Home GiornaleNuova legge elettorale: il patto silenzioso contro le preferenze

Nuova legge elettorale: il patto silenzioso contro le preferenze

Le liste bloccate restano intoccabili e il voto sulle preferenze svela una convergenza trasversale: maggioranza e opposizione esultano per ragioni diverse, ma finiscono per difendere lo stesso sistema.

Preferisco che non si preferisca. Diciamocelo

L’emendamento che proponeva la possibilità di affidare al popolo la scelta dei propri parlamentari attraverso la possibilità di indicare le “preferenze” nella nuova legge elettorale è stato respinto. Sembra che su iniziativa dell’opposizione si sia scelto il voto segreto e non palese e ora si dovrà vedere al Senato se l’emendamento verrà semmai riproposto, con tutti i rischi del caso.

Il merito è stato dei franchi tiratori, quelli che una volta, nella guerra franco-prussiana, avevano la libertà di agire a piacimento pur di fronteggiare il nemico. “Franco” sta per libertà, il riconoscimento di un’autonomia di pensiero e di azione che rifugge da ordini e comandi dall’alto cui dover ottemperare. I deputati hanno detto con franchezza che vogliono evitare il rischio di non essere rieletti non avendo in mano un’oncia di preferenze su cui sperare, affidandosi tutti all’amicizia con il segretario politico del proprio partito di appartenenza per essere riconfermati nel ruolo nella prossima tornata elettorale.

Parola d’ordine: bloccare le liste bloccate

Di buono c’è stata finalmente la franchezza di una maschera abbassata della politica, mostrando il meglio delle sue ambizioni: agli elettori si è detto che possono tutto, ma non scegliere chi gli pare. Il loro inno potrebbe facilmente essere Siamo solo noi del talentuoso Vasco Rossi, che forse non immaginava di prestarsi ai bisogni della classe politica. L’astensionismo non troverà pane per i suoi denti.

L’aria che tira

La Meloni ha commentato dicendo che ha vinto la palude, un acquitrino nel quale è facile prendere la malaria e dove già adesso in Parlamento si respira una malaria politica. Qualcosa di assai più torbido e privo di innocenza della marana in cui nuotava Albertone, protagonista di Un americano a Roma.

«Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco m’impigliar sì ch’i’ caddi», raccontava Jacopo del Cassero nel Purgatorio per descrivere il tentativo di fuga dai suoi assassini. Nel fango e nella melma inevitabilmente si cade; anche la maggioranza politica inciampa fino a imbrattarsi indecentemente. Montale spese parole spietate e preveggenti sul tema quando scrisse: «Perdette poco a poco contatto col mondo esterno, affondando per conto proprio in una palude nera ma non spiacevole». È l’immagine puntuale del nostro Parlamento.

In cuor loro i cecchini dei partiti di maggioranza avranno esultato intimamente senza darlo a vedere; ciò non ha sottratto loro un decimo di entusiasmo per una poltrona sulla quale almeno sperare di rialloggiare. Per loro il pantano è un panta rei: tutto scorre e gli italiani ingoieranno anche questo rospo.

Maggioranza e minoranza, gli uni e gli altri pari sono

Lascia ancor più sgomenti il tripudio della minoranza, con urla e salti di gioia per registrare la sconfitta della Meloni. Piuttosto che giocare al braccio di ferro per vedere chi l’avrebbe spuntata, Schlein e compagni di ventura avrebbero, per primi, dovuto votare a favore delle preferenze, sostenendo un principio che dovrebbe essere caro a tutto il Paese.

Ne discende che non è stata certo la sconfitta impartita agli avversari a scatenare in loro l’esultanza quanto, anche per loro, l’auspicio di garantirsi un’altra tornata seduti sugli scanni di Montecitorio.

Siamo al delirio. Continuano a credere che gli italiani siano del tutto fessi. Il rischio che incombe è che abbiano ragione.