Home GiornaleHormuz, la priorità strategica di Xi

Hormuz, la priorità strategica di Xi

L’imminente confronto con Trump potrebbe trasformarsi in un passaggio decisivo per il conflitto iraniano. Per Pechino, più del destino degli ayatollah conta la riapertura dello Stretto di Hormuz e la stabilità dei commerci globali.

La diplomazia silenziosa del Dragone

L’ormai imminente incontro fra Donald Trump e Xi Jinping potrebbe segnare una svolta nel conflitto aperto in Iran dal presidente americano, che avrebbe certo preferito arrivarvi con un accordo di pace già sottoscritto: anche perché se ciò avvenisse dopo i colloqui di Pechino non potrebbe sfuggire alla fastidiosa impressione che il risultato ottenuto – la fine delle ostilità – derivi anche, se non addirittura principalmente, dalla forza persuasiva del presidente cinese invece che dalla sua.

Pur muovendosi sotto traccia il Dragone sta infatti operando da tempo per favorire la conclusione del conflitto nel Golfo. La mediazione pakistana – altrimenti poco interpretabile se non per lo status di potenza nucleare di Islamabad – si è imposta, superando la disponibilità di altri paesi, per l’impulso che ad esso ha fornito proprio la Cina.

Le fragilità strutturali della Cina

L’interesse primario mandarino, è noto a chiunque, risiede nello sviluppo del commercio internazionale. Si tratta di una necessità vitale per l’economia di quella grande nazione alle prese con alcuni problemi di fondo che se non affrontati potrebbero incrinare pericolosamente l’impalcatura sulla quale il Partito Comunista guidato da Xi ha eretto la Repubblica Popolare in queste ultime due decadi.

Invecchiamento della popolazione, decremento demografico, elevato livello di disoccupazione giovanile, indebitamento consistente delle finanze pubbliche e pure di quelle private, scoppio di una bolla edilizia di proporzioni gigantesche, riduzione della vitalità imprenditoriale privata a causa della sfibrante e oppressiva concorrenza del capitalismo statale rafforzato negli anni di Xi, sono l’altra faccia della altrimenti luccicante medaglia mostrata al mondo dall’abile propaganda ma pure dall’oggettiva forza espressa negli anni dall’Impero di Mezzo.

E dunque risulta indispensabile, per Pechino, tornare a spingere a tutta sulle esportazioni a fronte di un mercato interno indebolito.

 

Hormuz al centro della partita globale

Hormuz diviene così il tema principale, assai più del cambio di regime a Teheran. Lo è per Xi, alleato degli ayatollah, e lo è per Trump, che si è infilato in questo guaio da solo (o meglio, vi si è lasciato infilare dal suo sodale Netanyahu, non a caso l’unico a essere rimasto fedele all’obiettivo originario della guerra, l’abbattimento – appunto – della Repubblica Islamica).

Con la differenza che ora Xi Jinping ha nell’Iran guidato dai militari e dai Pasdaran e meno dai teocrati un alleato più affine alla sua impostazione culturale aliena da qualsiasi riferimento anche solo vagamente religioso.

Il nuovo equilibrio che pare essersi configurato nella struttura del potere a Teheran è maggiormente affine all’impostazione imperniata sugli affari così gradita a Pechino, che resta di fatto il protettore economico del regime iraniano, al quale garantisce sostegno in cambio di petrolio e di facilitazione nello sviluppo dei commerci transitanti da est a ovest lungo i corridoi terrestri e marittimi della Belt & Road Initiative.

 

Il messaggio che Xi porterà a Trump

La riapertura di Hormuz è dunque essenziale per Xi: per le importazioni di greggio e per le esportazioni di merci. Quindi, in ultima analisi, per la crescita economica della Cina e – obiettivo ultimo, ma esiziale – per la sua stabilità interna.

Su questo punto Trump non riceverà soltanto una richiesta; subirà un’imposizione dal suo ospite dallo sguardo e dalla posa sempre uguali e imperscrutabili. Ma dalla determinazione feroce quando ritiene indispensabile conseguire un obiettivo necessario per lui e per la Cina.