Home GiornaleGiovani, lavoro e fuga di competenze

Giovani, lavoro e fuga di competenze

Un disallineamento strutturale tra formazione e domanda produttiva genera precarietà, sfiducia e dispersione di capitale umano, spingendo molti giovani qualificati a cercare all’estero opportunità più stabili e coerenti.

Un divario ormai strutturale

In Italia il disallineamento tra formazione e lavoro è ormai evidente. Da un lato ci sono giovani che hanno investito anni di studio, sacrifici personali e risorse familiari in percorsi scolastici, tecnici, professionali e universitari. Dall’altro ci sono imprese che dichiarano di non riuscire a reperire le figure di cui avrebbero realmente bisogno. Per molti under 35 la precarietà non è più una fase di passaggio, ma una barriera strutturale che ostacola l’accesso a un’occupazione libera, stabile, proporzionata e dignitosa e rende fragile ogni progetto di vita autonoma.

Le conseguenze sociali della precarietà

Questa fragilità incide sulle scelte quotidiane. Molti giovani rimandano l’uscita dalla famiglia di origine, rinviano decisioni abitative e familiari, rallentano o rinunciano a ulteriori investimenti nella propria crescita professionale. Il risultato è una sfiducia silenziosa, difficile da cogliere con le sole statistiche ma evidente nelle biografie: meno giovani attivi, meno nascite, più distanza tra generazioni, più forme di povertà, anche tra chi ha studiato a lungo. In questo contesto non sorprende che una parte crescente di diplomati e laureati guardi all’estero, dove l’ingresso nel lavoro è spesso più rapido e le condizioni economiche appaiono più rassicuranti.

Imprese in difficoltà: il nodo delle competenze

Dal punto di vista delle imprese, la situazione non è meno critica. Una rilevazione campionaria che abbiamo condotto con il Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale mostra che, su dieci aziende intervistate, sette segnalano difficoltà significative nel trovare personale adeguatamente formato. Le criticità emergono in particolare nei mestieri artigiani – falegnami, idraulici e manutentori – ma riguardano anche profili nuovi e altamente specializzati, come gli esperti di intelligenza artificiale e le figure tecnicodigitali avanzate. Non manca semplicemente “mano d’opera”: manca l’incontro tra ciò che i percorsi formativi offrono e ciò che i contesti produttivi chiedono, anche in termini di riconoscimento economico e di organizzazione del lavoro.

Spreco di capitale umano e responsabilità del sistema

Se guardiamo agli investimenti complessivi nella formazione – il tempo dei giovani, i sacrifici delle famiglie, le risorse pubbliche per scuole, percorsi tecnici, formazione professionale e università – questo disallineamento assume i tratti di uno spreco di capitale umano. Il Paese forma competenze che poi non sempre riesce a utilizzare. Per questo riteniamo che i dati sul mismatch non debbano restare confinati nei rapporti di studio: devono entrare nelle scuole, nei percorsi di orientamento, nei momenti in cui ragazze e ragazzi decidono come specializzarsi e quale professione provare a realizzare con i propri “talenti”. Un’informazione chiara sui fabbisogni delle imprese è condizione essenziale per accompagnare scelte più consapevoli e ridurre la distanza tra aspettative e opportunità.

Il ruolo delle associazioni e il progetto Co.N.A.P.I.

In questa prospettiva, le associazioni di categoria hanno un compito decisivo: farsi ponte stabile tra sistema produttivo, mondo educativo e attori della formazione professionale. Significa mettere a disposizione la conoscenza dei territori e dei mestieri, contribuire a definire i profili professionali, aiutare scuole e famiglie a comprendere quali competenze saranno davvero richieste nei prossimi anni. Dentro questa responsabilità si colloca il progetto “Studio sui fabbisogni aziendali e formativi” del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, costruito insieme a una rete di partner della formazione.

Un lavoro comune per trattenere il futuro

L’obiettivo del progetto è ascoltare in modo strutturato i bisogni di personale e di competenze delle realtà produttive italiane, a partire dal mondo artigiano e dalle micro e piccole imprese. La ricerca prevede una prima fase, oggi in corso, dedicata agli enti di formazione e alle società di consulenza, mentre una seconda fase rivolta direttamente alle imprese. Da questo lavoro scaturirà un Rapporto nazionale sui fabbisogni aziendali e formativi, pensato come strumento operativo per imprese, attori formativi e istituzioni, in una prospettiva di economia civile che rimetta al centro la persona e la dignità del lavoro.

Partendo da tale prospettiva, il contributo degli enti di formazione e delle società di consulenza non è accessorio, ma parte integrante della risposta al problema che abbiamo descritto. La fase preliminare del progetto si fonda infatti sulla loro capacità di raccontare che cosa nei percorsi formativi aiuta davvero le persone a entrare nel lavoro e che cosa, invece, li lascia ai margini o li spinge a guardare altrove. Per questo li invitiamo a partecipare compilando il questionario disponibile. Non si tratta di aggiungere un adempimento statistico, ma di assumersi una responsabilità condivisa: leggere meglio, insieme, le radici del mismatch occupazionale e aprire spazi di lavoro e di futuro in cui le nuove generazioni possano pensare l’Italia non come un Paese da cui fuggire, ma come un Paese in cui valga la pena restare.

 

Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale