Home GiornalePreferenze elettorali, l’ipocrisia del dibattito e la necessità di dire la verità

Preferenze elettorali, l’ipocrisia del dibattito e la necessità di dire la verità

Il ritorno delle preferenze viene spesso presentato come la soluzione per restituire agli elettori il potere di scegliere. Va detto però che il contesto politico è profondamente cambiato rispetto alla Prima Repubblica.

Quando le preferenze funzionavano davvero

Attorno alle preferenze continua ad aleggiare una strana e singolare ipocrisia. Sì, è vero. Per lunghi 50 anni, nella cosiddetta prima repubblica, il sistema delle preferenze multiple – e quindi libere – ha rappresentato il miglior strumento per eleggere i deputati. Per il Senato, come tutti sanno, c’era un altro sistema elettorale. Il cosiddetto “provincellum”, cioè una competizione proporzionale ma disciplinata dai collegi uninominali. La competizione, cioè, avveniva all’interno del rispettivo partito. Lo stesso sistema, appunto, che valeva per eleggere i consiglieri provinciali sin quando l’ineffabile Delrio ha pensato bene di cancellare una delle poche istituzioni che funzionavano benissimo nel nostro paese. Le province, appunto. Ma c’è un particolare, peraltro decisivo, che non possiamo non citare quando parliamo di preferenze nella prima repubblica.

Perché, infatti, parliamo di una stagione politica caratterizzata dalla presenza dei grandi partiti popolari dove c’era un collegamento strettissimo tra la classe dirigente e i rispettivi elettorati. In secondo luogo c’erano le correnti – altrettanto organizzate, radicate nei territori e socialmente espressive – che permettevano a segmenti sociali e culturali di riconoscersi e di votare i propri esponenti all’interno del partito. Un esempio concreto, torinese e piemontese? Certamente. La corrente minoritaria della Dc, Forze Nuove, la cosiddetta sinistra sociale, poteva essere rappresentata in Parlamento proprio in virtù della presenza del sistema proporzionale con preferenze multiple. 

La storia ci dice che la propaganda elettorale, negli anni ’70 e ’80, nella circoscrizione torinese, era secca su quattro preferenze: Donat-Cattin, Borra, Bodrato e Porcellana. Una regola, come ovvio, che valeva per tutto il sistema politico, e per tutti i partiti popolari, di massa, organizzati e radicati nei territori.

Il contesto è cambiato, i rischi sono aumentati

Ora, e per tornare all’oggi, non possiamo non prendere atto che i partiti popolari, democratici e di massa semplicemente non ci sono più. Men che meno le correnti organizzate, espressive di precisi segmenti sociali e radicate nei territori e all’interno dei partiti. Ci sono, molto semplicemente, i contenitori elettorali e, in prevalenza, i partiti personali.

Ed è proprio in questo contesto, preciso e definito, che qualcuno vorrebbe inserire le preferenze per eleggere i futuri deputati e senatori. Certo, è di tutta evidenza che i cittadini devono potersi eleggere i propri rappresentanti. Ma se si parla di preferenze – singole o di genere, che poi è singola come tutti sanno – è anche consigliabile considerare quali sono le dinamiche concrete, e non virtuali o letterarie, che accompagnerebbero questo sistema elettorale.

Provo ad indicare alcuni profondi disvalori, e non solo nelle regioni del Sud come qualcuno ama ripetere, che oggi segnerebbero il ritorno delle preferenze. Parlo di clientele diffuse e ramificate, di voto di scambio, di ricorso alla corruzione sistematica e, in ultimo ma non per ordine di importanza, della necessità di avere ingenti somme di denaro per poter partecipare attivamente alle campagne elettorali. 

Sarebbero questi i valori fondanti, democratici, liberali e costituzionali per ridare il potere al cittadino di scegliersi i propri rappresentanti e garantire, al contempo, ai ceti popolari di approdare in Parlamento? Dio ci liberi e ci scampi da questo orizzonte. Sempreché non vogliamo fare di quei disvalori la nostra piattaforma culturale ed ideale preferita.

La strada dei collegi uninominali

E allora abbiamo le liste bloccate con la designazione dei futuri eletti da parte dei segretari di partito, scambiando il Parlamento come un grande Consiglio di amministrazione dove non si viene eletti ma semplicemente designati dall’alto? Assolutamente no.

La ricetta c’è, eccome se c’è. Visto che i partiti non ci sono più e con i partiti neanche le correnti espressione della società all’interno dei partiti stessi, la soluzione è semplicemente il ritorno dei collegi uninominali. Come li abbiamo conosciuti ai tempi del “Mattarellum”, che per molti anni ha segnato l’elezione dei deputati e dei senatori nel nostro paese.

È un sistema già collaudato, autenticamente democratico e che, soprattutto, è incompatibile con quei disvalori profondi ed incalliti che, purtroppo, accompagnano e caratterizzano il sistema delle preferenze nel nostro paese. Con tanti saluti a coloro che fingono – perché ovviamente fingono – di non sapere cos’è oggi, concretamente, e non nella letteratura astratta e virtuale, il sistema perverso e obliquo delle preferenze.