Home GiornaleGiuseppe Gargani, l’Irpinia e una grande stagione democristiana

Giuseppe Gargani, l’Irpinia e una grande stagione democristiana

È stato al fianco di Ciriaco De Mita, Salverino De Vito, Nicola Mancino, Gerardo Bianco. Con lui si è chiusa una stagione di centralità dei partiti, di appartenenza e di amore per le proprie comunità.

Il partito e il territorio, il Parlamento e la provincia, Roma e le aree interne. Quando a maggio scorso ho appreso della scomparsa di Giuseppe Gargani, oltre alla naturale commozione, queste diadi, queste duplici direttrici sono balenate nella mia mente come impronte, orme lasciate su un lungo e glorioso percorso politico.

Insieme, con amici di elevato rango politico, culturale e umano come Ciriaco De Mita, Salverino De Vito, Nicola Mancino e Gerardo Bianco, abbiamo pensato, costruito e realizzato un’ipotesi politica – che da potenza si è poi tramutata aristotelicamente in atto, a prezzo di capacità e sacrificio – che desse forza e visibilità a queste realtà. Abbiamo messo in campo, consentitemi, un miracolo politico-istituzionale: perché, partiti dalle aree interne, osteggiati da molti, abbiamo modificato i criteri di rilevanza nel partito, nelle istituzioni, nel Paese e nei media. Le aree interne non più brutto anatroccolo, ma fucina di classe dirigente.

La raffinatissima cultura giuridica di Gargani oggi sarebbe più che mai necessaria, in tempi di sermoni populistici e securitarismi beceri. Il suo garantismo non era un feticcio, ma aveva le sue radici nell’umanesimo cristiano popolare, nella tradizione del cattolicesimo politico italiano, declinata per molti anni nella corrente di Base, la cosiddetta “sinistra politica” della Democrazia Cristiana. E aveva un sostrato culturale solido, perché era sradicamento del conflitto e tutela della dignità umana”, sulla scorta della lezione di La Pira.

Quando fui nominato Ministro della Giustizia mi disse: «Clemente, sono felice per te e sono sicuro che farai bene. Ricordati che sei dove ho sempre sognato di essere e non sono mai stato», riferendosi alla poltrona più importante di via Arenula, naturalmente la massima aspirazione per un giurista del suo calibro. Io gli risposi affettuosamente: «Io sono, caro Peppino, invece, dove mai avrei sognato di stare».

La sua intelligenza, comunque, nel corso di un curriculum politico lungo e prestigioso – in Parlamento prima, dal 1972 al 1994, e allEurocamera successivamente, per quindici anni fino al 2014 – ha rappresentato lo stile di un democristiano autentico”, che ha creduto davvero nella cultura del dialogo e nel rapporto con le comunità locali, non come strumento elettorale ma come missione, come senso del fare politico.

Su questo abbiamo camminato sugli stessi sentieri culturali, non sempre a braccetto, certo, ma alimentati da comuni radici e sempre da una stima reciproca intangibile.

Resterà con me il ricordo personale dell’ultimo incontro alla buvette della Camera. Ci salutammo con affetto, tra amarcord e quella lucida capacità di prevedere gli eventi che gli è appartenuta sempre. Con lui si è chiusa una stagione di centralità dei partiti, di appartenenza e di amore per le proprie comunità, una stagione che è nella storia politica della Campania interna.

Il filosofo contemporaneo Maurizio Ferraris dice che «una presenza conta solo se lascia tracce». Quelle di Giuseppe Gargani sono ben impresse nella cultura politica di stampo cattolico del Mezzogiorno e del Paese.