Dalla lezione di Vanoni alle sfide dell’economia contemporanea
Nell’anno del 70° anniversario della morte si può vedere che in Ezio Vanoni c’è molto di quello di cui la politica ha bisogno oggi. Ciò che difetta, purtroppo, sembra piuttosto la volontà di cercare risposte, perché si tende a non mettere a tema i relativi problemi.
Ad esempio, nella finanza locale si è passati dalla funzione stabilizzatrice di Cassa Depositi e Prestiti alla stagione di inizio secolo caratterizzata della stipula compulsiva di contratti sui derivati, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.
Basterebbe scorrere alcune analisi della Banca d’Italia, per delineare il contesto entro cui si deve operare attraverso la politica finanziaria e fiscale, secondo la visione solidaristica, popolare e comunitaria di Vanoni. E trovo che sarebbe anche un ottimo modo per caratterizzare una politica di centro ad un anno dalle prossime elezioni politiche.
La società italiana è passata in breve tempo dalla società dei due terzi alla rovescia (con un terzo di garantiti e un’ampia maggioranza di ceti in crisi), nella quale si trovava al sopraggiungere della grande crisi finanziaria del 2008, alla tipica società piramidale dei Paesi nordeuropei.
La nuova geografia della ricchezza italiana
Il rapporto della Banca d’Italia su I conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie del 3 giugno scorso, su dati aggiornati a tutto il 2025, aiuta a capire la struttura attuale della società italiana. In esso viene spiegato come la composizione del portafoglio vari radicalmente a seconda della classe di ricchezza netta.
Sotto la lente del confronto tra il patrimonio immobiliare (“mattone”) e gli asset finanziari detenuti dagli italiani, emergono tre macro-fasce sociali in base alla distribuzione della ricchezza.
La fascia denominata “bottom”, è quella che comprende il 50% con reddito più basso. Qui la ricchezza è quasi interamente concentrata nelle attività reali (principalmente la casa di abitazione e l’eventuale patrimonio immobiliare di famiglia), mentre le attività finanziarie di natura strettamente speculativa o d’investimento (azioni, quote di fondi, partecipazioni) sono pressoché inesistenti, riducendosi quasi solo ai depositi bancari.
Ciò fa sì che il “bottom 50%” risulti estremamente vulnerabile alle oscillazioni del mercato immobiliare e quasi del tutto escluso dai guadagni dei mercati finanziari (che rimangono prerogativa del top 10%).
Il blocco successivo, detto “Next”, comprende il 40%, il ceto medio. Qui si tratta di poco più di 100.000 euro a testa in mattoni. I fondi comuni pesano pochissimo, rendendo questa fascia estremamente esposta alle fluttuazioni del mercato immobiliare.
Infine la terza fascia, la fetta superiore della società, “Top” appunto, in cui rientrano il 10% dei redditi più alti pro capite, ma in realtà con siderali differenze al suo interno perché non tutti i ricchi sono tali allo stesso modo. Qui la piramide si aguzza in modo impressionante. E le componenti di ricchezza rispetto alle due fasce inferiori si invertono. Nel Top 10%, la ripartizione del patrimonio segue logiche opposte.
Quando la finanza allarga le disuguaglianze
La componente finanziaria domina e si diversifica: più della metà della ricchezza di questo gruppo è investita in attività finanziarie. La vera differenza non sta solo nei depositi bancari, ma negli strumenti finanziari complessi. Le voci relative ad azioni, partecipazioni, quote di fondi comuni e polizze assicurative/fondi pensione occupano maggiore spazio.
Il peso del “mattone” si riduce drasticamente. Sebbene in termini assoluti il Top 10% possieda immobili di grandissimo valore, in termini percentuali sul loro patrimonio complessivo le abitazioni pesano decisamente meno, attestandosi intorno al 36% (meno di un terzo del totale, contro il circa 74% del Bottom 50%).
Qui sta il paradosso della ricchezza in Italia la quale nella seconda repubblica ha importato il modello di disuguaglianza tipico delle società anglosassoni: mentre la metà più povera della popolazione ha legato il proprio destino economico quasi esclusivamente al valore della casa (un bene illiquido e soggetto a svalutazione in molte aree del Paese), il 10% più ricco ha le mani sul timone dei mercati finanziari, riuscendo a intercettare la crescita dei capitali, delle aziende e degli investimenti globali.
Questo contrasto spiega perché le fluttuazioni della borsa influenzino quasi solo la ricchezza del Top 10%, mentre l’andamento dei prezzi delle case colpisca in modo sproporzionato il ceto medio e le fasce più deboli. Ma soprattutto spiega – questo è il punto centrale – l’andamento delle politiche economiche che rispondono prevalentemente agli interessi del 10% più ricco della popolazione.
Un centro politico per il novanta per cento del Paese
Le banche centrali assicurano liquidità illimitata al sostegno del mercato finanziario, cosa che a ben vedere, in assenza di precise precauzioni dettate dalla politica, rischia di trasformarsi in una sorta di welfare per i più ricchi, costringendo i governi a tirare la cinghia per le priorità del restante 90% della popolazione e soprattutto “regalando” nel contempo alle fasce Next 40% e Bottom 50% un supplemento di inflazione.
Forse è anche da questo ordine di problemi che bisognerebbe ripartire per una proposta politica di centro che voglia essere più adeguata al nostro tempo.
