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Il Paese che si prendeva cura dei suoi nonni

Dalla pensione sociale alla sanità universale: cosa resta della lezione democristiana e perché un nuovo centro dovrebbe rimettere gli anziani al centro.

Una storia che comincia in casa

Per capire che cosa siano stati gli anziani nella Repubblica italiana basta entrare in una casa qualunque di questo Paese. C’è una nonna che ha cresciuto i nipoti mentre i genitori erano al lavoro, un nonno la cui pensione è stata per anni l’unica entrata sicura della famiglia. L’Italia è stata costruita così: con un welfare che arrivava tardi e una famiglia che arrivava prima. E in mezzo, una forza politica che per quasi mezzo secolo ha guidato i governi: la Democrazia Cristiana. Parlare della DC e degli anziani non significa fare nostalgia. Significa chiederci che cosa resta di quella stagione, che cosa dobbiamo avere l’onestà di criticare e che cosa dovremmo avere il coraggio di recuperare.

 

1969, quando lo Stato scoprì i vecchi poveri

Fino alla fine degli anni Sessanta, una parte degli italiani anziani viveva ai margini: nessuna pensione, nessun reddito, la dignità affidata alla carità o ai parenti. Poi arrivò la legge 153 del 1969, e con lei la pensione sociale. Era un assegno modesto, ma cambiò il volto dello Stato: per la prima volta la Repubblica diceva a una persona di oltre 65 anni senza nulla «tu esisti, e non sei sola». Non era elemosina: era cittadinanza. Quella intuizione — che nessuna vecchiaia debba essere vissuta nell’umiliazione — resta forse l’eredità più nobile di quella stagione.

 

L’ombra del debito: onestà prima di tutto

Ma siamo franchi, perché un articolo serio non nasconde la polvere sotto il tappeto. Quella stessa stagione produsse anche le baby pensioni del 1973 e un welfare che spesso promise tutto a tutti, senza chiedersi chi avrebbe pagato il conto domani. Una parte del debito pubblico che oggi pesa sulle spalle dei nostri figli è nata lì, ed è un’obiezione che va ascoltata senza difese d’ufficio. Ridurre però mezzo secolo di politiche sociali a un errore contabile sarebbe ingiusto: il problema non fu prendersi cura degli anziani, fu farlo senza avere il coraggio di costruire regole sostenibili.

Tina Anselmi e la rivoluzione della sanità

E poi c’è la parte di storia che ancora oggi salva vite, ogni giorno, in tutte le case di questo Paese. Nel 1978, con la legge 833, nacque il Servizio Sanitario Nazionale: cure universali, per tutti, indipendentemente dal reddito. A firmarla fu Tina Anselmi, staffetta partigiana e prima donna a guidare il Ministero della Sanità. Per gli anziani — quelli che di medici, medicine, assistenza domiciliare e ricoveri hanno più bisogno — fu una rivoluzione silenziosa. Oggi, quando ci lamentiamo delle liste d’attesa, dimentichiamo che cosa significava prima: un anziano povero, semplicemente, non si curava.

 

Andreotti e la legge che riconobbe il bene

L’altra lezione arriva dalla stagione finale della DC e porta una firma che pochi si aspetterebbero: quella di Giulio Andreotti. L’uomo cresciuto nel mondo associativo cattolico guidò il governo che nel 1991 varò la legge-quadro sul volontariato, la 266/91. Per la prima volta lo Stato riconosceva che il Paese è tenuto insieme anche da chi si prende cura degli altri gratis: parrocchie, Caritas, associazioni, gruppi di donne e uomini che fanno visita a chi è solo, portano un pasto, accompagnano a una visita medica. È la sussidiarietà orizzontale: uno Stato che non pretende di fare tutto da solo, ma riconosce, sostiene e coordina chi il bene lo fa già. Nella cura degli anziani, quella rete era — e per molti versi resta — il volto umano del welfare.

 

L’inverno demografico e le pensioni erose

Oggi però il mondo è cambiato. Nascono sempre meno bambini e gli anziani sono sempre di più: l’inverno demografico sta rovesciando la piramide, e il sistema chiede ai giovani sacrifici che i loro nonni non hanno conosciuto. Intanto la pensione sociale — l’erede di quell’assegno del 1969 — è stata erosa dall’inflazione e non basta più a vivere: ci sono anziani che, dopo una vita di lavoro, si ritrovano a contare i centesimi a fine mese. Il rischio è doppio: che il sistema non regga, e che gli anziani diventino la nuova questione sociale del Paese.

Un nuovo centro che riparta da qui

È qui che la politica è chiamata in causa. Se in questo Paese vuole davvero rinascere una forza di centro, popolare e riformista, non può partire dai proclami o dalle identità di cartone. Deve prendere a cuore questo tema, con la stessa concretezza che fu della Democrazia Cristiana.

 

Il centro può fare molto, e proprio partendo da quella tradizione

Può battersi per una rivalutazione reale delle pensioni minime, affinché l’assegno non venga divorato dall’inflazione. Può investire nella medicina territoriale e nell’assistenza domiciliare: qualcosa è già stato avviato con il PNRR e il DM 77 del 2022, ma l’attuazione resta lenta e disomogenea, e le risorse stanziate non si sono ancora tradotte in servizi concreti per i cittadini. Perché nessun anziano sia costretto a scegliere tra curarsi e mangiare.

Può rilanciare il volontariato e la sussidiarietà, sostenendo fiscalmente le associazioni e i caregiver familiari che oggi reggono da soli un peso enorme. Può costruire una fiscalità più giusta per chi vive di redditi fissi, e una vera legge sulla non autosufficienza che non costringa le famiglie a ricorrere al lavoro nero.

Tutto questo senza ripetere gli errori del passato: senza promesse insostenibili, senza debito scaricato sulle generazioni future. Il centro ha il dovere di essere solidale e responsabile allo stesso tempo, di proteggere le pensioni di oggi senza rubare il futuro a quelle di domani.

Perché un partito che non sa parlare agli anziani non sa parlare al Paese. E un Paese che abbandona i suoi vecchi perde prima la memoria, e poco dopo il futuro.