Home GiornaleDalla fine della storia al ritorno del caos

Dalla fine della storia al ritorno del caos

Guerre, crisi della democrazia e trasformazioni globali: l’Occidente scopre di non essere più “al riparo”. Una riflessione sulle radici profonde della policrisi contemporanea e sulle sue conseguenze politiche e sociali.

La fine dell’illusione occidentale

Il nostro stato d’animo davanti a una scena internazionale sempre più instabile può essere riassunto in una formula: “senza riparo”. Dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, si era diffusa l’idea di vivere nella “fine della Storia”, in un mondo finalmente stabilizzato sotto il segno delle democrazie liberali. Era un’illusione.

Negli ultimi decenni si è invece affermata una policrisi complessa: populismi, nazionalismi, autocrazie, cambiamento climatico, guerre culturali e conflitti armati alle porte dell’Europa e nel Medio Oriente. Le società occidentali non sembrano più capaci di produrre progetti di trasformazione che non scivolino verso forme di democrazia illiberale, segnate da una crescente concentrazione del potere.

Dalla crisi economica alla frattura sociale

A partire dal 2008, si è incrinato l’American way of life e con esso la percezione di sicurezza dell’Occidente. La crisi economica ha colpito le classi medie, tra le principali vittime della globalizzazione incontrollata, mentre il neoliberismo dominante ha reso più precarie le condizioni di vita.

A ciò si sono aggiunti fattori demografici, geopolitici ed ecologici, insieme alla pressione migratoria irregolare, che ha alimentato l’inquietudine delle maggioranze silenziose. Queste, nel tempo, si sono trasformate in “classi parlanti”, sempre più polarizzate e protagoniste di un nuovo conflitto politico e culturale.

L’ascesa dei populismi e la svolta autoritaria

Negli anni Dieci e Venti del nuovo secolo, il quadro politico cambia rapidamente. I populismi conquistano il governo e si afferma una destra radicalizzata, spesso portatrice di visioni xenofobe e attratta da leadership forti.

L’elezione di Donald Trump nel 2016 segna un punto di svolta: un trauma politico che incarna un mix di individualismo anarcoide, autoritarismo e potere tecnocratico legato alle Big Tech. In questa prospettiva, Trump si presenta come una figura “katechontica”, convinta di poter rallentare il declino dell’Occidente nella competizione con la Cina.

Questa trasformazione ha radici più lontane. Il berlusconismo, in Italia, aveva già anticipato una rottura istituzionale e culturale, fondata sul primato dei media e sulla personalizzazione della politica. Il leader diventa il perno del sistema, segnando l’inizio di una nuova stagione.

Dalla rivoluzione culturale al nuovo conservatorismo

Nel presente si afferma una rivoluzione conservatrice sostenuta da una classe media estesa ma inquieta, favorita dalla crisi di identità della sinistra e dall’emarginazione dei partiti moderati di centro.

Il Sessantotto, ultimo grande episodio delle rivoluzioni sociali moderne, aveva ambito a trasformare radicalmente la società. Ha inciso profondamente sui costumi e sui rapporti sociali, ma nel tempo il suo spirito libertario si è integrato nel sistema, fino ad accettare il capitalismo e il suo individualismo.

Ne è derivata una visione della vita ripiegata sul privato, orientata all’edonismo, alla sicurezza e a quelle che possono essere definite “passioni tristi”. In questo contesto, si indebolisce il primato della politica rispetto all’economia e alla tecnologia.

La società appare così sempre più incline a forme autoritarie. E tuttavia, resta uno spazio aperto: quello di una minoranza creativa che continua a credere nella possibilità che, attraverso la politica, un altro mondo sia ancora possibile.