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La catena di montaggio digitale

Dalla fabbrica fordista agli algoritmi che organizzano il lavoro contemporaneo: la tecnologia aumenta l’efficienza, ma ripropone nuove forme di alienazione, controllo e solitudine.

Dalla rivoluzione industriale alla catena di montaggio

Si può far risalire simbolicamente al 1824, nella località di Huddersfield, in Inghilterra, l’inaugurazione della prima industria tessile della lana completamente meccanizzata, dove gli artigiani di un tempo erano ridotti a meri esecutori di una parte del processo produttivo. Naturalmente, a questa impostazione, nata dalla Rivoluzione industriale, si ribellarono i cosiddetti ludditi, che con le loro rivolte si proponevano di fermare l’avanzata delle tecnologie. I loro tentativi risultarono vani e, nell’evoluzione che caratterizzò la nuova organizzazione del lavoro, si arrivò alla catena di montaggio fordista, concepita sulla base dei principi dell’organizzazione scientifica del lavoro elaborati da Taylor. Certo, l’impellenza dei consumi e l’intuizione di Ford di mettere a disposizione del più vasto pubblico possibile un’automobile a basso costo furono tra i principali motori del cambiamento. Resta famosa la sua frase: «Potete comprare una Ford, purché sia il modello T e sia di colore nero». Ma le conseguenze di questa impostazione si riverberarono sull’organizzazione e sulla qualità del lavoro: le fabbriche divennero il dominio del nastro trasportatore, dei tempi e dei metodi, mentre le operazioni degli operai si fecero sempre più ripetitive e frammentate.

 

Lalienazione secondo Blauner

Robert Blauner, con il suo libro Alienazione e libertà, pubblicato in Italia nel 1971, descrive in modo accurato come la tecnologia e l’organizzazione del lavoro, così concepite, influenzino la vita, la mente e la libertà del lavoratore. Secondo Blauner, gli effetti più immediati che si manifestano nell’addetto alla catena di montaggio sono l’impotenza, perché controlla soltanto un microcompito all’interno del processo produttivo; l’isolamento, perché, nonostante i lavoratori siano fisicamente contigui, manca il tempo per socializzare a causa della velocità con cui devono operare; infine, viene completamente meno la possibilità di autorealizzazione dell’individuo. Tuttavia, Blauner, al termine delle sue considerazioni, apre uno spiraglio: grazie alla crescente sindacalizzazione e al progresso tecnologico, in primo luogo all’automazione delle fabbriche, l’alienazione tenderà, se non ad azzerarsi, quantomeno a diminuire sensibilmente.

 

Il controllo algoritmico del lavoro

Decenni dopo assistiamo, però, a processi che, a oggi, sembrano smentire le teorie di Blauner. A tal proposito, basti pensare ai nuovi strumenti utilizzati per il controllo dei lavoratori: i braccialetti elettronici per i magazzinieri, che tracciano i movimenti delle loro mani; i software impiegati per monitorare le persone in smart working; i moderatori di contenuti che operano a valle dell’intelligenza artificiale e ricevono pochi centesimi per il loro lavoro. Questi sono solo alcuni esempi, per non parlare degli algoritmi che gestiscono le consegne di cibo e dei pacchi, alimentando una forte competizione tra lavoratori. Anche in questi casi sono in gioco la salute mentale e il benessere psicologico, mentre si ripropongono fenomeni di solitudine e isolamento in un contesto lavorativo fortemente frammentato. L’aggravante è che questi lavoratori, nella maggior parte dei casi, sono inquadrati come collaboratori autonomi e così si dissolve anche l’ultima barriera di tutela dei diritti individuali e sindacali.

 

Governare la tecnologia, non subirla

Dave Eggers, nel suo romanzo distopico The Every, pubblicato in Italia nel 2022, riassume magistralmente la situazione verso la quale, se non poniamo rimedio, rischiamo di andare incontro. Emblematico è questo breve brano del libro:

«Tutto veniva misurato. La velocità dei passi, la frequenza del battito cardiaco, la quantità di parole pronunciate in un minuto. Se non era misurato, non esisteva; e se esisteva senza essere misurato, era considerato un pericolo per l’efficienza.»

Il paradosso di questo scenario è che lo sviluppo tecnologico rischia di riportarci al passato, peggiorando però le condizioni esistenziali dei lavoratori. Tuttavia, non si tratta di rifiutare la tecnologia, bensì di stabilire con chiarezza chi debba governarla per tutelare l’interesse pubblico. E, anche se può sembrare una formula abusata, è ancora una volta necessario rimettere al centro l’essere umano.