, “chiunque abbia del buon senso (…) cambierebbe rotta, ci sarà qualcuno che si porrà l’obiettivo di farlo?”.

Senza dimenticare le annose questioni irrisolte che ci trasciniamo dietro (la giustizia e la pubblica amministrazione da riformare, e via dicendo) la questione politica fondamentale è quella posta dalle domande di Bonanni. Continuare a fingere di non vedere che le politiche tedesche di austerità si sono rivelate un disastro su tutti i fronti, e stanno distruggendo il tessuto economico e sociale dei Paesi dell’Eurozona, li condannano ad una strutturale inadeguatezza di investimenti che si sta trasformando in arretratezza dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina, li obbligano ad accettare livelli abnormi di disoccupazione, di povertà e di disuguaglianza, ebbene non considerare tutto ciò, significa molto semplicemente rinunciare all’idea che un domani che speriamo assai prossimo, l’Europa possa diventare unita. La battaglia da fare adesso, in questa fase storica, perché forse tra qualche tempo potrebbe risultare troppo tardi, è quella di una iniziativa forte e bipartisan dell’Italia come grande Paese fondatore verso un chiarimento sulle prospettive dell’Europa.

Si sta insieme per sbranarsi l’un l’altro, con la legge del più forte oppure si vuole unire i nostri destini in uno stato unitario? Non si tratta di una alternativa. Perché l’opzione più infausta, quella della disgregazione appare già in avanzato stato di compimento. Solo se con urgenza si riesce a portare al tavolo europeo la necessità di un radicale cambio di rotta, di una inversione ad U nelle politiche economiche e monetarie che chiuda il ciclo nefasto delle politiche austeritarie e apra in termini concreti e veloci ad una nuova fase di politiche espansive, demitizzando la questione del debito, che non sarà mai un problema se alle spalle dello spazio politico dell’Eurozona c’è una banca centrale nella pienezza dei suoi poteri, si può tentare di porre un argine al processo di disgregazione in atto dell’Europa. Che non è opera dei sovranisti, che sono un’armata Brancaleone, bensì è opera delle politiche economiche gravemente inadeguate praticate nel decennio che sta per concludersi, che proprio in quanto declamano la stabilità monetaria, stanno causando in tutt’Europa una instabilità sociale, economica e politica senza precedenti e potenzialmente orientata verso un epilogo tragico e cruento. Se non si cambia, presto, la rotta.

Il furore di vivere degli italiani in una società ansiosa

Lungamente atteso – specie da coloro che il Presidente De Rita definisce “amici della cultura CENSIS” ma anche dalla politica e dalle istituzioni– è stato pubblicato il 53° Rapporto sulla società italiana, ispirato a quel cimento del continuismo analitico, descrittivo e propositivo a cui l’Istituto si è sempre attenuto dal dopoguerra ad oggi, pur in una esponenzialmente accentuata deriva di frammentazioni e discontinuità.
Il Rapporto affronta subito il tema dominante: descrivere il presente per cogliere le evidenze sociali, economiche, politiche, emotive, individuali e collettive immaginando i contorni di un futuro possibile ma ancora vuoto di contenuti rassicuranti, e definisce entrambi “incerti”: “ così è per gli italiani il presente e così è il futuro percepito. Pensando al domani, il 69% dei cittadini dichiara di provare incertezza, il 17,2% pessimismo e il 13,8% ottimismo, con i pesi relativi di questi ultimi due stati d’animo quasi equivalenti, che finiscono per neutralizzarsi”.

“Oggi il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata; il 63,3% degli operai crede che in futuro resterà fermo nell’attuale condizione socio-economica, perché è difficile salire nella scala sociale; il 63,9% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Inoltre, il 38,2% degli italiani è convinto che nel futuro i figli o i nipoti staranno peggio di loro, il 21,4% non sa bene che cosa accadrà e solo il 21% pensa che staranno meglio di loro (mentre) il ceto medio (43%), dagli impiegati agli insegnanti, è più persuaso che figli e nipoti staranno peggio.

È una convinzione radicata nella “pancia” sociale del Paese che genera uno stress esistenziale, intimo, logorante, perché legato al rapporto di ciascuno con il proprio futuro, che amplifica la già elevata tensione indotta dai tanti deficit sperimentati quotidianamente e si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico: il 74,2% degli italiani dichiara di essersi sentito nel corso dell’anno molto stressato per la famiglia, il lavoro, le relazioni o anche senza un motivo preciso; al 54,9% è capitato talvolta di parlare da solo (in auto, in casa, ecc.); e per il 68,6% l’Italia è un Paese in ansia (il dato sale al 76,3% tra chi appartiene al ceto popolare); del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23,1% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 in più dal 2015). La pressione che ne deriva è socialmente vissuta come un vero e proprio tradimento, che si aggiunge alle due promesse mancate del recente passato: l’annunciata ‒ e mai arrivata ‒ ripresa e il non pervenuto rinnovamento in meglio. Così gli italiani vivono la sensazione del tradimento per gli sforzi fatti finora, che non solo non vengono riconosciuti, ma a cui ora si vorrebbero associare nuovi conti da saldare. Stress esistenziale, disillusione e tradimento originano un virus ben peggiore: la sfiducia, che condiziona l’agire individuale e si annida nella società. Il 75,5% degli italiani non si fida degli altri, convinti che non si è mai abbastanza prudenti nell’entrare in rapporto con le persone”.

Il Censis legge così i sentimenti prevalenti che affiorano dal “corpaccione sociale” (per usare un’espressione cara a De Rita) e che succedono al rancore evidenziato come stato d’animo più diffuso nel precedente, 52° Rapporto: stress di vivere in un contesto di incertezze, disillusione, tradimento “percepito” come somma delle risposte attese e mancate. Questi sono i fattori costitutivi della sfiducia diffusa che li riassume come evidenza unificante e prevalente.

L’economia non dà segnali rassicuranti: l’ascensore sociale è fermo, la deriva di impoverimento del ceto medio è posta su un piano inclinato, il lavoro non decolla, il calo demografico è costante tra gli italiani, (“rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite: così appare l’Italia vista attraverso la lente degli indicatori che restituiscono il ritratto di un Paese in forte declino demografico. Al 1° gennaio 2019 la popolazione italiana è pari a 60.359.546 residenti: 124.427 in meno rispetto all’anno precedente”) , così come continua l’emorragia dei talenti e dei pensionati verso l’estero non compensata da ingressi di pari livello, si incrina la sostenibilità generazionale con ricadute sui costi del welfare: “non si corre e non si affonda, si sta fermi in uno stand by di ritmi rallentati”. Il Rapporto evidenzia due indici eloquenti: la decrescita del settore immobiliare come modello di crescita e autotutela: il patrimonio immobiliare passa infatti dal 59,8% del 2011 al 53,9% attuale della ricchezza familiare complessiva. Viene ad erodersi una tendenza consolidata nel tempo, quella di considerare l’investimento nel mattone come il più sicuro, “bene rifugio per eccellenza” .

Contemporaneamente cala la fiducia nell’investimento in titoli di Stato: con i BOT a rendita zero, tanto che il 61,2% degli italiani si dichiara non interessato ad acquistarli.
“Lo scemare dell’antica vocazione imprenditoriale e la crisi degli investimenti tradizionali, valorizzatori dei patrimoni di milioni di famiglie, evidenziano concretamente la scomparsa del futuro nel quotidiano delle persone.”
Si tratta di una consapevolezza fatta propria dai cittadini che nella misura del 74% prevedono il perdurare della fase di stagnazione mentre addirittura il restante 26% teme una caduta di tipo recessivo.

Non si profilano all’orizzonte, dunque, nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro.
“Al di là delle esigenze di ripristino degli equilibri finanziari e di modernizzazione delle transazioni economiche, resta il fatto che il periodico agitare la scure fiscale non aiuterà la società italiana a ritrovare la fiducia e la voglia di investire per tornare tutti a crescere. Nell’eccezionale stravolgimento sociale, condensato in pochissimi anni, il furore di vivere degli italiani li riporta tenacemente ai loro stratagemmi individuali. Finché l’ansia riuscirà a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non scomparirà dai loro volti, non ci sarà alcun crollo”. Singolare ed ermeneutico-interpretativo questo fermo immagine del CENSIS che trasforma la sopravvivenza ondivaga delle oscillazioni di piccolo cabotaggio in un “furore” vitale, pur in un contenitore ansiogeno generale che pervade il tessuto sociale a tutti i livelli e nei meandri più reconditi degli atteggiamenti individuali e sociali come reazione allo stato di incertezza.

Viene da chiedersi quanto a lungo possa durare questa lunga fase di sfiducia, originata da altri sentimenti evidenziati nei Rapporti precedenti: se, in altri termini, la sua metabolizzazione negli stati d’animo delle persone e nella comunità produrrà ancora e fino a quando tolleranza e “voglia di vivere” ovvero se imboccheremo il tunnel imperscrutabile del disorientamento totale fino al panico esistenziale come condizione antropologica prevalente. Segnali negativi ce ne sono e non pochi, mentre quelli positivi o possibilisti non sono ad essi quantitativamente speculari o in via di radicamento nell’immaginario collettivo.
Il Rapporto evidenzia ad es. come a fronte di una crescita di 321 mila posti di lavoro tra il 2007 e il 2018 ci sia in effetti la necessità di scorporare i dati considerando “la lente dell’orario di lavoro”.

“Il risultato finale è l’esito della riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e dell’aumento di quasi 1,2 milioni di occupati part time: nel periodo 2007-2018 questa tipologia di lavoro è cresciuta del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018- 2019) è aumenta di 2 punti. Oggi, ogni cinque lavoratori, uno è impegnato sul lavoro per metà del tempo”.
Il problema principale per la gente resta la disoccupazione: “preoccupa il doppio rispetto all’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto al tema delle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e delle questioni ambientali e climatiche (8%)”.
L’impianto del Rapporto si sviluppa lungo l’asse crescente della sfiducia e abbraccia tutti i contesti e gli aspetti del vivere: importante ed eloquente l’analisi del gap tra politica e cittadini, dove si coglie uno “smottamento del consenso”, nell’attesa messianica di un salvatore della Patria e mentre “le cronache della politica nazionale risultano essere il principale oggetto dell’attenzione degli italiani quando si informano …”Il 90,3% dei telespettatori rinuncerebbe di buon grado alla vista di un politico in tv”.

Quanto al sistema scolastico – da tempo sotto la lente di ingrandimento dell’OCSE, che sostiene che nel nostro Paese vivano 13 milioni di analfabeti funzionali – il Rapporto mette in rilievo alcune criticità: “pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di istruzione e di competenze tra i giovani e tra gli adulti: sono questi alcuni dei fattori di criticità cui il sistema educativo italiano è chiamato a dare risposta”.
Il Censis riprende in pratica alcune derive già evidenziate in una ricerca del Linguista Tullio De Mauro del 2011, laddove punta l’indice su un impoverimento culturale diffuso sul quale pesano non poco e in senso negativo – più per l’abuso che per l’uso – smartphone e tablet , intesi come strumenti di semplificazione e non di approfondimento e ricerca.

Tra i fattori propulsivi per favorire una inversione di tendenza rispetto alle derive di sfiducia e individualismo (mitigato dal crescere di fenomeni associativi spontanei) il Rapporto evidenzia la necessità di un ricambio qualitativo della classe dirigente, dove conti il merito e non più (ma l’inversione sembra in atto) la logica “dell’uno-vale-uno”.

La comunità è l’antidoto a un capitalismo malato


Ieri, sul “Corriere della Sera”, Massimo Gramellini ha parlato del moto di solidarietà di un piccolo comune della Sardegna (Tula, provincia di Sassari) il cui obiettivo era quello di sostenere un concittadino in procinto di perdere la casa. Gramellini riconosce di aver sottovalutato il pensiero di Raghuram Rajan per il quale le piccole comunità possono costituire la salvezza della società globalizzata e iper tecnologica. Di seguito riproponiamo l’intervista molto stimolante di Rajan, apparsa il 4 ottobre scorso sul settimanale “Vita”.

La complessità aumenta, la disoccupazione morde e le democrazie del mercato liberale non offrono più risposte al bisogno di eguaglianza e giustizia sociale. «Diventano meritocrazie… ma ereditarie», spiega l’economista Raghuram Rajan. Per porre rimedio a questa situazione, le risposte devono ripartire dai luoghi e, in particolare, da quel terzo spazio che è la comunità: «la comunità tiene l’individuo ancorato a una serie di reti umane reali e gli conferisce un senso di identità: questo permette di rispondere meglio alle crisi».

Stato, mercato, comunità: questi tre pilastri sono oggi affetti da un grave disequilibrio. Dar voce alla comunità come luogo di empowerment è urgente e fondamentale, spiega Rajan, che fu tra i pochi a prevedere la crisi del 2008. «Quando esiste il corretto equilibrio fra i tre pilastri, la società è nelle condizioni migliori per poter garantire il benessere della popolazione», scrive nel suo Il terzo pilastro (Egea, 2019). Rajan, oggi docente di Finanza alla Booth School dell’Università di Chicago, già governatore della Bank of India e vice presidente del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, insiste su un paradosso: «siamo circondati dall’abbondanza, non siamo mai stati più ricchi grazie alle tecnologie». Per la prima volta, racconta Rajan, «non sono unicamente i Paesi più sviluppati ad arricchirsi, ma c’è una distribuzione della crescita. Per questo, nell’arco di una generazione abbiamo visto miliardi di persone transitare dalla povertà alla categoria del ceto medio». Eppure qualcosa non funziona.

Che cosa è successo al “sogno liberale”? Il ritorno alla comunità non risuona di “passatismo”?

Il cambiamento tecnologico ha acceso la luce sulle democrazie liberali tipiche mercato occidentale del dopoguerra e sull’ordine globale creato dagli Stati Uniti e abbiamo capito che qualcosa ha smesso di funzionare. Quindi è al futuro, al problema e al contempo alla soluzione che dobbiamo guardare. Andiamo con ordine.

Primo punto. Il cambiamento tecnologico ha permesso l’integrazione di mercati molto diversificati in tutto il mondo. Le imprese che partecipano a questi mercati globalizzati preferiscono una governance omogenea. Storicamente, questo desiderio di omogeneità ha fatto migrare i poteri normativi e di governance dalla comunità al livello regionale e poi a quello nazionale. I poteri tendono a passare attraverso i governi sovranazionali (pensiamo all’Unione Europea) e trattati (il previsto TPP) sulla scena internazionale. La gente comune si sente sempre più lontana da luogo dove vengono prese le decisioni e sente di avere poco controllo.

Secondo punto. Il cambiamento tecnologico – sia direttamente attraverso l’automazione, sia indirettamente attraverso il commercio globale – sta avendo effetti molto diversificati sulle comunità all’interno dei paesi industrializzati. Abbiamo una fiorente New York City da un lato e poi abbiamo il fallimento di città come Granite City, in Illinois. Queste diverse realtà hanno bisogno di risposte politiche altrettanto diverse.

Terzo punto. Le comunità che stanno perdendo posti di lavoro e forza economica stanno anche assistendo a un crollo sociale. Hanno bisogno di adattarsi. Tuttavia, il mercato tecnologicamente avanzato richiede competenze più elevate, che queste cominità non sono in grado di fornire, soprattutto perché le loro istituzioni locali, come le scuole, si deteriorano in termini di qualità. Ciò causa un ulteriore decadimento della comunità: i migliori se ne vanno altrove, per far studiare i propri figli.

Qui l’articolo completo

Papa Francesco ad Aggiornamenti Sociali: “In ascolto e in dialogo, lungo sentieri umili”

Ieri mattina la redazione di Aggiornamenti Sociali e alcuni tra i suoi collaboratori più stretti sono stati ricevuti in udienza da papa Francesco, in occasione del 70° anniversario dell’inizio delle pubblicazioni (gennaio 1950).

All’incontro – che si è svolto nella Sala del Concistoro – hanno partecipato i membri della redazione di Milano (gesuiti e laici) e di Palermo, alcuni accompagnati dai familiari, e coloro che partecipano al comitato scientifico, ai gruppi di studio e di riflessione: docenti, ricercatori, professionisti, ecc.

Erano presenti anche padre Bartolomeo Sorge, direttore emerito, e il Provinciale dei gesuiti italiani, padre Gianfranco Matarazzo. Dopo un saluto e un ringraziamento da parte del Direttore responsabile, padre Giacomo Costa, papa Francesco ha pronunciato un discorso a braccio, rimandando nel contempo al discorso ufficiale che aveva preparato.

Dopo avere ringraziato i presenti, in particolare i padri Costa e Sorge, papa Francesco si è soffermato sul concetto di ascolto: “Mai si può dare un orientamento, una strada, un suggerimento senza l’ascolto. L’ascolto è proprio l’atteggiamento fondamentale di ogni persona che vuole fare qualcosa per gli altri. Ascoltare le situazioni, ascoltare i problemi, apertamente, senza pregiudizi. (…) L’ascolto dev’essere il primo passo, ma bisogna farlo con la mente e il cuore aperti, senza pregiudizi. Il mondo dei pregiudizi, delle ‘scuole di pensiero’, delle posizioni prese fa tanto male…”.

Il secondo passo, ha proseguito il Papa, è dialogare, provare a dare una risposta. “La risposta di un cristiano qual è? Fare un dialogo con quella realtà partendo dai valori del Vangelo, dalle cose che Gesù ci ha insegnato, senza imporle dogmaticamente, ma con il dialogo e il discernimento (…). Ma se voi partite da preconcetti o posizioni precostituite, da pre-decisioni dogmatiche, mai, mai arriverete a dare un messaggio. Il messaggio deve venire dal Signore, tramite noi. Siamo cristiani e il Signore ci parla con la realtà, nella preghiera e con il discernimento”.

“Oggi – ha concluso il Pontefice rivolgendosi alla redazione e ai collaboratori di Aggiornamenti Sociali – non ci sono ‘autostrade’ per l’evangelizzazione, non ce ne sono. Soltanto sentieri umili, umili, che ci porteranno avanti. Io vorrei incoraggiarvi su questo. E forse qualcuno dirà: “Ma, padre, i problemi sono tanti e abbiamo paura di scivolare e sbagliare e cadere”. Ma, grazie a Dio! Se tu cadi, ringrazia Dio perché avrai la possibilità di alzarti e andare avanti e di tornare a camminare… Ma uno che non si muove per paura di cadere o scivolare o sbagliare, mai, mai sarà fecondo nella vita. Andate avanti, coraggiosamente”.

Leggi il testo integrale del discorso di papa Francesco

Ilva: 200 Sindaci italiani lanciano il manifesto per Taranto

IMPIANTO ARCELORMITTAL A TARANTO FABBRICA INDUSTRIA ACCIAIO SEDE POLO INDUSTRIALE ARCELOR MITTAL

Oltre 200 sindaci di tutta Italia aderenti a Italia in Comune hanno  sottoscritto il “Manifesto per Taranto” elaborato dalla rete di Italia  in Comune Puglia. Il documento, che sarà presentato al Governo nelle  prossime ore, intende porre l’attenzione sulla totale mancanza di  coinvolgimento degli Enti Locali nella delicatissima vicenda dell’Ilva.

“Per la prima volta numerosi soggetti istituzionali e portatori di  interesse, particolarmente rappresentativi della comunità ionica, tra i  quali anche il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, hanno stilato un  ventaglio di ipotesi di interventi settoriali da sottoporre al Governo  per una efficace soluzione della crisi Ilva, che includa il superamento delle controversie giudiziarie”, si legge nel documento, il cui primo  firmatario è Federico Pizzarotti, sindaco di Parma e presidente del partito.

Intanto il metodo, come osserva Michele Abbaticchio, sindaco di Bitonto  e vice coordinatore nazionale di IIC, che ha promosso l’iniziativa: “la  nuova trattativa con ArcelorMittal, a detta dei firmatari di quello che è stato definito un ‘manifesto per Taranto’, dovrebbe iniziare solo dopo un corretto e trasparente coinvolgimento degli enti locali e senza l’interruzione del programma di saldo dei crediti dell’indotto tarantino, che quota alcune decine di milioni di euro. Quindi, la proposta è quella di un ripensamento radicale della governance dello stabilimento con una gestione mista pubblico-privato e con la creazione delle condizioni tali per le quali l’indotto locale possa convertire la sua vecchia esposizione finanziaria (circa 150 milioni di crediti) in quote della nuova fabbrica. Uno schema, questo, che potrebbe coinvolgere anche i lavoratori, sulla scorta dell’esperienza tedesca”.

Quanto alle tecnologie, prosegue il Manifesto, quello che viene richiesto è uno sforzo finanziario e politico diverso e una strategia diversificata tra il breve e il lungo periodo: “In una prima fase, nel breve-medio periodo, si deve aprire ad un mix di altiforni riqualificati e forni elettrici che impieghino materiale pre-ridotto o tecnologie paragonabili in termini di resa ed emissioni; in una seconda fase, nel lungo periodo, si deve giungere alla decarbonizzazione completa, presumibilmente a base di gas, come previsto dalla UE”, .

Naturalmente attenzione viene posta sul ‘nodo’ ambiente e salute: “Si deve insistere nel riesame dell’Aia richiesto dal Comune di Taranto e si deve dar corso alla introduzione della valutazione del danno sanitario sui futuri incrementi di produzione. Inoltre, è ora che le bonifiche siano poste in capo agli enti locali e lo Stato acceleri procedure e dotazioni, in maniera svincolata dalla produzione di acciaio.”

La strategia ideata non esclude anche gli esuberi e il ‘fallace’ piano industriale di ArcelorMittal Secondo gli amministratori di partito, l’unica strada da intraprendere è quella di “raccontare subito la verità ai sindacati” e farsi carico, da parte dello Stato, di tutti i costi
sociali e della ricollocazione dei lavoratori da reimpiegare nel processo di bonifica o in attività socialmente utili sul territorio: “si punti a salvaguardare un reddito dignitoso, non si racconti la favola di un ciclo integrale dell’acciaio immutabile”.

Infine, in materia di investimenti e di infrastrutture, i firmatari scrivono: “occorrono misure legislative, finanziarie e fiscali straordinarie, sia nazionali che comunitarie, per accompagnare la riconversione e le bonifiche almeno per il prossimo ventennio, oltre che per favorire massicci investimenti e insediamenti produttivi nella Zes ionico-lucana, che compensino la riduzione della produzione di acciaio e gli esuberi in quel comparto. Si pensi anche ad una no-tax area e ad un rinnovato sforzo dello Stato verso le carenti infrastrutture di base. Taranto deve diventare il test nazionale di avanguardia del green new deal.” Una riflessione a parte quella fatta per il porto ionico, da ripensare per la sua importanza all’interno di un nuovo modello di sviluppo del territorio.

Per il coordinatore nazionale, Alessio Pascucci “Al di fuori degli slogan degli ultimi giorni, il Governo deve rilanciare e rafforzare l’azione del tavolo istituzionale permanente previsto dal Cis Taranto, agire risolutamente su semplificazioni normative e alleggerimento dei vincoli di bilancio degli enti locali: non occorrono altre invenzioni estemporanee per il “Cantiere Taranto” annunciato dal Presidente del Consiglio”. La comunità ionica ha vissuto le peripezie di questi due anni, ha subito una gara insensata, ha imparato a sue spese cosa
significhi davvero porre tutta questa complessa dinamica nelle sole mani di un privato ed è stata persino mortificata dalla mancanza di dignitose compensazioni socio-economiche, dunque la rigidità dei tarantini oggi discende da queste esperienze dolorose. Questa stanchezza e questa sofferenza, tutto il disincanto rappresentano una situazione chiara: o
si rende Taranto protagonista della transizione o la gran parte dei tarantini, delle loro Istituzioni e dei loro corpi intermedi saranno ormai pronti a rinunciare del tutto a quella fabbrica”.

Al via Portale e Piattaforma “ParteciPa” per consultazioni pubbliche online

Importante svolta tecnologica del Governo sul percorso di costruzione di una democrazia realmente partecipata. Debuttano, infatti, il portale “Consultazione.gov.it” e la piattaforma telematica per le consultazioni “ParteciPa”, nati da un progetto congiunto del Dipartimento della Funzione Pubblica e del Dipartimento per le Riforme Istituzionali della Presidenza del Consiglio.

Presentati  in conferenza stampa, a Palazzo Vidoni, dal ministro per la Pa, Fabiana Dadone, dal ministro per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, i due nuovi strumenti mettono a sistema le iniziative governative di consultazione pubblica e consentono di rendere più fluido ed efficace l’interscambio continuo tra cittadini e Pubblica amministrazione, allo scopo di migliorare la qualità delle decisioni degli enti, modellare, ridefinire i servizi erogati o, persino, costruirne di nuovi partendo dal contributo decisivo degli stakeholder e della società civile nel suo complesso.

Il portale Consultazione.gov.it raccoglierà a regime tutte le consultazioni svolte dalle amministrazioni e promuoverà l’intervento attivo dei cittadini, mentre “ParteciPa”, costruita con il supporto di Formez Pa sul modello virtuoso della piattaforma “Decidim” di Barcellona, consentirà agli enti di mettere a punto i migliori percorsi di interlocuzione e confronto con la collettività. Ad essi si aggiunge la Guida alla consultazione online, un documento operativo a disposizione di tutte le Pa per rafforzare e armonizzare le politiche di partecipazione.

“Siamo di fronte a un bell’esempio di uso del digitale per aprire le pubbliche amministrazioni alla società civile e per dare sostanza al concetto di democrazia partecipativa – ha spiegato il ministro Dadone – Proprio la Funzione pubblica lancerà due consultazioni su ‘ParteciPa’ a brevissimo: lunedì 9 dicembre debutterà la prima su trasparenza e anticorruzione, che sarà aperta fino alla metà di gennaio e sarà molto importante, perché chiederemo a chi applica le regole ogni giorno come esse vadano modificate per snellire le procedure. La seconda consultazione, dedicata alla semplificazione in senso più ampio, partirà invece lunedì 16 dicembre e resterà aperta per 90 giorni. L’iniziativa si inserisce comunque in un set di proposte e strumenti messi a punto per garantire il coinvolgimento dei cittadini nella vita degli uffici pubblici, tra i quali voglio anche segnalare le linee guida sulla valutazione partecipativa delle performance, che consentiranno a tutti di dare un giudizio per migliorare le amministrazioni stesse”, ha chiosato il titolare di Palazzo Vidoni.

Il ministro D’Incà ha aggiunto: “Sull’esempio di molti altri paesi come gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e la stessa Commissione Europea, l’Italia si dota di un portale cosiddetto ‘aggregatore’ in grado di raccogliere le consultazioni pubbliche. In questo modo i cittadini e le imprese potranno accedere da un unico punto all’ elenco delle consultazioni di loro interesse e ai relativi link stimolando così l’azione del legislatore dal basso. L’esperienza ci dice che la disponibilità delle tecnologie è importantissima, ma quello che conta è la capacità delle amministrazioni di utilizzare effettivamente tutte le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie per coinvolgere i cittadini”, ha chiarito il ministro per le Riforme.

“La creazione di una piattaforma della Consultazione risponde alla necessità di favorire la partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche – ha detto il sottosegretario Fraccaro – aggregando in un unico sito tutte le opportunità di partecipazione e in prospettiva mettendo a disposizione delle amministrazioni un software open-source per realizzare le consultazioni sulla base delle migliori pratiche internazionali. La partecipazione è un principio cardine della visione politica del M5S che ora diventa realtà. La piattaforma, che sarà accompagnata da altri strumenti quali il portale e le linee guida, ha l’obiettivo di dare voce a cittadini e imprese valorizzando le consultazioni come strumento di attuazione della volontà popolare: è un processo indispensabile – ha concluso Fraccaro – per migliorare la qualità delle leggi e quindi della vita nel nostro Paese”.

L’antica arte presepiale in scena di vita quotidiana

Fino al 19 gennaio 2020, a Cassano all’Ionio (Cosenza), il Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide, diretto dalla dottoressa Adele Bonofiglio, propone, per le festività natalizie, la mostra L’antica arte presepiale in scena di vita quotidiana.

Realizzata con la partecipazione dell’Associazione Amici del Presepio, sezione di Cosenza “Stella di Betlemme 2000”, vede l’adesione di presepisti da tutta la provincia, offrendo ai visitatori opere delle diverse tradizioni locali.

“La finalità dell’iniziativa – precisa la dottoressa Bonofiglio – mira a valorizzare le maestranze d’eccellenza artistico-artigianali dell’arte presepiale della Calabria, attraverso storie, tecniche e materiali diversi. Il presepe si configura – conclude la Bonofiglio – come parte integrante della nostra tradizione culturale, partita dalla sensibilità di san Francesco d’Assisi e diffusasi poi in tutto il mondo, spesso sottoforma di autentici capolavori d’arte”.

Le malattie autoimmuni

Le malattie autoimmuni sono patologie caratterizzate da una reazione scorretta del sistema immunitario, che attacca e distrugge i tessuti sani del nostro organismo riconoscendoli come estranei per errore.

La causa è generalmente sconosciuta. Alcune malattie autoimmuni, come il lupus, ricorrono nella storia famigliare e alcuni casi possono essere scatenati da infezioni o altri fattori ambientali. Alcune patologie comuni generalmente considerate di eziologia autoimmune includono la celiachia, il diabete mellito di tipo 1, la malattia di Graves, le malattie infiammatorie intestinali, la sclerosi multipla, la psoriasi, l’artrite reumatoide e il lupus eritematoso sistemico. La diagnosi può essere difficile da determinare, in quanto molte di queste malattie presentano sintomi simili.

Il trattamento dipende dal tipo e dalla gravità della condizione. Spesso vengono utilizzati farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e immunosoppressori. Occasionalmente può essere fatto ricorso anche all’immunoglobulina per via endovenosa. Sebbene il trattamento solitamente migliori i sintomi, in genere non riesce a curare la malattia.

La diagnosi di una malattia autoimmune si basa su una visita medica specialistica e l’esecuzione di esami tra cui:

La ricerca degli anticorpi antinucleo (ANA) e anti-ENA.
La ricerca di autoanticorpi organo-specifici (per es. anti-tireoglobulina e anti-tireoperossidasi).
L’analisi dei livelli di proteina C-reattiva e della velocità di sedimentazione degli eritrociti (VES).
Esami ematici generali ed esame delle urine.

 

I cattolici democratici e il Pd.

Il dibattito è quantomai aperto e sarebbe del tutto negativo ridurlo ad una sorta di richiesta di spazi, o di mendicare ruoli o, peggio ancora, di intestardirsi a ritagliarsi una funzione che non trova riscontro. Ma, al di là delle legittime posizioni e del vasto, radicato e massiccio pluralismo che ormai caratterizza da decenni le scelte concrete e politiche dei cattolici italiani, un dato è indubbio: la cosiddetta “questione cattolica”, seppur in forma diversa e più articolata rispetto ad un passato anche solo recente, ha nuovamente fatto irruzione nel dibattito pubblico del nostro paese.
Ora, senza entrare nei dettagli di una discussione che è appena agli inizi, credo sia utile richiamare almeno tre aspetti che, almeno a mio giudizio, non possono essere semplicisticamente aggirati.
Innanzitutto, e al di là delle buone intenzioni dei vari proponenti, il tempo per dar vita ad una sorta di Democrazia Cristiana bonsai è alle nostre spalle. Scrivevo in una precedente riflessione che dopo l’esperienza di Andreotti e D’Antoni nel lontano 2001 con “Democrazia Europea”, si sono succeduti circa una sessantina di tentativi a livello nazionale e a livello locale finalizzati a dar vita a nuovi partiti, nuovi soggetti politici e nuove sfide elettorali. Tutti, purtroppo o per fortuna, puntualmente falliti. Almeno a livello elettorale. Perché quasi tutti accomunati dal fatidico 0,5/1% dei consensi. Gli ultimi due potenziali partiti nati nelle ultime settimane avranno un epilogo diverso? Può darsi, ma se il buongiorno si vede dal mattino non c’è da essere particolarmente ottimisti su un esito politico ed elettorale diametralmente opposto rispetto alle decine di nobili e disinteressati tentativi sperimentati negli ultimi anni.
In secondo luogo, piaccia o non piaccia, il consenso che il centro destra – e nello specifico il progetto leghista incarnato da Salvini – registra tra i cattolici praticanti e non, è massiccio e trasversale. Un consenso che potremmo definire antico perché, dalla fine della Democrazia Cristiana in poi, proprio il contenitore del centro destra ha registrato una vasta e convinta adesione politica ed elettorale di settori consistenti del cosiddetto mondo cattolico italiano. Ricordato ancora recentemente in una importante intervista rilasciata dal cardinal Camillo Ruini al Corriere della Sera. Un consenso che, molte volte, prescinde anche dalla concreta e quotidiana predicazione della Chiesa italiana.
Ecco perché, in ultimo luogo, se si vuol dar voce, oggi e non ieri, spessore e consistenza alla cultura cattolico democratica, cattolico sociale e cattolico popolare, non si può non prendere in seria consolidazione quei partiti “plurali” – almeno così si definiscono – che vivono in virtù della pluralità culturale che li contraddistingue. E il Pd rientra a pieno titolo in questa dimensione e in questo impegno. Purché siano chiare due condizioni. La prima è che quest’area sia più visibile e più unita, pur senza chiudersi in una ristretta ed esclusiva enclave. Paraconfessionale. E, in secondo luogo, che il gruppo dirigente del Pd creda sino in fondo in questa prospettiva plurale e che valorizzi, di conseguenza, la ricchezza e la fecondità politica, culturale, ideale, sociale e programmatica di questa pluralità. Come, ad esempio, sostiene un autorevole dirigente come Goffredo Bettini.

Questo, forse, è un impegno concreto per i cattolici democratici e popolari nell’attuale contesto politico italiano. Pur nel rispetto di tutte le altre esperienze e di tutti gli altri tentativi che puntano a ridare dignità, presenza e autorevolezza alla cultura politica dei cattolici italiani. Perché oggi è così, domani chissà…. Essendo la politica, soprattutto quella italiana, per sua natura in continua evoluzione e in perenne mutamento. A volte persin troppo rapido, smodato e confuso.

Come affrontare la questione meridionale oggi

Nell’affrontare la questione meridionale, va considerato francamente superato il modello ideologico delle due Italie: una malandata, che viene assistita, e l’altra avanzata socialmente, tecnologicamente e per l’assetto produttivo; un’Italia cioè che assiste l’altra, per lo più delocalizzando le sue linee produttive,non sempre all’altezza del mercato. Insomma, la solita Italia di serie A, contrapposta a una di serie B.

Ma qui c’è qualche interessante novità: nuovi scenari, ad iniziare dalla diffusione della digitalizzazione, impongono nuove logiche e nuovi modelli di sviluppo. Al giorno d’oggi, l’imprenditore che produce software, utilizzando piattaforme tecnologiche e algoritmi innovativi è un soggetto globale al Sud come al Nord d’Italia. Il “nordista” ha poca assistenza da dare e il “sudista” non ha bisogno della ex Cassa del Mezzogiorno, nè del fisco agevolato, perché le agevolazioni fiscali hanno un effetto marginale sulle decisioni di investimento (C. Cottarelli “I sette peccati capitali dell’economia italiana” Editore Feltrinelli).

Sia al Nord che al Sud servono, invece, infrastrutture di supporto all’intelligenza artificiale; servono scuole di formazione specialistica; gli istituti di ricerca sono fondamentali. Questa domanda è di elevata qualità al Nord come al Sud. L’Italia del futuro, globale e digitale, sarà un unico territorio su cui sviluppare “joint venture” tra operatori italiani e stranieri per sinergie che diano competitività internazionale. E il futuro è già qui, se si guarda al riassetto urbano di città del Sud come Lecce e Matera, che sono oggi un esempio da imitare anche per molte cittadine del Nord. Sono un esempio del possibile allineamento delle due Italie, quella “arretrata” e quella più evoluta.

L’attuale presenza dello Stato e degli Enti Locali va, invece, sottoposta ad un’operazione di ridimensionamento perché non in grado di fornire adeguatati servizi per promuovere un’economia dinamica, competitiva ed innovativa. A nuovi soggetti pubblici spettarà ora l’elaborazione e l’attuazione di nuovi interventi strategici in campi sinergici alle imprese, ma ognuno con responsabilità indipendente e ben definita.

Queste aree sono l’istruzione e la formazione, il capitale umano, le infrastrutture digitali, le reti di intelligenza artificiale. Sono investimenti di alta qualità parimenti al Sud come al Nord, senza differenze. Così, si possono fare intese tra protagonisti di pari dignità. Ad esempio, il giovane imprenditore pugliese che, in soli quattro anni, realizza un’azienda dotata di 50 unità tra ingegneri, chimici e fisici ed è presente con un’unità di produzione anche in USA, è senz’altro una “risorsa” per un’intesa alla pari con operatori complementari localizzati al nord. Tutto ciò è favorito dall’abbassamento delle soglie di entrata nei ricchi segmenti di mercato del digitale e della robotica ecc. E’ il momento dei capitali immateriali: al sud come al nord vi sono pari opportunità.

Nel nuovo scenario globale l’impresa può realizzare il proprio futuro prescindendo, come già sottolineato, dai fondi pubblici; contando, piuttosto, sulla disponibilità di infrastrutture digitali e di capitale umano all’altezza.

E’ un’idea superata ritenere, anche da parte di politici o imprenditori del sud, che una realtà imprenditoriale meridionale sia riduttiva e bisognosa di assistenza. Anche al Sud si trovano oramai imprenditori globali, che operano nell’aerospazio come nel fintech.
Dunque, nell’ottica di una rinnovata politica meridionalista, e alla luce dell’esperienza fatta, alle Istituzioni va dato il compito di fare ciò che il mercato non fa: istruzione e capitale umano, ambiente, ricerca di base, infrastrutture digitali.

Lo Stato e gli Enti Locali potranno essere, non solo nel Sud ma in tutto il territorio italiano, nuovi soggetti di una imprenditoria pubblica sinergica al mercato, e non di supplenza.
Quale lezione si può trarre? In primo luogo non possono essere accollati all’impresa costi che derivano da politiche di sostegno sociale che sono di competenza delle Istituzioni. In questi casi si auspica che lo Stato e l’imprenditoria, privata e pubblica, realizzino una sinergia tra loro. Per semplificare: allo Stato spetta in proprio la politica di tutela sociale mediante programmi specifici di investimenti, con chiare e precise responsabilità di risultati da parte dei managers pubblici. All’impresa, invece, l’efficienza e la competitività del mercato, per una complessiva politica di crescita economica e sociale e di tutela dei posti di lavoro, secondo modelli di responsabilità sociale. Alla politica, infine, le azioni per l’uscita dalla cultura dell’assistenzialismo per percorrere anche nel Sud la via dell’imprenditoria globale e competitiva.

Famiglia, Acli: crescono le fragilità, servono politiche strutturali per il futuro del Paese

La famiglia italiana ha visto crescere la sua vulnerabilità, soprattutto negli anni della crisi, ma resiste e rappresenta ancora un valore fondamentale e molto spesso sostituisce il welfare statale. È questo uno dei risultati della ricerca presentata dall’Iref, l’Istituto di ricerca delle Acli, alla presenza della Ministra della Famiglia, Elena Bonetti, dal titolo “Famiglia italiana: un racconto attraverso i dati”.

Livelli essenziali di prestazione per le famiglie italiane” è stata la proposta avanzata dal Presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini, che ha sottolineato come “pur apprezzando l’azione del governo attuale che “ha rimesso al centro dell’agenda le politiche di sostegno ai nuclei familiari e le linee guida annunciate dalla ministra Bonetti, le Acli non possono non sottolineare il contesto difficile e disomogeneo, con divari di assistenza e scolarizzazione enormi tra Nord e Sud, nel quale dare attuazione a politiche di sostegno universali”. Per questo, “anche in virtù di un’avanzata discussione sull’autonomia regionale differenziata, proponiamo che le misure di sostegno alla genitorialità, gli investimenti sulla natalità, asili nido e formazione scolastica siano inseriti all’interno di un disegno più ampio e organico di Livelli essenziali di prestazione”.

La ricerca ha sondato un campione di circa 700 famiglie residenti in Italia con o senza figli, residente in piccoli e medi centri e con un reddito medio-basso tra i 1.000 e 1500 euro. Quasi il 27%avrebbe voluto più figli e il 48% ha problemi di conciliazione tra orari di lavoro e famiglia.

La vulnerabilità economica sembra essere il primo ostacolo alla genitorialità visto che il 47% non riesce a risparmiare nulla e una spesa imprevista sarebbe molto problematica per il 43% del campione e addirittura impossibile da sostenere per l’11%.

Qui la ricerca completa

Unhcr: “Situazione nei centri in Libia è diventata terribile”

In Libia, circa 5.000 richiedenti asilo sono ancora detenuti per un tempo indefinito nei principali centri di detenzione ufficiali, nominalmente gestiti dal Dipartimento per combattere l’immigrazione illegale  del Governo di accordo nazionale, riconosciuto a livello internazionale.

Ora però la situazione nei centri di detenzione in Libia è diventata terribile.

Non solo per il sovraffollamento, ma anche per la tubercolosi dilagante, una inadeguata  protezione e sicurezza e numerosi casi di abusi e violenza oltre a diversi episodi legati allo sfruttamento sessuale.

Unhcr e Oim avevano già più volte detto di non essere assolutamente in condizione di garantire dignitose condizioni di vita in Libia. E ultimamente a Bruxelles, Vincent Cochetel, Inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo Centrale, ha ribadito la richiesta di “chiusura totale dei centri”.

 

 

 

Norberto Spina vince il Martini Award

È stata inaugurata il 4 Dicembre a Milano, nella Galleria della Fondazione Culturale San Fedele, la mostra «Identità. Natura e destino», che raccoglie i lavori dei partecipanti alla 15a edizione del Premio Artivisive, riservato ad artisti under 35. Premio che è andato a Debora Fella.

Nell’occasione è stato annunciato il nome del vincitore del Martini International Award, premio istituito nel 2013 con l’intento di ricordare la figura e l’opera di Carlo Maria Martini e di tenere vivo lo spirito che ha animato il suo impegno. Dalla scorsa edizione il Martini Award, promosso dalla Fondazione Carlo Maria Martini insieme all’Arcidiocesi di Milano, presenta una significativa novità: si svolge infatti nell’ambito delle arti figurative grazie alla collaborazione con il Premio Artivisive della Fondazione Culturale San Fedele.

Il vincitore dell’edizione 2018-2019 è risultato Norberto Spina, con l’opera Senza titolo (quieto vivere). Nato a Torino nel 1995, da più di vent’anni vive a Milano dove nel 2017 si è diplomato in Pittura presso l’Accademia di Brera. Ha già partecipato a diverse mostre collettive e premi, tra cui il premio X Nocivelli, in cui è arrivato secondo nella sezione di pittura, e il premio Arte 2016 a Palazzo Reale, in cui è arrivato tra i finalisti giovani.

A consegnare il Premio è stato mons. Luca Bressan, Vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione Sociale dell’Arcidiocesi di Milano. Dopo il suo saluto è intervenuto il Presidente della Fondazione Martini, Carlo Casalone SJ, che ha detto alcune parole sulla connessione tra il tema dell’opera (la precarietà, l’identità fragile, a livello personale e sociale, la sostenibilità) e il pensiero del Cardinal Martini.

La mostra «Identità. Natura e destino» sarà visitabile, con ingresso gratuito, fino all’11 gennaio 2020. Orari: da martedì a venerdì, dalle 16 alle 19, sabato dalle 14 alle 18, al mattino su appuntamento (chiuso i festivi e dal 24 dicembre al 6 gennaio). Maggiori info: www.sanfedele.net

 

Diabete: arriva in Italia nuovo farmaco

Arriva anche in Italia un farmaco di ultima generazione per i pazienti con diabete di tipo 2, che sono oltre 4 milioni di persone. Somministrato per via iniettiva, con una penna pre-riempita, una sola volta a settimana indipendentemente dai pasti, unisce, rispetto ai farmaci disponibili, superiore efficacia nel controllo della glicemia e del peso corporeo.

Oltre ai benefici per il cuore, comporta la riduzione del rischio di complicanze del diabete.

Semaglutide è stato oggetto di un ampio programma di studi clinici, che va sotto il nome di Sustain, che ha dimostrato la superiore efficacia della molecola nell’abbassamento del livello di emoglobina glicata.

Intervista a Piercamillo Davigo: “La corruzione in Italia era ed è estremamente diffusa”

Dott.Davigo, come si può sostanziare e spiegare con parole accessibili al grande pubblico il concetto di legalità?

Vaclav Havel, ex presidente della Repubblica Ceca ha parlato della legalità come del potere di chi non ha potere. I potenti non hanno bisogno della legalità, chi non lo è, grazie alla legalità, può rivolgersi ad un funzionario o ad un magistrato per chiedergli di difendere i suoi diritti con la forza dello Stato.

La Commissione ecclesiale Giustizia e pace della C.E.I. nella nota pastorale “Educare alla  legalità” del 4.10.1991 ha scritto “Se mancano chiare e legittime regole di convivenza, oppure se queste non sono applicate, la forza tende a prevalere sulla giustizia, l’arbitrio sul diritto, con  la conseguenza che la libertà è messa a rischio fino a scomparire. La «legalità», ossia il rispetto e la pratica delle leggi, costituisce perciò una condizione fondamentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini”.

Nella Sua lunga e prestigiosa carriera ha trovato una corrispondenza di causalità tra fatti di cronaca e  comportamenti sociali? Le vicende di corruzione venute alla luce hanno contribuito a migliorare il senso civico di legalità, hanno inciso sui comportamenti della gente? Si accusa spesso la politica di essere fonte di cattivi esempi ma è sempre vero che gli elettori sono alla fin fine migliori degli eletti?

La corruzione in Italia era ed è estremamente diffusa. Transaparency International (un’organizzazione non governativa che elabora l’indice della corruzione percepita) colloca il nostro Paese al penultimo posto nell’Europa occidentale e dietro molti Paesi Africani che sono percepiti come meno corrotti dell’Italia. Le reazione della classe dirigente alle indagini sono state di cercare di impedire indagini e processi anziché prevenire al corruzione. Sotto questo profilo la politica ha dato certamente cattivi esempi chiamando ad incarichi pubblici o di partito persone condannate, ovvero che hanno beneficiato della prescrizione, talora confessi. Accanto a ciò sono state varate leggi processuali e sostanziali che hanno reso difficoltoso punire questi comportamenti. Basta pensare alla differenza fra altri Paesi e l’Italia in tema di sanzioni previste per le falsità contabili, presupposto per la creazione di fondi neri, dai quali si attinge per corrompere.

Ritengo che i cittadini siano migliori della loro classe dirigente per una ragione semplice: i ladri non producono reddito, ma lo ridistribuiscono (a se stessi) soltanto. Per questa ragione i ladri non possono mai essere più numerosi dei derubati. La maggioranza assoluta non è composta da ladri, ma da derubati.

Esiste – nella storia giudiziaria recente – il famoso punto di passaggio e transizione ad una seconda o addirittura terza Repubblica? C’è stata continuità nella deriva delle illegalità o c’è stato invece un momento di svolta, una sensibilità più avvertita?

Sono scomparsi cinque partiti, quattro dei quali avevano più di cento anni. Sotto questo profilo un mutamento politico c’è stato. Peraltro i partiti politici continuano ad essere associazioni non riconosciute in cui allignano comportamenti fraudolenti, come il tesseramento di persone ignare di essere iscritte. Anche per questa ragione continuano a dilagare comportamenti illegali nella classe politica.

E’ d’accordo sul fatto che la fermezza vada esercitata non solo nel momento in cui,  individuate le colpe, si vuole infliggere una sanzione esemplare ma in via preventiva ogni volta che – al bivio delle scelte con cui sostanziamo eticamente ogni nostra azione – siamo chiamati a decidere tra il bene e il male?

Le sanzioni esemplari non servono. Serve la scoperta dei comportamenti illegali ed il biasimo sociale degli stessi. Ovviamente per biasimare un comportamento illegale (che è sempre anche immorale) bisogna avere chiaro che è riprovevole. Per i cristiani dovrebbe essere sufficiente ricordare il settimo comandamento.

Dott. Davigo, dall’alto della Sua professione, che differenza vede tra “giustizia” e giustizialismo”? Cercare colpevoli – specie in Italia- è diventato una specie di sport nazionale: la gente chiede giustizia immaginando che le colpe siano sempre degli altri. Non trova che comportamenti sociali, corruzione della politica e informazione (sempre portata ad enfatizzare il male sul bene) abbiano contribuito a modificare radicalmente le stesse relazioni interpersonali, ora più spesso basate su sentimenti condivisi di invidia, sospetto, acrimonia  in una sorta di “tutti contro tutti” generale? Nella sensibilità e nei commenti della pubblica opinione rispetto ai fatti di cronaca avverte un confine, una linea di demarcazione, tra sensibilità morale e rancore sociale? Quanto è sincero il rammarico e quanto contano nel sentire comune i giudizi frettolosi, la voglia del patibolo e del tintinnare delle manette?

Il termine “giustizialismo”  è un neologismo che intende descrivere una situazione in cui vi è o si vorrebbe che vi fosse un eccessivo intervento repressivo. In materia di corruzione ciò non è mai avvenuto. La Finlandia, uno dei Paesi percepiti come meno corrotti al mondo ha, in proporzione alla popolazione, un maggior numero di condanne dell’Italia per i reati di corruzione. L’intervento repressivo in questa materia è, se mai, insufficiente. Nel distretto di Corte d’appello di Reggio Calabria, in 20 anni vi sono state solo due condanne per corruzione. Si potrebbe sostenere che è un’isola felice dove non vi sono corrotti e corruttori, ma un ex sindaco di quella Città ha scritto un libro autobiografico in cui ha descritto una situazione di radicata e diffusa corruzione.

Detto questo sarebbe opportuno che alla voglia di punizione subentrasse anzitutto il desiderio di verità e conoscenza. Non è vero che rubano tutti. È vero che rubano in molti. Per distinguere gli onesti dai ladri sono necessarie indagini e processi. Peraltro una volta che i fatti sono noti ciascun cittadino può farsi una propria opinione e regolarsi di conseguenza. Altrettanto ci si dovrebbe attendere che facessero coloro che sono investiti di responsabilità politiche. Purtroppo ciò raramente avviene. Se venissero processati degli “ex”, già allontanati dai posti che ricoprivano dai loro partiti, ciò che accade nelle aule di giustizia non avrebbe alcun rilievo politico. Invece restano ai loro posti finché arrivano i Carabinieri a prenderli e qualche volta anche dopo.

Si fa un gran parlare di riforma della Costituzione, mi pare tuttavia che questo improvviso fervore sottenda a motivazioni diverse da quelle di un  mero adeguamento tecnico necessario. Non trova che la nostra Costituzione resti ancora una delle più belle lezioni di legalità e vada – se mai – riscoperta, valorizzata e , finalmente, applicata integralmente? Nel relativismo etico e culturale del nostro tempo, in questa epoca di crisi e di transizione, dove si sono persi gli orizzonti di senso, la direzione di marcia e il collante per il bene comune, la Costituzione Repubblicana può costituire ancora un riferimento imprescindibile per tutti noi?

Sono molto scettico rispetto alle riforme di cui si parla da anni.

Quanto al federalismo basta ricordare che la Sicilia è la Regione con il massimo di autonomia, addirittura fina dal 1946. Non mi sembra che i risultati siano stati brillanti. Forse sarebbe necessario prendere funzionari in Alto Adige e mandarli a Palermo, ma questo è esattamente il contrario del federalismo.

Quanto al presidenzialismi, semi presidenzialismo o rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio dei ministri ci si dimentica che in un regime parlamentare il primo ministro deve avere il voto di fiducia delle Camere e quindi è anche, necessariamente, il capo della maggioranza parlamentare. Cumula in sé il potere esecutivo e legislativo. Forse ha troppi poteri, non troppo pochi.

Quanto alla riforma del Parlamento per renderlo più efficiente (eliminazione del bicameralismo perfetto) mi sembra che ci si dimentichi che l’Italia ha troppe leggi non troppo poche.

Detto questo vi sono riforme necessarie per adeguare l’assetto costituzionale al sistema elettorale maggioritario, ma sono di segno diverso e contrario rispetto a quelle proposte da tutto l’arco politico.

La Costituzione della Repubblica rimane un tavola, non solo di regole, ma anche di valori, tuttora attuale.

Alcuni di questi valori (diritti umani, principio di uguaglianza, imparzialità della pubblica amministrazione, solidarietà) devono essere rafforzati di fronte agli attacchi sempre più frequenti.

Si ha l’impressione di uno scontro continuo e diretto tra i cosiddetti poteri forti dello Stato: per questo i moniti e i richiami del Presidente della Repubblica non mi sembrano retoriche affermazioni di principio.  La gente percepisce un atteggiamento tendenzialmente tracotante della politica, che separa il paese legale da quello reale. Ci sono condizionamenti forti e occulti nell’informazione, nell’economia, come se poche mani sapienti orientassero le scelte che riguardano la collettività. Che cosa ci separa dalle democrazie occidentali più evolute dove la politica è servizio e non ‘affare’? 

Anzitutto vi è un problema serio di informazione: in Italia non esistono editori puri (che si occupano cioè solo di informazione). In secondo luogo vi è un diffuso costume di servilismo verso i potenti. In nessun Paese occidentale un potente potrebbe dire ai giornalisti quello che si sente dire in Italia, senza che gli fossero rivolte domande o ricordati i fatti che lo smentiscono.

In secondo luogo il contrasto ai comportamenti devianti della classe dirigente è più energico. È sufficiente ricordare quali sanzioni sono state inflitte a manager negli Stati Uniti o le dimissioni di esponenti politici in Gran Bretagna per fatti decisamente meno gravi di quelli che si vedono quotidianamente in Italia.

E’ di questi tempi la diatriba sulla lunghezza dei processi ma anche sulla proliferazione esponenzialmente crescente di leggi e leggine, come se tutti gli aspetti della vita sociale potessero essere previsti e regolamentati. Perché in Italia è così difficile avere un quadro normativo certo, rassicurante, sintetico e tutelante per tutti, dove la “legge” sia garanzia di equità e non scorciatoia per interessi di  parte?

In Italia abbiamo avuto per quarant’anni un sistema politico bloccato con la conseguenza che sono state trasferite dal Governo al Parlamento una serie di decisioni per coinvolgere, almeno nella discussione, l’opposizione. Il risultato è stato il proliferare delle leggi.

Vi è poi un eccessivo ricorso allo strumento penale, anche per fatti che potrebbero essere puniti con sanzioni amministrative ovvero essere considerati solo illeciti civili.

A fronte di una spesa per la giustizia dello stesso ordine di grandezza in Gran Bretagna si celebrano 300.000 processi penali l’anno; in Italia 3.000.000.

Ogni anno in Italia vengono iniziate più cause civili di quante ne vengono avviate in Francia, Gran Bretagna e Spagna messe insieme.

La ragione principale della durata dei procedimenti è il loro numero. Se un giudice deve fare un processo e questo dura 4 udienze dura 4 giorni. Se ne deve fare 2.000 e la prima udienza libera c’è la dopo un anno 4 udienze sono 4 anni.

Per ridurre il numero di processi è necessario rivedere il sistema alla radice, perché oggi sono tutelati coloro che violano le regole anziché coloro che le rispettano.

È anche necessario ridurre il numero di avvocati. In Italia sono 230.000, in Francia 47.000.

Nel contesto dei procedimenti di competenza del Tribunale dei minori si parla di “giustizia mite”. Esiste forse  il pericolo che questa scelta porti ad una concezione ‘indulgente’ della giustizia anche per il resto della vita?

Bisogna distingue tra le varie realtà, la giustizia “riparativa” può funzionare per reati non gravi e per imputati che non hanno fatto del crimine una scelta di vita. Per questi ultimi è necessaria fermezza.

Dott Davigo , nel ringraziarLa per la Sua preziosa e prestigiosa collaborazione, Le rivolgo  come ultima domanda la famosa invocazione di quel mugnaio prussiano che di fronte all’ennesima angheria subita dal suo imperatore esclamava: ci sarà pure un giudice a Berlino! In altri termini: vedendo tante ingiustizie sociali, prepotenze, inganni, soprusi, i cittadini possono sperare ancora nella Giustizia?

Nonostante le gravi difficoltà in cui il sistema giudiziario si dibatte, credo di si. Migliaia di persone (appartenenti alle forze di polizia, funzionari, avvocati e magistrati) continuano a fare il loro dovere per cercare di rendere giustizia. Comunque non può mai essere più buio che a mezzanotte.

Quel Dicembre del 1978 dallo SME al MES

Paragonare il M5S alla Democrazia Cristiana, seppure “con minore consapevolezza e ancora meno capacità di manovra”, come fa Marco Imarisio sul Corriere appare un atto di eccessiva  generosità verso i grillini e una grave offesa alla Dc.

Quaranta anni fa, di questi giorni, il 12 dicembre del 1978  il Parlamento veniva chiamato ad una scelta difficile e di traguardo storico come era l’adesione allo SME. Dunque Mes come SME. Quella decisione fu preceduta dal consiglio nazionale della Dc dell’1 e 2 dicembre. L’11 dicembre si riunisce il Direttivo Dc della Camera con il Presidente del Consiglio Andreotti che relaziona sullo SME, ma non anticipa la linea perché sono ancora in corso contatti. Galloni, presidente del Gruppo afferma:” Non illudersi che il non aderire si allontani il calice amaro dei sacrifici. Non vale la pena allontanarci dall’Europa”. Partendo da “una inflazione superiore a quella degli altri Paesi chiedevamo un margine non del 2,5, ma più largo; si é riusciti ad avere il 6 per cento non solo per noi ma per tutti i Paesi che lo chiedevano. Dalla riunione di Bruxelles emergeva una situazione di delusione, ma c’era il dato positivo di un prestito di 5 miliardi di dollari in cinque anni con la limitazione alle sole infrastrutture e non esteso alla riconversione industriale”. Andreotti replica agli intervenuti dicendo che i “contatti proseguiranno nella notte. Appartenere all’Europa di serie A o B non dipende dallo SME, ma dal tasso di deflazione che riusciremo a raggiungere”.

Del resto stare in Europa era inimmaginabile senza convergere sui minori tassi di inflazione delle altre economie così come richiamato dal Piano triennale  Pandolfi, Ministro del Tesoro,  titolato “una proposta per lo sviluppo, una proposta per  l’Europa” con misure programmatiche  volte a colmare il fabbisogno di investimenti e la riduzione dei lavori di lavoro con il Mezzogiorno.

Nei suoi diari Giulio Andreotti ricorda come il Partito di De Gasperi “non può mancare di coraggio di fronte a scelte europee”.

Rifiutare quella scelta avrebbe significato per la DC avrebbe significato andare contro la propria storia.

Il 12 dicembre 1978 l’adesione allo SME fu  votata alla Camera, con un PCI ancorato ad una visione neutralista. Si aprirono profonde crepe sulla intesa politica DC-PCI.

Pandolfi non mancava di ricordare l’ammonimento di Guido Carli:”si ricordi il vero nemico è il populismo”.

Il 12 dicembre 1978  si va al voto e come affermerà poi Barca nella ricostruzione di quei giorni  “senza che nulla ci venga comunicato da Andreotti su una mozione che prevede l’ingresso immediato e pieno”.

Una ricostruzione storica di Castronuovo portò a un giudizio severo per il quale “con il voto contro lo SME suonò come una conferma della immaturità del PCI sul terreno di una politica estera e del rapporto con l’Occidente”.  Le vicende di quaranta anni fa pongono il problema di come muoversi nel processo di integrazione europea.

Dunque nei prossimi giorni si avrà la cartina di tornasole di chi vuole stare in Europa e di chi invece privo di cultura europeista spinge sulla paura e sul catastrofismo, per lo scivolamento su una posizione terzomondista carica di rischi e di pericoli.

La Dc seppe dimostrare coraggio nelle gradi decisioni politiche dalla CEE allo SME, dall’atto unico al trattato di Maastricht, dall’euro al fondo salva stati e  a tanti altri passaggi che richiedono responsabilità piuttosto che populismo a basso costo.

Accostare il M5S alla DC è una offesa alla storia non solo di quel Partito, ma a quella del nostro paese per la straordinaria  crescita economica, sociale e civile del Paese realizzata con il concorso rilevante dei democristiani.

Papa Francesco: “resta una finestra di opportunità per limitare il riscaldamento globale“.

“Numerosi studi ci dicono che è ancora possibile limitare il riscaldamento globale”. Ne è convinto il Papa, che nel messaggio inviato alla Cop 25, in corso a Madrid chiede “una chiara, lungimirante e forte volontà politica, focalizzata nel perseguire un nuovo corso che richiede di allocare gli investimenti finanziari ed economici in quelle aree che realmente salvaguardano le condizioni di una vita degli di umanità su un pianeta ‘sano’ per oggi e per domani”. Di qui la necessità di “riflettere coscienziosamente sul significato dei nostri modelli di consumo e di produzione e sui processi di educazione e di consapevolezza che li rendano compatibili con la dignità umana”.

Resta una finestra di opportunità, ma dobbiamo fare in modo che non venga chiusa,  dobbiamo cogliere questa occasione per azioni responsabili nel campo economico, tecnologico, sociale ed educativo, sapendo molto bene come le nostre azioni siano interdipendenti”.

“Non dobbiamo scaricare sulle nuove generazioni il peso dei problemi causati dalle generazioni precedenti. Al contrario, dovremmo dare loro l’opportunità di ricordare la nostra generazione come quella che ha rinnovato e agito – con coscienza onesta, responsabile e coraggiosa – per il bisogno fondamentale di collaborare al fine di preservare e coltivare la nostra casa comune”.

Ministro Dadone: “una commissione ad hoc sulla materia dell’anticorruzione”

Le norme spesso si accavallano e si sovrappongono creando confusione, difficoltà nell’attuazione concreta e ridondanze. Per questo, afferma il Ministro Dadone, “saluto con soddisfazione l’insediamento presso i miei uffici di una commissione ad hoc sulla materia dell’anticorruzione, composta da 17 esperti, che lavorerà a titolo gratuito con il compito di fare una ricognizione del quadro delle regole e di proporre interventi per un concreto snellimento, soprattutto sul versante degli oneri amministrativi. Dovranno anche studiare i risultati della consultazione pubblica su trasparenza e anticorruzione che lanceremo a brevissimo”.

Quindi Dadone precisa: “Per dare un approccio il più concreto possibile, ho voluto che sedesse al tavolo anche un responsabile del piano anticorruzione proveniente da un piccolo comune. Chi lavora ogni giorno con queste norme, deve poter dire la propria opinione sulla traduzione della teoria in pratica”.

I tumori benigni della colecisti

I tumori benigni della colecisti vengono definiti dal punto di vista anatomo-patologico come lesioni polipoidi, cioè formazioni che si accrescono all’interno del lume dell’organo.

Microscopicamente sono il più delle volte adenomi, più raramente leiomiomi o lipomi. Assumono importante rilevanza clinica essendosi dimostrata la sequenza evolutiva adenoma – carcinoma.

Accanto a queste lesioni propriamente tumorali si descrivono le forme pseudo tumorali, molto più frequenti delle prime: i polipi di colesterolo (60% dei casi) e l’adenomiomatosi.

I polipi di colesterolo sono riconducibili all’accumulo di colesterolo all’interno di particolari cellule spazzino, i macrofagi, da cui l’accrescimento graduale della parete.

L’adenomiomatosi è una condizione di causa sconosciuta caratterizzata dall’iperplasia dei tessuti della parete colecistica, con conseguente estroflessione della mucosa all’interno del lume. Può essere diffusa (adenomiomi multipli) o localizzata (adenomioma singolo, solitamente sul fondo).

Sia le forme tumorali che quelle pseudo-tumorali sono nella maggior parte dei casi lesioni asintomatiche di riscontro occasionale; i sintomi, quando presenti, sono del tutto simili a quelli di una colica biliare, riconducibili all’ostruzione del deflusso biliare tramite il dotto cistico. Le lesioni polipoidi della colecisti sono diventate negli ultimi anni di più frequente riscontro grazie alla diagnostica ecografica: sono descritte come lesioni che si proiettano nel lume della colecisti, senza dare “cono d’ombra” acustico posteriore e non mobili. La distinzione fra lesioni benigne e maligne rimane comunque difficile (ecografia 45-90%, TC 60%).

Le neoformazioni riscontrate all’ecografia di dimensioni maggiori di 1 cm devono essere trattate chirurgicamente mediante  l’asportazione dell’intera colecisti (colecistectomia). Lo stesso dicasi per le neoformazioni di più piccole dimensioni (< 1cm) se sintomatiche, e quelle in cui controlli ecografici seriati abbiano mostrato tendenza all’accrescimento.

Negli altri casi è indicato il controllo stretto delle dimensioni del polipo mediante controlli ecografici periodici (dai tre ai sei mesi).

Opportunità e minacce di un Congresso anticipato del Pd

Articolo pubblicato sulle pagine dell’huffingtonpost

Man mano che avanza la consapevolezza delle difficoltà legate all’esperienza di governo, cresce il dilemma in seno al Pd sulle scelte da compiere nell’interesse generale del Paese. Qualcuno, risolutamente, brandisce come una spada l’ipotesi di un congresso anticipato.

Sembra quasi una minaccia, non si capisce rivolta a chi. E tuttavia, dinanzi alla instabilità del quadro politico istituzionale, del congresso avrebbero bisogno tutti, anche quelli che non appartengono al Pd o non votano per esso. Il confronto interno deve infatti mirare a un profondo chiarimento sulla riorganizzazione della proposta politica.

La vera minaccia opera contro il Pd, ovvero contro la sua stessa natura e funzione di originale formazione politica. Infatti, l’idea di un congresso che regoli la partita nel senso del ritorno all’autonomia della sinistra, rompendo l’equilibrio tra riformismo laico socialista e riformismo cattolico democratico, sancirebbe di fatto la fine del Pd.

Mascherare con affabulazioni identitarie la riproposizione di una “gioiosa macchina da guerra”, darebbe il colpo di grazia all’esperimento che racchiudeva e ancora, a mio avviso, dovrebbe racchiudere l’integrazione di culture e sensibilità diverse nell’ambito del progressismo democratico e costituzionale.

L’accordo di governo è nato da un’esigenza destinata a durare per tutto il tempo della pericolosa fiammata del sovranismo a guida salviniana. Di certo le elezioni anticipate sarebbero la dimostrazione del fallimento non già di questa o quella forza politica, ma dell’opzione generale che ha portato alla collaborazione quadripartita (M5S, Pd, Italia Viva e LeU).

Molti elettori sono rimasti delusi dal modo con il quale abbiamo incarnato la scommessa del “nuovo riformismo” italiano. Allora il congresso avrebbe senso se fosse lo strumento per riaprire il dialogo con gli orfani – davvero tanti – di una speranza apparentemente tradita.

Dovrebbe pertanto annunciare il gesto di conversione alla umiltà di una politica di autentica convergenza democratica, senza la pretesa di una costrittiva uniformità burocratica. Forse dovremmo parafrasare il motto di De Gasperi per adattare a noi stessi quanto basta a convincerci che solo se saremo generosi potremo essere uniti, così da poter sperare, fondatamente, che proprio perché uniti saremo anche forti.

Certamente, in virtù di tale afflato di generosità reciproca, più forti di quanto oggi sia possibile registrare a seguito di scissioni e abbandoni, talvolta silenziosi e irreparabili. C’è un’Italia che mostra di credere alla positività di un messaggio di fiducia e speranza.

Le sardine, con il loro richiamo inaspettato a una politica di sereno confronto, non insegnano nulla?

PD senza rotta, verso il maggioritario

“La Stampa” ha scritto recentemente che “Zingaretti punta alla svolta maggioritaria”. Da tempo il segretario del PD sarebbe convinto che il sistema italiano deve evolversi verso un “nuovo bipolarismo”, con un centrodestra guidato dalla Lega e un nuovo centrosinistra da costruire attorno al Partito Democratico, che comprenda anche i Cinquestelle. Tuttavia per realizzare questa strategia sarebbe necessaria una legge elettorale maggioritaria, che consenta agli elettori di conoscere prima del voto con quali alleanze formare il governo. Si dovrebbe pertanto abbandonare l’idea di “tornare alla proporzionale in maniera dissennata” come ha sostenuto Geremicca, editorialista del quotidiano torinese. Anche Goffredo Bettini, consigliere di tutti i segretari PD che hano condiviso la “vocazione maggioritaria”, ha spinto Zingaretti a fare questa scelta, senza però chiedersi dove porterà…

Se ciò che induce Zingaretti alla svolta maggioritaria fosse l’obiettivo di dare vita a un governo in grado di contrastare l’onda sovranista, di portare a conclusione questa contorta legislatura, gli si potrebbe ricordare che la governabilità può essere garantita, forse meglio, da una legge proporzionale con premio di maggioranza, da assegnare al partito (o alla coalizione) che conquista la maggioranza relativa dei voti, con la clausola che impone nuove elezioni nel caso di una crisi di governo.

Ma forse il dubbio che agita il PD, in questa burrascosa stagione della politica, dipende dal fatto che si sono iscritti alla futura competizione elettorale due nuovi partiti, guidati da Renzi e da Calenda; e questa novità ha a che fare con la storia del centrosinistra, mentre sta organizzandosi un movimento di ispirazione cristiano-popolare, che potrebbe dare vita a una nuova esperienza, e che comunque potrebbe orientare il voto di molti elettori.

Il Partito Democratico potrebbe interpretare la forte domanda di cambiamento che sta scuotendo l’opinione pubblica; ma questa scelta lo costringerebbe ad abbandonare l’idea di un più stretto rapporto con i Cinquestelle… E allora potrebbe prevalere nel PD l’idea di scoraggiare questi nuovi competitori, con una legge maggioritaria che ne ostacoli la discesa in campo. Ma sarebbe un salto nel vuoto anche per il PD.

Quando si apre una riflessione sui sistemi elettorali, bisogna ricordare che “non c’è buon vento per chi non sa quale rotta seguire”. Il PD sa dove vuole andare?

Leggo sull’Espresso che nel partito sarebbe in corso una sfida “tra due anime del partito”: neoliberisti e solidali, entrambe dai profili indefiniti, anche dopo la Conferenza di Bologna. E anche il M5S sembra diviso tra una destra, che è tentata dal sovranismo, e una sinistra che vorrebbe consolidare l’intesa con i democratici. La destra grillina sovranista è pronta a uno scontro bipolare, la parte sinistra resta incerta, anche sulla propria identità, mentre il governo “giallorosso” zoppica in maniera sempre più evidente.

In questa situazione, l’imprevista mobilitazione delle Sardine, che hanno riempito Piazza Maggiore a Bologna per contestare Salvini, e poi hanno ripetuto questa impresa in molte altre piazze al Nord e al Sud, fa pensare che il vento possa cambiare direzione. Tuttavia questo avvenimento sta rendendo più impegnativa anche la discussione sul futuro dei Democratici, poiché – come ha scritto Ilvo Diamanti – si tratta di un movimento “alla ricerca di una identità”. Se poi ci riferiamo a quanti cercano di dare una risposta al disagio del mondo cattolico, alla maggioranza che da tempo non vota, al centro che guardava a sinistra, ci incontriamo nuovamente con l’attesa di una radicale novità. Anche guardando a questa realtà Padre Bianchi si è augurato che la generazione che sembra uscire dall’indifferenza, sappia proporsi un nuovo orizzonte sociale e sappia approdare alla politica. Dicendo no a Salvini, questi movimenti si sono slegati dal sovranismo e appaiono chiaramente alternativi all’antipolitica, alla democrazia illiberale. Ma dovranno confrontarsi con la realtà…

Per le Sardine non si tratta di un movimento “collaterale” alla sinistra; si tratta di una sfida, di una contestazione che riguarda anche i partiti che non hanno saputo ascoltare e parlare al popolo. Si tratta di una nuova ondata “di protesta” destinata ad esaurirsi?

In realtà questi giovani non sono prigionieri del giacobinismo di Rousseau, non affidano il cambiamento alla rottamazione, alla ghigliottina: dicono no all’odio e alla violenza, vogliono un Paese migliore… In queste piazze non c’è traccia di populismo giustizialista; quando cantano Bella Ciao fanno riferimento agli ideali della Costituzione repubblicana e sembrano consapevoli delle difficoltà che incontra la democrazia nel tempo della globalizzazione e dell’economia digitale.

A questo punto, i dibattiti sul sistema elettorale e quello sul progetto politico si intrecciano.

Sinora è mancata una seria riflessione sulle ragioni della parabola che ha portato i partiti dalla Prima Repubblica alla dissoluzione della Seconda Repubblica, dal tramonto dell’unità politica dei cattolici alla crisi del progetto dell’Ulivo e poi al declino della stessa idea di sinistra.

È mancato un Congresso del PD, più volte evocato, e alla recente Conferenza di Bologna gli interventi più ascoltati sono stati quelli di Fabrizio Barca e di padre Francesco Occhetta, cioè di chi ha affrontato temi cari anche ai Popolari, di chi ha messo in evidenza i limiti della strategia del partito.

Sto leggendo un bel libro sulla storia dei cristiano sociali, dal 1995 al 2017, Da cristiani nella sinistra. È anche la storia della parabola del centrosinistra: dalla formazione dell’Ulivo alle elezioni europee del 2006, che ha portato la democrazia italiana sull’orlo di un precipizio. E ho dovuto riflettere sulla contraddizione che c’è per i cristiani impegnati in politica, in particolare per i cristiano-sociali, tra il credere nel pluralismo come valore, nel pluralismo delle opzioni politiche dei cattolici (e quindi nel dialogo, nel confronto tra forze politiche diverse), e l’avere affidato l’unità della sinistra, l’unità di tutti i riformisti, al maggioritario, al sistema bipolare. Cioè a un sistema che comporta la radicalizzazione delle posizioni, lo scontro politico. E che esaspera anche la divisione dei cattolici tra popolari e conservatori.

La politica, quando è orientata da un sistema elettorale che divide il Paese, che radicalizza la lotta per la conquista del potere, nella storia nazionale e anche nella storia del cattolicesimo politico, è sempre stata una politica che guarda a destra, che apre le porte all’autoritarismo. Anche oggi una legge elettorale che riduce lo spazio per il dialogo, non può che favorire il qualunquismo, la demagogia, la tentazione plebiscitaria, un rigurgito conservatore, la chiusura verso gli altri, una politica che si nutre di paura….

Sembra che Salvini e i sovranisti abbiano capito ciò che non hanno ancora capito alcuni esponenti della sinistra, fermi a una vocazione maggioritaria che ricorda la “gioiosa macchina da guerra”, la democrazia dell’alternanza come garanzia della stabilità del governo. Di quale governo? Non a caso Salvini, come tutti i sovranisti, pensa alla concentrazione del potere, oscilla tra Putin e Trump, chiede i pieni poteri, guarda alla democrazia illiberale.

Un amico che condivide la proposta di “proporzionale corretta”, mi ha chiesto: cosa ne pensi del sistema francese? Questo sistema, immaginato dal generale De Gaulle per rendere marginali, con il secondo turno le posizioni estreme, prevede il ballottaggio tra più candidati: con il ballottaggio se il terzo candidato vota per il secondo, chi era arrivato primo (nel primo turno) perde le elezioni. Con questa regola la Le Pen è stata sconfitta da Macron; e suo padre era stato sconfitto da Chirac, che ha avuto i voti dei socialisti. Senza il secondo turno, il partito di Le Pen, primo al primo turno, avrebbe conquistato l’Eliseo, tutto il potere, con meno del 30% dei voti…

Cosa potrebbe accadere in Italia? Salvini, leader dei sovranisti, ha detto “no al doppio turno, poiché tutti sarebbero contro di me”. In realtà, nell’ultima tornata di elezioni comunali, al ballottaggio per l’elezione dei sindaci Lega e M5S hanno votato insieme contro il PD, e il PD ha perso la guida di molti comuni… E non si può escludere che dopodomani, in occasione di elezioni politiche, i Democratici possano nuovamente essere sconfitti dalla convergenza di “tutti contro il PD”. Siamo alla “roulette russa”?

Nessuna legge elettorale è perfetta. Tutto dipende dagli elettori, dal loro voto.

P. S. Il maggioritario, a un turno o con il doppio turno, non ha evitato la frammentazione e ha favorito il trasformismo; ha favorito anche la personalizzazione della politica e infine la formazione di un Parlamento di “nominati”, e la tentazione di fare deragliare la politica verso la privatizzazione.

La “proporzionale corretta” garantisce la governabilità, la centralità del Parlamento e il rispetto delle minoranze. Infine, il sistema proporzionale può essere eventualmente coniugato con candidature uninominali; lo abbiamo sperimentato per il Senato, e anche per l’elezione dei Consigli provinciali.

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

(Fonte “Rinascita Popolare” dell’Associazione dei Popolari del Piemonte)

Il “Ritorno” della Balena Bianca, Cesa e Gargani lanciano la federazione popolare.

(Fonte Adnkronos)

A volte ritornano. Si richiamano alla Balena Bianca, ma non vogliono fare una riedizione. L’obiettivo è creare un nuovo contenitore politico al centro, per dare maggiore spazio e voce ai moderati, alternativo alla destra sovranista della coppia Salvini-Meloni e al Pd. E coinvolgere tutti quei moderati delusi, a cominciare da quelli dentro Forza Italia.

Nasce la ‘Federazione popolare dei democratici cristiani’: a celebrare il battesimo ufficiale, questa mattina [ieri per chi legge, ndr], nell’auditorium Aldo Moro di via Campo Marzio, a pochi metri da Montecitorio, esponenti storici dell’ex Dc come Lorenzo Cesa, attuale leader dell’Udc, l’ex ministro Giuseppe Gargani, Mario Tassone, segretario nazionale del nuovo Cdu e Renato Grassi, segretario della Dc storica, che per anni si è battuto contro lo scioglimento della Balena bianca, decretato da Mino Martinazzoli.

L’atto costitutivo è stato firmato davanti al notaio una settimana fa, manca il simbolo. Nessun amarcord, ma una rivendicazione senza nostalgie dell’orgoglio identitario della Dc che fu. ”Se oggi usciamo dalle catacombe per organizzarci al centro e rivendicare la nostra identità, è un fatto importante, direi che è una notizia”, esordisce Gargani, che spiega le ragioni dell’iniziativa: ”Non vogliamo il risveglio della Dc come tale, ma oggi c’è ancor di più l’esigenza del centro, la necessità di aggregarci, che coinvolga tutti i moderati, alternativa alla destra eversiva e alla sinistra, a questo Pd, parte della maggioranza a sostegno del governo Conte”.

Dello stesso avviso Cesa: ”Mettere insieme come facciamo oggi 46 sigle è un fatto straordinario, continuiamo l’avventura, quel percorso politico iniziato tempo fa” dall’Udc, che vuol portare alla creazione di un ”soggetto politico di centro, distinto e distante dai populisti di destra e dalla sinistra”.

Gargani rivolge un appello a Gianfranco Rotondi, assente in sala: ”Gianfranco ha messo in piedi una Fondazione della Dc, spero possa essere il presupposto culturale della nostra azione politica”. Anche Cesa ‘chiama’ Rotondi: ”Mi dispiace che oggi Gianfranco non c’è. La sua Fondazione può diventare il nostro strumento culturale”. Il leader dell’Udc non ha dubbi: ”C’è bisogno di quel buon senso che non c’è più: basta con la politica urlata, sempre contro qualcuno o qualcosa. Noi siamo qui: l’Udc può essere lo strumento per riorganizzarci in un partito di centro. di ispirazione cristiana, che rimetta al centro della politica soprattutto la persona. Non è facile. Noi abbiamo una rete già in essere, soprattutto al Sud: va riordinata”. Cesa si rivolge agli ”amici di Forza Italia”, per convincerli a federarsi nel nome del centro, appunto: “Nelle prossime ore avrò un incontro con gli amici di Forza Italia: dobbiamo metterci tutti insieme, ci sono tanti di Forza Italia che la pensano come noi…”.

Un nuovo Welfare per il Quinto Stato

Articolo pubblicato dalla rivista il Mulino a firma di Marco Trentini

I precari possono essere considerati un gruppo sociale o la precarietà è una condizione individuale? Quali politiche si possono mettere in atto? Maurizio Ferrera risponde a questi interrogativi ne La società del Quinto Stato (Laterza, 2019) un libro agile per numero di pagine e stile di scrittura, in cui non si limita a descrivere le trasformazioni in atto nel lavoro, ma presenta anche una proposta di riforma del Welfare.
Più volte Ferrera fa riferimento a La grande trasformazione di Karl Polanyi (trad. it. Einaudi 1974), un volume del 1944 in cui colui che è considerato uno dei padri della sociologia economica si occupa di quella che può essere definita la crisi della società liberale, avvenuta all’inizio del secolo scorso, in particolare a partire dagli anni Trenta. Egli non si limita a sostenere che anche in questi anni stiamo attraversando una fase di profondi mutamenti economici e sociali (per dire questo non sarebbe stato necessario citare lo studioso di origini ungheresi), ma richiama lo schema di analisi utilizzato da Polanyi che aveva ipotizzato l’esistenza di un doppio movimento: il primo, ispirato dal liberismo economico, è caratterizzato dall’espansione del mercato e il secondo (definito anche contro movimento) dalla resistenza, grazie alla domanda di protezione sociale avanzata soprattutto dalla classe lavoratrice.

Tre capitoli del libro sono dedicati ad analizzare i tratti del primo movimento (la fase di espansione del mercato) di quella che viene chiamata la Grande trasformazione 2.0, che è tuttora in corso e le cui caratteristiche sono il passaggio a un’economia post-industriale, la globalizzazione e l’economia digitale. L’attenzione è posta, come si può intuire dal titolo del libro, su un gruppo sociale generato da questi mutamenti e che viene definito “Quinto Stato” in cui rientrano i lavoratori precari. La precarietà riguarda soprattutto i giovani ed è una condizione sociale caratterizzata dall’instabilità lavorativa, dalle scarse protezioni sociali e dalla vulnerabilità economica provocata dalle basse retribuzioni. Ma parlare di Quinto Stato presuppone che la precarietà non sia una situazione transitoria e abbia invece una certa continuità nel tempo.

Definendo i lavoratori precari come Quinto Stato Ferrera si discosta dalla definizione di Guy Standing che in Precari. La nuova classe esplosiva li considera una classe sociale, facendo riferimento alla posizione dei lavoratori precari nel processo produttivo. Quello che secondo Standing li caratterizzerebbe è l’insicurezza del lavoro nelle sua varie dimensioni (ad esempio, dell’occupazione, del posto di lavoro, del ruolo professionale, del reddito ecc.). Per Ferrera, invece, sono un ceto: un gruppo sociale accomunato dalla condizione sociale e più precisamente dalla vulnerabilità e dall’insicurezza. Inoltre è improprio parlare di classe sociale visto che si tratta di un gruppo sociale fluido, piuttosto eterogeneo al suo interno e con un basso grado di politicizzazione. Un’affermazione, quest’ultima, che non appare del tutto convincente. In fondo, lo stesso Standing scrive che il precariato non ha già una consapevolezza di classe, ma è una classe in divenire.

Indipendentemente dal fatto che i precari siano uno stato/ceto o una classe, un punto su cui c’è convergenza è che la precarietà provoca un forte ridimensionamento delle tutele e dei diritti conquistati dai lavoratori nel corso del Novecento grazie anche all’azione collettiva del movimento operaio. Molti rischi sociali che erano coperti dal Welfare vengono ora trasferiti sull’individuo. Si può parlare di una sorta di lato oscuro della flessibilità, pensando a tutta la letteratura che ne enfatizza solo gli aspetti positivi per le organizzazioni e per il lavoro.

La stessa economia digitale, oltre a opportunità in termini di organizzazione del lavoro, genera dei rischi sociali. Non solo quelli legati alla sostituzione del lavoro con le macchine, come ipotizzato da alcuni studiosi (scenario che andrà verificato, ma che si può immaginare potrà divenire più articolato di come viene spesso presentato), ma quelli di un’economia in cui si diffondono i “lavoretti” (gig economy) e in cui nell’intermediazione del lavoro centrale è il ruolo svolto dalle piattaforme online e delle app, come nel caso dei fattorini di consegne a domicilio e di Uber.

Alle insicurezze generate dai mutamenti economici si aggiunge che la mobilità sociale che, insieme alle politiche di Welfare, ha contribuito a ridurre le diseguaglianze sociali, si sta contraendo. La paralisi della mobilità, secondo Ferrera, fa sì che i solchi fra uno strato sociale e l’altro siano più profondi.

Dopo aver delineato i tratti del primo movimento, il libro si sposta su quello che si può considerare il secondo o il contro movimento. Gli ultimi due capitoli sono infatti dedicati a delineare una possibile strategia di risposta alle nuove sfide. Quanto mai necessaria visto che l’intreccio fra insicurezza economica, impoverimento e risentimento politico, fortemente accentuatosi soprattutto dopo la crisi del 2008, rischia di destabilizzare le democrazie anche più consolidate. Anche se va notato che il risentimento politico che alimenta il populismo sovranista sembra riconducibile a quella che sinteticamente può essere definita la radicalizzazione politica del ceto o della classe media, che vede peggiorare o sente minacciata la propria posizione sociale, e non dei precari.

Qui l’articolo completo 

Riflessioni sui Diritti umani: universalità e attualità

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 ha richiesto una collaborazione tra esperti di tutto il mondo. Incarnando diverse prospettive culturali, il processo di elaborazione è stato guidato dalla convinzione condivisa dell’importanza di trovare principi comuni essenziali per la sopravvivenza della stessa civiltà.

Sebbene fosse un processo arduo ed esteso, il risultato fu uno sforzo collettivo, prezioso per i decenni a venire, al quale il filosofo francese Jacques Maritain apportò un contributo determinante dapprima con l’Introduzione da lui scritta nel volume Human Rights: Comments and Interpretations, e successivamente, in particolare, con il discorso inaugurale da lui pronunciato a Città del Messico in occasione della II Conferenza Generale dell’Unesco (novembre 1947), le cui tesi sui “principi pratici” da adottare per raggiungere un accordo altrimenti impossibile tra le culture furono universalmente accolte- Motivato dal settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 e arricchito dai saggi di eminenti studiosi, il volume (“Metaphysics of Human Rights 1948-2018. On the occasion of the 70th anniversary of UDHR” a cura di Luca Di Donato ed Elisa Grimi, Vernon Press 2019) vuole essere un contributo di riflessione sui diritti umani e sulla loro universalità.

La domanda di fondo è se, dopo settanta anni, questa Carta possa essere ancora considerata universale, o meglio ancora, come definire il concetto di “universalità”. Viviamo in un’epoca in cui questa nozione sembra essere guidata non tanto dai valori che il soggetto percepisce intrinsecamente come buoni, ma piuttosto dalle esigenze del singolo. L’universalità non è quindi più dedotta da qualcosa che è dato oggettivamente all’interno della prassi condivisa. Viceversa, ciò che sembra essere universale è ciò che riteniamo essere valido per tutti. Il volume potrà interessare coloro che sono attualmente impegnati nella ricerca o nello studio in molteplici settori tra cui filosofia, politica e diritto. 

Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO Sala del Primaticcio – Piazza di Firenze, 27 Martedì 10 dicembre 2019 ore 16.00

Programma

Indirizzi di saluto

Prof. Gennaro Giuseppe CURCIO, Segretario Generale, Istituto Internazionale Jacques Maritain

Dott.ssa Maria Concetta CASSATA, Presidente, Comitato Unico di Garanzia,

Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo

Introduzione

Prof. Francesco MIANO

Presidente Istituto Internazionale Jacques Maritain

Presiede

Dott. Giancarlo MARCOCCI, Centro Studi e Ricerche “Jacques e Raissa Maritain”

Trezzo sull’Adda (Milano)

Interventi

Prof.ssa Mariella ENOC, Presidente, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma

Prof.ssa Livia POMODORO, Presidente, Accademia di Belle Arti di Brera, Milano

Saranno presenti i curatori Prof. Luca Di Donato e Prof.ssa Elisa Grimi

Il Paradiso della porta accanto

Chi studia la storia con metodologia e passione ha letto tanti esempi di imperi che sono caduti per mancanza di slancio. Quando una società smette di sperare nel domani, rimanendo nella propria zona di conforto, comincia il suo declino.

Dai Sumeri, prima dell’avvento di Sargon, fino ai casi a noi prossimi, lo storico assiste a società che faticano a sopravvivere perché indecise tra il riformismo e l’immobilismo. Il cambiamento è il segreto di Pulcinella della sopravvivenza, anzi, dell’evoluzione sana e vitale di un mondo che, altrimenti, invecchia e muore. E’ il caso di Pio IX, un Papa che volle lasciare troppo tardi il potere temporale; non fece in tempo: arrivarono i Garibaldini.

Lo Stato della Chiesa non cadde perché arrivarono loro, ma giunsero i garibaldini (o meglio, i Bersaglieri) perché ormai era finito. Finito il tempo in cui una Chiesa, consunta ormai dal clericalismo e dal conservatorismo, ambiva a scandire il ritmo del battipetto dei suoi sudditi, anziché traghettarli a un ritmo ben più elevato, quello celeste. Sempre rimanendo in tema, il cosiddetto “partito romano”, circolo di preti che, di generazione in generazione, si sentiva investito informalmente dell’incarico di proteggere il Vaticano dagli assalti del modernismo (arrivando persino a pensare di vincere con i trattati di Mussolini prima, e di Craxi poi), si è arreso di fronte alla semplicità dell’ultimo Papa, ingiustamente additato come “antipapa”, che non vuol cambiare la dottrina: piuttosto presentarla in modo più semplice.

Non una Chiesa di potere, ma una di programma. Non una figura, quella del Papa, assiso sulla sedia gestatoria, a cui le genti vanno incontro, ma una figura che si incammina verso le genti. Sia chiaro che i due sistemi vanno entrambi bene, seppure contestualizzati ognuno al proprio tempo.

In una società che cambia e si avvia verso il globalismo, non è solo sciocco desiderare, da nostalgici, ciò che non è più e che non può più essere. E’ anche stupido. Del resto, però, i Farisei erano presenti anche al tempo di Cristo.

Corum Populo: “Bocca di rosa e le altre”

Il prossimo 6 dicembre al Piccolo Teatro Unical andrà in scena “Bocca di rosa e le altre”, un viaggio tra le donne cantate da Fabrizio De André.

Iniziativa che sarà portata alla ribalta da Simona Micieli, amante fin da piccola della poesia di Faber, che ha scritto e che dirigerà l’intera serata con la sua splendida voce.

La musica sarà interpretata dai Coram Populo, di cui Simona è la voce, affiancati per l’occasione da due musicisti d’eccezione: Walter Giorno alla batteria e Giovanni Brunetti al pianoforte.

I Coram Populo, di cui abbiamo già parlato su queste pagine, hanno il merito di non essere banali. E siamo sicuri che riusciranno a dar vita alle bellissime parole del maestro.

Il gruppo sarà chiamato in questa circostanza ad unire il mito, di Faber, alla esperienza dolorosa e d’amore che è presente nelle donne del poeta.

Quelle donne scolpite nella memoria di tutti noi, con l’uso di parole mai scelte a caso.

Tutto un campionario di ritratti ai quali Faber ha dato voce nel corso della sua produzione, in un quadro realistico dipinto con poche pennellate da maestro, che racchiudono uno spettacolare coraggio e la dignità di chi riesce ad amare.

Grazie a questi ritratti, le donne, escono fuori dal misticismo della canzone per diventare vere e per lasciarci il piacere e il bisogno di ascoltarle.

Un ascolto che siamo, già  certi, ci renderà più umani e ci lascerà, ancora una volta, pensare alla fatica di quel sorriso che cerca un ritaglio di Paradiso.

La nuova Direttiva Ue sul whistleblowing

Pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 26 novembre 2019 la Direttiva (UE) 2019/1937 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 ottobre 2019, riguardante la protezione delle persone che segnalano violazioni (whistleblowing) del diritto dell’Unione.

Gli Stati membri dovranno porre in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva entro il 17 dicembre 2021. Per quanto riguarda i soggetti giuridici del settore privato con più di 50 e meno di 250 lavoratori, gli Stati dovranno conformarsi all’obbligo di stabilire un canale di segnalazione interno entro il 17 dicembre 2023.

Gli Stati dell’Unione dovranno recepire quanto stabilito dalla direttiva entro due anni dalla pubblicazione della Direttiva nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (quindi entro il 26 novembre 2022) e adottare regole interne entro i suddetti termini al fine di garantire gli standard minimi della Direttiva, fermo restando che in virtù della clausola di non regressione, l’attuazione della Direttiva non potrà comportare in alcun caso una riduzione dell’attuale livello di protezione.

La direttiva amplia la platea dei “segnalatori” protetti. La nuova disciplina si applicherà, senza distinzione, alle persone segnalanti che lavorano nel settore privato o pubblico e che abbiano acquisito informazioni sulle violazioni in un contesto lavorativo.

Tra i soggetti tutelati rientrano dunque le persone aventi la qualità di lavoratore, anche autonomo (dunque i professionisti), nonché i dipendenti pubblici, gli azionisti e i membri dell’organo di amministrazione, direzione o vigilanza di un’impresa (compresi i membri senza incarichi esecutivi), i volontari e i tirocinanti retribuiti e non retribuiti e, infine, qualsiasi persona che lavora sotto la supervisione e la direzione di appaltatori, subappaltatori e fornitori.

La direttiva stabilisce norme minime comuni di protezione delle persone che segnalano le seguenti violazioni del diritto dell’Unione:

a) violazioni che rientrano nell’ambito di applicazione degli atti dell’Unione di cui all’allegato relativamente ai seguenti settori:
appalti pubblici;

servizi, prodotti e mercati finanziari e prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo;

sicurezza e conformità dei prodotti;

sicurezza dei trasporti;

tutela dell’ambiente;

radioprotezione e sicurezza nucleare;

sicurezza degli alimenti e dei mangimi e salute e benessere degli animali;

salute pubblica;

protezione dei consumatori;

tutela della vita privata e protezione dei dati personali e sicurezza delle reti e dei sistemi informativi;

b) violazioni che ledono gli interessi finanziari dell’Unione di cui all’articolo 325 TFUE e ulteriormente specificate nelle pertinenti misure dell’Unione;

c) violazioni riguardanti il mercato interno, di cui all’articolo 26, paragrafo 2, TFUE, comprese violazioni delle norme dell’Unione in materia di concorrenza e di aiuti di Stato, nonché violazioni riguardanti il mercato interno connesse ad atti che violano le norme in materia di imposta sulle società o i meccanismi il cui fine è ottenere un vantaggio fiscale che vanifica l’oggetto o la finalità della normativa applicabile in materia di imposta sulle società.

Reti e percorsi di cure palliative

Nel corso dei 10 anni dalla promulgazione della legge 15 marzo 2010, n. 38, si è registrata un’importante crescita dei servizi nel campo delle cure palliative. Il Ministero della Salute e il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca hanno svolto un ruolo fondamentale, creando un quadro normativo organico di riferimento, promuovendo la crescita di un sistema professionale specificamente formato, capace di affrontare con competenza e responsabilità i bisogni del malato e della sua famiglia. La distribuzione della rete delle cure palliative rimane tuttavia fortemente disomogenea nelle diverse regioni.

Il Workshop è l’occasione per un confronto in merito alle principali leve di cambiamento nella gestione dei percorsi di cura dei malati in condizioni di cronicità complesse e avanzate: innovazione organizzativa, ricerca, formazione e informazione.

Obiettivi del Workshop:

  1. presentare e discutere le principali evidenze sviluppate dallo Studio Demetra I, patrocinato dal Ministero della Salute e promosso dalle Fondazioni  Berlucchi e Floriani con il supporto del centro collaborativo WHO di Barcellona e di altri enti ed esperti nazionali ed internazionali, in merito al funzionamento delle Reti Locali di Cure Palliative e ai percorsi di cura rivolti alle persone in condizioni di cronicità complesse e avanzate. Lanciare la nuova progettualità integrata Demetra II.
  2. fornire elementi per una programmazione aziendale efficace e sostenibile, capace di favorire l’implementazione di modelli organizzativi centrati sul governo clinico di percorsi di cura appropriati ai bisogni dei malati, coerenti con le evidenze e le migliori pratiche gestionali;
  3. presentare attraverso un confronto di esperienze internazionali i risultati del lavoro interministeriale sulla formazione accademica in cure palliative e affrontare il tema della formazione medica specialistica.

L’evento nasce dalla collaborazione scientifica e organizzativa con la Fondazione Floriani e la Fondazione Guido Berlucchi.

Leggi il Programma

Rimettiamo i nostri debiti

Basta leggere il documento di programmazione economico-finanziaria per il prossimo anno, per rendersi conto della assenza gli investimenti per infrastrutture materiali ed immateriali, per la ‘’education’, per altri settori vitali per il Paese, come accadrebbe in qualsiasi paese abbia i conti a posto. Ma noi che abbiamo un debito che in rapporto al pil è per negatività il secondo del mondo siamo al palo da molto tempo. Insomma  il debito pubblico è un convitato di pietra che pregiudica ogni programmazione di nuovi investimenti per le necessità italiche. 

Un debito, bisogna ricordarlo, procurato da sperperi elettoralistici da parte dei governi, anziché  procedere ad assottigliarlo per abbassare almeno il conto degli interessi. Un cane che si morde la coda, meccanismo che se non dovesse interrompersi, porterà la Nazione nello sfacelo completo. Dunque, gli interessi che paghiamo finanziano lautamente banche e agenzie di finanza internazionale che come sanguisughe sono attaccate alla condizione che, per nostra sciatteria o malgoverno, noi stessi provochiamo. Ora vediamo come stanno le cose per il primo paese che ha il debito doppio rispetto a noi: il Giappone. 

Nella terra del sol levante praticamente il debito è quasi tutto finanziato dai risparmiatori Giapponesi; esattamente come facevamo noi fino al periodo della cosiddetta Prima repubblica: i risparmiatori compravano Bot ben remunerati, cosicché erano le famiglie a guadagnarci accrescendo il loro potere di acquisto con ricadute benefiche anche sul Pil. Un circuito virtuoso che non solo alimentava una dinamica benefica, ma ci risparmiava anche declassamenti delle agenzie specializzate che spingono verso una spirale sempre più in basso, ed in aggiunta le rampogne con relative penalizzazioni europee. 

Se le cose stanno in questo modo, tutti coloro che hanno governato fino ai nostri giorni, perché non  hanno preso in considerazione queste verità ? Eppure il risparmio degli italiani, nonostante in questi anni si è in parte dilapidato, è ancora il più alto del mondo, e raggiunge un monte che è il doppio del nostro debito pubblico. In simili circostanze chiunque abbia del buon senso, abbia amore per la patria, abbia senso di responsabilità, abbia a cuore gli interessi popolari, cambierebbe rotta. Ma finora la rotta è sempre la stessa; ci sarà qualcuno che si porrà l’obiettivo di farlo? Finirà la situazione incresciosa che in politica si litiga continuamente su cose di poca importanza, e sulle cose vitali non si fiata nemmeno? Secondo me il cambiamento in Italia ci sarà quando si lavorerà per togliere i pesi economici che incombono sulle famiglie, e non al contrario concorrendo ad appesantirli. 

Si una rivoluzione da fare da parte di chi ha le mani libere.

Da Bruxelles un fondo per la bioeconomia

La Commissione di Bruxelles e la Banca europea per gli investimenti hanno annunciato che Ecbf Management GmbH è stata selezionata come consulente in materia di investimenti per il fondo per la bioeconomia circolare. Una misura per finanziare le imprese e i progetti innovativi del settore nell’Ue e nei Paesi associati a Horizon 2020. L’iniziativa fa parte della strategia europea per la bioeconomia tesa a raccogliere 250 milioni di euro da investitori pubblici e privati entro i prossimi mesi, per dedicarli a settori come l’agricoltura, l’allevamento, l’acquacoltura, la pesca, la silvicoltura, i prodotti biochimici, i biomateriali e l’alimentazione.

La Banca europea per gli investimenti dovrebbe erogare fino a 100 milioni di euro nel fondo, sostenuto da una garanzia di InnoFin. La bioeconomia abbraccia tutti i settori e i sistemi che si basano su risorse biologiche ed è uno dei più grandi e più importanti ambiti di intervento dell’Ue. Attualmente comprende l’agricoltura, la silvicoltura, la pesca, la produzione alimentare, la bioenergia e i bioprodotti  con un fatturato annuo indicativo di 2.000 miliardi di euro, dando lavoro a circa 18 milioni di persone. La bioeconomia circolare ha quindi il potenziale per svolgere un ruolo centrale per il Green Deal europeo, che consentirà di raggiungere gli obiettivi ambientali, climatici e per la biodiversità in linea con le finalità di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Biblioteche scolastiche: La spesa media per studente

Le biblioteche scolastiche continuano a essere un’emergenza nazionale. È quanto emerge dall’indagine, realizzata dall’Associazione Italiana Editori (AIE) in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR), il Centro per il Libro e la Lettura (CEPELL) e l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB), per fotografare lo stato delle biblioteche scolastiche italiane e basata sulle risposte di 7.762 scuole.

Un quadro che si ricompone dopo otto anni dall’ultima rilevazione e che evidenzia come, rispetto al 2011, la spesa media per studente per il loro funzionamento sia di 1,13 euro (1,56 euro otto anni fa) e il numero di scuole dotate di biblioteca si attesti oggi all’85% rispetto all’89% di allora. E questo malgrado il 45% delle scuole indichi che la biblioteca sia stata potenziata grazie a iniziative come #ioleggoperché.

Sono alcuni dei dati che verranno presentati giovedì 5 dicembre alle 11.30 in Sala Aldus a Più libri più liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria, in programma fino a domenica 8 dicembre al Roma Convention Center La Nuvola. Ne discuteranno Lucia Azzolina (Sottosegretaria MIUR), Ricardo Franco Levi (presidente AIE) e Giovanni Peresson (AIE), moderati dal giornalista del Corriere della Sera Paolo Conti.

Il Natale a Cori

Il 14 e 15 Dicembre, a Cori, si terrà il III “Natale Insieme”, evento organizzato dall’Associazione culturale “Event Art”, in collaborazione con Comune di Cori e Associazione culturale “Chi dice donna”, presentato da Lara Zaccagnini e patrocinato da: Regione Lazio, Consiglio regionale del Lazio, Provincia di Latina, “Cori e Giulianello in Rete”. La manifestazione si svolgerà tra piazza Signina e via Madonna del Soccorso, che per l’occasione si trasformerà in una “via dell’Arte”, con l’esposizione delle opere degli artisti partecipanti ai due concorsi a premi previsti.

Il Concorso di Estemporanea di Pittura, dedicato al Maestro Francesco Porcari, vedrà protagonisti pittori e acquarellisti liberamente posizionati con cavalletti e tavolozze tra i vicoli del centro storico, da dove imprimeranno live – davanti alla gente – sulle tele, scorci della Città d’Arte.

Verranno disposte in strada anche le luminarie realizzate con materiale di riciclo, da professionisti e non, nell’ambito dell’altro concorso indetto per sensibilizzare al tema degli scarti e del loro riutilizzo, al rispetto dell’ambiente e al risparmio energetico, facendo della creatività strumento di educazione civica.

Il programma quest’anno è stato ulteriormente ampliato. Oltre ai mercatini artigianali di Natale allestiti in tutta l’area, verranno proposte diverse iniziative durante i due giorni: il presepe rinascimentale vivente con figuranti in costumi d’epoca; l’arte del maneggiar l’insegna degli Sbandieratori di Cori; le gare di mostaccioli tra massaie; le dimostrazioni ritmiche e canore delle scuole di ballo e dei cori natalizi; la simulazione di volo di Fly in the Sky. Per i bambini anche laboratori creativi e ludoteca in legno itinerante.

I visitatori, oltre a degustare il menù turistico di prodotti tipici preparato dai ristoratori con sconti convenzionati potranno scoprire la storia e la cultura locale usufruendo delle visite guidate dell’Associazione culturale “Arcadia”, lungo un itinerario che toccherà i principali siti archeologici, compresi i due monumenti nazionali: l’Acropoli e il Tempio di Ercole, le Mura poligonali, il Complesso Monumentale di Sant’Oliva, il Museo della Città e del Territorio di Cori, l’area del foro romano, il Tempio di Castore e Polluce, la Cappella dell’Annunziata (prenotazioni obbligatorie: arcadia@museodicori.it).

Che cosa è la fibromialgia

La fibromialgia (FM) è una sindrome cronica e sistemica, il cui sintomo principale è rappresentato da forti e diffusi dolori all’apparato muscolo-scheletrico.

La sindrome fibromialgica manca di alterazioni di laboratorio. Infatti, la diagnosi dipende principalmente dai sintomi che il paziente riferisce. Alcune persone possono considerare questi sintomi come immaginari o non importanti. Negli ultimi 10 anni, tuttavia, la fibromialgia è stata meglio definita attraverso studi che hanno stabilito le linee guida per la diagnosi. Questi studi hanno dimostrato che certi sintomi, come il dolore muscoloscheletrico diffuso, e la presenza di specifiche aree algogene alla digitopressione (tender points) sono presenti nei pazienti affetti da sindrome fibromialgica e non comunemente nelle persone sane o in pazienti affetti da altre patologie reumatiche dolorose.

Le opzioni terapeutiche per la fibromialgia comprendono:

• farmaci che diminuiscono il dolore e migliorano la qualità del sonno
• programmi di esercizi di stiramento (stretching) muscolare e/o che migliorino il fitness cardiovascolare
• tecniche di rilassamento ed altre metodiche per ridurre la tensione muscolare
• programmi educativi per aiutare il paziente

Approccio terapeutico multimodale del paziente fibromialgico
• Educazione del paziente
• Descrizione delle caratteristiche della malattia
• Descrizione del programma terapeutico
• Modificazioni delle abitudini di vita che potrebbero determinare e/o perpetuare la sintomatologia fibromialgica
• Programmazione di un’attività fisica moderata ma continuativa
• Supporto psicologico e/o psichiatrico, se necessario
• Terapia farmacologica e/o riabilitativa di sviluppo

Chi finanzia la politica?

Il tema in Italia, ma non solo, è vecchio e antico. Al punto che sul tema del finanziamento alla politica e ai politici sono scomparsi partiti, sono state travolte e sconvolte fasi storiche e sono finite nella polvere carriere mirabolanti di molti leader politici. Quindi non è una variabile indipendente, se così si può dire, nella intricata matassa che resta la politica nel nostro paese.

Ma, per non ripetere le solite prediche moralistiche da un lato che vedono solo ladri e criminali in tutti i partiti salvo il proprio e per non cadere nella speculazione opposta che giustifica e tollera tutto, anche il plateale malcostume che emerge, non possiamo non ricordare tre aspetti basilari quando si affronta seriamente, e non con la solita propaganda, il capitolo del costo della politica e quindi del suo relativo finanziamento.

Innanzitutto, e appunto, la politica ha un costo. Chi predica il contrario dice semplicemente una menzogna. Oltre ha una palese falsità. In secondo luogo, e dopo la nefasta – e per molti versi ancora misteriosa – esperienza di “tangentopoli” che ha distrutto alcuni partiti e ne ha salvati altri, non possiamo più permetterci il lusso di convivere con un contesto che tollera illegalità, sotterfugi, furbizie e disonesta’. In ultimo, si deve affrontare il tema del finanziamento alla politica senza le ormai straconosciute e stracollaudate lenti della demagogia, del moralismo, della propaganda e dell’attacco preventivo. Il tutto per evitare che la politica sia appaltata ai soli ricchi da un lato o agli spregiudicati e cinici comportamenti dall’altro.

Se questo è vero, com’è vero piaccia o non piaccia, si tratta adesso di intervenire politicamente e legislativamente. Senza le furbizie della regolamentazione che disciplina il funzionamento delle ormai note Fondazioni, senza continuare a nascondersi dietro al plebiscito del referendum del 1993 – e come poteva essere diversamente in piena tangentopoli … – che proibiva di continuare ad elargire il finanziamento pubblico ai partiti e senza cadere nel grottesco e nella ridicolaggine che i partiti vivono e si organizzano con il 2 per mille o con le salamelle o con i piccoli contributi dei suoi associati. Perché possiamo anche continuare a credere che viviamo nel paese di Alice nelle meraviglie ma prima o poi c’è un limite anche per l’ipocrisia e la goffaggine.

Ecco perché, a fronte delle concrete esperienze che abbiamo vissuto in questi lunghi 25 anni e con ricette che si sono dimostrate del tutto insufficienti e fallimentari e prive di qualsiasi capacita’ di saper coniugare la rigorosa trasparenza dei conti con la buona politica, forse è arrivato il momento di riparlare con chiarezza e coraggio del tanto biasimato “finanziamento pubblico” alla politica. Cioè ai partiti. Anche se i partiti oggi non esistono granché perché ormai campeggiano i cartelli elettorali e le liste del “capo”. Ma, comunque sia, sempre di partiti si tratta. Ed è perfettamente inutile continuare con il ritornello che la politica non costa e quando costa ci si deve pensare con metodi poco chiari e del tutto tartufeschi.

Ed è venuto, forse, anche il momento per dire che i partiti sono importanti e decisivi per continuare a fare politica. Secondo il dettato costituzionale. Partiti intesi come strumenti democratici che garantiscono a tutti la possibilità di esercitare l’attività politica. Anche a quei cittadini che non sono ricchi e possidenti. Partiti, però, che possano vivere nella trasparenza e nella serietà di poter declinare la propria attività senza ricorrere alle solite e ormai collaudate furbizie che rasentano, come da copione e da esperienza, l’illegalità e che perpetuano le zone grigie e le zone d’ombra. Partiti che devono pubblicizzare ciò che spendono e ricevono risorse – rigorosamente pubbliche – in base ai consensi che riscuotono tra i cittadini nelle varie consultazioni elettorali. Oltre, com’è ovvio, a donazioni private altrettanto pubbliche e registrate.

Ma per centrare questi obiettivi va rimossa l’ipocrisia e la propaganda. E si deve avere il coraggio di riparlare, schiettamente e senza sotterfugi, di finanziamento pubblico alla politica. Cioè ai partiti. Vedremo se prevarrà ancora l’ipocrisia, la propaganda, la demagogia e l’antipolitica o se, al contrario, comincerà a farsi largo la concretezza, il senso di responsabilità, l’ancoraggio alla Costituzione e il giusto ruolo che debbono ritornare ad avere i partiti. La partita e’ del tutto aperta e nessuno sa, ad oggi, quale sbocco avrà. Ma vale la pena di provarci.