di Angelo Palmieri e Marco Zabotti
Partire da una domanda scomoda
Quando si parla di «ruolo del cristiano oggi», capita spesso di sentire due reazioni opposte e ugualmente sterili. Da una parte c’è chi tira fuori un elenco di valori astratti, la dignità, la solidarietà, il bene comune, e li ripete come un mantra, senza che tocchino terra. Dall’altra c’è chi si chiude in un pessimismo apocalittico, come se il mondo fosse irredimibile e l’unica cosa da fare fosse custodire la propria ortodossia in attesa della fine.
Nessuna delle due posizioni convince. E quando cerchiamo una terza via, ci ritroviamo a ripensare a Giuseppe Toniolo, un professore di economia politica nato a Treviso nel 1845, vissuto a Pisa e qui morto nel 1918, sepolto per sua espressa volontà a Pieve di Soligo (Treviso, diocesi di Vittorio Veneto), città natale della moglie Maria Schiratti, beatificato nel 2012 in virtù della guarigione miracolosa per sua intercessione di un giovane imprenditore, Francesco Bortolini, proprio di Pieve di Soligo.
Un cristiano laico in pienezza, sposo e padre, che sin da giovane voleva “farsi santo”, proprio lui, il primo economista nella storia della Chiesa a salire agli onori degli altari. che non ha scritto romanzi, non è morto martire, non ha fondato comunità monastiche.
Ha insegnato, ha scritto saggi, ha organizzato convegni, ha promosso la cooperazione, ha fondato l’Unione Cattolica per gli Studi Sociali, ha presieduto l’Unione popolare dopo lo scioglimento dell’Opera dei Congressi, ha ispirato la nascita dell’Università Cattolica, ha proposto la nascita di un Istituto cattolico di diritto internazionale per la pace, negli anni della Grande Guerra, è stato artefice dell’idea di “democrazia cristiana” nella logica del bene di tutti e di ciascuno, “a prevalente vantaggio delle classi più deboli”. Sembra poco, eppure il suo pensiero è di una attualità straordinaria, effettiva, che quasi imbarazza.
Cosa dice davvero Toniolo
Toniolo parte da una constatazione semplice: l’economia non è una scienza neutra. Quando i liberali del suo tempo dicevano che il mercato si regola da solo, lui rispondeva che dietro ogni transazione commerciale ci sono persone in carne e ossa, con famiglie, bisogni, fragilità. E quando i socialisti proponevano la statalizzazione totale, lui obiettava che lo Stato non può sostituirsi alla libertà delle persone e delle comunità locali.
La sua proposta, che oggi chiameremmo «economia civile» o «economia di comunione», si regge su tre pilastri che vale la pena ricordare senza orpelli:
Il primato dell’etica sull’utile. Non è vero che «il fine giustifica i mezzi» in economia. Se un’impresa produce ricchezza ma distrugge le famiglie dei lavoratori o avvelena il territorio, quella ricchezza è falsa. Toniolo lo diceva nel 1890, quando sembrava un’eresia. Oggi, dopo le crisi finanziarie del 2008 e la crisi climatica, sembra quasi un’ovvietà, eppure continuiamo a non applicarla.
La sussidiarietà e i corpi intermedi. Lo Stato non deve fare tutto, ma neppure deve lasciare tutto al mercato. In mezzo ci sono le famiglie, le cooperative, i sindacati, le associazioni di volontariato, le parrocchie. Toniolo chiamava queste realtà «forze sociali» e le considerava il vero tessuto della democrazia. Senza di esse, l’individuo è solo davanti al potere e al denaro.
La politica come servizio, non come carriera. La frase « la politica è la forma più alta della carità » viene spesso attribuita a Paolo VI o a La Pira, ma il concetto è profondamente tonioliano. La politica, per Toniolo, è il luogo dove si costruiscono le condizioni strutturali perché la carità non sia più necessaria, o almeno, perché non debba essere l’unica risposta all’ingiustizia.
Fin qui, il quadro è chiaro. Ma la domanda che ci poniamo è: questo pensiero basta? E soprattutto, può dialogare con figure molto diverse tra loro, alcune delle quali apparentemente lontanissime dal mondo cattolico dell’Ottocento italiano?
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