Home GiornaleTempi di guerra, meteo impazzito e disgusto fuori calendario

Tempi di guerra, meteo impazzito e disgusto fuori calendario

Mentre le guerre entrano nell’abitudine e l’estate sembra invitare alla distrazione, cresce il rischio dell’assuefazione al male. Tra Dante, i Papi, Sant’Agostino e Fellini, una riflessione sull’urgenza di ritrovare la via della pace.

Lo sciabordio delle armi

Qualcosa non gira, la barca non va lasciata più andare oltre, verso una triste deriva, ma modificarne la rotta di navigazione prima che sia troppo tardi. Non occorre drammatizzare per dire di essere già in un pantano che può a breve mutarsi in sabbia mobile con le conseguenze del caso. Mentre i cuori sono muti, le bombe parlano per ogni dove. Sono oggi le esclusive depositarie di un movimento goffo, il solo che gli uomini siano capaci di ballare. Abituarsi a dimorare nel fango non è segno di una capacità di sopravvivenza da elogiare, meglio sarebbe tirarsene fuori ma manca l’idea e ancor peggio la voglia di un guizzo da mettere in pratica.

 

In attesa di uno scatto di reni

E’ questa confidenza con il disastro ciò che deve allarmare, saper convivere con il male non elimina il giudizio su ciò che va denunciato. Si dirà che guerre, sopraffazioni e oltraggi al diritto ci sono sempre stati, eppure oggi si ha l’impressione che culturalmente il menar le mani sia il modo irrinunciabile e privo di alternative su cui fondare i tempi prossimi venturi. I conflitti ci sono entrati nel sangue, appartengono ormai alla nostra privilegiata comunicazione, siamo amorfi di un desiderio di libertà, lo slancio rivolto solo a chi mostra i muscoli sotto i quali trovare riparo.

 

La Storia alle prese di interpreti da strapazzo

Il buon Dante, oltre a dirci che la diritta via era smarrita. mise a dimorare nel fango gli iracondi e gli accidiosi. I primi colpevoli di compiacersi di essersi abbandonati alla rabbia come una Musa da ossequiare, dirimendo ogni questione con la forza da mettere in campo. I secondi sono quelli che per inerzia si sono a loro volta abbandonati al corso delle cose senza muovere un dito per cambiarle in un eventuale meglio. Entrambe le condizioni sono quelle da condannare.

 

I profeti ed un inaudito disgusto

I Papi passano ma le parole restano. In un magistrale quanto terribile discorso del dicembre 2002 San Giovanni Paolo II ci ammonì ad essere consapevoli della situazione ed a ravvederci. “Oltre alla spada e alla fame, c’è una tragedia maggiore, quella del silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dell’agire dell’umanità”.

Queste dunque le sue sferzanti parole che richiamavano il profeta Geremia dove si legge di campi segnati di corpi uccisi con spada e di città marchiata di languenti per fame. Dio al contatto con l’uomo ne avrebbe ormai un cattivo sapore, una sensazione di schifo guardandosi bene dal riaccostarsi.

L’uomo ha messo in campo l’arte del disgusto da provocare, una maestria da esibire e per cui compiacersi. Non c’è all’orizzonte un segno minimo di pace, un solo striminzito esempio di concordia o almeno di equilibrio. L’umanità sembra invasa da un contagioso formicolio che dal suo corpo si trasferisce alla terra addormentandone ogni principio di salvezza e stimolando invece le zolle da contendersi.

 

Lammonimento della Chiesa

Papa Prevost nella introduzione al suo prossimo libro “Disarmata e disarmante. La pace è un dono” scrive:“A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già Papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita”.

 

Summertime

“Summertime and the livin’ is easy. Tempo d’estate e la vita é facile” così cantava la immensa Ella Fitzgerald. In questi giorni, nella illusione, si va al mare, semmai ci si lamenta del caldo ma è tutto un adeguarsi alla situazione, manca un acuto che stracci le onde che hanno corrente da provocare, scosse da tramortire quel poco che resta.

Ne “E la nave va” di felliniana memoria un gruppo di artisti ignari, sostanzialmente strafottenti di ogni resto del mondo, intraprende un viaggio per spargere nel mare le ceneri di una loro amica. A bordo, poi, salgono anche profughi serbi fuggiti dopo l’attentato a Sarajevo. A causa di una bomba lanciata contro da un serbo, una nave da guerra austro ungarica per ritorsione cannoneggerà la nave degli artisti affondandola, colando poi anch’essa a picco. Insomma un tutti giù per terra che fa sorte uguale nella morte. Si salveranno soltanto su una scialuppa un giornalista che registra il fatto ed un rinoceronte indifferente a quanto accaduto.

Troppo poco per dire di averla scampata. Lo sappiano quelli che brandiscono armi, i rassegnati, i mediocri e quelli che se ne fregano. Il Sommo Poeta è sempre in agguato.  Usava dire il buon Sant’Agostino:”Relicta sunt duo, misera et misericordia”, rimasero solo loro due, la misera e la misericordia. L’una e l’altra vedove di questo mondo.