Home GiornaleBulgakov, l’esilio come via interiore verso l’eterno presente

Bulgakov, l’esilio come via interiore verso l’eterno presente

Nel Diario spirituale del teologo russo, il dolore dell’esilio si trasfigura in meditazione sull’uomo, sulla fede e sul mistero del tempo. Riproponiamo per gentile concessione del direttore del giornale vaticano l’articolo di Gabriele Nicolò.

È un resoconto biografico speciale quello del filosofo e teologo russo Sergej Nikolaevič Bulgakov: gli accadimenti quotidiani — sebbene di forte rilievo — sono infatti consegnati, con discrezione, alla marginalità in funzione di una sublimata visione d’insieme, in cui la geografia dei luoghi perde l’oggettività del riferimento pragmatico e s’impone l’edificante dimensione morale.

Documento, rigoroso e prezioso, di questa prospettiva narrativa è il libro Sulla corda del silenzio. Diario spirituale (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2026, pagine 147, euro 19, traduzione e cura di Lucio Coco). Nell’introduzione, il curatore ripercorre anzitutto le tappe salienti della vita del teologo ortodosso, figura «scomoda» per i bolscevichi: nel settembre del 1922 subì un arresto con l’accusa di inaffidabilità politica e alla fine di dicembre fu allontanato dalla Russia a tempo indeterminato e inviato a Costantinopoli senza diritto di fare ritorno in patria.

Nella sua condizione di esiliato, Bulgakov sperimentò — affondato nel silenzio di zone remote e sperdute — i corrosivi effetti della tagliente lama della solitudine. Al contempo, tuttavia, da tale esperienza seppe ricavare, nel segno di una pregevole lucidità, la linfa vivificante di riflessioni illuminanti, offerte ora a beneficio dei lettori grazie all’opera meritoria di Coco.

Il punto di partenza del diario — spiega il curatore — è un classico, ovvero è quello dell’uomo che, come di consueto, pone domande a sé stesso e a Dio di fronte al mistero dell’universo e all’enigma della presenza del male. Il teologo — nel constatare la distanza che sembra talvolta separare il Signore dal mondo — invita a non cedere alla paura, la quale, ammonisce, «è un peccato e può essere un peccato mortale». Al contrario Bulgakov è confortato dalla consapevolezza che un pertugio c’è sempre. È sbagliato pensare che non vi siano vie di uscite. Dovunque, infatti, «c’è un varco sulle ali della fede, sulle ali dell’azione gloriosa e della rivelazione».

Pregnante, poi, è la sua esortazione a concepire la preghiera come un lavoro. Al riguardo, scrive: «Bisogna amare il lavoro della preghiera e mai infiacchirsi in esso. Gli uomini cercano ricreazioni spirituali, e se la grazia mostra loro il suo volto, quando essa si separa da loro si rattristano e si raffreddano nell’anima. Ma il lavoro della preghiera, insistente, assiduo e ostinato, è l’espressione del nostro autentico amore verso Dio». Altrettanto significativo è il suo giudizio sul valore dell’umiltà, definita una «scienza» che ha tanti gradini. «Il primissimo gradino — afferma — è quando si aprono gli occhi su di sé e cade quella illusione nella quale impercettibilmente è immerso un uomo sin dalla prima infanzia, quando rappresenta sé stesso. A ogni uomo Dio dà un’immagine nella quale egli può rappresentarsi nell’impresa della vita. Ma la nostra immaginazione di peccatori ci fa credere che questa immagine brilla già in noi e che solo noi la possediamo e che gli altri uomini ne sono privi». In verità, il Signore misericordioso umilia ogni uomo, dandogli lezioni di vita che gli rivelano sapientemente la sua impotenza. L’uomo non è unico, se non nei propri peccati.

Spiccano quindi passaggi del diario in cui si intrecciano la dimensione spirituale e il versante filosofico. Un connubio, questo, che si riscontra quando Bulgakov osserva che gli uomini vivono per il giorno di domani: in esso ripongono ogni loro bene, ogni loro speranza, «ma è solo il giorno di domani». Mentre «l’oggi» è donato da Dio come «una insopprimibile profondità» e nell’oggi è dato di «trovare tutto», gli uomini vivono per il futuro: essi portano su un palmo di mano questo futuro, «lo sognano, si aspettano da esso quello che oggi non viene dato loro». Tuttavia, sottolinea il teologo, questo è un sentimento «non corretto». Tutto è già dato, bisogna solo trovarlo. «In ogni attimo di tempo, in ogni giorno presente — scrive — è contenuta la vita eterna, e nella misura in cui si è iniziati ad essa di dischiudono inesauribili possibilità e scompare il miraggio e l’autoinganno del futuro». Qual è, dunque, la direzione da seguire? Bulgakov, in merito, è categorico, invitando con forza a cercare — a dispetto di timidi tentennamenti e di insidiose esitazioni — «non il futuro, ma l’eterno presente».

Fonte: L’Osservatore Romano – 8 giugno 2026

Titolo originale: C’è sempre un varco sulle ali della fede