La Dottrina Sociale come chiave per abitare il nostro tempo
La pubblicazione della Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, lo scorso maggio, ha segnato una pietra miliare nel dibattito contemporaneo. Per chi, come me, studia la Dottrina Sociale della Chiesa, non è stata soltanto una lettura, ma una sfida intellettuale. Papa Leone XIV si colloca in continuità con i suoi predecessori e, in particolar modo, con il magistero di Leone XIII che, con la Rerum Novarum, lo ha dato forma a una riflessione divenuta, nel tempo, il pilastro della Dottrina Sociale della Chiesa. Oggi quella medesima sapienza evangelica torna a leggere i segni dei tempi per affrontare le nuove povertà, le sfide sull’intelligenza artificiale e un concetto di bene comune chiamato a confrontarsi con algoritmi, ma anche con solidarietà, sussidiarietà e giustizia sociale.
Confesso che, dopo una prima lettura serale, fatta tutta d’un fiato, sono rimasto per settimane sui capitoli che vanno dal terzo in poi. Mi ha subito attratto la tecnica e il valore del lavoro umano, insieme alle sfide poste dall’intelligenza artificiale, alla centralità della persona, alle nuove forme di disuguaglianza, oltre che al ruolo della politica nel promuovere il bene comune. In un primo momento, l’urgenza dei capitoli dedicati all’IA e il suo impatto sul lavoro mi aveva spinto a considerare le prime pagine come una necessaria premessa storica.
Un cammino di discernimento comunitario
È stata invece una rilettura analitica, nel silenzio di una calda sera d’agosto, a rivelarmi che quei capitoli non offrono semplicemente una sintesi della Dottrina Sociale della Chiesa, ma delineano il fondamento con cui abitare il nostro tempo. Quello che ho scoperto rileggendo i primi due capitoli della Magnifica Humanitas mi ha sorpreso, perché, contro ogni preconcetto, non c’era nulla di manualistico in quelle pagine, ma la capacità di leggere il nostro tempo con la sola chiave del Vangelo e alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa che, proprio nella Parola di Dio, nel sapere dei Padri e nella tradizione millenaria, ha accompagnato e accompagna tuttora l’umanità.
Leone XIV scrive che oggi «per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul concetto di bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale» (n. 46). Non sono voci isolate raccolte in un catalogo, ma un unico organismo che respira solo se ogni sua parte si muove insieme alle altre.
Il Pontefice ricorda infatti che la Dottrina Sociale della Chiesa «non è un prontuario di principi e norme da applicare», ma «un cammino di discernimento comunitario» che «nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia» (n. 27). Non un codice da consultare al bisogno, ma una vocazione capace di leggere le virtù e i carismi di ogni comunità, per sostenere la politica e le istituzioni nella tutela della persona creata a immagine di Dio, senza mai sovrapporsi al ruolo che compete loro.
Dai beni della terra ai dati, algoritmi e piattaforme
Profetico è il modo con cui Leone XIV rilegge i principi della Dottrina Sociale della Chiesa, senza tradirne la radice. Parlando della destinazione universale dei beni, ad esempio, non si limita più al suolo, all’acqua, all’aria e alle risorse naturali donate da Dio all’umanità, ma aggiunge nuove forme di proprietà, quali «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati» (n. 67). Nel contesto attuale, in cui la ricchezza – e di riflesso la povertà – dipende sempre più dalla conoscenza e delle disponibilità della tecnologia, la concentrazione di questi beni in poche mani diventa essa stessa causa di esclusione e depauperamento. Ne sono prova quei percorsi di potenziamento tecnologico che, abbonamento su abbonamento, livello su livello, crediti su crediti, illudono di elevare alcuni, lasciando indietro molti altri.
Sussidiarietà e solidarietà davanti ai nuovi poteri tecnologici
C’è poi un principio che mi accompagna sin dagli anni di ricerca in Storia delle Dottrine Politiche: la sussidiarietà, secondo cui ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali, artigiani, imprese e, più in generale, i corpi intermedi, non deve essere assorbito da un’autorità superiore. È la definizione che tutti conosciamo. Ma Leone XIV compie un passo ulteriore, nell’individuare l’autorità superiore non più soltanto nello Stato, come eravamo abituati a pensare sino a qualche tempo fa, bensì in «ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune» (n. 71). Si tratta di aziende e piattaforme che definiscono unilateralmente costi, condizioni contrattuali, accesso ai dati sensibili e perfino le opportunità economiche e occupazionali. Per questo «la sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale, ma siano orientati al bene comune mediante trasparenza, responsabilità e forme reali di partecipazione (verifiche indipendenti, trasparenza sugli algoritmi, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso)» (n. 71).
La sussidiarietà è strettamente correlata con la solidarietà, e senza l’una l’altra si spegne. Lo scrive il Pontefice con parole che vale la pena riportare integralmente: «quando la sussidiarietà non è accompagnata dalla solidarietà, finisce per trasformarsi in semplice tutela di interessi particolari; quando la solidarietà non è sostenuta dalla sussidiarietà, degenera in assistenzialismo che non promuove la responsabilità» (n. 73). Viviamo in un tempo in cui ci sentiamo tutti connessi, eppure sono sempre meno quelli disposti a farsi carico dell’altro con amore caritatevole. Ecco perché anche le scelte su dati, algoritmi, piattaforme di intelligenza artificiale devono tenere conto «non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno» (n. 76).
La dignità dell’uomo come fine, la tecnologia come mezzo
Da questo intreccio scaturisce infine la giustizia sociale, che il Papa collega in modo diretto alla protezione dei più piccoli e dei più fragili. Nel digitale essa «esige che si impedisca la nascita di nuove forme di esclusione e privazione di libertà», perché il criterio che regola tecnologia e lavoro non sia il profitto di pochi, ma «la dignità di ogni persona e il bene dei popoli» (n. 80). È l’immagine più vera che l’Enciclica ci lascia in eredità: una comunità che pone la persona umana, nella sua dignità, come fine di ogni cosa, mai come mezzo di processi che rischiano di travolgerla. In un mondo tentato da un profitto guidato dagli algoritmi, la Magnifica Humanitas ci restituisce una certezza: la tecnologia resta un mezzo, mentre il fine – l’unico accettabile – è la dignità dell’uomo, nella sua unicità, irripetibilità e straordinarietà.
Antonio Zizza,
Direttore Scientifico Centro Studi e Ricerche Co.N.A.P.I. Nazionale
