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I giudici europei hanno confermato l’annullamento del marchio di Adidas

Il Tribunale dell’Unione europea considera nullo il marchio di Adidas. Secondo la sentenza emessa dalla corte comunitaria, infatti, le “tre strisce parallele equidistanti di uguale larghezza, applicate sul prodotto in qualsiasi direzione” che descrivono il marchio della storica azienda di abbigliamento sportivo nata in Germania nel 1949 non avrebbero acquisito un carattere distintivo in tutto il territorio dell’Unione.

Pertanto, si legge nella sentenza, correttamente, secondo il Tribunale, l’Euipo ha escluso numerosi elementi di prova prodotti da Adidas. Il gruppo tedesco, primo produttore di abbigliamento sportivo europeo e secondo a livello mondiale, ha ancora la possibilità di appellarsi alla Corte europea di giustizia. In ogni caso la decisione del Tribunale è un duro colpo per il gruppo, che ha accusato forti perdite alla Borsa di Francoforte.

Una galassia di 13 miliardi di anni fa

Le galassie possono fondersi e un team di astronomi ha scoperto la prova più antica di questo fenomeno. Ben 13 miliardi di anni fa, nell’universo primordiale, due formazioni di stelle si sono infatti unite dando vita a B14-65666, osservata dai ricercatori attraverso il telescopio Alma (Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array).

Le osservazioni effettuate dai ricercatori con Alma hanno rivelato segnali combinati di ossigeno, carbonio e polvere. Questi ultimi provengono dalla galassia B14-65666, situata nella costellazione del Sestante a 13 miliardi di anni luce dalla Terra. Proprio a causa di questa distanza e della velocità finita della luce, gli ‘indizi’ captati dagli astronomi hanno dovuto viaggiare 13 miliardi di anni per raggiungerci. In altre parole, il team di ricerca è riuscito ad osservare ciò che stava accadendo nell’universo primordiale, neanche un miliardo di anni dopo il Big Bang. A quell’epoca B14-65666 stava quindi nascendo, grazie alla fusione di due ‘blob’, dai quali provengono le emissioni intercettate da Alma.

Yogurt contro il tumore all’intestino

Uno studio che ha coinvolto 32mila uomini e 55mila donne  e pubblicato sulla rivista Gut da Yin Cao, della Washington University School of Medicine, a Washington DC ha stabilito che mangiare yogurt due (o anche più) volte a settimana potrebbe aiutare a prevenire la formazione di tumore all’intestino, soprattutto negli uomini.

Lo studio, che è stata solo un osservazione, di per se non è sufficiente a stabilire realmente se il consumo di yogurt riduca realmente il rischio di adenomi ma, essendo stato condotto su diverse migliaia di soggetti dovrebbe trattarsi di uno studio piuttosto solido.

E’ auspicabile che nasca un nuovo partito di cattolici e laici per l’applicazione della Costituzione 

È auspicabile un nuovo partito che riunisca i cattolici democratici che attualmente votano pd(non so come sia possibile andare d’accordo con abortisti e portatori di diritti cosiddetticivili), che votano 5 Stelle (per motivi simili al pd, con l’aggiunta di populismo a buon mercato), che votano Lega e Berlusconi (per le loro contraddizioni di fondo, sul fisco, sulla burocrazia, sulla sicurezza ). 

Un partito che riunisca i cattolici di cui sopra e quei laici che, come noi cattolici, voglionol’applicazione della Costituzione. Questo è auspicabile e sperabile. Perché noi pensiamo che la vita sia la stessa nel barcone e nella pancia della mamma, che la persona debba essere messa al primo posto di ogni scala valoriale, che il lavoro è il vero strumento di promozione umana, che la famiglia naturale è indispensabile per l’equilibrio di una società civile. 

Da questo insieme di priorità derivano le implicazioni economiche, sociali e politiche che ci possano permettere di vincere le sfide nelle criticità più difficili odierne. Ritengo che Zingaretti e Di Maio siano dei venditori di illusione, perché non solo danno fiato a chi vuole ostacolare la ricomposizione civile del popolo italiano (che si attua con la difesa e l’incremento esponenziale dei posti di lavoro e la difesa della vita nel grembo materno), ma neanche riescono a risolvere il grosso problema dei paletti burocratici dell’attuale statalismo, ostacolando le PMI, dando l’elemosina alle famiglie, generando spesa pubblica parassitaria che toglie le risorse alle imprese che sono quelle che possono creare nuove opportunità lavorative.

Infatti basta ascoltare le varie trasmissioni sia sulla Rai, su Sky, su Mediaset, per rendersi conto che non si affrontano i problemi reali, poiché ci sono dei “blocchi di natura burocratica e di interessi con comitati di affari” (è bastato rendersene conto anche durante la campagna elettorale delle recenti comunali dove hanno prevalso logiche di sterile antagonismo), in conseguenza dei quali non è possibile lavorare per la giustizia fiscale, per la promozione di nuovi posti di lavoro ad opera delle PMI (non certamente dello Stato che deve solo promuovere le attività produttive, pena uno sterile statalismo), per il sostegno alle politiche familiari, ormai cenerentole, per risolvere i gravissimi problemi della stagnazione lavorativa per i giovani costretti ad emigrare all’estero e della denatalità che ormai minaccia la stessa sopravvivenza italiana (grazie alle politiche abortiste dei radicali, della Bonino a cui si sono unite le sinistre e anche il sindacato della Cgil).

San Tommaso Moro, il santo che tenne testa a un re

Fonte Famiglia Cristiana

Thomas More nacque a Londra il 7 febbraio 1478, figlio del giudice John More, membro dell’ Alto Tribunale Giudiziario. Tommaso, ancor giovanissimo, fu al servizio del cardinale John Morton, cancelliere di Enrico VII. Si procurò un’ ottima cultura umanistica a Oxford, ove conobbe alcuni tra i massimi esponenti dell’ Umanesimo, come Colet, Linacre, Latimer, Tunstall, Colt. La sua amicizia con Erasmo da Rotterdam iniziò nel 1499. Studiò il diritto a New Inn e poi a Lincoln’ s Inn. Durante la sua giovinezza sentì il desiderio di diventare monaco, e infatti, ebbe rapporti con i francescani di Greenwich e fece anche un prolungato soggiorno di quattro anni nella Certosa di Londra. Dopo aver lasciato la vita claustrale, sposò Jane Colt, dalla quale ebbe quattro figli; rimasto vedovo, si unì di nuovo in matrimonio con Alice Middleton.
Nel 1504 divenne membro del parlamento, e specializzatosi in diritto marittimo, iniziò a lavorare per la Livery Companies e la The Merchant Adventures. Nel 1510, Enrico VIII lo nominò rappresentante della corona a Londra, sottosceriffo della città e giudice di Hampshire. Essendo stato chiamato a coprire diverse mansioni diplomatiche, viaggiò nelle Fiandre (1515) e a Calais (1517).
In questo periodo, precisamente nel 1516, pubblicò il suo capolavoro, Utopia. Nel 1519, Enrico VIII lo nominò suo consigliere regio. Nel 1523 fu eletto presidente dei Comuni. Nel 1529 fu nominato Lord cancelliere, carica che tenne per quattro anni. Infatti, nel 1532 si dimise perché non accettò l’ Atto di Supremazia, per il quale il re diventava capo della Chiesa d’ Inghilterra.
Moro abbandonò la vita pubblica, e si ritirò nella sua casa di Chelsea; accusato di alto tradimento, venne incarcerato nella Torre di Londra e condannato a morte. Durante il processo pronunciò un’ apologia, rimasta celebre nella storia: in essa confessò l’ indissolubilità del matrimonio, il rispetto del patrimonio giuridico ispirato ai valori cristiani e la libertà della Chiesa di fronte allo Stato. La decapitazione avvenne il 6 luglio 1535.
Tommaso Moro appare come persona con una grande dedizione alla famiglia, impegnato nell’ educazione religiosa, morale ed intellettuale dei figli, dando una grande importanza alla preghiera in famiglia e ai momenti di svago. Coltivò la virtù dell’ umorismo, fu ammirato, tra l’ altro, per la grande integrità morale, l’ acutezza di ingegno, il suo carattere aperto e gioviale e la sua straordinaria erudizione.
Fu beatificato da Leone XIII nel 1886. Venne canonizzato da Pio XI il 22 giugno 1935. Giovanni Paolo II lo ha dichiarato patrono dei politici e dei governanti mediante motu proprio firmato il 31 ottobre 2000.

Cattolici, basta con i partiti identitari.

Il passato non ritorna. Lo diciamo da tanto tempo. Certo, il passato non può e non deve essere dimenticato. Perché senza la conoscenza del passato non c’è alcuna possibilità di costruire il futuro. E, soprattutto, non si può costruire nessuna prospettiva politica credibile e realistica.

Ora, quando parliamo di passato, in particolare noi cattolici democratici e popolari, persiste sempre la tentazione nostalgica. E’ inutile negarla. Siamo consapevoli, lo ripeto, che il passato non ritorna, ma siamo altrettanto tentati – a volte – di ripercorrerne in qualche modo le forme e la sostanza. E quindi il dibattito, sempre più fitto e insistente, su come ridare una adeguata e credibile rappresentanza politica a quest’area. Nessuno pensa che possa ritornare una sorta di neo Democrazia Cristiana.

Pochi, pochissimi, ritengono che si possa imbastire nel contesto politico contemporaneo e dar vita a movimenti e partiti identitari. Sotto questo profilo, e alla luce dei recenti e ripetuti risultati elettorali, forse è giunto il momento per dire una parola definiva quando si parla di cattolici in politica e di partiti che si rifanno a quella ispirazione. E cioè, quando nessun esperimento raggiunge l’1% ne’ a livello locale e ne’ a livello nazionale, significa che proprio quegli esperimenti – e seppur nel massimo rispetto della volontà e del coraggio dei proponenti – sono destinati inesorabilmente al fallimento. Per fermarsi al solo Piemonte, le recenti elezioni regionali ci hanno detto che la lista civica dov’è era presente Demos e’ finita sotto lo 0,5%, che il Popolo della famiglia ha avuto percentuali sotto il prefisso telefonico e che l’Udc ha toccato l’1%.

Di fronte ad un quadro del genere la conclusione è quasi obbligata. E parliamo solo del Piemonte per non citare la valanga di esprimenti nelle varie regioni italiane. Oltre, com’è ovvio, alle liste per il rinnovo del Parlamento Europeo. Per fare un solo esempio, la lista dei Popolari per l’Italia ha raggranellato un misero 0,2%. La conclusione di questa riflessione e’ molto semplice, almeno a mio parere. Questo mondo politico, culturale, sociale e forse anche etico non si riconosce, salvo eccezioni sempre presenti, nell’attuale geografia politica italiana. Difficilmente può confluire nel contenitore della sinistra, il Pd/ Pds di Zingaretti; non se la sente di condividere il progetto della destra leghista di Salvini e, men che meno, si avvicina al partito populista, antisistema e demagogico dei 5 stelle. Di quel che resta di Forza Italia e’ inutile parlarne.

Molti, anche se non tutti com’è ovvio, sono disponibili a lavorare seriamente per ricostruire una esperienza di “centro” plurale, riformista, di governo, democratico e innovativo. Non un posizionamento tattico o un luogo che rivendica una mera rendita di posizione ma un movimento/partito che sappia riscoprire un progetto politico e soprattutto una cultura politica. Ed è proprio su questo versante che l’apporto dei cattolici democratici e popolari, con il contributo di molti altri filoni culturali e ideali, può risultare decisivo e sempre più importante. Questa, oggi, e’ la vera sfida politica per quest’area culturale. Con buona pace dei partiti e dei movimenti identitari.

In quattro capitoli le promesse dei 28 leader per l’Europa di domani

Tratto da Agensir

“Ora che gli effetti dei cambiamenti climatici stanno diventando più visibili e pervasivi, dobbiamo intensificare urgentemente le nostre azioni per gestire questa minaccia esistenziale”: l’affermazione di principio – contenuta nell’Agenda strategica 2019-2024 – c’è; manca, tutto attorno, l’impalcatura politica ed economica. E resta latitante un accordo fondamentale fra i 28: quello sulle “emissioni zero” entro il 2050, per fare in modo che il vecchio continente persegua la “neutralità climatica”. Il Consiglio europeo del 20-21 giugno (nelle foto) non ha trovato la convergenza sulle euronomine (un prossimo summit straordinario è convocato per il 30 giugno), ha rinviato quella sul Quadro finanziario pluriennale, ha analizzato problemi di grosso calibro, come il Brexit, il rafforzamento dell’Eurozona, le minacce alla democrazia derivanti dalla “disinformazione”. Ma non è riuscito a convincere tutti i capi di Stato e di governo a intraprendere con decisione e lungimiranza la strada dell’economia pienamente sostenibile. Paesi come la Polonia, cui si sono allineate Repubblica Ceca e Ungheria, che dipendono ancora per la quasi totalità dal carbone, non ne vogliono sapere di inquinare meno, salvo compensazioni d’altro genere. Per ora rimangono gli impegni dell’Accordo di Parigi: riduzione di Co2 del 40%, rispetto al 1990, da qui al 2030. Meglio di niente.

Direzione di marcia. L’Agenda strategica appare, peraltro, come un successo – sottovalutato dai media – del summit d’inizio estate. Non si tratta, è vero, di un ambiziosissimo e vincolante programma di lavoro delle istituzioni comunitarie e degli Stati membri, ma è piuttosto una direzione di marcia che, se intrapresa con coraggio, potrebbe portare risultati concreti a favore dei cittadini europei.“Negli ultimi anni il mondo è diventato sempre più instabile, complesso e soggetto a rapidi cambiamenti. Ne risultano sia opportunità che sfide”, hanno scritto, e controfirmato, i capi di Stato e di governo nel documento programmatico per il quinquiennio entrante. “Nei prossimi cinque anni l’Ue può rafforzare – e rafforzerà – il proprio ruolo in questo contesto mutevole. Insieme saremo determinati e chiari nei nostri obiettivi, costruendo sulla base dei valori e dei punti di forza che caratterizzano il nostro modello”. Si tratta, se non sono parole al vento, “dell’unica via efficace per dare forma al mondo di domani, promuovere gli interessi dei nostri cittadini, delle nostre imprese e delle nostre società e salvaguardare il nostro stile di vita”.

Orientare i lavori. L’Agenda strategica “fornisce un quadro generale e un indirizzo per tale approccio”. Il suo obiettivo è “orientare i lavori delle istituzioni nei prossimi cinque anni”. L’agenda è incentrata su quattro priorità: proteggere i cittadini e le libertà; sviluppare una base economica forte e vivace; costruire un’Europa verde, equa, sociale; promuovere gli interessi e i valori europei sulla scena mondiale”. Infine, l’agenda tratta delle “modalità con cui realizzare tali priorità”, con qualche vago accenno alle riforme interne.

Protezione e sicurezza. L’Europa “deve essere un luogo in cui ci si sente liberi e sicuri” e l’Ue è chiamata a “difendere i diritti e le libertà fondamentali dei suoi cittadini”. Fra le pompose affermazioni valoriali si legge: “Dobbiamo garantire l’integrità del nostro territorio. Dobbiamo sapere – e dobbiamo essere noi a decidere – chi entra nell’Unione. Il controllo efficace delle frontiere esterne è una condizione imprescindibile per garantire la sicurezza” interna.

“Siamo determinati a sviluppare ulteriormente una politica migratoria globale pienamente funzionante”:

parole risuonate più volte e a vuoto nei palazzi Ue, dove i leader nazionali assumono impegni che poi, sul fronte migratorio, non mantengono. Nello stesso capitolo si legge: “Dobbiamo proteggere le nostre società dalle attività informatiche dolose, dalle minacce ibride e dalla disinformazione provenienti da attori statali e non statali ostili”.

Capitolo economico. “Una forte base economica è di importanza vitale per la competitività e la prosperità dell’Europa” e “per la creazione di posti di lavoro”. In un momento in cui, si sottolinea, “il panorama mondiale è riplasmato da sfide in termini di tecnologie, sicurezza e sostenibilità, dobbiamo rinnovare le fondamenta di una crescita sostenibile e inclusiva a lungo termine e rafforzare la coesione nell’Ue”.“Dobbiamo garantire che l’euro sia vantaggioso per i nostri cittadini”, approfondendo l’Unione economica e monetaria, completando l’Unione bancaria e l’Unione dei mercati dei capitali.“Nei prossimi anni la trasformazione digitale subirà un’ulteriore accelerazione, con effetti di ampia portata. Dobbiamo garantire la sovranità digitale dell’Europa”. Ma un’economia moderna e al passo coi tempi richiede anche di “intensificare gli investimenti nelle competenze e nell’istruzione delle persone”, sviluppare l’imprenditorialità, la ricerca e l’innovazione.

“Verde, equa, sociale”. Terzo punto: “L’Europa ha bisogno di inclusività e sostenibilità, accogliendo appieno i cambiamenti determinati dalla transizione verde, dal progresso tecnologico e dalla globalizzazione, e assicurandosi nel contempo di non lasciare indietro nessuno”. L’Ue “può e deve svolgere un ruolo guida al riguardo, intraprendendo una profonda trasformazione dell’economia e della società per raggiungere la neutralità climatica”.

A questo punto è saltata la parte relativa alle emissioni zero entro il 2050.

D’altro canto “il successo della transizione verde dipenderà da una consistente mobilizzazione di investimenti privati e pubblici e dalla disponibilità di un’efficace economia circolare, nonché dalla presenza di un mercato europeo dell’energia integrato, interconnesso e ben funzionante”, nel rispetto, però, del diritto degli Stati membri di “decidere in merito ai rispettivi mix energetici”. Seguono finalmente alcune righe sui temi sociali: il “pilastro europeo dei diritti sociali dovrebbe essere attuato a livello dell’Ue e degli Stati membri nel debito rispetto delle rispettive competenze. Le disuguaglianze, che colpiscono soprattutto i giovani, rappresentano un rischio politico, sociale ed economico di primo piano”.

L’Europa nel mondo e riforme interne. Infine un lungo capitolo sulle relazioni esterne e sulle necessarie riforme delle stesse istituzioni Ue. Dove, fra l’altro, si legge che l’Unione “continuerà a essere un motore determinante del multilateralismo e dell’ordine internazionale basato su regole, garantendo apertura ed equità e le riforme necessarie. Sosterrà le Nazioni Unite e le organizzazioni multilaterali fondamentali”. Ulteriori sottolineature riguardano la cooperazione internazionale, la politica di vicinato e una politica commerciale “ambiziosa”. Si passa poi al funzionamento della “casa comune”: “ciascuna istituzione dovrebbe riesaminare i propri metodi di lavoro e riflettere sulle migliori modalità per assolvere i compiti stabiliti dai trattati”. La spinta populista e anti-Ue impone un esame di coscienza fra Bruxelles e Strasburgo.

 

Caudo e Raimo, aspiranti Sindaci di Roma, scatenano la guerra in terzo municipio. Perchè vezzegiarli?

Nel terzo Municipio di Roma si consuma una stana guerra. Il Presidente Giovanni Caudo minaccia fuoco e fiamme perché la delibera istitutiva di una casa per i diritti delle donne è stata emendata con voto trasversale dei membri dell’Assemblea consiliare. Il Pd ha dovuto registrare, nella circostanza, che due suoi consiglieri votassero con Lega e Fratelli d’Italia. Lo stato maggiore del Nazareno si è prontamente espresso a favore di Caudo, subito ricevuto con tutti gli onori nella sede nazionale del partito.

Cosa dice l’emendamento incriminato? Nulla di straordinario. In pratica restringe l’uso dei locali pubblici, destinati alla nuova istituzione. per evitare che possa trasformarsi in un “circolo” in mano a gruppi (di sinistra) già attivi sul territorio. Di per sé non rappresenta quel declassamento dell’operazione, che denuncia lo stesso Presidente del Municipio. Sembra dunque la classica tempesta in un bicchier d’acqua, tanto sono labili o pretestuose le motivazioni alla base della polemica.

Sta di fatto che Caudo, già in pre-riscaldamento per la corsa alla candidatura a sindaco di Roma, intende sfruttare l’episodio per chiarire i rapporti all’interno della maggioranza (o più precisamente del Pd). Oggi, secondo le intenzioni che ha lasciato trapelare, potrebbe agitare lo spettro delle dimissioni dinanzi ai quadri di zona del partito. Con questo piglio tanto risoluto mira a disinnescare perlomeno l’ordigno che l’assessore Christian  Raimo – scrittore molto attivo, coccolato dai media, anch’egli intenzionato a correre per la massima carica del Campidoglio – vuole far esplodere tra le gambe dei dirigenti locali del Pd. Un suo post, a dir poco feroce, ieri denunciava come traditori gli artefici del blitz in consiglio municipale.

Visto da vicino, lo spettacolo rivela un accumulo di piccole astuzie e speciose controversie. È difficile prendervi parte con passione. Resta da osservare, semmai, che la pretesa di addomesticare le assemblee elettive mostra il carattere negativo del sistema di elezione diretta dei sindaci e in particolare dei Presidenti di municipio. Perché i traditori dovrebbero essere quelli che non si attengono alle disposizioni di Caudo e Raimo? Forse sono loro, con la tracotanza degli autocrati, a violare una regola fondamentale, che assegna la funzione di indirizzo e controllo agli eletti nei Consigli.

Un po’di rispetto non dovrebbe mai mancare. Una volta nei partiti si considerva intangibile un codice non scritto, in base al quale l’esercizio del potere si specchiava in un sistema di equilibri, con la precauzione di non divinizzare il possesso di una responsabilità istituzionale. Ai Caudo e ai Raimo un partito serio, stile Prima Repubblica, avrebbe già comunicato che tutte le loro ragioni non danno tuttavia ragione di un comportamento inadatto ad aspiranti Sindaci. Al Nazareno, con serietà, dovrebbero rimediare in fretta. Altro che sperticati elogi e rassicurazioni a tutto campo!

Donne: Cisl, “Grande vittoria di civiltà la convenzione contro la violenza nel mondo del lavoro”

“La data di ieri segna un momento storico importantissimo nel cammino contro le molestie e la violenza sulle donne nei luoghi di lavoro. Nella cornice della chiusura dei lavori della 108° Conferenza Internazionale ILO, in concomitanza con il suo centesimo anniversario, è stata approvata a larga maggioranza una Convenzione e Raccomandazione ILO per porre un freno al dilagare della violenza nel mondo del lavoro”. Lo dichiarano in una nota il Segretario Confederale organizzativo della Cisl, Giorgio Graziani e la Responsabile del Coordinamento donne della Cisl, Liliana Ocmin.

“Da tempo la Cisl ed il Coordinamento nazionale donne, erano impegnati a supporto della Campagna promossa dal Comitato Donne dell’Ituc per sostenere e far adottare una Convenzione ILO n.190 e Raccomandazione che vincolasse tutti i paesi aderenti ad intraprendere iniziative concrete contro la violenza e le molestie sul lavoro: il primo Trattato del genere a livello mondiale che riconosce e conferma questo fenomeno come una violazione dei diritti fondamentali di tutte e di tutti.

È una grande vittoria di civiltà aver trovato il giusto punto di condivisione tra tutti i rappresentanti di Governo, del mondo imprenditoriale e dei lavoratori e delle lavoratrici, per fare convergere i voti su un documento che rappresenta un altro passo in avanti per l’affermazione dei diritti delle donne, soprattutto laddove ancora oggi il lavoro è sfruttamento e schiavitù. Le molestie e la violenza sul lavoro esistono, seppur a stadi differenti, in tutto il mondo. Perciò salutiamo con favore questo risultato che ci serve da stimolo per l’impegno che quotidianamente portiamo avanti e che rinnoviamo in difesa di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici. Oggi possiamo dire che il mondo del lavoro è più rispettoso della dignità di ogni persona”.

La visione e la fatica della tessitura

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

La parola ai poeti, perché a loro spetta più che alle altre categorie umane: chi può dire una parola anche su una questione apparentemente arida, tecnica, come l’attuale situazione di crisi della società italiana ed europea, se non un poeta? Il forlivese Davide Rondoni con piglio deciso rivendica il ruolo della poesia, la capacità che l’arte ha di scrutare e quindi di raccontare l’umano, lo abbiamo quindi voluto incontrare all’interno di questa conversazione, iniziata il 21 maggio con le parole di Giuseppe De Rita su sicurezza e senso, che ruota intorno alla responsabilità della Chiesa cattolica di fronte alle difficoltà in cui si dibatte la società italiana.

Allora, cosa vede il poeta che noi non riusciamo a vedere?

I poeti cercano di guardare una geografia del profondo. Per questo comprendo, ma non mi convince chi, anche su queste pagine nelle settimane scorse, ha assunto come punto di vista per leggere l’attuale situazione parole chiave come «paura». Ma la sicurezza, o il suo opposto la paura, sono sentimenti secondi, vengono dopo. Essi sono la conseguenza dell’affetto (afficio, legame) a un bene che viene prima. Occorre dunque vedere e semmai interpretare quali sono i termini e gli oggetti dell’affetto, del legame dell’uomo contemporaneo se vogliamo leggerne i conseguenti atteggiamenti. Altrimenti, a continuar di parlar di paura o di sicurezza, finiremo per vedere solo le cose secondarie, e la superficie. Inoltre è bene ricordare che il cristiano non ha paura perché ama molto con un senso del destino, ed è lieto. Questo è il suo contributo in ogni tempo: amare con un positivo senso del destino. Questo lo rende compagno di strada di ogni uomo ma al tempo stesso il suo è differente da ogni sforzo basato solo sulla generosità umana di amare. La Chiesa non è una ong, come spesso dice il Papa, ma la comunità di chi riconosce il Risorto, vera esplosione di ultima positività nell’osservare anche le ombre del destino. La Chiesa viva, santa e peccatrice, offre tale contributo. Specie in questo tempo. Quando non lo fa, diviene poco interessante.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso. La crisi economica-finanziaria che da anni ha messo in difficoltà gli stati occidentali forse rivela in controluce una preesistente crisi spirituale?

Penso che il sentimento di essere in balìa di forze ben superiori alle proprie è oggi in parte determinato dalla invasività tecnologica, dalla follia terroristica, dalla insicurezza economica, dallo sgretolarsi di abitudini. Questo vale in una porzione del mondo, non ovunque. Ma l’insicurezza soprattutto dipende dalla vacuità degli idoli. L’uomo di oggi da un lato ama le cose di sempre: i figli, le persone con cui si lega, la natura, l’amicizia. E d’altro lato, come sempre, insegue una serie di idoli, di immagini, di cose che «sembrano» quel che egli desidera e ama. Ad esempio nella «comunicazione» si è riversata una fame di amicizia, di relazione (con tutte le storture ovvie). Ci hanno illuso che la comunicazione rendesse più vicine le persone (hanno usato la parola amici per indicare i followers), ma invece abbiamo tanta gente più sola che comunica tanto. L’amicizia, la comunità, l’amore vincono la solitudine, non la comunicazione. Tale idolo, come altri, ad esempio il progresso tecnologico buono in sé, sono stati fabbricati da intellettuali e da loro interpreti politici che li hanno poi «smerciati» al popolo, come nuove ideologie nate sulle vecchie, salvo poi rimproverare il popolo per l’abuso che ne fa. Occorre quindi ripartire non dal contrasto alla paura, ma dalla valorizzazione delle cose amabili e amate, e la Chiesa può esser maestra in questo. E parlare deve essere sempre d’amore, ma adeguatamente, senza dolciastro, senza moralismi. La fame di vita, questo è il punto, non la paura. La Chiesa è fatta di gente che mangia il corpo di Dio tanta è la fame di vita, e deve parlare di Dio, di Gesù, mai vergognarsi di Lui, della sua passione da condannato, della sua risurrezione senza la quale tutto, tutto è vanvera. Parlare di questo, far vedere questo. Moralismi, perbenismi, tatticismi sono pelle morta sul volto della Chiesa.

In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di paura e quindi di chiusura e violenza.

Credo sia sbagliato continuare a dare del popolo solo l’idea di una massa che cova rancori. Non che questo manchi, ovviamente, come già aveva descritto Manzoni, o Huizinga che parlava dell’uomo-massa già un secolo fa. Ma il popolo è anche e soprattutto la sede dell’amore, del legame, dell’attaccamento e della tenacia. Della fede e della costruzione. Per trent’anni gli organi di stampa legati al potere finanziario, altri bovinamente accodatisi e una parte non disinteressata di partiti vecchi e nuovi hanno avvelenato i pozzi della politica — grazie anche alla collusione di una parte della magistratura (non solo in Italia ma in molti paesi del mondo) — parlando continuamente di «casta». Il termine fu inventato dal «Corriere della Sera» che non è notoriamente il giornale del popolo e spargendo livore contro la classe politica si sono aperte autostrade a nuovi poteri economici senza volto e trasnazionali. Una politica debole a chi serve, al popolo o a chi vuole comandare senza mediazioni? Stupirsi che abbia allignato un sentimento di antipolitica è grottesco e furbesco. La debolezza della politica e delle comunità intermedie ha favorito tale processo. Qualcuno ora passa all’incasso, anche con una certa eterogenesi dei fini rispetto alle previsioni, di quel malumore che viene bollato a mio avviso in modo superficiale come populismo. Il sovranismo, invece, è una risposta, non banale per quanto ovviamente criticabile come ogni cosa dell’agone politico, alla crisi della globalizzazione, o meglio al rivelarsi della globalizzazione per quel che è, come già aveva previsto uno studioso cattolico, Alexis de Tocqueville, nel 1830, vedendo fin dall’inizio i segni di crisi del liberalismo.

Sta di fatto che il mondo rispetto a sei anni fa, quando è stato eletto Francesco, è cambiato: da Obama a Trump passando per la Brexit, i cosiddetti sovranismi, Bolsonaro… come si spiega e come si affronta questa situazione che richiama in gioco le identità, anche quelle religiose?

Oggi molti, anche in ambito cattolico, forse non avendo mai letto De Tocqueville, scambiano effetti con cause, e questo genera confusione oltre a un discorso culturale inerte. Il problema è che non si legge nemmeno la poesia. Un poeta cristiano, Baudelaire, vedeva nella noia il peggiore dei vizi, già nei Fiori del Male del 1857, e oggi siamo nell’era dell’intrattenimento come potenza economica, culturale e politica. E un altro poeta nel 1940 circa, W.H. Auden, aveva parlato della nostra come “età dell’ansia” e oggi ansiolitici e cannabis quietano animi scontenti di adulti e giovani. Ma a non leggere i poeti che hanno fiuto da lupi si finisce per non comprendere la realtà e si fan risalire certe questioni a categorie politiche e a protagonisti recenti. Che invece sono semmai effetto e interpretazione possibile di una lunga parabola. Occorre leggere e sostenere la speranza degli uomini, non accusarli, né essere manichei (tutti i buoni da una parte e i cattivi dall’altra). La globalizzazione è stata l’ambito ideologico ed economico necessario all’affermarsi della nuova ideologia delle identità. Intendo che serviva una utopia (il mondo senza confini, senza appartenenze, senza punti di vista, tutto relativizzato) per avere l’ambito adeguato all’affermazione di potenze economiche nuove e delle identità mutevoli a seconda di atti, preferenze, tendenze, gusti. Il tema della identità (che è il problema della modernità) è esploso in questi anni perché nessuno, se non l’uomo autenticamente religioso, sa rispondere adeguatamente al grido del poeta moderno Leopardi alla luna: «e io che sono?». La cultura dominante e la politica hanno pensato di rispondere a questa domanda dicendo «tu sei senza confini, la tua identità è mutevole e coincidente coi tuoi desideri». Non ne sono venuti però più gioia o più benessere. Invece ci sono confini (non nasci da solo, la tua vita non è un bene solo a tua disposizione) e l’unica vera identità umana è l’infinito, il problema dell’infinito. Non l’assenza di confini, in una sorta di metafisica orizzontale di cui la «rete» è strumento e idolo, ma il rapporto con Dio e l’infinito. Altrimenti l’identità è ciò che decide il potere (piccolo e stupido quello personale, potente e influentissimo quello sociale). Il consumatore con una propria e autonoma identità radicata a un livello invincibile e irriducibile è più scomodo, è meno standard di quello la cui identità, o le cui identità, sono plasmate e profilate dal potere.

Il Papa propone ormai da anni il tema, anzi il metodo, della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme in un processo in cui “alto” e “basso” si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Non sono certo un ecclesiologo… Un po’ scherzando (e un po’ no) mi definisco un «cattolico anarchico di rito romagnolo». La sinodalità, il metodo della unità, è la cosa più facile se si è lieti e se non si confonde la fede con una ideologia e se dunque non si ha nulla da difendere a livello ideologico. Una esperienza cristiana teme e ostacola il camminare insieme solo quando pretende che il cammino della comunità coincida con il proprio progetto o ideologia. La sinodalità non è come l’unità conquistata faticosamente da un partito diviso tra correnti, ma è la gioia semplice degli afferrati da Cristo, una letizia che trascina insieme persone con sensibilità e idee diverse. Gli scontenti si dividono, i lieti stanno insieme anche se diversissimi, lo posso testimoniare per quel che riguarda la mia esperienza. Nella storia della Chiesa abbiamo visto camminare insieme santi enormi e diversissimi, campioni di idee e sensibilità opposte. L’unità non viene dalla mediazione ma dal senso vivo dell’origine che viene assicurata nella sua lettura fondamentale dall’autorità del Papa. Il resto è, fin dagli inizi, un meraviglioso, misterioso e pure un po’ incasinato, mosaico.

Per il Papa possedere una coscienza di popolo è l’antidoto al populismo e richiama tutti, anche i politici, alla dimensione creativa, “artigianale”, di avviare processi di dialogo, di tessere legami che costruiscano la pace contro la rassegnazione e il rischio sempre presente di chiudersi in gabbie ideologiche, astratte, che portano alla divisione. La dimensione culturale, intellettuale e artistica può svolgere un ruolo in questo quotidiano lavoro di costruzione di un mondo più umano?

Se cercano il vero e il bello sì. Se si accomodano su schemi facili o nella ripetizione tranquillizzante di slogan e schemi no. Diventano lettera morta, estetica manieristica. E per cercare il vero e il bello, come i poeti sanno, occorre la visione e la fatica della tessitura. E quel che vale per l’arte vale per la società, su piani diversi, ma con identica urgenza. La Chiesa può decidere ancora se essere culturalmente e artisticamente un ambito interessante oppure solo manierismo e variante secondaria di filosofie altrui. Ma sai, lo Spirito soffia, e Gesù, il grande Sconfitto, non direi che si è dato per vinto, schizzando come un tappo di champagne dalla tomba, fantastico brindisi alla vita.

Il destino di Istanbul

Articolo già apparso sulle pagine della rivista Atlante Treccani a firma di Dimitri Bettoni

La metropoli turca si è ritrovata senza sindaco, commissariata dopo le elezioni amministrative dello scorso 31 marzo, quando l’esito delle urne è stato annullato e una nuova chiamata indetta per il prossimo 23 giugno. Il Partito popolare repubblicano (CHP, Cumhuriyet Halk Partisi), pur avendo ottenuto meno distretti rispetto ai rivali, era riuscito a strappare al Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP, Adalet ve Kalkınma Partisi) lo scranno di sindaco della città metropolitana. Ekrem İmamoğlu, candidato dell’opposizione, aveva vinto con uno scarto di soli 25.000 voti sullo sfidante di Binali Yıldırım, ex primo ministro ed in passato più volte ministro in vari governi targati AKP. Un margine di scarto praticamente nullo per una città che conta 16 milioni di abitanti. Soprattutto, un evento completamente inatteso e sorprendente rispetto ad altre città, come Ankara o Adalia, dove il cambio di poltrona era stato da più parti anticipato. Istanbul, invece, era ritenuta una roccaforte intoccabile del conservatorismo turco dell’AKP, la città che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva indicato come il caposaldo da tenere per chi voglia controllare la Turchia.

La vittoria di İmamoğlu è però durata soltanto diciotto giorni. La Commissione elettorale suprema (YSK), in risposta alle pressioni giunte dall’AKP sconfitto, ha revocato il mandato a causa di presunte irregolarità nelle nomine di scrutatori e presidenti di seggio, che secondo una recente riforma devono essere pubblici ufficiali. Una decisione contestatissima, considerato che tali provvedimenti non sono impugnabili in alcun modo e dovrebbero perciò essere il risultato di uno scrutinio condotto nella massima trasparenza. Invece la Commissione è stata travolta da accuse di sudditanza nei confronti del partito al governo e del presidente Erdoğan, personalmente in prima linea nell’invocare nuove elezioni. Il Consiglio di giudici e procuratori (HSK) ha avviato un’indagine a carico dei presidenti dei consigli elettorali distrettuali, dopo l’esposto contro di essi presentato dalla YSK per aver formato i comitati elettorali locali senza il rispetto delle disposizioni di legge. Un atto dovuto, ma anche un tassello per rendere più solida la decisione di annullamento a livello procedurale: non puoi cancellare le elezioni senza indicare un colpevole.

In questo contesto rovente, di enorme sfiducia nelle istituzioni e di forte polarizzazione, dove l’astio tra i due schieramenti è fortissimo, ci sono poche possibilità di assistere ad un consistente spostamento di voti da un campo all’altro. L’attenzione è rivolta, piuttosto, ai circa 600.000 astenuti che possono davvero fare la differenza. Istanbul conta perché è la città gioiello di Turchia, il simbolo di una storia nazionale secolare. Istanbul è anche la metropoli che muove miliardi di euro di budget, il motore dell’economia sul quale si fonda quell’intreccio di relazioni clientelari con il mondo degli affari, spesso tutt’altro che trasparenti, che ha costituito una delle colonne portanti del potere di Erdoğan e dell’AKP. La domanda sulle labbra di tutti da ormai due mesi è quindi: chi vincerà?

 

Perché l’opposizione può vincere

Nonostante la destituzione, Ekrem İmamoğlu resta sulla cresta dell’onda. Ha ferito l’AKP, dando prova della vulnerabilità di un partito che, dalla sua fondazione nel 2002, non aveva mai subito una sconfitta così bruciante e inattesa. Una ferita che si riflette sulla figura di Erdoğan, che si era speso molto nella precedente campagna elettorale a sostegno di Yıldırım.

La preoccupante situazione dell’economia turca resta il tallone d’achille dell’amministrazione uscente, oltre che del governo in carica. Gli indicatori che allarmano di più sono l’inflazione, da mesi stabilmente attorno al 20%, e i dubbi sulla capacità del Paese di sostenere il debito pubblico e soprattutto quello privato. L’agenzia di rating Moody ha di nuovo rivisto in negativo il profilo della Turchia, in quella che le autorità turche continuano a considerare aperta guerra economica. Non è un caso che la campagna elettorale di Yıldırım ad Istanbul sia passata dal mantra della “difesa della nazione”, che ha dato prova di non pagare in una competizione locale, ad una serie di promesse di ripresa economica ed estensione di welfare e benefit. Il nervo scoperto sul tema si misura anche dai trentotto tra giornalisti ed economisti coinvolti in procedimenti giudiziari per i loro commenti sul quadro economico del Paese. Rischiano da due a cinque anni di carcere, accusati di aver «tentato di indebolire l’ordine economico e la stabilità dello stato». I pestaggi e le aggressioni a diversi altri giornalisti nelle ultime settimane sollevano un inquietante questito: sono pronti l’AKP e i suoi elettori, specialmente le frange più oltranziste, ad accettare una sconfitta elettorale? Il rischio è di vedere altra violenza nelle strade, specialmente in un Paese che, dopo il tentato golpe del 2016, ha perso le tracce di una quantità enorme di armi allora distribuite alla popolazione dalle caserme di polizia per fronteggiare i reparti golpisti dell’esercito.

 

Perché l’AKP può ribaltare il risultato e riprendere Istanbul

Il partito di governo AKP continua a godere di un enorme seguito. Il rischio palese di perdere Istanbul può riportare all’ovile molti elettori sì scontenti, ma pronti a turarsi il naso e concedere nuova fiducia al campo conservatore pur di non cedere il passo ai secolaristi repubblicani.

Le reminiscenze della vecchia gestione CHP degli anni Novanta, con il suo welfare carente e i molti quartieri semiabbandonati, sono ancora vive nella memoria di molti cittadini, anche perché il Partito repubblicano, all’opposizione ad Istanbul da un quarto di secolo, non ha avuto modo di dimostrare di essersi evoluto imparando dal proprio passato. Parte del successo di Ekrem İmamoğlu è attribuibile proprio ai risultati ottenuti come amministratore del distretto di Beylikdüzü.

Dall’altro lato, l’AKP può vantare una lunga tradizione di associazionismo di quartiere, reti sociali, la costruzione di uno Stato sociale all’occidentale e una discreta dose di politiche populiste, come quella realizzata da Erdoğan che qualche mese fa distribuiva pacchi di tè, amatissimo dai turchi, lanciandoli dal palco della campagna elettorale.

Oltre al fronte conservatore, su cui l’AKP continua ad esercitare un monopolio politico, il partito ha individuato nell’elettorato curdo una potenziale fonte di consensi apprezzabile, nonostante la campagna militare in corso nel Sudest del Paese a maggioranza curda. I Curdi di Istanbul hanno avuto un peso determinante nella vittoria di İmamoğlu, dopo che il Partito democratico dei popoli (HDP, Halkların Demokratik Partisi) aveva offerto al candidato repubblicano il proprio appoggio attraverso una tattica vincente: non presentare candidati propri e indicare in İmamoğlu l’uomo da votare. L’AKP cerca ora di recuperare parte di questi consensi. Erdoğan ha visibilmente abbandonato la retorica nazionalista anticurda e si è addirittura allontanato dalla scena, sostenendo che la vittoria o la sconfitta saranno merito o colpa di Yıldırım, mossa che gli consentirà di evitare altri danni alla sua figura in caso di nuovo insuccesso. Dal canto suo, Yıldırım ha avviato nei confronti dei Curdi un corteggiamento senza freni, arrivando a rompere di nuovo il tabù della parola “Kurdistan” nel corso di un comizio nella città di Diyarbakir, nella speranza che il riverbero della parola giunga fino alla consistente popolazione di Istanbul. La mossa può potenzialmente attrarre voti, ma anche allontanare quei sostenitori ultranazionalisti che negli ultimi quattro anni hanno fornito un’importante stampella sia a livello locale che nazionale. Analogamente, la riapertura dei canali di comunicazione con il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK, Partîya Karkerén Kurdîstan) Abdullah Öcalan, dopo anni di isolamento totale, indica la volontà dell’AKP di tentare i movimenti curdi con l’offerta di un nuovo processo di pace, qualora Istanbul venisse riconquistata.

Tra i sostenitori delle opposizioni persiste la paura di brogli. Il governo di Erdoğan già in passato ha dimostrato di faticare ad accettare risultati sfavorevoli. Un’inchiesta del quotidiano kemalista Cumhuriyet ha rivelato la scomparsa di molte persone dalle liste elettorali utilizzate il 31 marzo, sostituite con nominativi diversi. I partiti di opposizione hanno invitato i cittadini a verificare i propri nominativi presso le anagrafi e a presentare un’eventuale richiesta di correzione. Sono stati mobilitati 150.000 scrutatori aggiuntivi.

Qui potete trovare l’articolo completo 

Costruire insieme il futuro del lavoro

Riceviamo, per mail,  e volentieri pubblichiamo l’abstract dell’editoriale di Aggiornamenti Sociali 

Si conclude oggi, 21 giugno, a Ginevra l’annuale Conferenza internazionale sul lavoro, che nel 2019 riveste un significato speciale, visto che questa istituzione celebra il centenario della propria fondazione. L’editoriale del numero di giugno-luglio di Aggiornamenti Sociali, firmato dal direttore Giacomo Costa SJ e da Paolo Foglizzo, riflette sulle peculiarità dell’OIL, che ne fanno un protagonista di primo piano nelle dinamiche economiche e sociali a livello globale, e traccia un primo bilancio delle iniziative collegate all’anniversario in cui la stessa rivista è stata coinvolta dal 2015.

«Fondata in un contesto segnato da eurocentrismo e colonialismo – scrivono in apertura gli autori -, l’OIL si trova a incarnare in un mondo enormemente più variegato e plurale in termini culturali, politici e sociali, e al tempo stesso estremamente più interconnesso e interdipendente, l’intuizione con cui si apre il Preambolo della sua Costituzione: “una pace duratura non può che essere fondata sulla giustizia sociale”».

Per tenere fede a questa mission, l’OIL può contare su alcuni fattori strategici: il primo è il metodo del dialogo sociale come frutto della propria struttura tripartita. «Fin dalle origini – spiega l’editoriale – ogni Paese membro è rappresentato da una delegazione composta da due delegati governativi, da un rappresentante dei lavoratori e da uno dei datori di lavoro. (…) Per l’OIL il “volto” di ciascun Paese non coincide con quello del rispettivo Governo, ma vi è una rappresentanza dotata di una legittimità originaria e indipendente per quelle che in italiano chiamiamo parti sociali». In altre parole vi è la consapevolezza, oggi ancora più attuale di 100 anni fa che, «lo Stato, pur rivestendo un ruolo centrale, non è davvero in grado di riassumere e rappresentare adeguatamente tutte le componenti della società».

Un secondo elemento centrale nel mandato dell’OIL, continua l’editoriale, «è il compito di elaborare norme e standard internazionali in materia di lavoro, e di supervisionarne l’applicazione, adottando un approccio dichiaratamente multilaterale». Un compito che «manifesta la fiducia nella possibilità di elaborare strumenti di governance internazionale con un metodo multilaterale. Qualcosa di cui oggi molti dubitano, tra gli osservatori così come tra i politici che guidano molti Paesi».

Un terzo punto sottolineato da Aggiornamenti Sociali è la forza che ha acquisito nel tempo un’espressione elaborata dall’OIL già vent’anni fa nel rapporto Decent work, quella di “lavoro dignitoso”. «Con grande rapidità – scrivono Costa e Foglizzo -, la locuzione si è imposta ben oltre i confini dell’OIL. (…) Si tratta di un indubbio successo, provato anche dalla capacità del concetto di “federare” soggetti di provenienza molto diversa, come sindacati, ONG, movimenti di militanti. Fin da subito, anche la Chiesa ne ha riconosciuto le potenzialità: già nel 2000, in occasione del Giubileo dei lavoratori (1° maggio), Giovanni Paolo II incoraggiò l’azione dell’OIL, lanciando un appello per la creazione di una coalizione in favore del lavoro dignitoso». Questo successo non deve tuttavia far dimenticare «il rischio del suo svuotamento retorico».

Proprio al tema del lavoro dignitoso, e alle azioni necessarie per una sua promozione sempre più efficace, è dedicato un documento diffuso il 12 giugno dai soggetti promotori del progetto “The future of work. Labour after Laudato si’”, con cui una rete di partner internazionali si interroga su come ripensare il lavoro all’interno del quadro di riferimento dell’ecologia integrale proposto da papa Francesco, con l’obiettivo di offrire un contributo anche alla riflessione sul futuro dell’OIL.

Il documento, dal titolo, Ampliare l’agenda del lavoro dignitoso per affrontare l’attuale crisi globale, contiene 9 proposte: è disponibile integralmente sul nostro sito.

All’interno di questa iniziativa internazionale Aggiornamenti Sociali è direttamente impegnata su due fronti: il primo è una ricerca su come il magistero di papa Francesco stimoli pratiche di innovazione sociale, cioè su quanto le organizzazioni, di matrice cattolica e non solo, riescano effettivamente a tradurre in atto i valori a cui si ispirano. La ricerca, condotta insieme al CeSPI (Centro studi di politica internazionale) di Roma, è partita dall’analisi delle affermazioni di papa Francesco sul tema del lavoro e come primo risultato ha prodotto la pubblicazione del volume Il lavoro è dignità Le parole di papa Francesco, ma è ancora in corso.

Il secondo impegno di Aggiornamenti Sociali, anche questo con una rete di partner internazionali, è diretto alla formazione dei futuri leader delle organizzazioni di ispirazione cattolica attive nel mondo del lavoro su un duplice piano: l’acquisizione di strumenti operativi di lettura della realtà e l’approfondimento delle motivazioni personali e spirituali del loro impegno, alla luce della dottrina sociale della Chiesa.

 

Csm, Mattarella: “Quadro sconcertante e inaccettabile, ha minato autorevolezza delle toghe”

Rivolgo a tutti un saluto cordiale, particolarmente ai due nuovi consiglieri, cui auguro buon lavoro all’interno del Consiglio nell’interesse della Repubblica.

Il saluto e gli auguri sono accompagnati da grande preoccupazione. Quel che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile.

Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero Ordine Giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica.

Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il CSM, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’Ordine Giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla Magistratura.

Tengo a ringraziare il Vice Presidente, il Comitato di Presidenza e i Consiglieri presenti per la risposta pronta e chiara che hanno fornito, con determinazione, non appena si è presa conoscenza della gravità degli eventi.

La reazione del Consiglio ha rappresentato il primo passo per il recupero della autorevolezza e della credibilità cui ho fatto cenno e che occorre sapere restituire alla Magistratura italiana.

Di essa i cittadini ricordano i grandi meriti e i pesanti sacrifici anche attraverso l’esempio di tanti suoi appartenenti e hanno il diritto di pretendere che quei meriti e quei sacrifici non vengano offuscati.

A questo riguardo non va dimenticato che è stata un’azione della Magistratura a portare allo scoperto le vicende che hanno così pesantemente e gravemente sconcertato la pubblica opinione e scosso l’Ordine Giudiziario

Oggi si volta pagina nella vita del CSM. La prima di un percorso di cui non ci si può nascondere difficoltà e fatica di impegno. Dimostrando la capacità di reagire con fermezza contro ogni forma di degenerazione.

Tutta l’attività del Consiglio, ogni sua decisione sarà guardata con grande attenzione critica e forse con qualche pregiudiziale diffidenza. Non può sorprendere che sia così e occorre essere ancor più consapevoli, quindi, dell’esigenza di assoluta trasparenza, e di rispetto rigoroso delle regole stabilite, nelle procedure e nelle deliberazioni.

Occorre far comprendere che la Magistratura italiana – e il suo organo di governo autonomo, previsto dalla Costituzione – hanno al proprio interno gli anticorpi necessari e sono in grado di assicurare, nelle proprie scelte, rigore e piena linearità.

La Costituzione prevede che l’assunzione di qualunque carica pubblica – ivi comprese, ovviamente, quelle elettive – sia esercitata con disciplina e onore, con autentico disinteresse personale o di gruppo; e nel rispetto della deontologia professionale.

Indipendenza e totale autonomia dell’Ordine Giudiziario sono principi basilari della nostra Costituzione e rappresentano elementi irrinunziabili per la Repubblica. La loro affermazione è contenuta nelle norme della Costituzione ma il suo presidio risiede nella coscienza dei nostri concittadini e questo va riconquistato.

Potrà avvenire – e confido che avverrà – anzitutto sul piano, basilare e decisivo, dei comportamenti. Accanto a questo vi è quello di modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione.

Ad altre istituzioni compete discutere ed elaborare eventuali riforme che attengono a composizione e formazione del CSM. Viene annunciata una stagione di riforme sui temi della giustizia e dell’ordinamento giudiziario in cui il Parlamento e il Governo saranno impegnati.

Il Presidente della Repubblica potrà seguire – e seguirà con attenzione – questi percorsi ma la Costituzione non gli attribuisce il compito di formulare ipotesi o avanzare proposte.

Il CSM, peraltro, può – ed è, più che opportuno, necessario – provvedere ad adeguamenti delle proprie norme interne, di organizzazione e di funzionamento, per assicurare, con maggiore e piena efficacia, ritmi ordinati nel rispetto delle scadenze, regole puntuali e trasparenza delle proprie deliberazioni.

La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano e in base alla Costituzione e alla legge: queste indicazioni riguardano anche il Consiglio Superiore della Magistratura.

Questo è l’impegno che al Consiglio chiede la Comunità nazionale ed è il dovere inderogabile che tutti dobbiamo avvertire.

La Sharing mobility si incontra a Roma

Il nuovo modello di mobilità condivisa continua la sua crescita e la sua evoluzione in Italia e nel Mondo. Per fare il punto su tutte le tendenze in atto, il 27 giugno prossimo si svolgerà a Roma la 3° Conferenza nazionale sulla Sharing Mobility, organizzata dall’Osservatorio nazionale Sharing Mobility presso la Sala Esquilino nella cornice dell’ala Mazzoniana della Stazione Termini. 

La Conferenza si  svolgerà durante l’arco della giornata. Durante la mattina saranno presentati i contenuti del 3° Rapporto nazionale sulla sharing mobility e saranno discussi, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, dati e trend aggiornati della mobilità condivisa in Italia. Nel corso della mattinata, inoltre, Deloitte presenterà in esclusiva un’analisi industriale e sociale relativa agli scenari presenti e futuri della Nuova Mobilità. Nella seconda parte della mattinata un ampio spazio d’approfondimento sarà dedicato alle politiche e le misure favorevoli alla diffusione dei servizi di sharing mobility. Un’occasione di dialogo con Governo, Parlamento e Autorità dei Trasporti sui temi affrontati dai gruppi di lavoro dell’Osservatorio, tra cui: riforma codice della strada, politiche urbane, incentivi e nuovi modelli assicurativi.

La sessione del pomeriggio, che vedrà la partecipazione di alcune best practice internazionali del settore, sarà invece dedicata al contributo della sharing mobility nello sviluppo delle Green Cities. Seguendo gli interventi dei relatori, si ragionerà sugli impatti positivi della mobilità condivisa nei contesti urbani pesantemente sotto pressione a causa del traffico veicolare privato, sulla pianificazione e l’uso dello spazio pubblico, sull’ accessibilità e l’equità.

Durante tutta la giornata, inoltre, gli operatori membri del Network presenteranno al pubblico tutte le novità relative ai loro servizi.

Intanto gli Usa sospendono i voli sopra i cieli iraniani

Secondo il New York Times l’attacco contro l’Iran era pronto già l’altro ieri.

Solo all’ultimo momento il presidente americano Donald Trump che aveva approvato gli  attacchi ha cambiato idea.

L’operazione era nella fasi iniziali, con gli aerei già in aria e le navi posizionate, quando è arrivato il contrordine.

Dopo questo ripensamento, però, l’Autorità per il trasporto aereo americano ha vietato agli operatori statunitensi di volare nello spazio aereo controllato da Teheran sopra lo Stretto di Hormuz e il Golfo dell’Oman.

United Airlines aveva già sospeso i voli dall’aeroporto di Newark, uno degli scali di New York, a Mumbai per motivi di sicurezza.

 

Cresce il progresso digitale delle amministrazioni pubbliche locali

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Presso la prefettura di Lecce si è tenuto il convegno “L’Anagrafe nazionale della popolazione residente: tra innovazione tecnologica e semplificazione”. L’iniziativa, promossa dal Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del Viminale e dalla prefettura, in collaborazione con l’ufficio del commissario straordinario per la transizione al digitale e la partecipazione di Anci Puglia, Sogei Spa e Anusca, ha affrontato in particolare il tema della banca dati nazionale nella quale confluiranno le circa 8.000 anagrafi comunali, nonchè quello sullo stato di attuazione del progetto nei Comuni delle province di Lecce e Taranto, con possibilità di ulteriore miglioramento per i Comuni della provincia di Brindisi.

Il capo dipartimento Elisabetta Belgiorno ha assicurato agli amministratori locali, il supporto del Ministero per la condivisione dei percorsi e dei procedimenti necessari al subentro. Anche il prefetto di Lecce, Maria Teresa Cucinotta, evidenziando l’attività in corso per l’attuazione del progetto nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto, per le quali erano presenti i rispettivi prefetti, ha confermato il sostegno alla digitalizzazione avviata dai Comuni. L’Anagrafe della popolazione residente (Anpr) è una delle piattaforme abilitanti indicate nella “Strategia per la crescita digitale 2014-2020”.

Le piattaforme abilitanti rappresentano, all’interno della strategia, gli asset chiave per permettere lo sviluppo di servizi digitali innovativi. Queste sono realizzate secondo la logica del Digital First e mettendo in primo piano l’esperienza utente. L’Anpr consiste in una banca dati centralizzata che subentrerà alle Anagrafe comunali e all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire). Questo permetterà di superare l’attuale frammentazione della gestione dell’anagrafe della popolazione (più di 8.000 diverse banche dati gestite dai singoli Comuni). I cittadini potranno inoltre verificare la propria posizione e/o richiedere certificazioni anagrafiche presso qualsiasi Comune. In alternativa, si potranno utilizzare servizi online centralizzati e “profilati”. L’Anpr renderà disponibili: lo scambio di informazioni tra Comune e Comune, nell’ottica di semplificazione dei processi amministrativi; l’allineamento delle basi dati locali; il censimento continuo comprensivo della toponomastica; i servizi anagrafici centralizzati per pubblici servizi; altri servizi e basi dati, in ottica di integrazione nazionale dei sistemi informativi di interesse pubblico, come, ad esempio, quello dello stato civile.

Regione Puglia e OMS attivano una collaborazione per le valutazioni sanitarie a Taranto

Un passo decisivo nella direzione richiesta dai cittadini tarantini di fare ulteriori approfondimenti sui dati ambientali e sanitari. La Regione Puglia comunica, infatti, di aver formalizzato una collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità in tema di valutazioni di impatto sanitario per la città di Taranto.

“I rapporti di collaborazione tra Regione Puglia e OMS risalgono al 2016 e si sono sempre più rafforzati, portando all’adesione della Regione alla Rete Europea delle Regioni dell’OMS (RHN – Regions for Health Network) e al Protocollo ‘Breath the Life’, presentato nel corso della I Conferenza Mondiale OMS sul tema ‘Inquinamento Atmosferico e Salute'”, dichiara Michele Emiliano, Presidente di Regione Puglia.

“La specifica sinergia concordata tra Regione Puglia e OMS per le valutazioni sanitarie nella città di Taranto si colloca nel contesto del protrarsi di una situazione di incertezza per la salute dei tarantini, di complessità dei dati disponibili e non scevra da risvolti giudiziari – attestati non solo dalle sentenze della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana ma anche dal recente pronunciamento della Corte Europea dei diritti dell’Uomo- circa la compatibilità ambientale e sanitaria delle attività siderurgiche di Taranto, che rappresentano una fonte di crescente insicurezza per la popolazione, oltre che di un potenziale danno d’immagine ed economico per lo sviluppo della città e della Puglia”.

“L’accordo di collaborazione su un tema di rilievo internazionale come quello di Taranto, di primario interesse sia per la Regione Puglia che per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, mira ad arricchire di tutte le competenze che metteremo in campo quelle risorse e professionalità già presenti nell’ambito dell’amministrazione regionale e del Servizio Sanitario della Puglia, affinché si possa operare sinergicamente, con l’insostituibile contributo delle istituzioni sanitarie nazionali, in primis il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità e l’ISPRA, oltre che di quelle ambientali”, spiega Francesca Racioppi, Direttore del Centro Europeo Salute e Ambiente OMS.

“Non si tratta di una iniziativa che conduce alla delegittimazione delle strutture regionali deputate ma piuttosto di una forma di collaborazione tesa al raggiungimento dell’obiettivo di definire l’impatto sanitario derivante dalle fonti antropiche presenti sul territorio di Taranto, nei diversi scenari identificati, ivi incluso l’attuale assetto, cosa che fino ad oggi non risulta essere stata compiuta, esigenza non più procrastinabile. Oggetto specifico della collaborazione tra Regione Puglia e gli Uffici europei dell’OMS riguarda la realizzazione di una Valutazione d’Impatto Sanitario per la città di Taranto, relativamente agli scenari del piano di decarbonizzazione proposto dalla Regione, a partire dai livelli produttivi autorizzati all’acciaieria Arcelor Mittal, nonché valutazioni d’impatto cumulativo”, commenta l’ingegnere Barbara Valenzano, Direttore del Dipartimento regionale per l’ambiente nonché firmataria di ben due richieste di riesame del provvedimento di Autorizzazione Integrata Ambientale dell’ex ILVA di Taranto negli ultimi due anni (riesame dell’AIA recentemente riaperto dal Governo).

Soddisfatto il Presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), Alessandro Miani: “Non vengono deluse le aspettative e le richieste di massimo impegno – per giungere a una sempre più chiara conoscenza della situazione sanitaria e ambientale – avanzate dai cittadini e delle associazioni tarantine, raccolte da SIMA nell’ambito della piattaforma di confronto civico del ‘Laboratorio Taranto’, scaturito dalla prima conferenza europea svoltasi a Taranto il 26 novembre scorso. SIMA intende garantire partecipazione e voce in capitolo – ma verificandole sempre col filtro dell’evidenza scientifica – alle istanze della cosiddetta “citizens science”, di cui Taranto sta diventando un laboratorio, cioè il giusto impegno degli stessi cittadini tarantini per la trasparenza delle informazioni circa la salubrità dei loro ambienti di vita e di lavoro”.

“Con tale iniziativa, la Regione Puglia, nella dimensione europea che attualmente la caratterizza su questi temi, intende offrire anche ai livelli tecnici nazionali un contributo di sicuro rilievo, come quello dell’OMS, per giungere entro un anno a una più completa e aggiornata valutazione della situazione sanitaria di Taranto e fornire anche al Governo ulteriori strumenti conoscitivi per una revisione complessiva dell’attuale assetto industriale della città, nella direzione indicata dalle strategie europee di cui la Puglia punta a diventare meta-modello per l’uscita dall’economia del carbone”, conclude il Presidente Michele Emiliano.

Se il Pd scegliesse M5S, un nuovo centro nascerebbe contro il Pd

Tratto dall’edizione odierna dell’huffingtonpost

Temo che la cura omeopatica del populismo sia nociva. Si affaccia purtroppo la tentazione di smontare la maggioranza gialloverde offrendo una sponda al Movimento 5 Stelle. Prende piede cioè la suggestione di un cambio di alleanze, anche in questa legislatura, con l’invito al Pd a superare giuste riserve ed obiezioni. Per altro, le alleanze sono fondamentali per identificare una forza politica. Un detto popolare recita così, in maniera lapidaria: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Con il crollo delle ideologie, questa piccola cautela cognitiva diventa la bussola per non perdersi nel vuoto che la cancellazione delle classiche polarizzazioni – destra sinistra e centro – determina nella vita democratica. Dunque, affrontare a viso aperto questo tema, con discorsi sinceri e concreti, rappresenta una necessità.

Il Pd ha molti difetti, ma non quello dell’autocensura. Non vige al nostro interno la regola del centralismo democratico. Si discute, apertamente e liberamente, senza mascherare il dissenso. Tutto ciò è positivo, non solo per noi. Vuol dire che un “partito aperto” esiste, non è una chimera.

È sbagliato, tuttavia, che il confronto interno eluda o ignori una minima disciplina di buon senso. Abbiamo tenuto una direzione nazionale, articolandola in due sedute, con il segretario impegnato a trovare una sintesi. Anche stavolta è sembrato che uno sforzo di reciproca comprensione fosse ampiamente condiviso. Invece, come nel passato recente e meno recente, chiusa la direzione si è materializzato un altro discorso, con altre prospettive.

Ora, adombrare l’ipotesi di un’alleanza con il M5S è operazione scorretta, se posta a distanza di poche ore dalla verifica negli organi di partito. Dovremmo rilanciare la “vocazione maggioritaria” e strizzare l’occhio, al tempo stesso, a Di Maio? Molta parte dell’elettorato, benché ostile alla destra, vedrebbe con fastidio un nostro cedimento al populismo grillino. Zingaretti ne è consapevole, come dimostra la prudenza da lui adottata su questo delicatissimo punto. Non si capisce, del resto, su quali basi dovremmo intavolare il confronto con i pentastellati.

Di questo passo, abbozzando con disinvoltura un’alleanza altamente controversa, miniamo la credibilità del PD. L’illusione è pensare che a uno strappo non ne consegua un’altro, di segno opposto. È vero, il “centro” può essere uno spazio occupato da noi, non c’è bisogno che si costituisca un clone politico di segno moderato. Ma la svolta filo-grillina darebbe fiato a un “centro” virtualmente incompatibile con un blocco democratico-populista. Allora non nascerebbe un generico “centro” (amico del Pd), bensì un nuovo soggetto politico desideroso di rimarcare la propria autonomia (dal Pd). A Zingaretti spetta il compito di tenere ferma la rotta.

Maternità surrogata: la lettera delle iscritte Cgil che chiede al segretario di condannare una pratica vietata per legge

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera con cui le iscritte della Cgil chiedono al Segretario Landini di  poter  promuovere un nuovo incontro in cui si dia la possibilità al mondo dell’accademia, delle scienze, della politica, del terzo settore, di poter spiegare le ragioni per cui la maternità surrogata è una pratica che nega i diritti delle donne,

Caro compagno Segretario Maurizio Landini,

ho seguito, insieme ad altre amiche e compagne, il dibattito che ha coinvolto la CGIL rispetto alla decisione assunta, del neo-costituito dipartimento nuovi diritti, di ospitare, presso la sede nazionale del Sindacato più rappresentativo, un dibattito dal titolo “Fecondazione medicalmente assistita e gestazione per altri: la possibilità di un figlio nel 2019”.

Decisione che ha fatto immediatamente partire una lettera a Te indirizzata, promossa da Giovanna Martelli, in cui si chiede quale sia la posizione della CGIL rispetto a questa pratica vietata dall’art.12, comma 6 della legge 40/2004, ma anche dalla maggior parte dei Paesi europei, sottoscritta da esponenti, donne e uomini impegnati in vari ambiti della vita politica, sociale, culturale, economica, del terzo settore e dalla sottoscritta che Ti indirizza questa ulteriore richiesta.

Alla lettera è stata data una risposta con un comunicato stampa, firmato dal tuo portavoce – poi è arrivata anche una Tua dichiarazione,- in cui si chiariva che

“la CGIL non ha assunto alcuna decisione, né un indirizzo condiviso, sull’essere promotore o meno di una legislazione di sostegno o di regolamentazione della maternità surrogata. Determinazione che potrà essere, eventualmente adottata solo dagli organismi legittimamente deputati ad assumerla così come previsto dalle nostre regole democratiche”.

Il comunicato stampa termina dicendo che su questo tema in cui le implicazioni etiche, giuridiche e sociali sono rilevanti

“sono legittime tutte le discussioni, le collaborazioni e i contributi che, anche attraverso il rilevante lavoro che sta compiendo l’ufficio nuovi diritti della CGIL, possano aiutare ad approfondire e ad assumere decisioni utili in una materia così complessa”.

È proprio su questa chiusura che, con una parte rilevante delle donne e degli uomini da sempre impegnati sul fronte del contrasto a questa pratica Ti chiediamo di poter davvero aprire il dibattito dentro il sindacato che rappresenti promuovendo un ulteriore incontro in cui si dia la possibilità al mondo dell’accademia, delle scienze, della politica, del terzo settore, di poter spiegare le ragioni per cui la maternità surrogata è una pratica che nega i diritti delle donne e dei minori coinvolti e quanto la stessa sia la forma più violenta dell’assenza di autodeterminazione della donna perché la investe in modo complessivo e la priva di tutto.

Vedi, caro Segretario oltre ad aver scelto un titolo quanto mai infelice per avviare la discussione sul tema che voi stessi riconoscete pieno di implicazioni – che cosa vuol dire infatti “la possibilità di un figlio nel 2019”? forse che si apra senza limiti alla scienza ogni tipo di sperimentazione sull’essere umano, meglio se donna, in barba ai diritti fondamentali inalienabili? – sarebbe stato importante invitare non solo i supporters della maternità surrogata che pensano addirittura di coinvolgere il sindacato per arrivare a una proposta di modifica dell’attuale Legge 40/2004 che la vieta, ma anche la comunità variegata e ampia di esperte ed esperti che ne hanno analizzato le implicazioni giuridiche, sociali, sociologiche, etiche, scientifiche, psicologiche e altro e che alla luce di questo studio, di conseguenza, la contrastano.

La presenza, infatti, di associazioni pro-utero in affitto e la totale assenza di chi invece quelle posizioni contesta radicalmente mette paura rispetto al fatto che un sindacato così rappresentativo possa assumere una linea fortemente contraria ai diritti fondamentali delle donne, anche delle lavoratrici che in altre parti del mondo vengono incitate a ricorrere alla surrogata, con spese totalmente a carico dall’impresa, pur di non interrompere l’attività lavorativa con “intralci” della vita come la gravidanza e la maternità.

Ecco Segretario, vorremmo anche noi poterci confrontare con il Sindacato al quale molte di noi sono iscritte e per il quale hanno dedicato gran parte della loro vita, per esporre anche noi la totale contrapposizione, senza fanatismi, alla maternità surrogata.

Anche noi vorremmo spiegare quali sono le strade da percorrere, senza negare i diritti fondamentali delle donne e dei minori, per giungere alla “possibilità di avere un figlio nel 2019”, come indicato nel titolo dell’incontro che si è svolto presso di voi.

Siamo certe e certi Compagno Segretario che anche Tu condividi la necessità di rendere veramente completo il dibattito e aprirai le sedi della CGIL alle ragioni che si pongono contro la maternità surrogata.

Noi, da parte nostra offriamo la nostra disponibilità e io, insieme alle promotrici della lettera e ad altre persone, uomini e donne, siamo liete e lieti di poter partecipare a un dibattito su questo tema anche alla Tua presenza.

Adelante Ada!

Articolo già pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Steven Forti

Tutti si aspettavano che quella di Barcellona sarebbe stata una battaglia all’ultimo voto tra Barcelona en Comú (BComú), la formazione della sindaca Ada Colau, al governo della città dal 2015, e Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), partito indipendendentista di centrosinistra che presentava come candidato Ernest Maragall, fratello dell’ex sindaco socialista Pasqual. E così è stato.

Le elezioni comunali dello scorso 26 maggio, che hanno visto aumentare la partecipazione del 5,5% rispetto a quattro anni fa, sono state vinte per un pugno di voti – 4.833 per la precisione – da Erc (21,3% e 10 consiglieri; nel 2015 11,1% e 5). In seconda posizione, BComú (20,6% e 10 consiglieri; nel 2015 25,2% e 11), mentre in terza un Partit del Socialistes de Catalunya (Psc) che, anche grazie all’effetto Pedro Sánchez, si è ripreso dopo la forte crisi degli ultimi anni (18,4% e 8 consiglieri; nel 2015 9,6% e 4), seguendo il trend nazionale che ha permesso al Psoe ampie vittorie nelle recenti elezioni politiche ed europee. A seguire, il centrodestra anti-indipendendista di Barcelona pel Canvi-Ciutadans, lista guidata dall’ex premier francese Manuel Valls e appoggiata da Ciudadanos (13,2% e 6 consiglieri; nel 2015 Ciutadans ottenne l’11% e 5 consiglieri), la destra indipendentista di Junts per Catalunya (10,5% e 5 consiglieri; nel 2015 Convergència i Unió, che aveva governato nella legislatura precedente, si fermò al 22,7% e 10 consiglieri) e il Partido Popular (5% e 2 consiglieri; nel 2015 8,7% e 3). Non avendo superato la soglia di sbarramento del 5% sono rimasti fuori dal consiglio comunale sia gli indipendentisti anticapitalisti della Candidatura d’Unitat Popular (Cup), che negli ultimi quattro anni disponevano di tre rappresentanti eletti, sia gli indipendendisti di destra della nuova lista Barcelona es Capital.
Il sistema elettorale spagnolo per le comunali è un proporzionale puro, senza ballottaggio, il che implica la necessità di formare degli accordi di governo o almeno dei patti di “desistenza” per ottenere l’elezione del sindaco. Se fino al 2014 ciò non aveva comportato grandi difficoltà, essendo essenzialmente due i grandi partiti esistenti nella politica spagnola, nell’ultimo lustro, con la frammentazione del sistema partitico, la situazione si è complicata, anche per la scarsa tradizione di governi di coalizione nella penisola iberica. Si aggiunga poi che, nel caso di Barcellona, la difficoltà è ancora maggiore per la divisione esistente non solo sull’asse sinistra/destra, ma anche su quello indipendentismo/anti-indipendentismo. I risultati del 26 maggio lasciavano dunque spazio a diverse interpretazioni e a intense settimane di riunioni, pressioni e possibili accordi.

È bene ricordare che nella sessione di investitura del 2015 Colau ottenne l’appoggio di tutta la sinistra, sia indipendentista (Erc, Cup) sia anti-indipendentista (Psc), per quanto poi governò in minoranza tutta la legislatura, tranne un breve periodo (maggio 2016-novembre 2017) in cui i socialisti entrarono in giunta. L’alleanza con il Psc si ruppe per l’appoggio del Psoe al commissariamento della regione catalana dopo la dichiarazione di indipendenza dell’ottobre 2017 e non per divergenze riguardo alle politiche cittadine.

In questa occasione Colau ha giocato molto bene le sue carte, al contrario di Maragall, che si è chiuso tutte le porte rivendicando fin dalla notte elettorale la sua vittoria e dichiarando che avrebbe lavorato affinché Barcellona diventasse la capitale della Repubblica catalana. Ciò che il 26 maggio ha dimostrato è però che le formazioni indipendentiste sono in chiara minoranza (15 consiglieri su 41, quando la maggioranza è 21) e che l’unica possibilità è quella di una maggioranza trasversale progressista (Erc, BComú e Psc hanno ottenuto oltre il 60% dei voti), opzione proposta fino all’ultimo da Colau, anche come possibile soluzione sul lungo periodo alla crisi catalana. I veti incrociati di Erc e Psc l’hanno però resa impossibile, al contrario di quanto è successo in altri comuni della regione. La speranza di Maragall era o di convincere Colau a entrare in un governo di coalizione, ma in posizione chiaramente secondaria, o di essere eletto sindaco in minoranza (se non si forma nessuna maggioranza alternativa, automaticamente il candidato della lista più votata si converte in sindaco).

In una simile situazione di impasse a sparigliare le carte è stato però Valls, che già il giorno successivo alle elezioni ha dichiarato di cedere i propri voti a Colau in caso di alleanza con il Psc senza chiedere nulla in cambio, al fine di evitare che Barcellona cadesse nelle mani degli indipendentisti. E questo è stato il risultato finale. Colau è stata rieletta sindaca dopo aver stretto all’ultimo momento un accordo di governo con i socialisti, approvato con il 71% dei voti dagli attivisti della sua formazione in una consultazione interna, e aver ricevuto nella sessione di investitura i voti a favore del Psc e di tre consiglieri su sei della lista di Valls.

L’indipendentismo ha gridato allo scandalo, parlando di fraude democratico e organizzando anche una manifestazione di protesta davanti al comune. Colau, visibilmente in difficoltà per essere stata eletta con i voti di Valls con cui non aveva stretto alcun accordo e con cui non si era mai seduta a negoziare, ha giustificato la sua scelta per poter continuare le politiche portate avanti nella scorsa legislatura: ha spiegato che solo stando al governo ed essendo sindaca ciò era possibile. L’ex portavoce della Plataforma de Afectados por la Hipoteca ha dimostrato grande pragmatismo.

Al contrario di quanto successo in altre città “ribelli” (Madrid, Saragozza, Pamplona, Santiago de Compostela, La Coruña, Ferrol), dove le confluenze municipaliste non sono riuscite a mantenersi al governo, l’esperienza neomunicipalista di Barcellona può dunque continuare. È indubbio però che si è aperta una nuova fase che pone non pochi interrogativi. In primo luogo, per quanto una mozione di sfiducia – che in Spagna deve essere costruttiva – non abbia praticamente possibilità di avere successo, Colau dovrà trovare di volta in volta gli appoggi per avere la maggioranza in consiglio: i soli voti del Psc non sono sufficienti e l’intenzione è quella di non dipendere da Valls, che è stato scaricato da Ciudadanos per aver appoggiato Colau e per aver criticato ripetutamente i patti siglati dal partito di Albert Rivera con l’estrema destra di Vox in diversi comuni e regioni spagnole. Valls, sostenuto solo da una consigliera della sua lista, ha formato un nuovo gruppo in consiglio comunale, ma i suoi due voti non sono comunque sufficienti per arrivare alla maggioranza assoluta. Colau cercherà dunque appoggi a seconda delle politiche proposte, ma non sarà facile, anche per la dura opposizione che ha già annunciato Erc.

In secondo luogo, la nuova giunta sarà differente rispetto a quella della scorsa legislatura per il maggior peso dei socialisti. Bisognerà vedere come le due formazioni si spartiranno le diverse aree di gestione del comune e se questo influirà sul tipo di politiche per la città. I socialisti, che hanno governato Barcellona dal 1979 al 2011, hanno un notevole know-how del funzionamento della macchina amministrativa e ciò non può che essere positivo (tenendo anche conto di un certo logoramento vissuto da BComú nell’ultima legislatura per aver governato in minoranza). Ma se vi sono notevoli punti di contatto tra i programmi dei due partiti, esistono anche non poche differenze, soprattutto in questioni quali il turismo o le politiche abitative. E ciò potrebbe avere conseguenze sia sul mantenimento di un programma di cambiamento radicale, come quello difeso da BComú, sia sulla tenuta dello spazio politico di Colau sul lungo periodo.

 

L’articolo completo è leggibile qui 

Caritas: on line il dossier “Trattati da schiavi”

Trattati da schiavi” è il titolo del dossier che Caritas Italiana pubblica nella Giornata Mondiale del Rifugiato.
Il testo analizza come le diseguaglianze e le ingiustizie a livello globale, costringano le persone a fuggire dai propri territori, innescando meccanismi di sfruttamento e alimentando il fenomeno della tratta. Un dramma quest’ultimo, che si inserisce nel più complesso scenario delle “migrazioni forzate” che vede un numero sempre maggiore di persone costrette a lasciare il proprio Paese per cause legate a conflitti, calamità naturali o povertà estrema. Dopo un ventennio di sostanziale e costante diminuzione, a partire
dal 2011 il numero dei rifugiati nel mondo è in continuo aumento; un trend confermato nello scorso 2018 che, in base ai dati dell’UNHCR, ha toccato la quota di 70.8 milioni di persone.

La Siria mantiene il triste primato del Paese con il più alto numero di persone riconosciute come rifugiati, oltre 6.7 milioni.

Si stima inoltre che 40.3 milioni di uomini, donne, bambini siano oggi costretti a vivere una qualche forma di moderna schiavitù. Tra questi tanti di profughi e richiedenti asilo che nel corso del loro viaggio cadono nella rete di trafficanti senza anima. Il dossier si concentra proprio su loro, sulle speranze violate di profughi e richiedenti asilo vittime di tratta e sfruttamento; sulla diffusione del terribile fenomeno della tratta che colpisce trasversalmente Asia, Africa, Europa e Medio Oriente.

Il 66% delle vittime di tratta identificate in Europa sono donne. La tipologia dello sfruttamento delle vittime è in primis lavorativa (53%), mentre il 43% è finito prigioniero del mercato del sesso. Per quanto riguarda il lavoro forzato, il 38% delle persone è nell’edilizia, il 20% in ambito manifatturiero, il 18% in agricoltura.

Nel dossier vengono riportati dati, testimonianze e un focus sul Libano, terra di mezzo che nei suoi stretti confini tesse insieme le storie di persone provenienti da diversi continenti e Paesi, soprattutto dalla vicina Siria, vittima di una guerra senza fine.
Ed è la Terra dei Cedri ad essere particolarmente colpita dal fenomeno della kafala: 250 mila immigrati, provenienti da Sri Lanka, Etiopia, Bangladesh e Filippine lavorano sotto questo regime come lavoratori domestici. La maggior parte sono donne: oltre 186 mila secondo le stime del governo libanese, più le migliaia prive di un permesso di lavoro regolare. Il funzionamento è semplice: i migranti che vogliono cercare lavoro nella Penisola araba, in Libano e in Giordania, entrano in contatto con agenzie della nazione
dove emigreranno. Queste ultime procurano uno sponsor (kafeel), che permette loro di entrare nel Paese ospitante. Normalmente lo sponsor è il datore di lavoro che anticipa le spese per il permesso di lavoro ed è responsabile del visto. Per gli immigrati inizia così lo sfruttamento. I lavoratori, i cui documenti sono trattenuti dai datori di lavoro, non possono cambiare impiego o rientrare nei propri Paesi quando vogliono.

Sono segregati e soggetti a sfruttamento e violenze.
La Chiesa cattolica e altre confessioni cristiane, lottano per porre fine al dramma della tratta proponendo reti di solidarietà. Come COATNET, un network globale che unisce 45 ONG e associazioni cristiane, coordinate da Caritas Internationalis, o Thalita Kum, la Rete Internazionale della Vita Consacrata contro la tratta di persone, che favorisce lac ollaborazione e l’interscambio di informazioni. Nello specifico in Libano la Caritas, grazie a una rete capillare di servizi, offre un supporto a 360 gradi, che va dall’accoglienza protetta in 4 centri residenziali, per le vittime che decidono denunciare i propri sfruttatori, alle campagne di sensibilizzazione che coinvolgono la popolazione e le istituzioni, fino alle azioni di lobbying sul governo per la promulgazione di leggi più efficaci per la prevenzione e il contrasto del fenomeno

Istat: l’Italia in recessione demografica

Fonte Ansa.it

La recessione demografica che sta colpendo l’Italia, ormai dal 2015, appare “significativa” e si sta traducendo in “un vero e proprio calo numerico di cui si ha memoria nella storia d’Italia solo risalendo al lontano biennio 1917-1918, un’epoca segnata dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell’epidemia di ‘spagnola’”. Così il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, presentando il Rapporto annuale. Per trovare una situazione comparabile occorre tornare indietro di circa un secolo.

Istat: i giovani faticano a diventare adulti

“Secondo i dati provvisori relativi al 2018 sono stati iscritti in anagrafe per nascita oltre 439 mila bambini, quasi 140 mila in meno rispetto al 2008”. Lo rileva l’Istat nel Rapporto annuale, parlando del “declino demografico” o “recessione demografica” che sta colpendo l’Italia. D’altra parte il 45% delle donne tra i 18 e i 49 anni, qui i dati si fermano al 2016, non ha ancora avuto figli. Ma coloro che dichiarano che l’avere figli non rientra nel proprio progetto di vita sono meno del 5%.

“Se fino al secolo scorso la componente demografica ha mostrato segnali di vitalità e ha spesso fornito un impulso alla crescita del Paese anche sul piano economico, oggi potrebbe svolgere, al contrario, un effetto frenante”, ha aggiunto Blangiardo, “Viene da chiedersi se siamo (e saremo ancora) un popolo che guarda avanti e investe sul suo futuro o se invece dobbiamo perlopiù sentirci destinati a gestire il presente”. Insomma la questione demografica c’è e mette il Paese davanti a un bivio.

Sono i migranti ad attutire il calo demografico. “Il saldo migratorio con l’estero, positivo da oltre 40 anni, ha limitato gli effetti del calo demografico”: nel 2018 si stima un saldo positivo di oltre 190 mila unità. Lo rileva l’Istat nel Rapporto annuale. I cittadini stranieri residenti in Italia al gennaio 2019 sono di 5,2 milioni (l’8,7% della popolazione). I minori di seconda generazione sono 1 milione e 316 mila, pari al 13% della popolazione minorenne; di questi, il 75% è nato in Italia (991 mila).

I giovani escono dalla famiglia sempre più tardi sperimentando percorsi di vita “meno lineari del passato”, che spostano in avanti le tappe di transizione allo stato adulto. Lo rileva l’Istat, spiegando che più della metà de 20-34enni (5,5 milioni), celibi e nubili, vive con almeno un genitore. Ma c’è anche chi direttamente espatria. Il saldo migratorio con l’estero degli italiani è negativo dal 2008 e ha prodotto una perdita netta di circa 420 mila residenti. Circa la metà (208 mila) è costituita da 20-34enni. E quasi due su tre hanno un’istruzione medio-alta.

In compenso però gli italiani invecchiano più tardi. l processo di invecchiamento è “caratterizzato da un’evoluzione positiva”: tra gli over65 “si osserva una maggiore diffusione di stili di vita e abitudini salutari”. Lo rileva l’Istat. Aumenta la pratica di sport, dall’8,6% del 2008 al 12,4% del 2018. Anche la partecipazione culturale (cinema o teatro) cresce. Se si dovesse confermare la tendenza, le generazioni del baby boom, che avranno beneficiato di migliori condizioni, “diventeranno ‘anziane’ sempre più tardi”. Intanto aumentano i ‘grandi anziani’: a inizio 2019 gli over85 sono circa 2,2 milioni. “L’Italia, insieme alla Francia, detiene il record europeo del numero di ultracentenari, quasi 15 mila”. In generale, fa sapere l’Istat, “nel 2018 si stima che gli uomini possano contare su una vita media di 80,8 anni e le donne di 85,2 anni. Nel tempo i vantaggi di sopravvivenza delle donne rispetto agli uomini si sono ridotti”. Secondo il Rapporto “a livello mondiale l’Italia contende al Giappone il record di invecchiamento: 165 persone di 65 anni e più ogni 100 giovani con meno di 15 anni per l’Italia e 210 per il Giappone, al primo gennaio 2017”.

C’è il rischio che il Prodotto interno lordo torni a calare. A dirlo è l’Istat, in occasione del Rapporto annuale. L’Istituto ha infatti presentato una nuova stima, secondo cui “la probabilità di contrazione del Pil nel secondo trimestre è relativamente elevata”.

I precursori dei mille: Pisacane, statista o agitatore?

Amico e ammiratore di Carlo Cattaneo, il trentanovenne Pisacane non era un semplice agitatore, tanto meno un soldato votato esclusivamente al perseguimento di obiettivi militari e all’occupazione dei territori che aveva prefissato di liberare. Freddo, razionale, sinceramente laico, secondo “lo spigolatore di Sapri” la prima prerogativa era la diffusione del pensiero democratico in un contesto di legalità costituzionale e dello stato di diritto, elementi dai quali non poteva non prescindere la partecipazione delle masse popolari. Quanto all’uso della forza, ne ipotizzò la possibilità, ma solo laddove la cattiva condizione politico-sociale lo avrebbe richiesto.

Aveva in mente – non essendoci al momento alternativa per le regioni controllate dai borbonici delle Due Sicilie – l’istituzione di un esercito unitario, nazionale, da combinare insieme alla propagazione di nuove istanze, nuove formule dell’esercizio del potere e nuove modalità di amministrazione della cosa pubblica. In fin dei conti era ciò che andava scrivendo da diversi anni, come fece nel volume “Saggi storici-politici-militari sull’Italia”, ultimato nel 1855 e rimasto per 2 anni inedito, chiuso nei cassetti di qualche potente di palazzo il quale aveva deciso che non era ancora il momento di esternare alcuni valori, per così dire, potenzialmente destabilizzanti.

Convinto anti-murattista, individuò nel circondario del Cilento la località ideale per un rivolgimento perché in quelle province si era concentrato uno dei più alti tassi di arresti e deportazioni di patrioti, lasciando presumere che i simpatizzanti per la causa unitaria fossero più numerosi che altrove. Pisacane designò come basista di Napoli Enrico Cosenz, trentasettenne, ex militare borbonico e poi neofita assertore della causa mazziniana, giudicato uno degli uomini più funzionali a disposizione. Con Mazzini – latitante ma presumibilmente attivo nelle zone costiere toscane – la pianificazione della campagna cilentana acquisiva maggior credibilità e un input superiore rispetto alle iniziali aspettative; riguardo all’apostolo del Risorgimento, però, l’incognita era sempre dietro l’angolo : sistematicamente ricercato e perseguito, costretto a spostarsi di continuo, non era affidabile sotto il punto di vista della presenza e del suo contributo in uomini e mezzi.
Fu a inizio giugno 1857 che il progetto di Carlo Pisacane si rivelò insieme a tutte le sue (enormi) ambizioni: non un intervento armato fine a se stesso, bensì un’occupazione al fine di adottare una Costituzione e intervenire – se necessario – con i fucili. La speranza era quella di generare un moto spontaneo, diffuso, coinvolgente. Tra i primi punti statutari, al fine dello svolgimento corretto dalla vita istituzionale, il patriota napoletano antepose la separazione dei poteri tra gli organi dello Stato. Non sempre la storiografia lo ha sottolineato, relegando spesso la sua persona al ruolo di un semplice attivista della rivoluzione devoto all’Italia e caduto per mano della reazione. Di questo stereotipo fu testimone emblematico Luigi Settembrini, già rinchiuso durante il ’48 nel carcere di Santa Maria Apparente di Napoli, il quale sostenne che avrebbe rifiutato – se gli si fosse presentata la possibilità – di essere liberato dal gruppo dei Trecento (in realtà erano Quattrocento) poiché considerava il Pisacane come un agitatore fine a sé stesso. In realtà, egli rappresentava molto di più. Nei suoi appunti, a poche settimane dalla campagna di Sapri, scriveva:

[…] Se le ferrovie, i telegrafi, il miglioramento dell’industria, la facilità del commercio, le macchine, per una legge economica e fatale, finché il riparto del prodotto è fatto dalla concorrenza, accrescono questo prodotto, ma l’accumulano sempre in ristrettissime mani, ed immiseriscono la moltitudine; epperciò questo vantato progresso non è che regresso; e se vuole considerarsi come progresso, lo si deve nel senso che, accrescendo i mali della plebe, la sospingerà a una terribile rivoluzione, la quale, cangiando d’un tratto tutti gli ordinamenti sociali, volgerà a profitto di tutti quello che ora è volto a profitto di pochi […]. L’Italia sarà libera e grande, oppure schiava.

Le rivendicazioni di cui sopra possono essere paragonate alla stregua di un discorso classista, ma bisogna fare attenzione: nel suo programma il Pisacane aveva l’antidoto per impedire anche lo scontro ideologico tra ceti, ed era semplicemente l’adozione di principi e norme in grado di regolare i rapporti, bilanciare i poteri e fare in modo che il nuovo sistema non fosse motivo di smaccata disuguaglianza sociale. Nulla in contrario alla proprietà privata e alla libera concorrenza, con i limiti imposti; favorevole ad un programma di laicizzazione delle istituzioni, certo, ma a patto che il potere non ricadesse nelle mani di un unico soggetto (in questo caso, la corona dei Savoia) a scapito delle prerogative elettive; sostenitore dell’educazione civica e morale delle masse (soprattutto quelle del Sud) poiché da troppo tempo vessate e ridotte ad uno stato di vassallaggio politico per mano degli assolutismi. Possiamo ancora parlare – in modo semplicistico – di un Pisacane unus e coniuratis ? La risposta propende per un secco no.

E’ logico tuttavia che, dato il periodo di conflitti teorici e politici tanto febbrili quanto accesi, Carlo potesse essere considerato come uno dei tanti sediziosi in cerca di fama o propensi unicamente a ribaltare lo status quo con la rivolta armata. Non è facile giudicare. Egli incarnò, se vogliamo, sia il patriota che lo studioso, l’ideatore e il rivoluzionario, ma anche e soprattutto uno dei primi paladini dell’autodeterminazione del popolo italiano, la cui natura e la cui storia aveva scandagliato a fondo per trarne le sue conclusioni. E poco conta se ai posteri egli abbia guadagnato la stima di personaggi del calibro di Mazzini, che lo descrisse come un individuo la «cui la fronte rivelava l’ingegno, gli occhi scintillavano di energia, temperata di dolcezza e d’affetto» oppure l’apprezzamento di emeriti cronisti come Jessie White Mario, la quale lo ritrasse alla stregua di un angelo, ovvero «biondo e dagli occhi azzurri, dolcissimi occhi, ma dallo sguardo mesto e rassegnato errante [in movimento, imperscrutabile] nella spaziosa fronte».

Quel che conta, in relazione alla pianificazione costituzionale e della validità formale-ideologica (non intuite dalla politica e respinte da Cavour) del programma, è che Pisacane e i suoi compagni furono abbattuti come volgari sovversivi salvo accorgersi solo decenni dopo, come hanno fatto stimati patrioti e parte della storiografia contemporanea, del valore dell’idea e del progetto del Pisacane politico. I borbonici e i loro simpatizzanti, addirittura, e furono abili nel farlo, fecero spargere la voce (diffusasi in un batter d’occhio) che i Quattrocento sbarcati a Sapri non erano altri che una masnada di banditi e grassatori giunti nel Sud Italia per distruggere, razziare e violentare le donne cilentane. Fomentando così la popolazione locale, che infierì su quei poveracci anche dopo averli annientati.

Unesco: il Po e le Alpi Giulie proclamati riserve mondiali

Il Consiglio internazionale del Programma Mab (Man and Biosphere) dell’Unesco ha proclamato due nuovi siti italiani riserve mondiali Unesco: la riserva “Po Grande” fra Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, e le Alpi Giulie, in Friuli Venezia Giulia. Lo rende noto il Ministero dell’Ambiente con un comunicato.

Dopo il Delta del Po, dunque, anche il tratto mediano del Grande Fiume, detto “Po Grande”, dal momento che non si è ancora diviso nei vari rami che caratterizzano il Delta, ottiene il riconoscimento di Riserva Mab Unesco.

L’area mediana del Po è stata perimetrata grazie a un’alleanza tra 85 Comuni, 3 Regioni (Emilia Romagna, Lombardia e Veneto) e 8 Province (Lodi, Piacenza, Cremona, Parma, Reggio Emilia, Mantova, Rovigo e Pavia), che hanno condiviso gli obiettivi del programma Mab basati sulla conservazione, lo sviluppo sostenibile e l’educazione. L’Unesco ha riconosciuto il rilievo di questo nuovo progetto di gestione integrata dell’acqua che si connette ai due già esistenti: Delta del Po e Collina Po.

Per quanto riguarda le Alpi Giulie, il comitato Unesco ha messo in luce la sua specificità: una collocazione territoriale all’incrocio di tre zone biogeografiche e aree culturali, che ha prodotto una ricchissima biodiversità, e il mantenimento di tradizioni popolari, su cui la riserva intende fondare i propri percorsi di sviluppo sostenibile, anche in una logica transfrontaliera con la confinante e omonima riserva slovena.

Le Alpi Giulie si estendono in territorio italiano e in parte in quello sloveno. Possiamo pertanto dividerle in Occidentali (le prime) e Orientali le altre. Le italiane, che rispetto alle slovene sono più ripide e inaccessibili, si innalzano nell’area posta tra il corso del fiume Fella (affluente del Tagliamento) e quello dell’Alto Isonzo. Sono caratterizzate dall’imponenza delle pareti calcareo – dolomitiche e dalla selvaggia natura del territorio sul quale sorgono.

«Si tratta – afferma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – di un riconoscimento molto importante per il nostro patrimonio naturalistico. Salgono così a 19 i territori italiani iscritti nelle riserve Mab dell’Unesco quali luoghi unici in cui si concilia lo sviluppo e la tutela della natura e in cui il rapporto tra uomo e ambiente è esemplare». «Crediamo fortemente nel Programma Mab dell’Unesco – prosegue il ministro – e anche per questo abbiamo lanciato, un anno fa, in tale contesto, l’iniziativa dei “caschi verdi per l’ambiente”, un “esercito” di esperti mondiali che aiuterà i patrimoni naturalistici Unesco ad attuare e implementare le politiche di sostenibilità».

A Trentinara c’è l’obbligo di baciarsi

A Trentinara il panorama ha ispirato molti baci e sulla scia di questo una cittadina ha fatto una bizzarra proposta al Comune, guidato da Rosario Carione: installare un cartello con l’obbligo di baciarsi dinanzi a cotanta bellezza.

Il Comune ha accolto l’idea di Michela Daniele e montato il cartello che raffigura Isabella e Saul, due giovani amanti protagonisti di una storia leggendaria locale, una sorta di Romeo e Giulietta in salsa cilentana.

“La mia idea di un invito a baciarsi nel punto più panoramico di Trentinara – spiega Michela Daniele a Infocilento – è un inno all’amore in tutte le sue forme, anche quello verso la natura e il bellissimo paesaggio che si ammira dal belvedere. Qui del resto c’è già Via dell’Amore: potremmo candidarci a diventare ufficialmente il paese dei baci”.

Anticitera cerca abitanti e offre 500€ al mese

Non è necessario essere greci ma bisogna avere almeno tre figli e prendere la residenza, e quindi vivere fisicamente, sull’isola deserta.

L’Isola è conosciuta dai più per la macchina di Anticitera , nota anche come meccanismo di Antikythera, che è il più antico calcolatore meccanico conosciuto, datato tra il 150 e il 100 a.C. o, secondo ipotesi più recenti, al 250 a.C.

Ad Anticitera, però, nonostante i trascorsi storici, al momento sono rimasti solo 20 abitanti, ridotti praticamente a eremiti. Dal 2018 la diocesi locale sta disperatamente cercando di ripopolarla, insieme al Comune, arrivando a promettere terra e un assegno di 500 euro mensili per 3 anni alle famiglie numerose pronte a trasferirsi.

Al momento dopo l’appello lanciato sul Los Angeles Times 4 famiglie con bambini hanno optato per il trasferimento in loco.

 

Il Bambino Gesù nella rete IRCCS per la ricerca e la cura delle patologie ortopediche

È nata la Rete Nazionale per la ricerca e la cura delle patologie ortopediche. Si chiama RAMS, Rete Apparato Muscolo-Scheletrico, e nasce dalla volontà di unire le competenze dei più grandi ospedali di ricerca italiani che operano in ambito ortopedico.

I fondatori sono i due Istituti di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) monospecialistici per l’ortopedia Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna e Istituto Ortopedico  Galeazzi di Milano e altri cinque  IRCCS, l’Ospedale Pediatrico  Bambino Gesù di Roma, l’Istituto  Giannina Gaslini di Genova, l’Humanitas Research Hospital  di Milano, il Policlinico San Matteo di Pavia e l’Istituto Regina Elena e San Gallicano di Roma.

L’atto costitutivo e lo statuto dell’associazione sono stati firmati il 29 maggio al Rizzoli, alla

«La costituzione di questa nuova task force nazionale è motivo di orgoglio – commenta la Prof. Landini. – Oggi più che mai c’è la necessità di fare rete, di mettere insieme le eccellenze sanitarie nazionali per sfruttare al meglio le specificità di ognuno e il Ministero della Salute ci sprona a lavorare in questa direzione tanto è vero che in questi ultimi anni sono nate diverse reti, come quella chiamata Alleanza contro il Cancro di cui anche Rizzoli fa parte. La nascita di RAMS è legata alla volontà di portare contributi ai nuovi e grandi temi di patologia ortopedica che l’aumento della vita media ha generato».

Vice Presidente della rete sarà il Direttore Scientifico dell’IRCCS Galeazzi prof. Banfi, Segretario il Prof. Benazzo, ortopedico dell’IRCCS Policlinico S. Matteo.

E’ ora che la Raggi si dimetta

L’attacco ad alzo zero contro la Raggi, sulla prima pagina del Messaggero di ieri, segna la rottura della “città che conta” con l’amministrazione capitolina. La replica del Sindaco – qui allegata nella versione integrale di Facebook – parla di insulto e ipocrisia, come se l’editore del principale giornale della capitale avesse sferrato un colpo così duro per una ragione inconfessabile, essendo il capofila di quel sistema di potere che l’opera moralizzatrice dei grillini avrebbe finalmente aggredito nei suoi gangli vitali. Una tesi, questa, che stride addirittura con un esempio citato a mo’ di controprova, laddove si rivendica il merito di aver combattuto il “re della monnezza”: dove sarebbe il contrasto, se proprio Caltagirone ha manovrato in questi anni, complice il confuso ambientalismo dei Cinque Stelle, per abbattere (e sostituire) il monopolio di Manlio Cerroni?

Letta e riletta, la difesa della Prima cittadina di Roma appare fragile. Pone cioè allo scoperto l’inconsistenza politico-amministrativa dell’avventura grillina. Si fa presto ad azionare la leva della dietrologia, puntando l’indice sulle trame di Caltagirone. In realtà, l’editore non è in condizione di manipolare a piacimento la linea editoriale del giornale, né questa può prescindere – per interesse di parte – dal sentimento diffuso della pubblica opinione. Ridurre il de profundis stilato dal direttore, Virman Cusenza, all’esercizio crudele di un sicario, equivale al tentativo del clown di recitare una tragedia di Shakespeare. Non è credibile!

Che succede, ora? Quanto manca al lancio della spugna, dopo che l’inclemenza dei fatti ha mandato al tappeto la Raggi? Sì può andare avanti per molto o si è vicini alla fine? Certo, la maggioranza formalmente tiene. Tuttavia, al di là dei numeri, questo Consiglio comunale è oramai sfibrato, senza quel collante morale e politico che il voto del 2016 aveva regalato al baldanzoso drappello della Casaleggio Associati. Stando sotto assedio, la Raggi potrebbe scegliere di dimettersi. Onestamente farebbe bene, visto il degrado della città, il suo stato di abbandono, l’aggravarsi della sua crisi. Il rischio è che s’insedi, da qui all’anno prossimo, un’amministrazione di destra, facendo cadere i romani dalla padella alla brace. Ma voltare pagina è necessario, quale che sia il pericolo futuro, perché il prolungamento di questa agonia affossa ogni speranza di possibile riscatto.

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LA DIFESA DI VIRGINIA RAGGI

Incapace. L’insulto ripetuto migliaia di volte per offendere, per colpire personalmente l’avversario.

Me lo hanno ripetuto i politici di professione che, codardamente, di fronte ad una querela poi usano lo scudo dell’immunità parlamentare; me lo hanno urlato i Casamonica quando ho abbattuto le loro villette abusive dopo 30 anni di silenzio e collusione del vecchio sistema; me lo dice normalmente chi non ha argomentazioni.

Questa mattina al coro si è unito anche il giornale di Caltagirone: non una critica ma il solito insulto personale: fiumi di parole inutili, coperte da un titolone a effetto. Perché la cosa importante sono i titoli….

Proprio tre anni fa, il giornale di una parte dei romani titolò a tutta pagina su una presunta inchiesta nei miei confronti a Civitavecchia. Era il giorno del voto per le elezioni comunali: in questi giorni, i giornali festeggiano tre anni da quel titolo a orologeria.

La notizia era ovviamente destituita di fondamento ma non ci fu lo stesso titolo a tutta pagina per chiedere scusa ai lettori e alla sottoscritta.

Le critiche sono sempre giuste e servono a migliorarsi ma se fatte in buona fede. E, permettetemi, il dubbio c’è. I problemi a Roma hanno radici profonde. Io affronto le difficoltà e provo a superarle. La mia colpa, e ne vado fiera, è non essermi mai seduta nei vecchi salotti impolverati del potere.

Io preferisco le periferie delle persone come me, quelle degradate e abbandonate dove l’amministrazione finora non era mai stata presente.

Non sono scesa a patti con i potenti ma difendo la mia città sempre e comunque.

Altro che incapace. Io sono determinata.

Determinata a cambiare la mia città, a dare voce a chi non l’ha mai avuta e a lottare per chi è sempre stato abbandonato e disprezzato da quei “capaci” che hanno azzannato Roma e l’hanno messa in ginocchio.

Nessuno ha detto che sarebbe stato facile. Ma che avremmo invertito la rotta. E lo stiamo facendo.

Lentamente stiamo abbattendo quel muro di ipocrisia che per anni ha coperto il malaffare e la corruzione della capitale d’Italia.

Ma perché nessuno mai ha abbattuto le villette dei Casamonica chiudendo gli occhi di fronte all’illegalità?

Perché nessuno si è indignato quando hanno dato alle fiamme uno dei quattro impianti che gestiva il 25% dei rifiuti di Roma?

Perché fino all’arrivo di questa amministrazione non è mai stato imposto un contratto a Cerroni per la raccolta dei rifiuti?

Perché tutti hanno taciuto quando Atac con “parentopoli” assumeva gli “amici degli amici” indebitandosi per oltre un miliardo di euro?

 

Perché nessuno ha mai mostrato le strade nuove che abbiamo rifatto in questi tre anni?

Perché nessuno ha mai parlato della nostra lotta agli ‘scrocconi’, quelli che occupano abusivamente e senza titolo le case popolari impedendo alle persone che ne hanno bisogno di usufruire di un proprio diritto?

Perché nessuno ha mai fatto riferimento alle oltre 1.200 case popolari che questa Amministrazione ha assegnato ai più fragili?

Perché nessuno ha mai voluto raccontare le centinaia di milioni di euro stanziati per le politiche sociali e per le attività rivolte alle persone con disabilità (come il trasporto a loro dedicato il cui stanziamento annuale è stato raddoppiato), cosa mai fatta prima?

Perché nessuno ha mai detto qualcosa quando per decenni non è stata fatta la manutenzione alle linee della metropolitana o non sono stati acquistati gli autobus?

Perché hanno aperto i campi rom e lucrato sulla pelle degli abitanti degli stessi campi e dei quartieri vicini?

Forse tutto questo faceva comodo a qualcuno. Io mi oppongo e mi sono opposta a questo sistema.

Altro che incapace. Sono determinata, ancora più determinata di prima. Roma la difenderò a spada tratta perché la amo.

[Dal profilo Fb dell’autrice]

 

Qualche ricetta per intervenire sul gap salariale di genere

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro) 

Due mesi circa di lavoro gratis. Questo resta il parametro che misura la differenza salariale tra lavoratrici e lavoratori. Una discriminazione lungi dall’essere avviata a soluzione e che riguarda non solo il nostro Paese ma, chi più chi meno, pure il resto d’Europa, come dimostra anche la recente manifestazione delle donne in Svizzera, perché la povertà femminile è diventata insostenibile.

Il sindacato ha più volte smentito anche l’apparente virtuosismo dell’Italia a riguardo, che collocherebbe il gap salariale al 5,5% rispetto alla media europea del 17%. Ciò non corrisponde alla realtà, in quanto il dato italiano prende in considerazione solo il lavoro pubblico, non tiene conto del settore privato ne delle condizioni che vivono quotidianamente le donne nel mercato del lavoro, peggiorate nell’ultimo decennio a causa della crisi e soprattutto al Sud. Anche per questo saremo in piazza il prossimo 22 giugno a Reggio Calabria per la grande manifestazione unitaria “Ripartiamo dal Sud per unire il Paese”.

Il lavoro delle donne, dunque, é ancora marcatamente segmentato e la segregazione lavorativa permane sia a livello orizzontale che verticale. Da tempo si discute di come porre argine a questa situazione stagnante, dove tutti sanno, tutti conoscono, tutti denunciano, eppure ancora troppo poco si fa per risolvere il problema in tempi accettabili. Secondo alcuni, continuando di questo passo, bisognerà attendere addirittura 70 anni per modificare il quadro esistente. Certo, parlarne, discuterne, sensibilizzare l’opinione pubblica e soprattutto quella politica, nel tentativo di smuovere le coscienze e indurle, più che a dire, a fare qualcosa, rimane una strategia vincente. Anche il Coordinamento donne Cisl di Pisa, ha provato ieri ad andare in questa direzione organizzando un interessante momento di riflessione sull’argomento presso la biblioteca del Centro “I Cappuccini” a S. Giusto, che ha registrato numerose presenze ed il contributo di testimoni ed esperti che hanno aiutato a capire meglio dove si annida il virus del gender pay gap per elaborare soluzioni più puntuali ed efficaci.

Se la busta paga tenesse conto solo della cosiddetta “parte spiegabile”, come ad esempio il titolo di studio, le donne sarebbero in vantaggio rispetto agli uomini, guadagnerebbero circa il 6% in più. Ma siccome il differenziale salariale si compone anche di una “parte inspiegabile”, quella discriminatoria per intenderci, la situazione si capovolge immediatamente annullando il vantaggio precedente e scivolando nello svantaggio per 5,5 punti percentuali, che rappresentano in buona sostanza il livello di gender pay gap misurato da Eurostat. Se prendiamo poi anche il nuovo indicatore Eurostat, il cosiddetto “gender overall earnings gap”, che misura l’impatto di tre fattori – guadagni orari, ore retribuite e tasso di occupazione – combinandoli tra loro sul reddito medio sia di uomini che donne in età lavorativa, ebbene, il risultato fa lievitare la disparità di retribuzione complessiva in Italia fino a raggiungere il 43,7%. Non è una novità, poi, che le interruzioni di carriera per la cura familiare incidano per il 56% nella differenza di salario, mentre le ore retribuite per il 32% e il gender pay gap vero e proprio per appena l’11%.

Eravamo presenti all’incontro anche noi del Coordinamento nazionale donne, per portare idee e proposte quale contributo in questo cammino verso la parità di trattamento uomo-donna nel mondo del lavoro. Intanto, bisogna dire che ad oggi mancano ancora dati pubblici certi sulla situazione generale all’interno delle nostre imprese per renderci conto dell’entità del fenomeno e delle possibili cause specifiche oltre quelle già evidenziate. Esiste, come sappiamo, l’obbligo per le aziende con più di 100 dipendenti di comunicare i dati sulla situazione del proprio personale, ma si conoscono solo i dati di alcune. Adesso pare che il Ministero del Lavoro, insieme all’Ufficio della Consigliera nazionale di Parità, abbia quasi completata la messa a punto di una piattaforma informatica per facilitare alle aziende questa incombenza e quindi fornire un quadro più completo delle condizioni dei propri dipendenti.

Come Coordinamento nazionale, abbiamo avanzato in merito due proposte concrete per dare un’accelerazione a questo processo di conoscenza dei livelli salariali, e cioè rendere più stringente ed esigibile questo obbligo ed estenderlo anche alle aziende con meno di 100 dipendenti, così da avere uno spaccato molto più rappresentativo, alla luce anche della realtà imprenditoriale italiana, composta in maggioranza da piccole e medie imprese. Un altro suggerimento, infine, che abbiamo condiviso con i presenti, frutto anche della collaborazione con il Gruppo di lavoro Asvis sull’Obiettivo 5 dell’Agenda ONU 2030, è la richiesta avanzata al Governo di istituzione di una nuova Commissione per la realizzazione dell’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile presso la Presidenza del Consiglio ma indipendente dall’Esecutivo. Ciò permetterebbe di avere una visione più coordinata e complessiva e quindi più incisiva delle politiche e delle strategie di genere.

Parma: la più grande mostra italiana dedicata all’arte cecoslovacca

A Palazzo del Governatore si possono ammirare oltre 200 opere tra dipinti, disegni, acquerelli, lavori di grafica e di stampa, fotografie, oggetti di design e proiezioni cinematografiche.
Promossa da Fondazione Eleutheria, Collezione Ferrarini-Nicoli e Comune di Parma, in collaborazione con il Museo di Arte Decorative di Praga, la mostra è curata da Gloria Bianchino, FrancescoAugusto Razetto (Presidente Fondazione Eleutheria) e Ottaviano Maria Razetto. Il catalogo, che contiene i testi dei curatori, è arricchito da approfondimenti sul tema anche dei critici Vittorio Sgarbi e Genny Di Bert, che focalizza la sua analisi sul “vetro”.
L’esposizione, allestita su entrambi i piani del Palazzo, propone al pubblico un percorso temporale, a partire dagli anni ’20 del Novecento fino agli anni ’80, in cui viene approfondita l’atmosfera culturale di Praga e dell’intera nazione cecoslovacca, altamente influenzata dalle vicende storico-politiche, che portò a una particolarissima produzione artistica, parte della quale trovò espressione nella pittura realista di artisti di primo piano come Josef Štolovský (1879-1936), Josef Brož (1904-1980), Adolf Žábranský (1909-1981), Jaromír Schoř (1912-1987), Sauro Ballardini (1925-2010) ed Alena Čermáková (1926-2009). 
Dalla pittura alla scultura, dalla fotografia al cinema fino al design, l’arte di quel periodo è declinata nelle sue variegate sfaccettature sottolineando, in particolare, l’impatto che ebbe lo “stato di regime”, dal ’48 in poi, sulla cultura della città e dell’intera nazione.
Tra gli Enti patrocinanti l’iniziativa: Ambasciata della Repubblica Ceca a Roma, Ambasciata d’Italia a Praga, Ministero per i Beni e le Attività Culturali della Repubblica Italiana, Ministero della Cultura della Repubblica Ceca, Regione Emilia-Romagna, Praga Città Capitale, Provincia di Parma, Municipio di Praga 1, Istituto Italiano di Cultura di Praga, Centro Ceco di Roma, Archivio di Stato di Parma, Museo delle Arti Decorative di Praga, Camera di Commercio e dell’Industria italo-ceca.

 

L’ANIMA DEL VETRO / “attraversamenti” (tratto dal catalogo)

di Genny Di Bert (curatrice Fondazione Eleutheria)

 

L’industria del vetro fu introdotta in Boemia da Venezia nel XIII secolo, ottenendo subito un grande successo. Già un secolo dopo si iniziava a far uso del cobalto per colorare il vetro. Le fabbriche erano situate in prossimità delle montagne dove i vari minerali, specialmente il silicio, si trovavano in abbondanza.

Il cristallo di Boemia, diventato ben presto famoso in tutta Europa, era chiaro e con forme artistiche molto simili al vetro veneziano che, in gran parte, aveva copiato. L’apice di questo splendido manufatto fu raggiunto nel XVII secolo quando, su impulso dell’Imperatore Ferdinando III, il maestro vetraio Schwanhardt di Norimberga creò autentici capolavori. L’arte dell’intaglio era stata importata in Italia nel 1456, dopo la conquista di Costantinopoli, e trasferita prima a Norimberga (intorno al 1550) e subito dopo a Praga.

Rodolfo II, come noto grande mecenate delle arti, incoraggiò l’industria del vetro, invitando nel castello di Praga i maggiori artisti dell’epoca, tra cui i fratelli Gasparo e Girolamo Miseroni. Costoro arrivarono da Milano ed a loro fu affidato il laboratorio del vetro, fondato dallo stesso Rodolfo. Le splendide creazioni in vetro realizzate a Praga ed a Norimberga in quegli anni mostravano ancora l’influenza di Albrecht Dürer (morto nel 1528).

L’uso del cobalto veniva dai laboratori della Sassonia e si rifaceva alla produzione olandese detta “alla veneziana”. Sotto l’influenza dei vetri cechi anche in Sassonia, di converso, l’industria si sviluppò considerevolmente. Con l’affinarsi della tecnica il cristallo andò migliorando in qualità e trasparenza, soprattutto attraverso l’uso di carbonato di potassio al posto del carbonato di sodio. L’incisione era effettuata con la stessa accuratezza del cristallo di rocca. Quella più profonda era operata con un frammento di cristallo naturale, mentre l’incisione più chiara richiedeva l’uso di un frammento di diamante.

La fabbricazione di oggetti in vetro colorato restò sempre legata a conoscenze molto antiche anche se, nel Seicento, gli alchimisti scoprirono il vetro rosso rubino colorato per mezzo dell’oro. Secondo alcuni documenti cechi, nel 1690 il vetro rubino era prodotto a Freising e Michal Müller fu il primo a produrlo in Boemia.

La “Guerra dei Trenta Anni” spopolò la Boemia e Schwanhardt ritornò a Norimberga, da dove egli era andato a Praga per diventare direttore delle fornaci imperiali. Da Norimberga uscirono poi la più parte dei capolavori in cristallo, che i potenti dell’epoca ordinavano in gran quantità. Il suo ritorno a Praga avvenne nel 1652 e, con il figlio Heinrich, continuò a realizzare meravigliosi manufatti quali bicchieri, bottiglie e vasi. Spesso questi lavori continuavano ad essere impreziositi da eleganti incisioni e decorazioni in oro.

Durante la seconda metà del XVII secolo cominciò ad apparire il famoso cristallo rosso rubino, portato poi alla perfezione intorno al 1679 da Johann Kunckel a Potsdam. Costui, nato nel 1638, era un chimico e le sue ricerche lo avevano portato ad investigare il modo di colorare il vetro. Egli scoprì che, per ottenere questa bellissima forma colorata di rubino, il materiale doveva essere scaldato due volte e l’oro utilizzato per il colore essere impiegato solo in piccolissime quantità. Frattanto, nel 1612 Antonio Neri pubblicava il libro “L’arte vetraria”, che ebbe notevole influenza sugli artigiani del vetro e sugli scrittori di questa materia. Il volume ebbe quattro traduzioni: inglese, latino, tedesco e francese. Quest’ultima, effettuata dal barone D’Hollack a Parigi nel 1752, fu sempre considerata la migliore.

Molti dei cristalli della Boemia, sia antichi che moderni, sono pesanti anche per lo stile di decorazione che li caratterizza: ossia l’incisione profonda. Durante la prima metà del XVIII secolo fu molto ammirata un decorazione chiamata “kalligraphen ornamente”: era chiara ed elegante con disegni convenzionali, che ricoprivano quasi per intero la superficie del manufatto. Questo prodotto ottenne in Europa una crescente richiesta. Maria Teresa, contessa delle Fiandre visitò all’epoca Gand, città nota come grande mercato per il vetro veneziano. Ma, in quell’occasione, i cristalli creati per celebrare la visita furono eseguiti in puro stile di Boemia, arricchito da stemmi nobiliari. Di conseguenza, la crescente domanda di cristalli in stile boemo comportò effetti disastrosi per le manifatture veneziane. Infatti, i laboratori di Murano furono ridotti quasi alla rovina al punto che il Senato veneziano proibì la produzione di cristallo in stile boemo. Più tardi, sempre nel Settecento, un nuovo stile fu introdotto in Boemia chiamato “doppelwandglas”, praticamente un revival dell’arte antica. Esso consisteva in due strati di vetro contenenti, al loro interno, una decorazione incisa in foglie d’oro od argento. Ma come il cristallo della Boemia aveva finito per mettere in ginocchio quello veneziano così il sorgente vetro inglese fece con quello praghese. Infatti, alla fine di quel secolo, l’industria vetraia ceca entrava in una crisi che toccò il suo apice nel momento del blocco napoleonico.

Agli inizi del 1800 ebbe luogo la ripresa e, per rivitalizzare l’industria vetraia, fu prodotta in Boemia gran quantità di cristallo rubino. A quei tempi nella regione c’erano ben sei principali centri di manifattura del vetro, di cui il primo era a Nový Bor, ritornata agli antichi fasti del XIII secolo.

Il metodo di realizzazione del cristallo boemo fino al 1880 può definirsi semplice. Tutte le fornaci erano di piccole dimensioni, installate in mezzo alle foreste, e quando il legno attorno a loro si esauriva era considerato più economico spostare le fornaci stesse piuttosto che portare il legno da loro. La lavorazione aveva luogo in due aree separate, una dove il vetro veniva abbozzato e l’altra dove veniva rifinito ed ornato con incisioni e decorazioni. Questo sistema fece nascere un gran numero di artigiani specializzati, eccellenti incisori e decoratori, sostenuti dal locale museo statale. Esistevano, inoltre, varie scuole collegate all’industria del vetro nella quale si insegnava l’arte della creazione. Nel 1880, soltanto in Boemia, 179 fornaci lavoravano vetro, gran parte delle quali realizzavano cristalli colorati, tavoli, vasellame e bottiglie. L’esportazione dei manufatti si dirigeva, in particolare, verso gli Stati Uniti che, dal 1876 al 1880, acquistarono per la somma considerevole di 3 milioni di dollari. Tra i vari produttori boemi di vetro una nota di rilievo va alla vetreria Moser, fondata a Karlovy Vary nel 1857, come laboratorio di lucidatura, incisione e molatura.

Tra la fine del XIX secolo ed i primi anni del Novecento, l’Europa fu teatro di eventi importanti nella storia del design. Infatti, tra concorsi, esposizioni, poetiche individuali o collettive, intuizioni produttive o tecnologiche l’arte iniziò a relazionarsi sempre più alla produzione seriale. Il vetro, in quel periodo, arrivò ad essere una ossessione per alcuni artisti, basti pensare, tra tutti, a Gustav Klimt. Erano gli anni in cui la rifrazione speculare, il gioco prismatico di sfaccettature luminose e l’attraversamento ottico di visioni dell’insieme, esigevano l’uso di un materiale apparentemente impalpabile. Ovvero, proprio il vetro.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Boemia produce magnifici cristalli colorati, dalle antiche forme, di altissima qualità e di conseguenza molto cari. I cromatismi vanno dall’ambra al rosso chiaro sui quali viene applicata l’etichetta “made in Czecho-Slovakia”: un vezzo ampiamente giustificato dall’indipendenza conquistata dal Paese per la prima volta nella storia. In quegli anni, Moser focalizzava l’interesse verso colori originali come l’alexandrite (viola, rosa, azzurro) e il royalite (rosso porpora, rosso corallo), che avevano la caratteristica di infrangere la luce, creando sfumature e sfaccettature ottiche.

Durante la prima metà del XX secolo continuano a persistere solidi legami tra produzione dei cristalli e correnti artistiche. Alcuni vetri sono pezzi unici, altri seriali. L’artista che lavora per l’industria fa coincidere la sua ricerca estetica con la metodologia progettuale. La produzione diventa strumentale e collettiva. Supera cioè l’aspetto creativo dell’autore per aspirare non soltanto ad una finalità artistica ma anche ad una utilitaristica.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la produzione del vetro, in particolare colorato, si concentra nel nord della Boemia. Le richieste maggiori arrivano dai Paesi comunisti e da alcuni Paesi arabi. Oltre ai vetri rosso rubino, verdi, blu e opali, va di moda la pittura a smalto in spessore e smalto in rilievo. Le raffigurazioni e decorazioni riprendono iconografie tipiche dell’Art Nouveau: ghirlande, figure femminili, fiori. Queste iconografie vengono realizzate direttamente sul cristallo oppure collocate all’interno delle incisioni (spesso, in questo caso, la decorazione è realizzata con sali d’oro allo stato colloidale).

Dal 1948 con l’avvento del comunismo si assiste ad un notevole cambiamento della società civile anche nell’ambito artistico. Tuttavia, la fabbrica del vetro è particolarmente sostenuta dal governo: il comunismo non la considera “pericolosa”. Nella lavorazione del cristallo il talento degli artigiani rimane, anche se l’innovazione estetica non è particolarmente presente. Molti pezzi sono “citazioni” di periodi passati, soprattutto i primi decenni del XX secolo; altri propongono invece immagini dettate da tematiche del realismo socialista, come del resto si rileva negli altri settori artistici.

Negli anni Cinquanta molti vetri sono intagliati con motivi geometrici, che a volte riempiono tutta la superficie, essendo spesso applicata una seghettatura del bordo superiore. Anche in questo caso si riscontra una seppur velata e sottile ispirazione ad alcune correnti del passato: Decò, Cubismo ceco, Costruttivismo russo.

Nel 1958 si svolge l’Esposizione universale e Internazionale EXPO a Bruxelles (la prima organizzata dopo la Seconda Guerra Mondiale): un avvenimento che ha influenzato il design degli anni ’60 e ’70 della Cecoslovacchia. In quell’occasione il Paese viene premiato con la Stella d´Oro per l´architettura e l´organizzazione del proprio padiglione, che presentava in anteprima mondiale la Lanterna Magica di Alfred Radok e Jiří Svoboda.
Anche negli anni Sessanta il cristallo cecoslovacco contribuisce alla ricerca ed innovazione europea del design del vetro. Tra gli esponenti di maggiore spicco troviamo Pavel Hlava (1924-2003). Famosi sono i suoi vasi in vetro molato, come l’opera Goccia (in esposizione), nella quale i colori, tendenti allo scuro, sono stratificati ed alternano sfumature in verticale anche all’interno del lavoro. Sotto luci diverse le opere presentano un bellissimo gioco cromatico cangiante. Spesso la geometria si congiunge con modularità concentriche, che sembrano voler “disperdere” l’anima del vetro, dissolvendo la materia. Nello stesso periodo, sono originali le bottiglie create dal praghese René Roubiček (1922-2018) ed i suoi vetri variegati viola, blu e giallo ambra.

Tutte le opere in mostra rappresentano vari aspetti socio culturali della Praga di quegli anni, un periodo in cui i vetri sono vere e proprie creazione di design sia nel significato inglese (ogni sorta di progettazione applicabile ad ogni attività) che in quello italiano (esclusivamente «industrial o artigianale design», ovvero progetto delle cose, prodotto della cultura materiale). Anche se riprodotti in serie ed inseriti in un circuito prevalentemente commerciale, essi restano comunque molto particolari. Infatti, sono creazioni nelle quali l’equilibrio tra aspirazione artistica e finalità economica ha un senso, riportando alla mente l’importante evoluzione socio-culturale dell’Europa di quel tempo. In fondo, sono multipli creati per diffondere un messaggio estetico relazionato al livello culturale del fruitore.

Alcuni dei vetri esposti sono stati realizzati per commemorare importanti eventi. Si veda, ad esempio, il vaso in “vetro formato” con la scritta “Marathon de la Route 1966” oppure il “vetro stampato” Helsinky 1975, realizzato in occasione della stipulazione dell’atto finale della “Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa”. Il primo rende giochi chiaroscurali in forme morbide, che ricordano fiori o conchiglie, dai bordi ingrossati, pesante nella realtà ed estremamente leggero alla vista. Pura trasparenza che sembra diffondersi tutt’intorno. Il secondo, pur mantenendo lo stesso cromatismo, appare progettato come “sfondo” dell’iconografia principale: una colomba stilizzata quale simbolo di pace.

Nel “vetro a stampo” di Adolf Matura (1921-1979) Composizione n. 3484, realizzato nel 1972 per la Sklo Union Teplice – Vetreria Libochovice, si riconoscono giochi di geometrie e figurazioni tipiche di questo artista, che ha iniziato la sua carriera a Železny Brod. Egli sperimentò diverse discipline vetrarie con particolare attenzione ai vetri intagliati e tagliati ed a quelli pressati, che elaborò con particolare attenzione dalla metà degli anni ’60, anni in cui lavorò anche con Moser (proprio nel ’60 Matura, con un set di bicchieri con caraffa vinse la medaglia d’ora alla Triennale di Milano). All’inizio della sua attività egli realizza soprattutto vasellami ed accessori in vetro formati sia da soffiatura che da taglio. In questo lavoro si percepiscono spinte moderniste che, come manifattura e gioco formale, lo relazionano ad altre opere esposte (di autori anonimi).

In quello stesso periodo, Pavel Hlava modifica i suoi vetri rendendoli più “morbidi” (si veda, ad esempio, il vetro molato realizzato per Crystalex di Nový Bor). Da spinte verticali ascendenti egli passa ad una forma più articolata, spiraliforme. Pur mantenendo sfumature cromatiche e giochi ottici di luce interna ed esterna, il movimento si attua intorno ad una sorta di perno centrale, che ricorda la tecnica manuale delle ceramiche, l’alternarsi tra vuoti e pieni, il rapporto materia-spazio.

Presenti in mostra anche opere di František Vízner (1936-2011).  Questi, dopo aver studiato a Nový Bor e Železný Brod concluse i suoi studi all’Academia di Arte Applicata a Praga e collaborò con centri d’arte ed industrie (Teplice, Škrdlovice). Il vetro soffiato in mostra è del 1974. L’anno seguente Vízner intraprese esclusivamente la carriera di artista indipendente, cessando la produzione seriale industriale. I suoi lavori propongono semplici volumi, in cui la funzionalità non è, comunque, prioritaria. I colori sono luminosi, le proporzioni sono articolate.

Anche l’opera di Petr Hora, nato nel 1949, è caratterizzata da spinte scultoree. I suoi vasi, di cui un esemplare degli anni ’70 è presente nell’esposizione, sono essenziali e dinamici allo stesso tempo. Nel suo lavoro sono già presenti i tratti che l’artista ripeterà anche negli anni successivi, caratterizzati dalla ricerca della luce e della forma attraverso una elegante manipolazione di colori e strutture. Volumetrie di vetro che lasciano i ricordi minimali per evolversi in design postmoderno.

 

Il prodotto interno lordo pro capite misurato da Eurostat.

’istituto statistico europeo ha diffuso oggi i dati del Pil per abitante e quelli relativi al “Consumo individuale effettivo”, ovvero un indicatore del livello di benessere materiale delle famiglie.

In entrambe le classifiche il Lussemburgo si piazza al primo posto e, nell’Ue, la Bulgaria è ultima. Venendo al Pil pro capite, fatto 100 quello medio dei 28 Paesi Ue, il Lussemburgo è a quota 254; in seconda posizione, ma fortemente distaccata, l’Irlanda (187), poi i Paesi Bassi (129) e, a ruota, Austria, Danimarca, Germania (123), Svezia.

Sopra la media Ue anche Belgio, Finlandia, Regno Unito e Francia (questi due appaiati a 104).

Tra gli ultimi Ungheria, Grecia, Croazia, Bulgaria (50). I Paesi candidati si collocano, per Pil pro capite, sotto il 50.

Circa l’indice del Consumo individuale effettivo (espresso in standard di potere d’acquisto) si va da 132 del Lussemburgo ai 56 della Bulgaria; Germania 121, Francia 107, Italia 98, Spagna 90, Polonia 77, Grecia 76.

Il numero di persone in fuga nel mondo supera i 70 milioni

Nel 2018, Il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni. Si tratta del livello più alto registrato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in quasi 70 anni di attività.

I dati raccolti nel rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends, mostrano come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga. Per coglierne la portata, tale cifra corrisponde al doppio di quella di 20 anni fa, con 2,3 milioni di persone in più rispetto a un anno fa, e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Thailandia e Turchia.

La cifra di 70,8 milioni è stimata per difetto, considerato che la crisi in Venezuela in particolare è attualmente riflessa da questo dato solo parzialmente. In tutto, circa 4 milioni di venezuelani, secondo i dati dei paesi che li hanno accolti, hanno lasciato il Paese, rendendo la crisi in atto uno degli esodi forzati recenti di più vasta portata a livello mondiale. Sebbene la maggior parte delle persone in fuga necessiti di protezione internazionale, ad oggi solo circa mezzo milione di queste ha presentato formalmente domanda di asilo.

“Quanto osserviamo in questi dati costituisce l’ulteriore conferma di come vi sia una tendenza nel lungo periodo all’aumento del numero di persone che fuggono in cerca di sicurezza da guerre, conflitti e persecuzioni. Se da un lato il linguaggio utilizzato per parlare di rifugiati e migranti tende spesso a dividere, dall’altro, allo stesso tempo, stiamo assistendo a manifestazioni di generosità e solidarietà, specialmente da parte di quelle stesse comunità che accolgono un numero elevato di rifugiati. Stiamo inoltre assistendo a un coinvolgimento senza precedenti di nuovi attori, fra cui quelli impegnati per lo sviluppo, le aziende private e i singoli individui, che non soltanto riflette ma mette anche in pratica lo spirito del Global Compact sui Rifugiati”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Dobbiamo ripartire da questi esempi positivi ed esprimere solidarietà ancora maggiore nei confronti delle diverse migliaia di persone innocenti costrette ogni giorno ad abbandonare le proprie case”.

La cifra di 70,8 milioni registrata dal rapporto Global Trends è composta da tre gruppi principali. Il primo è quello dei rifugiati, ovvero persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti, guerre o persecuzioni. Nel 2018 il numero di rifugiati ha raggiunto 25,9 milioni su scala mondiale, 500.000 in più del 2017. Inclusi in tale dato sono i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).

Il secondo gruppo è composto dai richiedenti asilo, persone che si trovano al di fuori del proprio Paese di origine e che ricevono protezione internazionale, in attesa dell’esito della domanda di asilo. Alla fine del 2018 il numero di richiedenti asilo nel mondo era di 3,5 milioni.

Infine, il gruppo più numeroso, con 41,3 milioni di persone, è quello che include gli sfollati in aree interne al proprio Paese di origine, una categoria alla quale normalmente si fa riferimento con la dicitura sfollati interni (Internally Displaced People/IDP).

La crescita complessiva del numero di persone costrette alla fuga è continuata a una rapidità maggiore di quella con cui si trovano soluzioni in loro favore. La soluzione migliore per qualunque rifugiato è rappresentata dalla possibilità di fare ritorno nel proprio Paese volontariamente, in condizioni sicure e dignitose. Altre soluzioni prevedono l’integrazione nella comunità di accoglienza o il reinsediamento in un Paese terzo. Tuttavia, nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati, meno del 7 per cento di quanti sono in attesa. Circa 593.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nel proprio Paese, mentre 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione.

“Ad ogni crisi di rifugiati, ovunque essa si manifesti e indipendentemente da quanto tempo si stia protraendo, si deve accompagnare la necessità permanente di trovare soluzioni e di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di fare ritorno a casa”, ha dichiarato l’Alto Commissario Filippo Grandi. “Si tratta di un lavoro complesso che vede l’impegno costante dell’UNHCR, ma che richiede che anche tutti i Paesi collaborino per un obiettivo comune. Rappresenta una delle grandi sfide dei nostri tempi”.

Il report in inglese ed ulteriori materiali sono disponibili al seguente link: https://www.unhcr.org/global-trends-2018-media.html

Alle aree protette 85 milioni per ridurre le emissioni di CO2

Al via #ParchixilClima e la biodiversità, la campagna del Ministero dell’Ambiente rivolta ai 23  parchi nazionali d’Italia. Il Mattm, con le due direzioni Clima ed energia e Protezione natura, mette a disposizione di tutti i parchi nazionali italiani, 85 milioni di euro  per interventi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica e di adattamento ai cambiamenti climatici. Le aree nazionali protette potranno aderire entro il 2 agosto presentando progetti per interventi di efficienza energetica degli immobili propri e dei comuni inseriti nel perimetro del parco, impianti di piccola dimensione di produzione di energia da fonti rinnovabili, infrastrutture e servizi di mobilità sostenibile, riforestazione e rimboschimento.

Tra gli interventi: opere per il contenimento del rischio di esondazione, rinaturazione delle aree costiere attraverso il ripristino delle dune, interventi per la ricostituzione di habitat, ecosistemi e biodiversità soprattutto nelle zone più fragili, conversione degli immobili con efficientamento energetico, acquisto di auto e motoveicoli ibridi ed elettrici per spostamenti di servizio, biciclette a pedalata assistita per gli enti parco, realizzazione di nuove piste ciclabili e aree di sosta di sharing mobility e ancora: potenziamento dei serbatoi forestali, interventi di incremento delle piantagioni e selvicolturali finalizzati alla conservazione e valorizzazione degli habitat forestali della rete Natura 2000.

“E’ un programma ambizioso che si inserisce nella mia visione, e non più soltanto sogno, di avere l’Italia Paese parco – ha detto sottolinea il titolare dell’Ambiente, Sergio Costa -. Da oggi con questo progetto i parchi nazionali contribuiranno attivamente alla strategia per mitigare i cambiamenti climatici. Ecco che gli impegni internazionali dell’Italia diventano progetti concreti e proprio a partire dai polmoni verdi del Paese. Sarà sempre più vantaggioso vivere in un parco, sarà sempre più piacevole farlo e più sostenibile. E’ un altro mattoncino del nostro grande progetto green”.

Attenzione alla falsa “moneta scritturale”

Scrivere una moneta di proprio pugno oppure utilizzando moduli che si trovano su diversi siti web per creare “euro scritturali” non ha alcun valore legale.

L’avvertimento della Banca d’Italia è chiaro

La Banca d’Italia continua a ricevere comunicazioni di privati che pretendono di utilizzare “euro scritturali” autonomamente creati, o che riguardano piattaforme e sedicenti “organismi monetari” con funzioni bancarie che creerebbero “moneta scritturale” garantita dalla Banca d’Italia.

: “L’unica forma di moneta legale – ossia dotata del potere di estinguere le obbligazioni in denaro – è la moneta emessa dalla Bce, in quanto la sua creazione si basa su rigorose procedure che garantiscono la fiducia generale nella moneta e la stabilità del suo valore nel tempo”.

Maturità 2019: Ieri il tema d’italiano

Alle 8:30, di ieri con l’apertura del plico telematico, è scattata la prima prova scritta, ovvero il tema di italiano. Gli studenti hanno potuto scegliere tra tre tipologie di tema: tipologia A “Analisi e interpretazione di un testo letterario italiano”; tipologia B “Analisi e produzione di un testo argomentativo”; tipologia C “Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità”.

Le Tracce

Traccia A1 – Giuseppe Ungaretti da L’allegria. Il Porto Sepolto

Traccia A2 – Leonardo Sciascia, ‘Il Giorno della Civetta’
Nel romanzo di Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, pubblicato nel 1961, il capitano Bellodi indaga sull’omicidio di Salvatore Colasberna, un piccolo imprenditore edile che non si era piegato alla protezione della mafia. Al candidato, oltre all’analisi del testo, si chiede come commento: “Nel brano si contrappongono due culture: da un lato quella della giustizia, della ragione e dell’onestà, rappresentata dal capitano dei Carabinieri Bellodi e dall’altro quello dell’omertà e dell’illegalità; è un tema al centro di tante narrazioni letterarie, dall’ottocento fino ai nostri giorni, e anche cinematografiche, che parlano in modo esplicito di organizzazioni criminali, o più in generale dei rapporti di potere, soprusi e ingiustizie all’interno della società. Esponi le tue considerazioni su questo tema, utilizzando le tue letture, conoscenze ed esperienze”.

Tipologia B – Analisi e produzione di un testo argomentativo
Traccia B1 – Il patrimonio culturale e il futuro, testo tratto da Tomaso Montanari
Agli studenti della maturità 2019 è proposto un lungo testo dal libro dell’esperto d’arte Tomaso Montanari, ‘Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà’. Oltre alla comprensione e all’analisi del testo, il commento richiesto è come segue:
“Condividi le considerazioni di Montanari in merito all’importanza del patrimonio storico e artistico quale indispensabile legame tra passato, presente e futuro? Alla luce delle tue conoscenze e delle tue esperienze dirette ritieni che “la bellezza salverà il mondo” o al contrario pensi che “la bellezza non salverà proprio nulla se noi non salveremo la bellezza”? Argoment i tuoi giudizi con riferimenti alla tua esperienza e alle tue conoscenze e scrivi un testo in cui tesi e argomenti siano organizzati in un discorso coerente e coeso”.

Traccia B2 – ‘L’illusione della conoscenza, testo tratto da Steven Sloman e Philip Fernbach
Una parte del testo messo a disposizione degli utenti è come segue.
“Questa storia illustra un paradosso fondamentale del genere umano: la mente umana è allo stesso tempo geniale e patetica, brillante e stolta. Le persone sono capaci delle imprese più notevoli, di conquiste che sfidano gli dei. Siamo passati dalla scoperta del nucleo atomico nel 1911 ad armi nucleari da megatoni in poco più di 40 anni. Abbiamo imparato a dominare il fuoco, creato istituzioni democratiche, camminato sulla luna (…). E tuttavia siamo capaci altresì delle più impressionanti dimostrazioni di arroganza e dissennatezza. Ognuno di noi va soggetto a errori, qualche volta a causa dell’irrazionalità, spesso per ignoranza. È incredibile che gli esseri umani siano in grado di costruire bombe termonucleari; altrettanto incredibile è che gli esseri umani costruiscano effettivamente bombe termonucleari (e le facciano poi esplodere anche se non sono del tutto consapevoli del loro funzionamento). È incredibile che abbiamo sviluppato sistemi di governo ed economie che garantiscono il comfort della vita moderna benché la maggior parte di noi abbia solo una vaga idea di come questi sistemi funzionino. E malgrado ciò la società umana funziona incredibilmente bene almeno quando non colpiamo con radiazioni le popolazioni indigene. Com’è possibile che le persone riescano impressionarci per la loro ingegnosità e contemporaneamente a deluderci per la loro ignoranza? Come siamo riusciti a padroneggiare così tante cose nonostante la nostra comprensione sia spesso limitata?”

Oltre alle domande sulla comprensione e l’analisi, agli studenti viene chiesto il seguente commento: “Gli autori illustrano un paradosso dell’età contemporanea che riguarda il rapporto tra la ricerca scientifica, le innovazioni tecnologiche e le concrete applicazione di tali innovazioni. Elabora le tue opinioni a riguardo sviluppandole in un testo argomentativo in cui tesi ed argomenti siano organizzati in un discorso coerente e coeso. Puoi confrontarti con le tesi espresse del testo sulla base delle tue conoscenze delle tue letture e delle tue esperienze personali”.

Traccia B3 – ‘L’eredità del Novecento’, di Corrado Stajano
Il brano di Stajano proposto come traccia nella prima prova della maturità 2019 è l’introduzione alla raccolta di saggi “La cultura italiano del Novecento” raccolta del 1996. Un’introduzione in cui il giornalista e scrittore commenta le affermazioni di alcuni protagonisti del XX secolo e si conclude così: “Nasce di qui l’insicurezza, lo sconcerto. I nuovi problemi sembrano ancora più nuovi, caduti in un mondo vergine. Anche per questo è difficile capire oggi quale sarà il destino umano dopo il lungo arco attraversato dagli uomini in questo secolo”. Il commento chiesto agli studenti (in aggiunta a quattro domande sulla comprensione del testo) è formulato come segue: “Dopo aver analizzato i principali temi storico-sociali del XX secolo Corrado Stajano fa riferimento all’insicurezza e allo sconcerto che dominano la vita delle donne e degli uomini e che non lasciano presagire ‘quale sarà il destino umano dopo il lungo arco attraversato dagli uomini di questo secolo’. Ritieni di poter condividere tale analisi che descrive una pesante eredità lasciata alle nuove generazioni? A distanza di oltre 20 anni dalla pubblicazione del saggio di Stajano pensi che i nodi da risolvere nell’Europa di oggi siano mutati? Illustra i tuoi giudizi con riferimenti alle tue conoscenze, alle tue letture, alla tua esperienza personale e scrivi un testo in cui tesi e argomenti siano organizzati in un discorso coerente e coeso”.

Tipologia C – Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità
Traccia C1 – L’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa
In occasione del trentennale dall’uccisione del generale Dalla Chiesa, il prefetto Luigi Viana tenne un discorso al cimitero della Villetta Parma, che viene fornito agli studenti.

La traccia chiede: “Sono trascorsi quasi 40 anni dall’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma i valori richiamati nel discorso di commemorazione sopra riportato rimangono di straordinaria attualità. Rifletti sulle tematiche che si evincono dal brano, traendo spunto dalle vicende narrate, dalle considerazioni in esso contenute e dalle tue letture, dalle tue conoscenze, dalle tue esperienze personali. Puoi articolare il tuo elaborato in paragrafi opportunamente titolati e presentarlo con un titolo complessivo che ne esprima sinteticamente il contenuto”.

Traccia C2 – Gino Bartali e il rapporto tra sport, storia e società
La traccia su Gino Bartali riporta un articolo di Cristiano Gatti su Il Giornale del 24 settembre 2013 in cui racconta la storia del campione. Il commento richiesto è come segue: “Il giornalista Cristiano Gatti racconta di Gino Bartali, grande campione di ciclismo, la cui storia personale e sportiva si è incrociata, almeno due volte, con eventi storici importanti e drammatici. Il campione ha ottenuto il titolo di Giusto delle Nazioni grazie al suo coraggio che consenti, nel 1943, di salvare moltissimi ebrei con la collaborazione del cardinale di Firenze. Inoltre una sua ‘mitica’ vittoria al Tour de France nel 1948 fu considerata da molti come uno dei fattori che contribuì a ‘calmare gli animi’ dopo l’attentato a Togliatti. Quest’ultima affermazione è probabilmente non del tutto fondata ma testimonia come lo sport abbia coinvolto in modo forte e profondo il popolo italiano, così come tutti i popoli del mondo. A conferma di ciò molti regimi autoritari hanno spesso cercato di strumentalizzare le epiche imprese dei campioni per stimolare non solo il senso della patria ma anche i nazionalismi. A partire dal contenuto dell’articolo di Gatti e traendo spunto dalle tue conoscenze, letture ed esperienze rifletti sul rapporto tra sport, storia e società. Puoi arricchire la tua riflessione con riferimenti a episodi significativi e personaggi di oggi e/o del passato. Puoi articolare il tuo elaborato in paragrafi opportunamente titolati e presentarlo con un titolo complessivo che ne esprima sinteticamente il contenuto”.

Nel 2018 torna a crescere il numero dei donatori, quasi 1,7 milioni

Dopo anni con il segno meno, torna a salire il numero dei donatori di sangue, che nel 2018 sono stati 1.682.724, con un aumento dello 0,2% rispetto all’anno precedente.

I nuovi donatori sono poco più di 371mila, in calo del 3,7%, mentre il 91,7% del totale è rappresentato da donatori iscritti alle associazioni di volontari. Sono in leggero calo anche i pazienti trasfusi, che nel 2018 sono stati circa 630mila contro i 637mila dell’anno precedente. In totale le trasfusioni effettuate durante l’anno sono state quasi 3 milioni. L’inversione di tendenza non riguarda i donatori in aferesi, la procedura che permette di donare soltanto alcune parti del sangue intero come il plasma e le piastrine, che sono stati 202mila, con un calo dell’1,6%. Nel 2018 sono stati comunque raccolti 840mila chilogrammi di plasma, 4mila in più rispetto all’anno precedente, pienamente in linea con gli obiettivi del Programma Nazionale Plasma. Per il sangue è stata garantita anche lo scorso anno l’autosufficienza totale, che per i derivati del plasma è circa al 70%.

L’opposizione al trumpismo gialloverde esige la formazione di un nuovo soggetto politico.

Il pellegrinaggio di Matteo Salvini a Washington conferma ciò che era già evidente: l’Italia si prepara a diventare il principale “cavallo di Troia” di quanti, nel mondo, non vogliono una Europa unita e forte.
Era evidente (e preoccupante), appunto. Ma non per la larga maggioranza dei cittadini italiani che hanno oggi un’altra priorità: sperano che la svolta rappresentata dalla destra e dai populisti interrompa il processo di impoverimento e di precarietà materiale e psicologica che la globalizzazione non governata degli ultimi vent’anni ha comportato per la vita loro e delle loro famiglie. Una speranza destinata a trasformarsi in incubo, come sappiamo, ma loro ancora non ne sono affatto persuasi.
L’alternativa alla destra a trazione leghista, anziché avvicinarsi, si allontana.

È passato più di un anno dal disastro marzo 2018 e non pare francamente che ci sia una chiara idea del che fare.
Le ragioni strutturali che hanno portato a questa situazione non sono state indagate a sufficienza e men che meno è stata elaborata l’unica risposta adeguata: un nuovo “compromesso” tra democrazia e capitalismo. Perché è di questo che si tratta.
Il campo di gioco è quasi unicamente presidiato dalla Lega e dal suo debole alleato di Governo. L’agenda politica è definita da loro e scandita sulle note del loro costante conflitto (non si sa quanto autentico e quanto costruito). E – tuttalpiù – dalla Magistratura, dalla Commissione Europea o da mobilitazioni spontanee e auto promosse di significative minoranze civili e sociali: nobili e preziose, ma sempre più in distonia con la parte prevalente del popolo.

Quanto alla Politica, le cose non vanno certo per il verso giusto.
Nascono iniziative tutte autoreferenziali e tese, per lo più, a spartirsi il bottino dei consensi già orientati verso il campo alternativo alla destra leghista. Con un gioco, dunque, a somma zero. Ci sono importanti fermenti positivi nel campo “popolare” di ispirazione cristiana. Ma sono ancora dispersi, pieni di reciproche gelosie e poco propensi, fino ad ora, a mettere generosamente a fattor comune i propri singoli percorsi. Ognuno vorrebbe “federare” gli altri, ma non condividere una nuova forte esperienza comune (della quale invece ci sarebbe estremo bisogno).

E il PD – dopo aver rilanciato negli ultimi tempi l’idea di una coalizione plurale e ampia contro la destra – ritrova la propria apparente unità in Direzione Nazionale riproponendo invece la sua “vocazione maggioritaria”. Ma come può convivere la vocazione maggioritaria di un partito con l’opzione di una coalizione plurale e ampia? In in solo, inutile, modo: con la costruzione “in vitro” di semplici “satelliti”, alla maniera tolemaica.

Così, l’opposizione è sempre più isolata e la Lega deborda.
Di fronte alla “rivoluzione trumpiana” in salsa nostrana che Salvini rappresenta, è illusorio e miope contrapporre una tattica passatista e un po’ nostalgica. Nulla tornerà semplicemente come era. Prima di congetturare coalizioni elettorali, serve dunque mettere in campo significative novità sul piano dei “soggetti politici” che si propongano di interpretare i mutamenti sociali e di corrispondervi con progetti dotati di radicalitá programmatica, chiarezza di visione, leadership all’altezza e linguaggi aggiornati.

E questo vale in modo particolare per chi ha la giusta (ma temeraria) ambizione di definirsi “popolare”.
Altro che “satellite moderato”: l’alternativa può decollare solo se i popolari (nella loro accezione cristiana e laica, non ideologica) torneranno a dare il loro contributo visibile per una “rivoluzione” di segno opposto a quella trumpiana, ma non meno incisiva e radicale: rafforzare il “polo” della Comunità accanto a quelli dello Stato e del Mercato e ricostruire una idea “sociale e comunitaria” delle Istituzioni. Di fronte alla crisi delle forme rappresentative ed alla perdita di “carisma” della democrazia, non può esserci in campo solo l’alternativa del modello populista e tendenzialmente autoritario che oggi sta prevalendo.

Quante occasioni ancora, perderà il nostro paese? e quanto dovranno ancora, pagare i lavoratori di Alitalia?

Con una società di trasporto aereo di bandiera funzionante e ben gestita, si rimette in moto il lavoro, si torna a dare sicurezza e diritti ai lavoratori e aumentano le connessioni e le possibilità di sviluppo. A cominciare dalla Capitale, Roma, e tutta la Regione Lazio, che con l’aeroporto di Fiumicino – migliore hub di Europa nel 2018 – potrebbe sviluppare ancor di più tutto il lavoro fatto in questi anni sul turismo e contribuire in modo consistente al rilancio delle imprese del territorio e del Paese intero.

Alitalia, quale compagnia di bandiera, nasce come noto il 21 ottobre 1957 dalla fusione disposta dall’IRI, che era proprietaria delle due compagnie di trasporto aereo: Alitalia e LAI (linee aere italiane).
In quegli anni la gestione pubblica “imprenditoriale” ha dato uno sviluppo alla Compagnia, che negli anni novanta è arrivata a trasportare mediamente 28 milioni di passeggeri per anno, mentre nel 2018 sono stati poco più di 21 milioni. La gestione di Alitalia ha addirittura conseguito utili nel 1997, cosa inconsueta fino ad allora, che vedeva una miope gestione negli anni 80/90, con una pressoché nulla gestione industriale e imprenditoriale.

Poi è iniziata una crisi lenta e progressiva, determinata da diverse cause: prepotente avanzata delle compagnie low-cost, riduzione delle tratte intercontinentali, messa in esercizio di treni veloci, etc.

L’assenza di una strategia lungimirante del trasporto aereo, in un mondo in costante e veloce evoluzione, è sicuramente una delle ragioni per le quali la compagnia olandese KML ha preferito alla fine di quegli anni rompere l’accordo con Alitalia,arrivando persino a pagare una pesante penale pur di liberarsi e poter successivamente sposare Air France.

Basta pensare alla ottusa riduzione delle tratte intercontinentali – di sicuro rendimento – e alla ostinata corsa alla cattura degli slots per voli nazionali, che hanno in pratica trasformato Alitalia in una compagnia domestica, per comprendere di cosa stiamo parlando.

La situazione economica di Alitalia non migliora neanche quando il management è affidato a nomi altisonanti, che procedono anche a drastiche riduzioni del personale (oltre tremila unità), garantendo una cassa integrazione straordinaria addirittura di sette anni.

Non è andata meglio nemmeno con i tentativi di privatizzazione e commissariamento.

Ricordiamo tutti la cattiva gestione dell’ingresso nell’azionariato di Alitalia da parte di Ethiad, che si è accaparrata gli slot più interessanti a prezzo di saldo (es. i diritti su alcuni voli Roma-Londra) e poi ci ha lasciati senza niente, abbandonando anche il personale, che ha subito tagli numerici e stipendiali, e ad oggi sono circa 2.000 le persone che rischiano il posto di lavoro.

Quante occasioni perderà, ancora, il nostro paese? e quanto dovranno pagare, ancora, i lavoratori di Alitalia?

Oggi è singolare assistere ad un incremento dei voli, e quindi dei passeggeri sull’aeroporto di Fiumicino e constatare che, purtroppo, gli incrementi non derivino anche dalla nostra compagnia di bandiera.

E’ finito il tempo degli annunci, Il Governo in carica deve dotarsi di una strategia del trasporto aereo e non vivere alla giornata con rimedi temporanei.

Oltre la ricerca dei soci per iniettare capitale, occorre una vera visione strategica per la società, che la porti a diventare motore di sviluppo strategico del paese e possibile esempio di buona gestione e controllo di un settore fondamentale come quello del trasporto aereo.

Augusto Gregori, Segreteria Partito Democratico del Lazio

Città fratturate

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di  Aldo Carera 

Il tema delle periferie, urbane o meno, è talmente complesso, drammatico e urgente nei suoi tratti sostanziali da sfuggire alle semplificazioni concettuali o culturali. La variabile concretezza delle casistiche rende particolarmente significative le indagini di lungo periodo e le analisi interdisciplinari comparate. Accostamenti necessariamente rigorosi, ma non estranei a quella “libertà di cuore” che Papa Francesco chiede a chi opera sul campo a sollievo della sofferenza, e che non meno vale per mettere a frutto l’intera gamma esplorativa delle scienze dell’uomo.

Non altrimenti è possibile cogliere la sostanza profonda dell’attitudine della società contemporanea a produrre periferie esistenziali e a ridurre esseri umani alla stregua di “scarti” dei processi socioeconomici. Quell’umanità richiede uno sforzo unitario di studio e di comprensione non fine a sé stesso, ma intellettualmente nudo nell’aprirsi al confronto con la realtà per quel che è, riconoscendo in essa quel che gli alti disegni della provvidenza esigono da azioni incisive in grado di ricomporre le logiche parziali del “rammendo”, pur necessarie e meritevoli. È questa la strada tracciata dalla dottrina sociale della Chiesa sin dall’incipit (De conditione opificum) dell’enciclica leoniana del 1891. Quei capannoni d’allora, così ben definiti negli spazi e nelle gerarchie d’impresa, erano luogo di elaborazione di una invasiva cultura del lavoro che aggregava a sé chi in fabbrica e in città cercava, o era costretto a cercare, sopravvivenza e futuro.

Quelle periferie urbane in formazione erano comunità dolenti, talvolta future coree disperate, ma in esse erano rintracciabili trame di vitalità comunitarie e il solido ordito intessuto da ben riconoscibili presenze pastorali, sociali e politiche. Lì ove, in qualche modo regolati dall’azione pubblica, con le fabbriche, crescevano i quartieri popolari e prendevano forma le possibili intersezioni sociali con le abitazioni del ceto medio. In età repubblicana partiti di massa, associazionismo sindacale, welfare privato e sociale, corrispondente a vari livelli di bisogno, integravano le tutele pubbliche. Nella progressiva estensione della cittadinanza si potevano leggere antichi profili di socialità, sovente sotto traccia e diversamente incidenti. Patrimoni che negli ultimi tre decenni del Novecento sono stati progressivamente dispersi o sono semplicemente diventati invisibili ai più. Le stesse potenti attitudini aggreganti del lavoro si sono frantumate sul mercato competitivo delle individualità e dei corporativismi.

Nell’agosto del 1946 un futuro ministro del Mezzogiorno e delle aree arretrate, Giulio Pastore, nel promuovere il primo Consiglio di valle italiano per generare sviluppo e rimuovere povertà, abbandono e isolamento, anche fisico, dei comuni della sua Valsesia, identificò due fattori decisivi: rigenerare la fiducia collettiva contro gli egoismi, il pessimismo, le paure; ottenere la collaborazione di tutti gli attori presenti, o potenzialmente presenti, sul territorio: pubbliche amministrazioni, parrocchie, organizzazioni sociali, classi dirigenti, imprese private e pubbliche. Al direttore di una piccola biblioteca di valle che in quei propositi ritrovava l’antica sostanza comunitaria della medioevale Universitas Vallis Sicidae, Pastore replicò che, evidentemente, «ne sapevano più gli antichi che i moderni». Fecero seguito strade costruite, scuole e biblioteche inaugurate, funivie innalzate sulle cime del Monte Rosa, edificazioni materiali e immateriali certamente perfettibili. La tendenziale perfezione di quel disegno era l’aver affidato alle mani di quelle genti il proprio destino nell’ambito del possibile, confidando su socialità, non solo locali, in grado di specchiarsi in un’economia di mercato carica di contraddizioni ma realisticamente non rinunciabile.

Da simili riflessioni, rielaborate in un programma di indagine scientifica, ha preso spunto l’iniziativa dell’Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia e del Dipartimento di storia economica e sociale e di Scienze del territorio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, intitolati a Mario Romani, per riprendere e reinterpretare in un convegno di studi la questione urbana rigenerata, negli ultimi decenni del Novecento, dallo sfaldamento individualistico e da rinnovate forme di esclusione sociale. Ci si è chiesti sino a qual punto, in un breve giro d’anni, potenti cesure — crisi economica, tecnologie aggressive, precarizzazione materiale e culturale del lavoro, diffusa incuria morale, pressione della globalizzazione sulle gerarchie territoriali e sulle grandi aree urbane, declino delle classi dirigenti… — abbiano reso profonda e irrimediabile la frattura che isola le periferie di oggi dal tracciato urbano di lungo periodo che le ha viste prendere forma, a partire dai processi europei di inurbamento sette-ottocenteschi. Per chiedersi infine quanto di quel passato, e delle esperienze vissute che lo hanno segnato, sia inscrivibile nelle risposte oggi possibili, per quanto parziali, tempestive o agite sui tempi lunghi, in termini di sostenibilità materiale, economica, civile e umana.

Il filo conduttore del convegno internazionale «Periferie delle città europee: istituzioni sociali, politiche e luoghi» (Milano, 6-7 giugno) e di quel che ne seguirà come impegno dei centri di ricerca proponenti, è stata l’identificazione di una rinnovata questione urbana segnata da fenomeni di segregazione spaziale che hanno eroso i margini della giustizia sociale. Come ha evidenziato la relazione introduttiva di Pierciro Galeone (Ifel – Fondazione Anci), mentre l’urbs, intesa come ambiente fisico, si è dilatata sfrangiando i confini tra urbano e non urbano, chi viveva in periferia non è stato più in grado di riconoscersi in una comunità di cittadini organizzati attraverso il diritto (civitas). L’unica condivisione possibile è diventato il consumo dello spazio urbano, mitigato in alcune realtà dall’egida efficiente di qualche tecnocrazia amministrativa.

La configurazione delle diseguaglianze, che in termini esistenziali si disloca senza distinzione di quartieri e di ceti, descrive una mappa differenziata, da città a città. Lì dove ha particolarmente infierito concentra in segmenti territoriali i molteplici volti della marginalità: degrado edilizio, cedimento delle istanze educative e formative pubbliche, carenza o scarsa qualità infrastrutturale dei servizi di mobilità, sociali e sanitari, aggravati dal decadimento o dall’assenza di spazi pubblici socialmente condivisi. Sulla faglia di diseguaglianze così strutturate, affondano le speranze di emancipazione sociale delle giovani generazioni e scivolano gli antichi ceti medi. Ben poco possono fare gli interventi ridistributivi del potere centrale anche per mancanza di risorse pubbliche e per pervicaci sopravvivenze neoliberiste talvolta inconsapevoli. L’affievolirsi degli spazi di intermediazione culturale e sociale ha lasciato mano libera alle narrazioni divisive e alle polarizzazioni politiche che rileggono a proprio esclusivo vantaggio i fondamenti della democrazia pluralista e ignorano l’etimologia morale del bene comune.

Fra i tanti casi considerati, la sessione dedicata alla Milano del secondo dopoguerra ha evidenziato il ruolo dell’iniziativa pubblica, consapevole dei problemi, efficace nei suoi interventi dirigisti sul tema della casa lungo buona parte del Novecento prima di lasciar campo ai grandi operatori immobiliari. Né è stata trascurata, ad esempio, la costante supplenza da parte del mondo cattolico e della stessa curia ambrosiana negli anni in cui Giovanni Battista Montini colse la peculiare “modernità” dell’evangelizzazione nelle periferie più povere e depresse. Lì ove la tutela dei lavoratori in quanto cittadini era affidata più a patronati sindacali e sociali che agli interventi nelle dotazioni materiali e di servizio faticosamente compendiati a livello locale e, ancor meno, a livello nazionale. Manifestazioni di quanto era consentito, anche in termini di contenimento dei problemi, dalla tenuta della convivenza democratica, cosa impossibile — ha spiegato una relazione comparata — nella Spagna franchista.

Nelle sessioni di loro competenza, geografi e urbanisti hanno identificato le nuove forme e i nuovi linguaggi della riconfigurazione virtuosa delle periferie: coworking, spazi makers, laboratori artigianali digitali, social housing, interventi di rigenerazione urbana e abitativa, esperienze pilota (per esempio community hub, ecomusei, festival).

A uno sguardo di lungo periodo, la questione delle periferie materiali ed esistenziali, così come le altre grandi “questioni” che angustiano il nostro paese (meridionale, educativa, sociale…), risulta gravata da sofferenze strutturali e da fragilità nel tessuto sociale esasperate dalla contrazione e dal cattivo uso delle risorse. Una situazione che rende ancor più decisive le azioni concrete in grado di ricreare fiducia e di favorire la cooperazione tra tutti gli attori.

 

L’attacco di Trump a Draghi? Inaccettabile. La versione di Alan Friedman

Tratto da formiche.net

Washington chiama Francoforte, e alza la voce. Non sono andate giù al presidente degli Stati Uniti Donald Trump le parole di Mario Draghi. Dal Sintra, in Portogallo, il governatore uscente della Bce ha promesso che il programma di acquisto di asset, il Quantitative Easing (Qe), avrà ancora “spazio considerevole”, specie se, come sembra, l’inflazione Ue rimarrà al di sotto degli obiettivi. La reazione di Pennsylvania Avenue non si è fatta attendere. Su twitter Trump ha messo Cina e Ue sullo stesso piano, perché con un nuovo stimolo per Bruxelles sarà “scorrettamente più facile competere con gli Usa”. “È un attacco senza precedenti – commenta sdegnato ai microfoni di Formiche.net Alan Friedman, giornalista e saggista – Trump vuole indebolire l’Ue, qualcuno dovrebbe dirlo a Matteo Salvini”.

Le parole di Draghi hanno già fatto discutere. Va preso sul serio?

Capisco che qualcuno ponga giustamente il problema dei limiti al potere della Banca centrale e dubiti dell’efficacia di questi strumenti. Io credo però che Draghi faccia sul serio. Vuole tagliare i tassi di interesse, usare il quantitative easing e addirittura assicurare una politica monetaria che sopravviva alla scadenza del suo mandato il 31 ottobre.

Un regalo all’Italia?

Senz’altro diventa un regalo anche per il governo gialloverde, anche se non è questo il suo intento. Dovremmo tutti essergli grati. Con poche parole ha messo ko lo spread regalando un po’ di ossigeno all’Italia. Chiamiamolo bazooka o bazookino, poco importa. Conta solo sapere che la Bce ha ancora strumenti per sostenere la crescita e non lasciare ferma l’inflazione all’1.2%.

Per Trump l’annuncio di Draghi è “scorretto”.

L’attacco di Trump contro Draghi non solo è feroce e immeritato, ma è anche senza precedenti. Non era mai successo nella storia moderna che un presidente americano attaccasse il presidente della Bce accusandolo di manipolare la valuta e fare concorrenza sleale come i cinesi.

Perché esporsi così?

Teme che l’euro si indebolisca contro il dollaro. Domani il comitato monetario della Federal Reserve deve decidere se tagliare i tassi o meno. Trump sta cercando di metterlo sotto pressione con un’ingerenza inaccettabile che va contro tutte le regole e indebolisce i mercati. Il suo fine ultimo è indebolire l’Europa. Qualcuno dovrebbe dirlo a Matteo Salvini.

Che è appena tornato da Washington. E sembra sicuro di avere il supporto degli americani nelle negoziazioni con Bruxelles.

Non ha alcun senso pensarlo. Come ho detto, Trump si interessa di Europa solo per indebolirla. Lui attacca Draghi, Salvini attacca la Commissione Europea, Vladimir Putin attacca l’Ue appena ne ha occasione. Mi sembra che su questo si sia creato un fronte comune.

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Cercando un’Italia migliore

In Italia molti parlano di cosa farà la politica o di come sarà il tempo. Se al mare è meglio mangiare una fetta di anguria o bere un thé freddo (ma non troppo). Intanto, c’è gente che non esce più di casa. Ci sono persone che finiscono la loro giornata, spesso ancora prima di averla iniziata. Come esistono (da sempre) i lavori usuranti, esistono anche i riposi usuranti. Abbiamo migliaia di pensionati in buona salute, a cui nessuno sa più cosa chiedere. Milioni di giovani senza lavoro e senza speranze. La sfiducia di molti italiani naturalmente non preoccupa nessuno perché gli sfiduciati, di solito, non danno fastidio. Anzi, forse uno dei motivi dell’assenza di conflitto sociale nel nostro Paese è dato dalla sfiducia e dalla paura. La Rete sta creando un mondo di solitari, che aspettano ogni giorno una parola che non arriva, come tanti Godot davanti allo schermo. Pensiamoci: qual è il primo e l’ultimo gesto della nostra giornata? Semplice, controllare le notifiche sul cellulare. E quello che una volta si chiamava mondo “reale”, oggi è un deserto. Uno dei pochi luoghi dove oggi si fa ancora vita sociale, sono i ristoranti. Che visti da fuori sembrano tanti acquari, dove ogni cliente è un pesciolino.

In realtà nessuno sembra preoccuparsi, seriamente, di una situazione del genere. Il Governo è impegnato da mesi in esercizi di ragioneria finanziaria, perché per l’Europa di oggi sembra che la vita di una nazione passi tutta attraverso il pareggio di bilancio. Due persone intelligenti, come Mario Monti e Matteo Renzi, hanno scritto due lettere al “Corriere della Sera”, rivendicando ciascuno il primato del proprio Governo, essendo riusciti a fare brillantemente “i compiti a casa”.

Forse in una situazione del genere, almeno gli intellettuali dovrebbero lanciare un segnale d’allarme. In realtà, prevale l’antica abitudine alla viltà e alla furbizia. Si preferisce non prendere posizione. Non mi riferisco al fatto di scrivere un editoriale o un articolo di commento su un grande quotidiano ma anche alla semplice discussione al bar. Oggi la parola è passata a chi ha ben poco da dire. E il segreto sta nel fatto che questi si rivolgono a un pubblico che ha poca voglia di starli a sentire. Perché, ad esempio, il filosofo Massimo Cacciari ripete in televisione, quasi ogni sera, le stesse cose? In questo modo, ogni fesseria è sempre viva e vegeta, mentre l’uso del “pensiero lungo” (come direbbe Ciriaco de Mita) sembra quasi un esercizio per presuntuosi.

Forse quello che una volta si chiamava impegno politico dei cattolici, oggi dovrebbe partire dalla reale condizione (fisica e spirituale) degli italiani. Da questo punto di vista, il Governo giallo-verde sembra assai lontano dal poter svolgere un qualunque lavoro di politica culturale, orientato al “bene comune”. E’ in corso una sorta di “rottamazione della cultura” di cui nessuno si sta occupando seriamente. La prevalenza di termini inglesi nel linguaggio corrente (rispetto all’uso dei sinonimi italiani) è imbarazzante. Conta solo lo “spread”, dato dal “sentiment” del “contest”. Solo Papa Francesco cerca, per quello che può, di riattaccare i fili della luce, delle nostre coscienze.

Oggi la contesa non è più tra destra e sinistra, tra l’una e l’altra cultura politica, ma tra tirchi e generosi, tra cinici e appassionati. Nessuno sa come andrà a finire, certamente l’esito non dipenderà dall’attuale Governo. Dipenderà da ognuno di noi e dai progetti che sapremo realizzare insieme.

Il videocatechismo della Chiesa cattolica

Sarà presentato lunedì prossimo, 24 giugno, alle ore 17 presso la Filmoteca Vaticana, il videocatechismo della Chiesa cattolica. Ne danno notizia oggi il Dicastero per la comunicazione della Santa Sede e il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, organizzatori dell’evento.

Dopo il saluto iniziale del prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini, interverranno mons. Rino Fisicchella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, e fra’ Giulio Cesareo, responsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana. A moderare l’incontro sarà Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione.

Andare a sbattere (e farsi male)

Tratto dalla rivista il Mulino a firma di Bruno Simili

Il 26 maggio, alle europee e alle amministrative, e domenica 9 giugno per il secondo turno delle comunali, gli elettori che hanno deciso di andare a votare – il 56% alle europee, il 60% in media alle amministrative – hanno in larga parte premiato la Lega di Salvini.

Ma, a livello europeo, il successo dei sovranisti che molti temevano non c’è stato, o almeno non è stato tale da alterare profondamente i rapporti di forza all’interno del nuovo Parlamento europeo. Anche nella prossima Commissione gli equilibri non saranno drasticamente diversi da quelli dell’attuale, come invece avevano sperato dalle parti del governo italiano. Cambierà la maggioranza, dovrà necessariamente ampliarsi. E questo rischia di complicare ulteriormente i meccanismi già non perfettamente oliati di una Unione certamente affaticata. Ma se nelle istituzioni europee qualcosa cambierà per l’Italia sarà molto probabilmente che il nostro Paese non avrà posti rilevanti come quelli che ha attualmente, dove occupa la casella del presidente del Parlamento, quella del “ministro degli Esteri” europeo in Commissione, quella – sopra tutte – del capo della Banca centrale. Anche la prossima Commissione europea, dunque, manterrà molto probabilmente posizioni ortodosse rispetto alla tenuta dei conti pubblici e ai limiti fissati dal patto di stabilità e crescita stipulato nel 1997 dai Paesi membri: un deficit pubblico non superiore al 3% del Pil e un debito pubblico al di sotto del 60% del Pil (o, comunque, un debito pubblico tendente al rientro). Ed è con questa realtà che oggi ancora una volta, piaccia o meno, dobbiamo e dovremo confrontarci, mentre le stime di crescita continuano ad essere sconfortanti e si fatica a tenere il rapporto debito/Pil sotto al 133%.

Già nel novembre scorso, dopo l’approvazione da parte del governo italiano del Documento programmatico di bilancio per il 2019, la Commissione europea ci aveva presentato una relazione per inosservanza grave delle raccomandazioni del Consiglio, sostenendo che fosse giustificata una procedura per disavanzo eccessivo per mancato rispetto delle regole europee sul debito. Ci fu una trattativa, nella quale emerse la linea della ragionevolezza rappresentata dal “tecnico” Tria, che tentò, con successo, di riportare il dibattito all’interno dell’esecutivo dentro i confini dei numeri e non delle ipotesi; il governo approvò modifiche alla legge di bilancio e venne così scongiurata una prima volta una procedura di infrazione.

A distanza di sei mesi siamo punto e a capo. Da un lato l’azionista di maggioranza del governo, più forte che mai, spinge per estremizzare lo scontro con la Commissione: dall’altro l’alleato pentastallato, barcollante dopo la batosta elettorale, non sembra voler tenere una linea diversa. Mentre il premier Conte, che fin qui non ha certo brillato per autorevolezza e decisionismo, tenta di apparire come l’uomo delle istituzioni, affiancando l’azione del solito ministro dell’Economia.

 

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Politiche familiari, nuovo studio UNICEF sul congedo parentale nei paesi ad alto reddito

Secondo un nuovo rapporto dell’UNICEF, Svezia, Norvegia, Islanda, Estonia e Portogallo sono i paesi, fra i 31 ad alto reddito con dati disponibili analizzati, che offrono le politiche familiari più favorevoli. Svizzera, Grecia, Cipro, Regno Unito e Irlanda sono quelli con le politiche meno favorevoli.

Realizzato dal Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF (IRC), il rapporto presenta una classifica dei paesi OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e dell’Unione Europeabasata sulle loro politiche familiari nazionali, fra cui la durata del congedo parentale retribuito e i servizi per l’infanzia dai 0 ai 6 anni.

Guardando da vicino i dati sul congedo parentale interamente retribuito in 41 Stati, il rapporto “I paesi più ricchi del mondo sostengono le famiglie? Le politiche nell’OCSE e nell’UE” (Are the world’s richest countries family-friendly? Policy in the OECD and EU), indica che solo metà di essi prevedono almeno 6 mesi di congedo di maternità interamente retribuito.

L’Estonia offre alle madri la più lunga durata di congedo interamente pagato (85 settimane), seguita da Ungheria (72 settimane) e Bulgaria (61 settimane).

Gli Stati Uniti sono il solo paese incluso nell’analisi – e uno fra i soli 8 paesi al mondo – che non ha politiche nazionali per il congedo di maternità, né per quello di paternità (non ci sono norme che ne stabiliscano l’obbligatorietà).

L’Italia è al 19° posto della classifica (dati 2016), con 25 settimane di congedo di maternità interamente retribuito, solamente il 34% dei bambini sotto i 3 anni iscritti a servizi per l’infanzia e il 93% dei bambini fra i 3 e i 6 anni iscritti a istruzione pre-scolare.

Il rapporto evidenzia inoltre che, anche quando ai padri è permesso un congedo retribuito, molti non ne usufruiscono.

In Giappone, il solo Stato che offre almeno 6 mesi di paternità interamente retribuita per i padri, solo 1 su 20 ha chiesto un congedo retribuito nel 2017.

La Corea del Sud ha il secondo periodo più lungo di congedo per i neo-papà (17,5 settimane), ma i padri sono soltanto 1/6 dei genitori che richiedono il congedo.

L’Italia risulta essere al 29° posto su 41 Stati presi in esame, con 0,4 settimane di congedo per paternità interamente retribuito

Come si evidenzia nel rapporto, il congedo di paternità retribuito aiuta i padri a creare un legame con i figli, contribuisce allo sviluppo infantile, abbassa i livelli di depressione post-partum e aumenta l’uguaglianza di genere.

Il rapporto chiede politiche nazionali che assicurino congedi di paternità retribuiti e incoraggino i padri a richiederli.

Istat: 1,8 milioni di famiglie in povertà assoluta nel 2018, picco al Sud

Nel 2018, si stimano oltre 1,8 milioni di famiglie in povertà assoluta (con un’incidenza pari al 7,0%), per un totale di 5 milioni di individui (incidenza pari all’8,4%). Non si rilevano variazioni significative rispetto al 2017 nonostante il quadro di diminuzione della spesa complessiva delle famiglie in termini reali. In gran parte questo si deve al fatto che soltanto le famiglie con minore capacità di spesa (a maggiore rischio di povertà) mostrano una tenuta dei propri livelli di spesa, con un conseguente miglioramento in termini relativi rispetto alle altre. Al netto dell’inflazione registrata nel 2018 (in media nazionale pari a +1,2%), utilizzando, quindi, gli indici 2017 di prezzo nel calcolo delle soglie, l’incidenza complessiva in termini di famiglie sarebbe stata pari a 6,8%. L’intensità della povertà, cioè quanto la spesa mensile delle famiglie povere è mediamente sotto la linea di povertà in termini percentuali, ovvero “quanto poveri sono i poveri”, si attesta nel 2018 al 19,4% (era il 20,4% nel 2017), da un minimo del 18,0% nel Centro a un massimo del 20,8% al Sud.

L’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno (9,6% nel Sud e 10,8% nelle Isole) rispetto alle altre ripartizioni (6,1% nel Nord-Ovest e 5,3% nel Nord-est e del Centro). Analogamente agli anni passati, questo fa sì che, sebbene la quota di famiglie che risiede nel Nord sia maggiore di quella del Mezzogiorno (47,7% rispetto a 31,7%), anche nel 2018 il maggior numero di famiglie povere è presente in quest’ultima ripartizione (45,1% contro 39,3% del Nord). Nel Centro si trova il restante 15,6% di famiglie povere.

Le famiglie in condizioni di povertà relativa nel 2018 sono stimate pari a poco più di 3 milioni (11,8%), per un totale di individui di quasi 9 milioni (15,0%). Rispetto al 2017, il fenomeno si aggrava nel Nord (da 5,9% al 6,6%), in particolare nel Nord-est dove l’incidenza passa da 5,5% a 6,6%. Il Mezzogiorno, invece, presenta una dinamica opposta (24,7% nel 2017, 22,1% nel 2018), con una riduzione dell’incidenza sia nel Sud (da 24,1% a 22,3%) sia nelle Isole (da 25,9% a 21,6%).

A livello individuale, il lieve calo in media nazionale (da 15,6% a 15,0%) è sintesi di dinamiche contrastanti nelle ripartizioni (da 7,4% a 8,6% nel Nord-est; da 30,8% a 25,7% nelle Isole). Su scala territoriale, Calabria (30,6%), Campania (24,9%) e Sicilia (22,5%) si confermano le regioni con la maggiore incidenza.

In mille a Udine per capire come ‘Uscire dalla solitudine e costruire relazioni’

Si tratta di un disagio che tocca tutti, giovani e anziani, uomini e donne, in qualunque fascia d’età e per i motivi più vari. Un tema che in alcuni Paesi europei è considerato una priorità: basta guardare cosa avviene in Gran Bretagna, dove esiste addirittura un ministero dedicato.

Da qui l’intenzione di ARTESS e IFOTES di portare il tema all’attenzione di cittadini e istituzioni e farlo diventare l’argomento del congresso che IFOTES organizza ogni tre anni in una diversa città europea. È così grazie alla collaborazione con il Comune di Udine – progetto O.M.S. ‘Città Sane’ il capoluogo friulano è diventato la sede del congresso internazionale IFOTES e città di riferimento per le buone pratiche di contrasto alla solitudine. Per farlo l’anno scorso è stato lanciato un biennio di eventi (2018-2020), riflessioni, approfondimenti dal titolo ‘Solitudini e no.

Insieme per il benessere emozionale e sociale’, che culminerà proprio con il convegno internazionale di luglio 2019 ‘Leaving loneliness – Building relationships’ (‘Uscire dalla solitudine-costruire relazioni’) ospitato nella città friulana, in collaborazione con Regione Fvg, Università di Udine e PromoturismoFvg.

Agroalimentare, un settore che si presta a contraffazione

Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane hanno effettuato 258 sequestri di merce contraffatta nella provincia di Salerno e confiscato 89.152 articoli falsi. Complessivamente, nell’ultimo decennio sono stati effettuati 1.984 sequestri, che hanno portato al rinvenimento di oltre un milione di pezzi falsi. La domanda di fake si concentra su prodotti tradizionali e low cost: giocattoli (31.247 articoli sequestrati nel 2018), accessori (6.165), abbigliamento, calzature, articoli di cartoleria e per la scuola. E’ quanto emerge da una ricerca del Censis realizzata per il Ministero dello Sviluppo economico.

Il mercato del falso vale a livello nazionale 7,2 miliardi di euro e sottrae più di 100.000 posti di lavoro all’economia legale. L’emersione della contraffazione comporterebbe anche un aumento del gettito fiscale, tra imposte dirette (su impresa e lavoro) e indirette (Iva), pari a quasi 1,8 miliardi di euro. La vendita al dettaglio dei prodotti contraffatti è la manifestazione più evidente del fenomeno nel salernitano. Si concentra nei mercati ambulanti rionali, nelle vie dello shopping, nei lungomare e nei luoghi di maggiore frequentazione turistica. I protagonisti della vendita sono principalmente i cittadini africani, soprattutto senegalesi e marocchini, e i bangladesi. Stretto è il legame con la vicina provincia di Napoli, da dove viene acquistata la maggior parte della merce falsa.

A Salerno si registra la presenza isolata di attività di produzione, come testimoniano le operazioni che hanno portato alla scoperta di opifici attivi nella riproduzione di articoli e gadget sportivi. Anche l’attività di stoccaggio è per lo più limitata a piccoli magazzini, dove può avvenire anche l’assemblaggio finale della merce, spesso situati presso le stesse abitazioni dei venditori.

Accanto al mercato del falso si è sviluppato un significativo mercato di prodotti non sicuri, in prevalenza di provenienza cinese. Nel 2018 ne sono stati rinvenuti più di 1,2 milioni, soprattutto giocattoli (687.000 pezzi). La presenza di numerosi prodotti tipici di qualità e certificati rende l’agroalimentare un settore a rischio di imitazione e falsificazione. Il rischio più grande viene dall’estero, dove emerge l’elevata esposizione all’Italian sounding per prodotti come i pomodori San Marzano o il limoncello della Costa d’Amalfi, con ricadute negative sulla produzione locale.

Nelle azioni di contrasto, è costante il coordinamento interforze attraverso la cabina di regia istituita presso la Prefettura. Elevata è l’attenzione al fenomeno da parte delle Forze dell’ordine, come testimonia la crescita del numero dei sequestri effettuati dalla Guardia di Finanza (+37,2% negli ultimi dieci anni) e dai risultati raggiunti nell’ambito dell’operazione “Spiagge sicure” dell’estate 2018, che ha coinvolto i due comuni di Camerota e Capaccio-Paestum, dove sono stati sequestrati 11.847 articoli per un valore complessivo di 85.000 euro. Nel 2019 “Spiagge Sicure” interesserà i comuni di Amalfi, Ascea, Centola, Maiori, Pisciotta, Positano e Ravello.

Questi sono i principali risultati della ricerca realizzata dal Censis per il Ministero dello Sviluppo economico, presentati ieri a Salerno da Amedeo Teti, direttore generale della Dg Lotta alla Contraffazione-Uibm del Ministero dello Sviluppo economico, e Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, e discussi da Andrea Prete, presidente della Camera di Commercio di Salerno, Vincenzo Napoli, Sindaco di Salerno, Fabrizio Curcio, Unità di coordinamento del Protocollo roghi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e Francesco Russo, Prefetto di Salerno.

I docenti in prima linea per prevenire il consumo di droga

Seimila docenti saranno formati con “Cuora il futuro” il progetto realizzato dal Dipartimento delle Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del Ministero dell’Istruzione Università e della Ricerca che vede il supporto scientifico anche dell’Istituto Superiore di Sanità. L’obiettivo è quello di formare i docenti per la prevenzione del consumo di droga tra gli scolari: dai danni per la salute, al rischio di incidentalità per abuso di sostanze, dai corretti stili di vita, agli strumenti di supporto.

Il corso di formazione online è già disponibile  per i docenti iscritti alla piattaforma web dedicata dove troveranno, oltre alle lezioni a distanza, anche materiali relativi alla prevenzione. Sarà così presente in ogni scuola un docente di riferimento sul tema delle dipendenze.

Il corso di formazione si inserisce nel piano di azioni per la prevenzione dell’uso di droga in età scolare. Il programma prevede anche la realizzazione di  una campagna di comunicazione e informazione destinata agli alunni delle scuole di ogni ordine e grado, ai docenti e alle famiglie, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza sulle tipologie di sostanze e ai relativi effetti nocivi per la salute con un focus anche sui nuovi sistemi di diffusione degli stupefacenti e sul ruolo svolto dai servizi di prevenzione e di assistenza.

Infine è prevista la realizzazione di attività di rafforzamento della rete territoriale tra le scuole, le istituzioni del territorio, gli enti del volontariato sociale e le famiglie, soprattutto nelle aree territoriali a rischio.

Fioroni: “Si guardi al futuro, Evitiamo che il Pd imploda”.

Caro Segretario, cari amici,

dall’ultima direzione ci separa un tempo che appare più lungo di quello reale. Avevamo pensato di aggiornare la nostra riflessione alla luce dei risultati del ballottaggio nei comuni. C’era fiducia sulla buona tenuta del partito. Possiamo essere soddisfatti? Fino a un certo punto. Si è chiusa definitivamente una fase, quella che dal 1994 ad oggi si basava sulla certezza che il radicamento della sinistra italiana a livello locale fosse l’elemento caratterizzante e garantisse l’equilibrio tra le opposte coalizioni.

I dati evidenziano con chiarezza che questa garanzia di stabilità non c’è più. Direi che abbiamo di fronte un quadro poco rassicurante. Fatichiamo, non negando la ripartenza, ovunque a tenere il passo, quasi a riprova di un inciampo, che mette in discussione le radici del nostro progetto politico.

Individuo pertanto nelle scelte del segretario, a partire dalla composizione del gruppo dirigente a lui collegato, una premura di carattere difensivo. È normale che all’incertezza proveniente dall’esterno si cerchi di contrapporre un elemento di stabilità al proprio interno. Purtroppo, anche se in apparenza comprensibile, questa risposta funziona sempre poco.

Questa mattina Nicola ha tracciato un percorso che apre una prospettiva, speriamo.

A mio avviso, affidarsi a una qualche “rassicurazione domestica”, per avere conforto tra di noi, non è la prospettiva più adeguata. Dobbiamo guardare in faccia la realtà. Se il Pd esce dai suoi elementi caratterizzanti, l’elettorato reagisce in vario modo, perlopiù astenendosi.

Il ritorno, al proporzionale, richiedeva – e quindi richiede a maggior ragione oggi – uno sforzo di aggiornamento in termini di linea politica. Il centrosinistra non è più un presupposto, insito a priori nella dialettica del maggioritario, ma un processo necessariamente articolato da costruire ogni giorno, dove l‘incontro tra sinistra e centro deve  maturare nella condivisione di scelte concrete, anche in ordine alle alleanze. In tale ottica svanisce il nesso di automaticità – direi così – che finora ha presieduto alla formazione del Partito Democratico e delle sue alleanze.

Trovo allora imprecisa la riflessione fin qui operata sul tema del “centro”. Imprecisa soprattutto perché riflette l’idea di un soggetto – il centro, appunto – pronto ad essere manipolato, senza una vera autonomia. Non è così. Sì colgono spinte di segno contrario, in gran parte animate dal desiderio di mettere tra parentesi la collaborazione con il Pd. Ciò che ha portato il PPI e la Margherita a fissare l’accordo con la sinistra appare sotto un’altra luce, in altri termini per molti, oggi nel paese e ciò mi preoccupa, viene visto come un gesto di pura sudditanza e di rinuncia ai propri valori fondanti. Più ancora, dunque, si connota problematicamente l’esperienza del Pd. Nonostante i nostri sforzi, una parte dell’elettorato intermedio ci vede attratti dal passato, dove pesa un certo connotato ideologico di vecchia sinistra. Questo vero, non vero o verosimile richiede un forte impegno per rimuoverlo.

Non è facile riaprire il dialogo con il mondo usualmente definito moderato. Sappiamo bene, per altro, che l’aggettivo suona male. È un mondo che mescola esigenze diverse, anche contrapposte, tutte legate da un rifiuto del radicalismo, dell’improvvisazione, dell’intolleranza. Un mondo, ad esempio, che recepisce con fastidio l’apertura o la chiusura alla Chiesa – penso all’abolizione dell’ora di religione – a seconda degli interessi contingenti, per puro calcolo di convenienza. Vorrei far notare che alla Conferenza internazionale, celebrata in questi giorni a Caltagirone, per i 100 anni dell’Appello ai Liberi e Forti era presente tutto il mondo cattolico, dell’associazionismo, come non si vedeva da decenni. Tajani e Musumeci hanno fatto del loro meglio per appropriarsi della figura di Sturzo. Noi non siamo stati considerati come soggetto politico ad eccezione di presenze individuali. Noi, possiamo considerare una delle più alte personalità dell’antifascismo, esule per vent’anni a motivo dell’ostilità di Mussolini, distante ed estranea alla nostra sensibilità democratica? Possiamo ignorare che per molti di noi, dirigenti e quadri del Pd sul territorio nazionale, il popolarismo sturziano costituisce – forse per utilità di tutti – una fonte primaria d’ispirazione?.

Tutto questo non è un richiamo che interessa il tessuto identitario di qualcuno, e basta; semmai è il cemento di un nuovo confronto politico sul futuro dell’Italia e per l’elaborazione del nostro piano per l’Italia. Il cattolicesimo democratico ha avuto a cuore – e lo ha ancora oggi – il destino dell’Italia. Uomini come Ezio Vanoni ed Enrico Mattei hanno illuminato e diretto, nei rispettivi campi di azione, la ripresa economica del dopoguerra. Oggi abbiamo bisogno di tornare a quelle straordinarie testimonianze di  rigore e creatività. Ma possiamo farlo se il partito che abbiamo voluto e che abbiamo costruito preserva nel suo seno il senso di appartenenza a un “riformismo autentico”, non prigioniero di inutili revanscismi a sfondo ideologico.

Il tempo stringe. Se non cogliamo i segni dei tempi, l’alternativa a questa maggioranza giallo-verde prenderà altre strade, al di là delle nostre dichiarazioni, sceglierà nuovi interlocutori, potrà forse fare anche a meno di noi, se non saremo veramente uniti. Aggrapparci ad effimere certezze vuol dire rinnegare noi stessi. Il Pd è nato da un atto di coraggio e lealtà, non può scivolare nella palude della opacità di fiducia, intraprendenza e coraggio. Non c’è un altro Pd, a portata di mano, ma solo il rischio di un pericoloso reset del nostro dna, perdendo il senso perciò di una preziosa esperienza di rinnovamento democratico, condotta con spirito di generosità e al servizio del Paese.

Quando mutano le condizioni politiche, un partito deve fare in modo che ogni sua energia aiuti a compiere le scelte più giuste. Non ci possono essere dispersioni o peggio ancora divisioni. Altrimenti incomberebbe su di noi il rischio di una fatale estromissione dai processi politici più imminenti. Qualcuno paventa una scissione, invece, per parte mia, temo l’implosione. Temo cioè che le novità ci sopravanzino, mentre restiamo attanagliati alle nostre angustie. Sapete come finisce “Il giovane Holden”? Quali sono le sue ultime parole? Quello straordinario autore che è J.D. Sallinger sembra dirle a noi con ironia e mestizia : “Dio, peccato che non c’eravate”. Questo è il nostro pericolo maggiore, che di fronte alle novità che incombono altri facciano quanto spetterebbe a noi fare. Sarebbe amaro scoprire domani, guardando indietro, che noi non c’eravamo.

E il rischio è veramente alto.

Le parole del segretario di questa mattina se si tramuteranno in fatti potrebbero rappresentare un concreto passo in avanti.

Vedremo, noi faremo la nostra parte.

Direzione Pd: stesso film, stessa trama, stesso epilogo.

Ormai non c’è neanche più la notizia come diceva quel tale. Quando si parla della Direzione Nazionale del Partito democratico, a prescindere da chi guida il partito pro tempore, la trama e’ sempre la stessa. Ovvero, botte da orbi alla vigilia tra le molteplici correnti o bande cha costellano il partito; puntuale tregua nel dibattito in Direzione Nazionale con il consueto richiamo ai contenuti, al programma, alle attese della base, richiamo all’unità contro il pericolo mortale sferrato alla democrazia dai nemici esterni – ieri il dittatore Berlusconi e oggi il dittatore, se non peggio Salvini – ; e poi dopo poche ore si ritorna puntualmente a ciò che si diceva alla vigilia. E cioè, minacce di scissione, insulti interni, delegittimazione della minoranza e accuse violenti a chi guida il partito.

Con tanti saluti ai programmi, ai contenuti, alla base, al pericolo del fascismo alle porte, alla perdita della democrazia e bla bla bla. Con le infinite correnti che ritornano protagoniste. Ah, dimenticavo. Ogni esponente o capo corrente, come da copione, si scaglia contro il correntismo esasperato e fa appelli, sempre secondo copione, per l’unità del partito perché si è “una grande famiglia e una vera comunità”. Vabbe’, ci sta.

Ora, però, al di là del solito e collaudatissimo rituale della Direzione Nazionale, resta aperto il punto di fondo. Tutto politico. E cioè, al netto del fascismo, della dittatura, della destra illiberale e autoritaria, la sinistra italiana – sempre per nobilitare “questo” Pd – ha la forza politica, culturale, programmatica e morale per ricostruire una vera, e non virtuale, alternativa politica al centro destra in questo paese? Ha la forza, “questo” Pd, per essere realmente il perno di una alleanza che non sia una banale e grottesca coalizione dove a tavolino viene deciso chi copre il fianco sinistro, chi il fianco destro e chi il fianco centrista/ cattolico come pensano Calenda e Zingaretti?

E, in ultimo, crede “questo” Pd in una alleanza che nasce dalla società, e quindi dalla lotta politica nella società, che vuole almeno tentare di mettere in discussione il granitico “blocco sociale” che oggi ruota attorno alla Lega di Salvini, al di là delle pagliacciate sul fascismo, la dittatura e la destra illiberale? Sono questi, crediamo, i temi decisivi che andrebbero affrontati una volta per tutte. Al di là delle simpatiche e divertenti riunioni della Direzione Nazionale dove tutti i capi corrente si scagliano contro le correnti o bande invocando l’unità interna e poi, uscendo dalla Direzione, tutti commentano l’incontro a nome della propria corrente.