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La democrazia sequestrata dai partiti personali

Appare evidente il rafforzamento dei partiti personali e del leader, con la riduzione degli spazi di partecipazione democratica.

La legge elettorale come misura della democrazia

Il triste, squallido e decadente spettacolo offerto dal Parlamento nei giorni scorsi sul capitolo delle preferenze, al di là dell’ipocrisia e delle meschinità, ci ha consegnato un dato politico inequivocabile ed oggettivo, persin scontato nella sua purezza. E cioè, la tenace, convinta e coerente volontà della stragrande maggioranza delle forze politiche del nostro paese – quasi tutta la sinistra e molti settori del centro destra – di consolidare la concezione e la presenza dei partiti personali o del capo o di proprietà. Perché, per citare ancora una volta una felice espressione di Carlo Donat-Cattin in tempi non sospetti, «la legge elettorale è sempre la madre di tutte le riforme». E questo perché dal profilo delle leggi elettorali si capiscono molte cose, peraltro essenziali per la qualità della nostra democrazia. E cioè, e su tutto, la rappresentanza democratica, la garanzia della governabilità e, auspicabilmente, la centralità del cittadino-elettore nella competizione elettorale.

Il voto sulle preferenze e il primato delle segreterie

Ora, e per tornare all’oggi, abbiamo assistito nei giorni scorsi, e del tutto basiti, al tifo da stadio dopo l’azione dei franchi tiratori del centro destra che hanno bocciato il ritorno – dopo ben 34 anni dall’ultima volta, nel lontano 1992 – delle preferenze per la scelta dei futuri deputati e senatori. Preferenze che non valevano, come noto, per i capilista che rimanevano bloccati. Alla luce, quindi, di questo triste e decadente spettacolo, emerge un dato politico persin inequivocabile e scontato talmente è oggettivo. Un dato che è stato persin platealmente confermato dopo le scelte concrete di larghi settori del Parlamento italiano che sono state accompagnate da grida e, appunto, schiamazzi da stadio. Ovvero gli unici indiscussi protagonisti, dopo questo voto che consegna definitivamente ed irreversibilmente ai segretari dei partiti la composizione del futuro Parlamento come fosse una sorta di Cda attraverso la designazione dall’alto, sono i partiti personali, i partiti del capo e i partiti di proprietà.

Una convergenza che cambia il volto della politica

Con tanti saluti alla democrazia dei partiti e nei partiti, alla selezione democratica e popolare della classe dirigente, alla centralità del cittadino nella scelta dei parlamentari e, in ultimo ma non per ordine di importanza, alla qualità complessiva della nostra democrazia. E se è vero, com’è vero, quello che diceva Sandro Fontana ai tempi della prima Repubblica, che «quando vuoi capire qual è la concezione che un partito ha delle istituzioni è appena sufficiente verificare come quel partito pratica la democrazia al suo interno», dopo la scelta del Parlamento di qualche giorno fa, al di là delle chiacchiere, della propaganda, delle meschinità e delle relative falsità, possiamo tranquillamente dire che hanno vinto i partiti personali o del capo o di proprietà. Che era, per inciso, la vera e grande preoccupazione della classe dirigente dei partiti della prima Repubblica, da quelli popolari e di massa ai partiti di dimensione più circoscritta.

Ecco perché non si può e non si deve banalizzare il recente voto della Camera. Rinnegare le preferenze da un lato e cancellare i collegi uninominali dall’altro sono le facce della stessa medaglia. Perché si tratta di una scelta che vede la perfetta convergenza politica, culturale ed istituzionale di tutta la sinistra italiana con larghi settori del centro destra. Una convergenza, appunto, che ha un’unica e grande finalità: istituzionalizzare la presenza e il protagonismo dei partiti personali. Tutto il resto è solo folklore.