Home GiornalePrimo Maggio. Lavoro o armi? La scelta che decide il futuro

Primo Maggio. Lavoro o armi? La scelta che decide il futuro

Dal messaggio del cardinale Roberto Repole per il Primo Maggio emerge una questione cruciale per l’Italia e l’Europa: evitare la deriva bellica, difendere il lavoro e costruire una politica di sviluppo e pace.

Un allarme che nasce da Torino

L’inquietudine espressa dall’arcivescovo di Torino, card. Roberto Repole, in occasione del Primo Maggio, sul rischio di una strisciante riconversione bellica dell’industria civile piemontese, che rischia di trasformare Torino dalla città dell’auto, che era, in una città delle armi, interpella non solo la politica locale, dove pure ha dato vita a un dibattito costruttivo e non prevenuto fra le forze politiche, il mondo economico e della ricerca.

Questo messaggio interpella più che mai anche la politica nazionale e internazionale. Infatti, tocca uno dei tratti fondamentali di questa epoca di contrastato passaggio a un nuovo ordine globale multilaterale: il ritorno a un quadro che ammette la guerra come una concreta opzione, e a una cultura che cerca di legittimarla, presentandola come evento probabile, se non addirittura inevitabile, cui prepararsi sin dal presente, spesso facendo ricorso a narrazioni che dipingono il nemico di turno come privo di razionalità, armando le parole, come diceva Papa Francesco, e abbattendo in tal modo i ponti della diplomazia.

La politica davanti a un bivio storico

In questo scenario, mi pare che le parole di Repole al territorio della sua diocesi riflettano preoccupazioni comuni a tutti. Appare sensato l’invito a reagire per tempo, ossia prima che sia storicamente irreparabile, a una deriva che coinvolge l’intero Paese, l’Europa come continente e il Mediterraneo allargato.

E la risposta a questo invito va formulata in termini laici e con il senso della concretezza che è una virtù politica, in modo dialogante anche fra sensibilità distanti.

Cosa può fare la politica per evitare che non ci si abitui mai alla guerra? Come coniugare la necessità di mantenere una industria pubblica della difesa, avanzata nella ricerca, aperta alle applicazioni civili, con l’obiettivo di ridurre la produzione di strumenti di morte e riprendere la riconversione civile dell’industria bellica anziché viceversa, come sta accadendo da qualche anno?
Come percorrere la via di più strette forme di collaborazione fra Paesi membri dell’Ue in materia di difesa, mettendola al riparo dalla retorica sui riarmi nazionali, quello tedesco in primis, e riaffermando la natura strettamente difensiva del progetto di difesa europeo?
Come riavviare un ciclo economico basato su una più equa remunerazione del lavoro e sulla produzione di beni utili alla vita anziché alla sua distruzione e a quella dell’ambiente?

Sono solo alcune delle sfide a cui guardare.

Un modello di sviluppo da ripensare

Le parole di Repole si inseriscono in un quadro internazionale che rende il suo appello particolarmente urgente, con la spesa militare pericolosamente in crescita a fronte di costanti tagli alla spesa sociale e agli investimenti per scopi civili.

Dunque, il messaggio del card. Repole costituisce un forte appello alla responsabilità collettiva. In un mondo sempre più dominato da logiche di riarmo, il suo monito a non rassegnarsi e a scegliere un futuro di pace e di lavoro che non sia fondato sulla produzione di strumenti di morte è un invito che interroga tutti, credenti e non.

La sua disponibilità al dialogo è un’esortazione a costruire insieme un modello di sviluppo in cui «non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra», per non affidare «alla guerra le speranze del nostro territorio», dell’Europa — che questa ricetta l’ha ampiamente già sperimentata nella prima metà del Novecento — e di un mondo ormai cresciuto con nuovi protagonisti che attendono un equo riconoscimento e non risposte unicamente muscolari, che rischiano di creare sviluppi fuori dalla capacità delle parti in conflitto di essere gestiti.