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La Finlandia dal 1° luglio sarà alla guida del Consiglio dei ministri europeo

È la terza volta che la Finlandia prende la guida semestrale del Consiglio dei ministri Ue. La Romania passerà a Helsinki, il 1° luglio, la presidenza del Consiglio.

Politicamente il Paese è all’inizio di una nuova legislatura: dopo le elezioni di aprile, il socialdemocratico Antti Rinne è stato nominato primo ministro il 6 giugno scorso. Il programma del semestre è stato votato il 26 giugno, dal parlamento finlandese ed è da oggi disponibile su eu2019.fi, sito ufficiale del semestre.

Quattro le priorità: “il rafforzamento dei valori comuni e dello stato di diritto, rendere l’Ue più competitiva e socialmente inclusiva, rafforzare la posizione dell’Ue come leader globale nell’azione per il clima, proteggere la sicurezza dei cittadini”.

In particolare, il programma insiste sullo stato di diritto, la lotta alla corruzione e misure per promuovere l’uguaglianza e l’inclusività in tutti i settori.

Bruxelles apre a una nuova legislazione su divorzio

Bruxelles apre a una nuova legislazione su divorzio, affidamento dei minori e diritto di visita. Le norme riguardano la rapida risoluzione delle controversie genitoriali che emergono in seguito alla separazione. Quando i genitori decidono di separarsi, i bambini si trovano assai spesso al centro di annose diatribe e la situazione si complica quando i genitori vengono da Paesi diversi dell’Ue. In queste situazioni difficili, l’attenzione dovrebbe focalizzarsi su che cosa sia meglio per i minori, ma non sempre è così. Ed è muovendo da questo tema che sono state promulgate nuove norme, attraverso le quali da oggi in poi, la cooperazione giudiziaria sarà più rapida ed efficiente al fine di garantire che il benessere dei minori venga messo al primo posto.

Ogni anno nell’Ue ci sono circa 140.000 divorzi internazionali e circa 1.800 casi di sottrazione di minore da parte di un genitore. Grazie alla revisione del regolamento Bruxelles II bis, un minore sottratto da un genitore rientrerà in tempi molto più rapidi nel Paese dove era solito vivere e i bambini abbastanza grandi da avere opinioni proprie avranno la possibilità di esprimersi in tutti i procedimenti che li riguardano. Con l’abolizione dell’exequatur per tutte le decisioni del tribunale, una procedura intermedia richiesta per ottenerne l’applicazione transfrontaliera, i procedimenti diventeranno più rapidi e meno costosi per le famiglie. Le nuove norme entreranno in vigore 20 giorni dopo l’avvenuta pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.

Libia: il generale Haftar perde Gharian

La conquista della strategica città di Gharian, a sud di Tripoli, da parte delle forze del Governo di accordo nazionale (Gna), potrebbe cambiare le sorti del conflitto e segnare l’inizio della fine dell’offensiva del generale Khalifa Haftar.

Gharian era fino a qualche giorno fa l’avamposto principale per l’Lna, dove truppe, armi e munizioni arrivavano dall’est: è anche sede di ospedali da campo e di una base di elicotteri presente fuori dalla città. Haftar ha iniziato la sua campagna su Tripoli proprio da lì. Le Forze alleate del governo di Tripoli, sostenute da attacchi aerei, hanno preso d’assalto la città – circa 90 chilometri a sud di Tripoli – con un attacco a sorpresa.

Il Consiglio presidenziale, con sede a Tripoli, ha annunciato in una nota che Gharian è stata completamente “liberata”.

Al momento l’Lna detiene ancora la città di Tarhuna, anche se con la sconfitta di Gharian le truppe sono ora isolate,  la sua seconda posizione principale nella campagna in corso sulla capitale.

Istat, cala fiducia dei consumatori: a giugno è ai minimi dal 2017

A giugno 2019 si stima una flessione dell’indice del clima di fiducia dei consumatori da 111,6 a 109,6; anche per l’indice composito del clima di fiducia delle imprese si registra una dinamica negativa (da 100,2 a 99,3).

Tutte le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori sono in calo, seppur con intensità diverse: il clima economico e quello futuro registrano una diminuzione più marcata mentre la flessione è più contenuta per il clima personale e per quello corrente. Più in dettaglio, il clima economico passa da 125,5 a 120,9, il clima futuro diminuisce da 115,6 a 112,3, il clima personale flette da 107,4 a 105,6 e il clima corrente cala da 109,6 a 107,6.

Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia registra una flessione nel comparto manifatturiero e, soprattutto, nelle costruzioni (l’indice cala, rispettivamente, da 101,9 a 100,8 e da 144,3 a 140,9); nei servizi l’indice registra una diminuzione più contenuta (da 99,3 a 98,9) mentre nel commercio al dettaglio sale da 102,7 a 104,7.

Per quanto riguarda le componenti dei climi di fiducia delle imprese, nell’industria manifatturiera si rileva un peggioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sulla produzione; il saldo relativo alle scorte di magazzino è in aumento. Nelle costruzioni la dinamica negativa dell’indice è trainata dal deciso ridimensionamento delle aspettative sull’occupazione presso l’azienda a cui si unisce un peggioramento dei giudizi sugli ordini.

Con riferimento al settore dei servizi, si segnala il peggioramento dei giudizi sugli ordini e sull’andamento degli affari; le attese sugli ordini sono in aumento. Nel commercio al dettaglio, l’incremento dell’indice è dovuto al miglioramento dei giudizi e, soprattutto, a quello delle attese sulle vendite, diffuso sia alla grande distribuzione sia a quella tradizionale. Il saldo dei giudizi sul livello delle giacenze diminuisce.

Il ritorno del ‘900 a Brera

Da Boccioni a Carrà, da de Pisis a Morandi, da Modigliani a Sironi fino a Picasso, 100
delle opere più amate della Pinacoteca, appartenenti alle collezioni Jesi e Vitali, sono
state riallestite nel cuore del museo, nelle sale IX-XV-XXIII, in attesa di essere trasferite nel vicino Palazzo Citterio.

Si tratta di un intervento di valorizzazione che si fonda sul principio del “museo visibile”, cuore della missione della Pinacoteca di Brera, che renderà possibile al pubblico una fruizione originale di alcuni tra i massimi capolavori del 900. Radunate in gran parte per iniziativa del leggendario direttore di Brera, Franco Russoli, le opere, allora contemporanee, rappresentano infatti una sezione amatissima dal pubblico del museo.

Ricordiamo inoltre che la collezione di opere d’arte della Pinacoteca di Brera contiene alcuni tra i massimi capolavori della storia dell’arte mondiale.

Zecche: sempre più morsi in Italia

Le zecche sono artropodi, appartenenti all’ordine degli Ixodidi compreso nella classe degli Arachnidi, la stessa di ragni, acari e scorpioni, e si tratta di parassiti esterni, delle dimensioni che variano da qualche millimetro a circa 1 centimetro secondo la specie e lo stadio di sviluppo. Il corpo, tondeggiante e il capo, non distinguibile dal corpo, è munito di un apparato boccale (rostro) in grado di penetrare la cute e succhiare il sangue.

 

Distribuzione in Europa in Italia

Le zecche sono diffuse in tutto il mondo e se ne conoscono circa 900 specie raggruppate in tre famiglie, di cui le principali sono le Ixodidae (zecche dure) e le Argasidae (zecche molli). Le zecche dure hanno un caratteristico scudo dorsale chitinoso e comprendono 5 generi: Ixodes, Hyalomma, Rhipicephalus, Dermacentor, Haemaphysalis. Le zecche molli, così dette perché sprovviste di scudo dorsale, sono presenti con due generi: Argas eOrnithodorus. Queste ultime generalmente si nutrono sugli uccelli; la più comune in Italia risulta essere Argas reflexus detta anche “zecca del piccione”. Le specie più diffuse e rilevanti da un punto di vista sanitario sia in Italia che in Europa sono Ixodes ricinus (la zecca dei boschi), Rhipicephalus sanguineus (la zecca del cane), Hyalomma marginatum e Dermacentor reticulatus.

In Italia sono presenti Dermacentor reticulatus, Hyalomma marginatum, Ixodes persulcatus, and Ixodes ricinus.

 

Ciclo biologico

Il ciclo biologico delle zecche, che può compiersi su uno stesso ospite oppure su due o tre ospiti diversi, si sviluppa in 4 stadi distinti: uovo, larva, ninfa e adulto. Dopo la schiusa delle uova, il passaggio da uno stadio a quello successivo richiede un pasto di sangue. Le femmine adulte, inoltre, necessitano del pasto di sangue per la maturazione delle uova.

 

Le zecche non sono molto selettive nella scelta dell’organismo da parassitare, ma possono scegliere diverse specie animali dai cani ai cervi, agli scoiattoli fino all’uomo. Il pasto di sangue, durante il quale la zecca rimane costantemente attaccata all’ospite, si compie nell’arco di ore per le zecche molli, di giorni o settimane per le dure.

 

L’attività delle zecche è strettamente legata ai valori di temperatura e umidità e, sebbene ci siano alcune eccezioni, in generale la loro attività si concentra nei mesi caldi. Infatti, durante la stagione invernale tendono a proteggersi dal freddo rifugiandosi negli anfratti dei muri, sotto la vegetazione, le pietre o interrandosi in profondità. Con l’aumento delle temperature riemergono e rimangono attive sino all’autunno successivo (tuttavia i cambiamenti climatici caratterizzati da aumento della temperatura possono prolungarne il periodo di attività).

 

L’habitat preferito è rappresentato da luoghi ricchi di vegetazione erbosa e arbustiva, con microclima preferibilmente fresco e umido, tuttavia le zecche possono trovarsi anche in zone a clima caldo e asciutto o dove la vegetazione è più rada. La loro presenza dipende, infatti, essenzialmente dalla presenza sul territorio di ospiti da parassitare, per questo luoghi come stalle, cucce di animali e pascoli sono tra i loro habitat preferiti.

 

Le zecche non saltano e non volano sulle loro vittime, ma si appostano all’estremità delle piante aspettando il passaggio di un animale o di un uomo. Grazie all’anidride carbonica emessa e al calore dell’organismo, questi acari avvertono la presenza di un eventuale ospite e vi si insediano conficcando il loro rostro (apparato boccale) nella cute e cominciando a succhiarne il sangue. Il morso è generalmente indolore perché emettono una sostanza contenente principi anestetici. Generalmente rimangono attaccate all’ospite per un periodo che varia tra i 2 e i 7 giorni e poi si lasciano cadere spontaneamente.

 

Malattie trasmesse dalle zecche

Gli Ixodidi sono in grado di trasmettere all’uomo numerose e differenti patologie: la borreliosi di Lyme, l’ehrlichiosi, le febbri bottonose da rickettsiae, la tularemia, la febbre Q, la babesiosi e l’encefalite virale. Gli Argasidi sono vettori di patologie meno rilevanti dal punto di vista epidemiologico: febbri ricorrenti da zecche e febbre Q. Con l’inizio della bella stagione le zecche abbandonano lo stato di letargo invernale e si avviano alla ricerca di un ospite da parassitare. Nei mesi primaverili ed estivi, che vanno da aprile a ottobre, è quindi più frequente cadere vittima del cosiddetto “morso da zecca”. Il morso della zecca non è di per sé pericoloso per l’uomo, i rischi sanitari dipendono invece dalla possibilità di contrarre infezioni trasmesse da questi animali in qualità di vettori.

 

L’eziologia di queste malattie da vettore comprende diversi microrganismi: protozoi, batteri e virus.

 

Le patologie infettive veicolate da zecche che presentano rilevanza epidemiologica nel nostro Paese sono principalmente:

  • l’encefalite da zecca o Tbe (causata da un virus)
  • la malattia di Lyme, causata dal batterio borrelia
  • la rickettsiosi (trasmessa principalmente dalla zecca dei cani)
  • la febbre ricorrente da zecche
  • la tularemia
  • la meningoencefalite da zecche
  • l’ehrlichiosi.

La maggior parte di queste malattie può essere diagnosticata esclusivamente sul piano clinico, ma una pronta terapia antibiotica, nelle fasi iniziali, è generalmente risolutiva in particolar modo per le forme a eziologia batterica. Solo raramente (fino al 5% dei casi) e in soggetti anziani o bambini queste infezioni possono essere pericolose per la vita.

 

Prevenzione

Esistono alcune precauzioni per ridurre significativamente la possibilità di venire a contatto con le zecche, o perlomeno per individuarle rapidamente, prima che possano trasmettere una malattia.

 

In generale, è consigliato:

  • indossare abiti chiari (rendono più facile l’individuazione delle zecche), coprire le estremità, soprattutto inferiori, con calze chiare (meglio stivali), utilizzare pantaloni lunghi e preferibilmente un cappello
  • evitare di toccare l’erba lungo il margine dei sentieri, non addentrarsi nelle zone in cui l’erba è alta
  • al termine dell’escursione, effettuare un attento esame visivo e tattile della propria pelle, dei propri indumenti e rimuovere le zecche eventualmente presenti. Le zecche tendono a localizzarsi preferibilmente sulla testa, sul collo, dietro le ginocchia, sui fianchi
  • trattare gli animali domestici (cani) con sostanze acaro repellenti prima dell’escursione
  • spazzolare gli indumenti prima di portarli all’interno delle abitazioni.

Inoltre, in commercio esistono repellenti per insetti (DEET, N-dietiltoluamide, icaridina, permetrina) e prodotti piretroidi da spruzzare sugli abiti.

Se individuate sulla pelle, le zecche vanno prontamente rimosse perché la probabilità di contrarre un’infezione è direttamente proporzionale alla durata della permanenza del parassita sull’ospite. Infatti, solo dopo un certo periodo (alcune ore) in cui è saldamente ancorata per alimentarsi, la zecca rigurgita parte del pasto, inoculando nel sangue dell’ospite eventuali patogeni. Bisogna comunque tenere presente che solo una percentuale di individui è portatore di infezione.

Rimozione della zecca

Cosa non fare:

  • Non utilizzare mai per rimuovere la zecca: alcol, benzina, acetone, trielina, ammoniaca, olio o grassi, né oggetti arroventati, fiammiferi o sigarette per evitare che la sofferenza indotta possa provocare il rigurgito di materiale infetto.

Cosa fare:

  • la zecca deve essere afferrata con una pinzetta a punte sottili, il più possibile vicino alla superficie della pelle, e rimossa tirando dolcemente cercando di imprimere un leggero movimento di rotazione. Attualmente si possono trovare in commercio degli specifici estrattori che permettono di rimuovere la zecca con un movimento rotatorio
  • durante la rimozione bisogna prestare la massima attenzione a non schiacciare il corpo della zecca, per evitare il rigurgito che aumenterebbe la possibilità di trasmissione di agenti patogeni
  • disinfettare la cute prima e dopo la rimozione della zecca con un disinfettante non colorato. Dopo l’estrazione della zecca sono indicate la disinfezione della zona (evitando i disinfettanti che colorano la cute, come la tintura di iodio)
  • evitare di toccare a mani nude la zecca nel tentativo di rimuoverla, le mani devono essere protette (con guanti) e poi lavate
  • spesso il rostro rimane all’interno della cute: in questo caso deve essere estratto con un ago sterile
  • distruggere la zecca, possibilmente bruciandola
  • dopo la rimozione effettuare la profilassi antitetanica
  • annotare la data di rimozione e osservare la comparsa di eventuali segni di infezione nei successivi 30-40 giorni per individuare la comparsa di eventuali segni e sintomi di infezione
  • rivolgersi al proprio medico curante nel caso si noti un alone rossastro che tende ad allargarsi oppure febbre, mal di testa, debolezza, dolori alle articolazioni, ingrossamento dei linfonodi.

Uso di antibiotici

La somministrazione di antibiotici per uso sistemico nel periodo di osservazione è sconsigliata, perché può mascherare eventuali segni di malattia e rendere più complicata la diagnosi. Nel caso in cui, per altre ragioni, fosse necessario iniziare un trattamento antibiotico, è opportuno impiegare farmaci di cui sia stata dimostrata l’efficacia sia nel trattamento delle rickettsiosi che delle borreliosi.

Attualità del pensiero di Keynes

Pomeriggio letterario, martedì 25 luglio nella sede dell’Abi, con un pubblico numeroso (docenti, parlamentari, servitori dello Stato, amministratori, studiosi compreso il presidente della Consob Paolo Savona) che ha sfidato il caldo torrido dell’estate romana.

La presentazione del recente libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese è stata l’occasione per un confronto pubblico, profondo e ricco di aneddoti, sulla attualità del pensiero di Keynes. Ne hanno parlato gli autori insieme al Professore Sabino Cassese e all’economista Pierluigi Ciocca, giá Banca d’Italia.

Giorgio La Malfa ha confessato che con questa opera ha voluto “pagare un debito alla formazione che ebbe  Cambridge negli anni sessanta” , quando frequentando quella università inglese frequentò gli allievi di Keynes.

Si è certamente parlato della rivoluzione Keynesiana, dell’attacco di  Keynes alla cittadella della  ortodossia, con un assalto alla cittadella del pensiero classico,  con la lunga  genesi della Teoria generale nel convincimento che il mercato da solo non ce la fa e richiede azioni consapevoli ponendo alternative al capitalismo che non ė capace di creare piena occupazione.

Nel  1935 scriveva “la difficoltà non risiede  nelle nuove idee ma nelle vecchie che risiedono in ogni angolo della mente”. Prima del 1936, dunque  prima di Keynes prevaleva il convincimento che il sistema si autoregolasse e che i governi dovevano astenersi dall’intervenire.

Anche Von Hayek sosteneva l’astensione e  che ci  sarebbe il lento riadeguamento della produzione  Il problema, nel secolo scorso fu purtroppo superato solo con il ricorso alle guerre. Toccò alle guerre ridare lavoro.  Certo la spesa pubblica ė un oggetto pericoloso e va maneggiata con prudenza, soprattutto dai responsabili politici.

Guardare all’oggi significa prendere coscienza che la rivoluzione tecnologica porta a produzioni con pochissimo lavoro,  con il rischio di cattiva distribuzione della ricchezza  e solo la mano pubblica può correggere i livelli della occupazione e della distribuzione del reddito. Purtroppo anche nelle università si è tornati a diffondere ed insegnare teorie ottocentesche.

Quindi oggi le teorie di Keynes andrebbero maneggiate con prudenza pensando ai nuovi protezionismi, alla sovranità limitata, ai minibot o a mini monete  o a quota cento e a quanti insidiano perfino il capitale della Banca d’Italia.  Keynes non era per lo Stato spendaccione; l’intero bilancio deve essere in equilibrio se non in pareggio; agire sulla composizione del bilancio e sulle infrastrutture produttive, che nulla hanno a che vedere con il bilancio in deficit.

La forza del moltiplicatore degli investimenti è diversa da quello per le spese correnti.
Keynes propone di abbandonare lo stato ottocentesco per entrare in un socialismo liberale, proteggendo l’individuo, la sua iniziativa, la sua proprietá.
Lo Stato deve assumersi la responsabilità di intervenire. Solo lo Stato può rimediare e può entrare in gioco come fattore equilibratore, assumendo una responsabilità crescente negli investimenti.

Stato e mercato sono padre e madre dell’individuo.
Il libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese per la collana dei Meridiani dell’editore Mondadori  con  la ricchezza di un saggio introduttivo di 100 pagine di Giorgio La Malfa e  di 500 note (bibliografiche, storiche, di relazione, biologiche o letterarie) restituisce forma e sostanza al pensiero di Keynes per il quale l’economia deve avere una importanza secondaria rispetto “all’arte della vita”.

Assume, oggi,  un grande significato politico oltre e che letterario soprattutto nel tempo della crisi dell’Unione Europea sopraffatta dalla ventata di ordoliberismo che porta ai rischi della deflazione, scoraggia la domanda privata, genera insicurezze, disuguaglianze,  risentimenti nei ceti medi e piccoli li borghesi. I pericoli sono elevati è ancora non sufficientemente percepiti.

Panebianco disegna un nuovo centro prigioniero del vecchio blocco della società dei due terzi.

Sempre divertente sentire lezioni sul centro da chi ha magnificato il bipolarismo per decenni. Il blocco sociale del terzo garantito, istruito, benestante, ha già una sua rappresentanza politica: il Pd, piaccia o non piaccia. La nuova offerta politica di cui parla Angelo Panebianco (sul Corriere della Sera di ieri, ndr) è tutta all’interno di quest’area.

Il problema del centro è di esser popolare, di ambire a intercettare gli interessi degli altri due terzi, per non consegnarli del tutto alla destra e al populismo a 5 stelle. Tanto per stare coi piedi per terra, l’aria che tira nel Paese, fuori dal circuito politico-mediatico non è la preoccupazione per il pericolo populista al governo, ma che i gialloverdi non lo siano abbastanza, o niente affatto, e che non stanno facendo l’unica cosa per cui sono stati votati: le politiche espansive per il rilancio del Paese, meglio con il consenso dell’Ue, ma anche in presenza di divieti e sanzioni. 

Un centro che si facesse portavoce dei fondamentali irrinunciabili per ridare respiro e slancio al Paese avrebbe uno spazio politico enorme e potrebbe evitare avventure politiche molto più gravi, che inevitabilmente si produrranno in caso di fallimento del governo gialloverde. È solo questione di volontà politica.

Mi sembra un punto molto importante, quello che molti enunciano in termini di ripresa o superamento, alternativamente, delle “identità” di partito. Certo, il PD si dichiara liberal- socialista e Zingaretti ne accentua il lato socialista. Eppure riesce benissimo a prendere i voti del centro, di quel che rimane della classe media, delle oasi sociali al riparo, per ora, dalla crisi. Il PD è il principale riferimento di questo blocco sociale. Se poi guardiamo alle politiche economiche di questo partito, soprattutto quelle realizzate, al di là dei proclami, dal 2011 al 2018, queste sono radicalmente di destra, in quanto hanno concorso ad affermare il primato della moneta sulla persona, sul lavoro e sulla democrazia in una misura che neanche i settori più a destra dei repubblicani americani mai si sognerebbero. 

Dunque, o si declina la politica del centro in senso popolare, costituzionale, sociale, di economia mista, di stimolo fiscale e di contestuali adeguati – sottolineo adeguati – investimenti per lavoro e sviluppo, con o senza il consenso euro-tedesco, oppure anche la proposta della Rete Bianca rischia di andare incontro al limite dell’impostazione di Panebianco: delineare un centro per una società dei due terzi garantiti che non c’è più, incapace di parlare ai due terzi in via di impoverimento che invece ci sono e che costituiscono la nuova questione sociale da cui deve ripartire il centro, specie se innervato di cultura politica cattolico-democratica, e da cui passano la tenuta della democrazia, della pace sociale nel Paese, e della stessa Unione Europea.

Il salvinismo

Con gli “ismi”  non si finisce più. Ma non ci possiamo fare niente: siamo ormai abituati. Dopo il craxismo consanguineo del berlusconismo, sono arrivati il grillismo e  il renzismo. Mentre spunta con prepotenza ai nostri giorni il salvinismo. Parente stretto del sovranismo. Leggo che dopo la manifestazione sindacale di Reggio Calabria e nel ricordo del suo incontro con i pastori sardi, Salvini ha convocato al Viminale  i segretari della Cgil, Cisl e Uil. Non male per un Ministro degli Interni. Il  salvinismo non ha niente da fare però con il calvinismo. Anche se hanno quasi la stessa pronuncia. Quasi. Poiché il calvinismo è cosa molto ma molto più seria. Che il Salvini dei Crocefissi e del Vangelo, del Rosario e di Santa Maria, dei comizi milanesi con Bergoglio fischiato,  sia però persuaso di essere “Unto del Signore” e di possedere la Grazia salvifica riservata ai “Primi” e ai carismatici , lo possiamo tuttavia mettere nel conto. E dovremmo anche accettare che l’etica protestante calvinista – che secondo Max Weber è alle origini del capitalismo – è quella stessa a cui si ispira Salvini con la Flat Tax: solo i più ricchi, in quanto eletti, devono godere dei vantaggi più sostanziosi. Ma cosa chiamo Salvinismo? Forse bisogna intenderlo come  una non tanto nascosta e subdola vocazione a straripare pericolosamente dai ruoli propri. A occupare il posto degli altri. Ad anticipare questioni che non riguardano i propri compiti. A invadere recinti altrui uscendo impropriamente dal proprio. Capiamoci bene. Non si tratta di una sorta di altruismo contrapposto all’egocentrismo. Ma semmai di un egocentrismo contrapposto all’altruismo dagli effetti antidemocratici e destabilizzanti impensabili.                                                                                                                   

Ma arrivati a questo punto devo fare un passo indietro.                                                Al momento della nascita del Governo 5 Leghe ( meglio definirlo così !) dopo  uno storico  “Contratto  notarile” ,  ho infatti divagato anche sulla nascita della Terza repubblica italiana. “Finalmente ci siamo…mi sono detto… abbiamo rottamato la Seconda ! ”. Mi riferivo alla Riforma costituzionale “de facto”  attraverso la nomina di “Due Primi Ministri” e di un solo “Vice Primo Ministro”. Ma come   due Primi Ministri ? Si due Primi Ministri e un solo Vice. Riconosco però di essermi sbagliato. Ma  solo di poco. Perché sul Duumvirato dei “Due Primi Ministri”, non avevo infatti considerato che uno dei due era finto. E  che l’unico vero “ Primo Ministro” dei due, in servizio permanente effettivo e facente le funzioni anche di Premier, era proprio l’egotista Salvini.  E il finto Premier nominato ? Bé, si è accontentato di non interrompere il suo “sogno di una notte di mezza… primavera”, a cui ancora non crede. Tanto era fantastico.                                                                

Devo però ammettere che dopo la nascita della Terza Repubblica su carta bollata, , non avevo per niente considerato che dietro l’angolo si nascondesse anche la  Quarta. L’occasione è ora arrivata . E me la offre l’esondazione non solo mediatica del salvinismo: sappiamo ormai, e abbiamo capito, che tutta la politica nazionale è nelle sue quotidiane esternazioni televisive. Ma dal momento che i numeri gli danno ragione ,  è una esondazione politica ragionata e intesa come volontà di concentrare e centralizzare diversi Ministeri presso il suo. Là in alto, sul Collis Viminalis, uno dei sette di Roma, che sembra debba il suo nome alle piante di vimini e alle ceste che si producevano. E dentro le quali oggi Salvini vuole raccogliere e mettere insieme ruoli, funzioni e competenze ministeriali diversi. Come quelli delle Politiche Agricole, dei Trasporti, delle Finanze , degli Affari Esteri, della Difesa, e altri che mi sfuggono.  Ma è ora chiaro che dopo la manifestazione di Reggio Calabria, vuole avocare a sé anche quello del Lavoro e delle Politiche Sociali, attraverso la convocazione al Viminale dei sindacati.

E il Collis Viminalis degli Interni?  Beh, quello riguarda il mitra, il Rosario, gli emigrati abbandonati al loro destino sulle barche, le magliette, le tute mimetiche e le divise della Croce Rossa, che fanno parte della coreografia di questo colle, in attesa del camice bianco per sostituire i medici che mancano in Italia. E soprattutto senza  dimenticare il permesso di sparare per difendersi, esercitando “Sicurezza”. Anelito e bisogno insopprimibile dell’italica gente, supportata  dal primo Ministro trasbordante, in attesa di usurpare  anche la delega a Giorgetti per lo sport, in modo di fare esercitare obbligatoriamente a tutti gli italiani, il tiro al bersaglio con la pistola familiare di ordinanza tenuta sotto il cuscino. E la Costituzione?  Quando non è per l’autonomia padano-lombardo-veneta, il “me ne frego” sembra suggerire che si debba rivoltare come un pedalino. Trasformando il Parlamento, se non proprio in un “bivacco sordo di manipoli”, in qualche baita alpina che gli somigli. Purché rimanga lontana, isolata e silenziosa.

Siccome non credo molto al fascismo eterno e ai rigurgiti mussoliniani di massa, quello che invece mi preoccupa molto in Salvini e nel salvinismo, sono il tifo per Boris Johnson, previsto  futuro premier britannico decisissimo più della May a lasciare l’Europa; l’innamoramento per Orban, Putin e Trump; e la strizzatina d’occhi a Steve Bannon, in convento sui colli Albani con le sue scuole antibergogliane. Mi allarma il silenzio assordante e totale degli studiosi su queste esondazioni; il cinema muto di quegli ormai pochi intellettuali di stampo liberale, socialdemocratico e  cattolico rimasti in vita; il  soprassedere della stampa quotidiana da cui devo estrarre la sorprendente eccezione del quotidiano Avvenire (sulla televisione pubblica, ormai ridotta a cronaca nera per sviluppare e far crescere quella paura funzionale alla sicurezza salviniana, su quella privata asservita, e sui social che ci riducono in isolati e microscopici cittadini appesi ai pareri nervosi degli altri, lascio a ognuno di noi le considerazioni più opportune).

Rispetto a questa invasione di campo, mi impensierisce infine la calma piatta dei corpi intermedi, dell’associazionismo, della cittadinanza attiva, e degli stessi partiti di opposizione. Non si ode una sola parola, orientata a riportare fra le sue piante di vimini il garrulo “satanasso  pigliatutto”. Quel promettente Salvini ( n.b. che promette!) – che stordisce le coscienze impaurite degli italiani, ormai  disinteressati della democrazia e del bene comune, ma ahimè non più realtà virtuali o sondaggiate, ma, stando ai risultati delle Europee, realtà concrete  – ha forse in serbo la centralizzazione dei poteri e delle competenze ? Se non è così ha però sicuramente in serbo un attacco silenzioso e sorridente alla democrazia e al rispetto  dei ruoli  previsti  dalla nostra Costituzione troppo “sovietica”, (“… I ministri sono responsabili … individualmente degli atti dei loro dicasteri”, art. 95). Tutto questo col beneplacito incomprensibile di coloro che si dichiarano difensori della democrazia e del  bene comune.  Se Salvini pensa che sulla Sea-Watch ci sono solo 42 orologi ad acqua, scarichi dopo due settimane e pronti ad esaurirsi definitivamente,  bisogna allora che qualcuno lo avverta che sulla nave ci sono 42 persone. Se non ci sarà questa consapevolezza prima che sia troppo tardi, bisogna allora dare ragione a Carlo Maria Cipolla : “… sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione “, i quali, aggiungeva Robert Musil, pur esprimendo qualche forma di intelligenza e di passione per le novità, sono una “pericolosa malattia per la vita stessa “. 

Siamo avvertiti.

Liliana Ocmin: Una nuova Convenzione internazionale per liberare il mondo del lavoro da molestie e violenza

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro) 

La data del 21 giugno rappresenta un momento storico importantissimo nel cammino verso l’eliminazione delle molestie e della violenza nei luoghi di lavoro che vede vittime, purtroppo, soprattutto le donne. Nella cornice della chiusura dei lavori della 108° Conferenza Internazionale dell’OIL, che ha visto la partecipazione di oltre 5.700 delegati tra rappresentanti di governo, dei lavoratori e datori di lavoro dei 187 Stati membri dell’OIL, è stata approvata a larga maggioranza una nuova Convenzione, accompagnata da una Raccomandazione, per porre un freno al dilagare della violenza e delle molestie nei diversi contesti produttivi.  La nuova Convenzione ha registrato 439 voti a favore, 7 contrari e 30 astenuti, mentre la Raccomandazione ha totalizzato 397 voti a favore, 12 contrari e 44 astenuti. I rappresentanti hanno adottato, inoltre, in occasione del Centenario dell’Organizzazione, una Dichiarazione per incentrare in futuro il lavoro sulla persona, in linea con il messaggio di Papa Francesco ai partecipanti, in cui viene sottolineata l’importanza del lavoro non solo come fonte di reddito ma anche come mezzo per elevare la dignità della persona, elogiando in questo l’operato, l’impegno e l’esistenza stessa dell’OIL. 

Da tempo il Coordinamento nazionale donne e la Cisl erano impegnati a supporto della Campagna promossa dal Comitato donne del sindacato internazionale Ituc proprio per sostenere e far adottare una Convenzione e Raccomandazione OIL che vincolasse tutti i paesi aderenti ad intraprendere iniziative concrete contro questo subdolo fenomeno. L’importanza del risultato, infatti, sta anche  nella peculiarità dello strumento Convenzione, in quanto giuridicamente vincolante a livello internazionale, e della relativa Raccomandazione quale guida e orientamento nell’applicazione corretta delle norme e dei principi contenuti nella Convenzione stessa. Si è trattato di un percorso lungo e faticoso ma alla fine l’obiettivo che in tanti si erano prefisso è stato finalmente raggiunto.

La nuova norma, che si propone di proteggere tutti i lavoratori e le lavoratrici a livello globale, a prescindere dal loro status contrattuale, include anche il personale in formazione, in tirocinio e apprendistato, volontari, persone in cerca di lavoro, candidati al lavoro e parti terze. Riconosce, inoltre,  come potenziali vittime anche coloro che esercitano autorità, doveri o responsabilità propri di un datore di lavoro. 

La violenza e le molestie vengono ricondotte ad un insieme di comportamenti che mirano o possono provocare danni fisici, psicologici, sessuali o economici. Ora spetta agli  Stati membri mettere in campo tutte le iniziative necessarie per assicurare in ogni luogo di lavoro tolleranza zero contro questi fenomeni.

Come Coordinamento  nazionale donne salutiamo la firma di questo Trattato, primo del genere a livello mondiale,  come una grande vittoria di civiltà. Aver trovato il giusto punto di condivisione tra tutti i delegati, per fare convergere i voti su un documento che rappresenta un altro passo in avanti per l’affermazione dei diritti di lavoratori e lavoratrici, soprattutto laddove ancora oggi il lavoro è sfruttamento e schiavitù, è un grande risultato e certamente non scontato. Le molestie e la violenza sul lavoro, purtroppo esistono, seppur a stadi differenti, in tutto il pianeta. Il nostro impegno futuro, oltre a portare avanti quanto stiamo facendo nei nostri territori in attuazione dell’Accordo Quadro europeo in materia,  attraverso la conclusione di nuovi accordi e la nascita di nuovi sportelli di ascolto e servizi per le vittime, si dovrà concentrare sulla fase della ratifica per far sì che la Convenzione n. 190/2019 si traduca al più presto in provvedimenti concreti. Il Trattato, di fatti, entrerà in vigore solo 12 mesi dopo la ratifica di almeno due Stati membri. 

Oggi, comunque, possiamo tranquillamente affermare che il mondo del lavoro si avvia ad essere un luogo più rispettoso della dignità di tutte e di tutti coloro che vi operano.

Leopardi o tartarughe?

Tratto dall’edizione del 26 giugno dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

La conoscenza che gli europei hanno delle culture africane è stata fortemente condizionata dalla visione di un continente sine historia, di matrice coloniale. Un’interpretazione che trova la sua sintesi nel pensiero del filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il quale, nella sua «Filosofia della Storia» del 1831, scrisse che l’Africa «non è una parte del mondo storico, essa non presenta alcun movimento o sviluppo, e quello che è avvenuto in essa nella sua parte settentrionale appartiene al mondo asiatico ed europeo». Pertanto, il marchio di subalternità impresso sul continente è risultato per molto tempo funzionale al distanziamento e all’alterizzazione in cui si confinava un’Africa disprezzata perché considerata senza scrittura e senza Storia. Eppure, mai come oggi, sarebbe auspicabile che si tenesse maggiormente conto dello straordinario deposito di saperi Afro, non foss’altro perché la moderna ricerca storiografica dovrebbe e potrebbe consentire il superamento del pregiudizio.

Purtroppo, dobbiamo constatare che le indagini rimangono spesso recluse nel campo di ricerca degli specialisti all’interno delle accademie (etnologi, antropologi e, più ancora, linguisti) senza intercettare sufficientemente il grande pubblico. Basterebbe solo pensare al valore immenso della tradizione orale africana che, anche nella contemporaneità, continua a nutrire e plasmare le culture autoctone, manifestandosi in ogni genere di comunicazione.

A questo proposito è degna di menzione l’osservazione del professor Alessandro Triulzi, docente di Storia dell’Africa all’Università degli Studi di Napoli: «[Noi africanisti italiani] abbiamo studiato più gli Stati e i loro sviluppi storici esterni che non le società e i loro percorsi interni di crescita. Abbiamo privilegiato le ricerche di archivio più di quelle sul terreno. Più la storia degli apparati e delle legislazioni coloniali che non l’incontro tra colonizzati e colonizzatori che ha caratterizzato l’azione di dominio e di forzata coabitazione di ogni “situazione coloniale”. È di conseguenza mancato quel fertile incontro di fonti scritte e di storia orale, di storia coloniale e di storia africana, di continui negoziati e rimandi fra ricercatori, fonti ed esperienze storiche e culturali diverse che hanno dato i frutti più consistenti e innovativi nella ricerca africanistica internazionale».

Detto questo, non sono comunque trascurabili le difficoltà che gli scrittori africani incontrano nel trovare degli editori disposti a pubblicare nei loro rispettivi Paesi. Date le caratteristiche del mercato librario, l’editoria africana versa in condizioni di estrema difficoltà, soprattutto per la concorrenza che proviene dalle multinazionali e per il fatto che i libri sono sempre troppo costosi per la maggioranza dei lettori africani. Motivo per cui la maggior parte degli autori mirano, più o meno intenzionalmente, al mercato internazionale, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Questo dell’editoria africana è un ambito in cui la cooperazione allo sviluppo dovrebbe decisamente intervenire, affermando il mutuo vantaggio nella conoscenza d’ogni genere di alterità. Per dirla con le parole di Francis Scott Fitzgerald, «questa è fra le cose più belle della letteratura: scopri che i tuoi desideri sono universali, che non sei solo, che non sei isolato da nessuno. Sei parte di».

Ma andando al di là delle possibili generalizzazioni, è evidente che oggi non sia possibile parlare di una letteratura Afro al singolare, essendo comunque le produzioni nazionali, pur nei limiti sopra esposti, ricche e variegate. Naturalmente, la lista degli autori africani è comunque lunga e multiforme. Basti pensare al compianto statista senegalese Léopold Sédar Senghor, accademico di Francia, letterato, poeta di fama internazionale o al keniano Ngugi wa Thiong’o, scrittore, poeta e drammaturgo, considerato uno dei principali autori del continente. Da segnalare, in particolare la tradizione narrativa nigeriana, approdata in Italia con autori del calibro del Nobel per la letteratura Wole Soyinka, del poeta e romanziere Ben Okri o del grande Chinua Achebe, scomparso nel 2013. In riferimento a quest’ultimo, è doveroso segnalare nel 1990 la pubblicazione, in Italia, di «Viandanti della storia», con un’introduzione critica redatta da Itala Vivan, in cui viene illustrata con grande efficacia la lettura politica della contemporaneità compiuta dal grande narratore epico nigeriano. Sovviene, in conclusione, una bellissima fiaba tratta proprio dal romanzo di Achebe, in cui viene riportato il colloquio tra un leopardo e una tartaruga in articulo mortis. Quest’ultima, chiese un favore prima di morire: un minuto per preparare il suo animo; il leopardo, che da tempo cercava di catturare la preda, non trovò alcunché di male nel soddisfare la richiesta della sua vittima. «Ma invece di restare immobile come il leopardo si aspettava, la tartaruga cominciò a fare strani movimenti frenetici sulla strada, grattando con le mani e con i piedi e gettando sabbia in tutte le direzioni. “‘Perché fai così?” chiese il leopardo perplesso. La tartaruga rispose: “‘Perché vorrei che dopo la mia morte tutti quelli che passano di qui dicessero “Sì, qui qualcuno ha lottato contro un suo pari”. Ecco gente questo è quanto stiamo facendo noi. Stiamo lottando. Forse per nessun altro fine se non che quanti verranno dopo di noi possano dire: È vero, i nostri padri furono sconfitti, ma almeno ci provarono».

I protagonisti di «Viandanti della Storia», Chris e Ikem, muoiono opponendosi a un regime militare che determina confusione, pessimismo e sopraffazione. Il romanzo, finemente politico, di Achebe fa una dura analisi della Nigeria in un periodo della storia successivo al grande slancio nazionalistico che l’aveva portata all’indipendenza. Chris e Ikem sono degli eroi destinati a morire, ma che cercano lo stesso di lasciare un segno della propria lotta nel nome della libertà e della giustizia. In un mondo globalizzato, dove l’idealità sembra essere scavalcata da un pragmatismo esacerbante, sradicato dai valori, il tentativo di Achebe è quello di riflettere sugli interrogativi più tormentosi che assillano la società. Anche la letteratura africana può aiutare, in questa prospettiva, a comprendere il vissuto di popoli lontani dall’Occidente ma paradossalmente vicini nel villaggio globale.

Forse la differenza tra noi e loro risiede nella consapevolezza: loro di morire da tartarughe, mentre noi ignoriamo un simile destino costretti però a vivere come se niente fosse. Ma in questo mondo che ci appartiene, tutti abbiamo la grande responsabilità di consegnare ai posteri l’impegno condiviso per un mondo migliore.

Carlo Donat-Cattin, un Popolare nella DC

Fonte Associazioni Popolari

Esattamente cento anni fa nasceva a Finale Ligure Carlo Donat-Cattin. La Fondazione torinese a lui intitolata ha già proposto per ricordarlo autorevoli testimonianze e biografie ricche di spunti che ne hanno messa in luce la poliedrica e luminosa carriera. Vogliamo qui tratteggiarne la figura attingendo dai suoi discorsi parlamentari, raccolti in due ponderosi volumi editi dalla Camera dei Deputati, che lo avrebbe visto protagonista per cinque legislature dal 1958 al 1979, per poi passare al Senato nelle tre legislature successive. Il giornalista, partigiano, sindacalista Donat-Cattin sarebbe forse anche stato eletto prima del ‘58, se non si fosse guadagnato la nomea di “democristiano scomodo”: nel 1953 il potentissimo presidente dell’azione cattolica Luigi Gedda si oppone al suo inserimento nelle liste per le elezioni politiche: È un militante scomodo, che difficilmente si adatta, con disciplina, alla linea politica decisa dal vertice del partito.

Se è diventato famoso come Ministro del Lavoro o, come lui preferiva dire, Ministro dei lavoratori, non stupisce che sia stato assertore della necessità di un trasferimento di parti del reddito nazionale e anche del potere politico a favore dei lavoratori dipendenti. Attento alle loro necessità di vita (Il primo problema è quello degli affitti), chiede il blocco degli sfratti e la costruzione di edilizia popolare:È estremamente difficile invitare i lavoratori alla calma nelle loro richieste quando i padroni di casa non si comportano ugualmente con i canoni d’affitto, lamentando aumenti dell’80- 90 % negli ultimi quattro anni(25 luglio 1963).

L’attenzione alle spinte sociali comporta a volte proposte audaci come quella di fissare un tetto massimo alle pensioni, mettendo in pericolo consolidati privilegi e causando furibonde reazioni:Toccati sul vivo i gruppi privilegiati reagiscono. Io ho visto alcuni giornalisti (e Donat-Cattin era anche lui giornalista) giungere al livello della diffamazione… si è passati alle minacce, agli ostracismi, alle telefonate notturne e diurne a veri e propri atti di mafia, ricattatori e minacciosi verso le persone che hanno presentato questo emendamento (29 marzo 1969). Non era raro che con i suoi interventi si attirasse gli applausi dal settore di sinistra del Parlamento.

Chi se non Donat-Cattin avrebbe potuto portare a compimento la legge 300, che passerà alla storia come lo Statuto dei lavoratori? Lo strumento per un’affermazione dura e precisa dei diritti dei lavoratori che, come cittadini partecipano alla costruzione di una Repubblica fondata sul lavoro e vogliono che sia riconosciuta la possibilità di organizzazione e di manifestazione dei loro interessi, che essi sanno autonomamente inquadrare nel contesto degli interessi nazionali (14 maggio 1970).

In parallelo con le lotte operaie, sono gli anni in cui si manifesta la protesta degli studenti, che pochi democristiani compresero nelle ragioni, nelle prospettive e nelle possibili derive che si sarebbero manifestate negli Anni Settanta. Donat-Cattin è tra i pochi a considerare le motivazioni di fondo del movimento studentesco che avverte la necessità di rapporti di collegamento con il movimento operaio. Il Sessantotto deve essere interpretato e indirizzato dalla politica: Tocca alle forze politiche mettere il movimento operaio, il movimento studentesco e ogni altra forza viva di fronte a scelte organiche. In tal modo si differenzieranno le spinte estremiste e velleitarie da quelle con reale capacità di trasformazione, le linee settoriali da quelle politiche senza definizioni aprioristiche, senza preclusioni dottrinarie e ideologiche che nascondono molte volte intenzioni di difesa del proprio esclusivo potere (10 luglio 1968).

Se il suo ruolo di Ministro del Lavoro è certo il più conosciuto, nei suoi discorsi parlamentari troviamo anche profonde analisi e intuizioni su temi allora secondari, ma divenuti di sorprendente attualità, come la riforma del sistema radio televisivo dibattuta nel 1973 di fronte alle pionieristiche TV via cavo. Donat-Cattin prefigura e combatte un processo di concentrazione massiccio e limitatore del diritto all’informazione, che è proprio di tutti i cittadini, nella misura in cui queste trasmittenti finissero nelle mani di pochi e potenti. Una equilibrata ripartizione dei proventi pubblicitari e un democratico regolamento del diritto di accesso a tutti i mezzi con i quali si possono comunicare la propria idea e il proprio indirizzo agli altri sono scelte capaci di ovviare alla concezione di un vecchio liberismo, del diritto alla libertà di stampa e del diritto di comunicare le proprie idee riservato a che ha grandi mezzi finanziari, entrando invece in una logica che corrisponde alla nostra concezione di democratici cristiani: quella della saldatura delle libertà attraverso la valorizzazione della realtà della società, delle sue forze collettive, delle forze intermedie, delle autonomie locali.

Questo delle Autonomie è un tema cardine del popolarismo. Non risulta che il trentenne torinese abbia avuto modo di incontrare Luigi Sturzo, e rimane solo la coincidenza che la sua nascita coincida con la fondazione del Partito popolare italiano. Ma in alcuni ambiti è evidente il filo che lega Carlo Donat-Cattin al popolarismo sturziano. Un altro dei temi forti in comune è l’attenzione al problema più antico dello stato italiano: la questione meridionale. Come scrisse il napoletano Francesco Compagna: Lui, ligure-piemontese, è stato il miglior ministro dei meridionali. Per Donat-Cattin l’industrializzazione del Mezzogiorno non si può ottenere con lo strumento prevalente o esclusivo delle partecipazioni statali, neppure con la somma di poche decisioni sensazionali relative a iniziative mastodontiche, forse elettoralmente produttive nel breve termine ma in fondo sterili. Al Sud occorre un’industrializzazione competitiva, diversificata e auto-propulsiva. Ma l’industrializzazione non può essere sufficiente da sola: occorrono anche il riassetto delle strutture e delle funzioni dell’amministrazione pubblica e un forte intervento in agricoltura, una leva che può attivare la maggiore riserva esistente e il prevalente potenziale di imprenditorialità interni al Mezzogiorno (dicembre 1973).

Non solo sul Mezzogiorno è forte e diretto il legame con il pensiero di Luigi Sturzo, ripreso a piene mani nel discorso tenuto durante la seduta del 12 agosto 1979: Noi non siamo marxisti né liberali. Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera di educatori, intellettuali, imprenditori, scienziati chiamati alla vita sociale dall’ispirazione cristiana. Siamo popolo nell’accezione sociologica, chiamato alla politica secondo una spinta partita dalla base del mondo cattolico, alla conquista di una dimensione laica. Siamo i continuatori della tradizione politica del popolarismo. (…) La validità della nostra concezione è piena, proiettata al futuro, ed è di per sé garante del nostro essere assai diversi da un polo conservatore.

Se forte è stato il legame con il popolarismo, altrettanto saldo, nel corso della sua intera vita politica, si è mantenuto quello con l’ispirazione cristiana, sempre però declinata nell’intimo e con discrezione sabauda, inscindibilmente unita ad un altro dei fondamenti della concezione politica di Sturzo, la laicità. Da Ministro della Sanità dovette affrontare delicate questioni su biogenetica, e aborto. Seppe rispettare la Legge 194, sottolineando in particolare la bontà della prima parte che tratta del sostegno alla vita e del rifiuto dell’aborto come mezzo per il controllo delle nascite. Una legge ad adiuvandum, dunque, perché invece che all’aborto la donna possa giungere alla maternità, in partenza negata per esistenti difficoltà (5 luglio 1988). E per questo destinò ai consultori cifre in bilancio ben più corpose dei predecessori.

L’attenzione alla qualità della vita delle persone non poteva dimenticare la condizione degli anziani disponendo che il servizio sanitario organizzasse anche l’assistenza a domicilio, cercando il coinvolgimento, non solo economico, delle famiglie: Mi pareva strano che, sostenendo il valore della famiglia come dato primario di assistenza e di benessere dell’anziano (questa è la nostra convinzione, tanto che affidiamo una priorità all’assistenza a domicilio), poi si pretendesse che nell’assistenza a domicilio tutte le spese fossero a carico dello stato senza alcun contributo della famiglia. Mi sembra un concetto di famiglia fatto solo di buoni sentimenti, ma privo di atti concreti: la solidarietà famigliare dovrebbe esprimersi pure in relazione alla capacità di reddito di ciascuno. È chiaro che in mancanza di tale capacità, interviene sussidiariamente lo Stato con una propria partecipazione.

Chiudo questo ricordo del “Senatore”, come lo chiamavamo noi giovani di Forze Nuove affacciati alla politica negli anni Ottanta, con le parole che il presidente del Senato Spadolini gli dedicò durante la commemorazione ufficiale il 27 marzo 1991, pochi giorni dopo la scomparsa: Un uomo che ebbe molti avversari, che non si tirò indietro nei momenti drammatici che segnarono profondamente la sua esperienza anche personale, ma un uomo di cui tutti, anche gli oppositori più decisi, hanno dovuto sottolineare la forte personalità, il senso profondo e tormentato della libertà e della democrazia che sempre lo ispirò, la lealtà e l’intelligenza critica che fecero di lui una figura inedita nella vita politica italiana, con il coraggio di difendere sempre le opinioni ed i valori che aveva posto a fondamento della propria vita, anche a costo dell’impopolarità.

Gli insorti dello Yemen e la crisi iraniano americana

Lo scontro tra Iran e Stati Uniti è alimentato anche la questione yemenita.

Infatti gli insorti huthi, considerati vicini a Teheran, hanno rivendicato i raid aerei che nelle ultime ore hanno colpito obiettivi militari e civili sauditi (l’Arabia Saudita fa parte di una coalizione, sostenuta dagli Stati Uniti, che appoggia il governo locale contro i ribelli).

Gli insorti hanno anche rivendicato un bombardamento, sempre con droni, contro l’aeroporto militare di Jizan, non lontano dal confine con lo Yemen, e hanno minacciato esplicitamente l’Arabia Saudita di nuovi attacchi.

Teheran, inoltre, ha sempre espresso solidarietà e affinità ideologica con l’insurrezione huthi ma ha sempre negato ogni legame organico con i miliziani.

Anche se poi nei fatti sembra che succeda il contrario

Istat: pressione fiscale nei primi tre mesi al 38%, top dal 2015

Nel primo trimestre 2019 l’indebitamento netto delle AP in rapporto al Pil è stato pari al 4,1% (4,2% nello stesso trimestre del 2018).

Il saldo primario delle AP (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato negativo, con un’incidenza sul Pil dell’1,3% (-0,9% nel primo trimestre del 2018).

Il saldo corrente delle AP è stato anch’esso negativo, con un’incidenza sul Pil dell’1,6% (-1,5% nel primo trimestre del 2018).

La pressione fiscale è risultatat del 38,0%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,9% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti in termini nominali dello 0,2%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari all’8,4%, in aumento di 0,7 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

A fronte di una variazione nulla del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto delle famiglie è anch’esso cresciuto rispetto al trimestre precedente dello 0,9%.

La quota di profitto delle società non finanziarie è scesa al 40,7%, 0,6 punti percentuali più bassa rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento del settore, pari al 21,1%, è diminuito di 0,4 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa compie 175 anni

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa. L’istituzione, conosciuta anche come ‘Apostolato della Preghiera’ e fondata in Francia il 3 dicembre 1844 dal padre gesuita Francesco Saverio Gautrelet, compie 175 anni dalla sua nascita e 10 dalla rifondazione approvata nel 2014 da Papa Francesco.

All’incontro prenderanno parte più di 6.000 persone – di 52 delegazio­ni – provenienti dal mondo intero.

L’iniziativa partirà il 28 giugno, solennità del Cuore di Gesù, con una grande celebrazione nell’Aula Paolo VI in Vaticano alla quale prenderà parte il Santo Padre.

I lavori continueranno anche il giorno seguente con l’incontro dei direttori e dei coordinatori nazionali, a quali si uniranno i responsabili del ramo giovanile dell’organizzazione, il Meg.

Un bollino blu per le discoteche sicure

“Il divertimento gestito e controllato è più sicuro”, ha detto il titolare del Viminale, Matteo Salvini, durante l’incontro con i rappresentanti delle maggiori associazioni del settore dei locali di divertimento. Con loro è stato aperto un confronto in relazione a una bozza di protocollo per migliorare la sicurezza nei locali d’intrattenimento, che sarà firmata a breve. Nell’intesa, ha sottolineato il ministro, “chiediamo un maggiore sforzo in termini di prevenzione e controllo ai gestori dei locali, e garantiamo maggiori interventi per prevenire l’abusivismo e minor burocrazia”. In questa iniziativa saranno coinvolti anche i Comuni e la Siae. Il protocollo renderà più sicure le discoteche in regola e smaschererà i locali che non rispondono agli standard richiesti. Accertare la sicurezza in senso tecnico portando alla luce con più facilità chi non rispetta le regole sarà un passo importante in termini di legalità e salute.

Alla conferenza stampa erano presenti, tra gli altri, il capo della Polizia, Franco Gabrielli, e i rappresentanti delle associazioni di categoria Maurizio Pasca (Silb Fipe), Luciano Zanch (Asso Intrattenimento) e Mauro Maggi (Fiepet Confesercenti). Per quanto riguarda le discoteche un altro aspetto importante è quello che troppo spesso segue alle notti da sballo: tanti, troppi gli incidenti, le risse e le aggressioni fuori dei locali. Intemperanze o efferatezze quasi sempre legate al consumo di alcol e droghe senza troppi controlli.

Secondo il Report al Parlamento relativo all’utilizzo di sostanze stupefacenti tra i giovani (2018), la cannabis rimane la sostanza illegale più utilizzata tra i 15 e i 19 anni, seguita, nell’ordine, dalle nuove sostanze psicoattive: spice, cocaina, stimolanti, allucinogeni ed eroina. Nel 2017 il 34,2% degli intervistati ha riferito di aver utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita, mentre il 26% ha detto di averlo fatto nel corso dell’ultimo anno (circa 670.000 ragazzi). Tra questi ultimi, l’89,5% ha assunto una sola sostanza illegale e il restante 10,5% è definibile “poliutilizzatore”, avendo assunto due o più sostanze. Il 16,7% degli under 20 ha utilizzato sostanze psicoattive illegali nel mese in cui è stato condotto lo studio e il 3,9% ne ha fatto un uso frequente, ha cioè utilizzato 20 o più volte cannabis e/o 10 o più volte le altre sostanze illegali (cocaina, stimolanti, allucinogeni, eroina) negli ultimi 30 giorni. Il confronto con i risultati delle precedenti rilevazioni evidenzia come negli ultimi cinque anni il consumo nel corso della vita sia leggermente aumentato, mentre per le altre forme di consumo si è assistito a una sostanziale stabilizzazione. I dati rivelano che il 33,6% dei giovani (circa 870.000) ha utilizzato cannabis almeno una volta nella vita, il 25,8% (circa 670.000) ne ha fatto uso nel corso del 2017, il 16,4%, (circa 420.000) ha riferito di averla consumata nel corso del mese di svolgimento dello studio e il 3,4% ha dichiarato di averla consumata frequentemente (20 o più volte nell’ultimo mese).

Sono circa 360.000 (13,9%) i ragazzi che hanno utilizzato almeno una volta nella vita una o più delle cosiddette nuove sostanze psicoattive (cannabinoidi sintetici, oppiodi sintetici). Coloro che riferiscono di avere sperimentato la cocaina almeno una volta nella vita sono poco più di 88.000 (3,4%), 49.000 quelli che ne hanno fatto uso nel corso del 2017 (1,9%) e quasi 33.000 quelli che l’hanno usata nel mese antecedente la compilazione del questionario (1,3%). L’1,1% degli studenti (circa 28.000) riferisce di aver fatto uso di eroina almeno una volta nella vita; lo 0,8% (oltre 20.000) l’ha assunta almeno una volta nel 2017 e lo 0,6% (15.500).

In Brasile è emergenza dengue

In Brasile continua l’emergenza legata alla febbre dengue, la malattia infettiva tropicale causata dalla zanzara Aedes. Secondo il ministero della Salute locale le morti negli ultimi sei mesi sono aumentate del 163% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In tutto le persone decedute a causa della malattia dal 30 dicembre all’8 giugno sono state 366.

Gli esperti del dicastero brasiliano hanno registrato inoltre un totale di 1,1 milioni di probabili casi di dengue, con un aumento del 561% rispetto ai primi sei mesi del 2018.

La dengue è causata da quattro virus molto simili (Den-1, Den-2, Den-3 e Den-4) ed è trasmessa agli esseri umani dalle punture di zanzare che hanno, a loro volta, punto una persona infetta. Non si ha quindi contagio diretto tra esseri umani, anche se l’uomo è il principale ospite del virus. Il virus circola nel sangue della persona infetta per 2-7 giorni, e in questo periodo la zanzara può prelevarlo e trasmetterlo ad altri.

Normalmente la malattia dà luogo a febbre nell’arco di 5-6 giorni dalla puntura di zanzara, con temperature anche molto elevate. La febbre è accompagnata da mal di testa acuti, dolori attorno e dietro agli occhi, forti dolori muscolari e alle articolazioni, nausea e vomito, irritazioni della pelle che possono apparire sulla maggior parte del corpo dopo 3-4 giorni dall’insorgenza della febbre. I sintomi tipici sono spesso assenti nei bambini.

La diagnosi è normalmente effettuata in base ai sintomi, ma può essere più accurata con la ricerca del virus o di anticorpi specifici in campioni di sangue.

Non esiste un trattamento specifico per la dengue, e nella maggior parte dei casi le persone guariscono completamente in due settimane. Le cure di supporto alla guarigione consistono in riposo assoluto, uso di farmaci per abbassare la febbre e somministrazione di liquidi al malato per combattere la disidratazione. In qualche caso, stanchezza e depressione possono permanere anche per alcune settimane.

Anche se la malattia può svilupparsi sotto forma di febbre emorragica con emorragie gravi da diverse parti del corpo che possono causare veri e propri collassi e, in casi rari, risultare fatali.

Don Milani: l’obbedienza non è più una virtù

Oggi ricorre l’anniversario della morte di un grande parroco, il parroco di Barbiana, vogliamo ricordarlo pubblicando una sua lettera di risposta ai cappellani militari.

Lettera ai cappellani militari

Da tempo avrei voluto inviare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.

Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.

Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.

Primo perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch’io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore. Secondo perché avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi.

Nel rispondermi badate che l’opinione pubblica è oggi più matura che in altri tempi e non si contenterà né d’un vostro silenzio, né d’una risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi fossero sfuggite cose non giuste. Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona. Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei. Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa. Mi riferirò piuttosto alla Costituzione. Articolo 11. « L’ Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…». Articolo 52. « La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino ». Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia. Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidenti aggressioni, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, le repressioni di manifestazioni popolari? Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri « superiori » sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza. Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l’anno) l’esercito, è solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che alla obbedienza. L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo. Scorriamo insieme la storia. Volta volta ci direte da che parte era la Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando occorreva obiettare. 1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell’idea di Patria, tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei briganti c’erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria. Per l’appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza d’ Italia un monumento come eroe della Patria. A 100 anni di distanza la storia si ripete: 1’ Europa è alle porte. La Costituzione è pronta a riceverla: « L’ Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie… ». I nostri figli rideranno del vostro concetto di Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti rideranno dell’ Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le vedranno solo nei musei. La guerra seguente 1866 fu un’altra aggressione. Anzi c’era stato un accordo con il popolo più attaccabrighe e guerrafondaio del mondo per aggredire 1’Austria insieme. Furono aggressioni certo le guerre (1867-1870) contro i Romani i quali non amavano molto la loro secolare Patria, tant’è vero che non la difesero. Ma non amavano molto neanche la loro nuova Patria che li stava aggredendo, tant’è vero che non insorsero per facilitarle la vittoria. Il Gregorovius spiega nel suo diario: « L’insurrezione annunciata per oggi, è stata rinviata a causa della pioggia ». Nel 1898 il Re «Buono » onorò della Gran Croce Militare il generale Bava Beccaris per i suoi meriti in una guerra che è bene ricordare. L’avversario era una folla di mendicanti che aspettavano la minestra davanti a un convento di Milano. Il Generale li prese a colpi di cannone e di mortaio solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare tasse. Volevano sostituire la tassa sulla polenta con qualcosa di peggio per i poveri e di meglio per loro. Ebbero quel che volevano. I morti furono 80, i feriti innumerevoli. Fra i soldati non ci fu né un ferito né un obiettore. Finito il servizio militare tornarono a casa a mangiare polenta. Poca perché era rincarata. Eppure gli ufficiali seguitarono a farli gridare « Savoia » anche quando li portarono a aggredire due volte (1896 e 1935) un popolo pacifico e lontano che certo non minacciava i confini della nostra Patria. Era l’unico popolo nero che non fosse ancora appestato dalla peste del colonialismo europeo. Quando si battono bianchi e neri siete coi bianchi? Non vi basta di imporci la Patria Italia? Volete imporci anche la Patria Razza Bianca? Siete di quei preti che leggono la Nazione? Stateci attenti perché quel giornale considera la vita d’un bianco più che quella di 100 neri. Avete visto come ha messo in risalto l’uccisione di 60 bianchi nel Congo, dimenticando di descrivere la contemporanea immane strage di neri e di cercarne i mandanti qui in Europa? Idem per la guerra in Libia. Poi siamo al ‘14. L’ Italia aggredì 1’Austria con cui questa volta era alleata. Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una « inutile strage »? (l’espressione non è d’un vile obiettore di coscienza ma d’un Pa
pa). Era nel ‘22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con 1’Obbedienza « cieca, pronta, assoluta » quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra « Patria », quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono anche la Chiesa). Nel ‘36 cinquantamila soldati italiani si trovarono imbarcati verso una nuova infame aggressione. Avevano avuto la cartolina di precetto per andar « volontari » a aggredire l’infelice popolo spagnolo. Erano corsi in aiuto d’un generale traditore della sua Patria, ribelle al suo legittimo governo e al popolo suo sovrano. Coll’aiuto italiano e al prezzo d’un milione e mezzo di morti riuscì a ottenere quello che volevano i ricchi: blocco dei salari e non dei prezzi, abolizione dello sciopero, del sindacato, dei partiti, d’ogni libertà civile e religiosa. Ancora oggi, in sfida al resto del mondo, quel generale ribelle imprigiona, tortura, uccide (anzi garrota) chiunque sia reo d’aver difeso allora la Patria o di tentare di salvarla oggi. Senza l’obbedienza dei « volontari » italiani tutto questo non sarebbe successo. Se in quei tristi giorni non ci fossero stati degli italiani anche dall’altra parte, non potremmo alzar gli occhi davanti a uno spagnolo. Per l’appunto questi ultimi erano italiani ribelli e esuli dalla loro Patria. Gente che aveva obiettato. Avete detto ai vostri soldati cosa devono fare se gli capita un generale tipo Franco? Gli avete detto che agli ufficiali disobbedienti al popolo loro sovrano non si deve obbedire? Poi dal ‘39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l’altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia). Era la guerra che aveva per l’Italia due fronti. L’uno contro il sistema democratico. L’altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l’umanità si sia data. L’uno rappresenta il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri. L’altro il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e eguaglianza ai poveri. Non vi affannate a rispondere accusando l’uno o l’altro sistema dei loro vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa c’era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d’ogni valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi. Negazione d’ogni giustizia e d’ogni religione. Propaganda dell’odio e sterminio d’innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del Signore dispersa nel mondo e sofferente). Che c’entrava la Patria con tutto questo? E che significato possono più avere le Patrie in guerra da che l’ultima guerra è stata un confronto di ideologie e non di Patrie? Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra « giusta » (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altro dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i « ribelli» quali i«regolari »?

È una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo per esempio quali sono i « ribelli »? Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare. Quell’obbedienza militare che voi cappellani esaltate senza nemmeno un « distinguo » che vi riallacci alla parola di San Pietro: « Si deve obbedire agli uomini o a Dio? ». E intanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro. In molti paesi civili (in questo più civili del nostro) la legge li onora permettendo loro di servire la Patria in altra maniera. Chiedono di sacrificarsi per la Patria più degli altri, non meno. Non è colpa loro se in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando in prigione. Del resto anche in Italia c’è una legge che riconosce una obiezione di coscienza. È proprio quel Concordato che voi volevate celebrare. Il suo terzo articolo consacra la fondamentale obiezione di coscienza dei Vescovi e dei Preti. In quanto agli altri obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata né contro di loro né contro di voi. La sentenza umana che li ha condannati dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili. Chi vi autorizza a rincarare la dose? E poi a chiamarli vili non vi viene in mente che non s’è mai sentito dire che la viltà sia patrimonio di pochi, l’eroismo patrimonio dei più? Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene. Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l’ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete letto la sua vita? Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo l’esempio e il comandamento del Signore è « estraneo al comandamento cristiano dell’amore » allora non sapete di che Spirito siete! che lingua parlate? Come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle? se non volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete! Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità. Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima. Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

L’impegno sociale tra profezia e concretezza

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Roamano a firma di Gualtiero Bassetti

Sabato 22 giugno, in occasione della festa di san Tommaso Moro, patrono di governanti e amministratori, la diocesi di San Marino -Montefeltro ha organizzato una giornata di riflessione e preghiera per i politici alla quale è intervenuto il presidente della Conferenza episcopale italiana che ha tenuto una relazione sull’impegno sociale nell’esperienza di Giorgio La Pira. Qui di seguito ampi stralci dell’intervento.

di Gualtiero Bassetti

Il tema — «L’impegno sociale fra profezia e concretezza» — è impegnativo ma, al tempo stesso, molto stimolante. Cercherò di sintetizzarlo in tre concetti, tre bussole che orienteranno la mia riflessione e che sono: l’impegno sociale come vocazione cristiana; la profezia come dono di Dio; l’eredità di La Pira nel mondo di oggi.

Iniziamo dalla prima bussola a cui prima ho fatto riferimento: l’impegno sociale come vocazione cristiana. Per sviluppare questo concetto bisogna porsi una domanda iniziale: chi è stato Giorgio La Pira? Egli può essere definito in molti modi: un politico, un professore universitario di diritto romano, un terziario domenicano oppure un terziario francescano. In moltissimi, ancora oggi, a Firenze lo ricordano come il «sindaco santo». Ognuna di queste definizioni è senza dubbio vera. A mio avviso, però, l’espressione migliore, quella che riesce a sintetizzare la sua versatile personalità, è quella che lo definisce come «un mistico in politica». […]

La sua vocazione politica, come scrisse Carlo Bo, era «il riflesso e l’eco della sua più antica e vera scelta religiosa» avvenuta nella notte di Pasqua del 1924. […] 

La Pira è colui che organizza le Conferenze di San Vincenzo e l’appuntamento settimanale della Messa di san Procolo; è l’insegnante universitario e l’autore de L’attesa della povera gente; è il terziario francescano e il sindaco di Firenze. Per usare le sue parole, il suo programma politico si “fondava” sulla “pagina più bella ed umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili”. L’impegno sociale e politico di La Pira, dunque, non è mai scisso dalla vocazione cristiana. Questo è uno snodo cruciale che va compreso pienamente. Ed è un modello di impegno civile a cui devono guardare, con umiltà, tutti i laici cristiani oggi impegnati in politica.

L’impegno politico per La Pira è stato infatti «un impegno di umanità e santità» che deve «poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità». La carità e la politica si fondono, in lui, in un legame indivisibile. E lo stesso legame tra carità e politica è al centro della predicazione di Papa Francesco. 

Nella Evangelii gaudium il Papa ha scritto chiaramente che “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune”. E in un discorso di qualche anno fa, a Cesena, il Papa ha ribadito con forza che la politica non può essere asservita “alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi” ma deve avere come unico grande obiettivo “il bene comune” dell’intera società, senza lasciarsi tentare dalla corruzione e senza lasciare ai margini della società i piccoli e i poveri. 

Il secondo aspetto su cui voglio soffermarmi riguarda la visione profetica di La Pira. Una visione profetica che era indubbiamente un dono di Dio e a cui La Pira era totalmente abbandonato senza opporre resistenze. È doveroso sottolineare che questa sua visione profetica lo ha fatto molto soffrire come hanno sofferto tutti gli uomini di Dio. A causa di questo sguardo, così profondo e lontano nella storia, La Pira è stato spesso etichettato come un ingenuo o un visionario, addirittura come un Savonarola dei nostri tempi.

Solo oggi riusciamo a cogliere la portata della sua visione. In questo periodo storico, infatti, lo sguardo lungo di La Pira assume un significato grandissimo. Proprio oggi, infatti, stiamo vivendo un grande “cambiamento d’epoca”, un eccezionale mutamento storico che ci obbliga a stare svegli, a guardare lontano e ad assumere una prospettiva globale, pur restando ben ancorati alla nostra storia, alle nostre tradizioni e ai nostri luoghi. Da questo punto di vista, la sua visione profetica è di fondamentale importanza: per la Chiesa intera e per l’Italia.

In questa sede voglio mettere in evidenza solo un aspetto del suo spirito profetico: la sua visione internazionale. La Pira viveva in un mondo molto diverso da quello attuale. Viveva in un mondo caratterizzato da un «crinale apocalittico» dominato dallo scontro tra le due superpotenze e dall’incubo nucleare. Eppure, in questo mondo così polarizzato e così armato, La Pira riesce ad opporre alla logica del conflitto, la supremazia del dialogo. Egli è stato uno dei più importanti costruttori della cultura del dialogo nel corso del XX secolo.

Un dialogo cercato con tutte le sue forze nei Paesi dell’Europa dell’Est e in Asia, in America Latina e in Africa. In questo sforzo incessante per il dialogo, il sindaco di Firenze traccia una strada: è il «sentiero di Isaia». Un sentiero di pace che si proponeva di arrivare al disarmo generale trasformando «i cannoni in aratri ed i missili e le bombe in astronavi». Un sentiero estremamente concreto e non fatto solo di discorsi e articoli.

Per raggiungere la pace, La Pira incontra personalmente molti Capi di Stato. In uno di questi incontri, conia una delle sue espressioni più note: «abbattere i muri e costruire i ponti». Un’immagine che mutuò da quello che vide al Cairo nel 1967 dopo aver incontrato il presidente egiziano Nasser. In quell’occasione vide «una squadra di operai abbattere i muri che erano stati costruiti davanti alle porte dell’albergo, come strumenti di difesa antiaerea». In quel gesto vide il simbolo di una grande azione politica e culturale. Bisognava abbattere «il muro della diffidenza» tra i popoli e costruire ponti di dialogo tra le genti. Occorreva, in definitiva, «non uccidere, ma amare».

E questo amore, questa ferrea volontà di dialogo, lo riferiva, per esempio, ad una zona del mondo a tutti noi molto cara: il Mediterraneo. Oggi possiamo dire che questo spirito di dialogo continua a vivere nonostante le intemperie del mondo. Da alcuni mesi, infatti, la Chiesa italiana sta lavorando per l’organizzazione di un incontro che abbiamo intitolato: Mediterraneo frontiera di pace. Incontro di riflessione e spiritualità. Un incontro che incarna la visione profetica di Giorgio La Pira, il quale, sin dalla fine degli anni ’50, aveva ispirato i “dialoghi mediterranei” anticipando lo spirito ecumenico che avrebbe soffiato, poi, con grande forza, nel Concilio Vaticano II. 

Oggi, attraverso questo incontro che si terrà a Bari nel febbraio 2020, abbiamo la possibilità di iniziare a mettere in pratica quella visione profetica partendo proprio da quel mare che La Pira chiamava “il grande lago di Tiberiade” e che metteva in comune i popoli della “triplice famiglia di Abramo”. Si tratta dunque di un’assise unica nel suo genere, promossa dalla Chiesa italiana, che permetterà l’incontro tra tutti i vescovi cattolici dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Un incontro basato sull’ascolto e sul discernimento comunitario. E soprattutto: un incontro che, valorizzando il metodo sinodale, si prefigge di compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e verso la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo. […] 

Infine, e vengo all’ultimo aspetto, occorre riflettere sull’eredità del Sindaco Santo nel mondo attuale. Cosa rimane oggi di La Pira? A mio avviso un’eredità profonda, sintetizzabile in tre concetti: la politica come missione e non come ricerca di un tornaconto personale; una tensione verso i poveri, i precari, gli sfruttati e gli emarginati; una ricerca della concretezza.

La Pira è stato uno dei simboli, non l’unico, ma sicuramente uno dei più importanti, di una stagione nobile del cattolicesimo politico in Italia. La stagione dello spirito costituente e della ricostruzione del Paese. La stagione di una generazione di cattolici colta, sobria e appassionata, che aveva conosciuto i disastri del fascismo, che combatteva il comunismo e che faceva politica come «un impegno di umanità e santità» senza cercare nulla per sé stessi.

Lo voglio dire semplicemente e con grande chiarezza: io penso che oggi l’Italia ha bisogno di tali personalità. Ha bisogno di uomini con il suo candore, con il suo spirito di servizio, con il suo essere controcorrente, con la sua integrità morale, con la sua audacia e, soprattutto, con la sua fede. Una fede che a volte lo faceva apparire ingenuo e fuori dal tempo agli occhi di molti suoi colleghi politici — perfino cattolici — ma che invece gli dava una forza inesauribile e un coraggio mai domo nel combattere le battaglie più diverse: dalla lotta per la pace, alla difesa della famiglia.

La Pira rappresenta, senza dubbio, quella fedeltà e quell’unità del magistero sociale della Chiesa Cattolica a cui tante volte mi sono richiamato. Un magistero unitario che non può essere strumentalizzato o dimenticato in alcune sue parti proprio oggi che viviamo in un mondo liquido, dove tutto sembra precario e incerto. Da un lato, le nuove tecnologie accompagnate dalla diffusione di un umanesimo ateo, come lo definiva il padre De Lubac, minano la statura ontologica dell’uomo e la salvaguardia del Creato. Dall’altro lato, una serie di nuove ideologie, spesso associate a visioni xenofobe e suprematiste, minacciano le basi di una convivenza civile e dialogante.

I laici cattolici, di fronte a questi richiami mondani che a volte possono essere addirittura suadenti, sono chiamati a testimoniare con coraggio martiriale la fede nel Risorto e ad assumere la sobrietà e la carità come stili di vita. La nostra società ha un grande bisogno di uomini e donne che non scendano a patti con la mondanità nichilista, con l’individualismo esasperato e con l’arroganza diffusa che, oggi, troppo spesso, si combina drammaticamente con la superficialità.

Giorgio La Pira, essendo un credente autentico e quindi un uomo libero che ha avuto il coraggio di sostenere opinioni scomode, non è mai sceso a patti con la mentalità di questo mondo. Per questo motivo, ancora oggi è un esempio di vita per tutti ed è un monito importantissimo per tutti coloro che rivestono incarichi di responsabilità.

Non bisogna mai dimenticare che l’unico vero grande obiettivo di La Pira è stato il bene comune. È stato il bene delle famiglie e dei giovani, dei disoccupati e delle aziende, degli anziani e degli ultimi. Questo bene comune si fonda sulla responsabilità e sulla carità verso i piccoli, gli indifesi e i poveri. E non si lascia tentare, in alcun modo, dall’arroganza del potere, dal consenso facile, dall’odio verso chi è diverso, dalla corruzione e dalla malavita.

C’è, infatti, una modalità di fare politica — che non fu certo del solo La Pira, ma che lui visse in maniera del tutto essenziale — che deve essere riconsegnata alle giovani generazioni: la politica come missione altissima e come capacità «di proporzionare le risorse ai bisogni», secondo il programma che espresse nel suo primo discorso da Sindaco di Firenze. La politica è la capacità degli uomini, della loro intelligenza e della loro volontà, di trovare le risorse per risolvere i problemi degli ultimi.

E per cercare di risolvere i bisogni più urgenti degli ultimi, egli non si nascondeva dietro a belle parole ma era estremamente concreto. La concretezza era una delle caratteristiche più importanti della visione lapiriana, che ancora oggi ci fa riflettere. Questa concretezza, infatti, si espresse su tutti i campi del sociale: dalle medicine al latte, distribuito quotidianamente nelle scuole per integrare la dieta dei bambini di Firenze; dalle case requisite, alla costruzione dell’Isolotto; dalla lotta contro i licenziamenti di massa, alla nazionalizzazione del Pignone e della Galileo. 

Oggi siamo chiamati ad ispirarci a questa concretezza in ogni ambito della nostra esistenza: nelle scuole e nelle città; nelle famiglie e nelle aziende; nella cura dei disoccupati e dei precari, come dei migranti. Occorre dare forma e sostanza alle parole. Non ci si può fermare solamente all’annuncio. Sono convinto, infatti, che gli uomini e le donne di buona volontà se mettono realmente l’interesse generale al primo posto possono veramente realizzare il bene comune per l’intero Paese.

Il Bene Comune è dunque il nostro unico obiettivo. È l’unica direzione verso la quale si muove l’impegno sociale dei cattolici. Un bene per tutti e non per pochi. Un bene che non cerca il potere, ma che desidera il servizio. Un bene che non vuole dividere, ma che si sforza ardentemente di condividere.

Olimpiadi, quando prevalgono le pregiudiziali.

Dunque, le Olimpiadi invernali del 2026 si faranno in Italia. A Milano e a Cortina. Così ha deciso il Cio e così, purtroppo, deve essere dopo la sciagurata decisione politica del Comune di Torino di ritrarsi dalla competizione e dopo una gestione da parte della Regione Piemonte del tempo alquanto morbida. Dico questo non solo perché, come neo Sindaco di Pragelato, una delle località olimpiche di Torino 2006, avrei preferito – come quasi tutti i piemontesi, del resto, – una soluzione diversa ma soprattutto perché rischiamo di gettare al vento un patrimonio e una potenzialità che ha concretamente premiato il territorio subalpino dopo le Olimpiadi invernali di 13 anni fa.

Ora, si tratta di capire come si definisce l’intero mosaico. Se il Sindaco di Milano, con la consueta arroganza e altezzosità, chiude ogni possibilità ad una potenziale collaborazione con il Piemonte sfruttando al meglio gli impianti attualmente a disposizione, e’ pur vero che non si può non raccogliere la sfida lanciata dal Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio per insistere, sino all’ultimo, sul coinvolgimento dei siti delle valli olimpiche di Torino 2006 in vista dell’evento internazionale del 2026. Al centro della discussione, infatti, c’è un solo tema: e cioè, il possibile risparmio di denaro pubblico per la costruzione e l’omologazione di tutti gli impianti per la realizzazione delle Olimpiadi invernali. Su questo, credo, verterà il dossier annunciato dal Presidente Cirio e che sarà sottoposto agli organismi preposti. A cominciare dal CONI e dal Governo con la speranza, seppur non remota, che non ci sia un muro pregiudiziale eretto dal Sindaco di Milano e dal Presidente della Regione Veneto.

Per il momento non resta che una amara conclusione. E cioè, ogniqualvolta la politica, e le relative scelte, sono il frutto di pregiudiziali e di pregiudizi ideologici, l’epilogo non può che essere nefasto e fallimentare. Come è puntualmente capitato con la scelta del Comune di Torino di ritirarsi dalla competizione favorendo così, e giustamente, altri territori e altre località. Scelte, appunto, incomprensibili e politicamente sbagliate.

Il peso dei dati che non vogliamo vedere

Articolo già apparso sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Bruno Simili

Trecento pagine fitte, di cui venticinque di glossario, per illustrare una situazione assai seria. Non tanto e non solo per l’analisi dell’oggi, quanto (ancora una volta) per le prospettive. Il Rapporto annuale 2019 dell’Istat, intitolato La situazione del Paese e presentato a Montecitorio dal neo presidente Giancarlo Blangiardo, non lascia aperti molti varchi all’ottimismo. E – di certo involontariamente ma purtroppo inevitabilmente – rappresenta in forma non troppo plastica eppure a suo modo sempre affascinante lo stato dell’arte di un’Italia che arranca, a partire dai dati economici. Le difficoltà dell’economia italiana vengono riconosciute in apertura, pur sottolineando (anche troppo, forse) il perpetuare di situazioni di difficoltà a livello globale e negli altri Paesi europei: “Alla stregua di quanto accaduto ai principali partner europei, anche l’economia italiana ha segnato un netto rallentamento della crescita del Pil” [corsivo nostro].

Molte ombre, pochissime luci. Ombre su una dinamica dei consumi, che paga le condizioni di debolezza del potere di acquisto delle famiglie, che “hanno fornito un contributo alla crescita del Pil sostanzialmente dimezzato rispetto all’anno precedente)”. Famiglie la cui fiducia nella ripresa sembra essere calata sensibilmente, “con valutazioni pessimistiche diffuse a tutte le componenti (dei consumatori”, seppure con qualche timido segnale di ripresa nell’ultimo mese.

Ombre nel sistema delle imprese, che ha ricostituito “solo in parte la base produttiva persa durante la seconda recessione del periodo 2011-2013”. Con forti problemi di capitale fisico e umano.

Anche nel mercato del lavoro, del tutto insufficienti le poche luci a illuminare crescenti zone d’ombra. Nel Rapporto, la premessa del capitolo dedicato a “Mercato del lavoro e capitale umano” non basta a ridare speranza di una inversione di tendenza (“A cinque anni dall’avvio della ripresa economica il mercato del lavoro italiano mostra, nonostante il recente rallentamento ciclico, un sostanziale miglioramento superando i livelli occupazionali pre-crisi”). La crescita degli occupati, infatti, è un dato da disaggregare: per lo più negativo quanto a stabilità del lavoro e a prospettiva di crescita individuale. Infatti, il “deciso aumento dei lavoratori dipendenti e il calo di quelli indipendenti si sono accompagnati da una ricomposizione interna dei due aggregati che ha comunque accresciuto il peso dei componenti che rappresentano al loro interno segmenti relativamente più vulnerabili”. Crescita dei lavori a termine tra quelli dipendenti (soprattutto quelli di breve durata, con contratti di lavoro inferiori ai sei mesi; sul punto rimandiamo al numero 3/2018 del Mulino) e riduzione delle forme di lavoro a tempo pieno, con particolare riguardo per il lavoro femminile, che ha visto sì una dinamica positiva, ma accompagnata da “una riduzione della stabilità e delle ore lavorate”. Con l’aggravante, di cui si è discusso un poco nello specifico nei giorni scorsi, del vincolo famigliare sempre più forte per le donne lavoratrici, costrette spesso a scegliere tra un lavoro o un figlio (o, in casi ormai non così comuni, più di uno).

Restando sul mercato del lavoro, aumenta la sua segmentazione e prosegue il peggioramento delle condizioni in base all’età: negli ultimi dieci anni, fra i giovani la quota di dipendenti a tempo indeterminato “è scesa dal 61,4% al 52,7%”, mentre per il lavoratori con più di 35 anni di età “si attesta al 67,1%”. Fortissime, e crescenti, le disparità territoriali, con un Nord in buona parte uscito dalla crisi e in netta ripresa e un Sud che aumenta i divari anziché ricucirli: rispetto al 2008 al Centro Nord si è tornati a un +2,3% di occupati, a fronte di un -4% al Sud. Un punto, questo, su cui ha insistito anche il presidente della Camera Roberto Fico nella sua introduzione, ma che non sembra essere accompagnato da politiche di governo nazionale atte a invertire la tendenza. Anzi, come più volte è stato sottolineato sulle nostre pagine, intende operare in senso contrario, con il progetto di una Autonomia differenziata che, oggi più che mai, sembra non conoscere ostacoli. Il sottosegretario Giorgetti, che ha seguito la presentazione in prima fila, lo sa bene.

Altro punto sottolineato dal rapporto è la relazione tra qualità del posto di lavoro e remunerazione economica: anche qui si è tornato a parlare di migrazioni di giovani italiani con qualifiche medio-alte, sia verso l’estero (come noto ai nostri lettori, avendo dedicato al tema questa rivista un intero numero monografico) sia verso il Nord dalle regioni del Sud (anche qui rimandiamo a articoli usciti recentemente: quello di Michele Colucci e Roberto Impicciatore sulle migrazioni interne, oltre all’intervista fatta a Isaia Sales, dove si sottolinea il forte e rapido impoverimento del Mezzogiorno d’Italia in termini di capitale umano).

Un ampio capitolo a parte l’Istat guidato dal demografo Blangiardo tocca le tendenze negli equilibri della popolazione dell’Italia e i cosiddetti “percorsi di vita”. È la grande questione demografica, alla quale il Mulino ha dedicato il numero 5 dello scorso anno. Dati già in larga parte noti, ma pur sempre impressionanti, se guardati tutti assieme (si vedano, in particolare, le pagine 115-151 del Rapporto). Soprattuto in riferimento alla crescita della popolazione anziana (compassionalmente, la slide che è stata proiettata in sala non parlava di “vecchi” ma di “invecchiati”). Le stime ci dipingono come un Paese via via sempre più vecchio, nelle proiezioni peggiori addirittura decrepito. Si pensi che, se il dato complessivo ha visto una riduzione della popolazioni di 400 mila unità in quattro anni, quello relativo agli italiani in età compresa tra i 20 e i 34 anni in un decennio ha visto una riduzione di 1 milione e 230 mila unità (il 3% in meno del totale dei residenti) Dal lato opposto, si allunga la speranza di vita e, mentre la fascia di età che va dai 65 ai 74 anni ha perso per i geriatri la connotazione di “anziani” per acquisire quella di “tardo-adulti”; una riclassificazione resasi necessari dalla prevista crescita non solo degli ultraottantenni ma addirittura dei centenari.

L’articolo completo è leggibile qui 

Ma allora queste Olimpiadi sono una cosa buona o no?

A questo punto la domanda è doverosa, perché se l’evento è un fatto positivo non si capisce per quale motivo prima la Raggi e poi la Appendino abbiano rinunciato rispettivamente alle Olimpiadi del 2024 e a quelle invernali del 2026.

Se viceversa le Olimpiadi sono da considerare un evento nefasto (come qualcuno ha tentato di dipingerle) allora non si comprende perché le due prime cittadine di Roma e Torino si siano complimentate con i loro colleghi sindaci di Milano e Cortina per il brillante risultato, anziché esprimergli la propria preoccupazione per la sciagura che si starebbe per abbattere sulle loro città.

In effetti l’unica sciagura che appare evidente è quella determinata dalla incapacità e dalla inadeguatezza delle amministrazioni di Torino e di Roma in modo particolare; mentre Milano si misura con questa nuova impresa, a Roma l’unica prova olimpica che interessa i cittadini è purtroppo quella dello slalom tra buche nelle strade e sacchetti dell’immondizia. Un’autentica vergogna!

E’ peraltro molto probabile che, in una logica di equilibri politico-sportivi interni al Comitato Internazionale Olimpico, l’assegnazione delle Olimpiadi invernali a Milano e Cortina sia anche un parziale indennizzo all’Italia per la rinuncia fatta due anni orsono da Roma per un evento che era ormai a portata di mano e che sfumò per l’approccio ideologico dell’amministrazione cinque stelle, che su quel progetto non volle neanche interloquire con il CONI (ricordiamo ancora la famosa “buca” a Malagò che invano aspettava la Sindaca in Campidoglio).

Quindi Milano ringrazia la Raggi che, non capendo il danno causato alla città di Roma, si compiace e fa anche l’applauso ai suoi errori.

Aumenta in Francia la popolarità del presidente Emmanuel Macron.

Secondo un sondaggio pubblicato dall’istituto Bva, Macron guadagna tre punti rispetto a fine maggio e sale al 35 per cento delle opinioni favorevoli. Sale anche la popolarità del primo ministro, Philippe, che guadagna 4 punti e va al 40 per cento.

Il presidente e il premier guadagnano terreno soprattutto tra le persone con più di 65 anni (+12 per Macron, +11 per Philippe). Il quotidiano francese “Le Figaro” sottolinea che l’indice di gradimento di Macron torna così ai livelli dell’estate dello scorso anno.

Il titolare dell’Eliseo migliora la sua posizione anche in un sondaggio condotto dall’istituto Odoxa, arrivando al 36 per cento delle opinioni favorevoli, 6 punti in più in un mese.

Sempre per Odoxa, Philippe avanza di 3 punti e va al 37 per cento. Il leader del partito ambientalista Europa-Ecologia i Verdi (Eelv), Yannick Jadot, risulta essere uno dei politici più apprezzati dai francesi, con il 24 per cento delle opinioni favorevoli per Bva (+10 punti) e il 23 per cento secondo Odoxa.

Subiaco: una mostra su Papa Pio VI

È in corso in questi giorni (fino al 29 settembre), presso la biblioteca statale dell’abbazia di Santa Scolastica, a Subiaco, la mostra “Pio VI – un Papa abate commendatario di Subiaco”. Promossa dall’abbazia territoriale di Subiaco, guidata dall’abate ordinario, mons. Mauro Meacci, la mostra è frutto della collaborazione tra gli istituti culturali dell’Abbazia territoriale e la Biblioteca statale di Santa Scolastica, nell’ambito del più ampio progetto “Aperti al Mab” dell’Ufficio nazionale per i beni culturali della Conferenza episcopale italiana.

Sullo sfondo degli episodi più significativi della vita del Pontefice, ripercorsi attraverso 14 stampe edite poco dopo la sua morte, la mostra ricostruisce, in sette sezioni, la figura e l’operato di Pio VI, di origine cesenate, dall’anno in cui, ancora cardinale, venne nominato abate commendatario di Subiaco (1773).

Dalle prime iniziative compiute in questa veste, come la Sacra Visita del 1773, si giunge alla sua elezione a Pontefice nel 1775, dopo un conclave durato ben quattro mesi. “Dopo lungo tempo – afferma l’abate di Subiaco, Meacci – si torna finalmente a riflettere sulla figura di Papa Pio VI e sul suo governo come abate commendatario dell’Abbazia Nullius di Subiaco, dando l’opportunità di rintracciare i contorni di una figura e di un’epoca estremamente significativi per la storia del sublacense.

Per l’occasione il patrimonio culturale ecclesiastico dell’Abbazia viene esposto in dialogo con quello della Biblioteca statale, offrendo un contributo nuovo su una pagina rilevante della storia sublacense, i cui spunti inediti meriteranno sicuramente ulteriori futuri approfondimenti. Inquadrate nel contesto degli eventi più significativi della vita di Pio VI, vengono delineate le tante iniziative promosse dal Pontefice in favore di Subiaco e dell’Abbazia, fino a giungere – conclude l’abate – alle note traversie dell’occupazione francese e ai tanti riflessi che ebbero sui monasteri sublacensi e su tutto il territorio”.

Bologna protagonista del trasporto locale integrato pubblico-privato

Philip Morris Manufacturing and Technology Bologna, in partnership con la Città metropolitana di Bologna, la Regione Emilia Romagna, Tper Spa e Trenitalia, ha presentato la scorsa settimana il primo progetto in Italia di mobilità intermodale ferro-gomma finanziato da un’impresa e fruibile non solo dallo stesso personale aziendale, ma da tutti i cittadini.

L’iniziativa, sviluppata in accordo con Tper, Trenitalia e approvata dall’Agenzia per la mobilità Società reti e mobilità, si concretizza nella realizzazione di due linee di trasporto pubblico locale, interamente finanziate dall’azienda, che permetteranno un collegamento su gomma tra le stazioni ferroviarie di Anzola dell’Emilia e di Crespellano/Via Lunga, raggiungibili grazie ai servizi Tper e Trenitalia, e l’area industriale della Valsamoggia dove, oltre allo stabilimento del gruppo Philip Morris, sorgono importanti realtà industriali. L’accordo di mobility management fornirà, inoltre, gratuitamente a tutto il proprio personale degli abbonamenti per il trasporto pubblico locale utilizzabili su tutti i mezzi Tper anche all’infuori dell’orario e delle giornate di lavoro. Secondo le stime il progetto andrà a vantaggio di oltre 2.000 persone nell’intera area metropolitana.

Scegli il vetro? Il mare e i delfini ringraziano

Scegli il vetro? Il mare e i delfini ringraziano. Una candid-camera ha filmato in un supermarket di Roma lo stupore e il divertimento di chi è arrivato alla cassa automatica con un prodotto “in vetro” ed ha visto illuminarsi uno schermo dove delfini sorridenti ringraziavano per aver acquistato un packaging che non fa male al mare e all’ambiente in generale.

Il video, girato anche in altri supermarket europei, fa parte della campagna Endless Ocean 2.0 lanciata in Europa dalla community Friends of Glass e sostenuta in Italia da Assovetro, per dimostrare che anche la scelta di un imballaggio può fare la differenza nella lotta al marine litter, una delle grandi emergenze ambientali che mette a rischio la salute dell’uomo, la conservazione della flora e della fauna marina e la qualità dei mari.

Anche Legambiente ha preso parte a questa iniziativa ed il video sta già riscuotendo una certa popolarità

La Milza

La milza è l’organo linfoide secondario più grande del sistema linfatico umano. La sua grandezza e la sua struttura sono tali da essere considerato un organo pieno (cioè parenchimatoso). A differenza di altri organi linfoidi secondari, essa è collegata con sistema circolatorio per mezzo di vasi sanguigni e non linfatici. La milza è un organo impari, posizionato nell’ipocondrio sinistro.

La milza presenta molteplici funzioni:

immunitaria acquisita: essa ospita nella sua polpa bianca sia linfociti T che centri germinativi contenenti soprattutto linfociti B. Grazie al suo collegamento diretto con i vasi sanguigni è l’unico organo in grado di contrastare direttamente le infezioni ematiche, soprattutto quelle di batteri incapsulati come Haemophilus influenzae e Streptococcus pneumoniae.

Per i motivi sopracitati la milza è stata paragonata ad un “grande linfonodo”, con la fondamentale differenza che sia i patogeni che i linfociti entrano ed escono per mezzo di vasi sanguigni e non dei vasi linfatici.

emocateretica: essa ospita nella sua polpa rossa il sistema dei monociti-macrofagi che riconosce gli eritrociti e le piastrine “invecchiati”, degradandoli;

marziale: essa degrada i componenti dell’eme presenti nell’emoglobina fornendo i substrati ideali per il metabolismo del ferro;

riserva: essa è in grado di immagazzinare una notevole quantità di monociti (uno studio del 2009 ha dimostrato che la milza dei mammiferi è in grado di ospitare oltre il 50% dei monociti del corpo) e una notevole quantità di sangue venoso;

emopoietica: questa funzione è esclusiva della vita embrionale, dove la milza costituisce un organo temporaneo capace di generare le cellule della linea emopoietica.

La milza in un paziente sano non è palpabile in quanto rimane coperta dalle coste; essa può essere invece ben apprezzata in condizioni patologiche che inducano splenomegalia (ad esempio malattie da protozoi come la malaria, la leishmaniosi e il trypanosoma).

Politica e classe dirigente, un nodo irrisolto.

Già pubblicato sulle pagine dell’Huffingtonpost

Il capitolo della classe dirigente, della sua autorevolezza, del suo profilo, della sua competenza e del suo carisma continua ad essere al centro del dibattito politico e culturale nazionale. I detrattori infaticabili ed instancabili della prima repubblica avevano individuato in quella classe dirigente la ragione sociale del decadimento etico e della corruzione della democrazia italiana. Detrattori che dopo anni, con una operazione alquanto squallida nonché ridicola, si esercitano in una operazione di radicale riabilitazione politica, culturale e forse anche etica proprio di quella classe dirigente. Lacrime di coccodrillo che non meritano alcun commento se non quello di prendere atto che questi soloni, peraltro strapagati e milionari, continuano a predicare e a blaterare da vari organi di stampa, nei rinnovati talk show televisivi e da vari pulpiti politici che orientano, per fortuna sempre di meno, la pubblica opinione. 

Ma, al di là del giudizio interessato di costoro, è indubbio che soprattutto con l’avvio di questa esperienza di governo, il giudizio sul profilo e sulla statura della classe dirigente politica ha assunto nuovamente una importanza cruciale. Ecco perché, anche alla luce delle precedenti esperienze, e’ forse giunto il momento per fare un po’ di chiarezza. 

Innanzitutto una classe dirigente autorevole e competente non è quasi mai il frutto della sola carta di identità. Chi ha provato nel passato Renzi con la sua “rottamazione”. Ma era solo e soltanto un escamotage tattico e furbesco per punire gli avversari interni al partito e premiare chi dimostrava, invece, atti concreti di fedeltà. L’esempio più eclatante? Massimo D’Alema andava silenziato ed escluso mentre Piero Fassino andava premiato e valorizzato. Misteriosa la motivazione politica che stava alle spalle visti l’età, il curriculum e la storia politica di entrambi se non quella, appunto, della fedeltà al “capo”. Altri hanno puntato tutto sulla discontinuita’ e sulla criminalizzazione politica del passato – come i 5 stelle – salvo poi rendersi conto che il deficit di competenza e di autorevolezza della nuova classe dirigente alla prima prova concreta nazionale e’ sotto gli occhi di tutti… Altri ancora ritengono, soprattutto la “sinistra al caviale” e i circoli salottieri e aristocratici degli intramontabili “progressisti” nostrani, che la carta decisiva per qualificare e nobilitare la classe dirigente politica e’ una sola: e cioè, quella che proviene dalla cosiddetta società civile. Un atto, del resto, coerente con quella impostazione elitaria e salottiera e sostanzialmente liquidatoria di tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile alla politica e ai suoi dinamismi concreti. 

Ora, sono almeno 3 le condizioni necessarie per ridare freschezza e competenza, autorevolezza e spessore alla futura classe dirigente politica nel nostro paese. In primo luogo deve nascere dalle battaglie concrete condotte nella società e non deve essere il prodotto aristocratico e salottiero delle solite benedizioni delle classi dominanti. Che, come sempre, sappiamo quali sono e dove sono. In secondo luogo una classe dirigente politica e’ credibile se è stata formata culturalmente alla politica. E, su questo versante, non c’è ancora una concreta alternativa al ruolo decisivo che possono e debbono svolgere i partiti. Quei partiti che, nel momento in cui si sono trasformati in cartelli elettorali o in luoghi dediti al culto e all’esaltazione del capo, si sono ridotti a cassa di risonanza del “guru” di turno con tanti saluti alla credibilità e all’autorevolezza della classe dirigente. In ultimo, una classe dirigente formata e che e’ anche il frutto di battaglie condotte e praticate nel vivo della società, non può non avere forte dimestichezza con la democrazia interna ai partiti. Anche qui, per uscire dagli equivoci, non si tratta di consolidare la guerra per bande organizzate che caratterizza la vita interna, ad esempio, del Partito democratico ma, semmai, di rendersi conto definitivamente che senza un serrato confronto, libero e autenticamente democratico all’interno dei partiti e dei movimenti politici, non potrà mai emergere una classe dirigente altrettanto libera e soprattutto qualificata e realmente rappresentativa. 

Ecco, sono queste le tre condizioni basilari necessarie se si vuol cercare di uscire dal pantano in cui siamo precipitati quando si affronta il capitolo della classe dirigente politica italiana. Nessuno pensa, credo, a riportare indietro le lancette della storia ma tutti, credo, si rendono conto che senza una decisa sterzata si corre il serio rischio di aggravare ulteriormente la situazione premiando persone e stili radicalmente estranei e esterni al vero obiettivo che molti auspicano. E cioè, la possibilità di riavere nuovamente una classe dirigente politica di cui nessuno debba vergognarsi o rassegnarsi a rimpiangere il passato della prima repubblica per provare un po di d’orgoglio e per assaporare una lontana ed ormai improponibile ed irrealizzabile autorevolezza e competenza. 

Rete Bianca: l’impegno dei cattolici per l’unità europea

Dopo più di un anno di attività di Rete Bianca, può essere utile segnalare alcuni “punti fermi” che possano servire a riflettere sul terreno percorso e a individuare alcune possibili tracce per il cammino futuro. Nella politica europea si è aperta una stagione di conflitto, sempre più acceso, fra passioni e ragione. Le discussioni e i ragionamenti basati sui dati di realtà sono relegati (quando va bene) in sedi appartate, non sempre influenti, spesso lontane dai riflettori. La ragione è oggi più derisa che ascoltata. Come si è arrivati a questo punto? Il ritorno delle passioni in Europa è in parte connesso ai fallimenti della ragione durante il decennio di crisi (dal 2008). Molti degli esecutivi in carica – compresa la Commissione di Bruxelles – hanno giocato in modo freddo, basato su regole e numeri. Anni di sacrifici, ripresa incerta. Non si sono comprese le ansie della gente, né soprattutto le loro radici: l’aumento dei rischi, la riduzione delle opportunità, il senso crescente di privazione relativa (rispetto ad altri, rispetto a prima). Un fenomeno che ha interessato tutta la classe media, e tutti i giovani. Frustrazione e rabbia hanno cercato sollievo nella nostalgia del passato, ritenuto più sicuro. Oppure nella ricerca di un futuro radicalmente diverso, costi quello che costi. Intendiamoci, le passioni sono un fattore connaturato alla politica. Ma lo è anche la ragione. Oggi il problema dell’Europa è come recuperare un giusto equilibrio tra ragione e passioni.

Il cattolicesimo politico (non solo italiano) è riuscito a dare vita nel secondo Dopoguerra a un grande e suggestivo scenario europeo. Oggi, in un momento di forte (e spesso strumentale) critica all’intero edificio comunitario, nel nome dei nuovi nazionalismi, occorre più che mai una proposta per una nuova “Assemblea Costituente” europea. Una proposta che possa riprendere il discorso bruscamente abortito nel 2005 sulla Costituzione europea (e sulle radici cristiane) e che assieme alla Costituzione italiana e alla Dottrina Sociale della Chiesa, costituiscono i riferimenti fondamentali della capacità di presenza e della identità politica dei cattolici. A titolo di esempio, pensiamo se al rinnovo del Parlamento europeo del 26 maggio scorso, fossero stati presenti sulle schede elettorali i simboli delle principali famiglie politiche europee (PPE, PSE, Liberali, Verdi) e non dei partiti nazionali, i quali poi devono andare a cercarsi gli apparentamenti (alle volte più inverosimili) per entrare a far parte dei gruppi del Parlamento di Strasburgo. Pensiamo a quanta maggiore chiarezza ci sarebbe per gli elettori e quale passo avanti una tale scheda elettorale segnerebbe, se non ancora verso l’Europa dei popoli, almeno verso quella di più coese rappresentanze (e maggioranze) politiche. L’Europa della non chiarezza, una Unione indebolita dai conflitti interni e priva di slancio, anche nel “rebus” delle nomine dei principali Commissari europei, fa solo il gioco di una politica miope degli Stati Uniti e di una politica interessata della Russia e della Cina.

Una riflessione ulteriore, per i partecipanti al prossimo Convegno nazionale di Rete Bianca, riguarda le dinamiche demografiche da qui al 2040, un futuro molto più prossimo di quanto si creda e tale dunque da costituire una certa priorità nell’agenda politica. Secondo queste previsioni l’Europa (Russia compresa), avrà a quell’epoca intorno ai 700 milioni di cittadini, poco meno di quelli attuali. In Africa saranno circa un miliardo in più degli attuali, in condizioni di vita abbastanza peggiori rispetto alle nostre. Gli immigrati di oggi sono l’avanguardia di un fenomeno migratorio che sarà sempre più impetuoso se non governato con prudenza e lungimiranza politica. Se il destino dei migranti si gioca sul tavolo europeo, anche il destino dell’Europa si gioca sul tavolo delle migrazioni e dunque largamente dell’Africa. Tutto è intrecciato. Ecco perché le migrazioni non sono un problema per “addetti ai lavori” ma, in Italia come in Europa, saranno la cartina di tornasole che ricomprende in sé le maggiori sfide del nostro tempo.                                       

Paura e indifferenza ma anche voglia di mettersi in gioco. Intervista a Gioele Anni

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Gioele Anni, classe 1990, è un giovane giornalista impegnato nell’Azione cattolica. Ha partecipato molto attivamente al Sinodo sui giovani, con tanta voglia di futuro negli occhi e nella testa. Lo abbiamo incontrato e anche con lui siamo partiti dalla riflessione del sociologo Giuseppe De Rita che parla di due esigenze sociali, la sicurezza e il senso, alle quali rispondono le due autorità, quella civile e quella spirituale, da qui la responsabilità della Chiesa, intesa come istituzione e soprattutto come popolo dei credenti.

«Sicurezza e senso: mi sembra che per la mia generazione le due tematiche siano connesse e quasi sovrapposte. Cerchiamo una sicurezza che non riusciamo a vedere nel futuro, perché c’è una precarietà continua di vita che ti toglie l’orizzonte di senso. Quando tu non hai una prospettiva di stabilità perché mancano le opportunità per realizzarti professionalmente, e quindi per costruire la tua vita, dare forma ai tuoi sogni e aspirazioni, come ad esempio creare una tua famiglia, allora viene meno tutto, anche il senso. E su questo terreno ha gioco facile chi propone soluzioni semplicistiche, mescolando i due elementi. Ma lo spazio per un racconto diverso della vita c’è: è uno spazio ferito, che evidenzia la debolezza della mia generazione, di questa fascia di giovani italiani che viviamo la difficile situazione sociale ereditata dagli ultimi anni».

Il cittadino cattolico che vive una dimensione spirituale, cosa può o deve fare in questa situazione?

Per rispondere a questa domanda bisogna dare uno sguardo al contesto. Se penso ai giovani come me — io ho 28 anni — direi che la maggior parte di noi non ha avuto un rapporto strutturato con le esperienze di fede e di Chiesa. Moltissimi ragazzi sono transitati dalla parrocchia fino alla cresima, poi se ne sono andati e hanno sviluppato un’idea dell’esperienza di fede legata a stereotipi e pregiudizi. Un’idea di Chiesa-istituzione che, addirittura, non riesce a intercettare le domande profonde di senso. Sembra un paradosso ma è così, e questa considerazione è emersa spesso anche nel processo del Sinodo sui giovani. In questo contesto mi sembra che la prima missione per la nostra Chiesa, per la nostra comunità ecclesiale, sia proprio quella di stabilire un contatto con i giovani che si sono allontanati perché non hanno conosciuto l’esperienza di fede come qualcosa di vivo e vitale. Per prima cosa serve mostrare che l’esperienza di fede è appunto un’esperienza viva, un’esperienza di comunità, e che lì, pian piano, in un lungo percorso tu puoi trovare le risposte alle domande di senso che come tutti ti porti dentro. Serve costruire prima di tutto un tessuto di relazioni: così potremo andare oltre l’idea che la vita cristiana si riduca a un percorso funzionale a ottenere dei sacramenti. Questa idea stereotipata della vita di fede nasce anche dai pregiudizi che si hanno rispetto al mondo ecclesiale, spesso frutto di narrazioni mediatiche parziali. Penso in particolare ai casi di scandali clamorosi che non rendono ragione della grande maggioranza delle esperienze in cui le persone incontrano la Chiesa, al cui interno ci sono tanti uomini e donne dediti, lineari, esemplari.

Si capisce dalle tue parole che in realtà la tua è un’esperienza positiva ma che molti tuoi coetanei si sono fermati a un rapporto con la parrocchia abbastanza freddo. C’è qualcosa che non va nella parrocchia? Nella sua forma? Va ripensata? 

Parto proprio dalla mia esperienza: vengo da un contesto di parrocchia piccolissima, perché il mio paese — Bertonico, nella diocesi di Lodi — ha solo mille abitanti. È un’esperienza del “nucleo”, dove ancora la parrocchia è significativa perché è l’unica istituzione vicina alla gente insieme al Comune. Su questo nucleo c’è stato poi l’incontro con l’Azione cattolica, che in tutti i livelli mi ha fatto vivere un’esperienza di Chiesa-comunità, dall’Azione cattolica dei ragazzi alla dimensione del gruppo adolescenti. Poi un primo salto, per me, è stato nell’esperienza del Movimento studenti dell’Azione cattolica, quindi la prospettiva di un impegno concreto nella scuola: mi ha spinto a “uscire” dalla dimensione strettamente parrocchiale per portare una testimonianza lì dove passavo la maggior parte del mio tempo. Ai miei compagni di classe non “fregava” nulla della mia appartenenza ecclesiale, volevano solo capire se potevo offrire qualcosa di concreto. L’esperienza del Movimento studenti invita ad abitare gli spazi di protagonismo della scuola, ad animare le assemblee studentesche, le attività di approfondimento con altri studenti e docenti: uno studente cattolico, inserito in un gruppo, ha spazio per tante proposte anche semplici ma concrete. Alla base di tutto però c’è il dialogo con gli altri, perché se tu porti la tua identità di cristiano-cattolico e proponi solo attività che potresti benissimo fare in parrocchia, questo spazio di dialogo viene meno. Se invece dici: “Qui c’è una cosa concreta da fare, mettiamoci insieme per organizzare un’attività formativa, per organizzare un ciclo di incontri, per trattare in assemblea un tema che interessa a tutti”, allora lì anche dagli altri c’è un’apertura. Il punto d’incontro è sulla concretezza, non sulla base dell’ideologia: puoi trovare disponibilità a fare qualcosa insieme per il bene della comunità. Chiaramente lo stile con cui abitare questo dialogo è conseguenza di una formazione cattolica. 

Questa tua formazione, come incide nel tuo impegno? L’ispirazione che scaturisce dal Vangelo che ruolo gioca? Da come stai raccontando sembra che debba toglierti la “giacca del cattolico” per poter dialogare con gli altri, ma l’appartenenza cattolica non è una “giacca”. 

Direi due cose. Da un lato c’è l’impegno a cercare di trovare quei punti d’incontro, quelle tematiche, quegli spazi d’impegno concreto che possono interessare tutta la comunità, e non solo alla mia sensibilità di cattolico. È un frutto dello sguardo al “bene comune” che cresce in un’esperienza matura di fede. Il secondo punto su cui incide la formazione di credente è il riconoscere che nell’altro, anche se viene da un percorso diverso, c’è un valore, che l’altro mi può insegnare qualcosa. Provo a dirlo con una battuta: una volta abbiamo fatto in parrocchia un incontro su come vengono percepiti i cristiani nella società. Un adolescente ha risposto: “A me della Chiesa non piace questo: sembra che abbia ragione solamente chi ne fa parte”. Il problema è che a volte chi esce da percorsi di formazione come quelli parrocchiali entra poi negli ambienti di vita come portatore di una verità già pronta, che viene proposta senza spazi di mediazione. L’approccio di un dialogo pragmatico, a mio parere, non mette in discussione i nostri valori, ma spinge a trovare prima di tutto i punti d’incontro, come dice il Papa: quei punti che ci uniscono e che sono maggiori di quelli che ci dividono. Da lì si può partire per costruire qualcosa insieme. Primo passo quindi è cominciare ad ascoltare l’altro in cui, anche se non è credente, siamo convinti che ci sia un frammento di Vangelo, un frammento di verità, e da qui partire per costruire qualcosa a partire da ciò che praticamente puoi fare lì dove sei, come sei.

Quindi ad attirarti e coinvolgerti è stata soprattutto l’Azione cattolica?

Sì. Come dicevo, la possibilità di mettermi in gioco concretamente nello spazio della scuola è stata una prima svolta nel mio percorso, utile a uscire dalla logica che la fede cristiana si vive solo nel contesto della parrocchia. Poi altre svolte, a livello molto personale, sono state delle esperienze di servizio, di volontariato, una in particolare in Abruzzo dopo il terremoto, nel 2010. Quell’esperienza mi ha aiutato — come dire — a “de-intellettualizzare” la mia vita di credente. Con questo termine mi riferisco al fatto che forse la formazione che ho ricevuto (insieme alla maggior parte dei mie coetanei) era stata improntata a imparare bene dei concetti, ad apprendere e conoscere bene il catechismo. Forse a volte è mancata un po’ di esperienza concreta. I momenti di volontariato, in particolare questo con le vittime del terremoto, mi hanno portato a pensare: “Qui non spiego niente a nessuno, non devo raccontare che cos’è per me la fede, non devo difendere delle posizioni o delle scelte etiche. Qui sono io con quello che ho, poco o niente, eppure quello che metto a disposizione degli altri può essere utile”.

La tua sensazione è che i giovani della tua generazione siano rimasti a questo approccio intellettuale della fede? Cioè, hanno incontrato una Chiesa che ha proposto solo concetti?

Credo che l’idea di fondo sia questa, perché forse il percorso che ti porta fino ai sacramenti viene ancora associato al percorso scolastico: in qualche modo, la scuola e il catechismo viaggiano quasi paralleli.

Hai in mente una forma alternativa? 

I problemi sono tanti e complessi. Ad esempio al Sinodo sui giovani qualcuno proponeva di spostare più in là il momento della cresima, affiancando il percorso dottrinale a un percorso esperienziale. Sono ragionamenti che vanno studiati e approfonditi nelle giuste sedi, però intanto mi sembra un’intuizione interessante: maggiore spazio alle dinamiche esperienziali. Anche su questo l’Azione cattolica in qualche modo ha lavorato: la “scelta esperienziale” risale già al dopo concilio, ma è un processo che sempre si può aggiornare e ampliare. Mi sembra che le esperienze di Chiesa che attirano i giovani sono quelle che inizialmente ti chiedono di dare un contributo su qualcosa che tocca la tua vita. Poi in un processo, con l’accompagnamento di adulti, con l’accompagnamento di una comunità, arriviamo insieme a definire perché tu ti impegni, che cosa c’è di più profondo in questa tua voglia di spenderti per un bene anche molto concreto, molto semplice. 

Ti dico queste due parole: paura, rancore. Appaiono i sentimenti prevalenti oggi nella società occidentale, contemporanea. Sei d’accordo?

Ne aggiungerei un terzo, che è l’indifferenza. Mi pare che la mia generazione sia soprattutto impaurita; non direi rancorosa, forse questo è un sentimento che appartiene più agli adulti. Riprendo quello che diceva De Rita: il rancore che nasce dalla promessa di futuro che non si è realizzata. Dopo lo choc economico del 2008 abbiamo sentito parlare così tante volte di crisi, di opportunità che vengono meno, da pensare già in partenza che il nostro futuro sarebbe stato peggiore del presente. Questo non ha sviluppato rancore, ma direi una forma di indifferenza alle dinamiche di comunità, perché in fondo devo prima di tutto pensare a salvare me stesso. Quindi direi più paura e indifferenza in questa accezione, per cui non ho tempo di preoccuparmi degli altri, della mia comunità, dal momento che ho bisogno di mettermi prima al sicuro, perché il futuro non c’è per tutti. E questo non fa per forza di me una persona arrabbiata, però mi chiude alla relazione con gli altri. 

Allo stesso tempo però non penso che il nostro tempo sia caratterizzato solo da sentimenti negativi. C’è una disponibilità a mettersi in gioco nuova, diversa. Ne abbiamo parlato spesso durante il Sinodo. Mentre forse gli adulti hanno ancora un’idea di appartenenza ideologica, dove tu sposi una causa e ti senti partecipe, noi abbiamo una forte disponibilità ad attivarci su cause concrete e vicine. Penso a tutti i movimenti ambientalisti, a partire dai Fridays For Future lanciati da Greta Thunberg. Se la questione ci tocca direttamente, se ci rendiamo conto che qualcosa deve cambiare perché così non possiamo andare avanti, sentiamo il desiderio di metterci in gioco.

Alcune persone che ti hanno preceduto in questa serie di interviste, ad esempio il poeta Davide Rondoni, si sono soffermate sull’impatto della tecnologia sulla vita dell’uomo, riflettendo su una possibile mutazione antropologica. Per te che sei quasi un nativo digitale, come sono cambiati i desideri profondi? Come si vive la dimensione dell’affetto e delle relazioni in un’epoca così tecnologica?

Il primo dato è che noi abbiamo un senso di comunità molto più largo. Facciamo delle esperienze, almeno noi giovani del mondo occidentale, che forse la tua generazione iniziava a fare: i viaggi all’estero, l’Erasmus, le vacanze studio estive. Esperienze che ti portano ad avere un senso di appartenenza che è più ampio del paesino, della regione. Credo che questo sia un dato positivo. Abbiamo il mondo in tasca e ci sentiamo cittadini di questo mondo. Ci sono grandi e piccole cause che mettono in moto i giovani in tutto il mondo, in un modo che trenta o quaranta anni fa probabilmente non era pensabile. Questa mi sembra la cosa più interessante. 

Allo stesso tempo mi sembra che le tecnologie portino sempre più a vivere le relazioni dentro delle “bolle”. Se ho una chat di WhatsApp con i mie amici, con la mia compagnia storica, posso andare a scuola e non avere relazioni con i compagni di classe, perché i miei affetti ce li ho in chat. Quello che m’interessa lo condivido con un post, lo condivido scrivendo sul gruppo. Paradossalmente, l’apertura amplissima di cui ti parlavo in realtà rischia di ridursi. Se andiamo poi sulle questioni tematiche, l’effetto “bolla” creato dai social si fa ancora più forte. Il radicamento di posizioni sempre più estreme è anche legato alle modalità di funzionamento di Facebook, Instagram, Twitter: io giovane di oggi posso aver accesso a dei contenuti molto ristretti ma avere la sensazione che tutti la pensino come me, che quello sia l’unico pensiero. Come sempre, strumenti nuovi scatenano dinamiche positive e negative, anche accentuate in un senso o nell’altro.

Il ruolo della Chiesa, delle nostre comunità e dei nostri gruppi, può essere allora quello di aiutarci a far uscire ciascuno dalla sua piccola bolla e di creare (o ritrovare) spazi fisici d’incontro e di dialogo. Forse solo noi, come Chiesa — o anche la scuola, con cui la stessa Chiesa spesso riesce a dialogare — possiamo riconoscere l’urgenza di mettere insieme persone che altrimenti non avrebbero dove incontrarsi, senza avere la tentazione di guardare alla carta d’identità, stimolando processi inclusivi di costruzione del bene comune, del bene possibile. 

Forse si è caricata di troppa aspettativa la comunicazione, cioè il fatto che viviamo l’epoca delle comunicazioni così potenti, così pervasive. Però forse la comunicazione, considerata dal punto di vista meramente tecnico, non basta.

Non è solo comunicazione, è senso di appartenenza. Cercavo di spiegare a mia madre cos’è nato con la serie tv Il Trono di Spade. È sorto un universo in cui ritrovarsi e raccontarsi con tante persone di tutto il mondo, condividere le proprie impressioni, ciò che quella storia ti ha detto. Stiamo ore su Facebook o su Twitter non tanto perché abbiamo qualcosa da comunicare, quanto perché vogliamo sentirci parte di una comunità che condivide il nostro interesse: una serie tv, il calcio, persino le questioni di Chiesa! Ci sono delle pagine Facebook che sono super frequentate e attivissime. Certo, se io condivido i miei interessi solo con persone con cui ho un contatto virtuale, diventa un problema, perché non sempre nella vita ho a che fare con comunità che mi scelgo: sul posto di lavoro, a scuola, non ci sono solo persone con le mie stesse sensibilità. Abbiamo quindi bisogno di vivere esperienze concrete, fisiche, di ascoltare opinioni diverse, modi di pensare diversi. In questo senso, forse, il mondo ecclesiale fa ancora fatica ad accettare che gli spazi virtuali sono spazi profondamente reali. Il Sinodo sui giovani ha posto il tema e ci ha lavorato, ma la narrazione è ancora quella della rete che ti estranea, che ti toglie vita, invece è un ambiente dove la vita c’è, a tutti gli effetti.

Se io dico politica tu che dici? 

Dico che è una cosa complicata e invece ce la vendono semplice. La politica è difficile. È l’arte della mediazione. Come quando fai politica a scuola, all’università, e lì ti rendi conto che devi trovare punti d’incontro fra persone dello stesso gruppo che la pensano diversamente, tra giovani, e poi devi interfacciarti con gli adulti. A noi invece viene spiegato che la politica è l’arte dell’imporsi, del mandare il messaggio più convincente. E le “bolle” di cui dicevo prima, che sono sempre più ridotte, sono funzionali a questa narrazione: quando il mio messaggio raggiunge il target di riferimento e faccio breccia, passo per il più bravo. Mi sembra che l’uso pubblico dei simboli cattolici faccia un po’ parte di questa dinamica, di una semplificazione strumentale che punta a convincere chi fa fatica a comprendere questa complessità.

Quindi come bisognerebbe fare per agire in politica diversamente? I giovani della tua età fuggono dalla politica. 

Sì, fuggono, e mostrano segni di apparente disinteresse. L’astensione non è però del tutto una fuga come ha notato il sociologo Alessandro Rosina analizzando il voto del 4 marzo: i giovani votano chi c’è e fa proposte magari un po’ estreme, oppure si astengono perché intendono dare un segnale, non per disinteresse. Allora, prima che gli spazi della politica partitica, serve innanzitutto valorizzare quelli dell’impegno nella scuola, nell’università, nel sindacato, nella comunità civile. Lì ti formi e ti rendi conto di cos’è l’esperienza politica. E poi c’è bisogno di un enorme lavoro di ricostruzione dei contesti complessi, che vuol dire riuscire a scappare dalla logica del muro contro muro continuo. È chiaro che i messaggi divisivi fanno più breccia, ma mi sembra che le esperienze più efficaci siano quelle che riescono ad aiutare le persone a comprendere i contesti piuttosto che dire “a un messaggio A rispondo con un messaggio B”. Anche se questa operazione richiede molto più tempo.

Un’altra parola: sinodalità; il Papa insiste su questo.

Il Sinodo dei giovani è stata una figata, non so se si può dire su «L’Osservatore Romano». È stata esperienza di sinodalità, l’assemblea sinodale in particolare, ma anche tutto il processo. È un metodo che ha bisogno di tempi lunghi, anche lunghissimi. Il Sinodo dei giovani è iniziato due anni fa ma la sua attuazione sarà molto lunga e avrà bisogno di essere seguita tanto quanto l’evento, perché, altrimenti se la sinodalità si riduce a un evento, si perde; siamo pieni di convegni e di appuntamenti che poi si sono persi. È stata un’esperienza entusiasmante perché ha messo insieme tante differenze: di provenienza, di età, di cultura. Anche nel contesto italiano, però, abbiamo tantissime differenze, tra nord e sud, tra età diverse. Il Sinodo le ha messe insieme dando spazi per vivere momenti formali e informali. Questi ultimi in particolare sono stati decisivi perché hanno permesso di muovere molto profondamente gli affetti. Davanti ad alcune storie di giovani, penso ai giovani dell’Iraq, ad alcune storie di sofferenze e di marginalità, ma anche davanti a storie semplici di comunità cristiane vive e significative, c’è stato un continuo emozionarsi, commuoversi. Ho visto anche i vescovi, anche il Papa, emozionarsi fino alle lacrime, alcuni vescovi facendo i loro interventi hanno pianto. L’incontro con i giovani, soprattutto con i giovani ai margini, nei racconti, anche nella presenza dei questionari che erano stati inviati alla riunione del pre-sinodo ha mosso gli affetti della Chiesa. Tutto il processo, in definitiva, è stato un primo passo per recuperare lo stile dell’informalità, almeno con i giovani. Ricapitolando: riscoprire l’informalità, darsi tempi lunghi e muovere gli affetti sono gli ingredienti che ho riscontrato nella sinodalità. Penso che possano essere elementi che fanno bene anche alla Chiesa italiana in questo orizzonte di lungo periodo per andare ad attingere alle sorgenti vive. Avrei molta paura di un sinodo della Chiesa italiana “romanocentrico”, credo invece che ci serva la periferia, portarla un po’ dentro, uscire un po’ dal centro. Andare nelle periferie e vedere che cosa si muove, che esperienze belle stanno già nascendo spontaneamente. Davvero la realtà è più importante dell’idea: in tanti casi noi pensiamo di dover progettare chissà che cosa, poi andiamo nel gruppo più scalcagnato di provincia e vediamo che ci sono delle cose stupende. 

Ha ragione Matteo Truffelli quando dice, su questo giornale, che c’è una dinamica della sinodalità che va molto oltre l’evento. Un evento sinodale forse potrebbe essere interessante se pensato in due tempi: un momento di sinodalità a livello locale, parrocchiale, diocesano e poi il confronto con l’autorità dei vescovi a Roma. Partiamo dal concreto: che cosa vuol dire essere parrocchia sinodale? Che vuol dire fare sinodalità in parrocchia? Penso che le dinamiche che raccontavo prima si possano portare anche a livello parrocchiale. E poi c’è un confronto con chi ha un ruolo di autorità che è fondamentale per l’esercizio della sinodalità, dove l’autorità deve mettersi al servizio e far crescere tutte le varie parti della comunità. Più vai nel locale e più invece è difficile trovare autorità che si mettano al servizio delle comunità. E non parlo solo di mondo clericale; anche i laici, nel piccolo contesto, nella piccola associazione, a volte sembrano cercare quasi un piccolo spazio di potere.

In conclusione mi sembra che questo è un tempo bello di Chiesa, e direi che anche nello spazio politico ci sono dei fermenti interessanti; c’è anche qualche scenario preoccupante, qualche narrazione che fa un po’ paura, però è bello abitare questo momento, è bello vedere questa Chiesa che è Chiesa in uscita, nel senso che cerca di dialogare con i giovani, con gli adulti, con tante realtà. È bello essere giovani oggi ed è bello far parte della Chiesa oggi. Questa mi sembra la cosa principale che anche nelle attività delle varie associazioni, movimenti, nell’Azione cattolica, nelle parrocchie, è bello far emergere. Non cediamo alle profezie di sventura, come ha detto il Papa iniziando il Sinodo dei giovani.

 

Sul partito d’ispirazione cristiana

Il tema della diaspora dei cattolici non richiede ulteriori rinvii. Non si tratta certamente di non essere sensibili ai richiami, agli appelli e alle indicazioni di una gerarchia che è più attenta all’universalismo, piuttosto che a una identità fondata sulle nostre radici. Le radici sono indispensabili, in politica, come nella morale, nel sociale, come nell’economia, pena un sincretismo ideologico e riduttivo che permette di parlare di +europa e nello stesso tempo fare parte di quella politica minima di supporto alla denatalità che tanto ha inciso da molti decenni, con l’arrivismo politico dei radicali e il cedimento di quota parte dei cattolici democratici a disvalori, nella convinzione che ciò conducesse a una pacificazione sociale.

Perché Sturzo e De Gasperi, nonostante sia trascorso oltre un secolo dalla loro attiva azione politica, sono ancora i nostri maestri e i nostri maggiori interlocutori, e nonostante i rivolgimenti, i cambiamenti, “le rivoluzioni industriali e tecnologiche” che hanno portato l’Italia e l’Europa a una fase critica di impoverimento e di sfiducia? Perché essi hanno saputo incarnare il grido di dolore della povera gente, operando attivamente nei loro territori, Sturzo a Caltagirone e De Gasperi nel Trentino, provvedendo ai bisogni concreti delle persone, delle famiglie, dei gruppi imprenditoriali, che sono i veri motori dell’economia reale, quella che sostiene i valori di piena presenza e di piena capacità produttiva.

Tutto questo, relativo al mondo di oggi, ha un solo significato: la presenza di quel partito – prima PPI, poi DC – che ha costituito la spina dorsale dell’Italia sia come opposizione al fascismo, sia come baluardo al comunismo nel dopoguerra. Ed ora, in questo momento storico, il pensiero e l’azione di Sturzo e De Gasperi rappresentano la campana che risuona nelle piazze e nelle strade, nelle città e nelle campagne; essi sono il nostro inno nazionale che inizia con quel rullio musicale che richiama in un solo punto non solo i cattolici, ma tutti coloro che amano le cose più sane e viventi della nostra esperienza: la difesa della vita nel grembo materno, allo stesso modo che nel barcone, l’accoglienza solidale del focolare familiare, il rispetto e la buona educazione politica, la solidarietà che si fa sussidiarietà e condivisione nel sociale, tutte quelle reti di fiducia (dal latino fides, cioè corda), che fanno di un popolo e di una comunità (l’Europa) una buona unione di civile e di pacifica convivenza.

“Gli affari dei comitati”, sia locali che nazionali, che hanno infestato e stanno infestando i rapporti sociali, politici ed economici, non ci appartengono, perché solo se saremo capaci di dare una svolta alla dimenticanza dei valori e alle nostre divisioni, sarà possibile la presenza, ancor oggi, di una formazione politica, antica in quanto fondata sulla nostra tradizione più ricca e produttiva, nuova, in quanto corrispondente alla sua incorporazione nell’attuale momento storico, in cui l’oblìo delle certezze ha annebbiato le nostre capacità sostanziali di riflettere, comprendere ed elaborare le necessarie contromisure nella vita politica. Quando leggo e sento fare tanti esercizi dialettici, o sento parlare di tanti ripetuti convegni, mi rendo conto che chi li esprime forse non ha inserito la sua presenza nel tessuto sociale lacerato, non ha ancora compreso che continuare nelle vanaglorie e attribuzioni personali, nelle discussioni fini a se stesse, rende ragione delle nostre sconfitte e delle nostre miserie politiche, che sono prese ad esempio, in negativo, dai nostri avversari politici, quelli dei comitati di affari locali e nazionali. Su queste continuano a costruire le loro opportunità, a tutto svantaggio di chi soffre e vive situazioni di grande difficoltà.

Scrisse Alcide De Gasperi, nel suo discorso a Trento in occasione del primo congresso cattolico trentino, il 30 agosto del 1902: “…permettete che io oggi sia assolutamente pratico. Lascerò gli astratti ed esprimerò i nostri ideali concretamente: cattolici, italiani, democratici”. E l’11 febbraio 1903, a Vienna: “Soldati di fede e di entusiasmo, non ci nascondiamo le difficoltà della lotta e soprattutto che gli anni nostri sono di preparazione, e di studio, ma sappiamo che vi sono momenti in cui vale la parola di Goethe: adesso, in questo periodo, nessuno dovrebbe tacere o cedere”.

Andreotti ne racconta l’impegno in questi termini: “De Gasperi divideva il suo tempo tra gli studi e l’organizzazione studentesca e sociale…Accanto a don Endrici andava per la Val di Fiemme o in Folgaria ad organizzare cooperative di consumo e casse rurali, per sottrarre tanta povera gente al dominio degli usurai. La popolazione delle campagne, collegata ai centri di vendita con mezzi scarsi e difficoltosi, che nel periodo invernale venivano addirittura sospesi, era alla mercé di mercanti che nei loro affari non si ispiravano certamente ai precetti evangelici. Altro peso gravante sui contadini era quello dei prestiti e dei mutui che alcuni signori di campagna, non esclusi purtroppo alcuni dei cosiddetti <intransigenti>, effettuavano a tasso elevatissimo…”(De Gasperi e il suo tempo. Trento Vienna Roma, II edizione riveduta e ampliata, dicembre 1964, Mondadori).

Queste memorie danno ragione a coloro che, con spirito di novità e con dedizione, hanno cercato di entrare nelle pieghe locali dei territori, nelle criticità delle anguste miserie di quel popolo che nella storia è sempre stato o carne da macello, o servizio dei potenti del tempo, e che nella sua umiltà e capacità di soffrire, ha offerto la migliore parte di se stesso, costituendo da sempre il più grande esempio di passione civile, umana e solidale.

Una battuta sulle Olimpiadi invernali . Bravo Malagò a crederci

Non credo che questo tipo di votazioni si svolga sul dossier migliore tecnicamente ma su un impatto emotivo generico, su sentimenti di empatia e sulla spinta di un lobbysmo scatenato che usa anche armi “scorrette”.

I popoli nord europei, e gli scandinavi in particolare, vivono abbastanza di rendita al riguardo e sono molto bravi a denigrare i terroni dell’Europa con argomenti di facile presa sui delegati del CIO, che sono piuttosto snob per la loro provenienza dalle élite dei loro Paesi.

Un bel colpo, comunque. Alla fine l’Expo di Milano e la magia di Cortina rispetto ad Are (io ci sono stato…) hanno prevalso, sia pur senza stravincere. Bravo Malagò a crederci e a cementare le istituzioni più che la politica dei partiti.

Donne. Ocmin: “Coordinamento nazionale donne Cisl ha aderito all’iniziativa contro la maternità surrogata”

“Il Coordinamento nazionale donne Cisl ha aderito stamane all’iniziativa promossa dall’ Associazione ‘Se non ora quando-libera’ e da altre realtà contro il riconoscimento per legge della maternità surrogata e della pratica dell’utero in affitto”. Lo dichiara in una nota la Responsabile del Coordinamento Donne della Cisl, Liliana Ocmin.

“Come Coordinamento ci siamo sempre dichiarati contrari alla mercificazione del corpo della donna- sottolinea Ocmin- ed abbiamo cercato di guardare soprattutto all’interesse superiore del nascituro che ha il diritto appunto ad avere una mamma ed un papà certi.

Ciò senza nulla togliere alle scelte personali di ciascuno, ma qui parliamo di diritti e non di desideri personali o questioni ideologiche. Tutto questo è inaccettabile, perciò occorre fare fronte comune su un tema che rischia di condurci verso una deriva sociale disumanizzante. Per questo diciamo con forza ‘No’ ad una legge che regolamenti l’utero in affitto al solo scopo di assecondare “capricci” individuali facendo della maternità addirittura un lavoro. Per noi l’uso commerciale del corpo della donna non potrà mai assurgere a tipologia lavorativa. Per noi non esiste il sex work.

Così come ci siamo opposte all’idea paventata da qualcuno di un ritorno alle “case chiuse” ed all’abolizione della legge Merlin facendole passare come sostegno alla libertà e all’autodeterminazione delle donne. Basta offese alla dignità delle donne e dei bambini”. “E’ bello oggi vedere tanta trasversalità- conclude Ocmin- e quindi consapevolezza su un tema così delicato, serve però un fronte più ampio per arginare i numerosi tentativi di scavalcare i diritti inviolabili delle persone”.

Estate, in vacanza 39 mln di italiani nel 2019

Sono 39 milioni gli italiani che hanno deciso di andare in vacanza nell’estate 2019, un numero sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno.  È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixe’ divulgata nel primo weekend dopo l’inizio dell’estate, dalla quale si evidenzia una tendenza a ritardare le partenze per le incertezze del meteo dopo un mese di maggio eccezionalmente piovoso con il maltempo che ha rallentato le prenotazioni.

L’Italia resta di gran lunga la destinazione preferita che – sottolinea la Coldiretti – è scelta come meta dal 86% ed è sempre il mare a fare la parte del leone per 7 italiani su 10 (70%), anche se in molti casi in combinazione con le città d’arte, la montagna, i parchi e la campagna.

La maggioranza degli italiani in viaggio – riferisce la Coldiretti – ha scelto di alloggiare in case di proprietà, di parenti e amici o in affitto ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche alberghi, bed and breakfast, villaggi turistici e gli agriturismi che fanno segnare un aumento del 3% rispetto allo scorso anno anche grazie alla qualificazione e diversificazione dell’offerta ma anche all’ottimo rapporto tra prezzi/qualità.

Per scegliere l’agriturismo giusto il consiglio –  sottolinea la Coldiretti – è quello di rivolgersi su internet a siti come www.campagnamica.it o di scaricare la nuova App di Campagna Amica che permette di scegliere le strutture dove poter soggiornare nei più bei paesaggi della campagna italiana, i mercati di Campagna Amica, le fattorie e le botteghe dove poter comprare il vero made in Italy agroalimentare, a partire dai Sigilli, i prodotti della biodiversità salvati dall’estinzione, ma anche i ristoranti che offrono menù con prodotti acquistati direttamente dagli agricoltori.

Se in piena estate è il mare – spiega Coldiretti – ad essere piu’ gettonato all’inizio e alla fine della stagione turistica estiva particolarmente apprezzate sono anche le scelte alternative per conoscere una Italia cosiddetta “minore” dai parchi alla campagna, dalla montagna fino ai piccoli borghi che fanno da traino al turismo enogastronomico, con ben il 92% delle produzioni tipiche nazionali che nasce nei comuni italiani con meno di cinquemila abitanti.

Con l’estate si mette in moto la stagione estiva dell’intera filiera turistica che – sottolinea la Coldiretti – contempla le imprese che si occupano di alloggio e ristorazione, le agenzie di viaggio e i tour operator ma anche altri settori che integrano e supportano quelli principali (come, ad esempio, i trasporti o le attività ricreative e di intrattenimento) e si compone di 612mila imprese con oltre 700 mila unità locali. Essa rappresenta – conclude la Coldiretti – il 10,1% del sistema produttivo nazionale, superando il settore manifatturiero. Elevata l’incidenza dell’occupazione: con 2,7 milioni di lavoratori, al turismo si deve il 12,6% dell’occupazione nazionale secondo elaborazioni dati Unioncamere.

Refugees got talent: vince la poetessa Hannah Imordi

A vincere il talent – organizzato dalla Rete del Rifugiato, col patrocinio dell’Unhcr, del Comune e dell’arcidiocesi di Catania – è stata la poetessa Hannah Imordi che “ha saputo esprimere, con parole semplici e intense, esaltate da una presenza e da una recitazione di grande impatto emozionale, il senso più profondo e doloroso del viaggio e dell’esperienza in una nuova terra”.

Sul podio anche il cantante Loveth Oluwatobi e il ballerino Soumah Mamadou, che ha ottenuto una borsa di studio dal maestro Lino Privitera per un corso di perfezionamento a “L’Opéra”, centro professionale di danza di Catania.

Sul palco erano 13 i finalisti in gara che hanno fatto ballare, cantare, emozionare il pubblico. Varietà e qualità hanno ispirato la serata che ha potuto svelare al pubblico i tanti talenti nascosti, stranieri e italiani, della città: cantanti rap, reggae, ballerini, danzatori, poeti, musicisti.

Criminalità e corruzione: la Regione Lombardia promuove due giornate formative

In considerazione di un fenomeno del quale si comprende ormai la dimensione, si terranno il 26 e il 27 giugno a Varese, presso l’Ufficio territoriale regionale, due giornate formative inerenti al progetto “Percorsi di formazione e conoscenza contro mafia e corruzione” un’iniziativa promossa dalla Regione Lombardia in collaborazione con Avviso Pubblico. Alla kermesse si discuterà di“Criminalità organizzata e contrasto a riciclaggio, evasione, elusione, racket e usura” con gli interventi di esperti del tema, investigatori e docenti. Due gli eventi: uno a carattere generale e l’altro dai contenuti specialistici al fine di approfondire i diversi aspetti dei fenomeni corruttivi e mafiosi.

Interverranno, tra gli altri, Mario Turla, consulente, esperto di anticorruzione e antiriciclaggio; David Gentili, presidente della Commissione antimafia del Consiglio comunale di Milano; Paola Caccio, vicequestore della Direzione investigativa antimafia; Monica Mori, responsabile antiriciclaggio del Comune di Milano. A moderare i due incontri sarà Francesco Vignola, responsabile del Dipartimento formazione di Avviso Pubblico.

Il racket è quella forma di crimine estorsivo che agisce nei confronti di operatori economici e di chi detiene la proprietà di un’azienda (negozio, cantiere, fabbrica) che produce reddito. L’estorsore applica una strategia di minaccia e intimidazione per spaventare l’operatore economico (senza tuttavia annientarlo, per non perdere una fonte di reddito). L’estorsore si manifesta poi per offrire protezione in cambio di somme di denaro, il cosiddetto “pizzo”.

L’usura è, invece, lo sfruttamento del bisogno di denaro di un altro individuo per procacciarsi un forte guadagno illecito. Nel rapporto usurario ci sono dunque la necessità di denaro e un’offerta che può apparire come un’immediata possibile soluzione per chi si trova in difficoltà. Viene così concesso un prestito a un tasso d’interesse superiore al cosiddetto “tasso soglia”, rilevato ogni tre mesi dal Mef e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, che si calcola aumentando del 50% il tasso effettivo globale medio relativo ai vari tipi di operazioni creditizie.

Il fenomeno della criminalità organizzata, estorsioni e usura al Nord è un fenomeno relativamente recente che purtroppo sta crescendo in questi anni. I negozianti, gli imprenditori, i manager non sempre sono preparati alla complessità e alla rischiosità del fenomeno mafioso, che può manifestarsi attraverso diversi molteplici varchi. Nel quadro d’insieme, oltre alla difesa sociale, un ruolo chiave è certamente rappresentato dalla la formazione dei decisori aziendali a vari livelli.

Talvolta il processo d’infiltrazione è facilitato da soggetti che popolano la cosiddetta zona grigia, vale a dire persone che agiscono nella sfera economica legale, in quella politica e civile intrattenendo rapporti di scambio con coloro che appartengono ai nuclei criminali e facendo da tramite tra questi e l’impresa legale. Accanto a tali soggetti operano intermediari, persone affiliate o comunque vicine alla criminalità organizzata che hanno l’obiettivo di individuare e avvicinare le potenziali vittime, traendone a loro volta un vantaggio. Per combattere la piaga dell’usura, della corruzione, della concussione occorre un grande quanto corale, impegno educativo, profonda etica della cittadinanza e del bene comune, una reale presa di coscienza della dimensione e della pervasività del problema che non conosce confini.

 

Il luogo di cura per intervento chirurgico oncologico: una scelta consapevole del paziente

Siamo sempre più attenti alla ricerca del luogo giusto dove poter acquistare il prodotto migliore, dove poter mangiare il cibo migliore… poniamo sempre maggiore attenzione alla qualità del prodotto e alla sua certificazione. Leggiamo con attenzione le etichette – sempre più complete di informazioni – e consultiamo con criticità le guide che svelano la bontà dei servizi offerti.

Questa modalità di scelta ha contaminato anche il mondo della salute. Abituati ormai a questa forma mentis, i cittadini sono indotti a cercare quegli strumenti che possano aiutarli a scegliere il luogo di cura più adeguato per le proprie esigenze di salute.

Per questo motivo è richiesto uno sforzo nella ricerca di “indicatori” – oggi in parte forniti dal Programma Nazionale Esiti (PNE) di Agenas – che siano utili e adatti a identificare i luoghi di cura più adeguati. Istituzioni e Società Scientifiche sono chiamate a portare avanti questo impegno.

Questa scelta deve tener conto sia dei volumi di attività chirurgica, ma anche delle buone pratiche assistenziali che prima, durante e dopo l’intervento chirurgico devono accompagnare il paziente oncologico nel suo percorso di cura.

In altre parole, la soglia minima di interventi annui prevista dagli standard resta un indicatore fondamentale, ma in Italia varie realtà sono ‘sotto’: così, nel 2017 solo il 27% delle struttura ha eseguito almeno 70 interventi al polmone all’anno e soltanto il 23% ha superato 20 operazioni allo stomaco. Al contrario, è dimostrato che la mortalità a 30 giorni dopo l’intervento chirurgico diminuisce decisamente nei centri con almeno 50-70 interventi all’anno per tumore del polmone, nei centri con almeno 50 interventi per carcinoma del pancreas e nei centri con 20-30 interventi per tumore dello stomaco. La scelta del luogo di cura può dunque fare la differenza. Dall’altro lato, l’Italia registra miglioramenti nel cancro al seno: nel 2017, il 20% degli ospedali ha effettuato almeno 150 interventi chirurgici, lo standard stabilito per legge, rispetto al 16,5% del 2015.

Tabacci, il centro e i cattolici.

Foto centro democratico

E’ sicuramente positiva l’elezione di Bruno Tabacci a Presidente della formazione +Europa. Al di là e al di fuori dei radicali, la presenza di Tabacci è la conferma che qualcosa si muove nell’area riformista e democratica del centro sinistra. Una elezione che rappresenta un tassello importante in vista della costruzione di un centro riformista, di governo, innovativo e che sia in grado di intercettare una fetta di elettorato che tuttora si rifugia nell’astensionismo o che, al contempo, vota stancamente i partiti esistenti.

Certo, per costruire un luogo politico credibile e che non sia solo un posizionamento tattico o un escamotage funzionale ad una pura rendita di posizione, è necessario che questo sia un movimento/partito plurale. Nessuna deriva identitaria, nessuna logica autoreferenziale e, soprattutto, nessuna tentazione di autosufficienza culturale. In un luogo politico plurale si entra con la propria identità culturale, ideale e a volte, forse, anche etica e si raggiunge poi una sintesi politica solo attraverso il pieno recupero della “cultura della mediazione”. Un metodo e una prassi che, da sempre, caratterizzano il cattolicesimo democratico e popolare.

È questa, dunque, la vera priorità che caratterizza oggi un’area politica che rischia di essere catturata dalla nostalgia da un lato – e quindi si fa forza della sua autosufficienza e autoreferenzialita’ – e che, dall’altro, si affretta a dichiarare con troppo anticipo con chi si alleera’ in vista delle elezioni. Anticipate o meno che siano. Un doppio errore che deve essere battuto alla radice pena la riduzione del “centro” ad un luogo politico troppo debole per essere competitivo e quindi condizionante.

Ed è lungo questo crinale che si inserisce il tema della presenza e del ruolo dei cattolici democratici e popolari. È perfettamente inutile, anche se comprensibile, continuare un dibattito dove si evidenzia l’impossibilità di confluire in qualsiasi partito e contenitore sognando ad occhi aperti di percorrere un tragitto identitario ed autosufficiente. Un percorso rispettabile ma puramente e seccamente testimoniale e quindi politicamente sterile ed inconcludente. Come hanno confermato ripetutamente tutte le elezioni a livello nazionale e a livello locale. Ed è giunto anche il momento, quindi, di “trafficare i propri talenti” per dirla con Rosy Bindi. Sotto questo versante saremo giudicati e, soprattutto, sara’ valutato il nostro progetto politico, la nostra iniziativa culturale e il nostro comportamento organizzativo. La riflessione e il dibattito culturale e prepolitico continuano ad essere indispensabili e necessari ma adesso è il momento dell’azione. Piaccia o non piaccia a tutti noi.

Infante, I cattolici dinanzi alla “grande alleanza” per il Paese.

Mi pare che l’ultimo intervento di Lorenzo Dellai prosegua sulla linea di un suo serissimo ragionamento su alcuni punti fondamentali. Una volta chiariti, possono davvero servire ad avviare un processo di “ ricomposizione” di un’area finita nell’irrilevanza.

Sono così chiari gli antefatti che appare superfluo il tornarci sopra. A partire dalla questione del “ nuovo soggetto politico” da costruire su cui, da tempo, è stata avviata una riflessione sia su Il Domani d’Italia, sia su Politica Insieme, oltre ad essere stata recentemente oggetto di ampia discussione all’interno della intera realtà cattolica italiana.

Ci sarebbe molto da discutere sul fatto che la crisi dei partiti italiani, simile a quelli di altre realtà europee, ma differente da altri ancora, sempre europei, non debba proprio essere fatta risalire alla mancanza di quella identità che, giustamente, Lorenzo Dellai collega al “ legame tra la ‘politica’ e il suo profilo culturale”.

Gran parte della crisi delle organizzazioni politiche è, infatti, crisi di idealità. Come scrisse il Capograssi è il frutto dello “ staccarsi dai centri della vita, dai principi della vita, dalle morali e dai diritti della vita”, da parte di quelle “classi di professionisti della politica, i quali cercano di utilizzarla a proprio profitto”. (Giuseppe Capograssi, “ Considerazioni sullo Stato”, pubblicato postumo nel 1958)

E’ vero che i “ valori” e una “visione” non sono sufficienti a sostanziare da soli una presenza politica. L’energia “ rivoluzionaria” del popolarismo sta proprio qui: nella capacità di tradurre valori e visione nella costruzione di un “partito vitale”, lungo “vie precise e finalità concrete” ( Luigi Sturzo: I problemi della vita nazionale dei cattolici italiani- 29 dicembre 1905).

Questo ragionamento, come ricorda Dellai, oltrepassa la ricerca di un mero posizionamento “ geometrico” nella dialettica politica.

Va al di là dei concetti di “buon senso” e di moderazione”. Due termini cui don Luigi, dopo di lui concordarono De Gasperi e Moro, riconosce l’importanza come “metodo”, non certo come sostanza. Sturzo, infatti, fece parte di quel filone di “ intransigenti”capace di portare l’intransigentismo, che molti confusero, alcuni lo confondono ancora oggi, con l’integralismo, ad uno sbocco popolare e democratico.

In fondo, è all’intransigentismo che risale quel concetto di “autonomia” da non intendere quale separatezza presuntuosa o autorefenzialità. Bensì, riconoscimento realistico ed obiettivo che nessuna altra proposta possa pienamente rispondere ai problemi del Paese secondo le finalità perseguite in base a quella “soggettività politica”, ricordata da Lorenzo Dellai, necessaria a portare nella dialettica pubblica specifiche istanze sociali, ideali e morali.

E’ per me estremamente facile esprimere l’assoluta convergenza di valutazioni con Lorenzo Dellai sulla necessità di arrivare al superamento della fase “ pre politica”, dimensione sempre apparsami vaga, oltre che delle titubanze e, soprattutto, di quelle ” circospezioni tattiche” tanto care, purtroppo, ad alcuni uomini ed organizzazioni del nostro mondo nel corso degli ultimi 25 anni.

E’ necessario attingere alla forza dell’antico popolarismo e della successiva esperienza degasperiana e morotea per quel molto di “vitale”, nel sociale e nel politico, in esse contenute e in grado di riproporre una specificità e un’autonomia da metabolizzare e declinare intelligentemente nel tempo in cui ci è dato di vivere.

Non ci si può abbandonare, dunque, all’idea accademica di una trasposizione sic et simpliciter ai giorni nostri. Allo stesso tempo, neppure ci si può riferire alle più recenti esperienze, come quella della ” Margherita”, nate, e purtroppo decedute, in un contesto molto diverso da quello odierno.

L’Italia, e in essa le forze politiche e le dinamiche collettive dell’oggi, è diversa. Ha attraversato e sta affrontando una mutazione “ genetica”: differenti le segmentazioni della società, gli individui, le famiglie e i più complessivi snodi economico-sociali ed internazionali.

Sarebbe esiziale non registrare ciò e, sulla base della conoscenza e della consapevolezza di ciò, non avviare una “ riaggregazione” il cui punto di partenza, ma anche il suo sbocco finale, sia la capacità di avanzare una adeguata “proposta al Paese”.

Anch’io ho appena sostenuto la necessità (https://www.politicainsieme.com/?p=2140 ) di proporre ad una consistente parte del mondo laico di partecipare ad una “ grande alleanza”. In gioco c’è, infatti, una generale rigenerazione. Non solo dei cattolici e del loro eventuale riaggregato movimento politico.

Una sfida in cui saremmo costretti a misurare la nostra laicità, la capacità di proposta e di conquistare consenso. L’impegno, però, richiama pure la sincera partecipazione di altri, determinati a collaborare alla ricostruzione non per via ideologica, ma fattuale e concreta.

Gli intellettuali e gli editorialisti espressione di vari mondi laici da tempo indicano questa prospettiva e credo sia giunto il momento di vedere le nostre carte e quelle loro e di quanti altri sono intenzionati ad un superamento di una fase di oggettiva “ confusione” e contraddittorietà politica e legislativa.

La questione europea concorrerà a farci giungere al “dunque” lungo questo percorso. Noi dovremmo farci trovare pronti. Cominciando dal superare le dinamiche di un mondo cattolico indaffarato solo ad interloquire al proprio interno, spesso senza alcun costrutto.

E’ stato, infatti, perso il senso della “ dinamicità” della politica italiana e si è rimasti rinchiusi nei vecchi stati di fatto creati da 25 anni di diaspora. Tante le opportunità perdute!

E’ fondamentale, come sottolinea, Lorenzo Dellai, partecipare sulla base di un “ proprio originale e peculiare contributo alla ricostruzione di una idea “sociale e comunitaria” della democrazia e di un suo rinnovato ed esigente “compromesso” con il capitalismo, che rilanci la tutela “delle attese della povera gente” e riaffermi il primato della “Comunità” sullo Stato e sul Mercato.

Non può la nostra essere, però, una prospettiva unidirezionale, interessata solo ad una parte dello scacchiere politico italiano.

C’è un grande fermento anche tra gli amici ispirati cristianamente che hanno vissuto esperienze al di là di quella che per circa 20 anni è stata una “ barricata” irta ed invalicabile. Dobbiamo porci questa questione o no? O dobbiamo continuare a vivere l’oggi con il retaggio delle divisioni del passato e delle sue superate dinamiche politico – parlamentari?

Guardando a provenienze dal centrodestra o dal centrosinistra, non mancherà certo il discernimento per valutare uomini e cose, sincerità negli intendimenti, capacità propositiva. Si tratta di curare vecchie e nuove relazioni. A partire da quelle che si definiscono spontaneamente nelle realtà locali.

Un punto cruciale è certamente rappresentato dalle questioni eticamente sensibili su cui sono state registrate oggettive difficoltà ad intervenire.

Tra poco giungerà l’appuntamento su di una parte della legge sul fine vita che, se non adeguatamente affrontata entro il prossimo 24 settembre, potrà realisticamente far diventare l’Italia paese in cui sarà di fatto legalizzata l’eutanasia. Verso questo sbocco già in molti premono. Del resto, anche forze economiche ed imprenditoriali importanti sono interessate a trasformare il fine vita in un ulteriore settore di affari. Sono già pronte le cliniche specializzate, la formazione di personale, l’organizzazione e i medicinali adatti all’uso.

Io sto fermo alle recenti riflessioni di Domenico Galbiati (https://www.politicainsieme.com/?p=2052 ) sulla necessità di aprire un tavolo comune. Superiamo, dunque, i silenzi e i tatticismi e non lasciamo la battaglia per la vita e per una morte dignitosa a quelli che, davvero in questi anni, hanno finito per presentarsi come gli “ ultimi dei mohicani”, da una parte e dall’altra.

E’ probabile che i prossimi eventi congiureranno affinché la “ risistemazione” di casa nostra possa coincidere, e in qualche modo sovrapporsi, con la necessità di interloquire e avviare relazioni con altri. Ma questa seconda esigenza non può sostituire la prima, non può divenire la scappatoia per non risolvere i nostri problemi o aiutare altri a non risolvere i propri.

Su questo punto, vedo una varietà di posizioni tra tutti gli orbitanti attorno a Il Domani d’Italia, alla Rete Bianca e oltre. Cosa, del resto, che mi sembra sottintendere anche una parte del ragionamento di Dellai, se addirittura non trova in essa lo stimolo.

Si va da amici ancora inseriti a pieno titolo nel Pd, ad altri che vivono una sorta di “ vedovanza” nei confronti del partito di Zingaretti. Altri ancora si ritrovano attorno a quel capezzale, in attesa di una “ resurrezione”.

In molti, però, o almeno io ho capito così, hanno raggiunto invece il convincimento della necessità di “ convenire” attorno ad un processo nuovo ed originale di riaggregazione che nell’autonomia individua un elemento sostanziale e di metodo.

Credo sia necessario precisare, a questo punto, qualcosa su Politica Insieme. Essa non è stata concepita perché debba costituire il “ contenitore”. Si tratta, invece, di uno sforzo di progressivo allargamento di una nuova sensibilità e di un richiamo verso un progetto più ampio. E’ quello che ci chiede tanta gente ritrovata nel corso dei mesi scorsi sul territorio.

La convergenza esclude un “ convenire” d’ordine gerarchico. Così come, può divenire sostanziale ricchezza comune, grazie alla pluralità di toni e di accenti, se davvero parte di una stessa lingua.

Persino le caratteristiche dei singoli possono esplicitarsi meglio in un percorso più ampio, destinato a coinvolgere con intenti inclusivi, su di un piede effettivo di parità, tutte le espressioni, singole o di gruppo, e quanti sono ancora oggi animati da una ispirazione cristiana e volenterosi di articolarla laicamente sulle cose concrete.

Si tratta di voler fare assieme la strada, che però prima o poi si dovrebbe pur imboccare davvero, oltre che essere declamata, dedicandoci con animo aperto e costruttivo con tutte le amiche e gli amici dal comune e coincidente richiamo ideale, ma che non sono riusciti finora a tradurlo in un impegno convergente di personalità, idealità ed intenti.

Cattolici e politica: Dianich (teologo), “scollamento della vita di fede da responsabilità politiche”

Fonte Agensir

“L’attuale insignificanza dei cattolici in politica è il sintomo di un avvenuto scollamento della vita di fede del credente dalla percezione delle sue responsabilità politiche”. Lo scrive il teologo Severino Dianich nel numero di luglio di Vita pastorale, anticipato al Sir. “Non pochi cattolici, nella valutazione della situazione presente, sembrano poco preoccupati di confrontare il proprio giudizio politico con l’insegnamento del Vangelo – aggiunge -. Appena lo si fa, risulta molto arduo poter simpatizzare con l’attuale impressionante revival del ‘nazionalismo’ e le sue politiche sulle migrazioni”.

Dianich pone in evidenza l’opportunità di “giudicare se sia un’operazione compatibile con il Vangelo sostituire il ‘Prima di tutto noi’ al ‘Prima i poveri’, l’orgoglio nazionale alla fraternità universale, la difesa del proprio benessere alla solidarietà, la chiusura dei confini all’accoglienza dei poveri, il ‘Basta stranieri in casa nostra’ all’’Ero straniero e mi avete accolto’ di Matteo 25,35”. Consapevole che “l’applicazione degli imperativi evangelici in politica sia un’operazione complessa”, il teologo osserva che “il cristiano, qualunque sia la sua scelta, dovrà avanzare all’interno del suo schieramento le esigenze della fede”. Soffermandosi sullo “scollamento tra la coscienza di fede e le scelte politiche”, Dianich l’attribuisce al fatto che “nella vita delle comunità è prevalso un atteggiamento di disimpegno”.

“Le migliori energie sociali dei cattolici si sono incanalate nel volontariato, disertando il campo della politica. Invece di favorire il dialogo tra i diversi orientamenti sui problemi emergenti, chiamando tutti a confrontarsi con il Vangelo, s’è preferito, per evitare spaccature nelle comunità, silenziare le questioni politiche”.

Di cosa dovrebbero (pre)occuparsi davvero progressisti e populisti

Fonte Agi

“Le prime luci dell’alba cominciavano a illuminare lo splendido tempio di Atena a Palmira, in Siria, quando improvvisamente una turba di uomini concitati, vestiti di nero e con la barba lunga fece irruzione al suo interno. Sorretti da un inflessibile senso di rettitudine morale, erano venuti per distruggere quello che ai loro occhi era un intollerabile esempio di idolatria, retaggio di un passato pagano e perverso. In poco tempo essi portarono a termine la loro azione, facendo precipitare la statua e quindi vandalizzandola insieme al resto del tempio.”[i]

Non è il resoconto di quanto avvenne nella stessa città nel 2015 ad opera dell’Isis. Siamo invece nel 380 d.c. circa e gli assalitori erano dei convertiti a una nuova religione monoteista che in quegli anni si andava diffondendo nel Medio Oriente molto più velocemente che nel resto dell’impero romano: il cristianesimo.

A poco meno di due millenni di distanza, gli uomini dell’Isis, mossi, a sentir loro, dalle stesse buone intenzioni, si sono dovuti così accontentare di completare l’opera, riducendo in polvere le poche macerie che ancora resistevano sul terreno.

Non si tratta di casi isolati. A ben vedere, infatti, la distruzione violenta delle vestigia del passato è una pratica ricorrente che spesso segna l’alba delle biforcazioni della storia, quando l’incontro con altre culture e/o il mutamento delle condizioni e dei rapporti economici si accompagna a un’improvvisa sensazione di inadeguatezza del sistema vigente di valori e di relazioni sociali.

Le cronache sul recente incendio della cattedrale di Notre-Dame ci hanno permesso di ricordare che le numerose statue che la circondavano furono tutte “decapitate” dai giacobini ben prima di tagliare la testa al re. In tempi più prossimi a noi, i talebani, quando ancora governavano l’Afganistan, distrussero due gigantesche e millenarie statue del Budda, inserite dall’Unesco fra i patrimoni dell’umanità. Nel 2012, pochi mesi dopo che l’Unesco aveva attribuito analoga qualifica alla città di Timbuctu in Mali, i militanti di “al-Qaeda nel Maghreb” rasero al suolo gli antichi mausolei dei “santi” sufi (appartenenti a una corrente “moderata” ma irrituale dell’islam) che rappresentavano la ricchezza culturale del luogo.

Quando abbiamo notizia di questi eventi la nostra riprovazione è totale e sincera, com’è giusto che sia. La cosa sorprendente però è che fra coloro che si indignano vi è chi ritiene invece cosa giusta e necessaria la rimozione di monumenti dedicati a personaggi del passato le cui gesta o il cui pensiero sono ritenuti incompatibili con i nuovi valori che si vanno affermando in occidente. Il fenomeno è per ora concentrato soprattutto negli Stati Uniti, dove si abbattono le statue di Cristoforo Colombo e dei generali sudisti e nelle cui università vengono messi all’indice autori non in linea con le nuove sensibilità.

Coloro che promuovono queste azioni costituiscono un’avanguardia estrema delle nuove convenzioni sociali, ma, non diversamente dai “distruttori” islamici, essi rappresentano l’epifenomeno di una più ampia e diffusa reazione agli stravolgimenti delle relazioni economiche e sociali indotti dalla globalizzazione.

L’apertura dei mercati commerciali e finanziari avviata sul finire degli anni ’80 si è risolta, infatti, in una enorme redistribuzione del reddito planetario che ha beneficiato soprattutto la Cina, l’India e alcuni Paesi del sud-est asiatico. Per la maggior parte degli altri Paesi di quello che un tempo era definito “terzo mondo”, invece, la globalizzazione si è tradotta in un netto peggioramento delle condizioni economiche relative, con l’aggravante del “disordine sociale” determinato dall’irruzione, anche tramite Internet e i social, di costumi e sistemi valoriali sviluppatisi in società (le nostre) che avevano sperimentato un diverso sviluppo economico e sociale.

Non dovremmo sorprenderci quindi che la popolazione di questi Paesi reagisca rigettando la cultura e i valori provenienti dall’esterno. A fronte di quella che percepiscono come un’indebita e perniciosa “invasione”, essi cercano invece di recuperare sicurezza e protezione nelle proprie tradizioni e credenze. Con un po’ di supponenza mista a ingenuità noi occidentali avevamo inizialmente intepretato i tumulti succedutisi nel medio oriente (la cosiddetta “primavera araba”) come un anelito di quei popoli ad acquisire il nostro modello di democrazia e di costumi sociali, mentre proprio da questo intendevano allontanarsi per rifugiarsi nelle proprie consuetudini più arcaiche e radicate, fra cui è naturalmente centrale quella religiosa.

Le cose sono andate diversamente nei Paesi occidentali dove inquietudini qualitativamente non diverse hanno trovato sfogo soprattutto nella cabina elettorale, dando origine ai movimenti “populisti”. In realtà, appare sempre più evidente che all’interno di questi Paesi si va consolidando una netta contrapposizione fra due “tribù” che mostrano una diversa gerarchia di valori e una diversa rappresentazione della realtà quotidiana e delle priorità da affrontare.

Da una parte c’è una maggioranza rappresentata dai “perdenti” della globalizzazione, da coloro cioè che negli ultimi decenni hanno subito l’impatto diretto della nuova e più ampia competizione internazionale e della contestuale distruzione delle preesistenti relazioni economiche indotta dalle nuove tecnologie. Essi, soprattutto dopo la crisi economico-finanziaria del 2008 ricaduta in gran parte sulle loro spalle, sperimentano un deterioramento progressivo delle proprie condizioni economiche, una crescente incertezza sulle prospettive future, un graduale ma inesorabile scadimento del proprio ruolo, e quindi della propria dignità, all’interno della società.

Per comodità descrittiva li chiameremo “stanziali”, perché in larga parte, non partecipando ai fasti della globalizzazione, restano radicati ai luoghi di origine: i paesi , le piccole città e le periferie di quelle grandi.

Sul fronte opposto vi è una minoranza, per ora consistente e soprattutto influente, che invece si trova a suo agio nelle nuove relazioni economiche e sociali introdotte dalla globalizzazione. Li chiameremo “cosmopoliti”, perché non si sentono radicati a un particolare luogo, ma ambiscono a sentirsi cittadini del mondo, in ciò spesso agevolati dall’appartenenza a network internazionali: l’informazione, lo spettacolo, le università, la moda, la ricerca scientifica, la finanza, solo per citare alcuni esempi. In buona sostanza, essi hanno sostituito i modelli relazionali tipici delle comunità chiuse con quelli propri di questi network, che per forza di cose sono il risultato di una mediazione fra culture diverse.

La contrapposizione fra queste due tribù è pertanto particolarmente accesa sul fronte del sistema dei valori di riferimento. Gli “stanziali” ritengono ragionevole difendere quelli identitari delle comunità a cui sono legati e che sentono minacciati da forze esterne e incontrollabili. A fronte di questo attacco economico e culturale, essi reagiscono, non diversamente dai loro omologhi del terzo mondo, cercando riparo e sicurezza in tutto ciò che rafforza il loro senso di appartenenza, come le tradizioni, la famiglia e la religione. Non sorprende che questa tendenza si accompagni e anzi venga rafforzata dal rigetto e dall’ostilità verso il “diverso”, colui che non appartiene alla comunità e non ne condivide i valori.

Da parte loro i “cosmopoliti”, in virtù del loro “sradicamento”, tendono a sviluppare un’identità più fluida, enfatizzando il proprio individualismo. Per loro la diversità è un valore da tutelare e allo stesso tempo privilegiano la libertà rispetto alla sicurezza, l’autonomia rispetto all’autorità e la creatività rispetto alla disciplina. Tutto il contrario degli “stanziali”.

Ma è soprattutto sul piano della regolamentazione della sessualità, che la contrapposizione fra i due gruppi emerge con maggiore nettezza. Il contenimento e la disciplina della competizione sessuale è essenziale per un’ordinata convivenza e, fin dalle società più antiche, esso è avvenuto attraverso l’attribuzione di ruoli e comportamenti predefiniti per i maschi e le femmine e una regolamentazione delle relazioni sessuali e della protezione dei figli. Centrale in questo processo di normalizzazione della sessualità è la funzione svolta dalle religioni.

Queste regole appaiono agli occhi dei secolarizzati “cosmopoliti” come un orpello retrogrado, proprio di una società oscurantista e chiusa che ci siamo lasciati alle spalle. Il problema è che al loro posto essi desiderano introdurne altre, apparentemente più aperte e flessibili, ma che nei fatti si rivelano invece altrettanto prescrittive e repressive.

Vediamo così che, non diversamente da quanto sempre accaduto in passato, viene posta in primo piano la regolamentazione della condizione delle donne, di cui si reclama ora una piena emancipazione dal ruolo atavico loro assegnato all’interno della comunità, accompagnata però dall’introduzione di nuove, severe e, per la verità, ancora un po’ confuse regole di ingaggio sesssuale.

Appare inquietante, solo per fare un esempio, che alcune fra le principali testate giornalistiche si siano sentite in dovere di pubblicare un vademecum, con tanto di illustrazioni esplicative, dei comportamenti “corretti” con cui ci si deve rapportare all’altro sesso, implicitamente avallando l’introduzione di nuove categorie di tabù.

Alle campagne “educative” e alla “political correctness” dei “cosmopoliti”, gli “stanziali” rispondono enfatizzando l’importanza dei simboli religiosi (il rosario di Salvini) oppure entrando nel campo avversario dei “diritti civili”, riproponendo, come sta accadendo in alcuni stati americani, il divieto di aborto.

Un osservatore obiettivo non mancherà di restare sorpreso dall’assertività acritica con cui le due tribù portano avanti le proprie posizioni, ciascuna senza prendere neanche in considerazione le possibili ragioni dell’altra. Eppure, se non viene ricomposta, questa faglia che si sta creando all’interno delle nostre società rischia di mettere in crisi lo stesso sistema democratico. I risultati elettorali, fuori e dentro il nostro Paese, sono un chiaro segnale d’allarme.

A rigore, spetterebbe alla tribù dei “cosmopoliti”, con la quale si identifica larga parte della classe dirigente, liberarsi dalla compiacenza mista a gratificazione con cui hanno abbracciato il nuovo sistema di valori, elevandolo ingenuamente a modello universale, la cui correttezza sarebbe di tutta evidenza e incontestabile. Non dovrebbe mai essere dimenticato che proprio sulle verità “facili” e incontrovertibili (per cui, chi non le condivide o è in malafede o stupido) poggiano gli estremismi che nel migliore dei casi si manifestano con la distruzione di statue.

Sarebbe auspicabile invece che venisse dedicato almeno una parte dell’ardore e del senso di urgenza con cui sono condotte le battaglie, pur legittime in principio, per i cosiddetti “diritti civili” a quelli che sono i veri problemi che attanagliano le nostre società e che ne stanno minando la coesione interna: la scomparsa dell’ “ascensore sociale”, la ripartizione sempre più squilibrata del reddito prodotto fra capitale e lavoro, l’ipertrofia della finanza, il calo apparentemente inarrestabile della produttività, l’impatto delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro, per citarne alcuni. E’ dall’incapacità di affrontare questi problemi che originano le fratture all’interno della nostra società.

Non ci sono ricette facili e soprattutto non possono essere adottate da singoli Paesi, ma almeno cominciamo a parlarne, prendendo atto del fallimento dell’attuale modello di sviluppo di matrice anglosassone. Abbiamo il vantaggio, mai abbastanza sottolineato, di poter condurre questa riflessione all’interno di una grande comunità di Paesi accomunati da millenni di storia e civiltà alle proprie spalle.

Nel frattempo, non vi dovrebbe essere alcuna indulgenza nei confronti di coloro che abbattono i monumenti del passato, a qualunque tribù appartengano.

Caso Regeni, La denuncia deve restare. Fedriga (FVG) ci ripensi.

Del tutto improvvido è sembrato il gesto di Massimiliano Fedriga. Togliere la denuncia che la coscienza del nostro Paese rivolge al Governo Egiziano per nascondere la verità sulla tragica e orribile sorte di un giovane nostro concittadino, di Giulio Regeni, non ha alcuna giustificazione. Poteva sicuramente toglierlo per il periodo attinente alla pubblicità di un evento sportivo estivo, ma giustificarlo dicendo che l’avrebbe riposizionato il giorno successivo. Argomentare, come ha fatto il Presidente, è un gesto intellettuale, prima che etico e politico, per me incomprensibile.

A parlare non è in questo caso l’uomo politico, ma l’uomo che risponde alla propria coscienza. È  quest’ultima che mi spinge a muovere questa critica e questa osservazione. Fossi in Fedriga, come può capitare a chiunque, sentendo le proteste che da più parti gli sono piovute addosso, ritornerei sui miei passi.

Il dolore insopportabile per la perdita del giovane ricercatore di Fiumicello, uno dei nostri ragazzi, dovuta a torture con conclusione tragica, è un dolore che non può essere mai dimenticato. Ne va della nostra dimensione intima, culturale e religiosa.

Anche dovesse, come si vede un po’ ovunque, sbiadirsi il giallo degli striscioni, non potrà mai tingersi il dovere di un Paese nei confronti del diritto almeno alla Verità della sua drammatica scomparsa.

Hanno cercato in mille modi di aggirare e depistare la drammatica scomparsa del giovane Giulio e se adesso dovessimo dar segno di stanchezza – e togliere lo striscione ne è un inconfondibile indice – allora cederemmo a queste inqualificabili risposte egiziane e mancheremmo di rispetto all’immenso dolore dei genitori.

Invece, non dobbiamo demordere, perché è in gioco una profonda credibilità etico-politica.

Per questo motivo, sapendo che il Presidente è uso ascoltare le osservazioni che gli provengono, non tarderà a rimediare al guasto prodotto.

Con ciò, non rivelerebbe una fragilità ideale, quanto un acquisto impagabile di stile e di forza. So quanto tutto questo sia complicato, non voglio farla facile e semplice, perché, nel caso rivedesse la sua posizione, i più feroci lo potrebbero canzonare.

Bisogna che maturi una convinzione, magari confortato da quelli  che, come me, sono animati più a raccogliere la sostanza che a criticare la forma.

Cani in spiaggia: i diritti e i doveri dei proprietari

Le regole fra cui districarsi sono moltissime,

Una certezza però c’è: la spiaggia è proibita ai cani solo se ci sono divieti esposti in maniera chiara.

Per il resto tutto è molto nebuloso. Sono, infatti, 3mila, le ordinanze emesse rispettivamente da comuni, capitanerie di porto, provincie e regioni. A queste si aggiungono le leggi regionali e i regolamenti dei singoli stabilimenti balneari, per un totale di circa 18 diverse normative locali.

Quello che occorre tenere a mente, in ogni caso, è che i cani, accompagnati dal padrone, non possono essere cacciati da una spiaggia pubblica, o dalla battigia, se non ci sono divieti esposti in maniera chiara. Inoltre, serve che questi divieti vengano pubblicizzati con regolarità.

Da considerare, poi, che solo le Forze dell’ordine – e in particolare la Capitaneria di Porto e i Vigili Urbani – possono rivolgersi al proprietario di un cane invitandolo ad allontanarsi. Questo, però, “non prima di avere informato della presenza dell’ordinanza di divieto. Non basta la comunicazione verbale. I vigili – precisa l’associazione – devono mostrarvela e indicare chiaramente il numero di ordinanza e la scadenza, in quanto molte ordinanze contengono divieti solo parziali, limitazioni orarie o riferite a singoli giorni della settimana”. Il rifiuto di mostrare le ordinanze, inoltre, “è passibile del reato di omissione di atti di ufficio”.

Anche i padroni dei cani sono chiamati, però, a fare la loro parte: devono tenere l’animale al guinzaglio, raccogliere obbligatoriamente gli escrementi ed evitare di liberare il cane in presenza di bambini, di altri soggetti a rischio o di altri cani. Da evitare anche, l’esposizione prolungata dell’animale al sole, per scongiurare rischi per la sua salute.

La qualità dell’acqua risulta “eccellente” in più dell’85 % dei siti di balneazione europei

Dalla relazione di quest’anno, stilata dalla Commissione europea e dall’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), emerge che la stragrande maggioranza dei 21 831 siti di balneazione monitorati nei 28 Stati membri (per la precisione il 95,4 %) soddisfa i requisiti minimi di qualità previsti dalla normativa UE. La relazione include inoltre 300 siti monitorati in Albania e in Svizzera. La percentuale di siti che rispettano gli standard di qualità più rigorosi e possono fregiarsi della qualifica di “eccellente” è aumentata leggermente, passando dall’85,0 % nel 2017 all’85,1 % l’anno scorso.

Nello stesso periodo è invece scesa dal 96 % al 95,4 % la percentuale dei siti balneabili di qualità minima, giudicata “sufficiente”. Questo modesto calo è dovuto principalmente all’apertura di nuovi siti per i quali non sono ancora disponibili i dati relativi alle ultime quattro stagioni balneari, necessari per la classificazione ai sensi della direttiva. Nel 2018 sono stati 301 (ossia l’1,3 %) i siti di balneazione in UE, Albania e Svizzera le cui acque sono state ritenute di qualità “scarsa”: si tratta di un dato leggermente inferiore a quello del 2017, in cui erano stati l’1,4 %. Karmenu Vella, Commissario per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca, ha dichiarato: “Com’è apparso evidente ieri, giornata mondiale dell’ambiente, le sfide che ci troviamo ad affrontare sono numerose. Ma dobbiamo anche celebrare i successi dell’Unione europea sul piano ambientale: uno di questi è la qualità delle acque balneabili in Europa, con cui siamo tutti familiari. Le analisi, la comunicazione, il monitoraggio e la condivisione delle competenze ci permettono di continuare a migliorare la qualità dei nostri siti di balneazione preferiti. Il nuovo riesame dell’attuazione delle politiche ambientali aiuterà gli Stati membri a imparare gli uni dagli altri come raggiungere e mantenere i livelli di eccellenza registrati durante il mio mandato. Desidero ringraziare l’AEA per il supporto nel migliorare questi livelli e per le informazioni che forniscono in modo così regolare e affidabile.

È la loro affidabilità che ci permetterà di decidere a ragion veduta dove tuffarci quest’estate.” Hans Bruyninckx, Direttore esecutivo dell’AEA, ha dichiarato: “La relazione conferma che gli sforzi compiuti dagli Stati membri negli ultimi quarant’anni, soprattutto per quanto riguarda il trattamento delle acque reflue, hanno dato i loro frutti. Oggi la maggior parte degli europei può godere di acque di balneazione di qualità eccellente. Ma questo è solo uno dei numerosi fronti, dalla lotta all’inquinamento da plastica alla tutela della vita marina, su cui dobbiamo lavorare per migliorare la salute di mari, laghi e fiumi.” I requisiti in materia di acque di balneazione, stabiliti nella direttiva dell’UE sulle acque di balneazione, hanno contribuito a migliorare notevolmente la qualità delle acque balneabili europee nel corso degli ultimi quarant’anni.

Il controllo e la gestione efficaci introdotti dalla direttiva, insieme agli investimenti nel trattamento delle acque reflue urbane, hanno portato a una drastica riduzione della quantità di rifiuti urbani e industriali non trattati o parzialmente trattati che finiscono nelle acque. La normativa impone alle autorità locali di prelevare campioni di acqua nell’arco di tutta la stagione balneare presso i siti di balneazione che figurano in un elenco ufficiale. I campioni sono poi analizzati per verificare l’eventuale presenza di due tipi di batteri, indice di inquiinamento da acque di scolo o da liquami di allevamento.

Altri dati chiave

In cinque paesi il 95% o più dei siti di balneazione è risultato di qualità “eccellente”: Cipro (99,1 % dei siti), Malta (98,9 % dei siti), Austria (97,3 % dei siti) e Grecia (97 % dei siti). Nel 2018 tutti i siti di balneazione analizzati a Cipro, in Grecia, in Lettonia, in Lussemburgo, a Malta, in Romania e in Slovenia hanno conseguito almeno la menzione di qualità “sufficiente”.

La percentuale più elevata di siti di balneazione con qualità delle acque “scarsa” è stata registrata in Italia (89 siti, pari all’1,6 %), Francia (54 siti, pari all’1,6 %) e Spagna (50 siti, pari al 2,2 %).

Rispetto al 2017 questo numero è diminuito in Francia (da 80 siti nel 2017 a 54 nel 2018) ma è aumentato in Italia (da 79 siti a 89) e in Spagna (da 38 siti a 50).

Etiopia: sventato il golpe

Il governo etiope ha sventato un colpo di Stato nella regione settentrionale di Amhara: lo ha annunciato il premier Abiy Ahmed, citato dalla Bbc. Il responsabile, comparso in tv con abiti militari, ha detto che diversi ufficiali sono stati uccisi nella capitale di Amhara, Bahir Dar.

Secondo i resoconti, la rete internet è stata oscurata. Violente sparatorie a Bahir Dar sarebbero andate avanti per almeno 4 ore

Intanto il capo delle Forze speciali ha assicurato che la maggior parte degli ufficiali golpisti e dei loro sostenitori “sono stati arrestati”.

Gli infermieri siciliani sono pronti a scendere in piazza

Il Coordinamento degli Ordini delle Professioni infermieristiche della Sicilia e i rappresentanti sindacali delle segreterie regionali degli infermieri hanno convocato un vertice presso l’Opi Palermo per discutere le criticità della sanità regionale, prime tra tutte “la carenza strutturale delle dotazioni organiche” e “la infima evasione della domanda di salute dei cittadini siciliani”.

“L’obiettivo mirato – spiega in una nota il coordinamento degli Opi – è stato quello di estendere a tutte le OO.SS del comparto sanità, per competenza, le istanze di tutti gli infermieri che vivono sulla propria pelle i rischi connessi all’erogazione di un’assistenza inadeguata che non garantisce i LEA, la sicurezza dei pazienti e incrementa il rischio clinico”.

Dall’incontro è emerso un coro unanime che ha raccolto il “grido di aiuto” degli infermieri siciliani che vivono sulla propria pelle “le ormai croniche criticità assistenziali incrementate dalla fuoriuscita dal lavoro degli aventi diritto per il raggiungimento della cosiddetta ‘quota 100’ e per il sopraggiunto periodo delle ferie estive.”

Le tre condizioni per riprendere a fare politica.

L’articolo di Giorgio Merlo sul tema del “partito identitario” mi stimola qualche piccola riflessione che propongo, ovviamente, a fini costruttivi. Come si addice a chi, in questo disastro politico, non pretende di avere certo improbabili certezze assolute, ma prova semmai – assieme agli amici – a scorgere un sentiero possibile.

Dice bene Giorgio Merlo: sono in crisi i partiti in quanto tali, figurarsi quelli “identitari”. Non ho nulla da aggiungere alla constatazione dello stato di fatto e neppure alla critica verso proposte “nostalgiche”, che sarebbero da evitare per rispetto alla Storia, oltre che per non coprirsi di ricolo.

E tuttavia, qualche approfondimento credo sia necessario invece per quanto riguarda la prospettiva del “che fare?”. Forse è utile partire proprio dalla crisi dei “partiti”, che riflette – come sappiamo – una crisi ben più profonda. Quella, da un lato, della democrazia rappresentativa e della sua credibilità nella rappresentanza delle aspirazioni del popolo verso migliori condizioni economiche e sociali.
E quella, dall’altro, della aggregazione degli interessi individuali attorno a valori condivisi di “Comunità”.

Una volta, i “partiti” garantivano tutto questo; erano – nello stesso tempo – veicoli di identità culturale (talvolta tradotta in canoni ideologici), rappresentanza sociale di interessi collettivi, tutela della soglia minima di “bene comune” e di condivisione del patto istituzionale che lo identificava.

Oggi non è più così.
Come possiamo recuperare una prospettiva di futuro in tale quadro?

Credo che dobbiamo ragionare non su una, ma su tre dimensioni, tutte tre essenziali. Ciò che una volta era la dimensione del “partito”, postula oggi la necessità di una triplice azione. Senza una delle tre, un progetto di futuro non nasce.

In primo luogo, serve recuperare un legame tra la “politica” e il suo profilo culturale. Bisogna costruire “case” sulla roccia, non sulla sabbia. E la roccia non può essere rappresentata che da una “visione”, da valori, da convinzioni profonde, ben oltre i flutti tempestosi e mutevoli delle contingenze del momento.

Ciò vale anche per chi ha l’ardire di richiamarsi al “popolarismo”. Che non è “ideologia” (non lo è mai stata) ma neppure è un vago e indefinito spirito di “buon senso” o di “moderazione”.
Dunque, serve che chi intende richiamarsi a questa cultura ricostruisca un ambito di “soggettività politica”. Autonoma, riconoscibile, connessa con ciò che ancora resta del mondo sociale che si muove in questo ambito culturale. In questo senso, temo, gli antichi “distinguo” tra politico e pre-politico sono del tutto superati dall’emergenza derivante dai rischi di marginalità e di inaridimento di questa cultura.

Ritengo perciò del tutto irragionevoli ed irresponsabili le titubanze e le circospezioni tattiche che si notano da parte delle molte iniziative nate – a livello locale e nazionale – in questi mesi.

Ci si attende con urgenza un salto di qualità e di generoso coraggio: tocca anche ai popolari assicurare il proprio originale e peculiare contributo alla ricostruzione di una idea “sociale e comunitaria” della democrazia e di un suo rinnovato ed esigente “compromesso” con il capitalismo, che rilanci la tutela “delle attese della povera gente” e riaffermi il primato della “Comunità” sullo Stato e sul Mercato.

In secondo luogo, serve che questa “soggettività politica popolare e identitaria” non ragioni con la logica della setta, ma con quella della “politica”. E, dunque, serve una iniziativa aperta per la costruzione di un “contenitore politico-elettorale” capace di presentare agli elettori una proposta solida e robusta e di indicare una prospettiva “forte” a fronte dei rischi e delle necessità del Paese.

Una aggregazione – questa si “non identitaria” – che con realismo e serietà si sostanzi in una “proposta al Paese” nella quale sia distinguibile la cifra di quel fecondo incontro tra pensiero popolare – di matrice cristiana – e pensiero laico e liberal-democratico che ha rappresentato un pilastro della Ricostruzione e dello sviluppo dell’Italia e dell’Europa.

Qualcuno (“si parva licet componere magis”) rievoca la Margherita. Figurarsi se non mi fa piacere. Ma la Margherita – senza una presenza visibile, organizzata e credibile dei “popolari” – è un fiore che appassisce presto.

In terzo luogo, serve che si lavori ad una Alleanza per un nuovo governo del Paese. I soggetti politici esistono sempre “in quanto tali e a prescindere dagli alleati” – se non sono satelliti di altri – e in modo particolare devono marcare la loro autonomia quando cercano di rinascere quasi da zero. Ma la cultura di governo” (che è tutt’altro che attrazione inesorabile al Potere) insita nel DNA delle nostre storie e l’urgenza di costruire una alternativa credibile alla deriva in atto, devono portare a lanciare agli elettori un messaggio molto chiaro: un appello a tutte le forze democratiche che intendono impegnarsi per una nuova stagione politica capace di far tornare l’Italia ciò che essa deve essere nella sua interna dinamica culturale e sociale, in Europa e nel mondo.

Non può essere la riproposizione della Alleanza di prima, ma una nuova esperienza fondata su un nuovo progetto, su nuovi soggetti politici e su un candidato Premier capace di parlare al cuore e alla mente degli italiani al di fuori dei vecchi recinti partitici.

Una Alleanza non scontata, tutta da costruire, ma auspicata e ricercata. Perché le solitudini autoreferenziali non sono nello spirito degasperiano e neppure negli interessi del Paese.

Ripartire dal Sud. Il discorso della Furlan a Reggio Calabria

Lo avevamo promesso: non ci fermeremo sino a quando non saremo ascoltati e oggi siamo qui per mantenere questa promessa e per dire, ancora una volta, che l’Italia è una e una sola.
Dopo le grandi manifestazioni di Roma a febbraio, di Bologna il 1° maggio e le tante iniziative delle nostre categorie ci siamo voluti dare appuntamento a Reggio Calabria, in questa città bellissima e piena di storia. Luogo simbolo di un Sud che fatica, ma che ha grande voglia di riscatto.

Lo abbiamo fatto per una ragione precisa. Per ribadire chiaro e forte, proprio da qui, che non si può più rinviare un radicale cambio di rotta delle politiche per il Mezzogiorno.
I nostri ragazzi, le donne e gli uomini del mezzogiorno, attendono da troppo tempo.
Non è un problema di oggi e nemmeno degli ultimi tempi, lo sappiamo bene. La “questione meridionale” è antica e ha accompagnato le vicende dello Stato unitario sin dall’inizio del suo cammino.

Ma il nostro tempo è “oggi”!
E oggi, il Mezzogiorno, invece di essere al centro dell’agenda politica, invece di essere la priorità assoluta, continua ad essere completamente dimenticato.
È stato così con la legge di Bilancio. È così con il “decreto crescita”, che dopo settimane e settimane di attesa ha partorito il classico topolino.

Sì, si recuperano o si prorogano alcune misure che sbagliando erano state eliminate proprio dalla legge di Bilancio. Ma al di là di questo c’è davvero poco. È proprio il Governo, nel Def, ad ammettere che la spinta aggiuntiva all’economia di questo decreto e del cosiddetto “Sblocca cantieri” non andrà, per quest’anno, oltre lo 0,1 per cento di Pil.
E un grande problema e lo è soprattutto per il sud. Chi fa il nostro mestiere è portato a confrontarsi e a fare i conti con la realtà, che è la vita concreta delle persone.
E la realtà è che il Mezzogiorno, nell’azione del Governo, continua ad essere il “grande assente”. È un fantasma.

Non basta minacciare di revocare gli incentivi o convocare i tavoli, bisogna indicare anche le soluzioni, avere una strategia di politica industriale, perché ci sono più di 160 grosse vertenze aperte al Mise e molte riguardano il destino di tante famiglie del sud. Qualcosa vorrà pure dire!
La situazione è grave, estremamente grave.
Per due grandi ordini di motivi.
IL PRIMO, è evidente, riguarda direttamente la situazione economica e sociale in cui si trovano intere aree del Sud e le condizioni di vita delle popolazioni che vi abitano.
Se infatti è il Paese intero che fa fatica a riprendersi dalla crisi e dalla recessione, resta il fatto che il ritardo del Mezzogiorno è aumentato e che qui tutte le difficoltà italiane sono amplificate. Ogni dato o statistica lo conferma!
Ma guardate, non servono nemmeno dati e statistiche.

Basta avere occhi e cuore, per sentire le tante ferite del Sud fatte di carenza di lavoro e di lavoro povero e sottopagato, di bassa crescita e deindustrializzazione, di disparità di genere, di povertà crescente, di elevata dispersione scolastica.
Di piaghe come il caporalato, che offendono la dignità della persona e del lavoro, che spezzano vite umane.
Degli infortuni e delle morti sul lavoro, che al Sud raggiungono le cifre più alte. Dietro ai freddi numeri, ci sono esistenze interrotte, sogni infranti, famiglie precipitate nel dolore, con il futuro che diventa assenza: di famigliari, di reddito e persino di speranza!
Dietro a tanti nomi di persone comuni: Massimo, Sabatino, Seferi, ci sono le tragedie di mariti e padri usciti la mattina per lavorare e che la sera non sono rientrati.
E non importa la nazionalità o il colore della pelle. Non ci sono gerarchie sulla vita delle persone. È questo il vero problema di sicurezza che abbiamo, non altri!

Ma il Governo cosa fa? Fa cassa con il decreto crescita diminuendo i contributi Inail che servono per la sicurezza, la prevenzione e il risarcimento degli infortuni sul lavoro. Il Governo fa cassa sulla pelle delle persone, mentre ogni giorno gli incidenti sul lavoro sembrano un bollettino di guerra.
E poi cosa dire, a proposito di ferite del Sud, di un’offerta socio-sanitaria che non riesce a garantire le fondamentali certezze alle persone:
a partire dagli anziani che come non bastasse si sono visti tagliare la pensione come fossero un bancomat e che per questo il 1° giugno hanno manifestato a Roma insieme a noi.
ma anche per i tanti costretti ai viaggi della speranza al nord per curarsi, lontano dai propri affetti e con disagi e costi elevati (proprio la Calabria è in testa alla classifica: paga al resto d’Italia più di 300 milioni l’anno).

Basterebbe avere buon senso e lungimiranza per comprendere le infinite potenzialità del nostro mezzogiorno. L’inestimabile patrimonio di bellezza e di forza che custodisce.
La voglia di crescere che lo anima, nonostante tutto.
La capacità di resistere di tanti imprenditori, degli uomini e delle donne del lavoro, di magistrati e amministratori eroici. Di uomini di fede che hanno scelto gli ultimi e di straordinari sindacalisti che rischiano la vita per testimoniare la loro missione e difendere i lavoratori e il lavoro.

IL SECONDO GRANDE ORDINE DI MOTIVI è questo: occuparsi del sud non è solamente un dovere, una questione di solidarietà nazionale e di equità, è una necessità! È interesse di tutto il Paese.
Come si fa a non capire, che siamo tutti sulla stessa barca? Che comprimere il potere d’acquisto di chi vive qui al Sud comporta una flessione economica pesante anche per il Nord?
Sappiamo che avremo bisogno dell’Europa unita, democratica, federale e solidaristica per reggere la sfida degli anni a venire, poi ci arrendiamo alla logica delle due Italie? Di chi sostiene che per ripartire basta sganciare i vagoni di coda? È pura follia! Arretreremo o avanzeremo insieme.

L’Italia crescerà davvero solo se crescerà il Sud. L’Italia è una e indivisibile come recita l’art 5 della nostra straordinaria costituzione!
La politica deve uscire finalmente dall’oblio, ma non basta. È arrivato anche il tempo di smetterla con le politiche a singhiozzo e ci circostanza.
Il mezzogiorno non ha bisogno d’interventi spot, ma di un progetto serio e di medio periodo, che tenga insieme il suo sviluppo e quello dell’Italia perché sono legati. Non ha bisogno di paternalismo il sud, ma di infrastrutture. Non ha bisogno di assistenzialismo, ma di legalità e lavoro!
Quando diciamo che una grande opera al nord come la TAV, non è per qualcuno ma per tutti, che non possono esistere diritti di veto locali, vogliamo dire questo: i porti e gli interporti del sud sul mediterraneo, gli snodi ferroviari, le grandi infrastrutture per collegare l’Italia al suo interno e con l’Europa sono per tutti, sono per l’Italia nel suo insieme.
E allora è chiaro che bisogna cambiare strategia. Anzi bisogna darsi una strategia e che non sia un semplice slogan! E non può essere né quella delle due Italie, né quella di continuare a creare debito per gonfiare la spesa corrente, per poi ingaggiare inutili battaglie con l’Europa.

Certo, dovrà cambiare anche l’Europa, ma non è l’Europa il problema.
Smettiamola di cercare capri espiatori attraverso armi di distrazione di massa.
Servono solo a non affrontare i problemi, che continuiamo ad accumulare: crescita zero, deficit, debito e disoccupazione in aumento, produzione industriale calante, crescita delle sperequazioni, blocco delle infrastrutture, blocco delle assunzioni nella Pubblica amministrazione, depauperamento della sanità.
Il Governatore della BCE Mario Draghi, in questi giorni, ha dichiarato che sosterrà una nuova fase espansiva e gli effetti positivi anche sullo spread, quindi sugli interessi che paghiamo sono stati immediati.
È la seconda volta che ci viene in soccorso, ma se l’Italia non farà la sua parte con la politica di bilancio degli investimenti, della crescita, dello sgravio del costo del lavoro, sarà tutto inutile. Il nostro Governo va a cercare improbabili alleati oltreoceano e non si accorge di quelli che ha in casa.

Non si crea così il lavoro e per noi l’obiettivo è chiaro: lavoro, lavoro, e ancora lavoro.
Se qualcuno ha pensato di risolvere tutto con il Reddito di cittadinanza, ha sbagliato. Basta vedere il concorso di questi giorni per i navigator! 54.000 candidati di cui la metà è del sud e il 73 per cento è donna! Tutti in cerca di un posto di lavoro precario di due anni.
Il lavoro, prima di essere distribuito, va creato e noi siamo a crescita zero. L’unica percentuale che aumenta è quella dei poveri. Come lo dobbiamo ancora spiegare? I giovani disoccupati del Sud questo vogliono: non un assegno caritatevole, non un sussidio, ma un lavoro, dignitoso, vero e stabile. Quindi crescita.
Anche il salario minimo, come il reddito di cittadinanza non serve a fare ripartire il paese. Con la contrattazione copriamo l’85% dei lavoratori e delle lavoratrici: estendiamo quella e abbassiamo le tasse sul lavoro!

Non diritto di cittadinanza è mai quello:
che vale solo per qualcuno?  che premia fiscalmente le rendite rispetto al lavoro?
che ti penalizza se sei nato nel posto sbagliato pur nello stesso paese?  che trasforma i diritti in concessioni, l’opportunità in clientela e consente che si diffondono le reti basate sulla convenienza, la collusione, la corruzione, il profitto ad ogni costo?
E a proposito di “armi di distrazione di massa” da agitare nella continua ricerca di consensi, vogliamo parlare della flat tax?

La “tassa piatta” è iniqua, perché avvantaggia per definizione chi ha di più. Ma è anche sbagliata perché per sostenere i consumi bisogna creare lavoro e aumentare i salari. Non è dando più soldi a chi ne ha già che sosteniamo i consumi, ma dandone di più a chi ne ha meno e facendo pagare le imposte in proporzione al reddito, perché mantengono lo “stato sociale” che serve soprattutto ai bassi redditi.
E avrebbe anche una ricaduta territoriale molto sbilanciata. A svantaggio indovinate di chi? Ma del Mezzogiorno, è ovvio. Della parte del Paese dove i redditi sono più bassi.
Altro che “anno bellissimo”. Non sarà così per nessuno, non sarà così per l’Italia e per il Sud soprattutto senza un cambiamento radicale.

Sig. Presidente del Consiglio, l’Italia rimane un Paese con una sorta di frontiera interna che la divide, il sud dal nord, la penisola dalle isole. E la crisi iniziata nel 2008 ha peggiorato la situazione.
Non è più accettabile.
Possibile che non ci si renda conto che sono proprio al sud le maggiori potenzialità inespresse? Bisogna aiutarle a fare sistema fornendo servizi che le mettano in dialogo con i mercati nazionali e mondiali.

E questo, appunto, potrà avvenire solo all’interno di una visione e di una strategia complessiva che si dia delle priorità.
Noi le abbiamo individuate, sono quelle contenute nella nostra Piattaforma unitaria.
La prima è racchiusa in una parola chiave: INVESTIMENTI.
Il Governo è colpevole di inerzia, perché nulla ha fatto e nulla sta facendo.
Investimenti significa innanzitutto infrastrutture.

Il vero nocciolo della questione meridionale oggi, è proprio qui.
Moderne infrastrutture sono necessarie in tutto il Paese. Nelle regioni più forti, per aumentarne la competitività. E a maggior ragione in quelle più deboli, per rilanciarle.
Chi volete che venga altrimenti a investire nelle regioni del mezzogiorno se l’alta velocità si ferma a Salerno, se le autostrade sono vecchie e obsolete, se le scuole e gli ospedali cadono a pezzi, se basta un temporale per creare devastazione, se la criminalità imperversa?
Bisogna aprirsi, non isolarsi come ci propone l’Europa incoraggiando la realizzazione di grandi reti di collegamento. Bisogna potersi spostare; poter viaggiare, comunicare, sperimentare, innovare, creare avendo le scuole, la sicurezza, i servizi e le infrastrutture per farlo.

Non è possibile che a parte qualche timido segnale per l’alta velocità Napoli-Bari, si resti nel campo degli annunci per la statale Jonica, per l’ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria ferroviaria o la realizzazione dei grandi assi viari in Sicilia.
E non finisce qui, perché parliamo anche di porti, acquedotti, dighe, scuole, ospedali. Parliamo di servizi fondamentali e posti di lavoro, e parliamo delle condizioni per crearli.
Quelli che restano bloccati, con le infrastrutture ferme, sono almeno 400 mila. Che poi vuol dire 400 mila disoccupati in più. E per una volta non per mancanza di fondi, visto che ci sono decine di miliardi pronti per essere utilizzati. No, è per un ritardo ideologico di questo governo.

E non sarà il cosiddetto “Sblocca cantieri”, a segnare una svolta. Anzi.
Sospensione del Codice dei contratti e deregolamentazione, con il moltiplicarsi di affidamenti diretti, subappalti e appalti integrati, avranno ben altre conseguenze: indeboliranno il contrasto alla corruzione e alle infiltrazioni mafiose e peggioreranno qualità delle opere e tutela della sicurezza dei lavoratori.
“senza legalità non c’è sviluppo, lavoro, progresso”! Così affermava il Giudice Falcone. Ricordiamolo sempre!
Investimenti e infrastrutture, dunque, e un nuovo modello di politica industriale e di sviluppo che sia in forte discontinuità col passato e valorizzi la programmazione negoziata, la partecipazione del lavoro.

La chiave dell’innovazione tecnologica e della digitalizzazione può davvero aprire porte fondamentali per il Mezzogiorno, anche a livello di internazionalizzazione.
È una chiave, badate, che non è affatto sganciata dal territorio. Al Sud possono crescere poli industriali con un forte potenziale innovativo e con grandi capacità di attrarre investimenti, se si riuscirà a mettere in rete tutti i possibili attori:
le grandi imprese a trasferire tecnologie alle piccole e medie ad esse collegate;
i centri di ricerca pubblici e privati e le università a creare una sorta di “fabbrica delle conoscenze e delle competenze”.

È cosi che si mette in moto un circuito virtuoso. È così che si frena l’altro grande “esodo”, quello dei giovani, molti dei quali laureati. In 18 anni più di un milione e mezzo di italiani del sud, tra essi tante donne laureate, sono stati costretti ad emigrare.
Sembra di essere tornati tra la fine dell’800 e i primi del 900, quando tanti italiani migrarono verso altri paesi, accolti dagli stessi pregiudizi che oggi spesso noi riserviamo agli immigrati che arrivano nel nostro Paese. È inconcepibile!
Il Mezzogiorno, anzi tutti noi, tutta l’Italia non può chiudersi e rassegnarsi a vedere partire il proprio futuro per assenza di alternative. Sarebbe il nostro fallimento!
Energie che possono e devono trovare alternative. Qui, al Sud, dove sono le loro radici, i loro affetti e dove è più importante il loro contributo.

Prima di tutto la cultura allora, con tutto ciò che attorno ad essa può ruotare. Matera non deve diventare l’ennesima occasione sprecata per il Mezzogiorno.
E poi ancora il turismo, con tutte le possibilità legate al suo essere “industria di industrie” e ad un patrimonio naturale, culturale e storico che ha pochi uguali al mondo.
E ancora la green economy e le fonti rinnovabili, il solare, l’eolico, l’energia del mare. E la valorizzazione dell’economia circolare.

E l’agricoltura, che per il Mezzogiorno può essere un volano straordinario. La carta migliore, specie nelle aree interne, per evitare isolamento ed abbandono, per agganciarsi alle possibilità della crescita. A condizione che non si punti sulla quantità, ma sulla qualità della tipicità. Dell’eccellenza.
Le energie ci sono, vanno impiegate. A cominciare dall’enorme giacimento di energia e potenzialità femminile, ancora scarsamente valorizzato. Alzare il tasso di occupazione delle donne è una priorità per il Paese, e ancora di più per il Sud. Anche per questo servono servizi adeguati, per conciliare lavoro e responsabilità familiari.
Proviamo a pensare a quali risorse inespresse si potrebbero valorizzare in un paese come il nostro nel quale lavora solamente il 57,7 % della popolazione, mentre in Germania e Gran Bretagna siamo oltre il 75%.

Venti persone ogni cento in più, che lavorano e contribuisco al benessere, alla crescita e al welfare.
E poi resta fondamentale la capacità di utilizzare al meglio i Fondi strutturali europei, che sono determinanti e devono essere aggiuntivi rispetto alle risorse ordinarie, da portare finalmente al 34 per cento, rispecchiando in modo equo la percentuale della popolazione residente.
Oltre a questo, però, bisogna soprattutto cambiare mentalità: è importante spendere, ma è ancora più importante spendere bene.
E qui ovviamente c’è da fare un discorso, anzi due: uno sulla necessità di rafforzare le amministrazioni pubbliche in termini sia di personale che di competenze, con un piano straordinario di assunzioni che vada al di là di un semplice turn-over.  l’altro sul ruolo attivo che deve avere una classe dirigente diffusa sul territorio e capace di operare anche in contesti difficili con onestà, intelligenza e dedizione al bene comune.

Non nascondiamocelo: la cattiva qualità della spesa è anche dovuta alla cattiva amministrazione, con i finanziamenti che si disperdono in mille rivoli, alimentati da logiche particolaristiche quando non clientelari e illegali.
A tutto questo bisogna porre la parola fine altrimenti non si andrà lontano. Mafia, ‘ndrangheta e camorra si battono dotando di mezzi più efficaci le forze dell’ordine e la magistratura, che ogni giorno fanno un lavoro straordinario, ma anche prosciugando quello stagno di sottosviluppo in cui le organizzazioni criminali proliferano: quello nel quale i diritti diventano concessioni!
Lo ribadiamo al Governo e a tutte le forze sociali: facciamolo assieme questo cambiamento, noi ci siamo!

È tempo di un grande Patto per lo sviluppo del Mezzogiorno, che coniughi politiche industriali e sostegno sociale, tutela del lavoro e crescita produttiva, investimenti e buona qualità della spesa, formazione e innovazione, efficienza e legalità.
Perché resta vero quel che diceva un grande meridionalista come Don Luigi Sturzo, quando osservava che “il risorgimento meridionale non è opera momentanea e di pochi anni, o che dipenda da una qualsiasi legge, o che venga fuori dalla semplice volontà di un governo; è opera lunga e vasta, di salda cooperazione nazionale; e che come spinta, orientamento, convinzione, parta dagli stessi meridionali”.
È così. È quel che serve oggi. Solo così si potrà finalmente dare il via ad un “nuovo inizio”.
È la sfida più grande. È il fronte su cui si scontrano due impostazioni culturali e politiche, contrapposte. Lo sappiamo: Da un lato chi ancora considera il Sud come una palla al piede, come un impaccio utile solo quando servono i voti in campagna elettorale.
Dall’altro chi ritiene che invece sia una leva fondamentale per far ripartire il nostro Paese, chi crede sia davvero arrivato il tempo di un nuovo “rinascimento meridionalista” che al centro abbia il lavoro, l’impresa, l’innovazione, la legalità, la qualità della spesa, i diritti e servizi ai cittadini.

CONCLUDO RIPETENDOLO ANCORA UNA VOLTA.
Siamo qui per cambiare. I giovani, le donne gli uomini del sud chiedono occupazione, non assistenzialismo. Troppi annunci, parole, promesse e slogan. Serve programmazione, fatti concreti e investimenti veri.

Basta spargere paura e diffidenza in questo clima perenne da campagna elettorale, che ha sempre bisogno di un nemico, che divide e disgrega, che mette i figli contro i padri, i cittadini contro altri cittadini, persone contro altre persone.
Così si frantuma la società, si alimenta una inutile guerra tra poveri. Noi queste logiche le rifiutiamo, le rifiuteremo sempre.

Il sindacato Confederale sa bene da che parte stare:delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, dei giovani e del loro diritto al futuro, delle famiglie indigenti, degli ultimi e di chi ha bisogno, delle persone per bene qualunque sia la loro etnia e la loro provenienza, degli italiani che credono nel loro paese, nella sua unità e nella solidarietà, nell’equità, nella giustizia, nella legalità, nell’accoglienza e nel bene comune.
Oggi, siamo qui per testimoniarlo e per ribadire il nostro impegno da questa parte, dalla vostra parte.

Il futuro e il progresso o saranno di tutti o non saranno. Il Governo ascolti il popolo del lavoro, che ancora una volta, a testa alta, è sceso in piazza democraticamente, per chiedere dignità e sviluppo.
Grazie a tutti voi. Viva il lavoro, viva l’Italia: una e indivisibile.

Le Giornate internazionali dell’editoria cattolica

Condividere le esperienze maturate in differenti contesti geografici per affrontare le sfide dell’ambiente digitale. È l’obiettivo delle Giornate internazionali dell’editoria cattolica organizzate dal Dicastero per la Comunicazione, in collaborazione con l’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana, che si terranno a Roma dal 26 al 29 giugno nel Centro congressi Auditorium Aurelia (via Aurelia, 796).

Il programma si articola in convegni, dibattiti e gruppi di lavoro incentrati sull’opportunità di “ripensare le strategie editoriali alla luce delle mutate abitudini di consumo multimediali nonché della complessità del contesto economico e delle dinamiche del mercato digitale”. Prevista la partecipazione dei rappresentanti di oltre 50 case editrici cattoliche provenienti da diverse parti del mondo. Ad aprire i lavori, mercoledì 26 giugno, dalle 14.30, la relazione del prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini, e del responsabile editoriale della Libreria editrice vaticana, fra Giulio Cesareo. A seguire, un focus su “L’editoria religiosa nell’attuale contesto culturale” con l’intervento del teologo gesuita padre Marko Ivan Rupnik, direttore del Centro Aletti.

Da Bruxelles l’approvazione definitiva del nuovo documento provvisorio di viaggio

A partire dal 1996 i cittadini dell’Ue che si trovino all’estero e il cui passaporto venga rubato o smarrito, possono ottenere documenti di viaggio provvisori dalle ambasciate o dai consolati di Stati membri dell’Unione diversi dal proprio. I passaporti smarriti o rubati rappresentano oggi oltre il 60 per cento dei casi di assistenza consolare fornita ai cittadini dell’Unione. Il vecchio formato però non rispondeva pienamente agli standard di sicurezza attuali, ad esempio le tecniche di stampa di ultima generazione o la protezione contro la duplicazione per mezzo di ologrammi di sicurezza. Di conseguenza, alcuni Stati membri hanno smesso di utilizzarli.

Per questo la Commissione europea aveva proposto di creare un documento di viaggio provvisorio dell’UE più moderno. Proposta che ieri è stata approvata definitivamente dai Ministri degli Stati membri.

Con l’approvazione appena conseguita, il nuovo documento di viaggio provvisorio dell’Ue sarà basato sul formato e sulle caratteristiche di sicurezza dell’adesivo del visto di Schengen. Il suo formato comprenderà uno spazio per eventuali visti di transito e dovrebbe essere rilasciato entro sette giorni lavorativi (con alcune eccezioni). Gli Stati membri saranno tenuti a recepire le nuove norme nelle rispettive legislazioni nazionali entro due anni dall’adozione, da parte della Commissione, delle regole tecniche mancanti sui requisiti di progettazione e sicurezza.

“La perdita o il furto del passaporto durante un viaggio all’estero è fonte di grande stress – ha sottolineato il commissario per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, Vera Jourová – . Le nuove norme appena adottate consentiranno ai cittadini dell’Ue di ricevere rapidamente da qualsiasi Stato membro un documento di viaggio provvisorio sicuro e ampiamente accettato per poter tornare a casa in condizioni di sicurezza. Si tratta di un esempio pratico dei vantaggi della cittadinanza e della solidarietà dell’Ue”.