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Brancaleone, specchio degli italiani

L’articolo di Marco Lodoli sul quotidiano vaticano identifica nell’eroe di Mario Monicelli il nostro Don Chisciotte

A volte capita che alcuni titoli di film acquistino, subito o nel tempo, la potenza di una sintesi perfetta, l’intensità di uno slogan indimenticabile: pensiamo a La dolce vita o ai Vitelloni di Fellini, oppure a I soliti ignoti, a Mucchio selvaggio, che divenne addirittura il nome di una bella rivista di musica rock, oppure La stangata, o Viale del tramonto. Tanti titoli che sono entrati a far parte del nostro vocabolario quotidiano, perché in tre parole definiscono perfettamente qualcosa che altrimenti resterebbe ancora vago e inespresso. Forse il titolo più ripetuto, sorprendente e preciso è Larmata Brancaleone: il film di Mario Monicelli del 1966 che probabilmente le giovani generazioni non hanno visto, ma che ha offerto a tutti quanti una formula straordinaria per indicare un gruppo scombinato, improbabile, un’accozzaglia di personaggi che vanno avanti a casaccio, inventando giorno dopo giorno i percorsi sbagliati e le soluzioni peggiori.

La nostra nazionale di calcio è ormai un’armata Brancaleone, ma anche certi governi lo sono stati, certe alleanze, certi gruppi senza capo né coda. Il film è semplicemente geniale, trasporta in un Medioevo scompaginato tutti i difetti degli italiani di ogni tempo e epoca. Brancaleone da Norcia è un capitano di ventura che raccoglie attorno a sé una compagine di sciamannati, tutti protesi verso l’ipotesi di una ricchezza immaginaria, tutti incapaci di agire con un minimo di assennatezza.

Incrociano la peste, carovane di esaltati, donne piacenti ma pericolosissime, nemici pronti al massacro. E Brancaleone da Norcia, un Gassman strepitoso, pretende di portare avanti quel manipolo di disperati fino a un feudo promesso e lontano seguendo le sacre regole della cavalleria.

In qualche modo Brancaleone è il nostro Don Chisciotte, ma senza l’aura di una nobiltà solitaria, senza l’eroismo e la tenerezza di chi sogna i modi e lo stile dei tempi antichi. Brancaleone è un cialtrone, un italiano vero, un improvvisatore di talento, un velleitario destinato alla rovina, e anche per questo fa simpatia e tenerezza. La forza comica e geniale del film sta molto nel linguaggio, una sorta di volgare umbro-marchigiano ancora impastato al latino e ad altri dialetti locali, un magma verbale apparentemente incomprensibile, ma che comprendiamo perfettamente. «Passiamo lo cavalcone in fila longobarda», «Cedete lo passo! Cedete lo passo tu!», «Poco songo, poco tengo, poco dongo».

È un Medioevo pasticcione, assai poco spirituale, smarrito lungo strade che vanno sempre altrove. In qualche modo sono anche loro cavalieri erranti, ma nel senso che errano di continuo, che non ne fanno una giusta. Larmata Brancaleone è la dimostrazione che si può rappresentare un personaggio comico che rasenta la tragedia, un uomo che predica bene e razzola malissimo, un incrocio di viltà, supponenza, sbruffonaggine, miseria e megalomania che dal Medioevo arriva fino a qualsiasi bar dei nostri giorni. È quasi un archetipo, l’uomo senza qualità che si immagina superiore al mondo, che prende bastonate dalla vita eppure si sente ancora speciale, superiore, unico. Quanti condottieri incapaci e roboanti abbiamo visto in questi anni, circondati da una miserabile corte di “nani e ballerine”, quanta gente che non valeva un soldo e si presentava come un grande cavaliere. Brancaleone in fondo è la classica maschera italiana, molto fumo e zero arrosto, molte pretese e nessun risultato. Forse per questo gli vogliamo bene: perché sentiamo attorno a lui il teatro buffo della vita, il sogno di un’esistenza grandiosa e le lampadine che saltano, il buio che avanza, la platea che ride e applaude.

Fonte: L’Osservatore Romano – 2 luglio 2026

Titolo originale: Un improbabile Don Chisciotte italiano