Il pluralismo cattolico è ormai un dato di realtà
Quando parliamo del rapporto tra i cattolici e la politica o meglio, della presenza dei cattolici negli attuali partiti italiani, ne sentiamo di tutti i colori. E, del tutto legittimamente, si ascoltano le tesi più disparate e variegate. Ed è anche inutile ricamarci più di tanto sopra perchè ormai siamo di fronte, e da ormai molto tempo, ad un radicato e consolidato pluralismo politico ed elettorale dei cattolici italiani.
Ora, detto questo per realismo ed onestà intellettuale, ci sono anche – e per fortuna – delle opinioni divertenti al riguardo. Tra queste non possiamo non citare quelle del simpatico Graziano Delrio. E lo diciamo sempre nel rispetto rigoroso e quasi dogmatico di tutte le opinioni, sia chiaro.
Delrio, la Dc e il nuovo Pd
Innanzitutto, leggiamo su Repubblica che il sen. Delrio esclude in modo categorico il ritorno della Dc e dei partiti identitari del passato. Siamo d’accordo anche perchè, detto da un esponente politico che non è mai stato espressione della Dc, si tratta di una affermazione che assume ancor più significato.
In secondo luogo il Nostro conferma l’adesione e la permanenza nel Pd della Schlein, malgrado il progetto, la linea, la cultura e il profilo dell’attuale leader del Pd – e del tutto legittimamente, come ovvio e persino scontato – guardino altrove.
E non è vero, almeno secondo noi, quello che dicono i maligni. E cioè che dopo avere avuto, forse, la quasi certezza di essere ancora una volta ricandidato – malgrado i mandati e i molteplici incarichi di governo – non si va tanto per il sottile se il nuovo corso del partito è più o meno sensibile, anzi del tutto insensibile, alla cultura, alla storia e alle ragioni del cattolicesimo popolare e sociale.
La politica “fuori dai partiti”
In terzo luogo, però, in questo ginepraio resta vaga e quasi incomprensibile la proposta illustrata dal Nostro. E cioè, leggiamo, “c’è una crisi strutturale dei partiti, c’è bisogno di dare altri luoghi e forme alla partecipazione dei cittadini. Spazi liberi, non condizionati. Nel nostro caso non si tratta di trovare una via di fuga al disagio dei cattolici dentro il Pd, ma di produrre politica attraverso la cultura. Al di fuori dei partiti”.
Ok, ma che vuole dire?
Abbiamo interpellato, al riguardo, qualche esperto di concetti incomprensibili e ci ha fornito la seguente risposta, da cui, però, prendiamo nettamente le distanze. E cioè, il vecchio adagio popolare “Franza o Spagna purchè…”.
Noi non abbiamo capito e quindi, di conseguenza, non commentiamo.
La lezione contro i “cattolici professionisti”
C’è un aspetto, però, che ci permettiamo di richiamare con forza. Questa volta con profonda cognizione di causa. Molti di noi che arrivano dalla cultura e dall’esperienza del cattolicesimo sociale e popolare, cioè dalla sinistra sociale della Dc e che si sono formati attraverso il concreto e battagliero magistero di uomini come Carlo Donat-Cattin, Sandro Fontana e Franco Marini – solo per citarne alcuni – hanno sempre avuto una epidermica avversione verso tutti coloro che vantano una sorta di monopolio esclusivo della rappresentanza politica dei cattolici.
O meglio, di quelli che pensano che la migliore e più qualificata e coerente espressione dei cattolici in politica coincide sempre e comunque solo con la propria esperienza.
Personaggi che Donat-Cattin bollava come “sepolcri imbiancati” nella prima repubblica e Sandro Fontana, con maggiore eleganza nella seconda repubblica, definiva come “cattolici professionisti”.
Ecco perchè, morale della favola, quando si parla di cattolici e politica e dell’impegno politico dei cattolici, occorre avere sempre l’umiltà, l’onestà e il coraggio di non ergersi mai al di sopra degli altri e, soprattutto, di non pensare di avere una sorta di monopolio indiretto ed esclusivo di tutti coloro che si impegnano nella vita pubblica.
O meglio, di avere addirittura il monopolio della parte migliore, più coerente e prediletta. Non è così, come ovvio. Ed è bene che lo sappiano i “cattolici professionisti”. Di ieri e di oggi.
