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Lo spettro della libanizzazione

La frammentazione degli Stati in fazioni armate sostenute da potenze esterne rischia di estendersi ben oltre il Libano, fino a configurare uno scenario di instabilità globale senza precedenti.

Almeno dagli anni Ottanta gli osservatori politici hanno introdotto nel proprio lessico il vocabolo libanizzazione: la guerra permanente fra fazioni armate e il conseguente smembramento dell’integrità statuale. Non la hobbesiana guerra di tutti contro tutti, bensì un conflitto continuo e violento fra bande; o, potremmo anche dire, fra partiti militari.

In cosa consiste, a mio avviso, lo spettro della libanizzazione?

Immaginiamo un elastico. Da decenni il Paese dei cedri è dilaniato da lotte intestine, con i vari gruppi sostenuti da altri Stati, quasi ne fossero la longa manus: Iran, Siria, Israele e così via.

Proviamo a tendere l’elastico: fenomeni simili, pur in forma meno estrema, riguardano lo Yemen, Gaza, la Cisgiordania, l’Iraq, la stessa Siria. E se un domani coinvolgessero anche l’Iran? O, poniamo, dopo il tramonto della leadership del presidente Erdogan, la Turchia? Stiamo parlando, si badi, degli eredi di due imperi, quello persiano e quello ottomano. Le persone coinvolte sarebbero decine e decine di milioni. Un’immane tragedia.

E se l’elastico si tendesse ancor di più, fino a lambire i confini dell’Occidente e oltre? Davvero sarebbe un dramma globale. Una guerra civile (quasi) mondiale, quale forse neppure Hobbes avrebbe immaginato. L’opposto della “pace perpetua” e cosmopolita a cui anelava Kant.