Una sinistra ferma allo spartito di sempre
C’è una sinistra italiana che canta ancora Bella Ciaocome fosse un programma di governo. Il problema non è la canzone, che resta bellissima e va difesa come patrimonio; il problema è che a furia di intonarla ci si dimentica di scrivere il resto dello spartito. Nel frattempo il ceto medio, quello vero, non quello raccontato nei convegni, si sta consumando sotto gli occhi di tutti: la letteratura sociologica degli ultimi vent’anni — dai rapporti Censis di De Rita ai lavori di Luca Ricolfi sulla “società signorile di massa” fino alle analisi di Aldo Bonomi sul disagio dei ceti intermedi — dice la stessa cosa da posizioni diversissime: il potere d’acquisto si erode, il ceto medio si polarizza tra chi tiene e chi scivola, e nessuno, a sinistra, sembra aver messo questo tema al centro di un progetto. Si preferisce la rendita simbolica dell’indignazione morale a quella, più faticosa, dell’analisi sociale.
Il perimetro della ZTL scambiato per l’Italia
E poi c’è il piccolo, enorme dettaglio geografico: questa sinistra non è mai uscita, davvero, dalla ZTL. Non nel senso urbanistico, ma nel senso che pensa il Paese a partire dai quartieri dove abita, parla, insegna, scrive. È una sinistra da centro storico che scambia il proprio perimetro per l’Italia intera e, quando prova a parlare alle periferie, lo fa con lo stesso tono con cui un antropologo descrive una tribù: con simpatia, ma da fuori.
Immigrazione: un valore senza un progetto
Sull’immigrazione, poi, la confusione è quasi ammirevole nella sua costanza. Nessuno può mettere in discussione il valore dell’accoglienza e dell’inclusione — chi scrive è un cattolico democratico e su questo non transige — ma un valore non è un piano politico. E il piano, quello autentico, in Italia non lo ha scritto quasi nessuno da tempo: si naviga ancora tra l’eredità della legge Turco-Napolitano del 1998 e i correttivi securitari della Bossi-Fini del 2002, due impianti pensati per un Paese e un contesto migratorio che non esistono più, senza che nessuno abbia avuto il coraggio di dire: ripartiamo da zero, con una legge pensata per il 2026 e non per il secolo scorso.
Il disagio giovanile e il megafono di Vannacci
E il disagio giovanile? Il vuoto esistenziale, la dispersione scolastica, i NEET, la salute mentale degli adolescenti: sono la vera grande questione strutturale del Paese, e semplicemente non esistono nell’agenda. Nulla. Silenzio. Mentre a destra c’è un generale in pensione, Roberto Vannacci, che ha capito prima di tutti una cosa semplicissima: in un Paese senza narrazione, vince chi urla più forte una qualsiasi narrazione. Non un’idea, un umore. Non un progetto, un ringhio. I suoi libri non spiegano niente e non devono spiegare niente: sono un megafono puntato dritto sulla pancia di una nazione che la sinistra ha smesso di ascoltare da almeno vent’anni, e lui lo sa benissimo. Non è un fenomeno culturale, è un sintomo diagnostico: quando l’unica offerta “identitaria” sul mercato è la caserma travestita da saggistica, vuol dire che a monte manca tutto il resto — e chi gli lascia campo libero ne è complice quanto lui.
Il leader eternamente spiaggiato
Ma attenzione: non è che a destra vada meglio, è solo diverso. Lì il problema non è l’assenza di progetto, ma il fatto che la guida di questioni enormi — immigrazione, sicurezza, politica estera — viene affidata a personaggi la cui fibra morale ed etica è, diciamo così, opinabile. E qui il riferimento non ha bisogno di veli: Matteo Salvini, eternamente spiaggiato sotto il sole a 42 gradi, tra un Papeete e l’altro, mentre il Paese dovrebbe discutere di temi che meriterebbero un’altra serietà, un altro passo, un’altra postura. Non è cattiveria, è cronaca fotografica: le immagini sono agli atti, le ha postate lui.
Un centro credibile, non una somma di vecchie volpi
Allora cosa resta? Resta la necessità, non più rinviabile, di costruire un centro credibile. Non la somma algebrica di vecchie volpi in cerca dell’ennesima poltrona sotto il sole — quello lo abbiamo già visto, e sappiamo come finisce. Occorre un centro fatto di cattolici democratici seriamente impegnati, non nostalgici della Democrazia Cristiana ma capaci di tradurre la dottrina sociale della Chiesa — dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus fino alla Caritas in Veritate — in politiche concrete su lavoro, famiglia, immigrazione, giovani. Non servono padri costituenti: quelli la storia ce li ha già dati, e sarebbe presuntuoso pensare di rifarli. Manca, piuttosto, gente disposta a occuparsi di ciò che conta davvero.
La querelle sulla legge elettorale, e il resto che manca
E invece cosa troviamo a spiegare ai nostri figli? Una querelle tutta interna, polarizzata, ossessiva sulla legge elettorale. Come se il destino della nazione si giocasse nella proporzione tra collegi uninominali e listini bloccati, e non nella capacità di dare un futuro a chi oggi non ce l’ha. Forse è il caso di ripartire da lì — dalla dottrina sociale, appunto — prima che qualcuno ci accusi di essere gli unici rimasti a crederci.
