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Lavoro, burnout e super habits: le virtù come risorsa strategica per le imprese

Una riflessione sul disagio crescente nel mondo del lavoro e sulla necessità di recuperare una dimensione umana dell’impresa attraverso leadership responsabile, virtù personali e benessere integrale.

Il lavoro nell’epoca dell’algoritmo

Il mercato del lavoro contemporaneo – in Occidente come in Oriente, nei Paesi avanzati come in quelli in via di sviluppo – sembra mostrare un’attenzione crescente alla massimizzazione del profitto, all’efficienza del risultato e alla rapidità ad ogni costo, finendo per avvantaggiare pochi a discapito di molti. In questa direzione rischia di muoversi anche l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, se non eticamente orientata. Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas, osserva che i lavoratori contemporanei «sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora». Quando la macchina detta il ritmo e l’algoritmo misura le relazioni, è il lavoro stesso a smarrire la dimensione umana.

I dati che il nostro Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale raccoglie sul benessere integrale dei lavoratori fotografano un quadro molto preoccupante, fatto di burnout diffuso, scarsa fiducia nella leadership, isolamento emotivo e una domanda crescente di equilibrio tra vita e lavoro. Il disagio, tengo a precisare, attraversa i lavoratori dell’intero tessuto produttivo, dalle grandi imprese a quelle di micro e piccole dimensioni, dove talvolta la separazione tra vita privata e professionale rischia di diventare un’utopia. In una prima indagine campionaria condotta su 23 imprese, la salute mentale è risultata una priorità assoluta del benessere (71,4%), seguita da equilibrio vita-lavoro e welfare. Inoltre, circa un terzo dei lavoratori si dichiara insoddisfatto della propria attività, il 34% (percentuale che raggiunge il 90,7% negli imprenditori) porta i problemi del lavoro a casa, quasi la metà non ripone fiducia nei propri leader e il 21% riferisce difficoltà con i colleghi.

Sorge dunque una domanda: come può un lavoratore demotivato o sfiduciato concorrere al «benessere materiale e spirituale» del Paese? Come può il lavoro elevare la persona, se poi finisce per consumarla?

 

Le virtù tradotte nel linguaggio del management

È in questo orizzonte che ritengo significativo il libro Super Habits. Il sistema universale per una società libera e felice di Andrew V. Abela, edito da Rubbettino e di cui, insieme a Flavio Felice, ho avuto il privilegio di curare l’edizione italiana.

Richiamando il concetto tomista di habitus, Abela traduce il comportamento morale – quello cioè che accompagna ogni essere umano a una vita libera e felice – nel linguaggio di una leadership responsabile e del management contemporaneo. Il merito del suo pensiero, maturato alla Busch School of Business della Catholic University of America, sta nell’aver restituito la grande tradizione aristotelica e tomista delle virtù in una forma accessibile al lavoratore e al manager di oggi. Non a caso McKinsey and Company le definisce «elementi distintivi di talento» e Deloitte «competenze fondamentali».

 

Le super habits come superpoteri” umani

Le super habits sono molto più che semplici abitudini, perché migliorano insieme lavoro, inventiva, creatività, serenità e soprattutto relazioni umane. Come scrive Abela, sono dei veri e propri superpoteri: «man mano che ne sviluppi uno, la vita diventa più calma, più attiva, più gioiosa e più sana». E non sono un privilegio di pochi, perché «chiunque può svilupparli attraverso la pratica»: sono un dono naturale già presente in ciascuno di noi, simile a un muscolo che attende solo di essere attivato. Una volta allenati, si legge nel libro, anziché «gattonare per tutta la vita» si comincia a camminare e poi a correre.

I risultati di tutto questo, come dimostra Abela, sono evidenti. Praticare, ad esempio, l’Autocontrollo, l’Umiltà, l’Ordine, il Perdono o la Saggezza Pratica genera relazioni più solide, decisioni più ponderate e ambienti di lavoro più sereni. Lo confermano gli studi di management, secondo cui i leader umili ottengono risultati migliori e, dove si sa tollerare l’errore, i dipendenti diventano più innovativi e percepiscono l’ambiente di lavoro come un luogo familiare.

 

La felicità come criterio del lavoro

La virtù, quindi, non è debolezza, quanto piuttosto un elemento di produttività, sul lavoro come nella famiglia o nelle amicizie. Nel mercato del lavoro, sarebbe interessante cominciare a considerare, tra i requisiti di una candidatura ovvero nei sistemi di valutazione delle persone, non soltanto le competenze tecniche o la disponibilità a lavorare sotto stress, ma anche le super habits effettivamente esercitate. Si chiede spesso flessibilità e rapidità di esecuzione ma, molto più raramente, ci si domanda se una persona è disponibile a lavorare – e a far lavorare gli altri – in modo felice.

Ed è qui che le super habits rivelano la loro attualità. In un tempo segnato dall’individualismo, dal burnout e dalla solitudine dell’uomo davanti all’algoritmo, le super abitudini sono ciò di cui la persona ha realmente bisogno. Sono, in fondo, una risposta concreta ai nostri giorni, e aprono la strada a un nuovo modello sociale d’impresa, in cui sia la centralità della persona, con l’esercizio delle sue super abitudini, e non la sola efficienza della macchina, ad essere misura del lavoro e del bene comune. Forse la domanda decisiva, oggi, non è solo che cosa sappiamo fare, ma chi scegliamo di diventare e se siamo davvero disposti a costruire organizzazioni in cui la felicità, insieme alla virtù, sia considerata parte integrante del lavoro.

 

Antonio Zizza

Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale