Un protagonista silenzioso delle arti applicate
Cleto Munari è morto quando mancavano pochi giorni dalla celebrazione del suo 96° compleanno già programmata con una grande festa.
I quasi 100 anni vissuti così intensamente in un settore particolare come quello delle arti applicate e del design a livello internazionale lo hanno visto interprete sensibile e alfiere della civiltà contemporanea non solo come artista e designer in proprio, ma soprattutto come ‘editore’ dell’opera degli artisti amici, un vero almanacco di Gotha di coloro che hanno portato l’Arte con la a maiuscola nella configurazione originale di oggetti d’uso quotidiano.
Questa particolarità ha fatto sì che egli possa occupare un posto di prima grandezza nelle arti applicate. Esistono naturalmente industrie – pensiamo alla Alessi o a iGuzzini – che svolgono un ruolo assimilabile presso il grande pubblico. I loro prodotti pur validi non testimoniano tuttavia un moto dell’anima e una interpretazione linguistica incisiva.
Un innovatore sempre in anticipo sui tempi
A differenza di Alessi e iGuzzini, Cleto Munari stava sempre avanti, profetico.
Cleto Munari è forse più conosciuto, ricordato e celebrato all’estero che da noi. Eppure possiamo definirlo un grande italiano: l’Italia ha motivi di riconoscenza con lui che ha portato dappertutto la capacità di iniziativa per popolare con il bello artistico – non solo con il bello artigianale – i tanti settori che si compongono, in maniera robusta quanto innovativa, nei panorami della vita quotidiana. Cleto Munari è stato un conferitore di civiltà. Per fare un esempio, nessuno come Cleto Munari ha generato una innovazione formale così decisa e rivoluzionaria nel settore dei tappeti, aprendoli a una figuratività del tutto nuova. Si pensi a che emozioni può suscitare avere in caso un tappeto concepito da un artista come Mimmo Paladino.
Si badi, non è come mettere un dipinto per terra: è avere a che fare con un’esperienza emozionale inedita, priva di precedenti, nella quale il tappeto resta un tappeto: ma con una capacità di trasmissione del tutto nuova.
E che dire dei grandi tavoli principali di una abitazione, quelli destinati agli ambienti dove raccogliere più ospiti che vi si siedono attorno: per quelli, Cleto Munari ha concepito di ispirarsi ai bellicosi cavalieri armati di lancia visibili nel dipinto La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello: componente fissa dei monumentali tavoli sono degli alti pali cilindrici, elementi davvero emotivi incorporati nell’oggetto, inattesi convitati arrivati per primi, presenze silenziose dominanti.
L’incontro decisivo con Carlo Scarpa
Cleto Munari aveva cominciato negli anni Sessanta con uno dei più grandi maestri dell’architettura moderna, il veneziano Carlo Scarpa, occupandosi di tradurre in realtà – prima in prototipi in balsa e poi in oggetti destinati alla vendita per pochi eletti fortunati – le straordinarie intuizioni formali scarpiane.
Le celebri posate d’oro disegnate dal maestro e realizzate da Cleto Munari costituivano una presenza fissa nel taschino della sua giacca, anche quando andava all’estero, seminascoste nel grande proverbiale fazzoletto, pronte a essere tirate fuori e mostrate con orgoglio in ogni possibile occasione.
Con l’esperienza unica fatta con Scarpa come traduttore in realtà e in beni commerciabili delle magistrali visioni del sommo architetto, Cleto Munari entra nel vivo del mondo dell’architettura e del design, cui si vota quasi religiosamente.
La rete dei grandi maestri del Novecento
Tutti i grandi diventano suoi amici fraterni: Ettore Sottsass jr, Alessandro Mendini, Mario Bellini, Hans Hollein, Emilio Ambasz, Massimo e Lella Vignelli, Michele De Lucchi, Matteo Thun, per dirne solo alcuni molto noti; in diversi casi Cleto Munari realizza quelle che potremmo chiamare conversioni: così avviene con Mimmo Paladino e con Luigi Serafini.
E poi gli architetti statunitensi più illustri: Richard Meier, Michael Graves, Cesar Pelli, Robert Venturi. Non tutti gli inizi concettuali si sono successivamente tradotti in oggetti memorabili e di successo: diverse cose sono rimaste a livello di prototipo (e sono cose sovente sensazionali).
Le collezioni che hanno cambiato il gusto
Con tutti costoro Cleto Munari avvia la sua opera di editore e di commercializzatore degli oggetti prodotti. Quando su un medesimo tema si allineano più realizzazioni firmate dai grandi, si hanno le celebri ‘collezioni’.
La prima storicamente è quella degli argenti. (A richiesta, gli stessi oggetti possono essere realizzati in oro, come nel caso delle posate di Carlo Scarpa).
Cleto Munari è protagonista nel rilancio di oggetti divenuti desueti nella modernità del razionalismo e nel linguaggio artistico: un esempio è un oggetto che, dopo i trionfi nelle stagioni dell’Art Nouveau e dell’Art Déco, in cui erano stati i migliori artisti a renderli capolavori facendoli diventare oggetti ricercatissimi, erano caduti in disgrazia presso le avanguardie come eccessivamente borghesi: si tratta dei centri tavola.
Dall’argento ai vetri di Murano
Insieme ai centri tavola, le caraffe in metallo prezioso (mitica quella disegnata da Carlo Scarpa, uno dei simboli capostipite delle collezioni Cleto Munari); e quindi i servizi da tè e da caffè in argento; e i candelabri. Nulla a che fare che fare con i milioni di oggetti che in Europa e in America riempiono i negozi di antiquariato. (Le caraffe, con trucchi ingegnosi, giocano sempre sul tentativo di sbilanciare il peso del liquido in maniera da facilitare lo sforzo umano dell’atto di versare). Poi sono venuti i vetri di Murano. Qui il design si è rivelato talvolta irriverente, quasi a cancellare la tradizione e a dare il via a un linguaggio completamente diverso dal passato.
La decorazione della persona e della città
Poi l’oggettistica, particolarmente quella in metallo prezioso: è la fase della decorazione della persona (in questa ricadono ad esempio i portachiavi). Poi gli orologi da polso (il più innovativo è quello di Hans Hollein). Poi le penne stilografiche (una collezione è stata acquisita e commercializzata dalla Treccani: ciascun modello è dedicato a un grande uomo della cultura). Poi i gioielli, una fase di incredibile creatività fuori del comune. Accoppiamenti inusitati di metalli preziosi, in particolare oro giallo, e pietre preziose, mai visti prima. Ancora una volta, assenza di qualsiasi compromesso con quanto visto in precedenza per decine di secoli. I risultati? Semplicemente sbalorditivi.
Dei tappeti e dei tavoli dedicati a Paolo Uccello, si è detto. Dopo tanto dedicarsi alla decorazione della casa e alla decorazione della persona, su richiesta dell’industria, l’apertura di una nuova frontiera: la decorazione della città tramite il ricorso a una impostazione artistica originale del design. La formula è una costante conosciuta: individuato il tema, Cleto Munari chiama a raccolta gli amici designer e artisti per interpretarlo con fantasia e ricerca della novità, anche tecnologica, oltre che formale (comprendendo anche sé stesso nel gruppo dei propositori). È la reiterazione del tema.
Lampioni, cancellate e il segno lasciato nello spazio pubblico
Prendono così vita decine di disegni, che affrontano la fase delle verifiche di prodotto. La richiesta dell’industria riguarda i lampioni stradali. A questi si aggiungono le cancellate artistiche specie per spazi pubblici. Una variante riguarda la trasformazione dei cippi destinati a sostenere i pannelli di cancellata in lampioni. Abbiamo così la possibilità oggi di fare una esperienza comune, transitare veloci tra le sfilate dei lampioni della autostrada Roma-Aeroporto di Fiumicino, commissionati dall’Anas. Per i lampioni della Roma-Fiumicino il capo progetto è stato l’architetto Emilio Ambasz. Sullo stesso principio formale è stata realizzata la schiera “ufficiale” delle aste portabandiera davanti alla facciata del Ministero degli Esteri, la Farnesina.
Da ricordare inoltre la memorabile cancellata di recinzione della Villa Comunale di Napoli – il cui capo progetto è stato Alessandro Mendini -, dove i cippi che portano i pannelli di cancellata di colore blu sono lampioni in forma di fusi dorati. È una traslazione del giglio d’oro borbonico in campo blu, ricordando che prima la Villa Comunale era Villa Reale. Una coppia di lampioni siffatti è posta a fare la guardia all’entrata della villa che era l’abitazione di Cleto Munari a Brendola, nei dintorni della natia Vicenza, una villa cinqueseicentesca dalle reminiscenza palladiane.
Un’eredità destinata a durare
Cleto Munari ha fatto sì che le sue opere lasciassero una memoria particolare, quella della sua attività di editore che, con il suo impegno e le sue scelte, perpetua l’arte e il suo significato civile e costruisce una tela di opere creatrici e portatrici della civiltà del contemporaneo. Padronissimi oggi di dimenticarlo e di dimenticarne l’importanza; ma le testimonianze materiali aventi valore di civiltà continueranno a parlare di lui e per lui, rendendo evidenti le responsabilità che egli si è assunto di testimoniare anche linguisticamente il suo tempo, dandone una interpretazione chiara e potente: sia durante l’ultimo terzo del Novecento, che, distintamente, durante il primo quarto del XXI secolo. Di questi periodi, Cleto Munari è e sarà riferimento insostituibile della relativa memoria.
