Home GiornaleCristiano e popolare, Gargani sapeva guardare avanti

Cristiano e popolare, Gargani sapeva guardare avanti

Con la fine della Dc restò fedele alle sue radici ideali. E fino  all’ultimo continuò a credere nella necessità di una presenza cattolico democratica, popolare ed europeista, capace di tornare protagonista guardando al futuro.

Di Giuseppe Gargani restano molte immagini: il parlamentare, il giurista, l’uomo delle istituzioni, il dirigente democristiano, l’europeista. A me piace ricordarlo anzitutto per una qualità che teneva insieme tutte le altre: lintegrità morale e intellettuale con cui ha attraversato stagioni diversissime della nostra vita politica.

Peppino apparteneva a una generazione per la quale la politica non poteva essere separata dalla cultura. Aveva alle spalle studi, letture, una raffinata preparazione giuridica, ma soprattutto possedeva una concezione alta della responsabilità pubblica. Il Parlamento, i partiti, le istituzioni non erano per lui strumenti da piegare alla convenienza del momento: erano luoghi nei quali la democrazia prendeva forma attraverso la partecipazione, la rappresentanza, il confronto.

Per questo la dissoluzione della Democrazia Cristiana, e poi la lunga frantumazione dellesperienza politica dei cattolici democratici, non riuscirono mai a recidere il filo che lo legava al nucleo più profondo di quella cultura. Gargani attraversò sigle, schieramenti e passaggi politici, ma non cambiò la propria bussola. Rimase un popolare, un democratico cristiano, convinto che la persona, la comunità, la solidarietà, la libertà e la giustizia sociale dovessero continuare a costituire il fondamento dell’azione politica.

Questa fedeltà, tuttavia, non aveva nulla di nostalgico. Non coltivava l’illusione che fosse possibile ricostruire ciò che la storia aveva ormai consegnato al passato. Conosceva troppo bene la politica per cedere all’incanto del “buon tempo antico”. La sua domanda era un’altra: che cosa può ancora dire quella cultura all’Italia di oggi?

Negli ultimi anni tornava continuamente su questo punto. Spendeva parole fervide per lunità dei Popolari, non per restaurare una sigla, ma per ricostruire una presenza. Avvertiva il vuoto lasciato dalla dispersione cattolico-democratica e vedeva con preoccupazione una politica sempre più affidata alla personalizzazione, alla radicalizzazione degli schieramenti e all’impoverimento dei partiti.

La sua era dunque una fedeltà rivolta al futuro. Pensava che ci fosse ancora bisogno di una forza capace di ricomporre, mediare, rappresentare; di riportare nella vita pubblica una cultura politica nutrita dal popolarismo sturziano, dalla tradizione democratico-cristiana e dal costituzionalismo repubblicano.

E questo orizzonte non si fermava ai confini nazionali. Gargani era profondamente europeista. L’Europa rappresentava per lui una scelta di civiltà, prima ancora che un’architettura istituzionale: la grande intuizione di De Gasperi, Schuman e Adenauer da custodire e rinnovare davanti alle nuove tentazioni nazionalistiche e alle spinte autocratiche.

Credo che qui si trovi la parte più viva della sua eredità. Non ci chiedeva di tornare indietro. Ci chiedeva di ripartire. Di recuperare le ragioni di una storia per misurarle con il tempo nuovo.

Giuseppe Gargani ha continuato fino all’ultimo a credere che una posizione cattolico democratica potesse rinascere e tornare a incidere nella vita pubblica italiana ed europea. È una convinzione che oggi, mentre lo ricordiamo, suona anche come una consegna.