di Marco, Paolo, Giuseppe e Giorgio
C’è un modo di ricordare Peppino Gargani che passa per la sua storia politica, per il contributo che – spesso dietro le quinte – ha dato a questioni fondamentali della Prima e della Seconda Repubblica. Ma poi ce n’è un altro – di cui soltanto noi, i suoi amati nipoti, possiamo dare testimonianza – che passa per gli scherzi, per una piccola deriva a vela, per un mazzo di carte, per gli insegnamenti dati senza mai chiamarli così. E qualche volta, sì, anche per una cucina.
Nonno Peppino era innamorato di quel magico mare di Sardegna, a Stintino, in un modo che non ammetteva mezze misure. Come tutti gli innamorati, aveva bisogno di contagiare gli altri. Ci è riuscito: ci portava sul suo barchino a vela, uno a uno, e in quelle ore imparavamo qualcosa che non aveva niente a che fare con la vela. Imparavamo che qualcuno aveva tempo per noi, che si poteva stare in silenzio insieme.
Ci spiegava il vento con la pazienza di chi non ha fretta di essere capito subito e ci lasciava sbagliare la manovra senza mai alzare la voce. Ci ha insegnato a leggere il mare prima di uscire e a capire quando era il caso di rientrare: due cose che, ci accorgiamo adesso, non riguardavano soltanto la vela. Oggi nessuno di noi riesce a guardare quel mare senza vederlo lì, con la mano sul timone.
Ed è lo stesso nonno che a Natale teneva banco al sette e mezzo, che bluffava dicendo «Sto benissimo!» con un misero quattro, e rilanciava, e si divertiva più di noi, in partite lunghe ore che avevano la solennità di un rito. Non ci lasciava mai vincere, e quello era il suo modo di rispettarci.
Quel nonno che, nelle interminabili ore a tavola nelle “feste comandate”, ci prendeva in giro con una faccia serissima; che aspettava che ci cascassimo tutti prima di scoppiare a ridere per primo.
Amava cucinare i suoi bucatini all’amatriciana, che difendeva e lodava come una questione di principio: era un piatto unico e chiunque avesse osato suggerire una variante riceveva uno sguardo di paziente compatimento. Li preparava con la stessa cura e dedizione per chiunque sedesse alla sua tavola, perché lì sedeva tutta la sua vita insieme: dai politici con cui tesseva le tele democristiane e post-democristiane agli amici di una vita, fino ai nostri amici, che accoglieva con gioia, senza compartimenti.
Sono dettagli piccoli, lo sappiamo. Una barca, un mazzo di carte, uno scherzo, un piatto di pasta. Ma è di dettagli piccoli che è fatta l’eredità vera di una persona, quella che non finisce negli archivi.
Le cose più importanti che nostro nonno ci ha lasciato non sono state dette a parole. Ce le ha mostrate.
Ci ha mostrato cosa significa amare una donna per una vita intera, con una dedizione che a noi nipoti sembrava semplicemente il modo in cui il mondo funzionava e che solo crescendo abbiamo capito essere una cosa unica, ancor più che rara.
Ci ha mostrato cosa significa mettere la famiglia al centro non a parole, ma nell’uso concreto del proprio tempo, che è la sola valuta che davvero possediamo. Ci ha mostrato cosa vuol dire essere un uomo: presenza, responsabilità, tenerezza senza vergogna.
Non ci ha mai fatto una lezione su questo. Ci ha semplicemente vissuto davanti, ogni giorno, e ha lasciato che guardassimo. E ha fatto in modo che ognuno di noi, per quanto diverso dagli altri, si sentisse guardato a sua volta.
Adesso che non c’è più, scopriamo che tutto quello che sappiamo di importante l’abbiamo imparato osservandolo.
Ne custodiremo il ricordo, noi quattro nipoti, come le decine di migliaia di elettori che lo hanno sostenuto e che lui ha seguito per tutta la vita, proprio come noi.

