La sfiducia nella politica non spiega tutto
I modi di essere della politica e dei partiti alimentano da tempo stati d’animo negativi, indifferenza, apatia, distacco e rassegnazione nella società civile.
L’astensionismo e il voto di protesta sono solo alcune espressioni eclatanti di una disaffezione generale, di un discredito che getta ombre inquietanti sulle speranze di certezze e alimenta nuove difficoltà.
Osservando e cercando di decifrare – tuttavia – fatti di cronaca diffusi e ricorrenti ci si chiede fino a che punto essi siano la conseguenza diretta della malapolitica e in quale misura essi esprimano – invece – comportamenti collettivi ormai radicati e dilaganti tra di noi.
Dare tutte le colpe alla politica è uno sport nazionale assai praticato ma non deve diventare un alibi.
Anche il tessuto sociale è intriso di azioni esecrabili (corruzione diffusa, violenza sulle donne e sui minori – spesso originata all’interno del nucleo familiare – evasione fiscale, truffe, raggiri, aggressività crescente…) e animata da sentimenti negativi (sospetto, rancore, invidia, delazione, tradimento…). C’è gente che gode più della sofferenza altrui che del proprio personale benessere.
L’assuefazione al peggio e il venir meno del limite
La verità è che ci stiamo abituando reciprocamente al peggio: alzando ogni giorno l’asticella che ci separa dal senso del limite finiamo per invocare la condanna del nostro prossimo e trovare invece attenuanti per noi stessi. Giustificando le nostre azioni, minimizzandole, commettiamo la colpa peggiore: quella di accettare come “normale” un costume di relazioni sociali fondato sulla doppiezza e sull’ipocrisia.
Viviamo in un mondo di interessi, il pensiero che fa di conto di cui scriveva Martin Heidegger nel secolo scorso è diventato prevalente sui valori etici.
Anche la presenza pervasiva della tecnologia nella nostra vita quotidiana stabilisce di fatto una nuova tassonomia del tempo, delle relazioni sociali, delle occupazioni, di ciò che consideriamo prevalente.
Il denaro, il relativismo e la perdita degli strumenti interiori
Ricordo ciò che mi disse il cardinale Ersilio Tonini parlando degli insegnamenti ricevuti dal padre: “un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”. Potremmo oggi propugnare questo stile di vita? Sarebbe molto difficile proporlo in un mondo dominato dal dio denaro.
Il giustificazionismo dilagante trova attenuanti ad ogni comportamento, tra dietrologia, accomodamenti, relativismo etico.
Giuseppe De Rita mi ricordava recentemente che abbiamo abbandonato troppo in fretta la tradizione per andare incontro all’ignoto senza la valigia degli attrezzi: coscienza, rispetto, dignità, memoria, pensiero critico.
Privilegiamo le formule, gli algoritmi, i luoghi comuni a scapito della riflessione e del buon senso condiviso.
Le domande che restano aperte
Siamo passati dalla società liquida a quella trasparente a quella complessa ma i problemi di fondo restano irrisolti. Chi siamo? Cosa vogliamo realizzare? Dove vogliamo andare?
Non sono certo le coperture di comodo della privacy e della trasparenza a cui ossessivamente ci appelliamo che possono risolvere la precarietà esistenziale e le insicurezze, le solitudini del nostro tempo. Viviamo di apparenze, tra incertezze ricorrenti ma pensiamo che il prossimo acquisto ci renderà felici.
