Home GiornaleIl magistero dei leader Dc e la nostalgia della buona politica

Il magistero dei leader Dc e la nostalgia della buona politica

Tra convegni, libri e riletture storiche, cresce l’attenzione verso la classe dirigente della Democrazia Cristiana. Un interesse che coinvolge anche antichi detrattori e riapre il tema della cultura democratica di governo.

Una memoria che continua a interrogare il presente

Si moltiplicano i convegni, le presentazioni di libri, le riflessioni e gli articoli sul magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale dei principali leader e statisti della Democrazia Cristiana. Un fatto, questo, che non può non fare riflettere. E non solo sotto il profilo della nostalgia o del rimpianto. Ma semmai, e al contrario, sulla perdurante attualità e modernità del magistero pubblico di quegli uomini e di quelle donne che per un lungo arco di tempo hanno dato un contributo decisivo ed essenziale alla crescita e al consolidamento della nostra democrazia da un lato e all’azione di governo ispirato ai principi e ai valori costituzionali dall’altro. Oltre ad uno “stile” e ad una postura politica ed istituzionale che non hanno più avuto eguali nella storia democratica del nostro paese.

 

I detrattori di ieri e il riconoscimento di oggi

Ora, il dato curioso è che questo magistero viene rimpianto anche e soprattutto dai principali ed incalliti detrattori dell’esperienza della Democrazia Cristiana. Dalle grandi firme dei principali organi di informazione della carta stampata a molti commentatori ed opinionisti, ad esempio de La 7, e dei talk televisivi più gettonati del nostro paese. Detrattori che non hanno mai smesso di dipingere la De come un “inciampo della storia”, nella migliore delle ipotesi, se non come un partito che può essere tranquillamente paragonato ad una associazione a delinquere guidato da personaggi di dubbia moralità e votati alla gestione del potere.

Eppure, malgrado i giudizi che tutti conosciamo, che tutti leggiamo e che tutti ascoltiamo, si continua – di fatto – ad individuare in quella classe dirigente uomini e donne che hanno saputo garantire una cultura di governo democratica e costituzionale e, al contempo, declinando un progetto politico che ha permesso all’Italia di crescere economicamente salvaguardando la giustizia sociale nella libertà e nel rigoroso rispetto degli stessi valori costituzionali.

 

La storia oltre i pregiudizi ideologici

Un fatto, questo, che porta ad una semplice conclusione. E cioè, anche gli storici ed ideologici detrattori della Dc, del suo progetto politico, della sua cultura politica di riferimento e della statura e levatura della sua classe dirigente, devono prendere atto che quella concreta esperienza politica non si può banalmente e qualunquisticamente cancellare o rimuovere.

E questo per la semplice ragione che la storia e le vicende politiche concrete superano ed oltrepassano i pregiudizi ideologici e le pregiudiziali personali degli intramontabili “maitre à penser” del nostro piccolo circuito e recinto culturale ed ideologico che dovrebbe indirizzare lo “spirito del tempo”.

 

Uneredità che continua a parlare ai democratici

Ecco perché i leader storici della De continuano a fare discutere e ad essere fonte di ispirazione non solo per i cattolici impegnati in politica – purtroppo sempre di meno e sempre più dispersi e frammentati – ma anche e soprattutto per i sinceri democratici che non vivono, appunto, di pregiudizi e di ridicole pregiudiziali.

Da Amintore Fanfani a Aldo Moro, da Carlo Donat-Cattin a Ciriaco De Mita, da Giulio Andreotti a Franco Marini, da Mino Martinazzoli a Tina Anselmi, sino a molti altri leader e statisti, si moltiplicano, appunto, le riflessioni e gli approfondimenti sul loro magistero e modello di comportamento pubblico e politico.

E questa, forse, è la migliore eredità di quello che è stata e che ha rappresentato la De nella storia democratica del nostro paese. Al di là e al di fuori delle opinioni che ognuno di noi può avere sulla De, sulle sue politiche, sul suo progetto e sul ruolo concreto che ha saputo declinare in quasi 50 anni di governo dell’intero paese.