La fragilità dei due schieramenti
L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di ieri («Alleanze fragili») propone una diagnosi che merita attenzione. Il collante del potere può tenere insieme anche forze molto distanti, ma difficilmente resiste quando le divisioni riguardano questioni fondamentali: la collocazione internazionale dell’Italia, la sicurezza dell’Europa, la politica economica e sociale. È dunque plausibile che chiunque vinca (destra o sinistra) le elezioni del 2027 incontri poi serie difficoltà nel governare.
Panebianco, tuttavia, accompagna questa analisi con la sua tradizionale diffidenza verso ogni ipotesi centrista. Una diffidenza comprensibile quando il centro diventa semplice espediente tattico, rendita di posizione o luogo parlamentare dal quale trattare alternativamente con la destra e con la sinistra. Se il centro fosse questo, la critica sarebbe pienamente fondata.
Non un “centrino”, ma una cultura politica
Il punto è capire se da tale critica debba discendere una condanna preventiva di qualsiasi iniziativa di centro. Nel mio libro, Ovunque è il centro, in uscita in questi giorni, provo a sostenere una tesi diversa. Il centro non può essere una sommatoria di “centrini”, di partiti personali e di piccoli gruppi gelosi del proprio simbolo. Deve essere anzitutto uno spazio culturale, sostenuto da valori, competenza, senso delle istituzioni e capacità di dialogo.
Non si tratta di riprodurre la competizione muscolare del bipolarismo né di preparare l’ennesima “discesa in campo”. Si tratta di riaffermare una barra dritta sui temi decisivi: la scelta occidentale ed europea, la politica estera e di difesa, il rifiuto degli avventurismi economici, la giustizia sociale, la solidarietà, la sussidiarietà, il radicamento nei territori e il contrasto a ogni radicalismo.
Un centro così concepito non insegue il potere per il potere. Cerca di contribuire alla stabilità del Paese: non quella artificiale prodotta da premi elettorali o espedienti normativi, ma quella che nasce dall’autorevolezza di una cultura politica e dalla credibilità di chi la rappresenta.
Un supplemento di riflessione
Personalmente sono fuori dalla politica attiva. Rivendico però, come cittadino e come autore di una riflessione sul centro, il diritto di interrogarmi sulla qualità della nostra democrazia e sul futuro delle nuove generazioni.
Dalla critica di Panebianco deve venire un monito severo: no al tatticismo, no alla spregiudicatezza, no alla ricerca di rendite parlamentari. Non può derivarne, però, il rifiuto pregiudiziale di un centro “armato” di valori e di visione politica.
Per questo mi permetto di chiedere a Panebianco, sempre illuminante nelle sue analisi, un supplemento di riflessione: non una censura a priori, ma un confronto su come restituire legittimità, agli occhi dell’opinione pubblica, a una politica di centro capace di servire il bene comune.

