Home GiornaleDal partito personale ai “partiti-social”: quando l’Io prende il posto del Noi

Dal partito personale ai “partiti-social”: quando l’Io prende il posto del Noi

La proliferazione di partiti personali e di leadership costruite attorno ai social media non rafforza il pluralismo, ma rischia di alimentare frammentazione, disaffezione e crisi della partecipazione democratica.

Una democrazia con un popolo sempre più assente

L’impressione sulla democrazia dei nostri giorni è che, di fronte a un demos con il suo popolo ormai dimezzato e ridotto al 50% degli aventi diritto, e a un kratos che, invece di mettersi in ascolto o passare la palla e il potere a questo 50% di demos, stia emergendo la forza e il desiderio di un comando isolato e personale, depositati soltanto sulla faccia e sul nome di tanti leader con i loro “partiti-social” privati, tutti orientati alla disintermediazione.

Non si sbaglia allora di molto se si registra che la democrazia italiana dei nostri giorni è caratterizzata da una crescente voglia di protagonismo di singoli leader politici, separati e divisi, che si offrono da soli sul mercato elettorale. Nelle elezioni politiche del 2022 il Ministero dell’Interno ha dovuto ammettere ben 75 contrassegni di centro, sinistra e destra. Ed è stato il Corriere della Sera, pochi giorni fa, a contare ben dodici partiti che si dichiarano di centro e che vogliono occupare questo spazio storico della competizione politica ed elettorale.

Un posizionamento geometrico, spesso solo di comodo e abitudinario, che evita di interrogarsi sul significato sociale e sui valori che oggi dovrebbero definire tali collocazioni.

Più offerta non significa più partecipazione

Come sappiamo, ed è stato verificato dai fatti, è un grave errore supporre che aumentando l’offerta aumentino automaticamente anche la domanda e la partecipazione alle urne.

Il fatto è invece che, pur avendo spesso l’intenzione di coalizzarsi, questa offerta smisurata di partiti finisce per capovolgere il tradizionale detto di buon senso, “pochi ma buoni”, trasformandolo in “tanti ma inutili”. Il risultato è una crescente confusione attorno ai grandi valori portanti della democrazia che, a partire dal liberalismo, non sono poi così numerosi. E l’elettore, sempre più spesso, resta a casa, in pantofole.

La diagnosi di Sabino Cassese

Sabino Cassese, in un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera il 22 giugno, è stato molto chiaro. Egli vede infatti nell’attuale fase politica «il momento della diaspora», nella quale, di fronte alla crisi delle categorie storiche di centro, destra e sinistra, si tenta di «coprire il vuoto… con valori che debbono o dovrebbero essere condivisi da tutti, invece che essere la bandiera di questo o quell’altro partito».

Questa crescita dell’offerta partitica risente senza dubbio di una componente narcisistica. Essa spinge a fondare partiti personali, movimenti e liste più o meno civiche, tutti privi di convincenti riscontri elettorali e concepiti nella sfera privata del singolo proponente, per rispondere a idee personali, a programmi personali, a contrasti personali e a una voglia di protagonismo che non si riesce o non si vuole condividere con altri.

È ancora Cassese a ricordare che manca «il collante delle piattaforme politiche per stare insieme».

Il pluralismo ridotto a una somma di leader

Si tratta di un fenomeno in crescita che, anziché aiutare il nobile pluralismo, finisce per delegittimarlo, frantumarlo in una serie di irrilevanze e perfino ridicolizzarlo, riducendolo alla faccia e al nome del leader.

È come remare in solitaria con piccole barche fragili, anziché affrontare insieme, con imbarcazioni robuste, quel mare in tempesta che caratterizza i cambiamenti d’epoca e le rivoluzioni che stiamo vivendo. Si preferisce scendere nell’agone politico da soli, invece di costruire strumenti collettivi capaci di reggere la complessità.

Dall’Io al Noi: la lezione della “Fratelli tutti”

Questa soluzione, al contrario di quanto spesso si pensa, genera soprattutto confusione, disinteresse e apatia. È una risposta che alimenta il dilagare dell’Io, con i suoi interessi e i suoi desideri, mettendo progressivamente da parte il Noi dello stare insieme e del dialogare: caratteristica fondamentale di ogni democrazia partecipata.

Restano così all’utopia cristiana della Fratelli tutti di Bergoglio e alla sua potente metafora dell’unica barca sulla quale siamo tutti imbarcati i risvolti laici, democratici, sociologici e politici che essa racchiude.

È una metafora che merita di essere richiamata spesso, perché aiuta ad affrontare il mare tempestoso del nostro tempo: le alluvioni, i terremoti, le ondate di calore, la crescita di un capitalismo finanziario 2.0 concentrato nelle mani di poche migliaia di tycoon e il fenomeno inarrestabile delle migrazioni. Problemi che riguardano tutti noi e che non possono essere affrontati da un solo individuo o da un solo leader con il proprio partitino-social privato.

Dai partiti personali ai sovranismi

Alzando lo sguardo e salendo di livello, non possiamo fare a meno di registrare come questa irragionevole tendenza all’isolamento e alle identità separate, “autonome e differenti” – come ha sostenuto per anni la Lega a partire da Pontida – abbia finito per alimentare i sovranismi e i nuovi nazionalismi che oggi attraversano l’Europa.

È una ricerca romantica, di sapore ottocentesco, di autonomie e di patrie, lontana dalla realtà geopolitica e digitale del nostro tempo. In un mondo nel quale, oltre agli Stati Uniti e alla Russia, emergono giganti come la Cina e l’India, senza dimenticare il peso crescente dell’intero Medio Oriente, l’Europa dovrebbe piuttosto accelerare il cammino verso l’unità politica e gli Stati Uniti d’Europa.

Solo così il Vecchio Continente potrà affrontare le sfide della contemporaneità, senza lasciarsi sedurre dalla solitudine dei partiti personali, dei partitini e di un nazionalismo identitario che appartiene più al passato che al futuro.