Home GiornaleL’attivismo dei cattolici e il ruolo dei Vescovi: il caso di Torino

L’attivismo dei cattolici e il ruolo dei Vescovi: il caso di Torino

Nel tramonto dell’unità politica e del collateralismo, a Torino e in Piemonte emerge un rinnovato protagonismo cattolico. Il magistero dei Vescovi interpella ora la responsabilità autonoma del laicato nella vita pubblica.

Oltre l’unità politica e il collateralismo

Tutti sappiamo, da svariati lustri, che l’unità politica dei cattolici – anche se in Italia non è mai esistita neanche ai tempi della lunga stagione della Democrazia Cristiana – è legata ad un mero ricordo storico del passato. Al contempo, è sufficientemente noto che il collateralismo, laicamente inteso, di larghi settori del mondo cattolico italiano con un partito – qualunque esso sia – è tramontato da decenni. E, di conseguenza, non si può non aggiungere che ormai si è consolidato un pluralismo politico e elettorale dei cattolici che nessuno può più mettere in discussione.

Detto questo per onestà intellettuale, non possiamo non evidenziare che, seppur in mancanza di un partito popolare di ispirazione cristiana, pur registrando l’assenza ormai persistente di una autorevole rappresentanza di area cattolica popolare e sociale nei diversi partiti italiani, pur prendendo atto di una crisi quasi sistematica delle formazioni politiche centraste – campo dove i cattolici hanno sempre giocato un ruolo politico e culturale non indifferente – non si può non cogliere un fatto oggettivo. Soprattutto a Torino e in Piemonte. Ovvero, un rinnovato protagonismo politico e culturale dei cattolici nella vita pubblica locale.

 

Il magistero dei Vescovi piemontesi

La domanda, a questo punto, quasi si impone. E cioè, qual’è la leva decisiva che spinge e giustifica questo protagonismo politico e culturale dei cattolici, seppur non ancora partitico o di schieramento politico? La ragione, almeno credo, non è affatto riconducibile al profilo dei vari partiti – che, come ben sappiamo, sono per lo più dei meri contenitori elettorali o partiti dichiaratamente personali o del capo – e nè, tantomeno, ad un pensiero culturale diffuso nelle retrovie dell’area cattolica o nello stesso associazionismo cattolico di base. La ragione, forse, va rintracciata nella concreta predicazione e nel magistero autorevole ed incisivo dei vescovi piemontesi. O perlomeno di alcuni vescovi piemontesi. A cominciare dall’arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole. Una predicazione non affatto politica o funzionale ad un progetto politico definito e specifico. Al contrario, si tratta di una predicazione che parte dai problemi reali a cui si cerca di dare una risposta – nè politica e nè di schieramento, lo ripeto a scanso di equivoci – e che interpella direttamente chi esercita un‘attività politica ed amministrativa. Certo, Torino e la sua provincia storicamente hanno avuto vescovi ed arcivescovi che hanno lasciato un segno profondo nella società e, nello specifico, nell’area cattolica di questi territori. Un magistero che è andato oltre il recinto territoriale delle rispettive diocesi e che ha influenzato, piaccia o non piaccia, la stessa evoluzione del dibattito politico, culturale ed amministrativo. Certo, nulla a che vedere con ciò che capitava nella cosiddetta prima repubblica dove la voce e il messaggio di un vescovo erano, di norma, un chiaro monito alla classe dirigente della Democrazia Cristiana. E non solo della Democrazia Cristiana.

 

Adesso tocca al laicato cattolico

Ma, in un contesto profondamente mutato e caratterizzato da nuovi soggetti e, soprattutto, da nuove modalità politiche ed organizzative, tocca adesso al laicato cattolico nelle sue diverse articolazioni, nel rispetto rigoroso della distinzione dei piani e anche nella presa d’atto di un pluralismo ormai radicato nella società italiana, assumere una iniziativa che sia in grado di non disperdere il prezioso insegnamento che arriva dall’episcopato torinese e piemontese. Perchè non si tratta di riproporre, come ovvio, un nuovo e moderno collateralismo o, peggio ancora, un interventismo fuori luogo e fuori tempo. Molto più semplicemente, si tratta di far sì che la cultura, il pensiero e la tradizione del cattolicesimo politico – democratico, popolare e sociale – ritornino a far breccia anche nella cittadella politica locale. Torinese e piemontese. Anche, e soprattutto, per rafforzare ed irrobustire la qualità della nostra democrazia.