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Il congresso dc del 1946 e la responsabilità dei cattolici italiani

Per gentile concessione del direttore del quotidiano vaticano, riproponiamo l’articolo (“La libertà come assunzione di responsabilità”, il 29 aprile u.s.) pubblicato a firma di Riccardo Saccenti.

Il 24 aprile 1946, nell’aula magna dell’Università La Sapienza, si apriva il primo congresso della Democrazia Cristiana. Nato appena due anni prima, nei mesi drammatici in cui l’Italia era divenuta uno dei fronti di combattimento del conflitto mondiale e con la fine del regime fascista e l’armistizio dell’8 settembre si erano aperti i mesi sanguinosi della guerra civile e della lotta di liberazione, quel partito si proponeva come un soggetto nuovo nella cornice della vita politica italiana. Nell’intervento di apertura di quel congresso, Alcide De Gasperi, che era stato l’ultimo segretario del Partito Popolare Italiano, aveva espressamente richiamato la prima esperienza di organizzazione partitica di ispirazione cattolica. Un rimando, questo, che non aveva però il tono della nostalgia, ma piuttosto quello della rivendicazione della funzione storica, nella vicenda più ampia dello stato unitario, della partecipazione compiuta dei cattolici alla vita politica. Vi era la presa d’atto della cesura profonda rappresentata dal Fascismo, dalla dittatura e della guerra, come solco che aveva inciso sul terreno delle istituzioni e della vita civile e più in profondità su quello della coscienza del paese.

Del resto, in quella fine di aprile 1946, lo sfondo nazionale e internazionale era segnato dalle macerie della guerra — tanto materiali quanto culturali, politiche e morali — che ancora pesavano sullo sforzo di futuro che si tentava di dispiegare. Il governo presieduto dallo stesso De Gasperi e formato da tutti i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale aveva di fronte tre nodi cruciali: le politiche di ripresa economica in un paese privo di materie prime e con il suo tessuto produttivo da ricostruire; l’avvio di una compiuta democratizzazione della vita pubblica attraverso l’organizzazione delle prime tornate elettorali, a cominciare dalle elezioni amministrative; la gestione del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente. Questi nodi storici si inquadravano in un orizzonte nel quale iniziavano ad emergere nette distinzioni politiche e culturali all’interno dello stesso Cln le quali riflettevano il coagularsi dei blocchi internazionali. Va ricordato che poco meno di due mesi prima dell’apertura del congresso della Dc, il 4 marzo, il “discorso di Fulton” di Churchill, con l’immagine della cortina di ferro, aveva disegnato i tratti fondamentali di quella che sarebbe stata la contrapposizione della guerra fredda.

Misurandosi con questo scenario, la Democrazia Cristiana, che in quei mesi aveva assunto la guida del governo, non si limitava a farsi carico direttamente di questioni il cui esito assumeva il valore di scelte di lungo periodo, destinate a pesare per generazioni sulla vita del Paese e non solo. Al di sotto di questo vi era la questione più specificamente italiana del rapporto dei cattolici con la vita politica e istituzionale del Paese, soprattutto dopo gli anni della dittatura. Proprio a questo riguardo, la costruzione stessa di quel congresso, le relazioni che ne scandirono i lavori e i loro contenuti si muovevano nella direzione di dare una risposta precisa circa il ruolo di cui i cattolici in Italia devono farsi carico. E non a caso, per volontà dello stesso De Gasperi, ad aprire il congresso fu la relazione di Enrico Mattei dedicata alla partecipazione alla guerra di Liberazione, a un anno dal 25 aprile 1945. In quell’intervento si rivendicava la maturazione di una scelta nettamente antifascista come terreno nel quale si era venuta radicando la nuova coscienza civile. In quella esperienza drammatica, questo l’argomento politico di Mattei e dello stesso De Gasperi, i cattolici avevano guadagnato una condizione di pari dignità e pari responsabilità, rispetto agli altri partiti raccolti nel Cln, rispetto alla gestione della vita del Paese.

Quella che così si veniva delineando era una precisa cornice politica, quella della democrazia intesa non solo come dinamica istituzionale ma più profondamente come forma di una cultura politica collettiva che segnava una netta cesura rispetto all’immediato precedente del fascismo. Dentro quel perimetro, che nella partecipazione alla lotta resistenziale trovava pieno riconoscimento storico, si inquadra anche il modo in cui, in quel congresso, la Dc si interrogava sulla questione delicata e potenzialmente lacerante del referendum istituzionale. La scelta di affidare la decisione sulla futura forma dello Stato ad una consultazione popolare era stata voluta e sostenuta proprio da De Gasperi, anche rispetto alle resistenze degli altri grandi partiti, Pci e Psi, che insistevano per una scelta affidata alla Costituente. A spiegare le ragioni di questa scelta fu lo stesso presidente del Consiglio durante quel congresso, insistendo sull’importanza di affidarsi al metodo democratico «per risolvere in ultima e definitiva istanza la questione con un atto di democrazia diretta che fa appello alla personalità umana». È dunque l’opzione democratica a orientare il partito dei cattolici in questo suo operare in un Paese che si avvia alla prima consultazione elettorale su scala nazionale autenticamente libera dopo un quarto di secolo.

Alla radice dalla scelta di non dare un’indicazione vincolante sul referendum istituzionale, sebbene la consultazione interna alla Dc avesse segnato un chiaro orientamento repubblicano, rispose certamente alla volontà di non lasciare una parte rilevante dell’elettorato cattolico alla sola propaganda monarchica. Vi era però la convinzione, che emerge con chiarezza dalle relazioni del vicesegretario Attilio Piccioni e soprattutto di Guido Gonella, che la vera posta in gioco non fosse da ridurre all’alternativa fra repubblica e monarchia, ma piuttosto si giocasse nella compiuta scelta democratica da parte del paese. E quest’ultima era inestricabilmente legata alla opzione per la libertà, intesa come assunzione di responsabilità da parte di donne e uomini che diventano popolo, in un ordine sociale e politico che rende lo Stato non più una minaccia ma un elemento di unificazione e di tutela della dignità della persona.

La chiave di lettura della libertà era anche quella con cui delineare i rapporti fra Stato e Chiesa, rivendicando i limiti e le specificità del primo e il valore che la seconda assume come fonte di ispirazione della vita morale e spirituale degli esseri umani. Quel partito, in quell’aprile 1946, si propose come una via possibile per fare dei cattolici uno dei pilastri di un’Italia che aveva fatto una compiuta scelta di libertà.

La Dc di De Gasperi indicava allora nella Costituente la vera occasione “rivoluzionaria”, nella quale si apriva la possibilità di affrontare direttamente, con tutta la forza degli strumenti di una politica radicata in una logica popolare, i nodi profondi di diseguaglianza e di fragilità che l’Italia aveva ereditato dalla sua storia unitaria e dai due decenni di dittatura. Si coglieva in questo la portata storica di quel passaggio in cui i cattolici erano chiamati ad una compiuta pratica della democrazia.