Home GiornaleLa sinistra davanti alla transizione: il riformismo perduto secondo Pombeni

La sinistra davanti alla transizione: il riformismo perduto secondo Pombeni

Sul Foglio di ieri, lunedì 29 giugno, Paolo Pombeni propone una riflessione sulla crisi della sinistra. Più che una polemica politica, il suo è un invito a recuperare la cultura del riformismo.

Una transizione che la politica fatica a interpretare

Il cuore dell’analisi di Paolo Pombeni non riguarda tanto la contingenza politica quanto il mutamento d’epoca che stiamo vivendo. L’autore invita a leggere il presente come una vera transizione storica, paragonabile, per profondità, al passaggio tra Medioevo ed età moderna. La rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, la globalizzazione e la ridefinizione degli equilibri economici e culturali hanno modificato il quadro entro cui si muove la politica.

Secondo Pombeni, senza una comprensione alta di questi cambiamenti non è possibile costruire un progetto politico credibile. La politica non può limitarsi all’amministrazione del consenso né alla comunicazione quotidiana: deve tornare ad essere capacità di interpretazione della storia.

La crisi culturale della sinistra

Da qui nasce la critica alla sinistra contemporanea. Il problema, osserva Pombeni, non è soltanto elettorale, ma culturale. Le grandi sedi di elaborazione politica si sono progressivamente svuotate, sostituite dai talk show, dalla comunicazione permanente e da un dibattito pubblico sempre più superficiale.

L’autore distingue inoltre fra una tradizione riformista, che ha caratterizzato le migliori esperienze della sinistra europea e italiana, e una cultura che tende invece a leggere la realtà attraverso categorie ideologiche assolute. In questa deriva individua una forma di “neo-giacobinismo”: la tendenza a dividere il campo politico fra giusti e colpevoli, puri e impuri, con una crescente propensione alla delegittimazione morale dell’avversario.

Il riformismo come metodo, non come moderazione

Uno dei passaggi più significativi dell’articolo riguarda la definizione stessa del riformismo. Per Pombeni non significa adattarsi all’esistente né rinunciare al cambiamento. Al contrario, il riformismo rappresenta una metodologia politica che interviene sui processi reali, valuta tempi, sostenibilità, strumenti e capacità di governo delle trasformazioni.

L’autore ricorda come anche le migliori esperienze riformatrici — dai governi di centrosinistra fino alla tradizione socialista e cattolico-democratica — abbiano richiesto pazienza, gradualità e una forte elaborazione culturale. È precisamente questa cultura del cambiamento responsabile che oggi appare indebolita.

Oltre la demonizzazione dell’avversario

Pombeni dedica ampio spazio anche alla progressiva contrazione moralistica dello scontro politico. L’enfasi sul ruolo salvifico della magistratura, la demonizzazione di figure come Berlusconi, la trasformazione della Costituzione in manifesto identitario e la riduzione del confronto pubblico allo schema “noi contro loro” vengono indicati come segnali di un impoverimento della politica.

In questo clima, sostiene l’autore, il confronto sulle riforme lascia il posto alla contrapposizione permanente, mentre il dibattito sulle grandi trasformazioni economiche e sociali viene progressivamente oscurato.

Ritrovare la tradizione riformista

Nelle battute conclusive Pombeni invita la sinistra a riscoprire appieno la ricchezza della propria tradizione riformista, che non appartiene ad una sola cultura politica ma attraversa le esperienze cattolica, socialista, comunista e, in parte, anche quella liberale. È una tradizione che ha saputo accompagnare l’evoluzione della società senza cedere né all’immobilismo né al radicalismo.

L’epilogo del lungo articolo, che merita di essere riportata integralmente, sintetizza il senso dell’intera riflessione ponendo con forza l’accento sulla necessità di superare la figura del “partito radicale di massa” grazie a un soprassalto di rigore ed equilibrio:

«La transizione storica in cui viviamo è così seria e globale che richiede la presenza di forze capaci di confrontarsi con essa a fondo, ma con grande umiltà. La sinistra dovrebbe avere una sua tradizione forte in questo campo e, nell’interesse generale, nessuno può compiacersi se essa la sta svendendo per inseguire semplicemente una sopravvivenza di facciata».