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Il lavoro che pone al centro la persona

Dal percorso di ricerca del Centro Studi della Co.N.A.P.I. Nazionale al nuovo questionario sul benessere integrale nelle micro e piccole imprese

Quando si prova a parlare di lavoro, il rischio è quasi sempre quello di fermarsi alle categorie tecniche: contratti, produttività, costi, incentivi, sgravi fiscali, occupabilità, indicatori statistici. Tutto questo è necessario, ma non esaurisce la questione. Il lavoro appartiene prima di tutto alla condizione umana. Come ricorda Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas, non è un semplice strumento di sopravvivenza, ma un’esigenza inscritta nella nostra natura: un cammino ordinario verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione umana. Lavorando, la persona non solo “fa” qualcosa, ma cresce, si misura con i propri limiti, scopre possibilità, entra in relazione, realizza la propria dignità, diventa più uomo.

Il lavoro secondo La Pira

Giorgio La Pira, in questo, è stato un visionario. Nei suoi interventi sul lavoro, vedeva nell’attività quotidiana non una condanna, ma la forma concreta attraverso cui la persona partecipa all’opera creatrice, introduce nel mondo qualcosa che prima non esisteva, si colloca nella storia e si fa portatrice di bene comune. Il lavoro, per La Pira, non è un elemento neutro dell’esistenza, ma un luogo in cui si tengono insieme responsabilità, creatività, solidarietà, appartenenza. Quando, invece, lo si riduce a pura funzione produttiva o a esperienza precaria e frammentata, a impoverirsi non è solo l’economia, ma l’umano stesso, la qualità complessiva della convivenza civile.

La nostra Costituzione, nel fondare la Repubblica sul lavoro, assume una prospettiva molto interessante. Il riferimento non è al lavoro in astratto, ma a un’attività “libera e dignitosa”, capace di garantire alla persona uno spazio reale di partecipazione e di crescita, contribuendo al benessere materiale, economico e spirituale della società. Oggi, però, questo orizzonte è messo alla prova da condizioni sempre più spesso segnate da precarietà, ansia, difficoltà a conciliare tempi di vita e responsabilità professionali, solitudini organizzative. In questa distanza tra vocazione del lavoro e realtà concreta dei luoghi di lavoro si colloca una parte rilevante del malessere che attraversa la società contemporanea.

Il benessere integrale dei lavoratori

È a partire da questo dato che, come Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale, abbiamo scelto di indagare in modo sistematico il benessere integrale dei lavoratori, con un focus specifico proprio sulle micro e piccole imprese. Non parliamo di un segmento marginale, ma del cuore vivo del tessuto produttivo italiano: botteghe, laboratori artigiani, studi professionali, piccole imprese, aziende familiari. In questi contesti il lavoro mantiene una forte prossimità umana: il rapporto tra titolare e collaboratori è diretto, le vicende familiari si intrecciano con quelle aziendali, il territorio è luogo di vita prima ancora che mercato. Eppure, proprio queste realtà sono spesso assenti dalle grandi indagini sul benessere organizzativo, pensate soprattutto per strutture medio‑grandi.

Tra il 2025 e l’inizio del 2026 una prima rilevazione esplorativa su 23 imprese ha permesso di raccogliere alcuni segnali significativi. Il campione è limitato, ma il quadro che emerge è chiaro: il benessere non può più essere considerato un lusso. Molte imprese riconoscono che conciliazione vita‑lavoro e attenzione alla salute psicologica incidono direttamente sulla tenuta delle relazioni, sulla produttività, sulla capacità di trattenere competenze. Allo stesso tempo, emergono limiti evidenti nella possibilità di trasformare questa consapevolezza in politiche strutturate: pesano la scarsità di risorse economiche e l’assenza di strumenti e competenze specifiche per progettare interventi stabili.

Il lavoro “promuove” la persona?

Da qui la decisione di realizzare l’Indagine Nazionale 2026 sul benessere integrale dei lavoratori nelle imprese italiane, attraverso un nuovo questionario più approfondito e mirato. Non si tratta tanto di contare benefit, quanto di interrogare la visione complessiva che l’impresa ha del lavoro e della persona: il grado di maturità organizzativa, la cura del clima interno, l’attenzione ai rischi psicosociali, il profilo della leadership, l’apertura a modelli innovativi e, non da ultimo, il ruolo dei sindacati e della bilateralità.

Sul fondo, resta una domanda che ci tocca in prima persona: il lavoro, così come è oggi, aiuta davvero le persone a diventare più mature, più responsabili, più capaci di relazione? Oppure le lascia in una condizione di fatica senza crescita, di impegno senza riconoscimento, di tempo speso senza senso? Parlare di benessere integrale significa provare a rispondere a tale quesito: fino a che punto il lavoro è ancora un cammino ordinario verso la piena realizzazione della persona, e dove invece si inceppa e si trasforma in esperienza che consuma anziché far crescere?

 

Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale 

 

N.B. Per chi desidera seguire più da vicino il percorso di ricerca e partecipare alla nuova indagine, è disponibile la pagina dedicata del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale:

https://www.conapinazionale.it/centrostudi/benesserelavori/index.php.