I giorni passano, la tregua regge ma i negoziati non decollano, ovunque essi si stiano svolgendo, in modo informale e non ufficiale. Lo Stretto di Hormuz rimane bloccato, il prezzo del barile aumenta. Il braccio di ferro tra i due avversari, desiderosi entrambi di chiudere le ostilità ma impossibilitati a dirlo, prosegue e rischia di fossilizzarsi.
Trump tra costi di guerra e consenso interno
Il problema di Trump è noto: il costo della guerra che lui ha voluto – a ciò indotto, non si sa bene con quali segrete argomentazioni del premier di Israele – sta divenendo imponente. Il prezzo che i suoi connazionali pagano, illustrato al meglio da quello del gallone di benzina, si sta trasformando in un fattore di possibile sconfitta alle elezioni di novembre, almeno secondo i sondaggi.
Deve quindi chiudere, ma vantando una vittoria plausibile e accettabile per l’americano medio. Impresa difficile. Anche perché, più minaccia la distruzione del nemico con parole violente e immagini ridicole ma offensive, più perde credibilità, mostrando al contrario debolezza.
Iran diviso: politica contro Pasdaran
Il problema della Repubblica Islamica è invece la crescente divisione interna tra l’ala “riformista” – rappresentata dal presidente Pezeshkian, dal presidente del Parlamento Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Araghchi – e quella dei Pasdaran.
Questi ultimi si sono rafforzati con la guerra e con la leadership invisibile della nuova Guida Suprema, a loro più legata rispetto al suo autorevole predecessore, ucciso il 28 febbraio. Le Guardie della Rivoluzione prosperano nel conflitto e nella radicalizzazione dello scontro, e non hanno interesse a chiudere la guerra. Il ceto politico, invece, deve fare i conti con una situazione economica sempre più difficile.
Il mediatore e l’ombra della Cina
In questo scenario, incorniciato da una sfiducia reciproca ormai profonda, probabilmente insuperabile, appare improbo il compito del mediatore pakistano. Il suo unico punto di forza è la consapevolezza, condivisa da entrambe le parti, che dietro Islamabad vi sia la Cina, interessata a una pacificazione che consenta la piena ripresa dei commerci internazionali.
Il problema principale agli occhi del mondo è Hormuz, divenuto un asset iraniano potentissimo proprio a seguito dell’attacco israelo-statunitense. Il doppio blocco – iraniano a nord, americano a sud – sta determinando una crisi che, se non si sbloccherà rapidamente, rischia di provocare una recessione globale.
Gli Stati Uniti, garanti storici della libertà di navigazione, non possono accettare una simile limitazione, soprattutto in uno snodo vitale del commercio mondiale. Ma, paradossalmente, hanno contribuito a creare le condizioni per il controllo iraniano dello Stretto. Costringere Teheran a rinunciare a questo vantaggio è difficile, ma indispensabile.
Il nodo decisivo: il nucleare
All’origine del conflitto vi è però la questione nucleare. Ed è questo il vero nodo. Teheran non intende rinunciare all’uso civile dell’energia nucleare, mentre Washington punta alla dismissione completa del programma, con uno stop almeno ventennale: una richiesta inaccettabile per l’Iran.
A complicare il quadro vi sono i 400 kg di uranio arricchito al 60% presenti sotto il sito di Isfahan, nonostante l’attacco missilistico americano dello scorso giugno. Un elemento decisivo sul tavolo negoziale.
Accanto al nucleare, resta la questione del programma missilistico iraniano, ritenuto essenziale per la difesa nazionale. È difficile immaginare che Teheran accetti un ridimensionamento. Potrebbe tuttavia diventare una leva negoziale per gli Stati Uniti.
Sul tavolo vi sono inoltre le richieste iraniane: fine delle sanzioni, sblocco dei beni congelati, ristoro dei danni subiti e garanzie giuridiche sulla durata dell’accordo. Tutte questioni di difficile soluzione.
Il fattore Israele e il fronte libanese
Sullo sfondo, ma non troppo, si muove Israele, determinato a proseguire il conflitto e ad allargarlo, come dimostra il coinvolgimento del Libano. La lotta contro Hezbollah resta prioritaria. I proxy iraniani sono parte integrante del quadro.
È difficile immaginare che Teheran accetti un accordo che non includa la fine dei bombardamenti nel Libano meridionale e a Beirut, anche per il peso politico dei Pasdaran, padrini ideologici e militari di Hezbollah.
Hormuz, nucleare, missili, sanzioni, Libano. L’elenco delle questioni aperte è lungo e complesso. Troppo complesso.
La sfiducia reciproca tra i contendenti prevale su tutto. Ed è questa, più di ogni altra cosa, a rendere il negoziato quasi impossibile. Purtroppo, per il mondo intero.
