È un resoconto biografico speciale quello del filosofo e teologo russo Sergej Nikolaevič Bulgakov: gli accadimenti quotidiani — sebbene di forte rilievo — sono infatti consegnati, con discrezione, alla marginalità in funzione di una sublimata visione d’insieme, in cui la geografia dei luoghi perde l’oggettività del riferimento pragmatico e s’impone l’edificante dimensione morale.
Documento, rigoroso e prezioso, di questa prospettiva narrativa è il libro Sulla corda del silenzio. Diario spirituale (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2026, pagine 147, euro 19, traduzione e cura di Lucio Coco). Nell’introduzione, il curatore ripercorre anzitutto le tappe salienti della vita del teologo ortodosso, figura «scomoda» per i bolscevichi: nel settembre del 1922 subì un arresto con l’accusa di inaffidabilità politica e alla fine di dicembre fu allontanato dalla Russia a tempo indeterminato e inviato a Costantinopoli senza diritto di fare ritorno in patria.
Nella sua condizione di esiliato, Bulgakov sperimentò — affondato nel silenzio di zone remote e sperdute — i corrosivi effetti della tagliente lama della solitudine. Al contempo, tuttavia, da tale esperienza seppe ricavare, nel segno di una pregevole lucidità, la linfa vivificante di riflessioni illuminanti, offerte ora a beneficio dei lettori grazie all’opera meritoria di Coco.
Il punto di partenza del diario — spiega il curatore — è un classico, ovvero è quello dell’uomo che, come di consueto, pone domande a sé stesso e a Dio di fronte al mistero dell’universo e all’enigma della presenza del male. Il teologo — nel constatare la distanza che sembra talvolta separare il Signore dal mondo — invita a non cedere alla paura, la quale, ammonisce, «è un peccato e può essere un peccato mortale». Al contrario Bulgakov è confortato dalla consapevolezza che un pertugio c’è sempre. È sbagliato pensare che non vi siano vie di uscite. Dovunque, infatti, «c’è un varco sulle ali della fede, sulle ali dell’azione gloriosa e della rivelazione».
Pregnante, poi, è la sua esortazione a concepire la preghiera come un lavoro. Al riguardo, scrive: «Bisogna amare il lavoro della preghiera e mai infiacchirsi in esso. Gli uomini cercano ricreazioni spirituali, e se la grazia mostra loro il suo volto, quando essa si separa da loro si rattristano e si raffreddano nell’anima. Ma il lavoro della preghiera, insistente, assiduo e ostinato, è l’espressione del nostro autentico amore verso Dio». Altrettanto significativo è il suo giudizio sul valore dell’umiltà, definita una «scienza» che ha tanti gradini. «Il primissimo gradino — afferma — è quando si aprono gli occhi su di sé e cade quella illusione nella quale impercettibilmente è immerso un uomo sin dalla prima infanzia, quando rappresenta sé stesso. A ogni uomo Dio dà un’immagine nella quale egli può rappresentarsi nell’impresa della vita. Ma la nostra immaginazione di peccatori ci fa credere che questa immagine brilla già in noi e che solo noi la possediamo e che gli altri uomini ne sono privi». In verità, il Signore misericordioso umilia ogni uomo, dandogli lezioni di vita che gli rivelano sapientemente la sua impotenza. L’uomo non è unico, se non nei propri peccati.
Spiccano quindi passaggi del diario in cui si intrecciano la dimensione spirituale e il versante filosofico. Un connubio, questo, che si riscontra quando Bulgakov osserva che gli uomini vivono per il giorno di domani: in esso ripongono ogni loro bene, ogni loro speranza, «ma è solo il giorno di domani». Mentre «l’oggi» è donato da Dio come «una insopprimibile profondità» e nell’oggi è dato di «trovare tutto», gli uomini vivono per il futuro: essi portano su un palmo di mano questo futuro, «lo sognano, si aspettano da esso quello che oggi non viene dato loro». Tuttavia, sottolinea il teologo, questo è un sentimento «non corretto». Tutto è già dato, bisogna solo trovarlo. «In ogni attimo di tempo, in ogni giorno presente — scrive — è contenuta la vita eterna, e nella misura in cui si è iniziati ad essa di dischiudono inesauribili possibilità e scompare il miraggio e l’autoinganno del futuro». Qual è, dunque, la direzione da seguire? Bulgakov, in merito, è categorico, invitando con forza a cercare — a dispetto di timidi tentennamenti e di insidiose esitazioni — «non il futuro, ma l’eterno presente».
Fonte: L’Osservatore Romano – 8 giugno 2026
Titolo originale: C’è sempre un varco sulle ali della fede
