Una cultura di governo, non una nostalgia elettorale
Molti invocano, e giustamente, il ritorno di una sorta di Margherita. Altri, e più furbescamente — ovvero i soliti e notissimi “cattolici professionisti” alla Delrio — ne sottolineano l’utilità pur restando all’interno del Pd. Vabbè, ogni scelta va rispettata anche quando è dettata dalla furbizia e dal calcolo personale. Ma, e per tornare alla Margherita, credo sia importante al riguardo almeno richiamare tre riflessioni di fondo.
Innanzitutto una sorta di neo Margherita può decollare solo se sarà in grado di declinare sino in fondo una cultura di governo, un profilo riformista e una autentica ed intelligente vocazione centrista. Non può esistere, cioè, una potenziale Margherita nell’attuale contesto politico italiano se non è in grado di centrare appieno questo triplice obiettivo.
Il pluralismo come cifra identitaria
In secondo luogo, e in ossequio a quello che ha rappresentato la Margherita nel periodo in cui fu protagonista nella cittadella politica italiana — cioè nei primi anni duemila — non può essere il banale, grottesco e anche un po’ patetico prolungamento di un semplice partito personale.
La Margherita, al contrario, e seppur in una versione aggiornata, rivista e contemporanea, non può che essere culturalmente plurale. Come, del resto, lo era ai tempi di Rutelli, Marini, Parisi, Mastella e molti altri esponenti politici. Un pluralismo culturale che resta la cifra essenziale e decisiva di quella straordinaria esperienza politica.
L’alternativa al frontismo della sinistra
In ultimo, ma non per ordine di importanza, una sorta di neo Margherita in una coalizione alternativa al centro destra ha un senso, e un ruolo, solo se non è un satellite della sinistra nelle sue diverse e multiformi espressioni. Ovvero, dev’essere l’esatto contrario di quello che sostengono da tempo i vari Bettini. Che, del resto, restano fedeli e coerenti alla vecchia ed antica concezione egemonica comunista secondo la quale tutto ciò che non è riconducibile alla sinistra è, di fatto, un satellite. O meglio, una “tenda”, per usare il termine esatto coniato appunto da Bettini.
Insomma, una nuova ed inedita Margherita può giocare un ruolo specifico ed importante solo se è protagonista nella costruzione del progetto politico riformista e di governo alternativo al centro destra. Se così non è o se così non sarà, è del tutto sufficiente avere la presenza di un piccolo partito/lista/luogo sedicente centrista che vive o sopravvive in virtù di una gentile concessione di seggi parlamentari da parte dell’azionista di maggioranza della coalizione ma rinunciando però, e del tutto, a giocare un ruolo politico e progettuale.
E quindi, e di conseguenza, contribuendo di fatto — direttamente o indirettamente ha poco senso rilevarlo al riguardo — a rimettere in campo una proposta “frontista” molto simile a quella che nel 1994 fece Achille Occhetto con la sua “gioiosa macchina da guerra”.
La vera posta in gioco
Ecco perché quando si parla di una nuova, aggiornata e moderna Margherita occorre anche sapere qual è la vera posta in palio. Sotto il versante politico, come ovvio ed evidente. Ma anche su quello culturale ed organizzativo. Anche perché il passato non si replica mai ma quando ci si vuole rifarsi ad una nobile esperienza di qualche anno addietro, occorre anche rendersi conto che non tutto può essere sempre strumentalizzato o, peggio ancora, alterato. E la Margherita, per restare al tema, è un capitolo troppo serio della politica italiana per permettersi il lusso di essere sfregiato.
