La morte di Alex Zanardi non dovrebbe essere consegnata soltanto al registro della commozione. Sarebbe troppo poco. Sarebbe quasi un torto. Alex domanda un’altra lettura: più profonda, più culturale, più radicale. La sua esistenza non è stata il racconto di un limite, ma il suo capovolgimento più luminoso.
Viviamo in un tempo dominato dalla religione della prestazione. La tecno-performance ci vorrebbe perfetti, efficienti, misurabili. Il corpo è sempre più pensato come macchina da ottimizzare, superficie da correggere, materia da laboratorio, scatto da cronometrare con il metro dell’efficienza. Ogni cosa deve funzionare, produrre, corrispondere a uno standard. Ogni figura deve apparire integra, levigata, competitiva.
Alex ha spezzato questa logica. Ha mostrato che ogni corpo, in qualunque forma si presenti, è presenza viva: libertà incarnata, modo irripetibile di abitare il mondo. Non un difetto da compatire, non una mancanza da nascondere, non una deviazione dal modello dominante, ma una possibilità diversa e potentissima di esistenza.
In un tempo in cui il disagio giovanile viene spesso inseguito da analisi, diagnosi, decodifiche cliniche e risposte improvvisate da saperi che pretendono di spiegare tutto, forse Alex ci riconduce all’origine più semplice e più decisiva: la vita e la non-vita. Ciò che è bios, ciò che pulsa, resiste, desidera, si manifesta come valore prima ancora che come categoria. Non ideologia, non retorica, ma libertà valoriale: il vivente che chiede di essere riconosciuto per ciò che è.
Per questo l’esempio di Alex andrebbe raccontato nelle scuole. Non come favola edificante, non come consolazione facile, ma come rivoluzione dello sguardo. La fragilità non è una iattura: può essere forza, stile, sovranità, forma originale e irriducibile dell’essere al mondo.
Altro che semplice educazione emotiva. Qui serve un’educazione a vedere: uno sguardo che non riduce, non misura, non incasella; uno sguardo che libera perché finalmente riconosce. E forse proprio da qui potrebbe cominciare una piccola, necessaria rivoluzione: insegnare ai ragazzi che non si è vivi perché si è perfetti, ma perché si è capaci, in qualunque corpo, di trasformare il limite in presenza, la ferita in energia, la fragilità in luce.
