Home GiornaleGiustizia minorile, Save the Children: «Non trattiamo i ragazzi da adulti»

Giustizia minorile, Save the Children: «Non trattiamo i ragazzi da adulti»

La riforma dell’imputabilità dei minori è distorsiva. La sicurezza va tutelata senza sacrificare la funzione educativa della giustizia minorile.

Il Governo inverte la presunzione

Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che interviene sull’articolo 98 del codice penale e modifica un punto delicato dell’ordinamento minorile. L’età minima per l’imputabilità resta fissata a 14 anni e non vengono aumentate le pene, ma cambia il criterio con cui viene valutata la responsabilità penale dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni.

Come ha spiegato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, la novità consiste nella «presunzione di imputabilità»: la capacità di intendere e di volere del minorenne viene presunta fino a prova contraria. Si tratta, ha precisato il Guardasigilli, di una presunzione relativa e non assoluta. In sostanza viene invertito l’onere dell’accertamento rispetto al sistema vigente, nel quale spetta al giudice verificare positivamente, caso per caso, la maturità del ragazzo al momento del fatto.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sintetizzato la filosofia dell’intervento affermando che «chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne», sostenendo la necessità di una risposta più netta nei confronti di chi, anche a 15 o 16 anni, commette aggressioni, rapine o devastazioni. Il provvedimento, trattandosi di un disegno di legge, dovrà ora essere esaminato e approvato dal Parlamento.

È proprio su questo cambiamento di prospettiva che interviene Save the Children, esprimendo una valutazione fortemente critica.

«Presumere sempre l’imputabilità non è una risposta ragionevole»

«Presumere sempre l’imputabilità del minorenne non è una risposta ragionevole», sostiene Save the Children, secondo cui la riforma rischia di produrre una vera e propria «adultizzazione» del sistema della giustizia minorile.

L’organizzazione richiama innanzitutto i numeri. Le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni, pronunciate dal giudice dell’udienza preliminare, sono diminuite da 256 nel 2004 a 110 nel 2014 e appena 60 nel 2024. Ancora più significativo il dato relativo ai proscioglimenti pronunciati per la stessa ragione dal Tribunale per i minorenni: nel 2024 sono stati soltanto quattro.

«Di fronte a questi numeri», osserva Save the Children, appare difficile giustificare una limitazione della discrezionalità del giudice minorile, tanto più dopo diversi interventi legislativi che hanno già inciso sul sistema.

Il punto sollevato dall’organizzazione riguarda dunque la filosofia stessa della giustizia minorile: «La violenza giovanile rappresenta una sfida complessa che non può essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti».

Considerare normalmente imputabile un ragazzo ultraquattordicenne rischierebbe infatti di suggerire che la risposta dello Stato agli illeciti commessi durante l’adolescenza possa essere sostanzialmente assimilata a quella prevista per gli adulti, mettendo in secondo piano la particolare condizione evolutiva del minore.

Non si tratta di un principio marginale nella tradizione giuridica italiana. La Corte costituzionale ha ricordato che l’articolo 98 del codice penale pone al giudice il problema concreto dell’accertamento della capacità di intendere e di volere del minore ultraquattordicenne, legandola al suo sviluppo psicofisico. Se tale capacità esiste al momento del fatto vi è imputabilità, con la diminuzione della pena prevista per la minore età; se invece manca, viene meno l’imputabilità.

In una significativa sentenza del 1987 la stessa Corte sottolineò inoltre la particolare rilevanza delle garanzie riconosciute ai minorenni, osservando come una presunzione di imputabilità possa esporre il ragazzo al rischio di processo e condanna anche quando non abbia raggiunto un grado sufficiente di capacità di intendere e di volere.

«La sfida è avere meno autori di reato, non processarne di più»

È qui che la critica di Save the Children diventa anche una proposta di politica sociale. «La sfida è che ci siano meno autori di reato, non che ne siano processati di più».

La sicurezza della collettività, secondo l’organizzazione, non viene negata né subordinata alla tutela del minore. Al contrario, dovrebbe essere perseguita attraverso strumenti capaci di incidere sulle cause della violenza giovanile. Per questo «la tutela della collettività e la prevenzione richiedono interventi strutturali sulle dinamiche educative e relazionali dei giovani, non un’estensione della risposta penale».

Il modello italiano della giustizia minorile è stato costruito attorno alla finalità educativa, alla possibilità di recupero e alla concezione della sanzione penale come extrema ratio. Limitare la possibilità del giudice di valutare concretamente la maturità dell’imputato significherebbe, secondo Save the Children, indebolire proprio quella specializzazione che distingue il procedimento minorile da quello ordinario.

La questione investe anche principi costituzionali più generali. Ancora nel 2026 la Corte costituzionale ha ribadito che il principio di colpevolezza discende dall’articolo 27 della Costituzione e richiede che la pena presupponga una reale possibilità di muovere all’autore un rimprovero per il fatto commesso. La responsabilità penale deve inoltre essere individualizzata e calibrata sulla situazione concreta della persona.

Da qui l’appello finale di Save the Children a un «cambio di paradigma da parte della politica e dell’intero mondo adulto»: meno affidamento esclusivo sul diritto penale e maggiori investimenti nell’ascolto, nella prevenzione e nella partecipazione.

Servono, secondo l’organizzazione, «comunità educanti solide e responsabili», sostegno alla genitorialità, sportelli di ascolto nelle scuole e maggiori opportunità culturali, sportive e sociali. Perché, conclude Save the Children, «una risposta che penalizza i percorsi di crescita dei ragazzi e delle ragazze senza affrontare le radici della violenza semplicemente non funziona».