Il problema non è la legge, ma la politica
La legge elettorale vigente porta il mio nome. Sarebbe facile difenderla per questo. Non lo farò.
Le leggi non appartengono a chi le ha scritte: appartengono ai cittadini e vanno cambiate quando esiste una soluzione migliore. Non sono mai stato un difensore delle regole in quanto tali, ma della loro capacità di risolvere i problemi del Paese.
Per questo la domanda da cui partire non è se cambiare o meno la legge elettorale. La domanda giusta è un’altra: qual è il problema che vogliamo davvero risolvere?
A mio avviso, la questione più seria della politica italiana non riguarda soltanto il meccanismo con cui vengono assegnati i seggi. Riguarda la qualità dell’offerta politica e la crescente distanza tra i cittadini e le istituzioni.
Oggi assistiamo alla presenza di due coalizioni che contengono tutto e il contrario di tutto. Al loro interno convivono culture politiche profondamente diverse, tenute insieme dalla volontà di vincere le elezioni contro un nemico più che da una reale condivisione di programmi. In questo contesto finiscono per prevalere le posizioni più radicali, spesso populiste. perché sono quelle che mobilitano maggiormente gli elettori più fedeli.
Per spiegare questo fenomeno mi piace utilizzare l’immagine di uno stadio.
Vent’anni fa lo stadio era pieno. C’erano le curve, occupate dai tifosi appassionati delle rispettive squadre, ma erano piene anche le tribune, dove sedevano persone interessate soprattutto a vedere una bella partita. Oggi quello stadio è cambiato. Le curve sono ancora affollate: sono popolate da tifosi che applaudono la propria squadra anche quando fa autogol, assolutamente acritici. Le tribune, invece, si sono progressivamente svuotate.
Quelle tribune rappresentano gli elettori moderati, riformisti, pragmatici, che non si riconoscono più in una politica sempre più polarizzata. La politica che promette l’abolizione della povertà, delle accise, della Fornero, presto dell’insicurezza. È anche per questo che l’astensionismo continua a crescere, fino ad arrivare, nelle ultime elezioni europee, a una partecipazione inferiore al 50 per cento.
Per questo motivo ritengo che una nuova legge elettorale sarebbe utile. Ma non qualsiasi legge.
L’occasione mancata del modello tedesco
Nel 2017, ero capogruppo del PD, il Parlamento era arrivato molto vicino a una riforma che considero ancora oggi una grande occasione mancata. Era il modello tedesco: un sistema proporzionale capace di rappresentare in modo più fedele gli orientamenti degli elettori, costringendo le forze politiche a costruire alleanze sulla base di programmi e contenuti, anziché attraverso coalizioni elettorali costruite prima del voto e spesso prive di una reale coerenza.
Quel testo nacque da un accordo ampio, che coinvolgeva Partito Democratico, Forza Italia, Lega, Movimento 5 Stelle e le rappresentanze delle minoranze linguistiche. Sembrava un compromesso solido, lo votammo con il consenso di tutti in commissione.
Poi arrivò il voto segreto in Aula.
Ricordo bene quella giornata. Presiedeva Laura Boldrini e, per una singolare coincidenza tecnica, il voto che avrebbe dovuto rimanere anonimo divenne riconoscibile. In quel momento fu evidente ciò che stava accadendo: tutti i deputati del Movimento 5 Stelle votarono contro una riforma che fino a poco prima avevano sostenuto. Allo stesso tempo emersero decine di franchi tiratori anche nel Partito Democratico. Quella riforma cadde e con essa sfumò la possibilità di costruire un sistema politico diverso. Oggi paghiamo pesantemente quel prezzo.
Da allora il quadro politico si è ulteriormente irrigidito.
Ricostruire una politica delle responsabilità
Una legge elettorale, naturalmente, non può risolvere da sola tutti i problemi della democrazia italiana. Ma può contribuire a creare un sistema nel quale le forze politiche si confrontino sulla qualità delle idee e non soltanto sulla contrapposizione permanente.
L’Italia avrebbe bisogno di un confronto tra chi crede nell’Europa e chi vuole rafforzarne il ruolo e chi invece immagina un percorso diverso; tra chi punta sulle riforme e chi preferisce conservare l’esistente; tra chi pensa che il cambiamento richieda responsabilità e chi ritiene che basti alimentare il consenso del momento, tra chi tifa per l’Italia e chi lavora per gli interessi di qualche paese straniero.
Le grandi riforme, nella storia della Repubblica, sono nate quando forze politiche diverse hanno avuto il coraggio di assumersi responsabilità comuni. È questa la cultura riformista che andrebbe recuperata.
Per questo continuo a pensare che l’Italia abbia bisogno di una riflessione seria sulla legge elettorale. Non per favorire una parte politica, ma per costruire una politica più coerente, più trasparente e più capace di rappresentare quella grande parte di cittadini che oggi ha smesso di sentirsi parte della partita.
* Il testo corrisonde all’intervento in Aula, ieri a Montecitorio, dell’autore (Deputato di Azione)
